Riapertura ai rifugiati

Decreto sicurezza “non applicabile”

l decreto-Salvini aveva cancellato la protezione umanitaria, le “Commissioni per l’asilo” hanno ripreso a concederla

Le Commissioni riaprono le porte ai rifugiati. La decisione arriva dopo la sentenza che giudica il Decreto-sicurezza inapplicabile alle domande d’asilo presentate prima del 5 ottobre 2018.

Si riparte, dunque, da una buona notizia per chi ha a cuore le sorti dei rifugiati. In buona sostanza si registra un segno di ripresa in favore della protezione umanitaria. Merito di organi di alcuni informazione, fra questi La Repubblica, che hanno vivisezionato il Decreto-Salvini, ponendo al centro del dibattito punti nei quali proprio il provvedimento governativo presentava “spifferi”.

Protezione umanitaria punto e a capo

Anche se il decreto-Salvini l’aveva cancellata, le “Commissioni per l’asilo” hanno ripreso a concederla. Fa riflettere il dato dell’ultimo mese preso in esame: i rifugiati che ottengono un permesso umanitario transitano dal 2% di gennaio al 28% di febbraio 2019. Volendo dare un po’ di numeri: a gennaio erano appena 150, a febbraio si erabno proiettati alla considerevole cifra di 1.821. Stando alle statistiche ufficiali del Viminale, pubblicato on line sul sito del Ministero. Dopo l’articolo apparso su Repubblica, si diceva, dal Ministero dell’Interno è stato corretto il dato nel quale veniva ammesso, in realtà, un proprio errore di caricamento: le nuove concessioni, stando al dato aggiornato, sarebbero invece ferme a quota 112.

Decreto sicurezza, si può dire: passo indietro. Il 5 ottobre dello scorso anno è entrato in vigore il Decreto-sicurezza che abolisce, fra l’altro, il “Permesso di soggiorno per motivi umanitari”. Da quel momento le Commissioni per l’asilo hanno cominciato a stringere sulle concessioni, azzerandole in tempi brevi. A dicembre solo il 3% dei richiedenti asilo ha ottenuto la protezione umanitaria; il 2% il mese dopo. Poi, qualcosa, è accaduto.

Sentenza della Cassazione

Il 19 del mese scorso è stata depositata la sentenza della Corte di Cassazione. I giudici hanno riconosciuto che l’abrogazione del permesso per motivi umanitari voluta dal governo, riguarda solamente coloro che hanno fatto domanda di asilo dopo il 5 ottobre 2018, data di entrata in vigore del provvedimento.

Da qui la cosiddetta “capriola” impressa dalle Commissioni territoriali. Considerando, infatti, i primi dati pubblicati online dal Viminale, degli oltre seimila richiedenti asilo esaminati a febbraio, 425 hanno ottenuto lo status di “rifugiati”, 274 la “protezione sussidiaria”, 1.821 (il 28%) l’“umanitaria”. Un dato che avrebbe avuto del clamoroso, se non ci fosse stato un errore di caricamento dei dati ufficiali corretto successivamente dal Viminale.

Norvegia, addio petrolio

Il più grande fondo mondiale dice addio al petrolio

Niente più investimenti negli idrocarburi. Saranno liquidate 134 partecipazioni. Resta Eni, non la Saras (Moratti). Una scelta economica, non  ambientalista. 

Norvegia, il più grande fondo al mondo abbandona il petrolio. In parte, anche se la notizia c’è ed è di quelle importanti. All’interno del fondo pare siano ai saluti gli investimenti in idrocarburi, fra questi il gas naturale. Alla fine saranno liquidate centotrentaquattro partecipazioni, fatte salve le aziende più attive, insomma le più importanti, a partire da Exxon Mobil, per proseguire con la Eni.

La notizia era stata più volte resa pubblica attraverso i “si dice”, che in questo caso sondano terreno e borsa, infine è stata confermata. Il “fondo di investimento sovrano” della Norvegia, il più grande al mondo per masse di danaro gestite (superiore ai mille miliardi di dollari) liquiderà una quota delle sue partecipazioni in società o in investimenti finanziari che hanno a che fare con gli idrocarburi, a cominciare dal petrolio e,  per estensione, anche al gas naturale.

Una prima ipotesi, più prudente, aveva in qualche modo suggerito che il fondo uscisse in via definitiva da tutte le attività legate al greggio. Invece, facendo seguito a una consultazione pubblica e una discussione all’interno del governo, il fondo ha deciso la liquidazione delle oltre centotrenta partecipazioni. Detto in soldoni, l’azione del governo norvegese riguarda le quote con un valore economico più basso. Infatti, il fondo sovrano continuerà a essere investitore delle major come ExxonMobil e Shell. Lo stesso dicasi dell’italiana Eni.

Per raccontarla tutta, tale decisione non è stata assunta per via di motivazioni ambientaliste o per adesione alle politiche dovute ai cambiamenti climatici. Anche se pressioni da parte di associazioni e organizzazioni non governative erano giunte sul tavolo del governo. La scelta, alla fine, è stata esclusivamente di carattere finanziario. Il disinvestimento, parziale si diceva, è legato alla necessità di ridurre l’esposizione economica su un settore diventato più rischioso di quanto non fosse una volta. Il fondo sovrano norvegese è giunto alla riduzione alle di partecipazioni nel settore in seguito alla transizione energetica che sta spingendo il peso della produzione verso le “rinnovabili”, scelta di molti governi per limitare l’uso dei combustibili fossili, le policy (azioni di soggetti a carattere pubblico e privato) di molti fondi (non soltanto etici), che si stanno convincendo a non investire negli idrocarburi.

