Il profumo puzza!

Epifania, ovvero, “apparire dall’alto” o “manifestarsi”.
Mutuato dall’antichità, questo termine è stato associato alla visita dei Magi a Gesù in quella grotta di Betlemme che è ancora oggi per la cristianità e per l’umanità in genere un grande simbolo di speranza, forse il più grande: il primo incontro pubblico, “ufficiale” del Cristo che si fa uomo per portare un messaggio di liberazione in tutti i sensi, non solo dal peccato.
Liberazione, meglio “libera-azione”, un messaggio straordinario che lascia l’uomo dentro una dimensione di libero arbitrio, uno spazio senza confini oltre quelli strettamente necessari dell’inizio e della fine.
In queste ultime settimane abbiamo ricordato che un Dio (quello in cui io credo) si è fatto uomo nella necessità di parlarci un po’ più da vicino preso atto che da lontano abbiamo qualche problema a recepire, l’avvento di un nuovo anno che segna uno sparti acque per le questioni fiscali e ci ricorda che il tempo inesorabilmente scorre e invecchiamo anche male, il riconoscimento ufficiale che una via di uscita esiste.
Ma nella pluridimensionalità odierna bisogna pur collocarsi in qualche modo perché, seppure liberi di scegliere, consapevolmente o inconsapevolmente, vivi dentro uno schema che scegli o ti sceglie, che ti piace o che subisci, che ti consente di muoverti o ti incatena senza che l’intreccio del ferro sia visibile.
Io ho vissuto tanti Natali in pochi giorni, per fortuna diversi fra loro.
Ma riporto solo due situazioni per sintetizzare un discorso che potrebbe non avere mai fine.

La bellezza della convivenza e della condivisione.
Sembrerà cosa da poco, magari una gara da scuola elementare, ma quella che a me piace definire la festa dell’albero (che ha poco a che fare con il Natale) e che ha visto l’intera comunità di Costruiamo Insieme unirsi e condividere, anche a distanza, un momento di gioia e di incontro è piaciuta molto per lo spirito che la ha animata.
Scegliere il tema, costruire gli addobbi, partecipare alla materializzazione di una tradizione che non ti appartiene, farsi parte attiva di quella vita nuova auspicata mantenendo salde le proprie radici, vedere uomini e donne che hanno attraversato un intero Continente confrontarsi in maniera partecipativa su un “progetto” importante come il più bello degli alberi di Natale possibile, a me ha restituito un senso ed una convinzione: le cose non accadono per caso e non vanno guardate, devono essere viste e bisogna avere la capacità e lo stomaco di sporcarsi le mani per arrivare alle viscere delle stesse per godere del profumo come della puzza.
E poi, chi ha deciso che il profumo non puzza?
Per me, questo è Natale! E sono felice perché, a differenza di altri, lo festeggio tutti i giorni con persone che non so e non mi interessa sapere quale religione professano.

Natale all’ipermercato.
Mentre un numero inquantificabile di persone si sposta nel mondo in cerca di cibo, qualcosa da mangiare, anche arbusti o erbe varie, la fila alle casse dell’ipermercato e i carrelli pieni di roba (che in gran parte sarà buttata) sembra la scena di un film horror.
Io, previdente come sempre, mi metto in fila con una risma di carta sotto il braccio.
Si, ho finito la carta ed è il 24 dicembre!
“Possibile? Devo solo pagare solo questa!”.
Davanti a me una signora. Non uno, ma due carrelli pieni di roba e, davanti a noi una ventina di persone.
In risposta alla mia affermazione, placidamente la signora incappottata si gira e mi risponde “Ma è Natale!”.
Dal profondo della mia spontaneità e con la garbatezza che mi ha insegnato Nicole ho risposto alla signora che, forse, era il suo modo di vedere il Natale e degli altri che erano in coda. Non il mio!

Buon 2018!

Buon anno nuovo a chi ha ancora voglia di regalare un sorriso ad un volto al quale è stato rubato e a chi continua a credere che nella naturalezza dell’incontro ci sia lo spirito vero della convivenza. Auguri a quanti un sorriso ce lo hanno regalato e ci hanno fatti sentire felici.

A chi è dovuto scappare dal proprio Paese perché perseguitato o, semplicemente, perché non aveva più ragioni per restarci.

Buon anno a chi ha attraversato il mare o ha fatto chilometri di strada spinto da una speranza. Auguri anche a quanti pensano alla famiglia che non c’è più e nella tragedia si sentono fortunati.
E a quanti la famiglia l’hanno dovuta lasciare.

