Marielle Franco

Vittima della lotta alle povertà

E’ questa la tragica, orrenda e indignante fine posta alla vita di Marielle Franco, cresciuta in una favelas e diventata Consigliera Comunale per amplificare l’eco della sua lotta coraggiosa per i diritti della sua gente, povera e di colore come lei, affamata e senza prospettive in città dalle due facce: il fetore dei ghetti e il lusso dei grandi alberghi con vista mare.
Aveva da poco concluso il suo intervento ad un convegno sul tema della violenza sulle donne quasi ordinaria e sottaciuta in quei non luoghi caratterizzati dalla totale assenza dell’idea di uno stato civile.
Non luoghi nei quali polizia e organizzazioni paramilitari hanno ripreso le loro incursioni violente contraddistinte da quegli omicidi sommari che Marielle aveva il coraggio di denunciare.
16.000 persone avevano consentito la sua elezione al Consiglio Comunale, tutti voti raccolti nelle favelas, una sorta di convergenza per dare voce ad un grido di dolore e di sofferenza che si infrange su quei muri spacciati ai turisti come frangi rumore ma che nascondono quella inguardabile realtà inurbana che sono le favelas.

Domenicale Articolo - 1Nascoste agli occhi del mondo durante i mondiali di calcio, le favelas continuano a produrre quel processo di depersonificazione fondato sulla sopravvivenza e annegato nella privazione di mezzi quanto di diritti.
Marielle era una voce scomoda, aveva radicato il senso della sua esistenza nella denuncia continua della disumanità nella quale sono costrette milioni di persone con il suo messaggio universale, con le sue battaglie.
Tanto scomoda da giungere ad essere antitetica e insopportabile per un modello di governo che affonda le radici nella repressione violenta come risposta alla povertà.
E’ toccato a lei, questa volta, pagare con la vita la difesa o, meglio, il riconoscimento dei diritti civili per i più deboli, per gli indifesi, per quanti rappresentano una entità lontana dal potersi ritenere bambini, donne, uomini.
“Colpire uno per insegnare a cento” sembra essere la filosofia con la quale il Brasile, attraverso il suo braccio armato, quello ufficiale e quello meno ufficiale ma noto a tutti, affronta il tema della povertà e dei diritti negati.
La morte di Marielle ci insegna che di povertà e di emarginazione si può morire in due modi: vivendola o, semplicemente, parlandone e denunciando.
E lei, nata e cresciuta in una favelas a ridosso dell’aereoporto di Rio, una di quelle chiuse da muri insormontabili, l’ha vissuta, ne ha parlato, ha denunciato.
Oggi, è una martire delle lotte per rivendicare i diritti civili.

Mattarella, le parlamentarie

Ad una settimana esatta dal voto per l’elezione del Parlamento Italiano, ospitiamo l’analisi-riflessione di Fabrizio Casari, giornalista, sul risultato della consultazione elettorale.

Le parlamentarie di Mattarella

Scritto da Fabrizio Casari, Direttore Responsabile di “Altre Notizie”.
Lo scenario post voto consegna un quadro politico di difficile lettura. Nella ricerca più o meno affannosa di una maggioranza parlamentare, si assiste ad uno sfoggio di fantasia che s’infrange però sul muro che separa le compatibilità politiche e i numeri. Né la Lega né i 5 Stelle possono immaginare percorsi autosufficienti, il numero di seggi che mancherebbero è tale da non poter essere colmata né con la campagna acquisti per la destra, né per ipotetici transfert di parlamentari dal PD per i penta stellati.
La questione, ovviamente, è nelle mani del Quirinale, percorso obbligato previsto dalle procedure costituzionali. Le ormai prossime consultazioni non potranno però, almeno al primo giro, che ribadire il quadro esistente: generica teoriche disponibilità e concreto esercizio di veti incrociati.
Il che è perfettamente logico, se parliamo di formazione di un governo di legislatura, dal momento che sotto il profilo dell’orientamento politico non sono assemblabili partiti che, per storia, programmi e prospettive, indicano cammini diversi. Sebbene infatti analisti analfabeti parlino di maggioranza parlamentare di euroscettici, la richiesta di un modello di Europa diversa che esprimono i 5 Stelle, non può essere assimilata con il sovranismo antieuropeo dai tratti razzista della Lega e della sua ruota di scorta, ovvero Fratelli d’Italia. Ancor meno fattibile appare un’alleanza con il centrosinistra da parte dei penta stellati, vuoi per il veto di Renzi, vuoi perché nemmeno in questo caso i rispettivi programmi politici potrebbero trovare una minima amalgama.
Ma proprio perché le maggioranze si formano in Parlamento, Mattarella dispone di armi efficaci. In assenza di un accordo politico per governare, il Capo dello Stato potrebbe mettere sul tavolo una proposta secca: la soluzione politica dell’empasse può essere risolta solo con un ritorno al voto. Affinché questo abbia senso, va cambiata la legge elettorale, eredità velenosa del renzismo concepita per ritagliarsi un ruolo determinante nell’accordo con Forza Italia in vista della debacle politico-elettorale.
Dunque, potrebbe proporre Mattarella, si deve trovare un accordo che faccia nascere un governo di scopo, che gestisca l’ordinaria amministrazione mentre il Parlamento vota una nuova legge elettorale che cancelli il mostriciattolo vigente. In assenza di accordo su questo, vista l’impossibilità di raggiungere un’intesa che dia i natali al nuovo governo, il Quirinale può proporre un governo tecnico con le finalità appena descritte. Se questo non trovasse il consenso necessario, il decreto di scioglimento delle Camere sarebbe inevitabile e si tornerebbe al voto, anche con questo sistema elettorale.
A questo punto ogni forza politica dovrebbe farsi due conti. Intanto proprio perché le maggioranze si formano in Parlamento, sarà bene tener conto del fatto che i parlamentari appena eletti, di slancio o ripescati, non hanno comprensibilmente nessuna intenzione di tornare a casa per poi magari, non tutti, forse, ricominciare un’altra campagna elettorale. Costo della stessa e fatica necessaria non sono uno stimolo in questa direzione. Non sarebbero forse sufficienti ma nemmeno pochi i cosiddetti “responsabili”.

