Do you remember?

Ben e il paradigma delle storie incompiute!

Oggi capisco meglio lo stato d’animo di una persona che vede la sua casa distrutta da un terremoto e, guardando all’orizzonte, non vede il futuro.

L’orizzonte che ho guardato era negli occhi di ragazzi “deportati” per l’ennesima volta, che quando iniziano a costruire sono costretti a ritornare nella dimensione di un presente che non prevede un futuro, triturati nei gangli di logiche disumanizzanti fino al punto da spingerli a rifiutare soluzioni di accoglienza.

Quando ad una persona distruggi la prospettiva di vita che aveva iniziato a costruire lo “imballi” in uno stato di mortificazione che ha poche vie di uscita, soprattutto quando porta addosso il marchio di migrante, straniero, altro e diverso.

A soli 22 anni, poco più dell’età dei miei figli, un ragazzo si è suicidato a Castellaneta, in Puglia, piuttosto che tornare a casa ed essere incapace.

L’associazione mentale con i miei figli viene dal fatto che ogni genitore investe sul futuro dei propri figli: io pago l’Università (“anche gli operai vogliono il figlio dottore!), dall’altra parte del mondo ci sono famiglie che investono tutti i loro beni sui figli per pagare un viaggio verso il nulla, forse anche verso la morte.

In assenza di un futuro ipotizzabile in casa propria, il futuro si idealizza in altri luoghi dentro una sorta di tentativo di sopravvivenza del pensiero che non è altro che una traslazione dei desideri.

Spesso, questa traslazione coincide con un intreccio di desideri: “Tanto vorrei che mio figlio stia bene e abbia un futuro, quanto vorrei che il suo benessere ricada su di me e su di noi!”. 

Un investimento che vincola fino ad uccidere!

Ma non è di questo che voglio parlare anzi, non ho voglia di parlare, di scrivere di pensare.

Ho ancora i piedi bagnati dalle lacrime dei “deportati” e degli operatori dei CAS.

E mi viene spontaneo riproporvi la lettura di una delle storie rimaste incompiute, una delle tante spezzate dal “sistema”: la storia di Ben.

Ben, le biciclette e un futuro da riparare (1^ parte)

Ben, le biciclette e il futuro da riparare – 2parte

Sono diversamente felice!

Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down

Se sei convinto che diverso sia il contrario di uguale, va bene.

Se ritieni che la diversità è una ricchezza, sai sempre come sfamare la tua voglia di sapere.

Se, invece, pensi che diverso sia il contrario di normale e ritieni di essere normale preoccupati perché hai un problema serio: non sai chi sei e neanche dove sei e perché!

Vivi all’interno di una categoria artefatta, non in un contesto che si possa definire sociale, una sorta di dimensione aleatoria che ti induce a ritenerti normale.

Se ti fermi un attimo a riflettere (da persona normale), prova a chiederti quale è la natura dei parametri della normalità e se essi esistono, se esiste la normalità o è solo una convenzione: farai la straordinaria scoperta della diversità, perché la normalità non esiste!

E se anche dopo aver riflettuto continui a ritenerti normale, sono felice di sentirmi diverso da te!

E sicuramente tu saprai rispondere su quali sono quegli elementi che non potrebbero mai essere esclusi dal concetto di normalità o, detto in altri termini, quali sono quelle cose che sono sempre state considerate normali e che non potrebbero mai essere messe in discussione: la discriminazione, la fame, la guerra, i femminicidi, gli infanticidi non fanno forse parte della tua normalità?

Cerca: se esistono, trovare queste risposte significa trovare quello che è il fondo di verità presente in quel pentolone lurido che viene definito normalità.

E io sarò ancora più felice di vivermi e di sentirmi diverso!

Se esistesse, la normalità sarebbe una mostruosità incredibile, poiché ognuno, ogni singola persona, ha la sua specificità che lo differenzia.

Ecco, se diverso è il contrario di uguale, normalità è il contrario di umanizzazione del pensiero!

Tutte le volte che mi dicono “Non sei normale!” sono diversamente felice.

E le mie giornate trascorrono felici perché, con la media di cinquanta volte al giorno, me lo dicono.

E ogni volta mi convinco che ho fatto la cosa giusta!

Oggi si festeggia la Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down e il tema di questa edizione è la piena inclusione scolastica degli alunni con sindrome di Down come base per un futuro senza barriere.

Vi invito alla visione di un video animato prodotto dagli amici del CoorDown in occasione della giornata mondiale sul tema.

