Ricordando Sandro Pertini

“La libertà non può mai essere barattata”

Ieri, in occasione della Festa della Repubblica, ho sentito la necessità di trovare una figura di riferimento importante che mi riconducesse ad una appartenenza a questo Paese, a qualche elemento forte che mi restituisse un senso di festa e, soprattutto, una immagine di Repubblica dal momento che mi sento cittadino del mondo e non sopporto l’idea di frontiera.

Nonostante i miei studi, ho preso atto che non conosco i nomi di tutti i Presidenti della Repubblica o meglio, ne ricordo solo qualcuno e per motivi diversi: Cossiga, per esempio, lo associo negativamente a tutta la vicenda “Gladio”!

Ma l’unico vero Presidente che mi ha lasciato un segno accompagnando la mia adolescenza, una di quelle figure straordinariamente capaci di trasmettere messaggi che restano indelebili nella memoria è stato Sandro Pertini.

Era il 9 luglio del 1978 quando Sandro Pertini parlò per la prima volta alle Camere riunite dopo la sua elezione a Presidente della Repubblica italiana e mi venuto spontaneo andare a rileggere il suo discorso che vi propongo questa domenica.

Foto articolo domenicale - 1
MESSAGGIO DI SANDRO PERTINI AL PARLAMENTO DOPO L’ELEZIONE A PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
 

Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, nella mia tormentata vita mi sono trovato più volte di fronte a situazioni difficili e le ho sempre affrontate con animo sereno, perché sapevo che sarei stato solo io a pagare, solo con la mia fede politica e con la mia coscienza.
Adesso, invece, so che le conseguenze di ogni mio atto si rifletteranno sullo Stato, sulla nazione intera. Da qui il mio doveroso proposito di osservare lealmente e scrupolosamente il giuramento di fedeltà alla Costituzione, pronunciato dinanzi a voi, rappresentanti del popolo sovrano. Dovrò essere il tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali dei cittadini. Dovrò difendere l’unità e l’indipendenza della nazione nel rispetto degli impegni internazionali e delle sue alleanze, liberamente contratte.
Dobbiamo prepararci ad inserire sempre più l’Italia nella comunità più vasta, che è l’Europa, avviata alla sua unificazione con il Parlamento europeo, che l’anno prossimo sarà eletto a suffragio diretto.
L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.
Ma dobbiamo operare perché, pur nel necessario e civile raffronto fra tutte le ideologie politiche, espressione di una vera democrazia, la concordia si realizzi nel nostro paese.
Farò quanto mi sarà possibile, senza tuttavia mai valicare i poteri tassativamente prescrittimi dalla Costituzione, perché l’unità nazionale, di cui la mia elezione è un’espressione, si consolidi, si rafforzi. Questa unità è necessaria, e se per disavventura si spezzasse, giorni tristi attenderebbero il nostro paese.
Non dimentichiamo, onorevoli deputati,, onorevoli senatori, signori delegati regionali, che se il nostro paese è riuscito a risalire dall’abisso in cui fu gettato dalla dittatura fascista e da una folle guerra, lo si deve anche e soprattutto all’unità nazionale realizzata allora da tutte le forze democratiche.
E’ con questa unità nazionale che tutte le riforme, cui aspira da anni la classe lavoratrice, potranno essere attuate. Questo è compito del Parlamento.
Bisogna sia assicurato il lavoro ad ogni cittadino. La disoccupazione è un male tremendo che porta anche alla disperazione. Questo, chi vi parla, può dire per personale esperienza acquisita quando in esilio ha dovuto fare l’operaio per vivere onestamente. La disoccupazione giovanile deve soprattutto preoccuparci, se non vogliamo che migliaia di giovani, privi di lavoro, diventino degli emarginati nella società, vadano alla deriva, e disperati, si facciano strumenti dei violenti o diventino succubi di corruttori senza scrupoli.
Bisogna risolvere il problema della casa, perché ogni famiglia possa avere una dimora dignitosa, dove poter trovare un sereno riposo dopo una giornata di duro lavoro.
Deve essere tutelata la salute di ogni cittadino, come prescrive la Costituzione.
Anche la scuola conosce una crisi che deve essere superata. L’istruzione deve essere davvero universale, accessibile a tutti, ai ricchi di intelligenza e di volontà di studiare, ma poveri di mezzi.
L’Italia ha bisogno di avanzare in tutti i campi del sapere, per reggere il confronto con le esigenze della nuova civiltà che si profila. Gli articoli della Carta costituzionale che si riferiscono all’insegnamento e alla promozione della cultura, della ricerca scientifica e tecnica, non possono essere disattesi. Il dettato costituzionale, che valorizza le autonomie locali e introduce le regioni, è stato attuato. Ne è derivata una vasta partecipazione popolare che deve essere incoraggiata.
Questo diciamo, perché vogliamo la libertà, riconquistata dopo lunga e dura lotta, si consolidi nel nostro paese. E vada la nostra fraterna solidarietà a quanti in ogni parte del mondo sono iniquamente perseguitati per le loro idee.
Certo noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata. Tuttavia essa diviene una fragile conquista e sarà pienamente goduta solo da una minoranza, se non riceverà il suo contenuto naturale che è la giustizia sociale. Ripeto quello che ho già detto in altre sedi: libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. Di qui le riforme cui ho accennato poc’anzi. Ed è solo in questo modo che ogni italiano sentirà sua la Repubblica, la sentirà madre e non matrigna. Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo venti anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona.. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino. Basta con questa violenza che turba il vivere civile del nostro popolo, basta con questa violenza consumata quasi ogni giorno contro pacifici cittadini e forze dell’ordine, cui va la nostra solidarietà.
Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea! Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi. Ci conforta la constatazione che il popolo italiano ha saputo prontamente reagire con compostezza democratica, ma anche con ferma decisione, a questi criminali atti di violenza. Ne prendano atto gli stranieri spesso non giusti nel giudicare il popolo italiano. Quale altro popolo saprebbe rispondere e resistere alla bufera di violenza scatenatesi sul nostro paese come ha saputo e sa rispondere il popolo italiano?
Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali invio alle forze armate il mio saluto caloroso. Esse oggi, secondo il dettato della Costituzione, hanno il solo nobilissimo compito di difendere i confini della patria se si tentasse di violarli. Noi siamo certi che i nostri soldati e i nostri ufficiali saprebbero con valore compiere questo alto dovere.
Il mio saluto deferente alla magistratura: dalla Corte costituzionale a tutti i magistrati ordinari e amministrativi cui incombe il peso prezioso e gravoso di difendere la vita altrui. Ma devono essere meglio apprezzate ed avere condizioni economiche più dignitose.
Vada il nostro riconoscente pensiero a tutti i connazionali che fuori delle nostre frontiere onorano l’Italia con il loro lavoro.
Rendo omaggio a tutti i miei predecessori per l’opera da loro svolta nel supremo interesse del paese. Il mio saluto al senatore Giovanni Leone, che oggi vive in amara solitudine.
Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti coi quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, di Carlo Rosselli, di don Minzoni e di Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere.
Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce, né in morale, né in politica.
Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo essere solo il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia. Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, viva l’Italia!

