Una donna contro tutte le mafie

Trasformare il sogno in bisogno

Rita Borsellino, anche in punto di morte dopo una lunga malattia, ha voluto lasciare il suo inesorabile segno: il sorriso!

Un sorriso che racconta una vita spesa tra le persone, nei quartieri, sui luoghi delle stragi ma, soprattutto, nelle scuole fra quei ragazzi che per lei rappresentavano la speranza.

Non una speranza qualsiasi: lei andava in giro, senza mai sottrarsi agli inviti, per gettare il “seme del cambiamento” su quel terreno che riteneva fertile, capace di generare germogli per far crescere piante sane.

Certo, riteneva che la “memoria”, la conoscenza, il racconto fossero elementi importanti per un processo di crescita civile che definiva “la strada verso la liberazione” dalle mafie convinta, come il fratello Paolo, che la battaglia andava combattuta contro un modello culturale, non solo contro le organizzazioni mafiose.

E per cambiare, come diceva sempre, “è necessario trasformare il sogno in bisogno!”.

Perché sentire il bisogno del cambiamento trasforma le persone in parte attiva!

Vogliamo salutare Rita con le parole di Don Luigi Ciotti, anche lui uomo da sempre impegnato contro le mafie che ha fatto della strada la sua Chiesa.

Foto ARTICOLO domenicale - 1

Ciao Rita, la tua è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva i suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede.

Rita, una donna integra, generosa e schiva. Una donna  di “sostanza” come lo era Paolo. Sempre un sorriso. Non dimentico la dignità nella sua lunga e sofferta malattia. Seguiva le leggi del cuore, della coscienza e non solo quelle dei codici. Sei stata tra le prime con Saveria Antiochia a capire che la memoria delle vittime innocenti delle mafie  andava  trasmessa ai giovani come impulso di vita, di conoscenza , di verità e come desiderio di costruire una Italia mai piu’ compromessa con le mafie e la corruzione. Una memoria come pungolo a fare di più e a fare meglio. Sei sempre stata allergica alle parole vuote, alle parole come esercizi di retorica. Credevi nei fatti ed è con i fatti che ti dobbiamo ricordare. Hai lottato per la verità. “Non una verità, la verità” – dicevi con tua nipote Fiammetta, perché solo con la verità si può avere giustizia.”  Nel tuo impegno politico hai sempre guardato alla politica come servizio, come impegno per il bene comune , come dovrebbe essere ma non sempre lo è. Nelle campagne elettorali non hai mai promesso delle cose  ma  dicevi “vi prometto rispetto”. Ciao Rita, la tua  è stata una vita che abbraccia la vita. Una vita che apriva ai suoi orizzonti agli altri, alla memoria, all’impegno civile, alla politica e alla testimonianza di fede. Hai trasformato il dolore per la perdita di tuo fratello in una testimonianza ai giovani, affinché riempiano la vita di senso e di significato. Ciao Rita te ne se andata ma non ti cercheremo tra i morti o sotto la pietra di un cimitero ma continuerai ad essere tra noi nei volti e nelle parole di  quei  ragazzi e di quelle persone che, con la tua testimonianza, ha stimolato a mettersi in gioco”.

Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele

Vi invito anche alla visione di questo video che documenta un intervento di Rita Borsellino ospite del convegno “Giovani & Sogni” organizzato a Taranto nel 2015.

Giocare bene, fa bene!

A tutti piace giocare, a qualsiasi età e soprattutto se si può godere delle ferie.

A tutti piace viaggiare, vedere luoghi nuovi, conoscere persone nuove, staccare la spina dalla quotidianità.

Vittima di questo caldo torrido, anche a me è venuta voglia di viaggiare, visitare culture che non conosco, giocare!

Si, sono stanco: voglio giocare!

Non ai soliti giochi (non mi accontento mai!): siccome non posso viaggiare fisicamente, ho incominciato il mio viaggio intorno al mondo usando internet che, usato bene, da i suoi frutti.

E, oggi, voglio condividere con voi i frutti di un pezzo di questo veloce viaggio all’insegna del gioco.

Vi sembrerà strano, forse attribuirete a questo domenicale l’effetto del caldo.

Invece no: giocare bene, fa bene!

Provate, ma non lo fate da soli, coinvolgete i vostri figli, altri bambini, altre persone: il gioco unisce ed è forse una delle poche soluzioni all’isolamento, alla solitudine.

Buona domenica. 

 

CHIWEWI  –  NIGERIA

ChiwewiGioco di movimento, da farsi in uno spazio ampio. I giocatori, disposti in cerchio, devono saltare una corda che il conduttore, fermo in mezzo a loro, fa girare tenendola per un’estremità. Chi viene toccato dalla corda, esce dal cerchio. Vince l’ultimo giocatore rimasto in gara. Per facilitare la rotazione della corda, è bene legare un sacchetto pieno di sabbia (o dei fagioli secchi…) alla sua estremità in movimento.