Buon anno a tutte le persone rimaste prigioniere sotto le bombe che ancora cadono sulle loro teste. A tutti i bambini che stanno vivendo fra puzza e macerie e per i quali gli spari non sono per festeggiare.

Buon anno a chi non ha nulla da festeggiare. A chi rimane solo la speranza di un futuro migliore.

Buon anno a quanti una bottiglia non la useranno per stapparla, ma per raccogliere le lacrime che gli serviranno per bere.

Buon anno a tutte le persone che, nella magia dei fuochi di artificio, vorranno cogliere l’armonia che crea la diversità dei colori e che credono che incontro e diversità sono una ricchezza.

Buon anno, anzi un abbraccio grande, a tutte le madri che non possono più abbracciare i propri figli. A tutte le donne che non possono esprimere il loro lutto mettendo un fiore su una tomba, ma che lanciano un fiore in mare per piangere i propri cari. Perché la loro tomba è quella, il mare!

Buon anno alle tante persone che, quando non è ancora giorno, in sella alle loro biciclette raggiungono i campi per lavorare con il pensiero rivolto a chi è rimasto nel Paese di origine.

Buon anno alle tante donne e uomini che scappati da una schiavitù ne hanno trovata un’altra: alle schiave del sesso e a quelli dei campi. A chi ha lasciato una miseria per trovarne un’altra, forse anche peggiore.

Buon anno a noi che di fronte a queste cose ci indigniamo e continuiamo, con ostinazione, a credere che un mondo migliore ricostruito insieme è possibile!
Era il 31 dicembre del 2016 quando abbiamo pubblicato questo messaggio augurale.
E’ il 31 dicembre del 2017 e lo ripropongo identico a quello di un anno fa.
Per dirla con Papa Francesco “Per favore, non lasciatevi rubare la speranza!”
Buon 2018.

Migrazioni ambientali (2 parte)

La Siria tra guerra e siccità.

La competizione per le risorse non fa solo sfollati: può diventare causa di conflitto. Secondo il programma dell’Onu per l’ambiente, negli ultimi sessant’anni almeno il 40 per cento di tutti i conflitti interni registrati nel mondo è stato legato allo sfruttamento di risorse naturali, dal legname alle risorse minerarie, incluse la terra e l’acqua. L’Unep ha analizzato i conflitti avvenuti tra il 1990 e il 2009 per concluderne che almeno 18 erano stati innescati o alimentati dallo sfruttamento di risorse naturali (ma non si pensi solo al petrolio: dai diamanti in Angola, al coltan nella Repubblica Democratica del Congo, al legname pregiato in Cambogia, fino ai lapislazzuli in Afghanistan, gli esempi sono infiniti).

O forse si potrebbe guardare alla Siria. Tra il 2007 e il 2010 più di metà del territorio siriano è stato colpito da una grave siccità. In particolare le province nordorientali, tagliate dal fiume Eufrate, con i governatorati di Aleppo e Hassakeh che da soli fanno più di metà della produzione di grano del paese, e quelli di Idlib, Homs, Dara.

L’effetto è stato devastante, in tre anni i raccolti sono stati dimezzati. Parte del problema è che nei trent’anni precedenti le terre coltivate erano più che raddoppiate, tanto che la Siria esportava grano. Ma i terreni e le falde idriche sono stati usati in modo così intenso che quando è arrivata la siccità gli agricoltori non hanno neppure potuto attingere ai pozzi per irrigare i campi: erano per lo più esauriti.

Metà dei 22 milioni di siriani viveva di agricoltura, ma in tre anni la siccità ha fatto collassare l’economia agricola. È cominciato un esodo di massa. Nel 2010 circa un milione e mezzo di persone erano emigrate verso Damasco, Aleppo, Hama. Le città siriane però erano già sotto stress per il grande afflusso di profughi arrivati dal vicino Iraq dopo l’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003. Così un numero crescente di persone si è trovato a competere per servizi e infrastrutture già carenti.

Intorno ad Aleppo o alla stessa Damasco sono cresciuti grandi slum, con una popolazione per lo più giovane, senza lavoro, e carica di una grande frustrazione. Oggi possiamo dire che la siccità, e la crisi sociale che ha innescato, è una delle cause soggiacenti alle proteste scoppiate nel 2011 – su cui ovviamente si sono inseriti altri fattori storici, politici, geopolitici che hanno determinato la guerra interna.