 

Oltre le sbarre!

Guardare ai bisogni e costruire opportunità

Marc Augè ha spiegato che “Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico definirà un non luogo”.

Il carcere, come qualunque altra Istituzione Totale, priva il detenuto della propria identità, con l’imposizione di regole rigide ed autoritarie. Goffman ha scritto che “ le istituzioni totali spezzano o violentano proprio quei fatti che, nella società civile, hanno il compito di testimoniare a colui che agisce e a coloro di fronte ai quali si svolge l’azione, che egli ha un potere sul suo mondo, che si tratta cioè di persona che gode di autodeterminazione, autonomia e libertà “adulte”. Ci sono alcuni agi che vengono perduti al momento dell’ingresso in una istituzione totale . Una tale perdita può anche tramutarsi in una riduzione di autodeterminazione perché l’individuo tende ad assicurarsi questo tipo di agi quando ne ha i mezzi”.

Il grado di afflizione connaturato con la sanzione penale resta inevitabile ed appare ineliminabile anche ai giorni nostri. Superando il pensiero del Beccaria, che nel suo celebre “Dei delitti e delle pene” sancì l’«intangibilità» del corpo del recluso, permane, purtroppo, una forma di distruzione progressiva ed «invisibile», la cui apparenza non vendicativa e non cruenta non deve far dimenticare quanto l’internamento e la detenzione possano essere strumenti di produzione di sofferenza, malattia, tortura fisica e psichica, afflizione, handicap sociale, costringendo una volta di più a domandarsi con forza quali alternative esistano alla pena detentiva che, nella sostanza, eliminino il fattore della crudeltà e riportino il concetto di pena fuori dall’alveo della punizione.

Quante persone restano segregate perché non si sono sviluppati sui territori di provenienza protocolli utili a procedere alla loro presa in carico e, quindi, alla costruzione di percorsi di reintegrazione sociale alternativi alla detenzione in carcere?

Costruiamo Insieme vuole indagare alcuni aspetti legati alla prevenzione di fenomeni patogeni ed alla promozione della salute mentale in carcere per tentare la formulazione di una proposta di intervento che possa risultare un punto di partenza per far sì che si sviluppino le condizioni necessarie per contribuire al superamento dell’inclinazione punitiva della pena e sostenere processi riabilitativi attraverso la costruzione di percorsi fondati sul concetto di opportunità.

Riteniamo necessario riscrivere il paradigma della detenzione ponendo al centro della riflessione e, quindi, dell’azione, la realtà carceraria sovvertendo il sistema di pensiero e di intervento fondato sul concetto di segregazione finalizzata all’espiazione di una colpa.

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (2001), la salute è intesa come un dinamico equilibrio tra abilità della persona nel proprio ambiente di vita (performance) e il grado di partecipazione alla vita della collettività in cui vive.

I problemi della società e quelli della salute sono strettamente correlati perché se non si affronta la questione della società è difficile che si riesca a cogliere a fondo il problema della salute.

Su questo fronte, non vi è dubbio che i processi di esclusione sociale prodotti da uno stato di reclusione producono malattia.

La governance di istituti totalizzanti quali le carceri comincia a porsi in termini di problema al legislatore che, seppure di fronte alla palese negazione del senso e del diritto, incontra difficoltà nel programmare una azione riformatrice capace di ribaltare radicalmente l’approccio culturale che ha determinato la costruzione di tali luoghi non luoghi.

Nomofobia

Tutte le dipendenze privano di libertà

Ho un ricordo vivo del telefono di casa, quello della SIP, con la rotella bucata su ogni numero nella quale inserivi l’indice per chiamare qualcuno.

Così come vivo è il ricordo del lucchetto sulla rotella del telefono onde evitare bollette da svenimento ma, soprattutto, perché si aveva la consapevolezza dell’utilità dello strumento.

Infatti, quel telefono, quella rotella consentivano alle persone di comunicare a distanza, erano uno strumento da usare in caso di necessità: la vita sociale aveva e viveva di altre dinamiche.

A ripensarlo oggi, quel telefono, mi appare come il simbolo di una libertà persa!

Qualche decennio fa eri raggiungibile solo se eri a casa: libero di stare in giro, libero di vivere le relazioni, libero anche di sfuggire al controllo dei genitori consapevole delle conseguenze in cui si incorreva al rientro a casa.