 

 

CHOKO  –  GAMBIA

Gioco da tavolo, per due giocatori. Si disegna uno schema rettangolare di cinque caselle di base per cinque di altezza. Ciascun giocatore prende dodici sassolini di un colore diverso da quelli dell’avversario. In Gambia si gioca di solito con pezzetti di legno di diversa lunghezza (chiamati kala e bonõ ). A turno, i due giocatori posano un sassolino in una qualsiasi casella libera del tavoliere. Finché il primo giocatore posa un sassolino, il secondo deve fare la stessa cosa. Quando il primo giocatore decide di non posare più sassolini, ma di muoverne uno di un posto (in orizzontale o in verticale, ma non in diagonale), il suo avversario può posare un sassolino o muoverne un altro. Se posa un sassolino, il primo giocatore deve fare la stessa cosa finché lui non ne muove uno e così via. Per mangiare un sassolino avversario (e toglierlo dal tavoliere) bisogna saltarlo (sempre muovendo in orizzontale o in verticale) e atterrare in una casella libera. Chi mangia un sassolino avversario ne può togliere dal tavoliere anche un altro, scegliendolo tra quelli ancora in gioco. Quando tutti i sassolini sono stati posati sul tavoliere, muove per primo il secondo giocatore. Vince chi riesce a eliminare tutti i sassolini dell’avversario.

 

LAGAN BURI  –  SENEGAL 

Gioco movimentato, da fare all’aperto. Si traccia a terra una base, in cui prendono posto tutti i giocatori. Uno di loro riceve un fazzoletto, che va a nascondere, mentre tutti gli altri gli voltano le spalle e si coprono gli occhi, in modo da non vedere assolutamente ciò che lui sta facendo. Quando il fazzoletto è stato nascosto, il giocatore grida «Buri!»  e i suoi compagni si mettono a cercare l’oggetto scomparso. Chi trova il fazzoletto, lo prende con sé e insegue i compagni, cercando di toccarli prima che riescano a mettersi in salvo nella base da cui sono partiti. Chi viene toccato, viene eliminato e si siede in disparte. Il giocatore che ha trovato il fazzoletto va a nasconderlo (mentre i compagni non guardano…) e così via. Vincono gli ultimi due o tre giocatori ancora in gara quando tutti gli altri sono stati eliminati.

 

ISSEREN  –  LIBIA 

Gioco tranquillo, può essere giocato ovunque con sei bastoncini lunghi un palmo, piatti da una parte e tondeggianti dall’altra. Li si può ottenere da tre rametti cilindrici tagliati a metà nel senso della lunghezza. A turno, i giocatori lanciano in aria i sei bastoncini e li lasciano cadere a terra. Un punto per ogni bastoncino che si ferma con la parte piatta rivolta verso l’alto. Vince il giocatore che raggiunge per primo i venti punti.

 

SHAX  –  SOMALIA
Gioco 02Gioco da tavolo per due giocatori, di semplice realizzazione. Si disegna su un foglio un quadrato, se ne tracciano le due diagonali e si uniscono i punti centrali dei due lati opposti. Ogni giocatore ha tre monete differenti da quelle dell’avversario. Ciascun giocatore, a turno, posa una delle sue tre monete, alternandosi con l’avversario, su un punto di unione di due o più righe. Quando tutte e sei le monete sono in gioco i due giocatori, sempre alternandosi tra di loro, muovono una moneta di un posto, fermandosi in un punto di incontro di due o più righe libero. Non si possono saltare le altre monete (né le proprie né quelle dell’avversario). Vince chi riesce a disporre per primo le sue tre monete su di un’unica riga. Se la stessa serie di mosse viene ripetuta per tre volte consecutive, la partita viene considerata pari.

L’ultima scommessa vinta

Torniamo sull’esperienza della cucina multietnica di Costruiamo Insieme

In casa di Costruiamo Insieme le pratiche di integrazione continuano il loro percorso, ormai inarrestabile, come punto centrale delle attività di ogni giorno e della programmazione.

E così, prende forma all’interno del CAS “Cavallotti” di Taranto la cucina multietnica che rappresenta una ulteriore opportunità di incontro fra culture e tradizioni ma, anche e soprattutto, la dimostrazione tangibile di quella comune volontà di fondare l’incontro sul rispetto dell’altro, sullo scambio reciproco di esperienze e conoscenze.

Il collega Claudio Frascella ha descritto in maniera puntuale questa esperienza qualche giorno fa sul nostro sito.

Per chi avesse perso questa bella, interessante lettura, riproponiamo il pezzo di Claudio Frascella per la capacità di affrontare il tema analizzandolo da diversi punti di vista.

Costruiamo Insieme, da oggi “menù” per tutti

Cipolla e peperoncini a go-go. E’ la tavola la vera ricetta dell’integrazione. Cucina professionale e uno staff dedicato ai diversi ospiti. Il cibo, dicono nella sede di via Cavallotti, nutre anche l’anima, fa rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Anche, se non soprattutto, la cucina, il cibo, rappresentano occasione di scambio culturale. Stando a un attento studio sull’alimentazione, quattro stranieri su dieci dicono di aver cucinato per amici o conoscenti italiani piatti del proprio Paese d’origine e nel giro di qualche “seduta” si sono trovati ad insegnare le proprie ricette ai loro ospiti. Sempre gli stranieri. La metà del campione esaminato su vasta scala, inoltre, ha partecipato a pranzi o cene a base di cucina multietnica.

Secondo una ricerca, e per stessa ammissione degli stessi ragazzi ospiti nei Centri di accoglienza, piatti della propria tradizione rappresentano una parte importante dell’alimentazione. Soprattutto, confermano, perché nutrono l’anima,  facendo rivivere, anche solo per il tempo di un pasto, atmosfera e sapori di casa.