Quando si dice sfollati ambientali, dunque, si allude a tutto questo: disastri del clima, crisi ambientali, e insieme l’espulsione dalla terra o l’accaparramento di risorse essenziali come l’acqua, con tutti i conflitti che conseguono.

Dunque, è il secolo dei profughi ambientali? Nelle norme internazionali questa definizione non esiste. Per la convenzione di Ginevra del 1951, profugo è chi fugge una persecuzione a causa di razza, religione, appartenenza a un determinato gruppo sociale, opinioni politiche. Altre norme estendono la protezione umanitaria a chi è in pericolo, quale che sia il motivo.

Esistono convenzioni che proteggono gli sfollati interni. Bisognerà estendere la protezione a tutti coloro che sono costretti a migrare, quali che siano le minacce che subiscono. Il contrario di quello che succede oggi negli hotspot europei, dove i profughi di guerra hanno il diritto di chiedere asilo, mentre tutti gli altri sono respinti.

L’accoglienza però non basta, dice Barbara Spinelli: “Dobbiamo andare alle radici, alle cause che spingono tanti a emigrare: espropriazione delle risorse, land grabbing, accordi di libero scambio squilibrati in favore dei paesi ricchi, i modelli di sviluppo non sostenibili promossi fin dagli anni settanta dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, che hanno messo in crisi le economie locali”. Altrimenti, dice Spinelli, “saremo come infermieri dei disastri, che intervengono solo quando la crisi precipita”.

Migrazioni ambientali (prima parte)

Propongo questa settimana la lettura di un articolo pubblicato a ottobre 2016 da “Internazionale” a firma di Marina Forti che propone una riflessione su un tema poco discusso ma di grande attualità come quello delle migrazioni per cause ambientali.

Questo sarà il secolo dei profughi ambientali.

“I disastri naturali fanno più sfollati delle guerre. Sembra difficile da sostenere, nel mezzo della più grave crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale. La sola guerra in Siria ha fatto più di sei milioni di sfollati all’interno del paese e costretto altri cinque milioni di persone a cercare rifugio nei paesi vicini, oppure a tentare la traversata del Mediterraneo, lasciandosi dietro una devastazione tale che ci vorranno generazioni per ricostruire il paese.

Poi c’è la guerra in Yemen, che fa meno notizia ma ha provocato decine di migliaia di sfollati. E il conflitto cronico in Afghanistan, e la militarizzazione in Eritrea.

Eppure le persone che sono spinte ad abbandonare la loro casa per le calamità ambientali sono perfino di più. Magari si notano meno, perché si tratta quasi sempre di migrazioni interne (profugo è qualcuno che cerca asilo e protezione in un altro stato; sfollato interno è quello che si sposta forzatamente entro i confini del suo paese).

Le persone in fuga all’interno dei loro paesi, soprattutto in Africa, sono più di 40 milioni, il doppio dei 21 milioni di profughi registrati dall’Onu nel 2015 in tutto il mondo, secondo l’ultimo rapporto dell’Internal displacement monitoring centre. I dati fanno impressione: nel 2015, in tutto il mondo, disastri, conflitti e violenze hanno fatto 27,8 milioni di nuovi sfollati interni, e di questi oltre 19 milioni fuggivano da disastri ambientali: più del doppio di quanti fuggono da violenze e conflitti.

Così, sempre più spesso sentiamo parlare di sfollati ambientali. È un’espressione discussa, non ne esiste una definizione riconosciuta e accettata. Il senso però è abbastanza chiaro: sono persone spinte a partire perché non riescono più a sopravvivere nel loro luogo di origine a causa di disastri ambientali, perché non hanno più accesso a terra, acqua e mezzi di sussistenza. “Costrette alla fuga da una massiccia perdita di habitat”, riassume la parlamentare europea Barbara Spinelli, promotrice di un convegno internazionale che si è tenuto il 24 settembre a Milano, proprio per richiamare l’attenzione sul “secolo dei rifugiati ambientali”.

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Con il termine disastro si indicano circostanze diverse: le persone sfollate dopo un terremoto, quelle lasciate senza tetto da un’alluvione o da uno tsunami. Oppure quelle costrette a migrare da disastri più lenti ma pervasivi: la siccità, l’erosione del suolo e delle coste, la salinizzazione dei terreni, la desertificazione. Certo, distinguere tra i disastri naturali e quelli “provocati dagli esseri umani” spesso è difficile. Come per i fenomeni meteorologici: non si può addebitare direttamente al cambiamento del clima ogni singolo ciclone che si abbatte nel golfo del Bengala o sulle Filippine o nei Caraibi.