Oggi, viviamo in un contesto costellato di nomofobici inconsapevoli, dipendenti da uno strumento che porti in tasca, in borsa o, costantemente in mano presi dalla fobia di controllare continuamente il proprio stato “virtuale” senza avere la percezione di essere vittime e succubi, di essere caduti nella rete di una dipendenza patologica.

Se ci fate caso, i tavoli dei ristoranti o delle pizzerie hanno più cellulari che posate e la cosa più odiosa è che, nel corso di una interlocuzione, mentre tu stai parlando con una persona questa, fingendo di ascoltarti, in continuazione rivolge lo sguardo al cellulare e, mentre tu argomenti su una questione seria ti dice con aria disinvolta “scusami un attimo, devo rispondere ad un tweet!”. Per non parlare di WhatsApp!

Contento di aver maturato una accettabile capacità di autocontrollo, ometto di scrivere o descrivere il contenimento dell’impulso reattivo.

Ma, da appassionato dello studio degli atteggiamenti umani, ho voluto approfondire la materia scoprendo, certo in ritardo rispetto a studiosi dediti alla materia, che siamo di fronte ad una patologia, meglio, una dipendenza patologica: nomofobia!

Si chiama così: “L’utilizzo smodato e improprio del cellulare come di internet può provocare non solo enormi divari fra le persone, ma anche portarle a chiudersi in se stesse, sviluppare insicurezze relazionali o alimentare paura del rifiuto, a sentirsi inadeguate e bisognose di un supporto anche se esterno e fine a se stesso” come afferma il Presidente del Congresso mondiale di psichiatria dinamica Ezio Bonelli.

Ma è una patologia che ha dimensioni tanto globali, quanto assolutamente prossime: ci convivi in casa senza, spesso, neanche averne coscienza o strumenti per arginarla.

Per concludere questa riflessione, vi lascio alle parole del Dr. Antonello Taranto, Direttore del Dipartimento di Dipendenze Patologiche della ASL di Bari, con il quale Costruiamo Insieme si è pregiata di collaborare, riferite ai danni causati su bambini e giovani: “Oggi definiamo la dipendenza come un desiderio irresistibile e pervasivo di qualcosa, come Internet, che diventa dannoso per la salute e per il proprio ruolo sociale. Cambiano dunque le abitudini, ogni aspetto dell’esistenza viene compromesso perché l’oggetto della dipendenza diventa la priorità. I ragazzi si isolano e diventano burberi quando si prova a farli uscire dal mondo virtuale.

Solitamente la risposta è eccessivamente protettiva o rimproverante. E dal momento in cui la dipendenza comincia a quando la si scopre, possono passare anche otto anni. È importante non sottovalutare i segnali e tornare a stabilire relazioni. Tanti genitori sono soltanto in connessione estemporanea coi figli, si fermano in superficie”.

Ma se il cattivo esempio siamo noi genitori, adulti e attempati, che per primi pranziamo con il telefonino sul tavolo o a portata di squillo o notifica?

Per fortuna il mio telefono si spegne perché dimentico sempre di caricarlo, lo dimentico in ogni luogo e sono fuori moda perché non sono “social”: posso affermare che, fra tutte le patologie classificate, le uniche che mi mancano sono il diabete e la nomofobia.

Funziona sempre e solo per questioni urgenti o come strumento di lavoro.

Il mio mondo è rimasto reale, non è virtuale!

Sono graditi visi sorridenti

L’ottimismo della pratica.

Un vecchio Maestro quale era Enzo Del Re ci ha lasciato una indelebile testimonianza sulla differenza fra il lavoro e la fatica. 

Claudio Frascella ieri, nella rubrica “Storie” (che vi invito a leggere) ha raccontato, meglio, documentato i risultati di un percorso di integrazione che ha portato un gruppo di persone, potenzialmente destinate ad un destino escludente, al raggiungimento di un livello di autonomia che non è solo rappresentato dall’aspetto economico, ma sostanzia la riacquisizione di una dignità, di un ruolo attivo nella società, nella comunità.

Io, da qualche giorno e non so per quante ore senza sentire addosso la fatica, mi dimeno per scrutare, conoscere, prendere coscienza di un problema diffuso quanto sconosciuto che tocca una sfera del mio essere particolarmente sensibile legata ai bambini.

Tutti i bambini sono speciali, ma ci sono bambini che lo sono ancora di più!

Disturbo dello spettro autistico”, questa la diagnosi che rinvia ad una serie di risposte e ipotetiche soluzioni tecnicistiche che mi hanno riportato indietro negli anni, quando crescevo leggendo “Le conferenze brasiliane” di Franco Basaglia.