La motivazione, pertanto, non è di natura etica  o ambientalista. Qualora fosse stato così, coi saremmo trovati di fronte a qualcosa di paradossale: la Norvegia, infatti, è arrivata a possedere il fondo sovrano più ricco del mondo proprio grazie allo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale e petrolio del mare del Nord, i più grandi di tutta Europa. Giacimenti che, sebbene in via di esaurimento, continua a sfruttare, per quanto imponga regole molto severe sul rispetto dell’ambiente marino e sul ripristino una volta terminate le operazioni.

Oltre 300 sono le compagnie petrolifere a livello mondiale nelle quali il fondo norvegese detiene partecipazioni. Alla fine, la decisione: 134 di queste saranno destinate alla vendita. Un totale di quasi 7 miliardi di euro, l’1% circa del valore del portafoglio azionario del fondo. Nella lista delle società poste in liquidazione una sola italiana: la Saras della famiglia Moratti. Figurano, tuttavia, alcune compagnie di primo piano come le americane Anadarko Petroleum e Valero Energy (americane), la cinese Cnooc (cinese) e Tullow (inglese).

E’ bene ricordare, che il fondo norvegese ha investito nel mondo in più di novemila società quotate (l’1,4% di tutti i titoli quotati nel mondo) ed è tra i principali investitori in Italia. Oltre a quote Eni, possiede quote di Intesa Sanpaolo, Leonardo, Fca e Poste.

Celebriamo la colazione

Giornata mondiale della lentezza

Rallentare al mattino aiuta corpo e mente. Energia e vitalità con un menù completo al mattino. Giornate affrontate con maggiore serenità. Mangiare con calma facilita i processi digestivi. Aiuta la coppia e stimola il dialogo in famiglia.

In questi giorni si celebra la Giornata mondiale della lentezza. Non si compiono azioni come fossimo alla moviola, a commentare un’azione di una gara sportiva, oppure si compiono tagli a questa o quella scena per questioni di tempo. Al centro dell’attenzione della Giornata, il bene che dovrebbero volersi gli esseri umani. Va bene l’altruismo, va bene perfino essere solleciti sul posto di lavoro, non va bene quando l’uomo, la donna, vanno di corsa nel fare, per esempio, colazione. Uno studio su questa consuetudine del mattino, per esempio, ci racconta che il tempo dedicato alla prima colazione è di dieci minuti. Per gli italiani, crollo in verticale. Siamo talmente bravi da scendere a cinque minuti. Almeno per un italiano su cinque. Pochi per consumare un pasto adeguato. Se al mattino l’abitudine alla fretta ha la meglio sul resto, gli studiosi sono concordi nello stabilire sugli effetti positivi che, invece, una colazione fatta con lentezza ha sul corpo umano. Tutto parte da un pasto, frugale, ma digerito nel modo giusto. Al mattino, appunto. concordano sugli indubbi effettivi positivi di una colazione all’insegna della lentezza.

Affari italiani ha compiuto uno studio appropriato rivolgendosi ad esperti. Possibile, al bisogno, consultare anche un blog dedicato: “www.iocominciobene.it”, uno spazio online della campagna sostenuta da Unione Italiana Food, che da anni si impegna nel dare il giusto valore alla prima colazione, appuntamento celebrato in questi giorni a livello internazionale. Insomma, vivere senza frenesia. Diverse le ragioni per dedicare più tempo al primo pasto della giornata.

Consumare con estrema calma il primo pasto della giornata. Ciò consente di preparare un pasto equilibrato e prestare attenzione a questo momento. La prima colazione deve essere considerata un pasto a tutti gli effetti; indispensabile per la ripresa di tutte le funzioni fisiche e psichiche, deve essere un momento appagante e fornire nutrienti energetici, soprattutto carboidrati, prevalentemente complessi, che devono essere superiori ai 2/3 del totale. Ma, attenzione, non solo carboidrati: vanno considerate anche proteine e una piccola quantità di grassi, oltre acqua, vitamine, sali minerali ed antiossidanti. A tavola vanno bene prodotti da forno: una porzione di biscotti, pane, fette biscottate, o del muesli, da abbinare ad un bicchiere di latte o un vasetto di yogurt, e una porzione di frutta di stagione.

Molti studi oggi concordano sull’utilità del “risveglio lento. Non significa necessariamente “svegliarsi all’alba”, ma lasciare un giusto tempo, una decina di minuti, un quarto d’ora, che aiuti a rendere meno traumatico attivarsi, per dare il via ad una nuova e lunga giornata. Prendersi del tempo, come quello destinato alla colazione, può aiutarci ad affrontare la giornata in modo più attivo e soprattutto sereno. Il ritmo naturale del nostro corpo non contempla risvegli bruschi e preparazioni veloci. E’ sufficiente procedere per piccoli passi, cambiando in modo graduale le nostre abitudini. Iniziamo anticipando l’orario del risveglio, preparando la tavola con dei biscotti o dei prodotti da forno e una bevanda: non servono preparazioni elaborate, ma sarà sufficiente a stimolare l’appetito.