Ormai molti studi avvertono che uno degli effetti del riscaldamento dell’atmosfera terrestre è proprio l’aumentata probabilità di fenomeni meteorologici estremi. E, secondo un rapporto dell’ufficio dell’Onu per la riduzione del rischio dei disastri, il 90 per cento delle catastrofi registrate nel mondo negli ultimi vent’anni è causato da fenomeni legati al clima: inondazioni, cicloni, ondate di caldo, siccità. Disastri naturali, ma con responsabilità umane.

Sono sfollati ambientali anche le vittime delle espulsioni forzate dalle loro terre, le comunità sfrattate da grandi imprese agroindustriali, o da nuove miniere, o dighe. In Cina più di un milione di persone ha dovuto spostarsi dall’area della diga delle Tre Gole, sul fiume Chang Jiang. In India quasi mezzo milione di agricoltori e pescatori ha perso la terra da coltivare e i mezzi di sopravvivenza a causa di una serie di dighe sul fiume Narmada. In teoria tutte queste persone sono state risistemate altrove, ma nei fatti non è così.

Nella valle di Narmada pochissimi hanno avuto terre in cambio di quelle perse, e comunque spesso non coltivabili o senza fonti d’acqua; altri hanno avuto quattro soldi di risarcimento, la maggioranza non ha avuto un bel nulla e sono finiti in baraccopoli urbane a sopravvivere come lavoratori a giornata. Lo stesso vale per altri casi di dighe, miniere o altre opere di sviluppo degli ultimi vent’anni: secondo uno studio dell’Idmc, gran parte di questi “sfollati dello sviluppo” alla fine vive in condizioni più misere di prima, hanno perso il loro tessuto sociale, hanno meno reddito e meno accesso a servizi sanitari e istruzione.

Anche il land grabbing provoca sfollati: è chiamata così l’acquisizione di terre coltivabili per progetti agroindustriali su larga scala, come avviene in molti paesi africani e asiatici, ignorando la sorte degli agricoltori che sono sfrattati senza vere alternative per vivere.

“L’accendino del mondo”

Diventa difficile capire se è più pericoloso il ragazzino che si diverte a lanciare missili in Corea o il Presidente degli Stati Uniti d’America che entra a “gamba tesa” in una regione destabilizzata riaccendendo la miccia di una bomba mai disinnescata.

Dentro uno scenario complicato che ha impegnato per decenni la comunità mondiale nella ricerca di una soluzione politico-diplomatica, arriva il super eroe tinto di biondo con un atteggiamento deplorevole quanto borioso a rompere quei deboli equilibri che fino a ieri tenevano ancora aperta la strada per un dialogo.

Quegli equilibri che, seppure flebili, hanno evitato o limitato attentati, morti, stragi sempre nel tentativo di superare l’idea di usurpazione di un territorio partorita sul tavolo della spartizione all’indomani della seconda guerra mondiale.

Lo Stato di Israele è, infatti, una invenzione moderna, una sorta di “lavatrice delle coscienze” in risposta all’olocausto.

La scena vista in televisione che riprende il Presidente Trump mentre, orgoglioso, appone e mostra al mondo la sua firma il calce al Decreto con il quale decide di riconoscere Gerusalemme Capitale dello Stato di Israele disponendo lo spostamento della propria Ambasciata inorridisce non solo per il contenuto e le conseguenze del Decreto ma anche per la boriosità con la quale ha voluto aggiungere una cornice all’altro Decreto che vieta a cittadini provenienti da Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli Stati Uniti d’America.

Per dirla con Troisi, non ci resta che piangere!
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Siamo di fronte ad un processo di “carcerazione delle libertà” inaccettabile che avvalora la teoria che la globalizzazione è una dimensione valida solo per la finanza, per gli interessi economici, per consentire ai ricchi di diventare sempre più ricchi a scapito dei poveri che diventano sempre più poveri: le persone non hanno più un peso specifico negli USA votati alla pratica dell’USA e getta.

Un colpo di spugna sulla propria storia ed uno sputo nel piatto nel quale si è mangiato: gli Stati Uniti attuali, la potenza sviluppata, affonda le radici su manodopera e competenze di importazione.

Di contro, quanto si nutre l’economia statunitense dal Continente africano e quanti rapporti intrattiene con Governi dittatoriali che, anche delle persone non solo del petrolio, fanno merce e alimentano il mercato?

