Spagna, l’apoteosi del non senso

«Riconquisteremo Al Andalus, col volere di Allah. O carissimo Al Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato? Ma quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba e Toledo? Dall’istituzione dell’inquisizione, la Spagna ha fatto di tutto per distruggere il Corano. La Spagna è uno Stato criminale che usurpa la nostra terra».

Queste frasi sono contenute in un libretto di propaganda diffuso tempo addietro dall’auto proclamato Stato Islamico.

Nell’immaginario del mondo musulmano la Spagna, così come parte del Portogallo e della Francia, dominati per 780 anni (711 – 1492), è terra «sottratta» a loro dalla cristianità e che, quindi, deve essere riconquistata.

Che il rischio di attentati fosse da tempo nell’aria è cosa nota, sostanziata anche dal fatto che dietro le stragi jihadiste compiute in Europa è sempre emersa la presenza della cellula attiva in Spagna.

Non sono bastate le centinaia di arresti a fermare il processo di radicalizzazione: proprio dalla Spagna è partito il più nutrito gruppo di jihadisti per combattere in Siria.

E la Spagna è impegnata militarmente sia in Siria che in Iraq e Libano.

Un obiettivo fra i più classici che non poteva sfuggire alle «attenzioni» di chi semina morte inseguendo un sogno che ormai ha incontrato l’inesorabile realtà: lo Stato Islamico ha già perso sul campo, privo di ogni prospettiva politica e diplomatica facendo il gioco dei Potenti del Mondo che dalla destabilizzazione di quell’area geografica sta già ragionando sui profitti futuri.

Sulla «Rambla» di Barcellona, con la facile tecnica ormai collaudata del camion che si schianta sulla gente, altre persone hanno perso la vita.

Altre vite spezzate senza un senso, una finalità che possa se non giustificare questi gesti neppure comprendere queste azioni.

Sembra vivere dentro l’apoteosi del non senso!

Parigi, Londra, Manchester, Nizza, Colonia, Berlino, Stoccolma.

Adesso Barcellona con un gesto che rasenta un paradosso simbolico: la parola rambla deriva dall’arabo  raml (sabbia) e designa, come in altre città spagnole, una strada ricavata da un corso d’acqua asciutto, interrato o coperto.

Forse, che fosse fra i luoghi più frequentati da turisti «infedeli», quasi in spregio alle antiche tradizioni o ad una presunta vecchia «padronanza», ha indotto quei «lupi solitari» a scegliere quel luogo per compiere la loro carneficina, il loro insensato, orrendo atto di sangue.

E a piangere non è solo la Spagna: su quel chilometro e mezzo di strada resta scritta, ancora una volta col sangue, la sconfitta dell’umanità.

Hikikomori, ovvero la fuga dalla realtà.

Di mode ferragostane ne sono passate tante, le abbiamo viste nei film e qualcuno, un po’ più grande anche nelle vecchie pubblicità.

Ricordate la pubblicità della Standa rivolta alle donne? «L’estate a portata di tutti! Costume intero per i tuffi: 6000 lire; bikini: 4000 lire; canotto grande: 10.000 lire».

Era il 1977.

Fino ad arrivare al topless che ha fatto di uomini e donne la moda di se stessi.

I tempi cambiano e anche le abitudini e le tendenze: la spiaggia era un luogo di incontro, di socializzazione, di esperienze: “Stessa spiaggia, stesso mare!” recitava il verso di una vecchia canzone a sottolineare che, a distanza di un anno, la voglia era quella di ritrovarsi, di rincontrarsi, di condividere un’altra stagione.

Ma sono passati davvero tanti anni da allora e la società ha avuto mutazioni così profonde da far pensare a tutto questo solo come un ricordo?

Questa settimana propongo una riflessione di carattere sociale su un fenomeno che, partito dal Giappone, sembra trovare sempre più spazio nei vuoti di socialità e di relazioni dei quali ci stiamo nutrendo e che, anche inconsapevolmente, contribuiamo ad alimentare.

Hikikomori! Ovvero, la trasformazione virtuale della realtà attraverso il distacco da essa.