L’importanza della masticazione nel processo digestivo. Spesso sottovalutato, proviamo a spendere – se già non lo facciamo – del tempo in più per mangiare con la giusta calma; ciò può ottimizzare i processi digestivi, consentire di assorbire tutti i nutrienti fondamentali per il mantenimento del benessere del nostro organismo e iniziare bene la giornata.  E non solo. Mangiare lentamente può darci un maggior senso di soddisfazione perché ci permette di assaporare al meglio il gusto di quello che quello che stiamo consumando.

La mattina è il momento migliore per parlare, con il partner e con i propri cari. Parlare dei propri progetti, degli impegni che ci attendono. “É un modo per essere presenti nella mente dell’altro durante la giornata – spiega la psicologa – diversamente dalle conversazioni durante il pasto serale, che spesso consistono in un semplice resoconto di fatti spesso disturbate dal sottofondo della tv, il pasto condiviso della mattina offre un contesto ottimale per la condivisione di idee.”

Dal punto di vista psicologico, il risveglio è una transizione da uno stato alterato di coscienza (il sonno più o meno profondo) allo stato di veglia.Durante la notte, infatti, la nostra attività cerebrale non si ferma e una delle manifestazioni più evidenti di questa attività è il sogno, non solo il luogo dove si producono immagini ma anche un’esperienza emotiva, alcune volte particolarmente travolgente ed intensa. È importante trovare il tempo per parlare di queste emozioni e delle sensazioni che ancora si muovono dentro di noi le persone che ci sono vicine. Vale ancora di più per i bambini che, soprattutto se molto piccoli, hanno difficoltà a distinguere la realtà dalla fantasia. Poter raccontare il proprio sogno, poter parlare dell’emozione che ci ha lasciato al risveglio è fondamentale perché li aiuta a comprendere il mondo emotivo e a dargli la giusta importanza.

Una colazione lenta per contrastare l’invecchiamento. Se non possiamo affermare che una colazione consumata con calma prevenga i segni del tempo, certamente uno stile di vita più lento e rilassato rispetto a ritmi frenetici, come molteplici studi suggeriscono, contribuisce a diminuire le tensioni, prevenendo o rallentando i cambiamenti dell’organismo conseguenti all’invecchiamento. Un motivo in più per provare ad iniziare a colazione, come spiega la nutrizionista. Allungare il tempo per il primo pasto della giornata consente inoltre di aggiungere alimenti, come una porzione di frutta, che di solito sacrifichiamo, contribuendo ad un incremento delle fibre giornaliere, vitamine A e C, antiossidanti quali polifenoli, fondamentali per la loro attività anti-ossidante e quindi importanti per contrastare l’azione dei radicali liberi che svolgono un ruolo nei processi di danno cellulare e quindi delle alterazioni legate all’invecchiamento.

Quanto conta pianificare le nostre giornate. Non avere tempo da dedicare ai nostri progetti ci porta spesso a reagire in modo automatico a quello che ci si presenta davanti e le nostre giornate possono rivelarsi una sequela di risposte “non programmate” a stimoli che incontriamo. Questo provoca frustrazione poiché ci rimane difficile raggiungere i nostri obbiettivi se non li abbiamo focalizzati prima e se non abbiamo pianificato le strategie comportamentali per raggiungerli. Se non ci concediamo del tempo per farlo o se riserviamo quel tempo alle ore serali, oramai stanchi e condizionati dagli eventi che ci sono accaduti nella giornata, sarà difficile trovare il momento giusto presi dalla routine quotidiana.” È anche il momento migliore per riflettere su noi stessi: “prima di iniziare una travolgente giornata, ancora al sicuro nel nostro ambiente domestico, possiamo prendere maggiore consapevolezza delle nostre emozioni, dei nostri bisogni e dei progetti per realizzarli.

«Azioni concrete!»

Papa Francesco, pugno duro contro pedofilia e abusi sessuali

«Misure efficaci, regole chiare», gli occhi del mondo puntati sul Vaticano. «Trasparenza, credibilità e responsabilità», l’impegno della Chiesa

Non è semplice imprimere una svolta decisa. In particolare quando questa inversione di marcia interessa la Chiesa. Uno degli organizzatori del summit sugli abusi, l’arcivescovo Scicluna, vorrebbe che fossero intanto i vescovi a denunciare i pedofili anche alla polizia, dunque non solo alla Congregazione della Fede. La collaborazione con la giustizia civile deve rientrare nel sistema, accorciando i tempi e per venire più speditamente a conoscenza sull’esito delle inchieste.

Sua Santità in occasione del summit ha aperto i lavori con in cuor suo con una grande speranza e un invito. «Mi raccomando – ha detto –  voglio concretezza e misure efficaci, oggi è necessario individuare un elenco di regole chiare e non solo per giungere semplici e scontate condanne; ascoltiamo il grido dei piccoli che chiedono giustizia; grava sul nostro incontro il peso della responsabilità pastorale ed ecclesiale che ci obbliga a discutere insieme, in maniera sinodale, sincera e approfondita su come affrontare questo male che affligge la Chiesa e l’umanità. Il santo Popolo di Dio ci guarda e attende da noi non semplici e scontate condanne, ma misure concrete ed efficaci da predisporre. Ci vuole concretezza».

Lo scopo evidente è, dunque, anche quello di abbattere i tempi oggi assegnati a quanti svolgono le inchieste su casi scottanti. Proprio a tale proposito l’arcivescovo che aveva dato inizio ai lavori ha fatto sintesi sulla macchina giudiziaria. I processi non possono avere luogo senza la testimonianza delle vittime, che in ogni caso vanno informate sull’esito finale sull’intero iter. Gli occhi del mondo sono puntati di nuovo sul Vaticano.

