Un anno senza cambiamenti

Incongruenze funzionali o indifferenza diffusa?

Certo, il 2018 non si chiude nel migliore dei modi come, d’altronde, non è stato un anno che ha regalato grandi emozioni dal punto di vista di quelli che definiremmo “cambiamenti positivi”.

Ed è così che, per esempio, dopo lunghi anni di discussione sull’argomento, il 26 dicembre, in occasione della partita Inter-Napoli, un campo di gioco si trasforma in maniera premeditata in terreno di battaglia prima ancora che cominci la partita perché l’obiettivo non è certo quello di partecipare all’evento sportivo, ma quello di dare sfogo ad una guerra fra bande con un chiaro retrogusto delinquenziale che nulla ha a che fare con il calcio.

Ma non bastano un morto e quattro feriti: bisogna completare l’opera mettendo in scena il più squallido, illogico, retrogrado, incivile degli spettacoli: gli insulti razzisti a Koulibaly, preso a bersaglio per tutto il corso della partita!

Un filo conduttore, in realtà, esiste se sugli spalti vengono sventolate bandiere ed esposti striscioni con simboli neonazisti e il tutto viene consentito dalle Società di calcio per mantenere buoni i rapporti con quella che chiamano “tifoseria”.

Se il calcio si è trasformato in grande business era inevitabile che la mafia vi si infiltrasse con i suoi affari ormai noti: spaccio, bagarinaggio, riciclaggio, estorsioni e condizionamenti nei confronti delle Società.

Senza tralasciare il fatto che, i cosiddetti “gruppi organizzati”, quasi sempre riconducibili ad ideologie dell’ultradestra, rappresentano un bacino elettorale importante!

Il caso di Koulibaly, che non è un caso isolato, dimostra come atteggiamenti razzisti e xenofobi vengano derubrica a “ragazzate” senza cogliere la natura vera dell’intolleranza che, fuori dallo Stadio, si trasferisce tutti i giorni nelle strade, sugli autobus, nei treni, nelle scuole.

Come dire, non è stato un anno da ricordare positivamente e che si sta chiudendo anche peggio su più fronti: la settantaseiesima donna ha trovato la morte uscendo di casa per recarsi al lavoro per mano del suo ex marito dal quale era divorziata da sei anni.

Crivellata da dodici colpi di pistola da un maschio che, con tutta evidenza, in sei anni non ha elaborato il lutto della perdita di una proprietà, non di una donna!

67 femminicidi in una anno in Italia non sono il segnale di una società sana, anzi!

Una società che continua a calare la maschera mostruosa della cecità, di quella indifferenza che fomenta e rafforza atteggiamenti di intolleranza.

Quella stessa società che, attraverso la televisione, durante gli spot pubblicitari riesce ad affiancare la campagna fondi per i bambini che rischiano di morire di malnutrizione in Africa alla Befana che si pone il problema di quali prodotti di una grande marca di cioccolato mettere nella calza.

I più la chiamerebbero incongruenza funzionale al mercato, io la chiamo indifferenza e perdita di ogni senso di umanità.

Eterotopia intorno all’albero

fra Foucault e il tangibile

A guardare da lontano, anche se dall’interno, il clima che si respira nelle Comunità di Accoglienza Straordinaria tarantine in questo periodo natalizio, mi sono tornati in mente vecchi studi e teorie che mi hanno sempre affascinato per il loro principio intrinseco di mescolare “essere” e “non essere” per dare corpo al tangibile.

E, a ritroso, ho ritrovato un termine o, meglio, un concetto, che mi è sempre stato caro, ha sempre suscitato in me una curiosità nel continuo e utopico tentativo di indagare l’essenza dell’essere umano: Eterotopia, un termine coniato dal filosofo francese MichelFoucault per indicare «quegli spazi  che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano».

Avevo sempre considerato eterotopici teatri, cinema,treni, giardini, collegi, camere d’albergo, manicomi, prigioni tutti quei luoghi/non luoghi con i quali mi ero confrontato chiedendomi, spesso, cosa ci facessi la.

Non so come e neanche perché è scattata questa associazione di idee guardando le fotografie pubblicate sul sito di Costruiamo Insieme che ritraggono tante storie umane, tanti portati diversi, culture differenti identificando come eterotopico uno spazio di convivenza e di partecipazione attiva intorno ad una manifestazione simbolica estranea ma unificante come può essere l’allestimento di un albero di Natale.

Pluridimensionalità dello spazio vissuto e voglia di conoscersi, di condividere, di sperimentarsi nel rapporto con l’altro: questo ho letto nelle fotografie!

E questo sono i tanto vituperati Centri di Accoglienza Straordinaria al pari degli SPRAR, almeno quei pochi rimasti: luoghi reali (senza smentire Foucault!) che vivono di incontro e di scambio reciproco e che, più delle migliori Università, quotidianamente consentono di raccogliere, dentro un rapporto di gratuità, lezioni di vita, conoscenze, saperi.