Dunque, cipolla e peperoncini “a go-go”. O, se preferite, “come se piovesse”. Più semplicemente, “finalmente, condite le vostre pietanze come preferite!”. Partendo dallo studio appena considerato, Costruiamo Insieme corona un altro sogno: la cucina multietnica. Da oggi, la cooperativa con sede in via Cavallotti, confeziona per i suoi ospiti menù a misura di tradizione gastronomica.

COPERTINA BUONA Cucina 01

E’ UN GRAN GIORNO…

E’ un bel giorno, lo festeggiano insieme gli operatori e gli stessi ragazzi che di questo altro step verso un’accoglienza, a ragione, ne fanno un vanto. E’ la vittoria del lavoro e della sensibilità. Di più, del lavoro, della sensibilità e del rispetto. Perché la cucina di via Cavallotti, nel rispetto di qualsiasi norma, non è solo «primo, secondo e companatico», ma rispetto delle tradizioni e della cultura di ciascun ospite della struttura. Da oggi, nigeriani, senegalesi, maliani, guineani, hanno il loro menù. Carico, diciamo noi, di cipolla o peperoncino, in una sola parola “speziato”. Poco importa, così piace a loro, così sia.

Pensiamoci un attimo. Non è conquista da poco in un clima non sempre idilliaco o poco chiaro fra accoglienza e respingimenti. E’, invece, un investimento controcorrente. Momento critico, futuro incerto: invece di segnare il passo e provare a comprendere che aria tira, viene fatto un investimento importante. Non solo strumenti di cottura moderni che farebbero invidia a più di qualche ristorante, ma anche risorse umane: fra spezie e fornelli, ci sono ragazzi con il bernoccolo della cucina. Avevano maturato esperienza nel Paese di provenienza o, più recentemente, frequentato corsi di formazione per aspiranti cuochi. Adesso hanno mestiere e lavoro. Da questo momento potranno crescere professionalmente e pensare al loro futuro con quel briciolo di serenità che gli mancava dal momento in cui avevano deciso di andare altrove a cercare fortuna.

Sappiamo quanto siano difficili gli italiani con la cucina quando compiono viaggi di lavoro o puro divertimento all’estero. A volte tornano. Magri, smunti, con qualche chilo in meno. Il che non guasterebbe, se di mezzo non ci fosse una dieta forzata “…perché come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna parte!”.
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QUANDO SIAMO ALL’ESTERO, QUANTO CI MANCA LA NOSTRA CUCINA?

In parte è vero, ma se solo per qualche istante, non scappassimo e restassimo con le gambe sotto un tavolo, a sforzarci di comprendere cosa sia la cucina, per gli italiani quanto per gli stranieri, gli extracomunitari in questo caso, avremmo già compiuto metà del nostro lavoro. Intanto, risvolto psicologico: da decenni gli italiani non emigrano più necessità, dunque se ci muoviamo lo facciamo per rapporti lavorativi o per vacanza. Dunque, mettiamo in preventivo che per una, due settimane, dovremo rinunciare a pasta asciutta e pizza margherita, «…come solo da noi le sanno fare!». Spesso non siamo soddisfatti ugualmente, cominciano a mancarci, in ordine sparso, tovaglia a fiori, tovaglioli in sintonia, posate, profumo che si sprigiona dai fornelli. In una considerazione: «Sì, all’estero si sta bene, luoghi di incanto, ma quanto ci manca il nostro ragù!».

Siamo all’estero. Ribaltiamo per qualche istante, non di più, il concetto. Poi ognuno è padrone di rimettere le sedie sotto al tavolo, dare un’occhiata poco invitante al conto rispetto al menù appena consumato, e andare via. Ma prima di avere nostalgia della vostra cucina o del ristorante sotto casa, pensate un istante: ragazzi che fino a pochi giorni, settimane prima, l’unico suono familiare che avevano nelle orecchie non era l’acqua che bolle o il profumo di una pietanza del loro Paese, bensì il fischio di pallottole ad altezza d’uomo e «Si salvi chi può!».

A TAVOLA, RIVIVONO ATMOSFERA E SAPORI DI CASA

L’ultimo straziante abbraccio con i familiari, per chi ne ha ancora, la fuga disperata, il gommone, il barcone, il mare aperto. Una distesa immensa, il pericolo che l’imbarcazione di fortuna a cui ci si è aggrappati possa andare a fondo e, più di una volta, vedere le speranze di chi non ce l’ha fatta galleggiare a vista.

Ecco perché in un mare di indifferenza la cucina multietnica suona come una vittoria. E’ un altro passo avanti scritto a caratteri di scatola. Riconciliare gente in fuga con la propria tradizione, la propria cultura, cominciando dall’alimentazione. Non chiedendo loro uno sforzo nel cambiare abitudini perché così è più comodo per chi si inventa l’accoglienza, bensì andando incontro agli extracomunitari cominciando dalle spezie, dalla cipolla e dal peperoncino. Per un motivo molto semplice: perché a loro piace così. E perché, si diceva, il cibo nutre l’anima, e fa rivivere  atmosfera e sapori di casa anche solo per il tempo di un pasto.