Il domenicale Articolo - 1Dunque, un eventuale No da parte dei partiti farà bene a misurare questa incognita, che ha il suo peso sebbene non sia sbocco certo. L’accordo politico non è comunque privo di rischi. Il Movimento 5 Stelle sta operando con intelligenza politica. Dichiara una disponibilità al confronto per misurare i termini di una possibile intesa assolvendo così ad un compito istituzionalmente responsabile. Allo stesso tempo, però, ricorda che non partecipa ad aste, perché questo snaturerebbe il suo cammino e le ricadute negative in chiave elettorale non tarderebbero ad arrivare.
Di Maio ha vinto perché gli italiani che non ne possono più di veder trasformare la propria esistenza in un calvario senza fine hanno deciso di fidarsi di un progetto nuovo. Che, pur con le sue contraddizioni e approssimazioni, appare se non altro una rottura con il sistema che ha portato l’Italia alle condizioni socioeconomiche di circa cinquant’anni fa. E’ un urlo quel voto e rende sordi quelli che non vogliono ascoltarlo. Quel che è certo è che una dimostrazione di responsabilità istituzionale, unita ad una altrettanta fermezza su termini e tempi stretti dell’operazione, in un eventuale ritorno alle urne porterebbe i suoi consensi ancora più in alto.
La Lega, dal canto suo, è ben consapevole di aver raggiunto il risultato massimo e, per questo, proverà in ogni modo a capitalizzare. Ma per accettare di mettere a disposizione i suoi voti per un governo senza Salvini dovrebbe avere la ferrea certezza di chiudere l’operazione in tempi brevi, tre mesi al massimo. Altrimenti preferirà far finta di conservare la sua “purezza” e tirarsi indietro dall’operazione chiedendo il voto. In fondo, non è detto che tornare alle urne a breve risulti un handicap: la probabile uscita di scena di Berlusconi nella prossima consultazione potrebbe ulteriormente premiare Salvini.
Quanto al PD, il suo cupio dissolvi non consente rotture al suo interno. Il dominio assoluto di Renzi sui parlamentari appena eletti e sugli organi dirigenti del partito, esclude ogni ipotesi di ragionamento sulle prospettive politiche e pone la questione sul piano inclinato di un gruppo di potere che vede nella vendetta contro tutti la sua ragione comune.
Ma non è affatto detto che il PD sia contrario ad un governo tecnico, dal momento che la banda toscana che lo guida ha bisogno di alcuni mesi per costruire il nuovo soggetto politico-personale che Renzi accarezza. Si può ritenere che sogni Macron e si ritroverà Segni, ma è pur vero che l’unica certezza che alberga nel PD è che un eventuale ritorno alle urne a breve, con ancora Renzi e i suoi scherani alla guida, comporterebbe l’estinzione elettorale.
Liberi e Uguali, che ha l’ossequio alle istituzioni nel suo DNA, non risparmierebbe cero i suoi voti al governo tecnico; anche loro hanno bisogno di tempo per elaborare la scelta tra sciogliersi o resistere.
Prima tappa, per misurare l’efficacia dell’azione del Quirinale, il 23 Marzo, quando Camera e Senato dovranno votare i rispettivi presidenti. Lì si misurerà l’esatta praticabilità di un accordo che porti a un governo di scopo, oppure la distanza che separa dalla data del nuovo voto.

Ciao Franco

Il saluto di “Costruiamo Insieme” al Maestro Franco Sannicandro.

Ciao Franco,
compagno di tante avventure, di tanti progetti fatti e da fare anche nella tua Città, Bitonto, alla quale hai guardato sempre con forte senso di appartenenza pur essendo, per natura un cittadino del mondo che con il mondo ha sempre voluto confrontarsi.
Ho continuato fino a chiamarti al telefono fino a qualche giorno fa. Ho pensato che fossi in giro in chissà quale luogo con la tua arte e con le tue opere accompagnato dall’instancabile voglia di conoscere, di “mescolarti”, di condividere.
Quella stessa passione che ti ha portato subito a cercarci, a voler progettare con noi percorsi che guardavano oltre l’accoglienza, guardavano con attenzione alle persone, a quei migranti che vivevi come risorsa, come una “miniera dalle infinite potenzialità” cercando una sintesi alla tua voglia di interagire, di costruire forme nuove per comunicare, per parlare agli altri: “Ognuno ha un modo suo di trattare la materia, ti manipolarla, di tirare fuori da essa un messaggio attraverso una forma che diventa linguaggio universale”.
Non sapevo!