E così diventano virtuali storie d’amore e relazioni di ogni genere all’interno di un processo di superamento estremo dell’umanizzazione dei rapporti fino al punto che la fidanzata diventa una applicazione scaricata sul telefono.

Ma chi sono i ragazzi definiti Hikikomori?

Il termine Hikikomori significa letteralmente “isolarsi”, “stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi ad adolescenti e giovani adulti che decidono di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. La vita reale fatta di sguardi e incontri viene sostituita dai social e internet è l’unico strumento relazionale utilizzato.

Al momento in Giappone si parla di oltre 500.000 casi accertati, ma secondo le associazioni che se ne occupano il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione (l’1% dell’intera popolazione nipponica). È evidente che si tratti di un fenomeno incredibilmente vasto, di cui ben pochi hanno mai sentito parlare, soprattutto al di fuori del Giappone.

Anche in Italia l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori, infatti, non sembra essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un qualcosa che riguarda tutti i paesi sviluppati del mondo. Secondo alcune stime (non ufficiali) nel nostro paese ci sarebbero almeno 100.000 casi.

Le cause possono essere ricondotte al carattere, alle dinamiche familiari, alla scuola.

Tutto questo porta a una crescente difficoltà del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino ad un vero e proprio rifiuto della stessa. Ma, avendo l’Italia un tessuto socio-culturale profondamente differente da quello giapponese, questo disagio si manifesta anche in altre forme: la creazione di baby gang, la ricerca del brivido estremo in spregio alla vita, l’abuso di alcool e droghe, la messa in atto di gesti insensati.

Infatti, l’hikikomori è una modalità di espressione di un disagio che può variare da cultura a cultura e che potenzialmente può riguardare i giovani di tutto il mondo.

E le famiglie, per vergogna o ignoranza del problema, restano anch’esse sole, non cercano aiuto né hanno gli strumenti per affrontare la situazione.

Vi propongo la visione di questo video.

 

«A tutti e a ciascuno».

«La nostra società fa ancora fatica a confrontarsi veramente con l’immigrazione, che, se per alcuni può essere un problema, per tutti dovrebbe essere, invece, un’opportunità. È all’immigrazione che Milano deve non poco della sua fortuna: questa città è frutto di ripetuti e successivi processi di integrazione. È una memoria da recuperare. Sicuramente occorre intervenire per regolare doverosamente il fenomeno migratorio, garantendo la legalità, attivandosi di concerto con le altre nazioni. Ed è indubitabile che anche la Chiesa debba fare la propria parte. Purtroppo, invece, spesso accade che a prevalere sia la paura dell’altro».

Con queste parole il Cardinale Dionigi Tettamanzi lasciò la diocesi di Milano, ormai già provato dalla malattia che lo aveva colpito.

Nel marzo 2013 partecipa al conclave che elegge Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco, un uomo come lui, uno che aveva già scelto da che parte stare.

Nonostante fosse stato nominato Cardinale, padre Dionigi è sempre restato un Parroco, un prete come tanti vicino alla gente e che cercava la gente, le persone per ascoltare i loro bisogni, materiali e spirituali, utili a tradurre la carità cristiana in gesti concreti.

Il prete delle provocazioni che fino alla fine, ha dimostrato la sua lontananza dall’”apparato” che discrimina: il cardinale Dionigi Tettamanzi ha accolto a casa sua venti nigeriani. Li ha ospitati nella grande e sontuosa Villa Sacro Cuore a Triuggio, in Brianza, a pochi chilometri di distanza dall’altrettanto sontuosa villa di Macherio, dimora della famiglia di Berlusconi.

“I nostri venti profughi sono quasi tutti musulmani, anche se fra loro ci sono alcuni cristiani metodisti. Tutti loro si sono adattati benissimo alla vita che facciamo qui nel centro spirituale, -ha raccontato don Luigi Bandera, direttore della Villa e stretto collaboratore del cardinale Tettamanzi – Abbiamo deciso di accoglierli dopo l’appello di Papa Francesco che si è rivolto alle parrocchie e ai centri religiosi, invitandoli ad aprire le porte ai migranti. Noi l’abbiamo fatto ormai diverse settimane fa e sta andando tutto benissimo”.