Canto per un bambino violato

Violenze e abusi sui bambini si moltiplicano a  dismisura in una società sempre più adultocentrica all’interno della quale anche la genitorialità si alimenta di “deleghe”.

Oggi voglio solo lanciare un tema di riflessione esimendomi dai commenti per lasciare il campo all’elaborazione di una proposta, di una idea, che porti la comunità di Costruiamo Insieme, unitamente a quanti sono realmente sensibili e vogliono collaborare con noi, ad essere parte attiva di percorsi concreti di lotta e prevenzione ma, anche, di risposte non “istituzionalizzanti” alla bruttura del fenomeno.

Vi lascio ad una lettura triste quanto utile.

 

CANTO PER UN BAMBINO VIOLATO

Quando negli occhi avevi ancora la gioia

vennero a strapparti la tua meraviglia.

Avevano bende, sugli occhi e sul cuore

si tolsero tutto, senza un solo pudore.

Ti lasciarono vuoto, ti lasciarono muto

ti tolsero il volo, ti lasciarono solo.

Nessuna vergogna, nessun pentimento

ti tolsero tutto, di fuori e di dentro.

“Uccisero” un bambino

e sembrò quasi nulla

anche se ancora odorava di culla.

Scese la paura e smettesti di sognare

mentre il mondo indifferente

seguitava a camminare.

Dei tuoi piccoli passi, del cammino interrotto

nessuno si dolse, nessuno ti accolse.

E se scompariva il tuo cuore contento

neppure una pena, né un pentimento.

Se questo è il cammino che fa civiltà

meglio andare lontano, dove è viva pietà,

dove vige il rispetto, dove regna la cura

dove un bimbo è protetto

dalla pena più scura.

Questo è il mio canto

per chi la gioia ha smarrito

per chi è stato violato, e insieme tradito

perché la sua pena che ci scende nel cuore

ci faccia operai di un mondo migliore,

ci prenda per mano e ci faccia sentire

quale crimine è un bimbo lasciato a morire.

Luciano Galassi

(28 giugno 2014)

Storia di una notte d’estate

Sabato 21 luglio, ore 2,30 del mattino. La televisione è accesa su Rai News 24.

Prima notizia: “Il Ministro Savona è indagato per il reato di usura. Risposta del Governo: eravamo a conoscenza!”.

Penso: “Certo! Ve lo ha detto il Presidente Mattarella quando lo volevate fare Ministro delle Finanze! E vi siete costruiti la boiata delle posizioni anti euro per coprire la verità. Vabbene…”.

Seconda notizia: “Altra bufera su Trump: pagava l’appartamento ad una ragazza con cui intratteneva una relazione!”. E qua mi chiedo: qual è la notizia?

Da uno che ha costruito un impero sulla mercificazione del corpo delle donne e ha esportato il “prodotto” in tutto il mondo e oggi parla di dazi come se non avesse considerato per tutta la vita le donne “merci”, oggetto da mettere sul mercato cosa ci si può aspettare di diverso? 

E poi, il solo fatto che vada in giro con i capelli pittati di giallo per non correre il rischio che qualcuno non riconosca la presenza del Presidente degli Stati Uniti d’America, soprattutto i bambini messicani che ha tolto alle madri per metterli in carcere, mi fa ribrezzo.

Terza notizia: “Si è riunita la Commissione Europea per discutere dei migranti. L’argomento è stato rinviato. Salvini esulta: gli altri Paesi europei hanno accettato la redistribuzione. Ospiteranno 30 migranti ma i nostri porti restano chiusi!”.

Qua, inizi ad innervosirti perché ti senti preso per i fondelli.

Non c’è organo di informazione che non parli di migranti, dedicando ampi spazi televisivi e prime pagine dei giornali perché tutti ci dobbiamo convincere che è veramente un problema.

Stanno ammazzando centinaia di persone al giorno senza sparare un colpo: questo è un problema!

Se nel deserto o nel mare o sulla via balcanica non fa differenza: anche se non sparate siete assassini!

Sabato 21 luglio, ore 3,30 del mattino. Nauseato spengo la televisione ma rimane acceso il cervello.

Inizio a riflettere sul fatto che la comunicazione ha tagliato fuori interi pezzi del pianeta: sarà perché non bussano alla porta di casa?

Se non le vai a cercare, non ti capitano sotto mano, per esempio, notizie sui Paesi sudamericani.

E i pensieri iniziano a girare come fossero diventati un vortice fino a maturare una riflessione sugli atti quotidiani abituali: io leggo i giornali partendo dall’ultima pagina e lo faccio da sempre o, meglio, da quando un anziano compagno del Partito mi spiegò che nelle prime pagine scrivono cose che già sai.

E lo faccio anche con i libri: leggo prima le conclusioni e poi il resto per capire come è arrivato lo scrittore a quelle conclusioni.

Sabato 21 luglio, ore 4,30 del mattino. Finalmente ho sonno e dormirò con la convinzione che una delle battaglie da fare è insegnare alle persone la differenza fra sentire e ascoltare, leggere o leggere per capire.

Bancarotta dell’umanità

Avevo iniziato a scrivere sulla differenza di prospettive che orienta le coscienze alla luce dei fatti degli ultimi giorni e i miei campi di ricerca sono sempre (e rimarranno) la strada, i luoghi di ritrovo, casa mia.

