«Cinema, che passione!»

Enrico Vanzina a Taranto, racconta sessant’anni di storia del grande schermo

«Mio padre Steno, Risi e Monicelli, i grandi della commedia. Io e mio fratello Carlo abbiamo sceneggiato e girato qualcosa come centoventi film. Come un tempo avevamo provato a raccontare gli italiani. Sordi, da imitatore a imitato. E poi Villaggio, Proietti e un film che vorrei fare con Verdone. Checco Zalone, Pio e Amedeo mi ricordano il “mio” Abatantuono»

 

«Hai un gran…sedere, hai diciassette anni e sei di fronte al più grande scrittore italiano!», gli disse un giorno Ennio Flaiano. Enrico Vanzina, regista, sceneggiatore, scrittore, giornalista, centoventi film all’attivo, sere fa allo Yachting Club di Taranto, ospite della rassegna “L’angolo della conversazione” a cura di Gianluca Piotti, per presentare il suo ultimo libro, un giallo: “Il cadavere del Canal Grande”. Parlare con lui davanti ad un aperitivo, ascoltarlo dal palco, cenare, fra un vinello e una santa spaghettata alle vongole, è come fare zapping con la commedia all’italiana.

«Grazie a papà, Steno (Stefano Vanzina, ndc), che ha diretto, tanto per intenderci, tutti i film dell’immenso Totò e, per fare due titoli, “Un giorno in pretura” e “Un americano” con il grande Alberto Sordi, ho conosciuto tutto il cinema, gli attori, i registi, gli sceneggiatori, così com’erano nella vita reale».

Racconta di tutto e di più, Vanzina. Con grande semplicità. Come sceneggiasse uno dei suoi tanti film, realizzati insieme con suo fratello Carlo, scomparso circa cinque anni fa. “Parla come magni”, avrebbe detto Nando Mericoni, detto l’americano.

«Hemingway ha spettinato i giochi, con i suoi romanzi ci ha insegnato che a parlare devono essere i protagonisti, i personaggi: dunque, quale miglior strumento se non il discorso diretto».

 

 

Dicevamo di Ennio Flaiano.

«A casa, a pranzo, a cena, mio padre invitava Risi, Monicelli, De Sica, Comencini, Lattuada, al quale devo il mio debutto cinematografico con “Oh Serafina”, e ancora Scola, Maccari, Zapponi, Age e Scarpelli, Sonego, Vincenzoni, intellettuali come Flaiano, Patti, Brancati, Longanesi; casa si riempiva di cinema, il vero cinema: fu uno di quei giorni che mi venne l’ispirazione: voglio scrivere; così qualcuno mi indirizzò a Flaiano, personaggio strepitoso, battuta fulminante, libri e sceneggiature veri e propri saggi di ironia: “Ennio, mi piacerebbe diventare uno scrittore”, e lui: “Pensa che…fortuna: hai davanti a te, il sottoscritto, senza nulla togliere al resto dei presenti, il migliore scrittore italiano! Leggi le mie cose: quando non ti sarà chiara qualcosa, domanda, senza problemi”».

Qual è l’insegnamento?

«Chi osserva il mondo, la battuta l’acchiappa: devi scrivere come parla la gente; per fare lo scrittore bisogna amare il cinema, leggere tanti libri, frequentare musei, ascoltare musica, andare a teatro, al bar, sull’autobus, fare sesso; le commedie: un umorista francese diceva: speriamo che il mondo resti ridicolo».

E Albertone?

«Lattuada mi volle accanto a sé per “Oh Serafina”, avevo appena ventitré anni, Pozzetto venne a cenare a casa per conoscere Sordi; non appena arrivò, Renato si alzò per stringere la mano ad Alberto: “Maestro, che piacere…”, fece Pozzetto. E Sordi, “Stai, stai, ma tu chi sei Cochi o Renato?”. Alberto era così. Sordi, nel suo lavoro ha osservato gli italiani, li ha imitati, finché il suo modello non è diventato talmente forte che gli italiani ad un certo punto hanno cominciato ad imitare lui».

 

 

Vanzina, la fortuna di conoscere Totò.

«Il Principe abitava non molto lontano da casa nostra e io e Carlo andavamo spesso a trovarlo; elegante, altra cosa rispetto ai suoi personaggi: lo guardavamo con ammirazione e stupore, specie da quando papà ci aveva portati sul set di “Totò Diabolicus”: ci era rimasto impresso il Principe vestito da donna, quella era vera arte, fare cinema, interpretare uno, due, tre personaggi diversi fra loro».

Poi c’è anche Proietti.

«Ci invitarono negli Stati Uniti, Sordi e De Sica in un’auto, io e Gigi in un’altra; loro a cena, noi al Madison Square Garden per ascoltare Ray Charles: entriamo e ci troviamo davanti ad una muraglia umana, nera, non c’era un solo bianco; Gigi a quel punto sfodera un sorriso alla Mandrake, tipo “Febbre da cavallo”, e testuale: “Enri’, me sto a caca’ sotto…”».

Paolo Villaggio, altra icona del nostro cinema.

«Inghilterra, riprese di “Io no spik inglish”. Villaggio suggerisce una serata al “Bucaniere”, vecchio pub londinese. Prenotiamo una settimana prima. Chiusura alle nove di sera. Arriviamo alle 9.01. “Too late”, ci respingono. Insistiamo, invochiamo uno strappetto alla regola, niente: andiamo via bastonati. Pochi metri dopo, in un vicolo, alle mie spalle sento la voce narrante di Villaggio-Fantozzi: “Capri, Ferragosto, cinque del pomeriggio: Antonio sta abbassando la saracinesca del suo ristorante, “I Faraglioni””; gli piombo alle spalle: “Antonio, siamo in quindici…”. E lui, alzando la saracinesca: “Non c’è problema, dotto’…”. Questo era Villaggio, uomo di grande spirito e immensa cultura».

 

 

Romanità, romanismo, cose che la legano a Verdone.

«Carlo, siamo grandi amici. Ci sentiamo quasi tutti i giorni. Uscire con lui è come uscire con Totti, a Roma non fai due metri senza essere fermato. Mi piacerebbe dirigerlo in un film, è complicato: lui lavora con se stesso, lo ha fatto appena con Sorrentino e Veronesi, ma ho la sensazione che ce la farò. Io e lui ci riteniamo maratoneti del cinema, altri sono centometristi, li superi che hanno già il fiato corto».

Come in uno dei suoi film, scorrono i titoli di coda. Enrico Vanzina e considerazioni sparse.

«La più grande commedia all’italiana: “Il sorpasso” di Risi con Gassman e Trintignant; fra i titoli miei e di mio fratello Carlo: “Il cielo in una stanza” con Elio Germano; la più grande attrice comica del nostro cinema: Monica Vitti; battute amate e odiate: “E anche questo Natale s’o semo levati dalle palle!”, Garrone da Vacanze di Natale, una persecuzione; “Invecchiare fa schifo!”, Virna Lisi da “Sapore di mare”: in realtà invecchiare non fa affatto schifo; la Puglia, la amo, è bellissima, devo tornarci con più calma: con Abatantuono, origini pugliesi, ho lavorato per diversi film sul suo “terrunciello”, divertimento allo stato puro; poi, sfondo una porta aperta: trovo divertenti Checco Zalone, Pio e Amedeo, che ho incontrato di recente».

