Clima caldo

Donald Trump è convinto che l’economia americana si possa rilanciare a danno dell’ambiente e del futuro del nuove generazioni e decide di sconfessare l’accordo di Parigi sull’abbattimento delle emissioni in atmosfera per recuperare posti di lavoro nelle miniere.

Il carbone è di gran lunga il più inquinante dei combustibili fossili, perché produce il doppio di anidride carbonica rispetto al gas a parità di energia prodotta. Ma non è per questo che l’industria energetica gli ha voltato le spalle. È il costo per chilowattora dell’elettricità che conta, e il carbone è stato semplicemente scalzato da fonti di energia più economiche.

A gennaio la Cina ha annullato la costruzione di 104 nuove centrali a carbone e vuole investire 361 miliardi di dollari (pari a metà del bilancio militare degli Stati Uniti) in energie rinnovabili da qui al 2020. Il governo cinese spende così tanto perché è giustamente terrorizzato all’idea degli effetti del riscaldamento globale sull’economia della Cina, e in particolare sulle sue riserve alimentari.

Come gli indiani, gli europei e praticamente chiunque altro, i cinesi stanno mantenendo il loro impegno nei confronti degli obiettivi climatici concordati a Parigi nel dicembre 2015.

La scelta di Trump ha un suo aspetto positivo: il resto del mondo si è ricompattato riportando al centro del dibattito un tema che sembrava essere passato in secondo piano.

Ma il clima è caldo anche per il susseguirsi di atti terroristici che ieri hanno colpito l’Inghilterra e l’Afghanistan.

A Londra, in serata, un furgoncino è stato lanciato tra la folla ed una cellula terroristica è entrata in azione armata di coltelli, l’arma per eccellenza del sacrificio.

A Kabul, sempre ieri, il terzo attentato messo a segno in pochi giorni ha fatto contare 20 morti.

Ma la strategia del terrore colpisce anche senza armi o bombe e, forse, è questo il risultato più ambito.

Decine di migliaia di persone riunite per assistere ad un concerto rock in Germania sono state evacuate venerdì sera dopo che si era sparsa la voce di un possibile attentato.

Ieri sera, in piazza San Carlo a Torino, è bastato lo scoppio di un petardo perché si scatenasse l’inferno fra le migliaia di persone che gremivano la piazza per seguire la partita finale della Coppa dei Campioni. Il numero dei feriti, anche gravi, nella calca causata dal generale tentativo di fuga è ancora incerto.

Il clima è caldo e la paura è ormai parte integrante della quotidianità.

“Blue whale challenge”, 50 giorni per morire.

L’idea di potersi o volersi suicidare è un’esperienza emotiva assai frequente, soprattutto in certe fasi della vita segnate da importanti crisi evolutive. Tale esperienza costituisce un elemento rappresentazionale ed affettivo probabilmente connaturato ad una larga quota di esseri umani ed è connesso alla capacità di accettare l’idea dell’ineluttabilità della propria futura morte. Tale capacità costituisce un momento evolutivo importante nel corso del processo adolescenziale in quanto segnala, da un lato, l’affrancamento dalle infantili fantasie di onnipotenza e di immortalità (e quindi l’accettazione dei limiti posti dalla realtà della vita, in primo luogo quelli temporali), ma costituisce anche, dall’altro lato, l’affermazione del proprio Sé in quanto sede unica delle proprie libertà decisionali ed una genuina e attiva accettazione della vita attraverso la rappresentazione mentale della possibilità del suo contrario (Pandolfi, 2000; Senise; 1989).
Dovevano saperlo bene gli inventori di Blue Whale, il “gioco” che ti accompagna per cinquanta giorni verso la morte.

Sveglia alle 4.20 del mattino, film dell’orrore a volontà, video psichedelici, foto sui tetti dei palazzi più alti della città, balene incise su braccia e mani con dei taglierini. La Blue Whale è una missione che gli inventori del macabro gioco, detti anche curatori o tutor, danno a ragazzini tra i 9 e i 17 anni scelti sui social network. Per 50 giorni, i giovani che decidono di accettare questa sfida devono rispettare delle regole assurde senza farsi scoprire dai loro genitori.

La deprivazione del sonno, l’ascolto di musica alienante, l’esposizione a stimoli visivi macabri e spaventosi, hanno l’obiettivo di creare un umore cupo e  un senso di negatività generale (in un ragazzo che magari già presenta elementi depressivi o di disorientamento). Un clima e un umore  che, giorno dopo giorno, confondono la capacità di giudizio dei ragazzi e assorbono totalmente il loro spazio vitale. E’ proposto come un gioco, come una sfida, tematica questa molto forte per adolescenti e pre-adolescenti: superare prove sempre più complesse, li fa sentire forti, coraggiosi, potenti. Magari perché in altri ambiti si sentono vuoti, apatici, falliti. di questa forza e coraggio vi è una prova filmata, che altri vedranno. Una delle regole è proprio quella di documentare ogni passaggio attraverso la condivisione di foto e video. E, nel prepararsi a compiere un gesto così straordinariamente eclatante, vengono fatti sentire degli eroi. Gli adolescenti sono sempre pronti a misurarsi con i loro limiti senza spesso valutare le conseguenze delle loro azioni (abuso di sostanze, sfidare il pericolo, etc.). La morte, in alcuni casi è accidentale. Qui invece è ricercata. E quindi, la fama (postuma), può spiegare solo in parte una scelta così estrema” ha scritto sul caso lo psicologo Massimo Vidmar.