Nell’Aula Nuova del Sinodo centonovanta delegati hanno aperto i lavori nel segno dell’ascolto e di una forte presa di coscienza. In parole povere, questa volta occorrono fatti, non c’è più tempo per le parole. A maggior ragione quando sono state poste all’attenzione dei presenti all’incontro alcune delle testimonianze con l’ausilio di video. Queste testimonianze hanno profondamente cambiato il clima interno all’aula, tanto che fra i presenti si è avvertita una posizione severa registrando i connotati di una auto-analisi.

«Sento di avere una vita distrutta. Ho subito così tante umiliazioni che non so che cosa mi riservi il futuro». I presenti hanno ascoltato profondamente colpiti la donna abusata per anni da un prete che l’ha anche costretta ad abortire. Per la prima volta vescovi e cardinali hanno riflettuto in modo concorde sulle deposizioni di chi, piccolo, ha subito violenze. Il Papa, in tutto questo, è rimasto con il capo chino. Sua Santità, in cuor suo, sa perfettamente che non si può comprendere la portata delle azioni necessarie da intraprendere se non si avverte fino in fondo la profondità di un dolore grande.

Quattro sono stati complessivamente i giorni di grande riflessione per individuare il modo di combattere la pedofilia tra il clero, senza “se” e senza “ma”. Papa Francesco, si diceva, aveva aperto il summit sugli abusi nella Sala nuova del sinodo davanti ai presidenti delle conferenze episcopali del mondo. «Iniziamo il nostro percorso – ha detto Sua Santità – armati della fede e dello spirito, di coraggio e concretezza».

Ai partecipanti è stato fornito un “memo” che contiene criteri che verranno sviluppati durante il dibattito. Durante la conferenza stampa di preparazione gli organizzatori avevano messo in luce tre argomenti sui quali si concentreranno sforzi e attenzione: «trasparenza, credibilità e responsabilità». Più che una manifestazione di interessamento ai casi su pedofilia e abusi, un vero e proprio impegno.

Salviamo le balene!

Biodiversità e altre misure in soccorso di cetacei di ogni tipo

L’impegno del Wwf che celebra il “World Whale Day”. La varietà di organismi presenti nei rispettivi ecosistemi possono compiere il “miracolo”. Sofferenze a causa di sonar delle imbarcazioni e rumori, conducono questi animali di taglia gigantesca fino al suicidio. Fra qualche decennio potrebbero scomparire. 

Grazie alla ricchezza di biodiversità presente nel triangolo fra Liguria, Costa Azzurra e Corsica, spazio di mare unico nel Mediterraneo, si possono osservare cetacei di ogni tipo. Dalla balenottera comune al capodoglio, dai fantastici globicefali a delfini, stenelle e lo zifio, odontocete particolarissimo che soffrirebbe, però, i sonar delle imbarcazioni e i rumori che possono portarlo fino al suicidio.

Detto del paradiso marino, la notizia che circola in questi giorni è di quelle allarmanti. In buona sostanza, se non si ridurranno emissioni, sovrapesca e effetti del riscaldamento globale, nel 2100 metà delle specie di balene in circolazione rischieranno l’estinzione. Subito una nota di conforto, ma che va sostenuta, evidentemente. Grazie a decenni di politiche di protezione in alcune parti del mondo la condizione delle diverse specie di balene poco per volta va migliorando. Ma, attenzione, il rischio non è affatto debellato: sei specie su tredici potrebbero ancora scomparire, anche se diverse popolazioni stanno tornando a crescere di numero.

In questi giorni ovunque si sta celebrando il “World Whale Day”, la giornata mondiale delle balene. Giganteschi, quanto complessi animali indispensabili per gli ecosistemi marini per anni sono stati oggetto di una caccia selvaggia. Negli oceani di tutto il mondo, che ricoprono il 70% della superficie terrestre,  come si diceva, se non dovessero essere ridotte emissioni, una pesca spropositata e contenuti gli effetti del riscaldamento globale, fra ottant’anni metà delle specie marine rischieranno l’estinzione, fra queste anche le balene.

Nel Nord Atlantico, sono ormai pochissimi gli esemplari. Per fortuna, in altri mari del mondo le balene continuano a “cantare”. Ma per metterle al riparo davvero, dal traffico marittimo e all’inquinamento da plastica, è necessario uno sforzo maggiore. Secondo associazioni ambientaliste, entro i prossimi dieci anni bisognerà garantire che in un terzo degli oceani del mondo si vadano ad individuare aree marine protette. Oggi ridotte a un misero 2%.

L’occasione della Giornata mondiale delle balene, ricorda pertanto l’importanza di proteggere le specie che vivono nel Santuario marino di Pelagos (accordo sottoscritto fra Italia, Francia e Principato di Monaco a protezione della zona), specificando come inquinamento da plastica e traffico marittimo continuino a minacciare i cetacei che vivono in quest’area protetta da vent’anni, da quel 1999 in cui fu sottoscritto un accordo di protezione fra vari Paesi.