Quando il cucciolo cresce…

Parlare è diverso da comunicare!

Il più piccolo della tribù (che a me suona meglio di “famiglia allargata” o “nuove tipologie relazionali” che è addirittura cacofonico) a pranzo ha manifestato il suo malessere provocato da uno stato che ha definito “solitudine”.

Messo a confronto con una situazione di questo tipo, seppure soggetto terzo ma coinvolto, ho sentito i brividi scorrere su tutto il corpo.

Abituato a giocare su tavoli di tutti i tipi con interlocutori istituzionali (Sindaci, Assessori, Prefetti, Questori, Parlamentari, ONG…) ho provato un senso di incapacità profonda a gestire una situazione che si materializzava al tavolo di casa, in quel privato che voglio rendere pubblico per condividerlo convinto che situazioni di questo tipo fanno parte del quotidiano di tante famiglie.

Se un tredicenne manifesta un disagio riconducendolo ad un senso di solitudine ti fa paura perché, oltre a restare senza risposte, inizi a chiederti dove hai sbagliato, cosa avresti dovuto fare che non hai fatto, cosa gli manca più di quello che ha.

E, istintivamente, cominci a cercare nel passato, a cercare l’origine di questo malessere cercando nel tuo atteggiamento i motivi di questo malessere manifestato perché emerge e irrompe una sorta di senso di responsabilità che riconduce a te ogni colpa.

E sono situazioni che ti rimettono in discussione: qualche giorno fa sono stato ospite e relatore in un convegno sulla genitorialità, oggi non mi viene fuori una parola?

Dentro casa mia? O una delle mie tante case?

Mio ho capito che è il problema primario nell’approccio al problema.

Forse è proprio da quella presunzione di “proprietà”, da quel “mio” che trova origine il problema.

Cosa è “mio”? Nulla! 

Se penso a me e alla mia vita mi rendo conto di non essere stato mai di nessuno neanche da bambino!

E come potrei pretendere o pensare di fare il contrario, di ribaltare la situazione reinventandomi in un ruolo che non è mio e non mi appartiene?

La cosa bella che mi ha insegnato la vita (non la scuola o l’università! Mio padre si!) è quella di sapere usare gli strumenti: sapere senza sapere come usare il sapere non serve a nulla!

E’ come conoscere senza sapere come usare la conoscenza.

A parlare dei massimi sistemi siamo tutti bravi, io compreso, quando stanno lontani da casa nostra. E’quando ne devi discutere in casa che diventa un problema anche se, qualche ora prima, hai “dettato” a 200 persone il tuo pensiero sulle responsabilità genitoriali.

E hai raccolto anche tanti applausi!

Avendo un tarlo nella testa, una cosa che ti rigira nel cervello e ti distrae da ogni altra cosa, ho chiamato un caro amico, uno psichiatra, per chiedere consigli su come si fa.

La risposta mi ha illuminato e distrutto: mi conosce da tanti anni, abbiamo lavorato insieme e legge tutte le cose che scrivo.

Sono più di vent’anni che vai in giro a dire che “parlare” è diverso da “comunicare” e mi hai tenuto al telefono mezz’ora per capire cosa devi fare?”.

Ergo, sono più bravo quando sto in giro che non quando sto in casa.

A parlare degli altri e ipotizzare soluzioni possibili (per gli altri!) è sempre più facile.

Sarà per questo che esco sempre presto da casa e torno sempre tardi?

Cucciolo” (lo so che mi leggi sempre e questa parola ti fa incazzare!), domani ci prendiamo un pomeriggio e una serata tutta per noi e proviamo a vedere se, cazzeggiando, riusciamo anche a comunicare!

Per un Ramadan con lo sguardo ad un futuro migliore

In occasione del mese del Ramadan – iniziato quest’anno intorno al 16 maggio – e per la festa di ‘Id al-Fitr 1439 H. / 2018 A.D., che cade verso il 15 giugno, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha inviato ai Musulmani del mondo intero un messaggio augurale dal titolo: Cristiani e musulmani: dalla competizione alla collaborazione.

Vi proponiamo la lettura del testo in italiano e in arabo. Buon Ramadan. 