Perché si parla di morte? Semplice: perché l’obiettivo finale della Blue Whale è proprio la morte.

Così come le balene azzurre, per morire, decidono di suicidarsi arenandosi sulla spiaggia, così anche gli adolescenti, sobillati da veri e propri criminali presenti sui social, decidono di accettare 50 sfide, sempre più estreme, che li trasformano e li portano fino alla depressione. Se la regola generale è quella di non dire nulla ai genitori, l’ultima sfida, quella finale, è il suicidio, ovviamente facendosi riprendere in video dagli amici per poter avere una testimonianza.

In Russia i casi di suicidi tra adolescenti che avevano partecipato a questo “gioco” social hanno raggiunto picchi difficilmente immaginabili e comprensibili. Più di 150 ragazzi, in poco tempo, sono caduti in questa trappola infernale.

Il macabro gioco della balena blu si è già diffuso a macchia d’olio: dalla Russia ha raggiunto il Brasile, ma anche Francia e Inghilterra. In Italia, il caso di un ragazzino suicida a Livorno che si è lanciato nel vuoto dal 26° piano del grattacielo cittadino, fa temere che la Blue Whale sia arrivata anche qui.

I fattori di rischio ambientali nella fase adolescenziale sono determinati da bassi livelli di coesione, elevata conflittualità ed insoddisfazione all’interno della relazione genitoriadolescente.

Questi sono elementi riscontrati frequentemente nelle famiglie degli adolescenti che tentano o completano il suicidio.

La disarmonia e la disintegrazione familiare giocano un ruolo estremamente importante perché rendono l’adolescente privo di un contesto di riferimento solido e significativo che gli è ancora necessario.

Dentro un processo di progressiva perdita di valori, anche la vita perde il suo valore soprattutto se il vortice prodotto dalla distruzione dell’autostima e dalla perdita di autonomia presenta la morte come il punto di arrivo, il traguardo, il premio per aver terminato il “gioco”.

Dunque, è bene interrogarsi su come una o più menti distorte e criminali abbiano potuto immaginare di costruire una trappola per ragazzi retta sulla perversione e l’idolatria della morte e su come è possibile che tutto ciò, eludendo qualsiasi controllo, possa così facilmente raggiungerci nelle nostre case, nelle nostre famiglie, colpire i nostri figli con facilità.

Meglio sarebbe se imparassimo a costringere i nostri figli a confrontarsi col mondo reale che, per un inconscio ma radicato senso protettivo, abbiamo contribuito anche noi “adulti” a sostituire con un mondo virtuale nel quale è difficile trovare e dare un senso alle cose, è difficile abituarsi a dare un senso alle cose.

Se fossimo capaci di sostituire il giudizio con il confronto, la punizione con la discussione, forse i ragazzi parlerebbero di più con noi, condividerebbero con noi ansie e angosce proprie della loro età, anche insuccessi e delusioni, evitando di cercare un rifugio diverso e altro che spazia fra la solitudine e la materializzazione dei rapporti umani.

Mamme che piangono

Oggi si festeggiano le mamme di tutto il mondo, per tutto quello che hanno dato e per tutto quello che danno. Tante, troppe mamme, hanno poco da festeggiare per tutto quello che è stato loro tolto.

Non la dignità e la bellezza dell’essere donne, non il mancato riconoscimento dei sacrifici di tutti i giorni e, neanche, le discriminazioni che ancora persistono anche nei Paesi che si autodefiniscono civilizzati.

Tante, troppe mamme non piangono per questo. Piangono per la cosa più grande che è stata strappata, derubata, brutalizzata, vituperata: la maternità, l’essere madre.

Il mio primo pensiero va a una donna che qualche giorno fa ha partorito su una spiaggia libica prima di salire su un gommone. Lo portava in pancia quel bambino e già per lui pensava ad una vita diversa dalla sua, pensava a un futuro, pensava al destino di quella vita che stava generando.

È morta su quella spiaggia. Non ha neanche visto quel figlio che ha generato e che, fra le braccia del padre, appena nato è salito su un gommone alla ricerca di una vita possibile.

Lei non può neanche piangere più!

Piange, invece, la mamma delle tre bambine-ragazze morte dentro un camper dato alle fiamme sempre qualche giorno fa. Quel camper era la loro casa ed è stata divorata dalle fiamme appiccate da qualcuno. Sono morte arse per scontare la colpa di essere rom.

Piangono, in questi giorni, le mamme delle 250 persone annegate e risucchiate dal cimitero liquido che è diventato il Mediterraneo.

Questa volta, nessuna ONG ha fatto in tempo a salvarle. Come tante altre volte succede.