Pelagos conta oggi la più alta presenza di cetacei nel Mediterraneo per numero e densità: basta imbarcarsi in una delle tante spedizioni di “whale watching” (osservare le balene) organizzate da associazioni ambientaliste per rendersi conto della presenza e la bellezza di questi animali. Dalla stessa Liguria partono anche le spedizioni scientifiche che, come quelle realizzate da Wwf o dai Plastic Busters dell’Università di Siena, certificano come quell’area di maree non sia esclusa dal problema dell’inquinamento da plastica.

«Oggi la concentrazione di microplastiche nel Mediterraneo – scrive il WWf in una nota –  è circa quattro volte superiore a quella dell’isola di plastica scoperta nell’Oceano Pacifico.  A questa minaccia se ne aggiunge un’altra ancora poco conosciuta e studiata : l’inquinamento acustico. La presenza di numerosi porti come Genova, Livorno, La Spezia, Marsiglia e altri minori formano di fatto un’area densamente occupata da varie tipologie di navi con un forte contributo nei mesi estivi per le rotte turistiche. Le classi navali passeggeri e commerciali (cargo e tanker) rappresentano la maggior parte del naviglio che insiste nell’area e ciascuna produce un rumore a bassa frequenza che si propaga per decine di chilometri. In particolare l’alta densità navale presente in Pelagos impatta come sorgente diffusa e continua».

«Pelagos – prosegue la nota del WWf – è un’area soggetta a questo traffico e per preservare la salute dei cetacei il Wwf chiede il rilancio del Santuario e un supporto perché sia garantita una protezione efficace della popolazione di cetacei nel nostro mare. A Pelagos devono essere adottate misure che facciano esplicito riferimento alle linee guida sul rumore sottomarino valide in ambito internazionale».

«Un sogno distrutto»

Brasile, un rogo provoca dieci morti nel Centro sportivo del Flamengo

Cercavano di smarcarsi dalla povertà. Felici di essere stati selezionati. Avevano in mente la storia di Ronaldinho, stella brasiliana per cui aveva tifato anche l’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro.

«Un dolore immenso!». Un sogno infranto. L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, non trova le parole. Il dolore, “immenso”, quello sì. Non potrebbe essere altrimenti. Una decina di ragazzi delle giovanili del Flamengo, la squadra più popolare del Brasile, ha perso la vita in un incendio sviluppatosi nel Centro sportivo nel quale ragazzi in età fra i quattordici e i diciassette anni, dormivano. Fa male per qualsiasi essere umano, qualsiasi creatura di Dio, figurarsi provare quel dolore immenso per dei ragazzi che accarezzavano un sogno, diventare bravi e famosi come Ronaldinho, fuoriclasse per il quale l’arcivescovo di Taranto aveva tifato ai tempi del Brasile. Quei dieci ragazzi non volevano fare altro che smarcarsi dalla povertà e fare dello sport nazionale un lavoro.

Dolore e vicenda, dunque, riconducono sua eccellenza indietro negli anni, nella sua Rio de Janeiro, vescovo di Petròpolis a partire dal 1996, quando aveva costante contatto con la gente povera, quella delle favelas. Calcio brasiliano in lutto. Un incendio in un Centro sportivo del Flamengo, dove si era allenato anche il milanista Lucas Paquetà, ha causato una strage di giovani calciatori. Tutti giovani giocatori del vivaio, riporta La Gazzetta dello Sport. Ci sono anche tre feriti, uno è molto grave. Il destino si è accanito ancora una volta sulla povertà, su un sogno. DOMENICALE - 1 copiaI ragazzi selezionati dal Flamengo, felici di comunicarlo a papà e mamma. Felici di non pesare su un esangue bilancio familiare per qualche mese, forse per tutta la vita. Perché se fosse andata bene – ma è andata male –   quel provino nelle giovanili del Flamengo  avrebbe forse generato benessere, un contratto milionario in Europa. E, invece, niente di tutto questo. Un corto circuito, durante la notte, fra fuoco e fiamme spazza via un sogno.

Volevano smarcarsi da una vita fatta di fame e stenti. Lì dove esistono regole e regole. Chi le accetta, chi le combatte. Chi porta la parola di Dio, nonostante qualcuno prova ad imporre il proprio credo a pallottole, come i trafficanti di droga. Sua eccellenza ce lo ha ricordato, la missione in Brasile non è stata una passeggiata di salute. «Durante una Processione delle Palme, in una favela, davanti a un bar, “padroni del traffico” ostentavano le pistole nella cintura: non ci pensai un attimo, mi staccai dalla processione, entrai nell’esercizio commerciale e invocai il rispetto per il Rito, per la Chiesa; quello che sembrava essere il “boss”, invitò gli spacconi a fare sparire le armi».

Non solo in Brasile. «Anche a Taranto mi è capitato di perdere la pazienza: avevo la sensazione che non tutti prestassero attenzione alla città; andai perfino a Roma per farmi sentire: viviamo nel dramma e la politica deve assicurare lavoro e salute». A proposito di migranti, l’arcivescovo Filippo Santoro non perde occasione. Rinnova l’appello al rispetto della preghiera e delle religioni. «E’ alla base della civiltà. La nostra parte l’abbiamo sempre fatta, abbiamo già invitato i musulmani a recitare il Padre nostro, che nella loro dottrina fa riferimento ad Abramo. La libertà più grande è proprio questa: accogliere e consentire agli altri di pregare il proprio Dio».

«Dissetiamo l’Africa!”»