Cari fratelli e sorelle musulmani,

Nella Sua Provvidenza l’Onnipotente vi ha offerto la possibilità di osservare nuovamente il digiuno del Ramadan e di celebrare ‘Id al-Fitr .

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso apprezza l’importanza di questo mese nonché il grande sforzo da parte dei musulmani di tutto il mondo a digiunare, pregare e a condividere i doni dell’Onnipotente con i più poveri.

Consapevoli dei doni che scaturiscono dal Ramadan, ci uniamo a voi nel ringraziamento a Dio misericordioso per la Sua benevolenza e generosità, e vi porgiamo i nostri più cordiali auguri.

Le riflessioni che vorremmo condividere con voi in quest’occasione riguardano un aspetto vitale delle relazioni fra cristiani e musulmani: la necessità di passare dalla competizione alla collaborazione.

In passato le relazioni fra cristiani e musulmani sono state segnate troppo spesso da uno spirito di competizione, di cui si vedono le conseguenze negative: gelosia, recriminazioni e tensioni. In alcuni casi queste hanno portato a violenti scontri, specialmente quando la religione è stata strumentalizzata, soprattutto a causa di interessi di parte e di moventi politici.

Tale rivalità interreligiosa ha segnato negativamente l’immagine delle religioni e dei loro seguaci, alimentando l’idea che esse non siano fonti di pace ma, piuttosto, di tensione e violenza.

Per prevenire e superare queste conseguenze negative, è importante che noi cristiani e musulmani, pur riconoscendo le nostre differenze, ci rammentiamo di quei valori religiosi e morali che condividiamo. Riconoscendo ciò che abbiamo in comune e manifestando rispetto per le nostre legittime differenze, noi possiamo stabilire con ancor più fermezza un solido fondamento per relazioni pacifiche, passando dalla competizione e dallo scontro ad una cooperazione efficace per il bene comune. Ciò è a vantaggio, particolarmente, dei più bisognosi e permette a tutti noi di offrire una testimonianza credibile dell’amore dell’Onnipotente per l’umanità intera.

Noi tutti abbiamo il diritto e il dovere di rendere testimonianza all’Onnipotente al Quale rendiamo culto, di condividere le nostre credenze con gli altri, nel rispetto per la loro religione ed i loro sentimenti religiosi.

Per poter incoraggiare relazioni pacifiche e fraterne, lavoriamo insieme ed onoriamoci scambievolmente. In questa maniera daremo gloria all’Onnipotente e promuoveremo l’armonia nella società che è sempre più multietnica, multireligiosa e multiculturale.

Concludiamo rinnovandovi i nostri migliori auguri per un fruttuoso digiuno ed un gioioso ‘Id , e vi assicuriamo la nostra solidarietà nella preghiera”.

Dal Vaticano, 20 aprile 2018

المجلس البابوي للحوار بين الأديان

 

المسيحيون والمسلمون: من التنافس إلى التعاون

 

رسالة لمناسبة شهر رمضان وعيد الفطر السعيد

1439 هـ / 2018 م

حاضرة الفاتيكان

أيّها الأخوة والأخوات المسلمون الأعزاء،

               بتدبير من عنايته تعالى، منحكم القدير مرّة أخرى نعمة صوم شهر رمضان والاحتفال بعيد الفطر السعيد.

               يعي المجلس البابوي للحوار بين الأديان ويقدّر أهميّة هذا الشهر، كما الجهد الكبير من جانب المسلمين في جميع أنحاء العالم للصوم والصلاة وتقاسم هبات الله سبحانه وتعالى مع المحتاجين.

               وإدراكا منّا للنعم المتأتيّة من شهر رمضان، نشكر وايّاكم الله الرحيم على لطفه وكرمه، ونقدّم لكم أطيب تمنيّاتنا القلبيّة.

               إن الخواطر التي نودّ مشاركتكم ايّاها في هذه المناسبة تتعلّق بجانب حيويّ من العلاقات بين المسيحيين والمسلمين: الحاجة إلى الانتقال من التنافس إلى التعاون.

               في الماضي، كانت العلاقات بين المسيحيين والمسلمين تتّسم في كثير من الأحيان بروح المنافسة، والتي يمكن رؤية عواقبها السلبيّة: الغيرة والاتّهامات المتبادلة والتوتّرات. وفي بعض الحالات أدّى ذلك إلى صدامات عنيفة، لا سيّما عندما كان يتمّ استغلال الدّين، وعلى وجه الخصوص من أجل مصالح شخصيّة ومنافع سياسيّة.

               لقد انعكس هذا التنافس بين الأديان سلبًا على صورتها وعلى أتباعها، مما يعزّز الفكرة القائلة بأنها ليست مصادر سلام، وإنّما أسباب توتّر وعنف.

               ودرءاً لهذه الآثار السلبيّة ومن أجل التغلّب عليها، من الأهمية بمكان أن نتذكّر، مسيحيين ومسلمين، القيم الدينيّة والأخلاقيّة التي نتقاسمها، بدون أن نغفل ما نختلف فيه. وإذ نعترف بما نشترك فيه ونُظهر الاحترام لاختلافاتنا المشروعة، يمكننا أن نرسّخ بمزيد من الحزم أساسًا متينًا لعلاقات سلميّة، وأن ننتقل من المنافسة والمواجهة إلى التعاون الفعّال من أجل الصالح العام. وهذا مفيد بشكل خاص للمحتاجين، ويمكّننا جميعًا من تقديم شهادة ذات مصداقيّة لحبّ الله عزّ وجل للبشرية جمعاء.

               من حقّنا وواجبنا أن نشهد لله العليّ القدير الذي نعبده وأن نشارك الآخرين معتقداتنا، ضمن ضوابط الاحترام لدينهم ولمشاعرهم الدينية.