«Ti piace la vista, eh?»

Toby, ventuno anni, non vedente, espulso da una palestra

Fissava il vuoto. Non secondo una donna che si sentiva “osservata”. Ingiurie pesanti all’indirizzo del ragazzo, espulso dalla struttura sportiva. Senza poter spiegare che, invece, era cieco

 

«E’ tanto che mi fissi, vuoi smetterla e pensare a fare i tuoi esercizi? Se non la smetti lo dico al titolare della palestra e ti faccio cacciare in men che non si dica!».

E’ diventata virale, si dice così oggi, la storia di Toby, ventunenne studente inglese non vedente. E’ una di quelle storie delle quali appena leggi le prime righe cominci ad incupirti al punto tale da volere andare subito a leggere la conclusione sperando che sia un lieto fine. La storia di Toby, purtroppo, è di quelle che confermano quanto, di fronte alla disabilità spesso ci imbattiamo in barriere più mentali e culturali, che fisiche.

Toby è un ragazzo cieco che ha voluto condividere la sua storia su suo account Tik tok. La vicenda è presto spiegata: è quella di un giovane disabile e incompreso che racconta di essere stato cacciato da una palestra per aver “fissato” – così ha insistito la sua accusatrice – una donna, come se potesse vedere quello che accade davanti ai suoi occhi. “La fissava in modo inquietante”, sarebbe stato, a seguire, uno dei tanti commenti che hanno convinto la direzione a buttarlo fuori.

 

 

«COS’HAI DA GUARDARE?»

«Ti piace la vista, eh?», avrebbe ironizzato, minacciosa, la donna. Toby ha subito chiarito, semmai ce ne fosse stato bisogno: «Non avevo idea di dove puntasse il mio sguardo per tutto il tempo degli allenamenti. Guardavo solo davanti a me e sfortunatamente c’era una donna che faceva degli esercizi».

La ragazza oggetto delle immaginarie molestie non ha voluto saperne. «Perché continui a fissarmi? Basta, sei inquietante», ha ribadito non credendo alle spiegazioni di Toby. Il management della struttura ginnica ha deciso di allontanarlo a seguito delle rimostranze della donna.

Toby studia psicologia e consulenza. I suoi 225.000 follower su TikTok hanno espresso vicinanza e indignazione per l’accaduto. Loro sanno benissimo che l’aspirante psicologo ha cominciato a perdere la vista dall’età di 11 anni. Hanno seguito la vita di un normale ragazzo alle prese con i limiti, soprattutto esterni, che rendono complicata la vita di un disabile.

Oggi gli resta appena un 4%, quel poco che basta per non “vedere” certe miserie della società in cui viviamo. Come si suol dire: occhio non vede, cuore non duole.

Non ci piace tornare sull’argomento. E’ un po’ come sparare sulla croce rossa, perché la ragazza che ha offeso Toby, tardi sì, ma si è accorta della figuraccia che ha fatto. Compreso il titolare della palestra. Ma Corte d’Appello aveva ribadito il principio già sancito dal Tribunale: chi denigra una persona per la sua disabilità denigra tutti i disabili e le associazioni che li rappresentano. Ed è per questo che sono stati condannati, per esempio, quanti tramite Facebook avevano denigrato e pesantemente insultato una ragazza, avvocato e donna con acondroplasia, malformazione congenita rara, che causa la forma più diffusa di nanismo.

 

 

DUE CONDANNE

I due condannati avevano pubblicato frasi ed espressioni diffamatorie e discriminatorie, proprio perché riferite all’acondroplasia della donna. «Una sentenza che fa cultura e che traccia un inciso verso una maggiore tutela dei diritti delle persone con disabilità – aveva commentato nell’occasione l’avvocato Laura Abet del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi – lo stesso giudice ha emesso una sentenza importante a favore di tutte le persone con disabilità che sono vittime di offese e molestie che, al pari di una discriminazione, sono sanzionabili».

Per i giudici di primo grado e per quelli della Corte d’Appello dunque, sempre in riferimento a quanto riportato dalla Corte d’appello, la dimensione pubblica delle offese rivolte alla persona con disabilità rappresenta non solo un danno alla persona direttamente coinvolta, ma anche un danno oggettivo a tutte le persone con disabilità.

Inoltre, tali offese costituiscono un grave e concreto danno alle azioni associative di promozione e tutela, perché contribuiscono a rafforzare lo stigma negativo verso le persone con disabilità, il cui valore come persone viene negato alla radice da espressioni così gravemente ingiuriose.

«Le canzoni ti cambiano la vita»

Neri Marcoré, attore-cantante in tour, si confessa

«Fondamentali Riccardo Del Turco, i Bee Gees e Simon & Garfunkel», dice. «Canterei ore intere, ma eviterei i social sui quali ancora rifletto. Canto De André e De Gregori, Celentano e Morandi, ma mi tratto bene con Dalla, Fossati, Graziani, Fabi e tutta una serie di amici»

 

«“Luglio” di Del Turco a tre anni, “Too much heaven” dei Bee Gees a dodici, “Mrs. Robinson” di Simon e Garfunkel a diciotto”». Tre titoli fondamentali nella formazione musicale di Neri Marcoré, l’attore-cantante in tour e che ha tenuto un concerto nell’Oasi dei Battendieri, masseria alle porte di Taranto, in occasione del “MAP Festival”.

Sembrava uno scherzo, quando Marcoré dopo l’ultimo brano in scaletta, aveva fatto una battuta spiegando che «la notte è ancora lunga».

Canta ancora tanto, per due ore e un quarto. «E di canzoni – credetemi – io e Domenico Mariorenzi avremmo potuto cantarne ancora tante, solo che – si dice – s’era fatta ‘na certa, allora abbiamo raccolto gli attrezzi del mestiere e salutato».

E non finisce lì, a ridosso della mezzanotte. A fine concerto sono in tanti a reclamare un selfie. Marcoré conosce perfettamente la modalità, non fa una grinza. Resta sul palco, si piega sulle ginocchia, accosciato come un calciatore per la foto ufficiale. Concede gli ultimi sorrisi della serata a macchine fotografiche e a videocamere ultima generazione. Scattano i clic, a decine come lo era stato per le richieste e lo scambio di battute fra artista e pubblico. Due accordi e «Vediamo se indovinate che la canta…». «Senza l’ausilio del telefonino, però, non vorrete mica fare i fenomeni con l’i-phone…».

 

Foto Aurelio Castellaneta

DUE ORE (E PIU’) DI CANZONI

Nelle due ore e passa, Marcoré canta De André, Fossati, De Gregori. Perfino Celentano e Morandi, mescolando insieme fra loro “C’era un ragazzo…” e “Il ragazzo della Gluck”. Qualcuno gli chiede Baglioni, lui invece accenna, imita Ligabue, e intona “Piccola stella senza cielo”.