Foto Sannicandro articolo - 3

Eppure, eri a due passi da me, in ospedale, mentre ti credevo in giro per il mondo a portare opere e cultura.
La tua arte fatta di mescolanza di stili e di culture fuori da ogni stile e cultura, sopra ogni logica stereotipata mi ha innamorato dal giorno in cui ho avuto il piacere e l’onore di conoscerti a Giovinazzo, non nella tua città.
Giovinazzo, Istituto “Vittorio Emanuele”.
Tutte scale e, scale grandi, quanto la maestosità dell’Istituto.
Ricordo che le segretarie avevano fissato un appuntamento con il Maestro Sannicandro ma non sapevo delle tue difficoltà fisiche. Eppure, quelle scale le hai salite tutte, gradino dopo gradino, per arrivare al mio ufficio.
E per cosa? Metterti a disposizione per i progetti di integrazione dei “matti e dei tossici” che avevo messo in campo con il più matto di tutti, Rocco Canosa, che ha fatto un pezzo grande della psichiatria anzi, no, della salute mentale, che è altra cosa.
E ne abbiamo passate di ore al telefono e nel mio ufficio fra concretezza e filosofia, storia e arte ma guardando sempre alle persone, a quelle definite “Socialmente deboli”.
E ci siamo riusciti, in una cosa nella quale non ci credeva nessuno!

Foto Sannicandro articolo - 4
E poi ci siamo risentiti perché volevi integrare i migranti, nella tua città, Bitonto e avevamo iniziato a progettare insieme perché ci univa la bellezza delle differenze e delle culture.
Adesso, hai lasciato un vuoto incolmabile in un contesto che sente ma non ascolta.
Un vuoto che risucchia come un vortice dentro il niente.
Maestro, così ti vogliamo salutare.
Maestro di vita e, poi, d’arte!
Si, perché attraverso l’arte hai restituito la vita a chi, ormai, la sentiva persa, andata, finita. E volevi continuare quest’opera di integrazione, di restituzione di speranza, anche con i migranti, quelli ospitati nella tua Città.
Le lacrime di questo momento sono il segno della nostra debolezza di fronte alla grandezza della tua persona e del tuo messaggio.
Quel messaggio che porteremo sempre dentro “Essere duri senza mai perdere la tenerezza” che non è nostro ma che abbiamo sposato.
Noi continuiamo, ma tu ci manchi!

Tanzania depredata

Anche fare la spesa è un problema etico

Al pari di quanto si è verificato in tanti altri Paesi africani, anche in Tanzania l’economia ha subito profonde trasformazioni nel periodo di dominazione coloniale, che tra l’altro fu duplice, tedesca prima, inglese poi. Durante questi anni venne introdotta e successivamente potenziata l’economia di piantagione (affidata però a stranieri, europei e indiani). Agli africani rimase, completamente trascurata, l’economia di villaggio basata su un’agricoltura di sussistenza. Divenuta indipendente nel 1964, la Tanzania scelse una via di sviluppo socialista e fortemente basata sulle comunità locali, mirante alla creazione di una società senza classi e più vicina possibile a quella esistente negli antichi villaggi tribali. Il Paese avviò programmi ambiziosi: nel tentativo di liberarsi dalle ingerenze straniere e potenziando le proprie strutture produttive, tentò di elevare, con cospicui interventi pubblici, il livello di vita della popolazione, soprattutto di quella rurale, che rappresentava la stragrande maggioranza dei tanzaniani. Nello stesso tempo il governo mirò a incrementare la produzione agricola e a far decollare l’industria nazionale. Lo strumento scelto per rendere operativa questa politica economica fu l’istituzione delle Ujamaa: cooperative di villaggio, dotate di scuole, di dispensari, talune anche di piccole industrie che lavoravano i prodotti locali e nelle quali venne man mano avviata la popolazione. Il governo nazionalizzò gran parte delle piccole e medie aziende agricole senza però mai interamente abolire la proprietà privata. Quando però dal 1973 alla crisi economica mondiale si aggiunsero ripetute calamità naturali (la terribile siccità che ha devastato gran parte dell’Africa, distruggendo pascoli e decimando i capi di bestiame), il governo si trovò nella necessità di ridimensionare i propri iniziali progetti e nello stesso tempo di ricorrere in crescente misura ai finanziamenti esteri, che si tradussero con il tempo in una forma più o meno larvata di dipendenza. La fine della politica socialista fu ufficializzata nel 1986 quando l’economia tanzaniana ebbe una svolta liberista accogliendo finanziamenti dalla Banca Mondiale e, successivamente negli anni Novanta del Novecento, aprendo all’intervento privato anche settori come quello commerciale e bancario.