Si, casa mia, per capire quanto riusciamo ad incidere realmente sulla capacità di riflessione e di lettura degli eventi.

Risultato: nessuna reazione emotiva di fronte alle tante persone lasciate per giorni sulle navi, incarcerate e condannate senza processo, respinte come si fa quando metti il veleno davanti alle porte per impedire l’ingresso agli scarafaggi. Nessuna reazione neanche di fronte ai corpicini inanimi che indossano la maglietta rossa per essere maggiormente riconoscibili sui gommoni.

Di contro, tutti attenti a seguire le sorti dei ragazzi rimasti intrappolati in una grotta in Thailandia!

Non che sia brutto, sia chiaro, ma fa riflettere sul concetto di “distanza”.

Adozioni a distanza”, “gli aiutiamo nei Paesi loro”…..

Insomma, l’importante e che non metti piede in casa mia!

Per non raccontare di tutti gli sfottò subiti durante tutta la settimana!

Uno per tutti: “Con tutta la carne che c’è sul fuoco, scrivi un libro o il Domenicale?”.

Non faccio nessuna delle due cose! Anzi faccio due cose: ringrazio il Presidente della Repubblica Mattarella sperando che non rimanga in solitudine nel tentativo di arginare questa deriva indecorosa, immorale e … (lascio perdere!), e voglio dare spazio alla voce di un amico, Alex Zanotelli, con il quale condivido l’incapacità di tacere, di non vedere, di girarsi dall’altro lato.

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UN “DIGIUNO DI GIUSTIZIA” IN SOLIDARIETA’ CON I MIGRANTI.

Avete mai pianto, quando avete visto affondare un barcone di migranti?” così Papa Francesco ci interpellava durante la Messa da lui celebrata a Lampedusa per le 33.000 vittime accertate (secondo il giornale inglese Guardian che ne ha pubblicato i nomi) perite nel Mediterraneo per le politiche restrittive della “Fortezza Europa”.
È il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa, e dei suoi ideali di essere la “patria dei diritti umani”. La Carta della UE afferma: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata”.
È un crimine contro l’umanità, un’umanità impoverita e disperata, perpetrato dall’opulenta Europa che rifiuta chi bussa alla sua porta.
Un rifiuto che è diventato ancora più brutale con lo scorso vertice della UE dove i capi di governo hanno deciso una politica di non accoglienza. Anche l’Italia, decide ora di non accogliere, di chiudere i porti alle navi delle ONG ed affida invece tale compito alla Guardia Costiera libica, che se salverà i migranti, li riporterà nell’inferno che è la Libia. Perfino la Commissione Europea ha detto: “Non riportate i profughi in Libia, lì ci sono condizioni inumane.”
Per questo stiamo di nuovo assistendo a continui naufragi. L’ONU parla di oltre mille morti in questi mesi.
Papa Francesco ha fatto sue le parole dell’arcivescovo Hyeronymous di Grecia pronunciate nel campo profughi di Lesbos: “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi, è in grado di riconoscere immediatamente la “bancarotta dell’umanità”.
È il sangue degli impoveriti, degli ultimi che interpella tutti noi, in particolare noi cristiani che saremo giudicati su: “Ero straniero… e non mi avete accolto.” Noi chiediamo a tutti i credenti, di reagire, di gridare il proprio dissenso davanti a queste politiche disumane.

Noi proponiamo un piccolo segno visibile, pubblico: un digiuno a staffetta con un presidio davanti al Parlamento italiano per dire che non possiamo accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto e nel Mediterraneo di migliaia di migranti.
“Il digiuno che voglio – dice il profeta Isaia in nome di Dio – non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo senza trascurare i tuoi parenti ?”.

Padre Alex Zanotelli

Arriva Francesco!

Fra buon senso e senso comune per fare chiarezza, arriva Francesco!

La scelta di Papa Francesco di organizzare a Bari un momento di incontro e di riflessione non ha nulla di casuale, perché anche i luoghi, attraverso la loro storia e la simbologia, contribuiscono a creare scenari stimolanti per approfondire temi e produrre proposte e risposte a situazioni non più rinviabili.

E lo fa in un periodo particolare, l’estate, in una situazione socio-politica europea e mondiale poco rassicurante a pochi metri dal mare portando dentro la casa di Nicola il messaggio di Francesco.

Una immagine bella con un significato profondo in un momento in cui il “senso comune” prevale in maniera preoccupante sul ”buon senso”.

Tutto gestito con un protocollo che non ha lasciato spazio alla spettacolarizzazione dell’evento: l’unica lettura che riesco a dare a questa scelta la trovo dentro una reale e profonda preoccupazione di un Papa che sente i brividi prodotti dagli scenari che stanno prendendo forma.

Qualche tempo indietro, si provava almeno un senso di vergogna a respingere donne, bambini, uomini che fuggono dalla guerra o dalla fame o costretti a spostarsi dai quei cambiamenti climatici che hanno prodotto quella desertificazione che era funzionale agli interessi dei capitali occidentali.

E non esiste un cittadino barese che non abbia chiaro nella memoria l’approdo della nave Vlora: quella che in televisione sembrava una grande invasione venne vissuta dalla città come una grande festa dell’accoglienza.