               ومن أجل تشجيع العلاقات السلميّة والأخويّة، فلنعمل معاً ولنكرّم بعضنا بعضاً. وهكذا، نمجّد الله عزّ وجلّ ونعزّز الانسجام في مجتمعات متعدّدة الأعراق والديانات والثقافات بشكل متزايد.

               نختتم بتجديد أطيب تمنياتنا بصيام مثمر وعيد سعيد، مؤكّدين لكم تضامننا معكم في الصلاة.

حاضرة الفاتيكان، 20 نيسان 2018

Lettera a mia madre

Auguri a tutte le mamme del mondo

Adorata mamma,

so che non sono il figlio che avresti desiderato e, sono certo, non ti ho mai detto neanche che ti voglio un sacco di bene.

Anzi, no. Non ti voglio bene!

E’ una cosa diversa dal voler bene, perché puoi voler bene ad una persona altra ma la mamma è un’altra cosa.

E neanche ti amo, perché l’amore è un sentimento altro, è un’altra cosa.

Non so descrivere l’imprescindibilità della tua figura e della tua presenza racchiudendola in una parola: anche se mi vedi sempre scrivere o leggere, questa cosa non la so fare!

Non trovo le parole e non mi voglio nascondere dietro un racconto.

Semplicemente, non so come si dice, come si scrive, una “cosa” che porti dentro da sempre e dalla quale non ti separerai mai e della quale non puoi fare almeno.

Come scrissi in occasione della festa del papà su San Giuseppe, neanche Maria se la passava tanto bene dovendo gestire un bambino che si chiamava Gesù!

Con tutti i dovuti distinguo e lungi da ogni eresia o blasfemia, lo so che anche io sono stato “irrequieto” e che di problemi ne ho dati e creati parecchi nei miei quasi 50 anni. 

E continuo, nonostante i consigli quotidiani: ma la colpa se non è tua e neanche mia, si può addebitare solo all’ostetrica e al ginecologo che qualcosa hanno sbagliato al momento del parto! Anche perché papà è un santo uomo e, sicuramente, non è colpa sua.

Ma il paragone (non oserei mai!), non è fra me e Gesù ma, piuttosto, fra te e Maria non fosse altro che per la capacità di sopportazione di dispiaceri, dolori, angoscia provocata dai figli.

Neanche tu, però, sei assimilabile a Maria!

Non penso che Maria abbia mai rotto cucchiaia di legno o lanciato zoccoli a Gesù provocando anche parecchio dolore fisico e lasciando segni che ancora oggi sono testimonianza!

Per l’amor di Dio (giusto per restare in tema), tutto meritato, come dire, guadagnato sul campo.

E sono colpi che ancora oggi non risparmi: la mira lascia a desiderare ma è anche colpa dell’età!

Vedi, nonostante tutto quello che fai ogni giorno per me e quello che di immateriale mi dai ogni giorno, non so neanche se ti voglio bene perché, dirti ti voglio bene mi sembra così riduttivo e insignificante, “massificante” (e qualche giorno fa mi hai chiesto che significa perché leggi anche le cose che scrivo), che no te lo dico.

Tu sei mia madre e, in quanto tale, al di fuori da qualsiasi cosa catalogabile.

Non perché mi hai messo al mondo!

Quando troverò una parola che abbia un significato che vada oltre “ti voglio bene”, te la dirò. 

I padroni della terra

Il fenomeno del Land Grabbing

Mi hanno sempre preso in giro dicendo che se per sbaglio un giorno dovessi diventare ricco avrei grandi difficoltà a comprendere l’entità della ricchezza tanto è nota la distanza fra me e i numeri.

Figuratevi quale possa essere la mia capacità di decifrare i numeri contenuti nel Primo Rapporto Focvis (Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario di oggi fanno parte 82 Organizzazioni che operano in oltre 80 paesi del mondo) sul fenomeno del Land Grabbing ovvero “accaparramento della terra”.

Qualche tempo fa, rigettando l’idea che le persone possano essere oggetto di classificazioni e contestando il concetto di “migrante economico”, ho scritto sulle cause ambientali che spingono masse di persone a spostarsi dai propri Paesi di origine.

Oggi, seppure li riporto, i numeri di questo studio spostano la mia attenzione su un altro tema che inquina il senso comune con la semplice quanto deplorevole affermazione “perché non se ne stanno a casa loro?”.

Allora, seppure con i numeri ho un cattivo rapporto, qualche volta i conti mi tornano se penso ai danni prodotti da una società che si rivela “respingente” senza assumere alcuna responsabilità sugli effetti.

Per spiegare questo fenomeno attualissimo ai miei figli ho usato una metafora: in casa siamo in sei e se ci mettiamo in fila indiana con la mamma davanti e io per ultimo e inizio a spingere e catena tutti spingono, un passo alla volta ci troveremo tutti in un’altra stanza!

In coda a questa fila indiana oggi nel mondo a spingere ci sono multinazionali e regimi che stanno depredando le ricchezze più grandi nei Paesi più poveri: le terre fertili e l’acqua, in primis.

Non so immaginare quanti siano 88 milioni di ettari di terra, ma sono quelli “accaparrati” dai padroni della terra.

Riporto dal sito della Focsiv una sintesi del rapporto anticipando solo una chicca: l’Italia non è estranea a questo fenomeno col suo bel milione e centomila ettari di terra sparsi in 13 Paesi.

Secondo il Primo Rapporto “I padroni della Terra. Il land grabbing.” di FOCSIV in collaborazione con Coldiretti, presentato a Bari al Villaggio Contadino di Coldiretti, dagli inizi di questo Millennio il fenomeno del Land Grabbing, l’accaparramento di terre fertili, è andato in crescendo a danno delle comunità rurali locali; a perpetrarlo Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie ed immobiliari internazionali che in questi anni hanno acquistato o affittato 88 milioni di ettari di terre  in ogni parte del mondo, un’estensione pari a 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador.