Il domenicale Foto articolo - 1L’economia del Paese era ormai diventata dipendente e schiava degli aiuti, meglio, investimenti internazionali.
I terreni migliori, ormai, sono destinati alle colture d’esportazione gestite da grandi multinazionali straniere concentrate sulla produzione dell’olio di palma e dell’olio di semi. Il commercio interno è fortemente limitato dal modestissimo reddito percepito dalla stragrande maggioranza della popolazione costretta a migrare: oggi, la paga giornaliera è passata dai due dollari di qualche anno fa ad un dollaro!
L’olio di palma, in particolare, contiene il glicidolo esterificato, sostanza considerata cancerogena. Ne contiene quantità sei volte superiori all’olio di mais e 19 volte superiori rispetto alle miscele di oli vegetali per friggere: 4000 volte di più dell’olio di oliva. I dati dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) sono preoccupanti: in Europa tutti i bambini consumano tale contaminante più della dose giornaliera tollerabile.
Ma al cospetto di enormi guadagni prodotti da pratiche schiavistiche di sfruttamento delle persone anche la salute dei bambini può essere sacrificata insieme ad intere popolazioni depredate.
Se i tempi del colonialismo sono superati, oggi siamo di fronte ad un neo colonialismo più spietato e brutale con un occidente cieco capace di inventare anche la categoria del “migrante economico” al quale viene precluso l’accesso.
Posto da un punto di vista etico e morale, anche entrare in un supermercato per fare la spesa è diventato un problema serio.

Quel brigadiere picchiato selvaggiamente

A Piacenza per proteggere un corteo che manifesta contro la violenza. Basta poco e l’aggressione arriva da chi non ti aspetti. Calci, pugni, colpi di scudo e una corsa in ospedale. Cinque i carabinieri feriti.

L’hanno chiamata mattanza. L’episodio violento accade a Piacenza, giorni fa. Un brigadiere dei carabinieri durante un corteo viene spinto, sgambettato dagli stessi manifestanti. Perfino percosso con il suo stesso scudo sfuggitogli dalle mani pochi istanti prima. L’uomo finisce in ospedale, destinazione Reparto di traumatologia. Altri quattro suoi compagni, non se la passano meglio. Sono stati bersaglio di pietre scagliate da scalmanati.

Alla fine, è quasi un bene che quella manifestazione antifascista sia finita solo con qualche ferito. Il brigadiere preso a botte resterà a lungo traumatizzato da quella manciata di secondi interminabili. Si conclude nel peggiore dei modi un corteo contro la violenza che ha scatenato un assurdo tafferuglio. Contro un rappresentante dell’ordine che doveva assicurare massima sicurezza a chi manifestava. Un episodio che fa a cazzotti con la stessa democrazia, quel principio di pensarla anche diversamente, purché fatto in maniera civile. Perché le parole non fanno male, pugni e calci sì.

Ci battiamo per la democrazia, incassiamo le condizioni per manifestare, esprimere un concetto, anche fuori dal coro, e poi cestiniamo tutto in un solo attimo, come fosse un documento word appena accennato al pc. Bastano pochi manifestanti infiammati dai loro stessi slogan a cambiare il corso della storia. Una manifestazione antifascista organizzata per urlare disprezzo contro chi userebbe le maniere forti per affermare un principio di libertà, si conclude con una corsa in ospedale e cure mediche. In quei pochi minuti piacentini, gli esagitati sono passati alle vie di fatto. Un pugno di aggressori individuati fra centri sociali e sindacati di base, scombina i piani di una “protesta autorizzata”. La manifestazione, avevano assicurato gli interessati alla vigilia, avrebbe avuto toni civili. Poi a qualcuno viene l’idea di cambiare percorso, andare a sfidare l’opposizione, una sezione appena allestita da CasaPound.

 

CI RIMETTONO CARABINIERE E DEMOCRAZIA

Paga dazio il brigadiere. Pagano le forze dell’ordine. Stavolta è toccata al carabiniere preso a “scudate”. Non serve andare su internet e scomodare episodi, talvolta controversi, di una storia fatta di vittime negli ultimi cinquant’anni di piazza.

Restiamo sull’ultima vicenda. Raccontata, non a parole, bensì con le immagini, l’aggressione vigliacca di un uomo il cui lavoro è fare rispettare le regole di una democrazia condivisa. Far rispettare, nel caso di Piacenza, quel “benedetto” percorso, ma anche difendere i manifestanti da eventuali assalti. L’uomo con lo scudo, a un certo punto, non sa da chi difendersi. La minaccia stavolta viene dall’interno, dagli stessi manifestanti. Altre volte era arrivata dall’esterno.

Ciò che resta di quel giorno di ordinaria follia è un uomo picchiato e traumatizzato, come quel senso di democrazia nel quale tutti crediamo. Non è con aggressioni e pestaggi che si afferma il principio di “non violenza”. Stavolta lo scontro ha generato feriti, per fortuna si diceva. Fosse andata peggio, sarebbe stato peggio per tutti. A cominciare da quella democrazia, che molti, brigadiere compreso, tutelano anche per noi tutti a costo della vita.