Nel clima di festività natalizie, voglio condividere, con chi non l’ha già fatto, l’esperienza dei CAS di Taranto attraverso le fotografie, attraverso quella immagine che ferma un attimo, invitandovi a guardare negli occhi ritratti quanta voglia di esserci traspare.

Condividendo e votando su FB l’albero che vi piace di più fra quelli che vi propongo di seguito anche voi potete partecipare a questo bel momento di condivisione.

E’ una “gara” pulita, non messo all’asta il mio pacchetto di voti!

Non si vince niente e, alla fine, si festeggia tutti insieme: ognuno con le prelibatezze tipiche del proprio Paese per ricordarci, dal momento che siamo distratti da altre cose, che la Natività è soprattutto un messaggio di speranza e noi, che siamo fatti così, non rinunciamo ad immaginare e voler costruire insieme un mondo migliore!

PS: quest’anno non scrivo la lettera a Babbo Natale: mi ha sempre deluso!

Scriverò alla Befana: le donne sono sempre più sensibili e chissà che… anche un bambino cattivo venga ascoltato!

Non chiederò niente di materiale, lei sa già!

Senza senso!

Il nostro saluto ad Antonio Megalizzi.

Vivere non è facile, morire è ancora più semplice.

Soprattutto quando l’analisi della realtà abbandona concetti base della sociologia come la “stratificazione” e il “conflitto”.

E anche il concetto di guerra sarebbe dovuto crollare sotto la profondità ed il peso delle parole ma no, perché una sovra dimensione definita interesse ha spostato l’asse del dialogo trasformandolo in conflitto.

Ma ci sono guerre per le quali è difficile trovare un senso, ideologizzate per trovarne uno, e in realtà camuffate per negare a se stessi l’esistenza di un conflitto sociale tanto palese quanto reale.

Una vita accelerata, una merce in vetrina, in una ipermetropoli dove sono le marche a plasmare l’identità e il consumo è diventato quasi paradossale. Come fare a trovare una rotta se il modo nel quale viviamo promette a tutti felicità e benessere, ma in realtà dispensa solo ansia e insoddisfazione?

Se si presenta continuamente sotto l’aspetto di un mondo magico dove le persone possono esaudire qualsiasi desiderio, ma alla fine produce frustrazioni?” (Vanni Codeluppi, Ipermondo, Ed. Laterza).

In uno scenario di questo tipo è facile che una mano frustrata, ansiosa e insoddisfatta si armi per dare un senso a questo suo stato dell’essere e compia una strage autorappresentandosi in una guerra senza senso.

E’ così che martedì scorso, per una fatale coincidenza, un giovane giornalista italiano, Antonio Megalizzi, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ed è rimasto vittima di un paradosso sociale che la Francia, come altri Paesi, ancora non riesce a trasformare in realtà avendo negli anni stratificato una situazione che ha prodotto marginalità ormai difficilmente controllabili con leggi di polizia.

E’ facile pulirsi la coscienza definendo un soggetto “radicalizzato” nascondendo sotto il tappeto decenni di politiche anti sociali, di marginalizzazione, di esclusione.

Il fatto che rimane a noi, la sostanza, è che Antonio non c’è più, non c’è più la sua voce e la sua passione di raccontare il mondo.

Aveva messo in piedi una radio, Europhonica, con la voglia di raccontare il presente ed il futuro possibile.

E’ stato ucciso da una mano della sua stessa età privata del presente e senza futuro.

E, sia ben chiaro, non è una giustificazione del gesto deplorevole e infame che ha tolto la vita a cinque persone, ma una accusa alla cancellazione della visione della realtà rappresentata da una società che si sta sgretolando sotto il peso degli interessi che penetrano il muro facile fatto di assenza di valori.

Con la capacità indotta a digerire tutto e la normalizzazione anche di una strage, oggi i mercatini di Natale sono popolati di persone: gli attentati sono entrati nel calendario come le feste comandate.

Niente di straordinario, niente di nuovo.

E nessuna paura, i Governi ci sono: militarizzano le città e le piazze!

Cosa chiedere di più?

Politiche sociali più aderenti al contesto? Non si può fare, se lo scrivi ti arrestano!

Fra opinione, pensiero e verità

La brutta faccia del “Bel Paese” nel rapporto censis

«Pur essendo questo logos comune, 

la maggior parte degli uomini vivono

 come se avessero una loro

 propria e particolare saggezza.»

Eraclito

Opinione e apparenza hanno la stessa identità e rappresentano l’opposizione tra l’opinione e la verità. 

L’opinione, però, va tenuta in seria considerazione in quanto rappresenta il primo passo della via verso la verità. 

E’ una sorta di trasposizione del rapporto fra l’inseguire le “cose belle” e guardare alla “bellezza” in senso assoluto, non soggettivo.