Dichiarare unilateralmente Gerusalemme capitale di Israele con l’azione simbolica e devastante dello spostamento dell’Ambasciata serve a Trump per rimarcare da che parte sta a costo di far saltare qualsiasi tavolo diplomatico e riaccendendo i fuochi di una guerra.

Nel gioco del Risiko, che è la vera questione al centro delle politiche economiche internazionali, torna utile avere un avamposto consolidato come Israele.

Le guerre, inoltre, come abbiamo detto più volte, producono altra economia: nelle guerre non si contano solo i morti, si contano soprattutto i soldi!

Il fatto che Trump sia stato isolato dalla comunità internazionale non asciuga le lacrime dei bambini palestinesi né fermerà l’inizio di una nuova, lunga intifada.

A festeggiare, in questo momento, c’è solo l’Iran che, all’indomani dell’operazione in Siria, ritorna ad essere un importante punto di riferimento per il mondo arabo non senza conseguenze nella continua evoluzione dei rapporti in una regione che non trova pace.

Schiavitù “Moderna”

Il 2 dicembre del 1949, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione. Solo nel 1967, a distanza di quasi venti anni, l’Italia ha recepito la Convenzione ONU.

Un dato, peraltro sottostimato, diffuso da autorevoli organizzazioni internazionali stima che siano più di 40 milioni le persone costrette in stato di schiavitù oggi.

In Africa 7,6 persone su 1000 sono vittime di tratta, lavori forzati, prostituzione.

Ma è in Asia che si registrano numeri che fanno rabbrividire: 25 milioni di persone!

E vi è ancora di più: nella stima totale delle persone che vivono in situazione di schiavitù, i bambini incidono per un quarto. Vale a dire 10 milioni di bambini!

Anche in Europa questo indicibile fenomeno è stimato con un dato che sfiora il 4% ogni mille persone.

Flavio Di Giacomo, portavoce dell’OIM, ha spiegato in questi giorni che “Le migrazioni incidono in modo molto importante sul fenomeno globale perché l’irregolarità dei migranti apre la strada allo sfruttamento senza controllo di persone prive di scrupoli nei luoghi di transito, ma anche nei luoghi di approdo come l’Italia, ad esempio. Un fatto drammatico che ci racconta di come i patimenti narrati dai migranti che raggiungono le nostre coste siano veri”.

Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, è intervenuto sul tema sottolineando che: “Le situazioni di conflitto, la povertà, la fuga da territori colpiti da fenomeni naturali, costituiscono terreno fertile per la diffusione di fenomeni quali lo sfruttamento sessuale, il lavoro minorile, i matrimoni forzati, il reclutamento di bambini nei conflitti armati. Malgrado i progressi registrati negli ultimi decenni in termini di tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel mondo, la schiavitù tradizionale è un fenomeno che non siamo ancora riusciti a debellare completamente Solo pochi giorni fa le brutali immagini di migranti venduti all’asta sulla base di un ‘valore’ che li equipara a merce ci hanno ricordato quanto sia ancora presente un fenomeno che nega alla radice la dignità dell’essere umano. A fianco della schiavitù tradizionale altre se ne sono aggiunte, quasi sempre collegate alla tratta dei migranti. Questa Giornata –conclude Mattarellaricorda l’esigenza di lottare, oggi come allora, per sradicare ogni schiavitù. In ogni sua manifestazione, la schiavitù è un’aberrazione che non può essere tollerata“.

Qualche giorno fa ci ha lasciati Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore da sempre in prima linea sui temi dell’integrazione e della lotta allo sfruttamento lasciando tracce fondamentali del suo lavoro di ricerca e di denuncia. Voglio chiudere con un breve stralcio della lettera scritta dal padre: “si è impegnato in difesa degli ultimi e dei ferocemente sfruttati nei più diversi contesti : nell’ambito del caporalato, degli immigrati, dei desaparecidos in Argentina, ed ovunque ci sia stato un sopruso. Un lavoro svolto tutto alla ricerca della verità; ed era anche la denuncia; fatta con lo stile dell’annuncio, che, nonostante tutto, un mondo migliore, è ancora possibile”.

Chissà cosa avrebbe scritto Alessandro oggi? Certo, la sua penna ci mancherà così come la sua infaticabile ricerca di giustizia sociale.

Scarpe Rosse

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Ieri, 25 novembre, l’attenzione di Istituzioni e società civile si è concentrata sul più vile ed inaccettabile dei crimini, che non trova una sintesi nella violenza in se stessa ma va ricondotta dentro i confini della sopraffazione, di una idea di superiorità presunta fuori da ogni logica che possa condurre al rispetto per l’altro/a.