Il mio concerto, non è «“uno spettacolo di arte varia”, come direbbe Paolo Conte, ma di musica di vari autori». Spazio fra la musica italiana, per la maggior parte, e stranieri del calibro Simon & Garfunkel e James Taylor: «Roba buona, diciamolo, eseguita in duo, dal sottoscritto e Domenico Mariorenzi, un’amicizia, la nostra, che risale  dai tempi del servizio militare. Poi ci siamo casualmente combinati sulle note e da dieci anni circa imperversiamo in giro per l’Italia, in duo o con la band a fare spettacoli e concerti».

La selezione delle canzoni, piacevole e dolorosa. «Bella domanda, il dolore è il non poter fare un concerto di quattro ore: ogni sera cerchiamo di cambiare la scaletta e c’è sempre qualche pezzo che inevitabilmente resta fuori. E’ tanto l’amore per la musica e per certe canzoni che, talvolta, tenerne fuori qualcuna provoca un certo dolore.

Poi la sequenza, il più delle volte, la decide il contesto: qui ci troviamo in una masseria, bellissima, accogliente, un pubblico di qualità mi dicono, pertanto prevediamo un rapporto molto bello, intimo: potrebbe esserci più spazio per brani più sussurrati».

 

Foto Aurelio Castellaneta

TRE TITOLI, UNA SVOLTA

Tre canzoni della sua vita. «Faccio presto a ricordarli. Avevo tre anni, cantavo e ricantavo, come una litania, “Luglio” di Riccardo Del Turco, che tanto piaceva a mia madre; poi, dodici anni, “Too muche heaven” dei Bee Gees, grazie alla quale ho messo per la prima volta piedi su un palco: mi aveva ascoltato Giancarlo Guardabassi, cantante, autore, conduttore radiofonico, che di fatto mi ha iniziato a questa attività molti anni dopo diventata una professione; infine, “Mrs. Robinson”, ripresa da un disco, il “live” che celebra il Concerto di Central Park di Simon & Garfunkel, disco che ho consumato mentre a diciotto anni mi preparavo per gli esami di maturità: ascoltavo la musica in cuffia e avevo imparato tutte quelle canzoni a memoria».

Tanto De Andrè e non solo. «Ma il grande Fabrizio è in buona compagnia: assieme a lui metterei De Gregori, Gaber e Fossati. Questo è il poker che ho in mente, poi Gianmaria Testa e tanti altri: Capossela, Fabi, Silvestri, Barbarossa, tutti amici».

 

Foto Aurelio Castellaneta

«NON SONO…ASOCIAL»

Per concludere. Marcoré, lei sembra uno che non si prende troppo sul serio. Questa, almeno, è la sensazione che si ricava vedendola nei concerti. «L’impressione è quella giusta, solo che è un momento in cui circolano il politicamente corretto e una permalosità che si taglia col coltello: atteggiamenti che sono il contrario dell’ironia e del prendersi sul serio: non nascondo che questo, un po’, mi infastidisce. Bisognerebbe essere più elastici, disponibili verso anche chi non la pensa strettamente come te. In generale, esiste poca tendenza all’ascolto: si parla solo per avere ragione, mai per essere disponibili a sentire chi ci sta davanti, anche per allargare i propri orizzonti».

Social, croce e delizia. Li frequenta poco. «Non sono di quelli che appena pensa una cosa si precipita a scriverla. Non demonizzo i social, per me non hanno niente di brutto o di buono: sono semplicemente contenitori che, come la tv, possono contenere programmi eccellenti o scadenti. Dipende sempre dall’uso che se ne fa: quando nella mente avrò chiarito questo aspetto, forse, deciderò…».

«Mai elemosinare…»

Carlo Pistarino, comico brillante degli Anni 80 e 90, consiglia

«Avrei potuto gestirmi meglio. Non ho un agente, vivo con la pensione da ferrotramviere. Dovevo essere meno altruista e più egoista. Ho bussato a qualche porta, ma mi sono accorto che rischiavo di essere scambiato per un questuante…»

 

«Ho provato a tornare a fare il mio lavoro, quello di comico, di autore: ho chiesto una mano a qualcuno, bussato porte; poi mi sono fermato, ho detto basta: non mi ero accorto che stavo diventando un questuante: sembrava che elemosinassi, quando invece chiedevo solo un’occasione per poter tornare a lavorare»

Carlo Pistarino, genovese, settantatré anni, genovese, volto noto di una tv facile, monologhi “mordi e fuggi”, ma che negli Ottanta e Novanta registrava ascolti esagerati. Il successo, ascesa e caduta hanno un nome, precisamente quello di due programmi dagli alti indici d’ascolto: “Drive in” e “Colorado”.

 

Foto profilo Facebook

FERROTRAMVIERE, POI “DRIVE IN”

«Guidavo bus di linea a Genova – riporta Huffpost Italia che riprende una intervista rilasciata dal comico ligure a Repubblica – con “Drive in” una botta incredibile di popolarità. Ero molto legato a Gaspare e Zuzzurro, poi, arriva Colorado, ma da lì comincia, o meglio, finisce tutto. Fortuna che ho la pensione da ferrotramviere», dice Pistarino. Comico e autore, ‘50, Pistarino è uno dei simboli della tv commerciale.

Una tv che ha avuto un inventore, Silvio Berlusconi. «Veniva spesso negli studi: mai visto suggerire una parola a registi o autori. Nonostante di tv se ne intendesse, un tipo speciale».

Il patron era affascinato dalle belle ragazze. «Le belle ragazze piacciono a tutti: con la sola differenza che io sono felicemente sposato da mezzo secolo; ora che ci penso: anche lui era sposato, però a tratti».

 

Foto profilo Facebook

AVVOLTO DALLA POPOLARITA’

“Drive In” e la popolarità. «La gente mi fermava in continuazione per una fotografia, o un autografo; fortuna che non esistevano ancora i selfie, altrimenti non sarei sopravvissuto. La popolarità che aveva dato Italia 1 a me e ai miei colleghi era un po’ come tsunami, andato a finire in un mondo pieno di privilegi. Ma non ne ho mai approfittato, ho preferito essere sempre me stesso: disponile con tutti, anche a costo di passare per ingenuo. C’erano, invece, colleghi che si lamentavano perché sui giornali non scrivevano abbastanza su di loro…».

Le amicizie nel mondo dello spettacolo. «Molto legato a Gaspare e Zuzzurro. Soprattutto ad Andrea Brambilla, persona elegante e molto colta: un fratello. Gli ho fatto spesso compagnia in ospedale; quando, purtroppo, se ne è andato è stato un dolore fortissimo che porto ancora dentro».

A un certo punto, Pistarino smette. Non lo chiamano più, non scrive più i suoi testi, allegri, spesso pungenti. «L’ultimo programma è stato Colorado. Non ho più un agente. Non nascondo di aver bussato porte, poi mi sono fermato: sarei passato per quello che chiede l’elemosina. Forse, e dico forse, avrei dovuto essere più furbo, più egoista. Oggi mi tengo stratta la pensione da ferrotramviere: con quella da comico non ce l’avrei fatta…».