Ma, avendo ormai incarnato lo spirito che muove Costruiamo Insieme e rispondendo ad una esplicita volontà da tempo espressa dalla Presidente, non potevo esimermi dal dedicare tempo/lavoro (non fatica) a questo tema ragionando con gli amici di A.S.F.A. Puglia (associazione fondata da famiglie che vivono quotidianamente la realtà dell’autismo) cercando di mettere in gioco le nostre professionalità per cercare insieme di mescolare le competenze per immaginare di costruire una risposta diversa dai soliti canali istituzionalizzanti senza mettere in discussione la fondatezza delle risultanze scientifiche rispetto ai metodi riabilitativi in uso.

Da dove partiamo? Da dove iniziamo? Quale obiettivo ci poniamo?” le prime domande che ci siamo posti.

Partiamo dai Maestri, ho detto con grande spontaneità, condividendo una riflessione di Franco Basaglia:

Un altro caso tipico è quando il parente di un malato si rivolge al medico per sapere come sta il suo congiunto e il medico gli risponde in un linguaggio incomprensibile. Questa è una reazione di difesa del medico, è la conservazione del suo sapere attraverso una relazione di potere che alla fine è l’unica verità del suo sapere. Questo è vero in tutta la medicina dove per esempio il mal di testa si chiama “cefalea”. Scusatemi se gioco un po’ con questi esempi, ma io credo sia bene violentare i medici perché non si capisce perché il medico debba rapportarsi agli altri umiliandoli. La relazione di potere è uno strumento fondamentale di fronte all’impossibilità di risolvere la contraddizione fra il potere e il sapere del tecnico. Tutto questo non cambierà finché il tecnico non avrà sottoposto a verifica la sua scelta della professione, le ragioni di questa scelta. Senza questa verifica, il mal di testa sarà sempre cefalea, il padre dirà al figlio “mangia e stai zitto”, l’uomo continuerà a dire alla donna “ti amo” quando in pratica non sarà vero. Finché non cambia la relazione di potere, non potranno cambiare le condizioni della salute, della vita. Saremo sempre più malati, sempre più folli, sempre più bambini e non saremo mai persone, perché chi comanda determinerà sempre il nostro pensiero in un’unica direzione, e uno più uno farà sempre due.

Noi che sosteniamo “l’ottimismo della pratica” vogliamo sconfiggere definitivamente i tecnici che lavorano nella logica che abbiamo chiamato del “pessimismo della ragione”. Lasciamoci con questa speranza che in futuro possiamo organizzare un mondo migliore”.

Da dove iniziamo? 

Dalle cose che riteniamo diano senso al nostro essere parte di una società della quale non condividiamo i processi e gli atteggiamenti escludenti, a partire dalla de istituzionalizzazione e dalla de medicalizzazione dei contesti in cui, oggi, sono costretti i bambini, compresa la lotta a qualsiasi forma di discriminazione a partire dalla scuola.

Con quale obiettivo?

Rompere tutte le barriere che creano isolamento ed esclusione per creare uno spazio di socialità aperto a tutti e all’apporto di tutti capace di rendere naturale, e non veicolata o indotta, la capacità di relazionarsi, di rapportarsi all’altro dentro una dimensione spaziale consona ad un bambino dove ci siano alberi, giostre, giochi, animali, campagna, pineta, mare e, soprattutto, altri bambini in alternativa agli ambienti ospedalieri o allo studio dello specialista.

Seguendo la logica dell’ottimismo della pratica, i bambini avranno quel luogo ispirato dalle Fate che si chiamerà “La Casa di Pandora”!

All’ingresso troverete un cartello con scritto “Da vicino nessuno è normale!”.

E’ solo una opportunità fornita a tutti per fare un’auto analisi e rivedere la propria idea di diversità.

Ciò che per tanti è un problema, per me è una fonte di ricchezza!

Agrisociobio

Non è una parolaccia, ma una idea per vivere meglio. L’agricoltura come risorsa sociale.

A chi, come me, per lavoro si confronta tutti i giorni con concetti e termini quali Inclusione/esclusione sociale, processi di marginalizzazione, integrazione, lotta alle povertà e chissà quanto altro è legato a processi sociali e culturali relegati in una dimensione umana e all’interno di un vissuto ansiogeno che “puzza” di negatività, spesso sfugge di indagare opportunità e realtà che, per il loro carattere multifunzionale insito, potrebbero rappresentare una risposta univoca e complessiva ai tanti problemi per i quali cerchiamo di costruire una risposta.