I protocolli vaticani hanno tempi lunghi. Se Papa Francesco convoca a Bari, a casa di San Nicola (anche lui arrivato dal mare) i referenti di tutte le fedi religiose e tutto viene organizzato in tempi brevissimi, qualcosa vorrà dire.

Se poi diventa una sorta di conclave ristretto e chiuso, fatto da un Papa come Francesco che ama stare fra la gente, aggiunge qualcosa di più per far pensare che è seriamente preoccupato.

Arrivando in elicottero si sarà accorto che il mare ha iniziato a cambiare colore e uno come lui cresciuto sporcandosi le mani nelle viscere della miseria e della povertà estrema non lo freghi dicendo che è semplicemente un processo chimico: certo, si, è un processo chimico prodotto dall’incrocio fra il sangue umano e l’acqua del Mediterraneo!

Mancano sulle spiagge i cartelli: “Attenti, quando tornate a casa, sotto la doccia, usate un pò più di sapone. Le malattie trasmissibili arrivano soprattutto dal sangue e il nostro mare è pieno!”.

Una bella strofinata e lavi tutto, anche la coscienza!

Tanto non è tuo figlio quello che devi mettere su un gommone con la maglietta rossa per essere più riconoscibile in mare aperto, magari nel pieno della notte.

Grazie Francesco per quello che stai facendo per ricondurre i Governanti sulla strada del buon senso!

Parole del Santo Padre a conclusione del dialogo

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/july/documents/papa-francesco_20180707_visita-bari-conclusione.html

PS: domenica prossima vi racconto cosa mangiano i pesci che mangiamo!

La fame delle donne

Una straordinaria attualità di questi giorni

Ci sono letture in cui ti imbatti che stimolano riflessioni retrospettive su eventi e processi che attraversano il tuo privato senza che ti accorgi.

Incuriosito dal titolo di un articolo di Tracey Thorn ho iniziato a leggere con interesse le sue riflessioni tornando indietro con il pensiero e guardando con attenzione agli ultimi giorni ripercorrendo un arco temporale che inizia dopo le festività natalizie e dura ancora oggi. E’ da gennaio, infatti, che assisto con poca attenzione ad un incremento esponenziale del consumo di insalate e verdure in sostituzione dei carboidrati e che oggi collego quel “Noi andiamo al mare! Che fai? Ci raggiungi dopo il lavoro? Se non puoi, in frigo c’è un’insalata già pronta.

Il mare, la spiaggia: una prospettiva che ha condizionato la mia alimentazione nel corso dei primi sei mesi dell’anno!

Devo ammettere che il mio stomaco gode della stessa libertà del mio essere e mangio solo ciò che mi piace seppure molto poco salutare.

Ma non avevo mai collegato il cambiamento delle abitudini alimentari quotidiane con tale lungimirante prospettiva.

Non si finisce mai di imparare!

Buona lettura domenicale.

 

La fame delle donne

Tracey ThornNew StatesmanRegno Unito

Internazionale del 23 giugno 2018

Le prime battute del nuovo singolo dei Florence and the Machine, Hunger (Fame), mi hanno dato i brividi: “A 17 anni ho iniziato a privarmi del cibo”, canta Florence. Ho osservato le mie figlie procedere a tentoni attraverso gli anni dell’adolescenza con l’occhio vigile di un falco, in cerca di un qualsiasi segno o prova di anoressia. Sono in tante a caderne vittime. Le mie sono riuscite ad evitarlo, ma non tutte le nostre figlie ce l’hanno fatta.

Questo pensiero ha terrorizzato tutte noi madri. Abbiamo tenuto nota di qualsiasi dimagrimento o pallore, evitando costantemente di parlare del nostro peso o di pronunciare la parola maledetta, dieta. Una delle mie figlie fa la modella e più volte è tornata a casa dopo dei casting per sfilate notando che il lavoro era andato a delle ragazze che sembravano malaticce mentre lei, snella ma non pelle e ossa, non era mai abbastanza magra.

La canzone di Florence offre una panoramica dall’interno del concetto di fame, il suo significato e da dove deriva: “A 17 anni ho iniziato a privarmi del cibo/ pensavo che l’amore fosse una specie di vuoto/ E almeno allora capivo la fame che sentivo/ E non ero costretta a chiamarla solitudine”.

Riesco a comprendere l’idea che patire la fame dia una sorta di giustificazione e bilanciamento al proprio senso di vuoto interiore benché, il Signore mi è testimone, non sono un’esperta. Eppure questa canzone mi ha ricordato moltoModern girl delle Sleater-Kinney, del 2005: “Il mio piccolo mi ama, ho tanta fame/è la fame a rendermi una ragazza moderna”.

Se vogliamo essere oneste su cosa significa essere donna oggi dobbiamo fare i conti con i discorsi sulla fame. Pensiamo ad esempio all’autobiografia di Roxane Gay, Fame. Storia del mio corpo, libro in cui l’autrice descrive come abbia volontariamente preso peso per proteggersi, per trasformare il suo corpo e farlo diventare non desiderabile e, quindi, potenzialmente meno a rischio.