«Vittima di aggressioni mafiose»

Parla una docente

Dopo l’episodio di Abbiategrasso, docenti e organi dalla parte del personale scolastico, assumono posizioni precise. «Vogliamo risposte e i dirigenti scolastici dalla nostra parte». «Ho chiamato la polizia, ma i colleghi mi hanno tolto il saluto: mi tocca fare domanda di trasferimento, ha vinto la violenza…»

 

Tre giorni fa, nella nostra rubrica “I Giorni”, uno degli spazi più cliccati e seguiti del sito Costruiamo Insieme, abbiamo scritto dell’aggressione ad Abbiategrasso con arma da taglio di un sedicenne ai danni di una professoressa. Ripetuti episodi simili al bullismo, successivamente licenziati dagli psichiatri che hanno provato a pronunciarsi sul comportamento del ragazzo come “disturbo paranoide”. Forse, e sottolineiamo forse, potrebbe finire tutto qui. Un responso che se non avesse un seguito, medico o disciplinare, potrebbe ripetersi. Con grave danno per gli insegnanti, i genitori del ragazzo e, arriviamo a dire, dello stesso ragazzo.

Episodio di Abbiategrasso a parte, non vorremmo passasse per accidentale momento di squilibrio ed autorizzasse qualcuno che sapendo di farla franca prova a mettere paura a un professore al solo scopo di giovarsi di un trattamento privilegiato rispetto al resto della classe.

 

 

TECNICA DELLA SCUOLA

La Redazione di www.tecnicadellascuola.it, subito dopo quanto accaduto nella scuola secondaria della cittadina in provincia di Milano, è tornata a raccogliere testimonianze di docenti che vivono più o meno nelle stesse condizioni dell’insegnate aggredita. Anche loro, bullizzati, minacciati, fatti oggetto di dispetti, gesti tali da provare a ridicolizzarli davanti al resto della classe facendo perdere loro, parliamo degli insegnanti, l’autorevolezza con la quale ricevono rispetto dagli studenti.  

Dunque, docenti offesi o aggrediti da genitori – perché anche questi hanno la loro fetta di colpe, e ci arriviamo… – e studenti. Dopo i diversi casi registrati nelle scuole italiane nelle ultime settimane, e dopo una delle dirette ad hoc allestite dalla redazione del sito “dalla parte del personale scolastico”, una docente ha dato testimonianza della propria recente esperienza denunciando i comportamenti aggressivi di una mamma.

«Sono un’insegnante di scuola dell’infanzia – racconta la docente alla redazione – con un’utenza “mafiosa”: recentemente sono stata aggredita verbalmente e minacciata pesantemente da una mamma che pretendeva imboccassi la figlia durante la mensa. Premesso che è una scuola statale e, purtroppo, il dirigente scolastico anziché ostacolare lo strapotere di persone non del tutto corrette, quasi le favorisce con scelte quanto meno opinabili quasi fossero fatte per far stare sereno lui stesso, lasciando invece nella “fossa dei leoni” il docente, in questo caso la sottoscritta».

 

 

DAL NORD AL SUD

Caso raccapricciante, dunque, che accade in qualsiasi periferia, sia questa nel profondo Sud, come al Nord, dove si è registrato l’episodio più agghiacciante degli ultimi mesi. E, a proposito dell’aggressione di un genitore, la docente prosegue il suo racconto. «La settimana scorsa – documenta – il dirigente nonostante fosse venuto a conoscenza dell’accaduto, non ha mostrato interesse su quanto fosse successo. Premetto: nonostante avessi chiesto l’intervento delle forze dell’ordine; anzi, in tutta risposta, intorno mi è stata fatta terra bruciata togliendomi anche il saluto».

Ciò detto. «Spero che la domanda di trasferimento – conclude la docente aggredita verbalmente e minacciata – che ho fatto venga accolta, ma vorrei sapere comunque come fare per denunciare lo status quo nel quale versa questa scuola».

Redazione e sito, rispondono su come possano difendersi i docenti, quali strumenti hanno a disposizione una volta aggrediti, e quali sentenze sono state espresse in materia di vessazioni.

 

 

COME REAGIRE

Questa la risposta. Con la nota del 17 febbraio scorso a firma del Capo Dipartimento, Carmela Palumbo, vengono fornite le istruzioni pratiche per consentire al personale della scuola di chiedere (ed eventualmente ottenere) il patrocinio dell’Avvocatura dello Stato nel caso in cui siano oggetto di episodi di violenza da parte di studenti o genitori.

Il provvedimento è stato annunciato dal “Ministero dell’Istruzione e del Merito” Giuseppe Valditara con un comunicato: «Sarò sempre dalla parte degli insegnanti aggrediti – ha dichiarato – in quanto la nostra priorità è riportare responsabilità, serenità e rispetto nelle scuole». A ciò aggiungiamo che nei giorni scorsi, Valditara presente a Milano per ragioni istituzionali, non appena appresa la notizia dell’aggressione a colpi di armi da taglio, con la sua scorta si è subito diretto nella scuola secondaria di Abbiategrasso per esprimere vicinanza e solidarietà al corpo docente e al personale scolastico.

Resta da capire, però, puntualizza www.tecnicadellscuola.it, in quali casi i docenti possono avvalersi di questa difesa; cosa bisogna fare per farne richiesta; si parla di violenza fisica o anche verbale? A quali eventualità si riferisce il documento di Valditara?

Domande alle quali il Ministero, attraverso portavoce e documenti, potrà rispondere in questi giorni. L’impegno da parte del ministro, c’è stato. Ora è necessario dare seguito all’impegno manifestato davanti agli organi di informazione perché episodi di aggressioni, non solo fisiche, ma anche verbali, non debbano ripetersi, ponendo a questi quantomeno un limite.

«Bruce, perché hai ignorato il dolore?»

Roberto Vecchioni contesta Springsteen in concerto a Ferrara

Le sue parole riprese dal programma televisivo e dalla rivista Rolling Stone. L’Emilia-Romagna era stata sommersa da un alluvione. Decine di morti, migliaia rimasti senza casa. «D’accordo dare lavoro a un po’ di operatori, tecnici, operai, ma durante lo spettacolo avrebbe dovuto ricordare le vittime e un intero territorio colpito da una sciagura senza precedenti»

 

«Perché Springsteen a Ferrara non ha fatto sapere che era con chi stava soffrendo?», ha detto il cantautore Roberto Vecchioni. Non è stato l’unico ad aver attaccato l’artista americano che aveva un contratto per un concerto a Ferrara, dunque Emilia Romagna, zona vessata da maltempo ed eventi luttuosi, e lo ha rispettato. Mettiamo le cose a posto, nel senso che The Boss – come viene chiamato l’artista di “Born to run” – ha fatto il suo, quello per il quale era stato posto sotto contratto. Poi sta all’artista, alla sua sensibilità, a quella di quanti gli stanno intorno, pronunciarsi, far saltare il concerto – complicato, a dire il vero, visto che si lavora mesi prima, fra prevendite e costi di promozione dell’evento – o pronunciarsi durante il suo “live” a favore di quanti sono stati colpiti dalla sciagura di un alluvione che ha spazzato le vite di decine di persone e le case di migliaia e migliaia di famiglie. Sarebbe stato sufficiente che Springsteen avesse impegnato un palcoscenico e la sua immagine – che avrebbe circolato in tutto il mondo – pronunciandosi a favore delle vittime dell’alluvione. Non si pretendeva beneficenza (questo, magari, lo avrà pensato qualcuno), ma almeno sensibilizzare la gente, fornire un conto corrente sul quale convogliare anche contributi simbolici. Niente di tutto questo.