E quel mare che per secoli è stato la strada degli incontri e degli scambi, della crescita e dello sviluppo, oggi è diventato una bacinella nella quale si riversano le lacrime di tante, troppe mamme.

Ascoltando e leggendo le storie di tanti migranti che, almeno durante il viaggio, hanno sfidato e vinto la battaglia contro la morte, non riesco a togliere dai pensieri l’immagine di Maria, la madre di tutte le madri, l’esempio vero di quanta sofferenza sia capace di sopportare una madre per amore del proprio figlio. Lasciandolo libero al suo destino o sacrificandosi perché abbia un destino.

Quanto avrà sofferto Maria durante i giorni della Passione di suo figlio? Pur sapendo che non era suo, per il solo fatto di averlo generato ha visto il frutto del suo grembo subire e sopportare una violenza corporale che nessuna mamma avrebbe potuto sopportare pur consapevole del destino, già scritto, del proprio figlio.

Ed è il futuro, oggi, a spaventare tante potenziali mamme e a produrre sofferenza in quelle donne che, al contrario, hanno scelto di essere mamme.

Preoccupazione per i propri figli, per quello che non smetterà mai di essere sangue del proprio sangue, perché le prospettive per stare al di sopra della sopravvivenza sono offuscate, grigie.

Mamme che lavorano e che, timbrato il cartellino, tornano a lavorare e non smettono mai.

Spinte dall’amore e da un estremo senso di responsabilità che non finisce mai, neanche quando i figli hanno quasi 50 anni. E che soffrono quando i figli, a quasi 50 anni, sono costretti a vivere nell’unico posto accessibile: la casa di mamma!

Mamme separate da padri privi di qualsiasi senso di responsabilità, costrette a fare salti mortali per non far ricadere sui figli gli errori degli adulti.

Mia madre che, almeno Maria sapeva fin da subito qual’era il destino di suo figlio, e lei non sa ancora qual è quello del suo.

A tutte le madri che, in quanto madri, non hanno mai staccato il cordone ombelicale, perché è impossibile, senza negare libertà ai propri figli, va un abbraccio forte che vale più di un mazzo di fiori.

Un pensiero anche a quanti hanno la possibilità di dare un bacio alla mamma e non lo fanno e a tutte le persone che questa fortuna non ce l’hanno.

Grazie mamme, tutti i giorni dell’anno, per essere mamme, lavoratrici e nonne.

Non solo oggi: perché siete mamme, mogli e nonne che senza di voi…

L’ultima corsa

A cinquantaquattro anni vendeva borse contraffatte sul Lungotevere, a Roma. Arrivato dal Senegal nel 1993, Magatte era uno degli oltre diecimila venditori ambulanti abusivi che popolano la capitale, punto terminale di un mercato nero, quello della contraffazione, che fattura ogni anno centinaia di milioni di euro alimentandosi di manodopera clandestina e sotto pagata. All’arrivo dei vigili urbani, ha raccolto in tutta fretta la sua merce in un sacco ed ha iniziato a correre per evitare che le sue borse venissero sequestrate, che gli venisse tolto il pane quotidiano. In quelle false griffe aveva investito troppi soldi. A due isolati di distanza ha finito la sua corsa, stroncato da un infarto.

Comprare una borsa falsa da un venditore senegalese è una tentazione forte. Vederla esposta in un negozio a più di mille euro e poterne regalare una identica alla fidanzata spendendo meno di un quinto è uno stimolo quasi irresistibile. Ma l’acquisto comporta risvolti negativi. Dietro l’abusivo che stende il lenzuolo in centro si muove infatti un giro d’affari gigantesco, un’industria del falso che specula sulle manie di shopping sfruttando un esercito di disperati.
I senegalesi sono solo la base della piramide. Si guadagnano da vivere vendendo scarpe, borse e accessori finti, girando buona parte dei loro guadagni a chi la merce la produce e distribuisce: veri grossisti dell’illegalità, che tirano le fila del commercio sporco.

I canali di approvvigionamento degli abusivi sono sostanzialmente due: il Sud Italia, in particolare la Campania (fenomeno descritto anche da Roberto Saviano in Gomorra), e i laboratori cinesi clandestini, che confezionano prodotti fotocopia costringendo a turni massacranti immigrati irregolari. La manodopera non manca, i rischi dopotutto si riducono a una sanzione amministrativa: quattromila euro, che chissà se e quando lo straniero pagherà, poi si può tranquillamente riprendere a smerciare griffe contraffatte. Poi scopri che in Italia ci sono migliaia di laboratori abusivi che producono con manodopera a nero e milioni di persone che acquistano prodotti contraffatti. Un mercato parallelo da fatturati inimmaginabili, una sorta di economia parallela che vive sulla fragilità sociale di migliaia di persone. Un mercato costruito e gestito da italiani che, senza vergogna, producono, vendono e comprano. Un attimo dopo, li trovi pronti a dare addosso all’immigrato!

Una domanda è d’obbligo: chi sono gli sfruttati e chi sono gli sfruttatori?