Ci sono circostanze che inducono all’elaborazione di pensieri estremi che si alternano fra l’idea che la morte cancella qualsiasi dolore e quella che ci sono dolori che segnano la vita in maniera irreversibile.

Ed è dalla irreversibilità che voglio iniziare questa riflessione.

Una bambina di soli 11 anni, accompagnata dai genitori che avevano notato uno strano gonfiore della pancia ed una sintomatologia strana, risulta essere incinta. E’ successo a Torino, 10 giorni fa.

L’orco, anche in questo caso, è risultato essere il vicino di casa che godeva della piena fiducia dei genitori della bambina costretta ad avere rapporti sessuali.

11 anni e una vita già segnata dalla brutalità degli abusi: non esiste alcuna pena per quel mostro che potrà restituire a quella bambina la fiducia nell’altro, chiunque esso sia.

La violenza sulle donne è tra le violazioni dei diritti umani più diffuse al mondo: violenza sessuale, stupro, violenza psicologica.

In Italia e nel mondo subisce violenza, mediamente, una donna su 3 dai 15 anni in sudentro le mura domestiche, sul posto di lavoro, per strada. Ovunque.

E abbiamo sotto gli occhi un dato che ci deve far riflettere: il 53% delle donne in tutta l’Unione Europea afferma di evitare determinati luoghi o situazioni per paura di essere aggredita. Una palese e inaccettabile limitazione della libertà!

Ma sono spesso i partner o ex partner a commettere gli atti più gravi: in Italia sono infatti responsabili del 62,7% degli stupri.

Mi piace, però, riprendere una bella iniziativa di qualche mese fa che ha trasformato quello che siamo abituati a catalogare come mercificazione del corpo femminile in un atto di denuncia diretto, profondo, mediaticamente ineccepibile.

Durante la sfilata di presentazione per eleggere Miss Perù, le ragazze partecipanti al concorso hanno lanciato un messaggio contro la violenza sulle donne: anziché i propri centimetri, hanno comunicato i dati sugli abusi e alla loro campagna si sono uniti anche gli organizzatori del concorso.

Le mie misure sono: 2.202 casi di femminicidio registrati negli ultimi nove anni nel mio Paese“. Camila Canicoba, aspirante Miss Perù 2018, è la prima a presentarsi sul palco della finale a Lima. Lo fa scegliendo di non far sapere al mondo quale sia la circonferenza della sua vita o del suo seno. Ma quante sono le donne che sono state uccise in Perù dal 2008 a oggi. E non è l’unica. Lo hanno fatto tutte le concorrenti!

La vincitrice del concorso di quest’anno è stata Romina Lozano e le sue misure sono: “3.114 donne vittime di tratta fino al 2014“.

Non esiste un commento possibile, necessitano, piuttosto, azioni radicali e urgenti.

“Patti disumani”

L’inaccettabile situazione in Libia.

Visitare il campo di concentramento di Auschwitz rappresenta, ancora oggi, una meta per quelle che sulla carta sono definite visite di istruzione scolastica ma che gli studenti, i ragazzi, percepiscono come gita, svago, divertimento, momento allegro e conviviale. Visita di istruzione, la chiamano, per toccare con mano il passato studiato sui libri, in classe.

Fare un salto nel passato per capire un presente che hai sotto occhi che rifiutano di vedere è uno stupro all’intelligenza collettiva.

Sono pronto a scommettere che nel 99,9% delle scolaresche che si stanno attrezzando per organizzare le “visite di istruzione” non si è spesa una parola, non si ha conoscenza della tragedia che si sta consumando in Libia.

Eppure, questa volta, a parlare, a denunciare, non siamo noi che, ascoltando le storie dei migranti, da tempo denunciamo questa situazione che va oltre qualsiasi scenario immaginabile: lo fa, anche in maniera dura e diretta, l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Zeid Ràad Al Hussein definendo disumani gli accordi stretti fra la Comunità Europea (con in testa l’Italia) e la Libia per contenere il flusso migratorio chiudendo la rotta del Mediterraneo centrale.

Quella che era una situazione già disperata, ora è diventata catastrofica e la comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi davanti all’inimmaginabile orrore patito dai migranti in Libia” ha dichiarato Al Hussein che ha parlato di “migliaia di uomini, donne e bambini emaciati, ammucchiati gli uni sugli altri, chiusi in hangar senza nessun accesso ai servizi più essenziali, privati di ogni dignità umana e esposti a traffici, rapimenti, torture, stupri, lavori forzati, fame”.