 

Foto vecchioni.org

 

COSI’ NON VA, BRUCE

Così il cantautore Roberto Vecchioni, che nelle scorse settimane ha perso un figlio, ha voluto dire la sua su un collega più famoso e celebrato. Lo ha fatto a modo suo, senza nascondersi dietro frasi politicamente corrette, spettinando i giochi. E consegnando la sua posizione circa la “non posizione” di Springsteen nei confronti degli abitanti dell’Emila Romagna, all’autorevole rivista Rolling Stone.

Il concerto di Bruce Springsteen a Ferrara era stato anticipato dalle proteste ambientaliste, scriveva il Rolling Stone. Motivo della protesta: la salvaguardia di faune ed ecosistemi, con l’aggiunta delle polemiche riguardanti la conferma dell’evento nonostante i gravi disagi provocati dall’alluvione. Come ogni sabato, ospite del programma Rai “Le parole”, Vecchioni ha criticato Springsteen. Motivo delle critiche mosse da parte del cantautore milanese verso Springsteen: il mancato omaggio alle vittime dell’Emilia Romagna durante la sua esibizione.

«Io che sono un centesimo di Springsteen – ha ripreso il Rolling Stone – probabilmente non avrei fatto il concerto, ma bisogna stare attenti a separare ideale e reale: l’ideale è che l’umanità è una gran cosa meravigliosa, sopra a tutto, e quindi sarebbe stato un gran bel segno rimandare il concerto; il reale è un’altra cosa: sono quelle decine e decine di migliaia di persone che volevano vedere passare il re».

 

Foto brucespringsteen.net

 

E NON FINISCE QUI

La polemica prosegue, Vecchioni fa un esempio. «Come nei racconti di Kafka – dice – il re sarebbe passato una volta sola nella vita, potevano vederlo solo in quel momento, sapendo che si poteva fare perché era abbastanza lontano; c’erano centinaia di persone che avevano lavorato, avrebbero guadagnando i soldi forse di un mese, due mesi, operai: alla fine la scelta è anche accettabile; quanto non è accettabile, invece, è non sapere in che realtà sei».

«Me lo sarei aspettato dall’ultimo rocker del mondo – conclude Vecchioni, ripreso dalle colonne di Rolling – ma non dal più grande, il più grande per cuore e per anima; lui che ha sempre detto che l’umanità è tutta uguale, che il dolore è per tutti: bene, avrebbe potuto far capire non solo all’inizio del concerto, ma anche ogni tanto, canzone per canzone, che era con chi stava soffrendo». Né più, né meno, aggiungiamo noi.

«Una botta di culo…»

Willie Peyote, uno degli artisti italiani più amati, scherza sul suo lavoro

«Lavoravo in un call center, esperienza utile, poi ho lasciato; mi ero dato un anno di tempo, ho stretto la cinghia, fatto sacrifici, poi un pizzico di fortuna che mi ha cambiato la vita», spiega l’artista torinese

 

«Willie, visto che te lo hanno chiesto anche gli altri, possibile fare un selfie, io e te?». E lui, il Peyote: «Volentieri, che problema c’è?». Basta questo flash, inteso come attimo, per comprendere appeal e disponibilità dell’artista torinese, tifoso del Toro, di fronte ad un pugno di giornalisti. Di solito il cronista attende sempre le mosse del collega: chiedere una foto è da provinciali, ma quando il meccanismo è stato oliato, ecco la compilation di scatti. «Fanne un altro, alle volte al primo tentativo fossi venuto con gli occhi chiusi, cosa piazzo sui social…». Wille Peyote, Guglielmo Bruno all’anagrafe, è di una disponibilità disarmante. Un antidivo, scriverebbe qualcuno per darsi un tono da giornalista che la sa lunga. In realtà, lui è proprio così. Prima di farci due chiacchiere a un’ora dal concerto con l’Orchestra della Magna Grecia a Taranto, ci siamo documentati. Se non altro per comprendere meglio il tratto artistico di un musicista che ha rilasciato interviste a Daniele Tinti e Stefano Rapone (“Tintoria”), oppure quelle concesse a Gianluca Brambilla (“Open”) ed Elena Barbati (“Cromosomi”).

«Stasera dedicherò “Che bella giornata” a questa città, Taranto, che ho conosciuto in occasione dell’Uno Maggio, il controfestival dalla parte di chi cerca lavoro e un futuro migliore, minato negli affetti più cari – a cominciare dai bambini – da una industria inquinante che qui ci ha messo le radici: speriamo che questa canzone sia di buon auspicio».

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

FINITE LE PROVE…

Finite le prove nel teatro Orfeo, è lo stesso Peyote a fare un cenno a quel gruppetto di anime con microfono e videocamere che staziona in platea in fondo. Primo piano, camerini a vista, ci fa strada Valerio Gabriele, uno dei più stretti collaboratori dell’artista. «Cantare con un’orchestra di un simile spessore – attacca – è una grande emozione; sarà un concerto molto impegnativo: mi sento messo alla prova, considerando il grande lavoro che c’è dietro questo evento; alla fine del concerto, mi auguro di aver superato la sfida: non nascondo la trepidazione che avverto nel misurarmi, fra un’ora, con i professori dell’Orchestra della Magna Grecia, così bravi: una cosa ho imparato durante le prove – e in questo è stato bravo il direttore d’orchestra, Enzo Campagnoli – che è vietato distrarsi. Cos’altro aggiungere: spero di essere all’altezza della situazione».

Willie è un rapper e cantautore italiano. Il nome d’arte unisce il personaggio, “Willy il Coyote”, con il peyote, un cactus dagli effetti allucinogeni proveniente dall’America del Nord. Peyote si è avvicinato al mondo della musica grazie al padre, seguendolo anche in tournée. Dopo aver sperimentato vari generi musicali, tra cui rock e punk, nel 2004 entra nel mondo dell’hip hop e fonda gli S.O.S. Clique. Nel 2021 partecipa al Festival di Sanremo con il brano “Mai dire mai”, con il quale vince il prestigioso “Premio della critica – Mia Martini”.

«“Rapper” è come dire bimbominkia, “cantautore”, invece, a orecchio è parente stretto di una certa sinistra, quella che si associava alla Festa dell’Unità, un tempo “festival”, altri tempi…».

 

E’ ANDATA BENE…

Peyote, soddisfatto di fare questo mestiere. Di più. «Rispetto ad altri lavori, ammetto che mi è andata di culo: faccio quello che ho sempre sognato di fare, quasi fosse stata un’investitura da parte di mio padre, musicista professionista che ho seguito da ragazzo; lavoravo in un call center ai tempi delle mie prime cose in studio: anche quelle telefonate fatte a migliaia di persone mi sono servite, ho conosciuto un mondo e un modo, quello degli italiani, disponibili ma talvolta diffidenti nei confronti di chi li chiama, come se qualcuno volesse rifilargli la fregatura. Per fortuna, ho smesso: chiamasi colpo di fortuna…».