Magari qualcuno si è pentito di essere partito e di essere arrivato. Pensava ad un futuro migliore e, al contrario, si è ritrovato ad essere vittima del caporalato a lavorare nei campi per pochi soldi e senza neanche la possibilità di lavarsi, costretto a vivere in baracche di cartone che ci mettono poco a prendere fuoco. Magatte non era un clandestino, aveva un regolare permesso di soggiorno, una casa, una moglie e due figli. Certo, faceva il venditore abusivo di borse false per sbarcare il lunario, così come i vigili urbani fanno il loro mestiere. Sarebbe bello sapere se a Magatte, che è arrivato in Italia nel 1993, non ieri, qualcuno ha dato una opportunità diversa da quella di fare il venditore abusivo per strada.

NON E’ UN FILM. LORO SON LE PREDE E NOI SIAMO I MOSTRI.

Se in Francia si dibatte sul tema della chiusura delle frontiere come risposta alla richiesta di maggiore sicurezza alla luce degli ultimi episodi criminali nel pieno della campagna elettorale che porterà all’elezione del nuovo Presidente francese, l’Italia è concentrata sulle supposizioni di un magistrato che ipotizza, senza alcuna prova, un rapporto “oscuro” tra le Organizzazioni non Governative impegnate a salvare vite nel Mediterraneo e i trafficanti di uomini.
Le due cose sembrano accomunate dal fattore dell’assurdità!

La Francia assomiglia a chi ha la puzza in casa e chiude le finestre per farla uscire: tutti gli attentati sono stati consumati da cittadini francesi di seconda generazione che si sono radicalizzati in Francia e che hanno dimostrato di avere una capacità di movimento che li porta a spostarsi da un Paese all’altro in Europa spesso passando anche dalla Siria.

In Italia si punta il dito contro le ONG che raccolgono persone in mare destinate ad una morte quasi certa. Vittime della tratta, migranti fuggiti da guerre, fame, persecuzioni che, prima di salire sui gommoni, pagano per un viaggio senza certezze.

Io, che non sono un giurista, ricordo che il nostro ordinamento prevede i reati di omicidio, strage: anche il mancato soccorso è un reato! Per strada o per mare non fa differenza, così come non fanno la differenza la provenienza o il colore della pelle.

Giocare una partita populistica affermando che le ONG impegnate nel Mediterraneo favoriscono le migrazioni e le organizzazioni criminali equivale a negare il ruolo sussidiario che queste organizzazioni svolgono per salvare uomini, donne, bambini, anziani.

I Caronte di turno, presi i soldi, ti abbandonano in balia del mare su barcarole che, spesso, vanno a fondo a poche miglia dalla costa di partenza.

Il numero reale di morti annegati è sconosciuto a tutti. Certo, se non ci fossero state le ONG quel numero sarebbe enormemente più grande.

Dare a questa presenza una interpretazione diversa è scorretto: non incentivano il flusso migratorio con il loro lavoro, evitano che il mare ingoi altre persone.

Questi temi mi hanno riportato alla mente una canzone cantata da Fiorella Mannoia, Natty Fred e Franky HI-NRG che vinse nel 2012 il premio di Amnesty International.

Vi propongo la lettura del testo, sicuramente più interessante e avvincente di quanto avete letto sopra, e il link per ascoltare la canzone multilingue.

 

NON E’ UN FILM.

Non è un film quello che scorre intorno che vediamo ogni giorno che giriamo distogliendo lo sguardo. Non è un film e non sono comparse le persone disperse sospese e diverse tra noi e lo sfondo, e il resto del mondo che attraversa il confine ma il confine è rotondo si sposta man mano che muoviamo lo sguardo ci sembra lontano perchè siamo in ritardo, perenne, costante, ne basta un istante, a un passo dal centro è già troppo distante, a un passo dal mare è già troppo montagna, ad un passo da qui era tutta campagna. Oggi tutto è diverso una vita mai vista questo qui non è un film e non sei protagonista, puoi chiamare lo stop ma non sei il regista ti puoi credere al top ma sei in fondo alla lista
NATTY FRED:

aprite le frontiere…
MANNOIA:

questo non è un film e le nostre belle case non corrono il pericolo di essere invase, non è un armata aliena sbarcata sulla terra, non sono extraterrestri che ci dichiarano guerra, son solamente uomini che varcano i confini, uomini con donne vecchi con bambini, poveri con poveri che scappano dalla fame gli uni sopra gli altri per intere settimane come in carri bestiame attraverso il deserto rincorrono una vita in balia dell’incerto per rimanere liberi costretti a farsi schiavi stipati nelle stive di disastronavi come i nostri avi contro i mostri e i draghi in un viaggio per l’inferno che prenoti e paghi sopravvivi o neghi questo il confine perchè non è un film non c’è lieto fine
INSIEME:

scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare
NATTY FRED: vivevo felice nella mia terra non avevo bisogno di niente e di nessuno…
FRANKY HI-NRG:

questo sembra un film di quelli terrificanti dalla Transilvania non arrivano vampiri ma badanti, da Santo Domingo non profughi o zombie, ma ragazze condannate a qualcuno che le trombi dalle Filippine colf … pure dal Bangladesh dalla Bielorussia solo carne da lap dance scappano per soddisfare vizi e sfizi nostri loro son le prede noi siamo i mostri loro la pietanza noi i commensali e se loro son gli avanzi noi siam peggio dei maiali pronti a divorare a sazietà pronti a lamentarci per la puzza della varia umanità che ci occorre, ci soccorre, ci sostenta questo non è un film ma vedrai che lo diventa tu stai attento e tieniti pronto che al momento di girare i buoni vincon sempre, scegli da che parte stare.
NATTY FRED: un tempo ti sei fatto grande davanti ai miei occhi

mentre io diventavo sempre più piccolo

sono diventato la tua proprietà

la nostra diversità non può innalzare un muro tra noi

ora sono io che voglio venire da te

ho la consapevolezza che sfidare il mare mi potrà portare alla morte

ma il desiderio di guadagnarmi un domani migliore mi costringe a rischiare la vita

aprite le frontiere
INSIEME:

scegli da che parte stare, dalla parte di chi spinge, scegli da che parte stare, dalla parte del mare

https://www.youtube.com/watch?v=yahzqVHtGRg

Amare la Terra pensando al futuro

Nel 1970 iniziò la lunga marcia per coinvolgere le persone sulle tematiche ambientali, cercando di convogliare le loro energie e conoscenze per uno stile di vita più sostenibile. Quarantasette anni dopo gli ideali non sono cambiati, anche se la battaglia per la difesa del nostro pianeta si è fatta complessa, considerato il peso di cambiamenti climatici che sembrano inarrestabili.

Nata come movimento universitario il 22 aprile 1970, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, unitamente all’esaurimento delle risorse non rinnovabili.

John McConnell, scomparso nel 2012, è stato il fondatore dell’Earth Day. Nel 1939 lavorava in una fabbrica di plastica con Albert Nobell a Los Angeles. Da allora si dedicò alla cura dell’ambiente e del bene comune lasciando, di volta in volta, contributi e riflessioni fra le quali questa: “La plastica sembrò subito una grande scoperta per tutti, per il mio collega, Albert Nobell, come per la popolazione mondiale, ma non per me. La plastica era il mio lavoro, ma cosa si nascondeva dietro a questo prodotto nuovo? Giorno dopo giorno capii che era un materiale dannoso per l’ambiente, nocivo per il nostro pianeta. Furono la plastica e la fabbrica di Los Angeles a farmi riflettere sulla Terra. Poi venne quella foto, qualche anno dopo. La vidi sulla copertina di Life Magazine e il mio cuore sussultò. Com’era bella quell’immagine della Terra scattata dai primi razzi che Stati Uniti e Russia mandavano nello spazio. Più la guardavo, più capivo che avrei dovuto fare qualcosa di forte e coinvolgente per tutti i popoli, per far capire loro che era tempo di riflettere e agire. 
Proposi prima di tutto la campagna 
Minute for Peace, un minuto per la pace. Ma un minuto era davvero poco. Così pensai che si poteva, o meglio si doveva, dedicare un intero giorno alla nostra bella Terra. Lo chiamai Earth Day, la giornata della terra. Ci vollero anni per convincere i governi di tutto il mondo, ma nel 1970 ottenni un grande successo. Nella prima Giornata della Terra si suonò la campana della pace e quell’immagine del pianeta vista tempo prima su Life divenne il simbolo della nostra bandiera. Ogni 22 aprile, un mese e un giorno dopo ogni equinozio di primavera, nell’emisfero nord, come in quello sud, si celebra l’Earth Day
Dopo molti anni, dopo tanti 
Earth Day, dopo aver scritto un documento che regola principi e responsabilità di ogni cittadino del mondo, mi trovo qui, a febbraio del 1995, a presentare la Earth MagnaCharta
E il mio discorso include anche queste parole
: Oggi, ogni individuo, ogni istituzione, deve pensare e agire con responsabilità verso il Pianeta, facendo scelte economiche, ecologiche ed etiche che possano assicurare un futuro sostenibile per tutti. Comportamenti volti ad eliminare l’inquinamento, la povertà e la violenza, azioni che facciano emergere la bellezza della vita e portino verso un progresso pacifico per l’intera umanità”.

In un Paese come l’Italia, colpita di recente da eventi naturali che hanno lasciato una profonda ferita, riflettere su un futuro sostenibile è solo il primo piccolo passo per non perdere la speranza che un altro mondo è possibile

 

terra

Pasqua di liberazione e di speranza

Ho già scritto che nella religione è importante ciò che l’uomo fa per il suo Dio e nella fede il rapporto è radicalmente invertito ponendo a fondamento ciò che Dio fa per gli uomini. La Pasqua è il momento di maggiore intensità nel percorso di fede, un messaggio di libertà e di liberazione che Dio dona agli uomini racchiudendo in se tutto il mistero cristiano: la passione, la liberazione dal peccato originale, la risurrezione ovvero il passaggio alla vita dopo la vittoria sulla morte.