Come guardiamo gli altri?

E’ una bella domanda dopo una settimana passata intensamente a riflettere su quanto i rapporti fra le persone possano reggersi sulla fiducia reciproca, sulla condivisione di progetti e prospettive, sulla costruzione di percorsi possibili.

Ma è anche un momento di riflessione introspettiva. E’ come mettersi di fronte ad uno specchio e interrogarsi, interrogare se stesso nel profondo senza tralasciare il trasporto dell’istinto che guida spesso gli atteggiamenti quotidiani.

E, ammetto, senza idee o ispirazioni, vi propongo la lettura di un articolo che lessi tempo fa che fu per me fonte di ispirazione e di riflessione.

Alla fine, mi sono riconosciuto a pieno in quella dimensione umana definita da Eric Schwitzgebel “stronzaggine”.

Proviamo a fare un gioco: quanti di voi ritengono di appartenere a questa categoria?

Buona lettura domenicale.

 

Il manuale del perfetto arrogante.

Di Oliver BurkemanThe GuardianRegno Unito

“Secondo voi è possibile che siate degli stronzi? Lo so, è una domanda scortese, ma non completamente assurda. Dopotutto, siamo circondati da persone così – se non mi credete, date un’occhiata ai titoli dei giornali, provate a guidare all’ora di punta, o a scorrere Twitter – perciò, statisticamente, è plausibilissimo che tra loro ci siate anche voi. Sono sicuro che non avete la sensazione di esserlo, naturalmente. Ma nessuno ce l’ha. In parte perché a ben poche persone piace pensare cose negative di se stesse.

Ma come sostiene il filosofo Eric Schwitzgebel in diversi suoi saggi, è anche perché l’essenza della stronzaggine (che, secondo lui è ben distinta da altre forme di sgradevolezza) è “vedere il mondo attraverso lenti che offuscano l’umanità degli altri”.

Gli stronzi considerano le altre persone “strumenti da manipolare o gente da ingannare piuttosto che loro pari dal punto di vista epistemico e morale”. Di conseguenza, se vi comportate male con gli altri, e quelli reagiscono in modo prevedibile – con rabbia, irritazione o, se siete fortunati, con critiche amichevoli – di solito non prendete sul serio la loro reazione, sempre dando per scontato che siate stati a sentirli. Perché? Perché siete stronzi.

E non finisce qui, spiega Schwitzgebel. Se aspirate sinceramente a capire se lo siete, probabilmente comincerete a chiedervi se trattate regolarmente gli altri con arroganza, considerando i loro desideri e le loro idee inferiori alle vostre, utili solo nella misura in cui servono ai vostri scopi.

Ma il fatto stesso che vi state ponendo la domanda significa che, almeno in quell’istante, non lo siete. “Se qualcuno si preoccupa sinceramente di essere uno stronzo, la sua stronzaggine momentaneamente scompare”, scrive Schwitzgebel. “Se tremate di paura e di vergogna alla possibilità di esservi comportati male con qualcun altro, in quel momento, proprio in virtù di quella sensazione, state vedendo la persona come un individuo che ha diritto al vostro rispetto”.

 

Smettete di fare introspezione e riflettete su come vedete gli altri.

Ma non rilassatevi troppo: se pensate che questo significhi che non potete assolutamente essere stronzi, dato che siete abbastanza sensibili da porvi il problema, tornerete a essere compiaciuti di voi stessi, creando il terreno più adatto per diventarlo di nuovo.

Quindi, in parole povere: forse non vi sentite stronzi solo perché lo siete. E se fate un piccolo esame di coscienza, scoprirete sicuramente di non esserlo, anche se di solito lo siete. Allora esiste un modo oggettivo per stabilire la verità? Schwitzgebel pensa di sì: smettete di fare introspezione e riflettete su come vedete gli altri.

Avete spesso la sensazione di essere circondati da idioti? Dato che gli stronzi in genere hanno questa opinione di tutti, dovrebbe squillarvi un campanello d’allarme. “Dovunque vi girate, siete circondati da cretini, noiose nullità, masse senza volto, nemici, deficienti e… stronzi? Siete l’unica persona competente e ragionevole che conoscete?”.

Se è così, devo darvi una brutta notizia: probabilmente siete stronzi, almeno in alcune circostanze. Nei giorni in cui avete praticamente da ridire su tutti quelli che incontrate, potete scommetterci che il motivo è la cosa che tutti quegli incontri hanno in comune: voi”.

Un sabato trascorso “sportiva-mente”

L’interazione che guarda all’inclusione.