Vasco ha scritto e cantato: “le canzoni nascono da sole, vengono fuori già con le parole”. «Proprio così, qualche volta lavoro sulla base, in altre occasioni l’idea che mi balena nella testa, gira che rigira, fin quando non le prendo la misura giusta. Una cosa è certa, non scrivo di getto, se non si scatena una prima idea, non decollo: non mi ci vedo davanti a un foglio bianco a scrivere o fare ghirigori in attesa dell’illuminazione».

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

CANTAUTORE, RAPPER O…

Più cantautore o rapper: «Esistono dei punti di contatto fra i due generi, ma non credo di essere stato il primo e nemmeno l’ultimo ad aver reinterpretato il cantautorato in chiave hip hop»; tre artisti italiani, invece, cui sente di dover dire “grazie”: «Giorgio Gaber, Fred Buscaglione, Paolo Conte non fosse stato per loro stare ancora formulando numeri telefonici per suggerire tariffe telefoniche più vantaggiose o abbonamenti a questa o quella tv».

“Che bella giornata”, punto di partenza e, adesso, di chiusura. Il messaggio è quello di inseguire un desiderio: lasciare un’attività non del tutto soddisfacente, per fare qualcosa di meglio. «Quando ho deciso di lasciare il call center, nel quale ero formatore, avvertivo forte la sensazione che stavo andando nella direzione giusta: fare questo lavoro. Mi sono dato un anno di tempo per farcela: ce l’ho fatta. Ma, al tempo stesso, suggerisco ai ragazzi di non prendere decisioni alla leggera, lasciare un posto per inseguire un sogno è scelta azzardata: per questo mi sento fortunato; ho fatto un po’ di sacrifici, ho stretto la cinghia, poi ho cominciato a vedere uno spiraglio: un po’ l’incoscienza, un po’ la fortuna, ed eccomi qua…».   

«Promessa mantenuta»

Niccolò Fabi a Taranto per inaugurare il parco per bambini ai Tamburi

Anni fa lanciò il progetto nel quartiere cittadino più problematico dal punto di vista ambientale. “I sorrisi di Tamburi” a cura dell’associazione “Parole di Lulù” dello stesso cantautore romano per ricordare la figlia Olivia. Realizzato con “Fondazione Pizzarotti”, Comune di Taranto e Gruppo Intesa Sanpaolo. In tre mesi raccolti centoquarantacinquemila euro

 

«Era un impegno che avevo assunto con questa città dopo aver partecipato all’edizione dell’Uno Maggio tarantino nel 2007; oggi, posso finalmente dire di essere pienamente soddisfatto, visto che il progetto che avevamo in mente, oggi è sotto gli occhi di tutti. Questo parco, nel cuore di un quartiere-simbolo come i Tamburi, rappresenta sicuramente un omaggio alla città, ma anche un segnale forte, concreto di quanto la questione-ambientale, la salute dei suoi cittadini, con un pensiero in particolare rivolto ai bambini, stia a cuore a tutti noi». Queste le parole del cantautore Niccolò Fabi, che lo scorso 9 maggio ha inaugurato nel quartiere Tamburi di Taranto un parco giochi a poche centinaia di metri dallo stabilimento ex Ilva.

Trova concretezza, dunque, il progetto “I sorrisi di Tamburi”, nato dalla sinergia fra l’associazione “Parole di Lulù” dello stesso Fabi e Shirin Amini, per ricordare la figlia Olivia – scomparsa a soli due anni, nel 2010, a causa di una meningite fulminante – insieme con la “Fondazione Pizzarotti” e il Comune di Taranto.

Un progetto selezionato da Intesa Sanpaolo all’interno del Programma Formula, in collaborazione con Fondazione Cesvi, finanziato mediante raccolta fondi attiva da ottobre a dicembre dello scorso anno su For Funding, piattaforma di crowdfunding di Intesa Sanpaolo dedicata a sostenibilità ambientale, inclusione sociale e accesso al mercato del lavoro per le persone in difficoltà.

 

 

145MILA EURO IN TRE MESI

Raccolti in tre mesi più di centoquarantacinquemila euro grazie al contributo di cittadini, imprese, della stessa banca e delle società del suo Gruppo. Il parco, situato nel quartiere Tamburi, sorge nell’area verde di proprietà del Comune di Taranto, accanto al plesso “Gabelli”. Lo scopo del progetto è quello di accogliere nella massima sicurezza gli alunni nelle ore ricreative e i piccoli del quartiere con le loro famiglie fuori dall’orario scolastico.

Il parco giochi è stato interamente pensato con materiali certificati, ecocompatibili e sostenibili. I progetti non finiscono qui. In collaborazione con l’iniziativa “Nati per Leggere”, quanto studiato intende realizzare una biblioteca con libri dedicati ai bambini nella fascia d’età dai cinque mesi ai sei anni. Fra quanti hanno partecipato all’inaugurazione del parco, anche rappresentanti di “Intesa Sanpaolo”, “Fondazione Pizzarotti” e “Fondazione Cesvi”.   

Il tema dell’ambiente è sempre stato a cuore al cantautore romano che il prossimo 16 maggio compirà cinquantacinque anni. Il suo impegno, precedente sicuramente al 2017, concerto al quale allude, risale ad anni precedenti. Lo ricordò, infatti, proprio a Taranto, ai giornalisti in una delle pause di una delle edizioni dell’Uno Maggio tarantino. «Ogni concerto ha grandi motivazioni, sentite da tutti: da chi organizza, chi porta il furgone, vende birra e panini, chi suona e chi ascolta: abbiamo tutti in mente la stessa cosa, il concerto, quello vero, che lascia una emozione, un sentimento che alimenta una speranza in quelle persone che questa speranza la cercano».

 

 

TAMBURI, SCELTA SENTIMENTALE

Toni misurati a chi gli domanda se le organizzazioni sindacali hanno fatto il massimo a tutela dei dipendenti e della salute dei cittadini. «Le contrapposizioni, talvolta strumentali, le trovo inutili: è fuori discussione, però, che la potenza sentimentale che si respira a Taranto è molto forte e se sono qui è perché ho fatto una scelta».

A proposito della sua attenzione rivolta al quartiere Tamburi. «E’ una scelta sentimentale: dietro le problematiche che denuncia questa città, simbolicamente c’è una sofferenza collettiva di tutti noi; nel momento in cui un uomo si trova di fronte ad una scelta criminale, ingiusta, come lavorare per sostenere i propri figli e allo stesso tempo vivere con questi stessi in un luogo che ne condizionano la salute, ritengo sia cattiveria allo stato puro».

Per finire, sarà stato l’Uno Maggio tarantino a svegliare la coscienza di molti? «Delle problematiche di questa città – conclude Fabi – ne eravamo a conoscenza ancor prima di venire qua; poi c’è chi approfondisce più, chi meno: la grande differenza sta nel guardare negli occhi quelle persone che vivono una realtà che tu pensi di conoscere; è qui che scatta l’immedesimazione, che poi è la motivazione più forte».