Eppure, si tratta di realtà uscite da un anonimato nelle quali erano relegate anche grazie ad una crescente attenzione ed una più diffusa e crescente sensibilità della popolazione.

Ma, per comprendere la dimensione e le potenzialità di ciò che oggi sta diventando sempre più una realtà consolidata e in controtendenza rispetto a dinamiche socialmente devastanti, mi piace lanciare uno sguardo sul passato. 

Per esemplificare situazioni che vedono aziende agricole erogare implicitamente un servizio sociale nei confronti di soggetti deboli si può fare riferimento alle tante famiglie conduttrici di imprese agricole che presentano tra i propri componenti un soggetto con svantaggio. Si tratta di situazioni che evidentemente hanno segnato da sempre le famiglie agricole, nelle quali l’inclusione del soggetto svantaggiato raramente richiedeva il sostegno da parte della collettività. Il disporre di un fondo agricolo, infatti, consentiva di trovare una mansione utile, anche piccola, secondaria o temporanea, a tutti i componenti della famiglia allargata, pienamente o parzialmente abili. Il concetto di “disabile” come persona che rappresentava un problema per la collettività in quanto esclusa socialmente, si sviluppa nel passaggio da una società agricola e rurale ad una industriale e urbana, contesti ambientali tendenti più di quelli

rurali a generare esclusione. 

Situazioni di questo genere si configurano come l’erogazione da parte dell’azienda di un servizio implicito di inserimento lavorativo che al momento sfugge a qualunque contabilità, in quanto si tratta di un servizio consumato all’interno della stessa realtà familiare che lo produce.

Possiamo pensare, quindi, che l’agricoltura sociale possa essere uno strumento di riappropriazione dell’individuo del proprio ruolo in società da un punto di vista professionale e che possa favorire il reinserimento nel mondo del lavoro attraverso l’acquisizione delle tecniche e le pratiche agricole?

E’ possibile coniugare l’attività agricola con l’attività sociale partendo dal presupposto che la terra non è a disposizione dell’uomo in un contesto di risorse infinite e che il suo utilizzo deve essere responsabile e improntato al riciclo. Ma anche l’accesso alla stessa deve essere garantito a tutti e non a pochi eletti?

Assolutamente si, perché l’agricoltura sociale ha la capacità di riunificare bisogni, identità, tutele per tutti, al di là delle abilità all’interno di un contesto collettivo.

E vi è un altro aspetto per nulla secondario: chi non nutre il bisogno di ritrovare il valore del lavoro non solo come fonte di reddito, ma anche come elemento fondante di una società inclusiva, coesa e sostenibile?

Voglio chiudere pensando che questa possa essere l’alba di una nuova sfida che veda protagonista Costruiamo Insieme all’interno di un percorso di valorizzazione di tutte le competenze disponibili e sempre nell’ottica che non serve sognare una società migliore, serve costruirla a partire dall’offerta di servizi socialmente utili promuovendo percorsi inclusivi, favorendo percorsi terapeutici, riabilitativi e di cura, sostenendo l’inserimento lavorativo di fasce svantaggiate e di persone socialmente deboli in un contesto intergenerazionale.

La lotta alla solitudine si vince con la condivisione

Creare spazi di socialità e recuperare un ruolo attivo

E’ possibile sentirsi soli anche fra tanta gente?

Certo!

In molti riconducono erroneamente il concetto di solitudine ad una dimensione circoscritta, quasi domestica, spaziale. In realtà, così non è, e oggi ci lanciamo in una breve e forse anche superficiale riflessione su questa malattia sociale latente quanto prossima e permeante del quotidiano: ci si sente soli sul posto di lavoro seppure circondati da colleghi, in famiglia nonostante la presenza di persone care, per strada, a scuola, ovunque ci si può sentire soli, senza differenza di età e a prescindere dal contesto spaziale.

Ciò che di per se può apparire come una contraddizione ha, in verità, una matrice, un’origine, una causa.

Il senso di solitudine affonda le proprie radici nella mancanza di condivisione, o meglio, nella mancata trasformazione dell’incontro in scambio, nell’instaurarsi di relazioni asettiche, ovvero prive del dinamismo del dare e ricevere di cui devono nutrirsi le relazioni per raggiungere una dimensione emozionale.