«A tutti e a ciascuno»: così, in maniera semplice, il cardinale Dionigi Tettamanzi rivolgeva il suo saluto, soprattutto quando si trattava di grandi folle. Esprimeva con questo modo il suo desiderio di arrivare a tutti, di essere vicino a ciascuno.

Era consapevole nelle sue azioni che l’altro, il diverso, lo straniero, ci fa paura se visto da lontano. Se lo guardi negli occhi, se gli dai una prospettiva, se cerchi la sua collaborazione e lo rendi responsabile cambi il corso della storia o, perlomeno, inverti una tendenza.

Ciao padre Dionigi, Cardinale rimasto in frontiera!

E grazie per tutto quello che ci hai lasciato!

Non voglio essere la rana nel pozzo

Da stamattina giro intorno ad una idea per scrivere la rubrica domenicale ma niente che mi sia passato per la testa mi ha appassionato.

Scrivo degli eventi che stanno riaccendendo il conflitto in Palestina? Dei roghi che stanno devastando il patrimonio ambientale italiano? Di quei Paesi europei, Austria in testa, che hanno chiesto all’Italia di chiudere i porti a garanzia anche dei loro confini? Delle donne vittime di femminicidio che si moltiplicano? Della mafia che a Roma non c’è (perché non uccide per strada ma nei Palazzi)?

Tutte cose che passano e ripassano in televisione e sui giornali senza destare più neanche indignazione.

Apprezzo quei commentatori di alto rango capaci di intrattenere per ore, in trasmissioni televisive interminabili, la gente che ormai «sente» più per l’abitudine di avere la Tv accesa che per la voglia di capire.

Avrei scritto ascolta dicendo una grande bugia.

La mia cartina di tornasole è la casa dei miei genitori: il primo pulsante a essere spinto è quello del telecomando della televisione. Prima i telegiornali locali, poi quelli nazionali.

Alle 8:00 della mattina hai l’impressione di sapere tutto ciò che, mentre eri distratto o dormivi, è successo sotto casa tua o nel resto del mondo.

Le voci dei giornalisti o degli invitati a commentare (che sembrano avere sottoscritto un contratto perché sono quasi sempre gli stessi) diventano familiari, abitudinarie.

Di fronte a questo atteggiamento largamente diffuso, accettante, acritico, mi tornano in mente le parole del Presidente Mao:

«Noi pensiamo troppo in piccolo. Come la rana in fondo al pozzo che pensa che il cielo sia grande quanto il cerchio in cima al pozzo. Se giungesse all’esterno avrebbe una visione interamente differente».

Nel chiuso delle proprie case o del proprio quotidiano, matura e cresce la visione della rana nel pozzo dentro quell’alveo di sopravvivenza nel quale la gran parte della popolazione è costretta, spesso sentendosi anche fortunata rispetto alle storie che passano la soglia di ogni limite civile che arricchiscono quella che dovrebbe essere informazione.

Allora penso di essere una persona fortunata per il lavoro che faccio, perché senza filtri, attraverso il contatto diretto con le persone, i migranti dei quali tutti parlano ma quasi nessuno ha mai incontrato, raccolgo storie e ricostruisco situazioni che nessuno racconta.

Alla televisione che parla di numeri e di scaramucce fra capi di Governo, io preferisco le persone: i loro occhi lucidi durante il racconto, il loro modo di tenere fra le braccia figli sottratti alla morte, il loro coraggio nell’immaginare un futuro nonostante tutto, la loro voglia di vivere contro ogni rassegnazione.

E apprezzo il loro modo di salutare che finisce sempre con la mano che tocca il cuore.

Profughi

“MI TUFFO NELLE MIE RIFLESSIONI E VOLO AL DI SOPRA DEL MONDO”
Marc Chagall – pittore e profugo.