Bob Dylan lancia un appello

«La mancanza di acqua potabile aumenta il rischio di contrarre le malattie della povertà – dice il padre dei cantautori  – niente acqua significa anche suolo arido; suolo arido significa niente raccolti e niente da mangiare; quindi migrazione». E che almeno stavolta non siano “Blowin’ in the wind”, parole al vento. Juanuaria Piromallo in un suo articolo scrive che il quasi ottantenne artista intende «organizzare un grande evento benefico dedicato ai bambini in Africa. Un charity che coinvolga coscienze e portafogli per raccogliere fondi per l’emergenza idrica».

In campo le artiglierie pesanti della comunicazione. Un appello, ma anche un intervento propositivo, di quelli che sanno tanto di pazienza ai minimi storici, arriva dal grande Bob Dylan. “La mancanza di acqua potabile aumenta il rischio di contrarre le malattie della povertà – urla il grande Bob  – niente acqua significa anche suolo arido; suolo arido significa niente raccolti e niente da mangiare; quindi migrazione”. Il teorema, ripreso dal Fatto Quotidiano, che spiega la posizione del padre dei cantautori, è semplice: se gli si dà l’acqua diminuirebbero anche le immigrazioni. Nessuno lo ascolta, allora lancia un appello su Instagram: organizziamo un concerto per i bambini africani. “Io ci sto!”, fa sapere.

Dylan è un’icona della canzone di protesta, dunque, anche in questo caso, rievocando i “tempi belli” di “Blowin’ in the wind”, per intenderci. Parole al vento. Provate a chiedere a Francesco De Gregori, chi è Dylan. E’ stato la sua musa ispiratrice per decenni. Anche il suo modo di dire le cose è ispirato all’artista di Duluth, Stati Uniti.

«Non ho Bob Dylan fra i miei follower su Instagram – scrive Juanuaria Piromallo – e invidio Antonio Gallo, infallibile comunicatore per la Pirelli e sui social che con il Premio Nobel della Letteratura, leggenda vivente del rock, 2300 concerti in giro per il mondo, cantautore e compositore di poesie, chatta come fosse uno di noi; Bob, lo chiamo anche io per nome, vuole che Antonio gli dia una mano a organizzare un grande evento benefico dedicato ai bambini in Africa. Un charity che coinvolga coscienze e portafogli per raccogliere fondi per l’emergenza acqua».

Dylan va e viene dall’Africa subsahariana. Impossibile non trattenere il fiato davanti alle statistiche di World Vision International. Bere acqua non potabile provoca più morti di qualsiasi forma di violenza, inclusa la guerra. Ancora oggi  il 10% della popolazione mondiale (che equivale a 750 milioni, due volte la popolazione degli Stati Uniti più Canada e un pezzetto del Messico) non ha accesso all’acqua potabile, considerato uno dei diritti umani fondamentali. Non ha neanche il minimo indispensabile per garantire la propria sussistenza, per avere una vita dignitosa.

La mancanza di acqua potabile – in sostanza la posizione di Bob Dylan – aumenta il rischio di contrarre quelle che vengono chiamate malattie della povertà. Niente acqua significa anche suolo arido. Suolo arido significa niente raccolti e niente da mangiare. Quindi migrazione. Il teorema di Bob è semplice: se gli si dà l’acqua diminuirebbero anche le immigrazioni. Per procurarsi l’acqua per bere, spesso bisogna camminare quattro-cinque ore prima di arrivare alla fonte più vicina. Un compito che ricade, di solito, sulle bambine. Si stima che, in Africa, una ragazza su dieci non vada a scuola durante il periodo mestruale a causa della mancanza di acqua. Più della metà delle scuole primarie non ha acqua corrente  nei servizi igienici.

«Bob – continua Juanuaria Piromallo – consegna ad Antonio Gallo numeri da paura: la dissenteria uccide 842mila persone ogni anno, circa 2.300 persone ogni giorno. Eppure basterebbero pastiglie purificanti per l’acqua o costruire pompe d’acqua nei villaggi. Sono passati oltre 50 anni da quando Bob cantava how many ears must one man have before he can hear people cry?…how many deaths will it take till he knows that too many people have died?..The answer, my friend, is blowin’ in the wind…”». Parole al vento. “Blowin’ in the wind”, appunto.

Parole al vento, adesso Bob ha detto basta, ci pensa lui, perché  “The Times They Are A-Changin’” ( i tempi stanno cambiando) altro suo inno per la difesa dei diritti civili. Fra le papabili location del super evento Castel dell’Ovo di Napoli, l’unico al mondo costruito sull’acqua.

Per concludere, un esame di coscienza, una riflessione che tutti noi dovremmo fare almeno una volta al giorno. Pochi istanti, non di più. «Quanta strada deve fare un uomo prima di essere chiamato uomo?». Anche stavolta ha ragione il grande Bob. Sperando che almeno stavolta non siano “parole al vento”.

Fabrizio fra diamanti e letame

La forza del senso delle cose

Ci sono cose nella vita che rimangono dentro, fanno parte di te a prescindere dall’origine, dalla provenienza, dal tempo, dall’attualità o meno dell’essere diventate parte di te.

Sono quelle cose delle quali cogli il senso, il significato profondo, e lasciano un segno indelebile, una sorta di tatuaggio che riaffiora nei meccanismi di elaborazione dei pensieri, nei ricordi quasi sempre in maniera temporalmente decontestualizzata.

Sono cose che surclassano la dimensione temporale sulla base della forza del significato.