La maggior parte dei contratti conclusi, trasnazionali e nazionali, riguardano gli investimenti in agricoltura, ripartiti in colture alimentari e produzioni di biocarburanti, a seguire lo sfruttamento delle foreste e la realizzazione delle aree industriali o turistiche.

Tra i primi 10 paesi maggiori investitori oltre agli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda, vi sono quelli emergenti come la Cina, l’India ed il Brasile, ma lo sono anche paesi petroliferi come gli Emirati Arabi Uniti oppure la Malesia, Singapore ed il Liechtenstein, che spesso si prestano come piattaforme offshore ad operazioni finanziarie per le aziende  multinazionali internazionali. Tale situazione è più evidente nel caso delle Bermuda, delle Isole Vergini, delle Mauritius, delle Isole Cayman, che offrono condizioni finanziarie e fiscali estremamente vantaggiose per attrarre i capitali degli operatori internazionali ed è qui che transitano flussi finanziari di Paesi terzi che vengono investiti anche in acquisti e affitti di terre nel mondo. Ad esempio, le Mauritius contano 13 contratti pari a 423 mila ettari di terra concentrati soprattutto in Mozambico e Zimbabwe.

Al contrario, tra i primi 10 paesi oggetto degli investimenti vi sono, soprattutto, i paesi impoveriti dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Repubblica del Congo Brazaville e la Liberia, mentre in Asia il paese più coinvolto è la Papua Nuova Guinea, ma non mancano paesi emergenti come il Brasile e l’Indonesia ed in Europa la Federazione Russa e l’Ucraina.

Anche l’Italia ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte dei quali sono stati effettuati in alcuni paesi africani ed in Romania; in generale le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare biocombustibili.

Qualche volta capita che…

Messaggi che restano e soddisfazioni che si raccolgono.

Non mi vergogno a dire che sono stato combattuto nella scelta del tema da affrontare in questo domenicale e, alla fine, è proprio un “Tema” che ho scelto anche spinto dalle parole di Papa Francesco sulla prossimità e sul messaggio che quotidianamente si può trasmettere anche senza accorgersene, frutto semplicemente dell’essere incontaminato che non frappone barriere o limiti fra il credo e il lavoro.

E il “tema” è quello che ha scritto Enrico, 16 anni, studente italiano che ha confessato quella che è una difficoltà diffusa ma superabile a ragionare su alcuni argomenti.

Voglio condividere con voi questa esperienza riportando integralmente il suo tema.

Qualche volta capita che viene a trovarci e si ferma a pranzo un vecchio amico di mia madre che fa il sociologo, è laureato in lettere e filosofia, scrive articoli e fa pubblicazioni, lavora con i pazienti psichiatrici e con i migranti e disprezza la parola “immigrati” perché dice che tutti siamo cittadini del mondo.

E, questa volta, è capitato nel momento giusto perché non avevo molte argomentazioni per affrontare il tema in oggetto e lui è sempre ricco di spunti di riflessione.

Ho approfittato dell’occasione e, devo ammettere, ho giocato anche sporco perché quando ho introdotto l’argomento ho registrato la conversazione di nascosto per non perdere nulla di ciò che avrebbe detto in proposito.

La sua prima riflessione mi ha stupito perché è convinto che i nuovi mezzi di comunicazione producono un divario profondo fra generazioni per la velocità con la quale si riproducono e che si tratta di una comunicazione anaffettiva nel senso che lo “strumento” allontana le persone piuttosto che aggregarle anche se in apparenza le fa sentire vicine e sempre raggiungibili.

Quando gli ho chiesto cosa volesse dire con queste affermazioni mi ha risposto che lui se ha voglia di sapere come sta una persona, o vuole sentirla o vuole fare semplicemente gli auguri per il compleanno la chiama o la incontra, ci parla direttamente e non usa SMS o W.A.

Su questo modo di fare nutre un disgusto profondo per esempio sulle persone che mandano, come dice lui in maniera “massiva” (che poi mi ha spiegato cosa significa ma non lo posso scrivere!) gli auguri per qualsiasi evento.

Mi porge il suo telefonino e mi chiede di guardarci dentro: ha 420 messaggi non letti! Sono rimasto stupito e ho chiesto perché non legge i messaggi e lui mi ha risposto in maniera secca: “Se qualcuno ha qualcosa da dirmi viene a trovarmi o mi chiama! Io intrattengo rapporti con le persone, non con il telefono!”.

Poi, tira fuori dalla sua borsa un mucchio di carte e dice: “Vedi, questi sono i miei appunti, le bozze dei miei articoli, le mie riflessioni, le cose che annoto di volta in volta. Senti il profumo della carta e dell’inchiostro quanto è intenso? Prova la sensazione che si sente a toccare questi fogli. Loro resteranno e invecchieranno, si ingialliranno e non moriranno quando qualcuno li riscrive su un PC . E guarda la bellezza delle cancellature fatte con la penna, sotto ci trovi i ripensamenti, la traccia di una riflessione che un PC non ti da”.

Io resto ad ascoltare mentre registro tutto per fare questo compito e lui, che si era accorto di tutto, mi dice: “Le nuove tecnologie ci stanno rendendo vecchi prima del tempo, ovvero fuori o vittime dei nuovi sistemi di comunicazione. E io in tutto questo vedo la degradazione e la mortificazione dei rapporti fra le persone!”