In questi anni abbiamo raccolto e raccontato storie di miseria e disperazione, di guerre e distruzioni, di naufragi e persone salvate in mare. Anche di tante persone morte in mare fuggendo da qualcosa: guerra, fame, pregiudizio, persecuzione religione o politica. Non fa differenza.
Nessuno scappa, rischia la morte, abbandona i suoi affetti e la sua terra senza un motivo valido o almeno capace di supportare un viaggio fra una non-vita, la morte e una nuova vita auspicata, immaginata, sperata.
Negli ultimi tempi abbiamo parlato di talenti e di risorse sulle nostre pagine.
«Tenuti a dormire in attesa dei documenti» aveva affermato, non a torto, un ospite del CAS di Modugno che ho intervistato qualche settimana fa.
Ma quanti talenti, quante persone che hanno segnato la storia hanno vissuto una vita da profugo? Quanti sono stati vittime di persecuzioni e costretti a lasciare i propri Paesi, i propri cari, le proprie abitudini?
Il domenicale di oggi propone una piccola carrellata di profughi che hanno lasciato il segno.

«L’umorismo è il più potente meccanismo di difesa. Permette un risparmio di energia psichica e con una battuta blocchiamo l’irrompere di emozioni spiacevoli».
Sigmund Freud fu costretto a lasciare l’Austria, il suo Paese, per raggiungere Londra con la moglie e la figlia per ottenere lo status di rifugiato politico.

«Ti manderò un bacio con il vento e so che lo sentirai».
Pablo Neruda nel 1949 fu costretto a rifugiarsi in Argentina a causa delle persecuzioni autoritarie del Governo di Gabriel Gonzales Videla. Era un oppositore scomodo che avrebbe pagato con il carcere o con la vita il coraggio delle sue idee.

Condannata all’esilio dopo aver testimoniato di fronte al Comitato delle Nazioni Unite contro l’Apartheid, Miriam Makeba dichiarò: «Ci sono tre cose per le quali sono venuta al mondo e ci sono tre cose che avrò nel cuore fino al giorno della mia morte: la speranza, la determinazione e il canto».

Albert Einstein, fuggito dalla Germania nel 1933 a causa delle persecuzioni antisemite, non ha fatto più ritorno nel suo Paese e neanche rimise piede in Europa. Nel 1921 aveva vinto il Premio Nobel per la Fisica. Pose dimora negli Stati Uniti. Una delle sue affermazioni più celebri e profonde: «L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione racchiude il mondo».

Ci sarebbero tante altre persone da citare e ricordare per quanto, nonostante le sofferenze, hanno voluto restituire al mondo, a quel mondo di cui si sentivano parte. Il pezzo di mondo che li ha esclusi è una piccola parte rispetto al mondo che li ha inclusi riconoscendo i loro talenti, le loro intuizioni, il loro apporto alla crescita culturale e scientifica che spesso ha condizionato e cambiato il corso della storia.

Mi piace chiudere con una grande donna, Rigoberta Menchu, attivista per i diritti umani insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1992. A causa del suo impegno in difesa dei diritti umani fu costretta a lasciare il suo Paese, il Guatemala, nel 1981. Ha scritto: «Il razzismo è l’espressione del cervello umano ridotta ai minimi termini».

Dal buio alla luce

Il G20 si è concluso in Germania ed è cominciata la passerella dei Capi di Stato per le conferenze stampa di rito.

È stato un G20 «interessante», fitto di incontri bilaterali, durante il quale si è discussa anche la questione dell’immigrazione sulla base di un fatto di Diritto: Tutti gli Stati hanno diritto a difendere i propri confini!

Questione liquidata in poco più di un’ora che ha visto l’Italia confinata in un angolo per lasciare spazio ad altre e più importanti questioni.

Chi non avrebbe abbandonato quel tavolo, paventando altri importanti impegni istituzionali, come ha fatto il capo del Governo italiano?

L’Italia è sola e abbandonata anche dai Paesi che credeva essere vicini, primi fra tutti quelli europei. La giocoliera parolaia Merkel si sfila, dice di averne già tanti di immigrati omettendo di dire che anche grazie al loro contributo la Germania ha potuto raggiungere una stabilità economica che gli consente di decidere, mutuando dalla meteorologia, quando fa caldo e quando fa freddo.