Un sondaggio la scorsa settimana riportava che 87 donne su 100 sono divorate dai sensi di colpa dopo aver mangiato; lì per lì non sapevo se ridere o piangere, se farmi beffe del sondaggio o farmi prendere dallo sconforto. Personalmente non vengo divorata dai sensi di colpa ma, sì, tengo d’occhio le calorie che ingerisco. Se provo un po’ di vergogna nell’ammetterlo? Sì. Se penso che questo significhi non essere una brava femminista? Non so. Su questo, come sulla maggior parte delle cose, non ho un’idea definita. E così mangio insalate, parlo di vita salutare ed è perfetto, il dottore è molto contento di me. Che brava ragazza!

Le mie amiche e io odiamo le nostre pancette pur sapendo che non hanno nulla che non vada. Siamo orgogliose dei traguardi raggiunti dalle nostre pance, eppure rimpiangiamo i jeans super attillati che portavamo anni fa. Odiamo l’idea stessa di adeguarci a una forma fisica che non corrisponde alla realtà e allo stesso tempo vorremmo pesare qualche chilo di meno.

Un’amica mi mostra una sua vecchia foto: è in spiaggia, in bikini e nel fiore dei suoi vent’anni, e rimaniamo entrambe senza fiato per quanto fosse sexy. Allora citiamo Nora Ephron: “Oh, quanto rimpiango di non aver indossato il bikini per tutto il mio ventiseiesimo anno di vita. Tu che leggi, se sei giovane vai immediatamente a metterti un bikini e non togliertelo fino a che non avrai compiuto 34 anni”. E ridiamo, perché è vero ma anche triste. So bene di non aver bisogno di dimagrire, eppure sono ossessionata dal mantenere il mio peso di sempre e mi ci aggrappo con le unghie anche se il mio corpo si ribella.

Poco tempo fa sono stata intervistata durante il programma Fresh Air della Npr, e Terry Gross si è complimentata per la foto sulla copertina di Amplified heart, un album degli Everything but the Girl di 24 anni fa. Siamo io e Ben, in parte svestiti, con un’espressione assorta e imbronciata, e di una magrezza dolorosamente rock’n’roll. Sono stata d’accordo con lei sul fatto che la foto fosse volutamente un po’ erotica, ma devo ammettere che col senno di poi ciò che vedo, così come guardando il video di Missing, sono solo due persone dall’aspetto malato e che forse stanno sfruttando il fatto di avere dei nuovi corpi inaspettatamente alla moda per far soldi. Ben aveva perso più di venticinque chili durante la sua malattia e anche io ero magra come non sono mai stata né prima né dopo.

In quel periodo siamo stati fotografati da Juergen Teller e anche da Corinne Day, autrice dei famosi scatti di Kate Moss per The Face and Vogue che hanno dato origine allo stile conosciuto come “heroin chic”. Sulla copertina di quel disco entrambi siamo l’immagine stessa della fame, ma siamo anche molto fichi e lo sapevamo. Avevamo un che di affascinante ed eccentrico e alla gente questo piaceva. Era tutto autentico, questo sì, ma oggi non so se dovrei sentirmi in colpa per aver favorito la mitizzazione della magrezza. I corpi sono davvero complicati. Abbiamo tutti fame.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

Ogni vita ha lo stesso valore!

La vicenda della nave Aquarius e la decisione di chiudere i porti italiani partorita dal Ministro degli Interni ha tenuto banco in questi giorni innescando reazioni “morali” che, almeno per il momento, relegano nell’ombra considerazioni di natura “etica”.

I numeri sbandierati dai diversi Governi dei Paesi dell’Unione paiono smontare le posizioni del Governo italiano di fatto al di sotto delle quote previste dalla “redistribuzione” più volte rivista e ritoccata. E qui, una prima questione: i “numeri” sostituiscono le persone e questo è di per se “vomitevole” giusto per richiamare un termine usato dal portavoce del primo Ministro francese.

Sorvolando sulla questione dei campi di prigionia libici finanziati dal Governo italiano quanto del concetto di “migrante economico” dei quali abbiamo già ampiamente detto in questa rubrica e che rischiano di diventare uno squallido modello replicabile, al centro della discussione è posta la rivisitazione del Trattato di Dublino o, come piace dire ad alcuni, il suo superamento.

Ciò che inquieta è che alla base della discussione vi sia quale perno principale la questione delle “quote” all’interno di uno scenario che conferma e radicalizza la sostanza economica, e non socio-politica, delle radici dell’ Unione Europea.

Anche perché, se così fosse, sarebbe stato naturale un principio: le persone che sbarcano in Italia piuttosto che in un altro Paese dell’Unione mettono, di fatto, piede in Europa e, al momento dello sbarco, dovrebbero essere libere di esprimere l’intenzione, ovvero di dichiarare, quale Paese dell’Unione intendono raggiungere in maniera strutturata senza essere posti nelle condizioni di farlo in maniera illegale e spesso continuando a giocare con la morte.

Ma le ragioni economiche superano qualsiasi altro livello di ragionevolezza fino al punto di generare nefandezze come nel caso della nave Aquarius, carica di uomini, donne e bambini, non di merci.

Ma, proprio questa vicenda mi ha riportato alla mente una recente lettura che vi propongo seppure, per l’ambito di riferimento, possa sembrare scollegata dal discorso intrapreso ma che poggia sul concetto fondamentale che ogni vita ha lo stesso valore. 