Ridendo e facendomi capire con un gesto che si era accorto che stavo registrando la conversazione con il telefonino per scrivere questo tema mi ha detto:”Non era più semplice e onesto chiedermi una intervista?”.

Ho provato vergogna perché poi abbiamo parlato, anzi ha parlato, della materializzazione di qualsiasi cosa, anche dei sentimenti, perché dire ad una persona “ti voglio bene” è diverso da mandare una faccina anonima sul telefono.”

Qualche giorno dopo ci siamo rivisti e gli ho chiesto del “tema” sul quale non aveva argomenti.

Mi ha dato la “brutta copia”, quella scritta a mano, quella che profuma.

Quella che conserverò fra le tante carte che profumano.

La Siria, la crisi mediorientale e le risposte dei “potenti”

Possono essere i missili belli e intelligenti?

A settembre 2016, in un articolo pubblicato in questa rubrica dal titolo “Quando i grandi giocano a fare la guerra, i bambini non giocano più!” avevo scritto:

Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù” (Mt 2:16). Il gesto criminale di Erode è dettato dalla sua egoistica difesa del trono. Questa crudeltà corrisponde al suo carattere: per eliminare ogni ostacolo che mettesse in pericolo il trono, egli fece uccidere anche tre mogli e alcuni figli.

Sotto i colpi e le bombe americane e russe, governative e dei ribelli sono ormai migliaia i bambini che hanno perso la vita in Siria ed in particolare ad Aleppo sotto gli occhi abituati del resto del mondo. Bambini che non hanno avuto la fortuna di scappare, di sfuggire al massacro: “Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Àlzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire’” (Mt 2:13). Gesù, così, sfuggì a quella che è passata alla storia come “la strage degli innocenti”. Questa volta nessun angelo, come tante altre volte, ha steso le sue ali per proteggere quelle anime innocenti. Neanche il corridoio umanitario ha funzionato in quella che avevamo già definito come una tregua falsa, un tentativo fallito di dividere il territorio fra potenze estranee a quelle terre ma fortemente spinte dalla possibilità di fare soldi, tanti soldi e di consolidare posizioni strategiche nell’area mediorientale come stessero facendo una partita di Risiko.

Oggi Erode ha tante facce, non diverse da quelle di due anni fa, ma quella che spicca per incosciente brutalità è, ancora una volta, quella del Presidente Trump che, licenziando come inutili anche le indicazioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite, minaccia un attacco militare contro la Siria, appoggiato dagli “amici” inglesi e francesi, utilizzando a motivo il “presunto” uso di armi chimiche da parte del Governo di Assad che avrebbe colpito un territorio sotto il controllo dello stesso governo e degli alleati russi.

“Presunto” per due motivi: ancora non ci sono prove dell’uso di armi chimiche (non che questo legittimi comunque il fatto di ammazzare inermi civili) e che, nonostante lo spessore criminale di Assad, possa averle utilizzate in casa sua.

Lo scenario attuale ricorda quello del 2003 quando l’Iraq fu devastato dalle bombe americane e le armi di Saddam mai trovate.

Ma Trump, che si è ritrovato l’FBI in casa, che continua a perdere pezzi in Parlamento, nell’enturage e credibilità dentro e fuori il territorio degli Stati Uniti ha la pressante necessità di dare risposte.

A modo suo, intervenendo nel pieno di una crisi internazionale: l’attacco contro il regime di Assad è stato anticipato da un “tweet” scritto mercoledì da Trump in risposta agli avvertimenti russi sulla pronta risposta ad eventuali attacchi. Con un messaggio che ha mostrato tutto il degrado e l’irresponsabilità dell’intero apparato di potere americano, Trump ha invitato Mosca a “prepararsi” per l’arrivo sulla Siria di missili “belli, nuovi e intelligenti”.

E ieri notte ha mantenuto la sua promessa scaricando sulla Siria i suoi missili “belli e intelligenti” con la buona compagnia di inglesi e francesi. La disponibilità dell’Italia a fornire appoggio logistico nel riaccendersi di questo conflitto mai sopito non la esclude dall’avere responsabilità gravi in una situazione che rimette in discussione i flebili equilibri di tutta la Regione Mediorientale.

Iran e Iraq hanno già assunto posizioni “pesanti” sulle immediate ripercussioni che l’attacco alla Siria produrrà tenendo nel dovuto conto le situazioni libiche e palestinesi e i conflitti in atto nel resto del Continente africano.

Certo, gli altri, i russi per primi, non stanno a guardare. E sono pronti a rispondere a quello che Trump non può che mettere in atto in maniera estremamente devastante per non replicare l’ultima “passeggiata” e, soprattutto, per tentare di arginare e rallentare l’assedio interno che sta minando alla base la sua Presidenza.

Intanto, a guardare, con gli occhi sbarrati verso il cielo, resta quel popolo di innocenti siriani e non solo che non sono riusciti a lasciare quella che è diventata la terra degli orrori.

E se per una volta parlo di noi/voi?

Il lavoro dietro le quinte che non vede nessuno.

Se tutti hanno parlato di tutto in questi giorni, io cosa scrivo?

Commentare i commenti dei commenti su fatti che sono di dominio pubblico non mi appartiene. Come non mi appartiene mescolarmi nel frullatore delle tante “analisi” partorite da ventri vuoti.

Non che mi occupi di cronaca, sia chiaro, ma su tutti i temi che oggi riemergono tragicamente ho già scritto: su Libia, Siria, Palestina, Francia ho già detto spesso anche anticipando gli eventi, guardando oltre la quotidianità che, alla fine, è anche lo spirito di questa “rubrica” domenicale.

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E, allora, questa volta parlo di noi. Anzi, di voi!