Macron, neo eletto Presidente della Francia, passato sulla stampa internazionale come la giovane promessa per la ricostruzione di una vera idea di Europa, al primo importante passaggio si piega di fronte all’urto dell’onda xenofoba e nazionalista e chiude le sue frontiere con una mossa da politicante: bisogna distinguere fra migranti economici e profughi!

La differenza è sottile, ma è scritta nei trattati internazionali che non hanno alla base il senso della vita o le persone. Sono trattati che guardano in prospettiva, una prospettiva economica, mera speculazione.

Per fare un esempio, chi metterà (o ha già messo) le mani sull’enorme business della ricostruzione della Siria?

Le guerre sono un investimento tanto è vero che ieri Trump e Putin sono stati chiusi per due ore in una stanza per concordare una tregua e impugnare il coltello per dividere la torta: prima gli affari, i miliardi di dollari da spartire! Se avanza un po’ di tempo, penseremo alle persone!

Quelle che dovranno tornare, forse, perché in quelle aree, in quelle città persone ce ne sono davvero poche. I più fortunati sono scappati, i meno fortunati sono rinchiusi nei campi profughi in Libia e Turchia in condizioni disumane, quelli sfortunati sono rimasti sotto le bombe e le angherie dell’ISIS e dei vari eserciti o milizie schierate sul campo di battaglia.

Ma gli amici sono amici, soprattutto se in ballo ci sono interessi economici importanti. Se poi la gente lascia il proprio Paese per fame o perché vengono violati i diritti riconosciuti dalla comunità internazionale, per il solo fatto che fuggono da dittature violente e criminali, si pongono paletti all’accoglienza e si fanno distinzioni.

Ma chi lascerebbe il proprio Paese per andare incontro all’incertezza?

Sarà forse che chi decide di mettere a rischio la vita pensa di poter approdare in terre più civili, dove una persona viene considerata come persona e non come un numero o una quota da distribuire?

Nonostante le critiche, le difficoltà a gestire quella che hanno voluto diventasse una emergenza, l’Italia risponde. Magari è debole sugli scenari internazionali o forse è semplicisticamente il primo luogo di approdo.

Ma è capace di tirare fuori tutta la sua capacità di accogliere.

Passare dal buio alla luce non è difficile: a Torino il Prefetto ha risposto alle aziende che chiedevano di assumere migranti ancora non in regola con i documenti concedendo la protezione umanitaria.

Anche un gruppo di ospiti delle nostre strutture hanno scritto ai Prefetti dichiarando di voler svolgere lavori di pubblica utilità volontariamente. A Torino addirittura gli imprenditori hanno chiesto al Prefetto di essere messi nelle condizioni di assumere i migranti: «Questi ragazzi hanno imparato un mestiere e sono diventati risorse fondamentali per le nostre imprese. Chiediamo solo di poter proseguire il percorso intrapreso».

I primi 30 permessi sono stati concessi.

È un modello ripetibile in tutte le realtà dove sono ospitati migranti che, come abbiamo già scritto, sono portatori di saperi, di conoscenze, tante volte di professionalità che, ormai, in Italia non forma nessuno: quei talenti tenuti a parcheggio che diventerebbero una risorsa per una economia nazionale che aspetta di potersi rilanciare.

Il Presidente dell’Inps Tito Boeri, nei giorni scorsi, ha spiegato quanto sia fondamentale il contributo dei lavoratori stranieri nelle casse dell’ente previdenziale.

Milioni di italiani riscuotono la pensione grazie a questa risorsa aggiuntiva.

E nessuno dica che ci tolgono il lavoro!

Sarebbero falsi, ipocriti, bugiardi!

Nel mercato globale, tanto caro all’occidente, chi ha competenze e le mette in gioco lavora, al di là della provenienza e dal colore della pelle.

Basta creare le condizioni attraverso pratiche condivise e collaborative evitando di lasciare i Prefetti a gestire le emergenze senza lasciare un attimo alla possibilità di programmare e costruire percorsi possibili.