Al cospetto di questo termine di per se portatore ed intriso di un senso di angoscia si origina una associazione mentale frequente e quasi spontanea che lega a doppio nodo solitudine e anzianità seppure, in realtà, l’espansione di questo aspetto umano investe un quadro intergenerazionale: vive una dimensione di solitudine chiunque sia al di fuori dell’interfaccia dare-ricevere in qualsiasi contesto esprimendo, all’interno di esso, un ruolo passivo privo di interrelazione e di interlocuzione.

Ma, se concentriamo l’attenzione sull’età anziana emerge un quadro di sintesi di tale fenomeno che sostanzia quanto fino ad ora sostenuto nella perdita di un ruolo attivo all’interno del contesto e nella marginalizzazione delle potenzialità relative alla sfera del dare.

Infatti, se solo si costruissero contesti capaci di promuovere e stimolare il trasferimento di saperi e di competenze, formali ed informali, si darebbe origine ad un processo di restituzione di un senso di utilità sociale riconducendo le dinamiche nell’alveo delle relazioni emozionali.

Nel processo di trasferimento (dare) è insito il ricevere, fosse anche solo in termini di gratificazione derivante dal sentirsi parte attiva all’interno di un contesto.

E’ come dire che vivere in una situazione è diverso dal vivere una situazione.

E ad una malattia sociale non si può che rispondere con azioni sociali capaci di scardinare le origini del male stesso: creare luoghi, spazi, dinamiche che favoriscono l’incontro, la socializzazione, la condivisione, lo scambio reciproco, la produzione di relazioni emozionali pare essere l’unica via per combattere la battaglia contro la solitudine.

Concludo con una breve carrellata di fotografie immateriali che vanno dalla signora anziana che insegna ai più giovani come si fa la pasta fresca, al signore in età avanzata che insieme ad un bambino aggiusta la bicicletta o un giocattolo rotto, alla narrazione di vecchi giochi dei quali si è persa memoria che, con un pezzo di legno e un pizzico di esperienza possono anche prendere corpo restituendo dignità al materiale tenendo da parte, anche se per poco, tutto ciò che è virtuale e digitale.

L’incontro e l’incrocio intergenerazionale producono sempre ricchezza sociale!

Basta creare le condizioni.

Le madri del sabato

Giornata internazionale delle vittime di sparizioni forzate

In Turchia anche chiedere giustizia è reato.

In piazza Galatasaray a Istanbul da anni i manifestanti si ritrovano per chiedere verità e giustizia con in mano le foto dei parenti scomparsi. Lo hanno fatto ininterrottamente dal 1995 al 1999, quando i continui arresti li costrinsero a sospendere l’evento per dieci anni. Hanno ripreso nel 2009 e da allora non si sono mai fermati. Chiedono giustizia, di riavere indietro i corpi dei loro cari e l’apertura degli archivi di Stato.

Emine Ocak, fondatrice del movimento, ha 82 anni. Da 700 sabati si ritrova in piazza Galatasaray a Istanbul per chiedere conto dei figli rapiti dallo Stato turco e scomparsi, tra gli anni Ottanta e Novanta. Il volto di Emine è tornato sulle pagine dei giornali di tutto il mondo: la sua foto mentre veniva trascinata via dalla polizia, sabato scorso, è il simbolo di una nuova ondata repressiva del movimento.

Per la 700ma volta portava alta la fotografia  del figlio Hasan scomparso 23 anni fa, e ritrovato lo stesso anno, il 1995: il suo cadavere era pieno di segni di brutali torture. 

Come le »madri della Plaza de Mayo« a Buenos Aires in Argentina, conosciute internazionalmente, le manifestanti chiedono la verità sul destino dei loro parenti, l’accertamento dei responsabili e la punizione giuridica dei crimini.

Si stima che in Turchia siano 17.000 i civili, politici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e sindacalisti “spariti” negli anni ‘90. I loro cadaveri vennero gettati in fosse comuni segrete all’interno di basi militari, ma anche in discariche o nei pozzi.

Nessuno ha mai risposto di questi crimini che continuano a reiterarsi, soprattutto nelle città e nei piccoli centri a maggioranza curda.

E un filo conduttore esiste: colui che negli anni novanta ricopriva l’incarico di Ministro degli interni, oggi è Presidente della Turchia e interlocutore politico dell’Italia quanto dell’Europa.

Nonostante il divieto imposto dal Governo, il movimento continuerà a scendere in piazza.

Lo scorso giovedì 30 agosto si è celebrata in tutto il mondo la Giornata delle vittime delle sparizioni forzate indetta nel 2010 dalle Nazioni Unite.