Se non lo fa nessuno o, nessuno lo ha fatto fino ad ora, lo faccio io nella speranza di suscitare e catturare la curiosità di quanti, come me e come tanti sono stufi e stanchi di sentire o leggere cose ripetute e rimbalzate in maniera seriale.

Allora, oggi noi, meglio, un pezzo di noi, quel “pezzo” di organizzazione di Costruiamo Insieme che, lavorando dietro le quinte e operando silenziosamente per costruire e rumorosamente per gridare dipingono sul web la mission della Cooperativa.

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Paolo e Claudio, instancabili e appassionati, raccolgono storie, gestiscono storie, fanno conoscere storie.

Attraverso le interviste e i video e, adesso anche la radio sul web che è una esperienza e un investimento sociale, senza ritorno economico che, rappresentano e sono uno strumento di integrazione e interazione straordinario.

A me che guardo dall’esterno, essendo semplicemente un collaboratore che, però, interagisce quotidianamente con le strutture, piace l’idea di uno strumento che dia voce e faccia da amplificatore di pratiche che promuovono lo scambio fra culture.

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Attraverso una radio o un sito?

Si!

E direi si cento, mille, un milione di volte!

E lo dico perché, chi mi conosce sa che non sono sul mercato e non scrivo per nessun padrone!

Non faccio pubblicità a nessuno mai, tantomeno a chi è fuori dai miei ristretti e ridotti canoni di accettazione di comportamenti che travalicano il rispetto della persona.

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Non guardo e non chiedo i documenti, né mi interessa sapere da dove arrivi.

Anzi, si!

Mi puoi insegnare qualcosa, raccontare qualcosa che non so, arricchirmi!

Claudio e Paolo gestiscono uno strumento straordinariamente bello che apre, ogni giorno, porte blindate da lucchetti che si possono aprire semplicemente condividendo una bella esperienza che non fa male, non provoca tumori o malattie strane.

Mette allegria e aiuta a riflettere.

Affezionatevi al sito di Costruiamo Insieme.

A me, aggiusta la giornata!

 

Ernesto Chiarantoni e Francesco Sarcina (Le vibrazioni), botta e risposta

«Pace per tutti!»

Cristiani e musulmani, insieme, per assistere alle processioni

«Pasqua, si celebrano rispetto reciproco e fede: l’abbraccio invocato e condiviso dalle religioni è universale». Ragazzi ospiti di “Costruiamo Insieme”, appuntamento in centro. «Riti, che fascino!». Svuotano i cellulari di scatti superflui e li riempiono di nuove foto.

Sanogo, Musa, Alfred, Kess e Bamba. Testimonial per un giorno. Per se stessi, musulmani e cattolici insieme, incuriositi dalle tradizioni religiose locali, ma anche per conto di “Costruiamo Insieme”, la cooperativa che li ospita. E’ qui che a Kaleem e poi a Ndoli, hanno chiesto di assistere a un rituale che a Taranto, per esempio, ha radici secolari. L’occasione è anche l’ideale per scambiare due battute fra la gente. I ragazzi fotografano i “perdoni”, confratelli che indossano camice e mozzetta, stringono una mazza e ondeggiano (“nazzicàta”) per le vie del centro e per i quartieri vicini in veste di viandanti. E la gente che assiste all’uscita delle prime “poste” (le coppie di fedeli incappucciati), fotografa i ragazzi. E’ singolare, penseranno tarantini e turisti che seguono l’inizio di una delle due processioni, vedere extracomunitari che seguono con grande attenzione e massimo rispetto uno dei principali riti pasquali. E’ Taranto, come può essere qualsiasi altro centro pugliese, ventitré in tutto, dove per tradizione esiste una grande partecipazione alla Settimana santa.

Sacri riti in Puglia, dunque. Un po’ ovunque, si diceva. A Bitonto come a Francavilla Fontana, proseguendo per il Salento, con cittadine come Galatina e Gallipoli. Poi Molfetta, Noicattaro, Pulsano, Ruvo. Infine, Taranto. Qui la Settimana santa ferma un’intera città. Una tradizione secolare che parte da giovedì pomeriggio per concludersi con il rientro della Processione dei misteri nella chiesa del Carmine il sabato mattina, pieno centro, nel cosiddetto Borgo nuovo. Giovedì sera, invece, tocca alla Processione dell’Addolorata, nel Borgo antico, più noto come Città vecchia.

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MASSIMO RISPETTO PER LA FEDE CATTOLICA…

I ragazzi sfilano dalla tasca il loro cellulare. Qualcuno lo alleggerisce di foto di qualsiasi tipo. Sembrano i giapponesi di una volta, fotografano qualsiasi cosa si muova e la inoltrano ad amici e parenti. Benedetto whatsapp. Scattano le foto e con queste, le pose. Sanogo, trentacinque anni, ivoriano, fede musulmana, è il più intraprendente. Quasi fa strike con una coppia di “perdoni”. Una spallata involontaria per qualche istante fa perdere il ritmo ai due confratelli oggetto dell’esuberanza del ragazzo. «E’ la seconda volta – spiega Sanogo – che assisto ai Riti a Taranto, anche se musulmano ho grande rispetto per la preghiera che la gente in processione e quanti assistono ai riti, rivolge all’Addolorata e a Gesù: è un momento di grande suggestione, mi meraviglia l’enorme silenzio che avvolge questi momenti».

C’è chi sorride. Musa, guineano, venti anni. Anche lui per la seconda volta ad assistere alla Processione dei Misteri. «Lo scorso anno – racconta – con un operatore della cooperativa e insieme ad altri compagni, sono andato in Città vecchia per vedere l’Addolorata e visitare il Borgo antico; vedere statue e confratelli incappucciati fra quelle vie così strette è bellissimo».