 

Disperazione

Mia sorella si è ritrovata in un limbo, non risultava nè occupata nè disoccupata. Era stata licenziata da un giorno all’altro perchè in questo mondo del lavoro che non funziona più la sua azienda ha appaltato il servizio e non ha chiesto di assumere i vecchi dipendenti. Così lei si è trovata senza lavoro, senza Tfr e senza indennità di disoccupazione. Con un affitto da pagare e un compagno disoccupato. Questa mattina ha pubblicato quel post su Facebook in cui diceva che li avrebbe fatti neri. Ma non pensavo certo che avesse in mente questo. È un mondo senza solidarietà. Vorrei ringraziare però quel ragazzo musulmano che mentre gli altri si allontanavano ha preso l’estintore e ha cercato di salvarla“.

In un ufficio INPS, uno dei tanti, nella provincia di Torino una donna di quarantasei anni in preda alla disperazione, dopo essersi cosparsa il corpo di alcool si è data fuoco mentre gridava alla gente in coda ed agli impiegati di essere esasperata, di non farcela più.

Fatto grave quanto frequente che si ripete negli uffici pubblici su tutto il territorio italiano: quando la disperazione si materializza portando alle conseguenze più estreme vengono fuori tutti i difetti di un sistema che non funziona, che trasforma le persone in numeri, che disumanizza il rapporto con il cittadino fino alla mortificazione ovvero a maturare l’idea di morte quando si è ancora in vita.

Ma, nella tragicità del fatto, sorprendono le parole del fratello della donna che, ai giornalisti, ha voluto sottolineare che “quel ragazzo musulmano che mentre gli altri si allontanavano ha preso l’estintore e ha cercato di salvarla”.

Un ragazzo musulmano mentre gli altri si allontanavano?

Ma i musulmani non sono quelli brutti e cattivi da rispedire a casa loro perché rappresentano un pericolo pubblico? Non sono quelli che Trump non vuole più negli Stati Uniti d’America o quelli sui quali Macron vuole fare un distinguo?

A me viene spontanea una riflessione: quel ragazzo, di qualsiasi religione sia, ha sentito il brivido di una vita che stava per andare via ed è intervenuto dentro una scena deplorevole (mentre gli altri si allontanavano!) e forse, la necessità di aver voluto specificare che era mussulmano e straniero sta dentro il fatto che gli altri presenti erano brave persone italiane.

L’episodio, che certo non farà la storia, non può non metterci di fronte a un dato oggettivo che è quello della disperazione, diffusa e globalizzata, dentro e fuori casa nostra, che non dovrebbe consentire a nessuno di giocare con le parole costruendo artificiose giustificazioni alle ipotesi di respingimento dei migranti.

Dire che in Costa d’Avorio, in Nigeria o in Senegal il PIL cresce omettendo di dire che più del 90% della ricchezza di quei Paesi è nelle mani del 2% della popolazione è disonesto, politicamente scorretto, intellettualmente criminale.

Lottare contro la fame non è diverso da sfuggire e subire le conseguenze di una guerra. Andare in cerca di un futuro che dia un senso alla vita è legittimo per qualsiasi persona in ogni parte del mondo.

Impedire che questo sia possibile equivale alla negazione del valore della vita.

 

Talenti che vanno, talenti che arrivano

Dopo l’intervista fatta ad Emmanuel Sanriemu qualche giorno fa nel CAS di Modugno e pubblicata da Costruiamo Insieme nella rubrica “Raccontiamo storie”, viene da riflettere su un tema che tocca tutti, quel fenomeno definito “fuga dei cervelli” che nel nostro Paese ha una dinamica piena di sfumature diverse.

Talenti che vanno, talenti che arrivano accomunati dallo stesso destino: la mancanza di opportunità.

Dentro un tessuto socio economico compromesso, ogni talento inespresso, “tenuto a dormire” come ha detto Emmanuel o costretto a lasciare il Paese deve essere considerato un danno sociale, un freno ed un ostacolo alla crescita collettiva.