Ripercorrendo le interpretazioni che sono state date nel tempo, salta alla mente quella del filosofo greco di cultura ebraica Filone di Alessandria che, in epoca ellenistica, ha definito la Pasqua come il momento di ringraziamento a Dio per il passaggio del Mar Rosso.

Ancora il mare diventa un tema ricorrente: strada di incontro fra culture o barriera, muro, luogo di morte nel nuovo esodo per vincere la morte cercando una nuova vita.

Eppure, luogo privilegiato dell’incontro fra Nord e Sud, Est ed Ovest, durante tutta la sua storia millenaria il Mediterraneo ha messo in contatto popoli e civiltà diverse, segnandone l’evoluzione attraverso i secoli. Come molti autori hanno sottolineato, la peculiarità del Mediterraneo sta nel fatto di essere un vero e proprio “mare fra le terre” attraverso il quale tradizioni, religioni e culture differenti hanno potuto interagire ed arricchirsi dal confronto reciproco; esso è sempre stato una frontiera nell’accezione più positiva del termine, confine proiettato verso l’altro dove la purezza si perde in favore di una contaminazione continua. Nessun impero, neanche quello romano, è mai riuscito a dominare stabilmente questo mare e nessuna egemonia culturale ha mai caratterizzato la sua storia. La tradizione greca e latina, erroneamente considerata da molti la principale e quasi esclusiva fonte culturale mediterranea, si è invece intrecciata fruttuosamente sia con quella ebraica sia con quella arabo e islamica, generando delle comuni radici storico-culturali.

Ma qual è oggi il ruolo giocato dal Mediterraneo nell’attuale scenario mondiale? Quale la percezione che di esso hanno i Paesi che ne fanno parte? Ma soprattutto, il Mediterraneo è ancora un “mare fra le terre” dove i diversi popoli possono confrontarsi ed instaurare un dialogo fra pari o ha perso definitivamente queste sue caratteristiche di pluralismo e inclusività?

Nel discorso Urbi et Orbi dello scorso anno, Papa Francesco ha affermato che “Il Cristo risorto, annuncio di vita per l’intera umanità, si riverbera nei secoli e ci invita a non dimenticare gli uomini e le donne in cammino alla ricerca di un futuro migliore, schiera sempre più numerosa di migranti e di rifugiati – tra cui molti bambini –  in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla povertà e dall’ingiustizia sociale. Questi nostri fratelli e sorelle, sulla loro strada incontrano troppo spesso la morte o comunque il rifiuto di chi potrebbe offrire loro accoglienza e aiuto.

La valorizzazione delle caratteristiche del mare fra le terre, in particolare del suo pluralismo, costituisce l’alternativa da seguire per promuovere la comprensione reciproca e la cooperazione multilaterale necessarie per raggiungere una pace libera da ogni deriva fondamentalista, non solo all’interno del bacino mediterraneo, ma in tutto il mondo. Nell’attuale processo di globalizzazione, ripartire dal Mediterraneo significa adoperarsi perché questo fenomeno non finisca per diventare imposizione unilaterale del modello dominante, ma costituisca al contrario occasione di incontro e feconda ibridazione fra le diverse tradizioni, per creare una reale integrazione ed una strada comune sulla quale le differenti culture imparino le une dalle altre e siano in grado di ripensare se stesse per mettere da parte le loro divisioni.

Gli avvenimenti tragici che continuano a susseguirsi certo inducono a pensare il contrario. Ma, mi piace concludere ancora con le parole di Papa Francesco “Non dobbiamo credere al Maligno che ci dice non puoi fare nulla contro la violenza, la corruzione, l’ingiustizia, contro il peccato. Non dobbiamo mai abituarci al male. Per favore non lasciatevi rubare la speranza!”

QUANDO I GRANDI GIOCANO ALLA GUERRA, I BAMBINI NON GIOCANO PIU’!

Ore 01,42 in Italia: si rompono tutti gli equilibri. Sessanta missili lanciati dagli americani “rispondono” ad Al Assad distruggendo la base militare dalla quale è partito il raid con gas tossici che ha ammazzato donne e bambini in Siria facendo strage fra le poche persone rimaste. 

Ore 15,00 in Italia: a Stoccolma, in Svezia, uno dei Paesi europei che ha accolto il maggior numero di profughi, si registra un altro attacco terroristico. Stessa strategia, ormai nota: un tir piomba sulla gente in un centro commerciale e fa ancora morti e feriti.

 

Ore 15,00 in Italia: una nave militare russa entra nel Mediterraneo e si posiziona di fronte alla nave americana dalla quale sono partiti i missili.

 

Capi di Stato mondiali, quasi stessero governando un condominio, litigano con la differenza che non volano solo parole grosse, a volare sono bombe che non fanno solo rumore ma lasciano a terra cadaveri, persone quasi sempre indifese.

La lite fra Trump e Putin, fino a ieri amici, non lascia lividi sul viso di nessuno dei due.