«Sta bussando alla porta»

Michael J. Fox, la grave malattia in una intervista rilasciata alla CBS

«Sta diventando sempre più difficile, purtroppo è così che stanno le cose», confessa l’attore di “Ritorno al futuro” colpito dal morbo di Parkinson a soli ventinove anni. E non è finita, a sessantuno anni, rivela un altro male. «Ho subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale per rimuovere un tumore». La sua Fondazione, i progressi nello studio della malattia, i primi incoraggianti passi avanti. «Non arriverò a ottant’anni…»

 

 

«Sta bussando alla porta», disse un giorno.  «Non mentirò – riprese – sta diventando difficile. Sta diventando difficile, sempre più difficile. Ogni giorno è più dura. Ma è così che stanno le cose. Voglio dire, chi devo vedere per questo?». Micheal J. Fox, stella di “Ritorno al futuro” e altri film di successo, parla riguardo la sua morte e il morbo di Parkinson in un’intervista. Insomma, popolarità, successo, solidità economica. Non servono a nulla, se dai trent’anni in poi un ragazzo di così grande talento ha dovuto vivere altri trent’anni con questo dolore dentro. Una “non vita”, un dolore lancinante, che non lo ha abbandonato un solo istante.

CBS Sunday Morning ha condiviso un breve anticipo della prossima intervista dell’attore Michael J. Fox, che spiega come lui da anni stia vivendo e, condividendo, secondo quanto dice, a proposito del Morbo di Parkinson. All’attore, lo ricordiamo, la malattia degenerativa è stata diagnosticata a soli ventinove anni. Oggi, a sessantuno anni, Michael J. ha dichiarato che affrontare il disturbo, per il quale non esiste cura, sta diventando sempre più difficile e che non può immaginare di vivere fino a ottant’anni.

 

 

«COSI’ MI FATE TREMARE!»

«La mia vita è impostata in modo da poter portare con me il Parkinson, se necessario», aggiunge mentre spiega il suo stato di salute all’intervistatore, spiegando che il Parkinson lo ha costretto a rivalutare completamente come vuole che sia la sua vita.

Ricordiamo l’attore, coraggioso, partecipare all’ultima Notte degli Oscar, fare anche una battuta su una sua mano che proprio non voleva saperne di starsene ferma. «Non è ancora il momento», l’aveva quasi rimproverata nel gesto di afferrare la statuetta. Un lungo applauso e, lui, volutamente per sdrammatizzare, commuovendo l’intera platea, invece di commentare la standing ovation come un’emozione, usa le parole giuste, forti, pesanti come macigni: «Grazie, ma così mi fate tremare!».

«Non si muore di Parkinson. Si muore con il Parkinson… Ho pensato alla sua, di morte. Non arriverò a ottant’anni», riporta Il Messaggero che riprende quel breve segmento di intervista che terrà incollato al video milioni di americani e centinaia di milioni di suoi fan. Michael ha poi parlato dei «progressi che la ricerca ha fatto nella lotta contro la sindrome», ma ha anche sottolineato che «la lotta è ancora lunga».

L’attore diventato popolare per aver interpretato di Marty McFly nella serie cinematografica di “Ritorno al futuro”, negli ultimi anni ha avuto altri problemi di salute. «Ho subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale – ha confessato – dove avevo un tumore». Come a dire che i guai non vengono mai da soli.

 

 

«UNA FONDAZIONE PER STUDIARE»

Nonostante l’intervista completa prometta momenti di ottimismo, come Fox che parla di come la sua organizzazione, la “Michael J. Fox Foundation For Parkinson’s Research”, abbia appena annunciato un importante passo avanti per individuare la malattia con un biomarcatore prima dell’insorgenza dei sintomi, quello spezzone di intervista rilasciata alla CBS è complicata da seguire. Ci sembra di vedere ancora la platea della Notte degli Oscar e la stessa reazione dei milioni di spettatori che seguivano la diretta alla tv. Occhi lucidi per la commozione, lacrime non sempre trattenute e uno, due, tre applausi liberatori per far riposare quel “ragazzo” tanto più forte oggi di quanto non lo fosse nei panni di McFly. Applausi che in realtà sono abbracci di grande amore.

La stella di Hollywood, si diceva, riconosce in modo straziante che non si aspetta di raggiungere il suo ottantesimo compleanno a causa della malattia. La malattia gli è stata diagnosticata per la prima volta nel 1991, quando aveva solo ventinove anni. Nove anni dopo ha reso pubblica la notizia. Dopo decenni di raccolta fondi e consapevolezza della condizione, ha deciso di rivelare ulteriori dettagli sulla sua condizione.

A proposito della sua Fondazione, Michael J. Fox ha spiegato che il lavoro svolto in questi anni mira a migliorare la vita degli altri a rischio malattia. Ha spiegato che il suo team di studiosi sta lavorando per individuare nuovi modi per rilevare e curare il Parkinson: «L’idea di un biomarcatore: un modo per identificare la malattia prima che la malattia sia presente».

«Quando girano le pale…»

Carlo Vulpio, giornalista, dalla stampa alla candidatura a sindaco di Altamura

«Il business è tutto per le banche estere. La politica dell’eolico non paga. Le mie battaglie per l’ambiente e contro le industrie inquinanti. L’impegno civico, una sfida al cartello dei partiti. Sgarbi il mio primo sostenitore e il mio assessore alla cultura, se tutto filasse liscio…». Il Corriere della sera, L’Espresso, il debutto con un giornale tutto suo. Un libro contro l’Ilva, i nostri ragazzi che abbandonano la Puglia…

 

 

«Avrei potuto farmi le mie belle tre, quattro inchieste, invece, ho scelto di mettermi in gioco, candidarmi a sindaco di Altamura con una lista civica, niente partiti; fossi eletto guadagnerò meno rispetto allo stipendio del Corriere della sera, ma mi sono detto: adesso o mai più». Carlo Vulpio, giornalista, laureato in Giurisprudenza, ha insegnato Lettere a Bologna, collaborato con l’Espresso e l’Unità, per scrivere successivamente sul Corriere della Sera per cui ha seguito le inchieste “Poseidon”, “Why Not” e “Toghe Lucane”. Un giornalista si candida a sindaco con una lista civica (Avanti Mediterraneo) nel comune di Altamura. Ci incuriosisce il processo con il quale una firma così autorevole si giochi un bel po’ di fichesnella politica.

Non facciamo endorsement, ma confessiamo che la notizia ha solleticato non poco la voglia di sentire le ragioni che portano un cronista attento e quotato come lui a fare una scelta di campo. «La mia sarà una sindacatura molto monarchica e molto federiciana, in una città fondata da Federico II; adotterò un nuovo Piano regolatore: come stanno le cose oggi, qui non c’è spazio nemmeno per costruirci un cesso», dice Vulpio senza tanti giri di parole.