Ed è così che le celebrazioni assumono un carattere di marginalità tale da riportarti alla mente solo un evento, accaduto e rimosso, quasi fosse stato schiacciato dal peso della sostanza del messaggio, di ciò che ti ha lasciato e di cui continui a nutrirti.

Tentando una sintesi simbolica, è come un albero morto che continua a dare frutti.

Se non si fosse messa in moto la campagna mediatica mossa da un business celato, non avrei mai ricordato che Fabrizio De Andrè è morto venti anni fa perché, come tante altre cose significative, fa parte del mio quotidiano con la forza della sostanza del messaggio dei suoi testi, delle sue riflessioni, di parallelismi estremi ma di una realtà raggelante che non ti lasciano più.

Pensate alla cruda dolcezza che supporta la trasposizione di una verità: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori!”.

Allora, anche la celebrazione assume per me un senso ma slegato dal vissuto di “Faber”, dal suo modo di intendere la vita, dalle sue dipendenze o dalle sue debolezze che forgiano l’immagine del personaggio “da vendere” piuttosto che valorizzare i contenuti della sua opera.

E mi viene voglia di condividere la bellezza (ovviamente soggettiva) di alcuni passaggi significativi dei testi di De Andrè insieme ad alcune canzoni.

“e come tutte le più belle cose

vivesti solo un giorno come le rose

ma il vento che la vide così bella

dal fiume la portò sopra una stella” (La canzone di Marinella)

“Dio di misericordia, il Tuo bel Paradiso 

lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso 

per quelli che han vissuto con la coscienza pura; 

l’inferno esiste solo per chi ne ha paura” (Preghiera in Gennaio)

“Si sa che la gente dà buoni consigli

Sentendosi come Gesù nel Tempio

Si sa che la gente dà buoni consigli

Se non può più dare cattivo esempio” (Bocca di rosa)

 

 

 

«Un calcio ai “Buuu”!»

Cori contro i neri, Luigi Garlando si rivolge ai piccoli

«In curva scatenate la ricreazione: saltate, urlate… “Vai!”, “Alé!”. Usate le vocali aperte, le più lontane dalle “u” chiuse come culi di gallina. Non conta il colore della pelle, voi abituati a studiare in classi piene di amici arrivati da lontano, manco ci fate caso»

«Non giocate a fare gli adulti, ripulite lo stadio». Luigi Garlando, scrittore e firma autorevole della Gazzetta dello sport, dalle colonne della Rosea lancia un invito ai piccoli tifosi se questi nella prossima gara interna di campionato (Inter-Sassuolo) potranno occupare quella curva del tifo nerazzurro al momento squalificata. Noti i fatti, durante Inter-Napoli, dal primo minuto ogni volta che Koulibaly, in assoluto il migliore fra i ventidue in campo, tocca il pallone dalla curva interista si alzano cori razzisti. Cento, duecento imbecilli, dicono le cronache, urlano “Buuu!”. Il resto del pubblico sorvola. Male, molto male. Ignorare non fa bene al calcio, né ai piccoli che imparano dai grandi a distinguere cosa è giusto e cosa non è giusto. Gramsci, come ci ha ricordato in un libro Massimo Leonardelli, odiava gli indifferenti.

Sarebbe stato sufficiente, dunque, sommergere quella manciata di cori incivili con settantamila applausi rivolti al calciatore senegalese e non disinteressarsi. O, peggio, alla prima occasione dire che «Più – certe cose – si ignorano, meglio è!». Non è così, la panchina del Napoli, in testa il tecnico, gli stessi calciatori azzurri in campo, richiamano l’arbitro perché sospenda temporaneamente la gara. Insomma, dare un segnale forte: «Signori, o fate i bravi, oppure andiamo tutti a casa a ripassare la storia».

Koulibaly ha perso la testa, ha cominciato a giocare male, ha commesso fallo, preso un’ammonizione, poi applaudito l’arbitro. In segno di scherno, interpretiamo, come a dire «Complimenti, arbitro, con me applica il regolamento e non si è ancora accorto che da un’ora c’è chi mi dà del “Buuu!”?”. Espulso, il direttore di gara non sente i cori, ma un applauso smorzato da guantoni di lana, perché a Milano, quella sera fa freddo, sì.

Dalla sera stessa, ognuno dice la sua, all’indomani il dibattito prosegue. C’è la proposta dell’Inter che spiega la sua storia. “Internazionale” sta per squadra che rappresenta una stretta di mano fra i popoli. Non è un caso che durante il ventennio fascista promotore di leggi razziali, imponga alla società milanese di chiamarsi “Ambrosiana”. La società, oggi di proprietà cinese, sposa la nobile causa, condivide lo scopo con cui più di cento anni fa fu fondata l’Internazionale (dopo la caduta del fascismo, si riappropria della sua “ragione sociale” per esteso), emette un comunicato. Non fa ricorso alla chiusura della Curva. Ritiene che quei duecento abbiano scambiato lo stadio per un’arena. Dunque, punizione giusta. Propone, piuttosto, di aprire quella curva ai tifosi più piccoli perché insegnino ai più grandi come si sta al mondo.