Tante potenzialità vengono mortificate nel frullatore del mantenimento di uno status quo nel quale basta galleggiare restringendo gli orizzonti senza sforzarsi a guardare oltre.

Per questo motivo a fronte di migliaia di giovani italiani che partono in cerca di un futuro e di opportunità per esprimere capacità e competenze, migliaia di giovani arrivano da un altro Continente con le stesse aspettative, con le stesse speranze.

Costruiamo Insieme, che da sempre ha rifiutato il modello di una accoglienza sterile rifuggendo dall’idea che i Centri di Accoglienza debbano essere parcheggi per migranti sta gettando le basi per realizzare azioni di sistema capaci di costruire un ponte che porti al di la del muro.

Lo scorrere del tempo, il passare degli anni, l’essere di fronte ad un fenomeno strutturale e strutturato non ha prodotto l’evolversi di un processo di scambio, di incontro, di conoscenza. Quel processo che da un punto di vista sociologico rappresenta la molla per la crescita, per lo sviluppo sociale, culturale, economico.

Nei Centri di Accoglienza risiede un mondo per lo più sconosciuto, tenuto bloccato dai tempi della burocrazia e rispetto al quale i muri ideologici sono più cementificati dei muri materiali.

In una lettera aperta indirizzata ai Prefetti di Bari e Taranto, un folto gruppo di ospiti delle strutture di accoglienza gestite da Costruiamo Insieme ha scritto:

Noi, scappati dalle guerre che stanno dilaniando i nostri Paesi, dalle persecuzioni razziali, dalle torture, da ogni tipo di violenza fisica e psicologica, dalla miseria e dalla fame che ancora continuano ad uccidere migliaia bambini, donne e uomini fra i quali i nostri fratelli, le nostre madri e i nostri padri ci sentiamo fortunati per avere riacquistato una prospettiva di vita che ci era stata negata.

Per il Paese che ci ha accolti, l’Italia, e soprattutto per il territorio che ci ospita e ci garantisce le cure, l’istruzione, la formazione professionale oltre al soddisfacimento di tutte le esigenze primarie non vogliamo essere un problema, vogliamo essere una risorsa restituendo alla comunità quanto ogni giorno ci viene donato.

Impareremo a ragionare in termini di risorse e di opportunità?

 

 

Ius soli, un diritto ancora negato

L’incapacità di leggere i profondi mutamenti sociali ed il ricorso all’ideologizzazione in assenza di argomentazioni che reggano trasformano, in Italia, la discussione sulla necessità di rivedere la normativa sul diritto di cittadinanza in una bagarre nella quale si moltiplicano i prestigiatori di parole.

In tutto il continente americano, meta nel secolo scorso di grandi flussi migratori, lo ius soli, ovvero il diritto di vedersi riconosciuta la cittadinanza del Paese nel quale nasci è automatico.

In Italia, da decenni meta di migrazioni, questo argomento pare essere un tabù nonostante il tema metta le mani nelle viscere di un sistema di tutela dei diritti dei minori che dovrebbe essere al centro delle attenzioni.

E ad alimentare la preoccupazione vi è il fatto che il testo in discussione nel Parlamento italiano non prevede uno ius soli puro, ma pone una serie di vincoli e condizioni. Per fare qualche esempio, un bambino nato in Italia, potrebbe diventare cittadino italiano a condizione che almeno uno dei genitori si trovi legalmente in Italia da almeno 5 anni, avere un reddito annuo non inferiore all’importo dell’assegno sociale, disporre di una abitazione idonea, conoscere la lingua italiana.

Tutte condizioni che escludono da questa possibilità, almeno nell’immediato, la gran parte dei migranti presenti nel nostro Paese e la cecità con la quale si affronta l’argomento trascura o oscura il dettaglio importante che la proposta di Legge si applicherebbe solo ai nuovi nati.

Paradossalmente in questo scenario ad alzarsi sono le voci xenofobe e non piuttosto quelle della società civile che dovrebbe indignarsi di fronte all’approccio restrittivo di una proposta di Legge che affronta il tema dei diritti civili.