Certo, le immagini dei bambini intossicati e soffocati dalle bombe chimiche di Al Assad sono un pugno allo stomaco di tutta quella umanità che ancora si reputa civile e si interroga: se la risposta sono le bombe in risposta alle bombe, la diplomazia, la politica o semplicemente il buon senso sono scomparsi?

Si parla di “Linea Rossa” superata da Al Assad come se ammazzare con una pistola o un fucile abbia un valore diverso.

La Siria è il cuore del medio oriente ne quale si sta combattendo una battaglia nella quale tutti sono contro tutti a difesa dei propri particolari interessi. Dimenticata e archiviata la caduta del muro di Berlino (che aveva dato l’illusione che certe dinamiche fossero state consegnate al passato), l’ONU ha perso il suo ruolo pagando il prezzo alle nuove dittature in un mondo diviso, ormai, in quattro zone di influenza: USA, Europa, Russia e Cina.

E, forse, non è un caso se i potenti del mondo giocano a “braccio di ferro” e lo fanno nel pieno della visita ufficiale negli USA del Presidente della Repubblica Cinese: nel bel mezzo di una cena di stato, Trump spinge il bottone per far partire i missili sulla Siria.

Con il problema della Corea sul tavolo è stato come dare uno schiaffo in piena faccia al Presidente cinese lanciando un messaggio preciso su quale sarà la reazione americana di fronte al prossimo esperimento nucleare.

Resta il fatto che spingere un bottone è più facile: pare che per i nuovi “governanti” tenere in mano una penna, parlare al telefono o semplicemente parlare è diventato difficile, faticoso.

Al Assad rimarrà al suo posto una volta che saranno definiti i margini dell’accordo fra USA e Russia sul futuro della Siria e di tutto il Medioriente.

E’ un dittatore fantoccio ma comodo: non è padrone in casa sua!

Con sessanta missili gli americani avrebbero potuto distruggere il Palazzo Presidenziale e ammazzare Al Assad: hanno scelto una base militare per affermare che l’interlocutore non è solo Putin. A decidere del futuro della Siria o, meglio, della sua spartizione deve sedersi anche Trump.

L’ISIS, al di là delle azioni isolate, pare essere diventato un problema marginale.

Si gioca a Risiko!

E quando i grandi giocano, i bambini non giocano più!

In una guerra che non vincerà nessuno

Qualcosa di bello che vale la pena raccontare

In una Italia che ogni giorno si sveglia o va a dormire all’ombra di sempre più frequenti episodi di efferata violenza, di questa settimana trascorsa è bello porre l’attenzione e soffermarsi su alcuni eventi.

 

A Firenze, nel corso del G7 della Cultura, è stata sottoscritta la Dichiarazione di Firenze per la tutela dei beni culturali in qualsiasi parte del mondo siano messi in pericolo per questioni legate a calamità naturali o al terrorismo sostanziando l’idea della cultura come strumento di dialogo e rinascita dello spirito europeo. I ministri dei sette Paesi hanno sottoscritto anche un “appello a tutti gli Stati affinché adottino misure robuste ed efficaci per contrastare il saccheggio e il traffico di beni culturali dal loro luogo di origine, in particolare dai Paesi in situazione di conflitto o di lotte intestine”. Per far si che tutto non rimanga solo sulla carta e nelle buone intenzioni, durante il vertice si è parlato del coinvolgimento dei caschi blu, la task force internazionale da mettere in campo a difesa dell’arte e dei monumenti minacciati dall’uomo e dalla natura.

Il documento finale – ha spiegato il Ministro Franceschini – impegna su una serie di temi, il primo dei quali è il patrimonio culturale nel mondo minacciato dal terrorismo e dalle grandi calamità naturali; quindi c’è il sostegno all’iniziativa dei caschi blu, delle task force nazionali e anche sull’utilizzo della cultura come strumento di dialogo fra i popoli“.

 

Sempre in settimana, il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge a tutela dei minori stranieri non accompagnati. L’Italia è il primo Paese in Europa ad adottare uno strumento legislativo che sancisce il divieto di respingimento e l’uguaglianza di diritti fra minori italiani e non garantendo il libero accesso a tutti i servizi. I minori stranieri non accompagnati, così, escono finalmente dal grande magma che circonda la gestione amministrativa delle migrazioni conferendo le competenze ai Tribunali dei Minori e rafforzando quelle dei Servizi Sociali territoriali.

Al raggiungimento della maggiore età, il Permesso di Soggiorno sarà convertito automaticamente premiando chi ha intrapreso percorsi di formazione ed integrazione. Anche se tardi, arriva una svolta di civiltà che, malgrado tutto, non ha trovato un consenso unanime fra le forze politiche.