Foto articolo domenicale 03 - 1Ieri mattina era in programma un incontro di calcio a sei nell’ambito del Torneo Regionale organizzato dall’ANPIS (Associazione Nazionale Polisportive per l’Inclusione Sociale) denominato Sportiva-Mente.
Decido di andarci perché ci sono diversi aspetti di questa iniziativa che mi intrigano.
Uno fra i tanti Mimmo, operatore sociale volontario tuttofare: Presidente, autista, magazziniere, allenatore, motivatore e non so cos’altro.
Una persona speciale che mi infastidisce solo quando mi chiama dottore!
Lo conosco dai tempi in cui venne a chiedermi di poter fare allenare i suoi ragazzi nel campo di una struttura dove avevamo allocato la Direzione Generale della ASL BA2, l’Istitituto “Vittorio Emanuele II” di Giovinazzo, un campo di calcio abbandonato da decenni e recuperato attraverso un progetto di inclusione sociale per essere messo a disposizione del territorio. Sono passati anni e lui è ancora la, attore e fautore di processi di socialità in maniera volontaristica e senza togliere un briciolo di tempo alla famiglia che lo segue sempre nelle sue attività.
Al Torneo sono iscritte Associazioni che, a vario titolo, operano nel settore della Salute Mentale con squadre composte da utenti e operatori: “in campo giocano quattro utenti e due operatori” mi spiega il Presidente dell’Associazione “L’Anatroccolo onlus” di Bitonto, Mimmo Bellifemine, mentre sta per cominciare l’incontro casalingo contro la “Gargano 2000”, una Associazione di Giovinazzo.
E’ il quarto incontro del Torneo e per la capolista “L’Anatroccolo” è un incontro al vertice perché gli amici di Giovinazzo sono secondi.
“Non è questo lo spirito con il quale i ragazzi giocano. Scendono in campo per divertirsi. Certo, l’impegno e la voglia di vincere ci sono ma sono elementi marginali. Poi, per il secondo anno consecutivo, abbiamo le nostre punte di diamante che fanno la differenza in campo come nello spogliatoio”. Le punte di diamante alle quali si riferisce il Presidente de “L’Anatroccolo” sono cinque ospiti del Centro di Accoglienza Straordinaria di Bitonto gestito da “Costruiamo Insieme” iscritti al Torneo in quota agli operatori.

Foto Articolo domenicale 01 - 1

La prima squadra ad entrare in campo è quella dei bitontini e Mimmo mi deve lasciare per dirigere la fase di riscaldamento pre partita.
Il gruppo si compatta e, prima di iniziare il riscaldamento, scappano abbracci, strette di mano, segni di intesa e incoraggiamento fra i giocatori.Colgo il primo elemento dell’incontro fra culture: alcuni ragazzi de “L’Anatroccolo”, dopo aver stretto la mano e abbracciato i colleghi “stranieri”, portano la mano al petto, un rituale simbolico che, fino a qualche tempo fa, non conoscevano: incontro e scambio!
“Noi guardiamo ai processi di integrazione sociale a 360 gradi e la presenza di questi ragazzi nel gruppo è un motivo di crescita attraverso lo scambio di esperienze per i nostri ragazzi che va al di la della condivisione dell’evento calcistico” mi aveva raccontato Mimmo prima dell’inizio della partita.
Ed è un’esperienza che vogliamo ampliare attraverso la sottoscrizione di un Protocollo di Collaborazione finalizzato a consolidare e rafforzare l’interazione fra le nostre realtà per la realizzazione di percorsi concreti di inclusione sociale.
Nel frattempo, la partita entra nel vivo. A due minuti dalla fine “L’Anatroccolo” vince 4 a 3. Due minuti fatali: la partita si chiude sul risultato di 5 a 4 per gli ospiti che diventano primi in classifica con un distacco di due punti.
Ma questi sono dettagli di poco conto, marginali.
I ragazzi sono felici, hanno giocato, si sono divertiti.
La prossima settimana saranno a Foggia sempre per giocare, stare insieme e divertirsi.
Se vincono o perdono è sempre festa!
E, guardandoli, mi chiedo quanto abbiamo ancora da imparare da quella spontaneità che è rimasta scevra dall’inquinamento ideologico e culturale che ammorba il rapporto fra le persone.
Ho trascorso un bel sabato Diversa-Mente!

La scomparsa del fine settimana

Siamo entrati nel vivo della campagna elettorale e, come da sempre siamo abituati a sentire, uno dei temi centrali del dibattito fra i diversi schieramenti è il lavoro.
Certo, se le promesse che sentiremo elargire fino al 4 marzo incidessero sulla crescita del prodotto interno lordo l’Italia azzererebbe il debito pubblico. Ma così non è, come non è nostra intenzione entrare nel merito della campagna elettorale in corso.
Ci diletteremo, piuttosto, a guardare le cose da un altro punto di vista cominciando da questo domenicale che vi propone la lettura di un articolo di Martin Caparròs che potrà sembrare una provocazione ma, di fatto, è una semplice approfondita riflessione sul mondo del lavoro nella quale molti riconosceranno la propria dimensione.
Buona lettura.

“La scomparsa del fine settimana”
Martín Caparrós, giornalista e scrittore

Il fine settimana è un’invenzione recente. La settimana no: il fatto che esista e che duri sette giorni è il risultato di un errore babilonese. Quegli iracheni credevano che fossero sette i pianeti esistenti, e che ognuno di loro definisse un giorno di quella settimana che decisero di inventare.