Pensava di aver fatto tutto nella vita, mancava la candidatura a primo cittadino. «E’ stata una decisione nata dalle viscere, un moto di ribellione, una urgenza, un atto necessario: ho deciso tutto in 48 ore, il 18 marzo scorso; come è stata rapida la decisione, altrettanto rapido è stato il modo in cui tutto è stato realizzato. E’ un’urgenza che sta nelle cose, una città di settantamila abitanti si trova davanti a un bivio: o finisce di morire lentamente, oppure cambia registro». Se vincesse davvero. «Se vincessi, anche candidandomi senza un partito, ma con una lista civica, vuol dire che sono riuscito ad invertire la rotta».

 

NON MI ACCONTENTO DEL “PARI”

Un pareggio non lo mette in bilancio. «Difficile pensare al pareggio: non ci sono mezze misure, prenderò venti o ventimila voti; non ho nulla da perdere: potrei essere la sorpresa, fare il botto; andare al ballottaggio, oppure vincere al primo turno e, in questo caso, finalmente si sarebbe concretizzata una follia collettiva…».

Urgenza, atto necessario. Starebbe così male la sua città. «Sto incontrando gente, gli altri hanno alle spalle sigle, partiti: il più li considero animali da tastiera, professionisti del copia e incolla, prendono un ritaglio stampa e lo enfatizzano: “Altamura è la città che ha fatto registrare il maggiore incremento di reddito, il 7,3%”; vero che qui circolano soldi, ma si fermano nelle mani di pochi. A parte il centro storico federiciano, il resto è solo cemento, verde pressoché inesistente, una miseria di 40 centimetri ad abitante…».

Buropulizia, che roba è. «Fare pulizia della burocrazia, che è solo tempo perso; domande e progetti viaggiano sulle gambe dei funzionari, il mio compito sarà quello di mandare a casa un po’ di dirigenti: assumerne nuovi, senza concorsi, che poi sono bufale; proporrò contratti di diritto privato affinché i nuovi diano conto al sindaco e all’Amministrazione che li ha nominati».

Fra le sue iperbole, lo scioglimento del corpo di Polizia locale. «Va rifondato completamente. Qui c’è la Compagnia dei carabinieri, vorrei ci fosse invece la Stazione dei carabinieri: agli uomini dell’Arma toccherebbe sanzionare i reati e far rispettare l’ordine pubblico; alle multe ci penserebbero gli ausiliari del traffico». Sarebbe Cetto Laqualunque al contrario. «Nel mio programma non esiste il “Mi voti e ti do un posto di lavoro, non mi voti, allora intu…a te e tutta ‘a tua famigghia. Se mi scegli fai solo bene a te stesso; se non mi voti perdi un’occasione: se farò il sindaco guadagnerò meno di quello che guadagno con il Corriere della sera…».

 

 

CHI GLIEL’HA FATTA FARE

Un giornalista attaccherebbe con “Carlo Vulpio sindaco? Questa proprio ci mancava….”, lo stesso interessato ha un’idea. «Attaccherei con una cosa simile. Magari: “Vulpio si è messo in testa di diventare Federico III”. Ho convinto il mio amico Vittorio Sgarbi a candidarsi ad Altamura, capolista al Consiglio comunale, e non lui sindaco e io candidato nella lista che lo appoggia; ma gli ho già detto che se dovessi vincere, l’Assessorato alla Cultura sarebbe cosa sua».

“Aprire la porta del Palazzo ai cittadini”, “Sarò il sindaco di tutti” oppure “Amici, concittadini, rimbocchiamoci le maniche”, questi sono gli slogan che di solito circolano più di altri. «Ho una lettera di dimissioni sul tavolo, pronta: o si rispetta il mio programma, oppure mando tutti a casa; io torno al mio lavoro, gli altri devono trovarsene un altro. A costo di farmi ridere dietro, voglio che capiscano che se votano me, io sarò Federico III».

Una cosa di cui si è stupito. «Primo comizio in piazza del Duomo ad Altamura, in tempi molto “social”, confesso che pensavo non venisse nessuno. Ai miei avevo spiegato che la politica è un po’ come il teatro, l’attore vero si vede anche davanti ad un solo spettatore. E, invece, la prima sera la piazza ha cominciato a popolarsi, infine, potenza di Facebook, ho visto totalizzarsi anche quarantamila visualizzazioni».

 

ALTAMURA, NE HA BISOGNO COME IL PANE

Una cosa di cui Altamura ha bisogno come il pane. «Ha bisogno di respirare, di verde, posti in cui si possa fare attività sportiva liberamente: di sicuro, dovessi diventare sindaco qui non si costruisce più niente, ogni angolo “abusato” sarà espropriato e alberato. Abbiamo bisogno di ossigeno, dunque parchi, parchi, parchi; stadio nuovo, cimitero nuovo…».

L’impegno contro l’installazione delle pale eoliche, a favore dell’ambiente e contro l’industria inquinante. Quanto portano via le battaglie civili.

«Le pale eoliche sono una truffa green, l’unica cosa verde è l’energia prodotta dal vento che non si può immagazzinare: per il resto è solo un affare per le banche internazionali; assistiamo a un impatto ambientale pazzesco; se portassi la gente a visitare dove installano pale eoliche alte trecento metri, sono convinto che una volta osservate a questa verrebbe solo voglia di abbatterle».

“La città delle nuvole – Viaggio nel territorio più inquinato d’Europa”: ne è valsa la pena, lo riscriverebbe, lo ripubblicherebbe. «Editorialmente non è operazione fattibile, ci sono state pubblicazioni successive; quel libro fotografava quel momento, non era solo sulle carte giudiziarie; una sola volta ho pensato che non ne fosse valsa la pena, quando ho visto una Taranto che reagiva freddamente; le inchieste, le intercettazioni di politici e dirigenti hanno confermato ciò che avevo anticipato, così alla fine credo che ne valga sempre la pena. Oggi Taranto ragiona diversamente, quantomeno la consapevolezza sui diritti è cresciuta rispetto a quando ho scritto quel libro, nel 2009».

 

 

LA FUGA DI CERVELLI

Fare il giornalista oggi, che mestiere è. «Fatte salve le grandi professionalità, quei colleghi che svolgono questo lavoro con grande passione, vedo un po’ di gente che esercita questa professione come se fosse il più antico mestiere al mondo»

Un consiglio a un ragazzo attento, di buone speranze, se volesse fare il giornalista. «Se la passione lo divora, gli direi di farlo senza pensarci su due volte. Per quella che è stata la mia esperienza, io stesso fondai un giornale locale, “Piazza”, nel quale mi assunsi versandomi i contributi; andò subito bene, poi arrivò il contratto con il Corriere della sera, le inchieste e lasciai».

I nostri ragazzi dicono “addio” alla Puglia, come si ferma una simile emorragia. «Non vanno solo via dalla Puglia, ma anche dal resto d’Italia; stiamo registrando una emigrazione pari a quella del dopoguerra: una volta, però, andavano via artigiani, gente che lavorava nella campagna, trovava impiego in una catena di montaggio al Nord. Con il tempo questa regione è diventata il bed and breakfast dei turisti; non aiuta il teorema-Di Maio: se non studi diventi ministro; se studi ti tocca emigrare; questo è quanto stanno insegnando ai ragazzi che conseguono un titolo di studio, una laurea e vanno anche all’estero per lavorare».