Metodo efficace per diffondere un clima di paura e terrore, secondo la definizione contenuta nell’articolo 2 della Convenzione Onu del 20 dicembre 2006, con il termine “sparizione forzata” si identifica “l’arresto, la detenzione, il sequestro e ogni altra forma di privazione della libertà condotta da agenti dello Stato o da persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato”. Un sistema che implica anche “il silenzio riguardo la sorte o il luogo in cui si trovi la persona sparita”. Entrata in vigore nel dicembre 2010, la Convenzione è stata firmata da 97 Stati, 58 dei quali hanno anche proceduto a ratificarla.

Ne suggerisco la lettura.

https://www.ohchr.org/EN/HRBodies/CED/Pages/ConventionCED.aspx

Porto di Catania

Un paradosso della storia. (Seconda parte)

Siamo felici che, in qualche modo, sia terminata l’odissea dei migranti bloccati sulla nave Diciotti. Particolarmente toccante è stata la vicenda delle quattro donne, vittime di violenza durante il lungo viaggio, che hanno rinunciato a sbarcare per non distaccarsi dai mariti. Ora, finalmente, sono tutti a terra e mi chiedo a chi e a cosa sia servita questa ennesima angheria.

Intanto, continuiamo con il viaggio nella storia cominciato ieri.

Finisce la terribile e annosa guerra corsara fra le due sponde del Mediterraneo, guerra di corsari musulmani e di corsari cristiani, finisce con la conquista di Algeri  nel  1830 da parte dei Francesi. Ma si apre anche da quella data, nel Maghreb, la piaga del colonialismo. E comincia, in quella prima metà dell’ 800, l’emigrazione italiana nel Maghreb. É prima un’emigrazione intellettuale e borghese, di fuorusciti politici, di professionisti, di imprenditori. Liberali, giacobini e carbonari, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli : “Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti”(4). Dopo i falliti moti di Genova del 1834, in Tunisia approda una prima volta, nel 1836, Giuseppe Garibaldi, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. Nel 1849 ancora si fa esule a Tunisi.

A Tunisi si era stabilita da tempo una nutrita colonia italiana di imprenditori, commercianti, banchieri ebrei provenienti dalla Toscana, da Livorno soprattutto, primo loro rifugio dopo la cacciata del 1492 dalla Spagna. Conviveva, la nostra comunità, insieme alla ricca borghesia europea, un misto di venti nazioni, ch s’era stanziata a Tunisi. Accanto alla borghesia, v’era poi tutto un proletariato italiano di lavoratori stagionali, pescatori di Palermo, di Trapani, di Lampedusa che soggiornavano per buona parte dell’anno sulle coste maghrebine.

Ma la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali. Si stabilirono questi emigranti sfuggiti alla miseria nei porti della Goletta, di Biserta, di Sousse, di Monastir, di Mahdia,  nelle campagne di Kelibia e di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Anche sotto il protettorato francese, ratificato con il Trattato del Bardo del 1881, l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più massiccia. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna. Gli emigrati già inseriti, al di là o al di sopra di ogni nazionalismo, erano organizzati in sindacati, società operaie, società di mutuo soccorso, patronati degli emigranti.  Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vicepresidente della Camera. Visita le regioni dove vivevano le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del Sud e fra gli sterratori delle nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi pecorinamente alla vostra sorte” .

La fine degli anni Sessanta del 1900 segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia, dell’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra. A partire dal 1968 sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle nostre coste. Approdano soprattutto in Sicilia,  a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia. A Mazara, una comunità di 5.000 tunisini riempie i vuoti, nella pesca, nell’edilizia, nell’agricoltura, che l’emigrazione italiana, soprattutto meridionale, aveva lasciato. Questa prima emigrazione maghrebina nel nostro Paese coincide con lo scoppio di quella che fu chiamata la quarta guerra punica, la “guerra” del pesce, il contrasto vale a dire fra gli armatori siciliani, che con i loro pescherecci sconfinavano  nelle acque territoriali nord-africane, contrasto con le autorità tunisine e libiche. In questi conflitti, quelli che ne pagavano le conseguenze erano gli immigrati arabi imbarcati sui pescherecci siciliani. Sull’emigrazione maghrebina in Sicilia dal 1968 in poi,  il sociologo di Mazara Antonino Cusumano ha pubblicato un libro dal titolo Il ritorno infelice.(5)

È passato quasi mezzo secolo dall’inizio di questo fenomeno migratorio in Italia. Da allora e fino ad oggi le cronache  ci dicono delle tragedie quotidiane che si consumano nel Canale di Sicilia. Ci dicono di una immane risacca che lascia su scogli e spiagge corpi senza vita. Ci dicono di tanti naufragi. E ci vengono allora  in mente i versi di Morte per acqua di T.S. Eliot :

 

Phlebas il Fenicio, da quindici giorni morto,

dimenticò il grido dei gabbiani, e il profondo gonfiarsi del mare

e il profitto e la perdita.