Patti disumani, sottoscritti e finanziati per rincorrere una realtà che la cecità, l’incapacità di guardare in prospettiva, l’estraneità e la lontananza dai processi in atto, ha trasformato in emergenza.

Volendo fare una fotografia della situazione attuale sembra che chi decide oggi le strategie per contenere, piuttosto che affrontare e confrontarsi con una realtà che affonda le radici nella storia come quella dei flussi migratori, sia fuori dalla storia o ripeschi dalla storia modelli che immaginavamo superati, cancellati, catalogati come inaccettabili, inconcepibili, frutto di menti distorte.

Invece, riecco i lager, i campi di concentramento, le torture.

E, siccome ormai non ci facciamo mancare niente, assistiamo inermi anche alla tratta, la vendita di bambini, di uomini e di donne documentata in questi giorni dalla CNN.

Definire tutto questo disumano è una maniera troppo garbata per circoscrivere una realtà che ci riporta indietro di secoli.

Mi sembra di essere tornato bambino appassionato alle vicende di Kunta Kinte nella serie televisiva “Radici”.

http://edition.cnn.com/2017/11/14/africa/libya-migrant-auctions/index.html

Imam (seconda parte)

Si, la Khùtbah (la preghiera) del venerdì l’hanno fatta all’aperto, senza vincoli di partecipazione, ricevendo il pieno rispetto degli altri ospiti della struttura non mussulmani e accettando di farsi fotografare.

Ieri mattina, come avevo preannunciato a Fabio, raggiungo la struttura per incontrare l’Imam e qualche ospite che aveva partecipato alla preghiera il giorno prima.

Al mio arrivo i soliti abbracci, ci conosciamo da tempo. Raccolgo anche qualche imbarazzante apprezzamento: “Tu scrivi cose buone, giuste! I giornali e la televisione dicono bugie!” . Fra quanti mi accolgono c’è Abbas, diventato, ormai il mio più stretto collaboratore soprattutto quanto mi muovo su sentieri che non so battere: non conosco l’Imam, è arrivato in Struttura quanto io già svolgevo un altro ruolo, quasi non so come comportarmi, non ho domande pronte né so da dove iniziare. Spinto dall’istinto a cercare e chiedere questo incontro mi sento come un idraulico senza la cassetta degli attrezzi.

Muhammad Akram, ospite del Cas, di solito poco disponibile al dialogo, ha compreso il motivo della mia visita e, forse, capisce il mio imbarazzo. Mentre altri operatori e ospiti si allontanano per cercare l’Imam, mi invita ad accomodarmi con lui nel salone e inizia a spiegarmi: “Io ieri ho partecipato alla preghiera ma, devi sapere, che la preghiera è una cosa, il sermone dell’Imam è un’altra. L’Imam parla in arabo, ma la lingua araba ha tante versioni, è come i vostri dialetti in Italia! Ma garantisco che, anche se io non capisco la lingua che parla, è un Imam buono. Tu lo sai, io vengo dal Pakistan. E’ come se tu andassi in una Chiesa cristiana in Africa: conosci il rituale, ma non capisci quello che dice il prete! L’importante è pregare e ringraziare Dio perché siamo ancora vivi e abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone come voi che ci hanno accolti sempre con il volere di Dio”.

Mentre parlo con Muhammad, arriva Savane Alimane, data di nascita 29.04.1997.

Ventenne della Costa d’Avorio è l’Imam che cercavo, che aspettavo.

Un ragazzo dall’aria mite, garbato. Mi porge la mano e, come sempre succede, porta la sua mano sul cuore: siamo già amici.

Gli dico che sono felice di aver visto le fotografie della preghiera di venerdì e che mi interesserebbe sapere e far sapere quale è stato il tema del sermone.

Si guarda intorno, è circondato da un gruppo di persone che guarda negli occhi cercando una traduzione alla mia domanda.

E’ sempre Abbas ad avere una soluzione: attraverso una triangolazione riusciamo a comunicare, anche se in realtà capisco molto poco ma apprezzo la disponibilità al dialogo e all’incontro che mi dimostra l’Imam.

Mi mostrano due siti sul web dove posso trovare, come fossero i fogli domenicali distribuiti nelle nostre Chiese, la traduzione del tema da trattare settimanalmente durante il sermone.

Rimango basito. Non sapevo funzionasse così anche per loro!

Ridiamo insieme sulla questione e sulla mia ignoranza sul tema.