Oumoh, la bambina ivoriana di quattro anni sbarcata a Lampedusa a novembre, una delle migliaia di minori non accompagnati che sbarcano in Italia (lo scorso anno sono stati 26.000 circa, settemila dei quali non si ha più traccia) ha riabbracciato la mamma giunta in aereo da Tunisi. Camara Zeinabou, 31 anni, scappata dalla Costa d’Avorio, aveva messo sua figlia su un gommone per sottrarla al brutale rito dell’infibulazione. In una saletta dell’aereoporto di Palermo, con in braccio la sua bimba, mostra sul telefonino tutti i messaggi di morte e di minacce che gli sono arrivati dal marito e dai familiari dopo la sua fuga. Le sue poche parole all’arrivo sono state “Grazie a tutti, grazie Italia. Avrei fatto qualsiasi cosa per ritrovare la mia bambina. E’ un miracolo.” E racconta “Sono fuggita appena ho potuto per salvare mia figlia. Dopo aver raggiunto con lei la Tunisia l’ho affidata ad una amica di mia sorella e sono tornata indietro a prendere soldi e documenti, ma quando sono tornata a Tunisi e non ho più trovato mia figlia mi è caduto il mondo addosso. Si era imbarcata per l’Italia con quella donna. Non sapevo che fine avesse fatto. Speravo che fosse viva. Allora anch’io ho cercato il primo gommone in partenza per l’Italia e sono partita. La barca si è rotta subito e io, che non so nuotare, pregavo: Dio non farmi morire! Devo andare da Oumoh! Per fortuna sono riuscita a scendere sulla spiaggia e a tornare indietro. E quando alcuni giorni dopo mi è arrivata la telefonata dall’Italia che mi diceva che mia figlia era viva non riuscivo a crederci. Per quattro mesi ho aspettato che mi rilasciassero il passaporto e parlavo via Skipe con mia figlia e la rassicuravo: “Aspettami, mamma sta venendo!” ma il documento non arrivava mai e io ero pronta a rimettermi nelle mani dei trafficanti. Ma ce l’abbiamo fatta e ora voglio solo ricominciare con lei”.

 

Una medaglia con due facce

“Boom – Il tuo party liceale”. Una pagina Facebook, un social network. A leggere pensi ad una iniziativa volta ad aggregare, un luogo dei giovani per i giovani, una occasione di incontro, di scambio. Luoghi dove, dentro una metropoli come Milano, gli adolescenti possano trovare il loro spazio per stare insieme, per divertirsi, per “consumare” dentro una comunità larga la loro adolescenza uscendo dalla gabbia della solitudine, dell’isolamento, dalla dipendenza diffusa dai video giochi.
Invece scopri, in un tranquillo lunedì sera, uno dei pochi in cui torni a casa presto e il divano ti sembra il luogo meno frequentato della casa, che “Boom” è ciò che non avresti mai immaginato.
In un servizio di Striscia la notizia, nota trasmissione di Canale 5, l’inviato Max Laudadio ha documentato, con telecamere nascoste, immagini raccapriccianti: ragazzi e ragazze dai 14 ai 16 anni liberi di consumare non un momento di socializzazione – ameno come la intende la mia generazione dei padri degli attuali adolescenti – ma liberi di consumare alcool e droghe come fosse una cosa normale. Senza limiti e senza freni. Tutto all’interno e all’esterno di un locale pubblico che dovrebbe sottostare a regole precise e, anzi, dovrebbe garantire il rispetto di quelle regole. E non solo di consumarle, anche di venderle le droghe: non solo fumo ed erba, ma anche micidiali droghe sintetiche, quelle che il cervello te lo sciolgono davvero. Te lo spappolano, bruciano la dimensione di persona per portarti alla stessa consistenza del nulla.
Ancora con quelle immagini che non riesci a rimuovere dalla mente e con qualche brivido che ti percorre ancora la schiena, un po’ più tardi un telegiornale lancia la notizia di un gruppo di quindici minorenni arrestati perché devastavano esercizi commerciali gestiti da immigrati al grido: “Tornate al vostro Paese!”. Nove le azioni messe a segno. Anche in questo caso le riprese delle telecamere lasciano stupiti: una lucidità da delinquente incallito, la chiarezza rispetto all’obiettivo da colpire e, soprattutto, il gruppo, il branco (perché è facile ricondurre queste pratiche ad istinti animaleschi) che l’informazione si preoccupa di definire baby gang specificando che tutti provengono da “famiglie per bene”. Strano accostamento! Perlomeno avventato!
Mercoledì sera, un giovane nigeriano è stato aggredito e accoltellato a Rimini da un trentenne al grido “Brutto negro di merda, vattene da qui!”. Neanche il padre, che era in macchina con lui è riuscito a placare la rabbia, l’insofferenza e l’odio razziale del figlio. Il trentenne è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio aggravato dalla matrice razziale.
Negli stessi giorni, Papa Francesco lancia sui social un appello ai giovani con un video messaggio: “La Chiesa e la società hanno bisogno di voi. Con il vostro approccio, con il coraggio che avete, con i vostri sogni e ideali, cadono i muri dell’immobilismo e si aprono strade che ci portano a un mondo migliore, più giusto, meno crudele e più umano. Però, occorre riconoscere che in questi nostri tempi c’è bisogno di recuperare la necessità di riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro”.
Riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro. O, semplicemente, riflettere sul valore della vita, senza pensare a quanto ti restituisce rispetto a quanto dai.
Soprattutto, senza bruciarla!