Una corrente sottomarina

spolpò le sue ossa in sussurri. (6)

(Vincenzo Consolo)

 

 Note:

4) Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825– pag. 890 Rizzoli 1967

5) Il ritorno infelice di Antonino Cusumano –   Sellerio 1976

6Poesie di T.S. Eliot -pag. 79 – Ugo Guanda 195

Porto di Catania

Un paradosso della storia. (Prima parte)

All’immagine della nave Diociotti ferma nel porto di Catania da giorni con 177 migranti a bordo ai quali viene impedito lo sbarco non voglio farmi risucchiare dal vortice delle polemiche, delle prese di posizione, degli appelli che arrivano da ogni parte e trovano spazio sui media di ogni tipologia.

Al contrario, proprio a partire dal fatto che la scena sia ambientata nel porto di Catania, quasi a rappresentare un paradosso storico, voglio proporvi una riflessione/breve ricostruzione storica del fenomeno delle migrazione prodotta qualche anno fa dal Professor Vincenzo Consolo, psichiatra, precursore della necessità del cambiamento in una società che cambia.

Vi auguro una buona lettura che, pur riportandoci indietro nel tempo, da una rappresentazione delle nostre origini.

In una notte di giugno dell’ 827, una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Maghrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, nella odierna Tunisia, emirato degli Aghlabiti, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara (nella storia ci sono a volte sorprendenti incroci, ritorni: Mazar è un toponimo di origine punica lasciato nell’isola dai Cartaginesi). Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta la Sicilia, dall’occidente fino all’oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. Si formò in Sicilia un emirato dipendente dal califfato di Bagdad. In Sicilia, dopo le depredazioni e le spoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera , desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. L’isola viene divisa amministrativamente in tre Valli, rette dal Valì: Val di Mazara, Val Dèmone e Val di Noto; rifiorisce l’agricoltura grazie a nuove tecniche agricole, a nuovi sistemi di irrigazione, di ricerca e di convogliamento delle acque, all’introduzione di nuove colture (l’ulivo e la vite, il limone e l’arancio, il sommacco e il cotone…);  rifiorisce la pesca, specialmente quella del tonno, grazie alle ingegnose tecniche della tonnara; rifiorisce l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, di razza, di religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Di questa società arabo-normanna ci daranno testimonianza viaggiatori come Ibn Giubayr, Ibn Hawqal, il geografo Idrisi. E sul periodo musulmano non si può che rimandare alla Storia dei Musulmani di Sicilia, (1) scritta da un grande siciliano  dell’ 800, Michele Amari. Storia scritta, dice  Elio Vittorini, “con la seduzione del cuore” (2). E come non poteva non scrivere con quella “seduzione”, nato e cresciuto nella Palermo che ancora conservava nel suo tempo non poche vestigia, non poche tradizioni, non poca cultura araba ? Tante altre opere ha scritto poi Michele Amari sulla cultura musulmana. Per lui, nel suo esempio e per suo merito, si sono poi tradotti in Italia scrittori, memorialisti, poeti arabi classici.  Per lui e dopo di lui è venuta a formarsi in Italia la gloriosa scuola di arabisti o orientalisti che ha avuto eminenti figure come Levi Della Vida, Caetani, Nallino, Schiapparelli, Rizzitano, fino al grande Francesco Gabrieli, traduttore de Le mille e una notte (3).

Vogliamo ripartire da quel porticciolo siciliano che si chiama Mazara, in cui sbarcò la flotta musulmana di Asad Ibn al-Furàt, per dire di altri sbarchi, di siciliani  nel Maghreb e di maghrebini, e non solo, in Sicilia.

Prof. Vincenzo Consolo

Note:

1)    Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari – CT  Romeo Prampolini 1933

2)    I Musulmani in Sicilia  di Michele Amari a cura di Elio Vittorini -pag. 6 

      Bompiani 1942

3) Le mille e una notteEinaudi 1948