«Anche se la mia religione non è la stessa», spiega Bamba, ivoriano, fede musulmana, «ho grande rispetto per chi si riunisce in preghiera osservando il massimo silenzio; lo stesso rispetto che i tarantini hanno nei nostri confronti quando invochiamo Allah e il nostro profeta».

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PER I CRISTIANI «SIMBOLI FAMILIARI»

Kess, nigeriano, ventuno anni, cristiano, è il più attivo. Magro, dinoccolato, capigliatura riccia, taglio corto, non passa inosservato. Quasi padrone della scena. C’è un perché. «Conosco perfettamente i simboli – spiega ai suoi compagni e a noi che lo osserviamo mentre fotografa la lunga processione di “perdoni” – in Nigeria ci rivolgiamo al Signore, al crocifisso, per invocare salute, benessere e, perché no, anche perdono; quella cattolica non è molto differente da altre religioni, ma io dai primi anni di scuola ho sempre pregato Gesù; ho molti amici musulmani, ma non ci confrontiamo sulla fede, abbiamo reciproco rispetto, le cose di cui parliamo sono altre: stavolta, però, siamo stati subito d’accordo nel darci appuntamento per fare una passeggiata e spingerci fino al centro della città».

Infine Alfred, diciannove anni, sierraleonese. «In Italia da un anno e cinque mesi – dice – qui in Italia c’è un alto senso di religiosità, ma la rappresentazione di una forte fede come accade da queste parti non l’avevo nemmeno immaginata; per questo motivo ho liberato un po’ di memoria del mio cellulare per fare foto e, stasera stessa, inviarle ai miei amici e ai miei cari; a proposito, Ndoli, fammi una cortesia: mi scatti una foto accanto ai due pellegrini?». E sulla chat di “Costruiamo Insieme”, partono gli auguri. Piccoli e grandi, sono tutti speciali. La Pasqua è un giorno di pace.

Femminicidi

La vergogna di appartenere ad un genere, quello maschile!

“Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… Torno a casa… Li denuncerò domani”. (Franca Rame)

La violenza su donne e bambini è entrata nella quotidianità con una tale irruenza e frequenza che non sembra più fare notizia, una spaventosa “normalità” che piuttosto che indignare, pare essere vissuta nell’immaginario quotidiano come un fenomeno paragonabile all’inquinamento, ai servizi pubblici che non funzionano, ad uno stato sociale deturpato, alle fabbriche che chiudono e a tante altre nefandezze delle quali sono pieni gli organi di informazione. Non passa giorno che donne o bambini innocenti rimangano “vittime del sesso debole”, uomini ricchi solo di un retro pensiero culturale che li porta a sentirsi padroni di una proprietà acquisita attraverso una semplice relazione sentimentale o, colpiti nel profondo per la manifestazione delle loro incapacità o semplicemente per un rifiuto. Padrone, questa è l’epifania del maschio, animale prima che uomo e, quasi sempre, incapace di assumere le proprie responsabilità, riconoscere le proprie colpe per la fine di una storia o per il fallimento di un progetto di vita.
“Niente per me, niente per nessuno!”
Una logica assurda che manifesta una debolezza derivante da una sorta di senso di dipendenza dall’altra, dalla compagna o dalla moglie ma, nella sostanza dalla donna della quale ci si sente superiori, sopraffattori. Fino al punto di ammazzare anche il frutto del suo grembo, che è anche suo ma non può essere più di nessun’altro.
E, in quanto vigliacco e incapace il maschio trova la via più breve: prima uccide e poi si uccide!
Tanto è dilagante il fenomeno che anche i professionisti che ogni giorno si occupano di cronaca cominciano ad arrancare, a sbagliare i nomi, a confondere le vicende.
Al cospetto di questo aberrante scenario provo una sorta di difficoltà a dire che, per fortuna, non siamo tutti uguali seppure, grazie a Dio, è vero.
Sono indignato, schifato da tanta brutalità.
E, come ho fatto cominciando questo Domenicale, continuo ad affidare a chi legge le parole di una donna, Franca Rame, paladina della lotta contro ogni forma di violenza, non solo sulle donne, come le donne sanno fare.

“La mia considerazione, purtroppo non è positiva, anzi è totalmente negativa. Dopo tutte le battaglie che abbiamo fatto, avevamo raggiunto qualche risultato sulla parità tra i sessi. Ma ora tutto sembra essersi perso. Le donne sono le più penalizzate in ogni campo e tutto quello che abbiamo ottenuto con lacrime e sangue è sparito, sciolto nelle leggi di questa Italia”.

“Oggi, alla mia età, posso dire che sto cercando di terminare le cose della mia vita lasciate in sospeso, come una biografia che sto scrivendo – diciamo – per non lasciare niente al vuoto. Ma quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre. Ripensando alla mia vita non ho mai permesso che mi si mancasse di rispetto.
Il rispetto nasce da noi, ma deve anche esserci riconosciuto. Spesso penso alle persone che ho conosciuto nella mia vita e alle donne che ho incontrato in tanti anni. Credo che il momento sia molto brutto oggi, e non solo per noi donne. Noi donne anziane, però, abbiamo una missione: continuare a dialogare con le giovani per non lasciarle sole. Una speranza ancora c’è”.

“Sono anni che porto in giro spettacoli sulla condizione della donna lo sfruttamento sessuale, i problemi con i figli, i tradimenti, la coppia chiusa, la coppia aperta… E in tutti questi anni il mio camerino è diventato come lo studio di un analista: uomini, donne, giovani mi confidano storie che non racconterebbero al confessore. Ebbene, con tutto questo dialogare, mi sono convinta che la causa di ogni pena amorosa, di legami che si sfaldano, è la mancanza di armonia tra i sessi”.