Usciamo e Savane, l’Imam si concede ad una fotografia al fianco di Abbas.

Indossa un giubottino giallo fluorescente ed un cappellino nero.

Tornerò a trovarlo presto.

La sua pacatezza e la sua disponibilità al dialogo sono fondamentali per l’incontro che cerchiamo, per costruire quel modello di convivenza che vogliamo.

Era questo il messaggio celato dietro le foto di Nicole?

Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico definirà un non luogo”.

Imam (1 parte)

Incuriosito dall’articolo pubblicato su questo stesso sito venerdì scorso a cura della redazione, ho fatto visita agli amici e colleghi del Centro di Accoglienza Straordinaria di Modugno per respirare il profumo di pensieri che si materializzano e che, allo stesso tempo dematerializzano luoghi comuni, strumentalizzazioni, ogni prodotto della non conoscenza usato arbitrariamente e stoltamente per dare fiato a parole bisognevoli di stampelle per quanto di “nulla” sono sostanziate.

Era circa mezzogiorno venerdì quando sono arrivate sul cellulare una serie di fotografie che riprendevano un gruppo di ospiti del CAS in preghiera.

Fin qui, nulla di strano. Quando lavoravo in struttura era normale vedere persone che pregavano, in particolare il venerdì.

Invece no: qualcosa di nuovo in quelle fotografie che la Presidente di Costruiamo Insieme ha voluto condividere con noi c’era.

Un qualcosa difficile da cogliere nell’immediatezza nella caoticità delle cose che ogni giorni si inseguono e si succedono facendo saltare, in maniera sistematica, qualsiasi pianificazione.

Un episodio fra i tanti, foto guardate in fretta, ma che diventano un tarlo che inizia a rosicare nei pensieri, a distrarti, a disorientare l’attenzione: se Nicole Sansonetti, donna che affronta qualsiasi situazione in maniera assolutamente concreta, pragmatica, con quella invidiabile capacità che solo le donne hanno di “essere dure senza mai perdere la tenerezza” ha inviato, senza commenti, quelle foto, dietro quelle foto c’è intrinseco un messaggio.

Rivolto a noi, agli operatori, a chi vive nelle strutture quotidianamente.

Mentre non smetto di pensare a questa cosa, mi chiama il mio collega di Taranto per parlarmi della stessa cosa, stuzzicato anche lui da quello che sembrava un messaggio fra le righe, quasi subliminare.

E’ sempre venerdì, si è fatto pomeriggio. Capire diventa quasi una scommessa, una sfida con me stesso perché in quelle foto è nascosto un significato che, se pure lampante, è reso intraducibile da quel velo sottile che oscura una realtà sciogliendola nella prassi, nell’abitudine, nelle cose da fare: è un puzzle del quale hai chiara la figura ma che devi ricomporre. Devi rimettere insieme i pezzi di un pensiero, di una idea che hai fra le mani che fa difficoltà a materializzarsi: la soluzione.

Marc Augè!” quasi grido mentre guido avendo di fianco la mia compagna stranita e già preoccupata per aver sopportato la mia aria assorta nei pensieri per tutto il pomeriggio: luoghi e non luoghi! Questa è la risposta alle fotografie!

Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico definirà un non luogo”.

In totale contrasto col pensare comune, i Centri di Accoglienza gestiti da Costruiamo Insieme da “non luoghi” vengono trasformati in “luoghi” attraverso attraverso il lavoro quotidiano di operatori che hanno incarnato la filosofia, la mission della Cooperativa Sociale.

E in quel luogo gli ospiti non hanno perso o non sono stati spogliati della loro identità, intrattengono relazioni, riconoscono in esso un pezzo della propria storia.

D’istinto chiamo Fabio, un operatore del CAS di Modugno, chiedendogli se è possibile incontrare l’indomani mattina l’Imam che ha “guidato” la preghiera del venerdì della quale erano arrivate le foto.

Anche Fabio, stranito, mi chiede il perché visto che tutti i venerdì pregano ed è un fatto a me noto.

Lo hanno fatto fuori -rispondo a Fabio- all’aperto. E’ la prima volta che lo fanno. Prima pregavano chiusi nelle stanze, quasi intimoriti, forse decontestualizzati. Ora vivono quel luogo come loro e hanno percepito che, oltre al rispetto per le differenze, lavoriamo per costruire un sistema di convivenza, che facciamo da sponda per ricostruire vite che guardano ad un futuro diverso da quello segnato dalle realtà che li hanno costretti a scappare”.