Il principio fondamentale della medicina, da molti secoli a questa parte, è che tutte le vite hanno lo stesso valore. Non sempre noi che ci occupiamo di medicina teniamo fede a questo principio. Lo sforzo per colmare il divario tra aspirazione e realtà ha occupato l’intero corso della storia.

Ma quando questo divario viene messo in luce – quando si scopre che alcuni vengono curati peggio di altri, o non vengono curati affatto, perché non hanno i soldi o le conoscenze giuste, per la loro estrazione sociale, perché hanno la pelle scura o un cromosoma X in più – quanto meno ci vergogniamo. Al giorno d’oggi non è per niente facile sostenere che tutti siano ugualmente degni di rispetto. Eppure non è necessario provare simpatia o fiducia nei confronti di una persona per credere che la sua vita meriti di essere difesa. Pensare che tutte le vite abbiano lo stesso valore significa riconoscere che esiste un nucleo comune di umanità.

Se non si è aperti all’umanità delle persone, è impossibile curarle in modo adeguato. Per vedere la loro umanità occorre mettersi nei loro panni. Ciò richiede disponibilità a domandare alle persone come si trovano, in quei panni. Richiede curiosità nei confronti degli altri e del mondo.

Viviamo in un momento pericoloso, in cui ogni genere di curiosità – scientifica, giornalistica, artistica, culturale – è sotto attacco. Questo succede quando rabbia e paura diventano le emozioni prevalenti. Sotto la rabbia e la paura c’è spesso la fondata sensazione di essere ignorati e inascoltati, l’impressione diffusa che agli altri non importi come si sta nei nostri panni. E allora perché offrire la nostra curiosità a qualcun altro? Nel momento in cui perdiamo il desiderio di capire – di lasciarci sorprendere, di ascoltare e testimoniare – perdiamo la nostra umanità”.

Da un discorso di Atul Gawande, chirurgo statunitense, agli studenti di medicina pubblicato sul New Yorker il 2 giugno 2018. Traduzione di Silvia Pareschi.

La lotta fra poveri è la vera terza guerra mondiale

Se un uomo viene ammazzato a sangue freddo per il solo fatto di rivendicare il “diritto alla sopravvivenza” per se e per altri, se uno “schiavista” è libero di ammazzare, a colpi di fucile o di fatica, altri uomini in nome del massimo profitto e una nazione intera, sedicente civilizzata, si accontenta della sola notizia che le forze di polizia hanno arrestato lo “schiavista”, vuol dire che siamo un popolo tollerante.

A Roma o, meglio, nel Lazio, fascisti di vecchia e nuova generazione, non secoli fa, facevano fatica a contare i milioni di euro derivanti dalla presunta gestione dell’accoglienza dei migranti fino ad affermare “questi fruttano di più della droga!” salvo andare nelle piazze, un attimo dopo, a gridare: “li dobbiamo mandare tutti a casa!”.

La nostra economia agricola sarebbe ai minimi storici senza l’apporto fondamentale di questa manodopera e le nostre campagne deserte, omettendo di dire che mai si sarebbe potuto parlare, di questi tempi, di rivisitazione del sistema pensionistico per ammissione dello stesso Presidente dell’INPS.

E tutto questo avviene dentro una dimensione che esclude la persona in quanto uomo e, ormai, anche senza grandi distinzioni fra italiani o migranti.

Ma il punto è un altro e si incardina su una riesumata dicotomia servo-padrone che, oggi ci fa rivivere scenari che la mia generazione ha visto solo nei film, nei vecchi film, perché le immagini attuali passano attraverso filtri capaci di rendere tutto normalità, quotidianità.

Si, forse un po’ di indignazione di fronte al fatto ma, in un attimo, passi all’altra notizia, magari quella che parla della partita di calcio del giorno prima o se Al Bano e Romina si risposano con la ex di Al Bano che va in TV presa da crisi isteriche nonostante i soldi che avrà per risarcire l’abbandono con i quali si possono vivere sette vite (certo, qualcuna in meno di quelle della moglie di Berlusconi!).

Per chi ha una coscienza critica, ha avuto la fortuna di crescere al fianco di Maestri di Vita come Don Tonino Bello, saltano alla mente non tanto le frasi pronunciate con un fervore che non ti aspettavi da una persona dal fisico mingherlino ma con una forza interiore che ti attraversava anche durante i suoi silenzi, le sue pause, la voglia di ascoltare piuttosto che parlare, ma le azioni, l’idea del prossimo come carne vera e non concetto evangelico, il sentire l’altro come parte di se stessi, come strumento di condivisione dentro una idea di creato” che non fa distinzioni.

Dovete essere cristiani insorgenti!” è stato uno dei più bei messaggi che ci ha lasciato Don Tonino che, con questa frase, invitava a non vedere senza guardare, a non sentire senza ascoltare.

Ma anche indignarsi senza reagire non porta da nessuna parte anche perché il tutto viene vorticosamente riassorbito dentro quella lotta fra poveri che è la vera terza guerra mondiale.

Ci siamo dentro senza accorgercene, siamo stati arruolati senza chiamata alle armi, gli uni contro gli altri o, meglio, tutti contro tutti, e siamo pedine di un gioco giocato da altri che, sulle nostre vite e su quelle dei nostri figli, accumulano ricchezze sottraendole a più di un quinto della popolazione mondiale.