Il Comitato ONU per i Diritti dell’Infanzia ha indicato quattro principi generali, con lo scopo di fornire un orientamento ai governi per l’attuazione della Convenzione:

  • non discriminazione (art. 2), tutti i diritti sanciti si applicano a tutti i minori senza alcuna distinzione;
  • superiore interesse del minore (art. 3), in tutte le decisioni il superiore interesse del minore deve avere una considerazione preminente;
  • diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo (art. 6), non solo il diritto alla vita ma garantire anche la sopravvivenza e lo sviluppo;
  • partecipazione e rispetto per l’opinione del minore (art. 12), per determinare in che cosa consiste il superiore interesse del minore, il suo diritto di essere ascoltato e che la sua opinione sia presa in considerazione.

L’Italia garantisce questi diritti attraverso l’accesso ai servizi sociali, sanitari ed educativi, ma continua inesorabilmente a camminare sulla strada che guarda all’altro come al diverso, nel migliore dei casi da accogliere ma tenendo lontana l’idea che una società multietnica, multiculturale e condivisa sia possibile. E intanto la vita fa il suo corso e così mentre l’Italia discute, nel Cas di Bitonto tre nuove vite sono sbocciate, infischiandosene di ciò che i vivi pensano.

Catturati nella rete

Nelle scorse settimane abbiamo parlato della “Balena Azzurra”, orribile gioco che ha come tappa finale, momento di gloriosa vittoria, il suicidio.

Il gioco utilizza la rete, quella grande autostrada informatica che collega ogni angolo del pianeta e che rappresenta lo strumento concreto della globalizzazione.

Ma, così come la scissione dell’atomo dall’essere una grande scoperta divenne la più terribile arma di sterminio di massa, gli attuali strumenti informatici stanno dimostrando tutto il loro potenziale distruttivo: per sabotare, dirottare, far precipitare un aereo non serve più un gruppo di terroristi che riesce ad imbarcarsi con qualche arma tradizionale. Basta un cracker, l’hacker cattivo capace di entrare dalla sua comoda postazione nel sistema informatico di controllo dell’aereo ed è fatta.

E questo vale per le nuove linee ferroviarie, per le metropolitane o, semplicemente, per mandare in tilt una intera città manomettendo il sistema di gestione dei semafori.

La vulnerabilità di qualsiasi Paese si è fatta ormai palese e gli esempi cominciano a moltiplicarsi: dal presunto crakeraggio delle elezioni negli Stati Uniti al blocco totale degli ospedali e degli aeroporti che ha tenuto, la scorsa settima, l’Inghilterra bloccata per 48 ore, passando attraverso gli innumerevoli attacchi al sistema finanziario mondiale che ha costruito la sua piattaforma strategica proprio sull’utilizzo della rete.

Il web è diventato il nuovo vero campo di battaglia che stravolge le vecchie logiche della guerra e che vede soldati ed eserciti scalzati da super tecnici esperti di informatica.

Volendo fare una fotografia della situazione attuale, il pericolo di una guerra nucleare, seppure sempre presente, sembra essere stato posto in secondo piano.

Lo scenario attuale, oltre al campo di battaglia rappresentato dal web, vede cadere ancora bombe in medioriente e la strategia del terrore posta in essere dall’ISIS in Europa.

E proprio il web è stata l’arma più potente utilizzata dall’ISIS e dai gruppi che praticano la strategia del terrore: attraverso il web si fa propaganda, si reclutano miliziani improvvisati in ogni dove, si rivendicano gli attentati.

Il web è un pericolo che abbiamo in casa ed in tasca attraverso computer e telefonini al quale siamo esposti tutti, soprattutto i giovani, che hanno imparato ad usarlo ma non sono stati educati ad usarlo.

I social network spesso diventano trappole micidiali, strumenti capaci di distruggere una persona stando semplicemente seduti davanti ad un computer senza avere la consapevolezza del danno che si può provocare: basta una foto che fa il giro sul web per ferire mortalmente.

E la vergogna offusca e cancella la capacità di denunciare.

Con un flessibile in mano, anche un ingegnere rischia di tagliarsi un braccio.