Per migliaia di anni chi doveva lavorare lo faceva per sei giorni, e semmai riposava il giorno del signore. Ma all’inizio dell’ottocento i padroni delle fabbriche inglesi, stanchi che gli operai si assentassero tutti i lunedì per colpa della sbronza domenicale, gli offrirono di staccare il sabato a mezzogiorno, bere, riposarsi la domenica e tornare in fabbrica il lunedì mattina presto: inventarono il “sabato inglese”.
Nonostante ciò, gli orari di lavoro restavano eterni: gli operai dei paesi ricchi continuarono a battersi per ottenere un po’ più di vita. Nel 1926 Henry Ford introdusse nelle sue fabbriche la settimana lavorativa di cinque giorni: non solo compiaceva e stimolava i suoi dipendenti, ma gli lasciava anche più tempo per consumare, perché gli operai si stavano trasformando in consumatori. Poco dopo, la crisi del 1929 portò un’ondata di disoccupazione, e meno ore di lavoro a testa significarono un po’ più di lavoro per tutti. La settimana lavorativa di quaranta ore divenne, paese dopo paese, la norma.
A chi come me ha più di trent’anni e meno di cento il fine settimana di due giorni sembra la cosa più naturale del mondo. C’erano tempi in cui era inviolabile. Soprattutto in Europa, il fine settimana era rigido: una ventina di anni fa, a Parigi, Monaco o Stoccolma era molto difficile trovare una libreria o un calzolaio aperti. Funzionavano solo i servizi pubblici: i trasporti, i luoghi di svago, i servizi sanitari, la polizia. Ora non è più così: si è imposto il modello americano, in cui il fine settimana è un momento per comprare, e ciò comporta che ci siano milioni di persone occupate a vendere.
Ma anche così le differenze per un po’ si sono mantenute: quei lavoratori accettavano di lavorare durante giornate speciali, che erano un’eccezione e di solito erano pagate a parte. Il grande cambiamento è che adesso i confini tra lavoro e tempo libero sono sempre più labili. Ci sono sempre più persone che lavorano sempre e ovunque. Alcuni di noi lo fanno perché ci piace quello che facciamo, altri perché sono troppo preoccupati da quello che fanno, molti per una sapiente combinazione di entrambe le cose.
Aiuta lavorare da casa (e quindi la mancanza di un limite spaziale tra il tempo libero e il lavoro) e che i dispositivi mobili facciano sì che, anche per quelli che hanno orari e uffici, il lavoro li segua ovunque vadano. In un’epoca in cui un lavoro non è visto come un peso ma come un privilegio, ci si aspetta che quelli che ne hanno uno se ne prendano cura mantenendosi disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, o quasi.
L’entusiasmo di avere tempo a disposizione per se stessi, blindato contro qualsiasi meccanismo di mercato, non va più di moda. Ma, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere. C’è una cosa che i dottori chiamano “effetto weekend”: i pazienti ricoverati durante il fine settimana muoiono un dieci per cento in più di quelli ricoverati durante i giorni feriali. Non si sa né come né perché, ma succede.
Quindi forse la progressiva scomparsa del fine settimana avrà uno di quegli effetti secondari che nessuno calcola, e queste persone non moriranno più. Forse senza fine settimana saremo tutti immortali. O, chissà, forse succederà esattamente il contrario.
(Questo articolo è stato pubblicato su El País).

Donne in piazza e migranti

Insonnia e incubi del Presidente Trump.

Come in un incontro di boxe, il Presidente USA Trump incassa quello che tecnicamente viene definito “uno-due”: il Senato degli Stati Uniti d’America boccia inesorabilmente la Legge Finanziaria gettando l’intero apparato nello scompiglio e centinaia di migliaia di donne, ad un anno esatto dalla prima grande manifestazione all’indomani dell’elezione del Presidente definito “misogino”, sono pronte ad invadere le strade delle più importanti città del Paese.
Due fatti apparentemente separati ma che trovano un punto di convergenza all’interno di un processo in atto mosso da motivi di civiltà.
La Legge Finanziaria è caduta grazie alla volontà di un gruppo di Senatori di ribadire il diritto di restare nel Paese di tutte le persone che vi sono nate o che hanno raggiunto lo stesso in tenera età anche clandestinamente.
Questo accadimento, mai avvenuto nella storia degli USA, paralizza l’intero sistema statale in assenza della copertura finanziaria.
Certo, i servizi essenziali sono garantiti, anche la sanità che, non riuscendo a riportare ai ricchi tutta d’un colpo, Trump sta cancellando un pezzo per volta con il dichiarato intento di cestinare l’attesa riforma del sistema posta in essere dal suo predecessore Obama dopo decenni di lotte e di speranze.
Ma, in questi giorni, pare evidente che il livello di inciviltà etica, morale e verbale del Presidente Trump abbia fatto traboccare il vaso.
E non solo negli USA, ma a livello mondiale visto l’isolamento diplomatico in cui è ingabbiato.
E poi, ci sono le donne, quel fastidioso soprammobile, l’oggetto silente da mostrare che agli occhi di Trump sta diventando un’onda pervasiva e coinvolgente diventando un problema che non si risolve con un accordo fatto sotto banco con il Partito Democratico.
Se il Presidente coreano Kim lo ha reso insonne, le donne sono diventate un incubo!
Un anno fa, il 21 gennaio 2017, 500mila persone partecipavano alla marcia delle donne su Washington, e altre decine di migliaia scendevano in strada nelle altre grandi città statunitensi.
Migliaia di donne hanno denunciato violenze e molestie sessuali e centinaia di uomini di potere (compresi esponenti del congresso) si sono dimessi o sono stati costretti a lasciare i loro incarichi.
Il simbolo americano per eccellenza, Hollywood, ha trovato il coraggio di denunciare all’unisono il “macismo” da sempre annidato dietro le quinte e l’abitudine consolidata a considerare le donne oggetto del soddisfacimento sessuale piuttosto che professioniste: bambole gonfiabili ad uso e consumo del maschio detentore del potere.
Dal 1968 in poi, pare oggi essersi riaccesa la fiammella di una speranza, la luce di un percorso di riscatto, il coraggio di denunciare una inconcepibile ma ancora troppo attuale condizione di inferiorità sociale: a livello mondiale, senza grandi differenze geografiche fra i Paesi definiti “civilizzati”, le donne percepiscono un salario in media inferiore del 23% rispetto agli uomini pur svolgendo identiche mansioni.
Chiedere in piazza ragione anche di questo è legittimo oltre che giusto.
Se il destinatario del messaggio continua ad essere sordo sarà necessario gridare più forte, soprattutto nelle sedi istituzionali.
Un articolo della rivista Time riporta: “È in corso un aumento senza precedenti di donne che si candidano a ricoprire incarichi di vario tipo, dal senato statunitense ai parlamenti locali fino ai consigli scolastici e si candidano a qualcosa per la prima volta in vita loro”.
Sarebbe auspicabile che succeda anche da noi.

Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018

Messaggio del Santo Padre Francesco per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare 
i migranti e i rifugiati”

 
Cari fratelli e sorelle!
«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34).
Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un “segno dei tempi” che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta.
Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore. Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».
Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili. Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali. Torno a sottolineare l’importanza di offrire a migranti e rifugiati una prima sistemazione adeguata e decorosa. «I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo». Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI, ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale. Di conseguenza, è necessario formare adeguatamente il personale preposto ai controlli di frontiera. Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati.
Il secondo verbo, proteggere, si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio. Tale protezione comincia in patria e consiste nell’offerta di informazioni certe e certificate prima della partenza e nella loro salvaguardia dalle pratiche di reclutamento illegale. Essa andrebbe continuata, per quanto possibile, in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali e la garanzia di una minima sussistenza vitale. Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono. Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione. Per coloro che decidono di tornare in patria, sottolineo l’opportunità di sviluppare programmi di reintegrazione lavorativa e sociale. La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. Ad essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento. Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». Lo status migratorio non dovrebbe limitare l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio.

Foto-articolo-papa-accoglienza---1Promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore. Tra queste dimensioni va riconosciuto il giusto valore alla dimensione religiosa, garantendo a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professione e pratica religiosa. Molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate. Siccome «il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli», incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati, garantendo a tutti – compresi i richiedenti asilo – la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Nel caso di minori migranti, il loro coinvolgimento in attività lavorative richiede di essere regolamentato in modo da prevenire abusi e minacce alla loro normale crescita. Nel 2006 Benedetto XVI sottolineava come nel contesto migratorio la famiglia sia «luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori». La sua integrità va sempre promossa, favorendo il ricongiungimento familiare – con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti –, senza mai farlo dipendere da requisiti economici. Nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di disabilità, vanno assicurate maggiori attenzioni e supporti. Pur considerando encomiabili gli sforzi fin qui profusi da molti paesi in termini di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria, auspico che nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni (ad esempio l’assistenza medica e sociale e l’educazione) dei paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti e, parimenti, si includano tra i destinatari le comunità locali in situazione di deprivazione materiale e vulnerabilità.
L’ultimo verbo, integrare, si pone sul piano delle opportunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati. L’integrazione non è «un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca. È un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini». Tale processo può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese. Insisto ancora sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi. Mi preme sottolineare il caso speciale degli stranieri costretti ad abbandonare il paese di immigrazione a causa di crisi umanitarie. Queste persone richiedono che venga loro assicurata un’assistenza adeguata per il rimpatrio e programmi di reintegrazione lavorativa in patria.
In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative sopra proposte, ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno secondo le responsabilità proprie.
Durante il Vertice delle Nazioni Unite, celebrato a New York il 19 settembre 2016, i leader mondiali hanno chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti, condividendo tale responsabilità a livello globale. A tal fine, gli Stati si sono impegnati a redigere ed approvare entro la fine del 2018 due patti globali (Global Compacts), uno dedicato ai rifugiati e uno riguardante i migranti.
Cari fratelli e sorelle, alla luce di questi processi avviati, i prossimi mesi rappresentano un’opportunità privilegiata per presentare e sostenere le azioni concrete nelle quali ho voluto declinare i quattro verbi. Vi invito, quindi, ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti – o interessati a partecipare – al processo che porterà all’approvazione dei due patti globali.