Torniamo a Garlando. Autore fra gli altri di “Buuuuu” (con Mario Balotelli), “Per questo mi chiamo Giovanni” (dedicato alla memoria del giudice Falcone), “’O maé, storia di judo e di camorra” (dedicato ai ragazzi di Scampia che si ribellano alla malavita), “L’estate che conobbi il Che”, ha indirizzato un messaggio ai giovanissimi tifosi nerazzurri, ma in buona sostanza a tutti quei ragazzini che prendono a calci un pallone sognando che curve e tribune un giorno possano applaudire le loro epiche sportive. Perché di sport, massimo della lealtà, si tratta. «Lo stadio è tutto vostro – scrive il giornalista sulla Gazzetta dello sport  – sapete cosa fare per ripulirlo, passateci sopra l’allegria come fosse uno straccio. Un solo avviso: non giocate a fare gli adulti, mi raccomando. Loro urlano le parolacce quando il portiere rinvia? Voi evitate. Loro augurano il camposanto quando qualcuno rotola a terra infortunato? Voi fategli un bell’applauso di pronta guarigione».

Ma non finisce qui, Garlando. «Il gioco – prosegue – non è camminare nelle scarpe grandi di papà o truccarsi come la mamma davanti allo specchio: il gioco è fare i bambini nello stadio dei grandi, 90 minuti di scatenata ricreazione: saltate, urlate… “Vai!”, “Alé!”. Usate soprattutto le vocali aperte, le più allegre, le più lontane dalle “u” strillate da bocche selvagge, chiuse come culi di gallina. I grandi si vergognano della “ola”. Voi provateci. Non è facile farla partire, è come sollevare un aquilone. Provateci lo stesso, magari nel vostro settore c’è il vento della buona volontà e l’allegria fa tutto il giro dell’anello». «Su le mani! Poi godetevi la partita – conclude Luigi Garlando – le giocate; emozionatevi per i gol; legate ai piedi dei campioni i vostri sogni. Undici avranno una maglia diversa dagli altri. Non è così importante. E conta ancora meno il colore della pelle e infatti voi, abituati a studiare in classi piene di amici arrivati da lontano, manco ci farete caso. Insegnate come si sta al mondo ai grandi che guarderanno la partita per televisione, perché in castigo dietro a uno schermo, come dietro a una lavagna. Vedremo se avranno imparato qualcosa quando torneranno nello stadio che avrete ripulito. Voi siete i tifosi grandi di domani e domani non dovrete mai più chiudere uno stadio per razzismo».

La crociera dei disperati

In balia delle onde a “porti chiuse”!

Ve la immaginate una crociera alla fine di un anno di lavoro per lasciarsi alle spalle i dodici mesi trascorsi e festeggiare l’arrivo di un nuovo anno pieno di aspettative e nuovi propositi?

Il sogno di tanti, se non di tutti ma all’interno di un immaginario differente nutrito di relax e divertimento.

Non è esattamente lo stesso viaggio che ha fatto salutare il 2018 e accogliere il 2019 a quaranta migranti, uomini, donne e bambini stipati nella pancia di due navi delle ONG e sballottati dalle onde di un Mediterraneo particolarmente “attivo” che sprigiona onde alte anche tre metri alle quali si è aggiunto il freddo artico che sta caratterizzando questi ultimi giorni.

Quaranta, non quattrocento o quattromila!

Quaranta persone alle quali è negato lo sbarco in un porto e che, senza viveri e medicine, aspettano da due settimane che i Governi nazionali e la Diplomazia internazionale decidano delle loro vite.

Le parole, dette o scritte, hanno sempre un peso ed è per questo che utilizzo l’unica categoria che conosco: le persone.

Il migrante è una persona che si sposta da un luogo ad un altro per vari motivi ormai noti al mondo intero e, spesso, non si sposta volontariamente perché nella quasi totalità dei casi scappa da una guerra, da una situazione persecutoria, dalla fame: in ogni caso, da una altissima probabilità di trovare una morte già scritta, certa.

E il nuovo scenario che presentano le due aree geografiche africana e mediorientale dimostrano, in maniera palese, che la lotta all’ISIS ha prodotto la “pulizia militare” di territori economicamente e strategicamente interessanti per l’Occidente provocando un massiccio radicamento dei fondamentalisti in territori meno interessanti e quasi irrilevanti nella strutturazione delle politiche internazionali.

Le parole, poche, di una bambina del Burkina Faso che afferma “di giorno abbiamo paura dell’esercito, di notte dell’ISIS!” la dicono lunga sulla qualità della vita in tanti Paesi africani e ciò che fa rabbia è che questa voce non avrebbe avuto una eco se, in quello stesso Paese, non si siano perse le tracce di un collaborante italiano.

Ma, tornando ai nostri quaranta “crocieristi” ingabbiati su due navi da due settimane, mi viene di sottolineare che alla fine, comunque vada e comunque si chiuderà questa vicenda, al netto dei buonismi inutili e delle posizioni radicali, siamo di fronte ad una duplice sconfitta: la prima, quella delle politiche nazionali e della Diplomazia europea che ancora dimostrano una incapacità di fondo a guardare ai problemi con gli occhi di un uomo e non del politico o del diplomatico.

La seconda e più profonda sconfitta è quella del senso di umanità, soppresso da “interessi superiori” che riguardano una parte estremamente piccola della popolazione mondiale che, non a parole, ma con i fatti, esercita il proprio potere su persone senza strumenti di difesa della propria dignità e del proprio essere.

Come dire, se abbiamo finito male il 2018, il 2019 inizia peggio!

E pensare che al peggio non esiste un limite produce angoscia ed una visione del futuro prossimo per nulla allettante.