Il 52° Rapporto del CENSIS sulla situazione sociale italiana reso pubblico in questi giorni fornisce la fotografia di un Paese che ha smesso di pensare per abbandonarsi al più comodo e semplice mondo delle opinioni.

Lo stesso CENSIS lo definisce frutto di un “sovranismo psichico” proponendo una serie di numeri e dati preoccupanti se rapportati alla percezione di un processo di reintroduzione di un concetto antico che ha una sua dimensione reale nel quotidiano.

Barbaro è la parola con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri, cioè coloro che non parlavano greco e quindi non erano di cultura greca, ovvero altro rispetto al loro parametro di civiltà e, pertanto, potenziali portatori di un processo di imbarbarimento.

Oggi, il 58% degli italiani ritiene che gli stranieri tolgano lavoro, il 63% crede che siano una spesa non sostenibile per il welfare e che siano un peso per servizi pubblici ed il sistema assistenziale, il 69,7% non li vorrebbe come vicini di casa, il 75% è convinto che l’immigrazione aumenti il rischio di criminalità.

Ma questi numeri hanno una radice più profonda: solo il 23% degli italiani ritiene di avere una capacità di spesa e una situazione salariale migliore di quella dei genitori in un Paese che vede il salario medio scendere progressivamente.

Insomma, una sorta di scenario da lotta fra poveri che sostituisce il pensiero con l’opinione per evitare il necessario scontro/confronto con le cause reali.

Il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di attesa di cambiamento e di deludente ripresa che stiamo attraversando. Le Considerazioni generali introducono il Rapporto descrivendo la transizione da un’economia dei sistemi a un ecosistema degli attori individuali, verso un appiattimento della società” (fonte CENSIS).

Il nostro è diventato un Paese deluso e incattivito!

La negazione dell’essere

Lettera dal mondo di mezzo.

Fra il tutto e il niente esiste una via di mezzo: è il nulla!

Quella dimensione del “non essere”, la mortificazione nel suo significato più profondo e puro (vivere da morti o essere morti dentro in quanto privati della capacità di agire).

La distruzione di qualsiasi aspettativa, di un progetto di vita. Magari, il dissolvimento di ciò che avevi sognato, di un traguardo per il quale hai sacrificato e messo a rischio anche la vita stessa pensando: o tutto, o niente!

Poi, ti ritrovi nel nulla, ne tutto, ne niente! 

Nell’assenza dell’efficacia e della validità: una nullità!

Sogno, aspettative, idealizzazione: tre parole uscite dal mio vocabolario perché inutili, come tutto ciò che produce sofferenza, per lasciare spazio ad una parola che di per se rappresenta una dimensione dell’essere: disillusione!

Ma, la disillusione rappresenta, nei suoi tratti anche strani, una situazione di equilibrio, un modo di rapportarsi agli altri e al mondo in maniera diversa, scevra da emozioni e libera da vincoli.

Scappare, essere cacciati o “allontanati”, oggi sei dentro domani sei fuori, oggi sei una persona domani un fastidio, una cosa di troppo perché quando qualcuno decidendo cosa è meglio per se ha deciso del tuo destino non ti fa star bene.

Non starebbe bene nessuno.

E, allora, quando cerchi di indagare una dimensione dell’essere che senti anche tua, nascono spontanee alcune riflessioni, spesso represse e viene fuori una…..

LETTERA DAL MONDO DI MEZZO

Ma non sei tu quello che da tanto tempo è entrato in casa mia, nel mio Paese, hai fatto scempio di tutto ciò che mi apparteneva, ti sei arricchito delle mie ricchezze, mi hai reso anche schiavo per un pezzo di pane?

E se non ho mai avuto neanche una macchina, sono stato io a fare il buco nell’ozono e subire la desertificazione delle mie terre?

In Italia la televisione la guardo e vederti ridere sul tema delle migrazioni per cause climatiche e ambientali mi mortifica e mi disillude perché so che non hai coscienza ne conoscenza di ciò che dici.

Fossi morto vivo a casa piuttosto che in terra straniera avrei risparmiato almeno l’umiliazione, il rifiuto, il rigetto.

Sono cresciuto fra le piante e gli animali e ho sempre avuto rispetto per ciò che mi circondava e mi dava da vivere.

Poi, siete arrivati voi e tutto è finito.

Voi che non avete rispetto neanche delle persone: ci chiamate profughi, immigrati, migranti, clandestini, neri, richiedenti asilo….

Persone mai!

Pensando al mio viaggio, al netto della necessità, fatto di sogni, di aspettative, di illusioni e guardando all’Italia come uno dei fulcri della cultura, mi viene in mente Dante e la sua Commedia. Sopra ogni cosa, la figura di Caronte, il traghettatore da un mondo all’altro.

Voi italiani dovreste sapere che con Caronte senza obolo non si passava e si era costretti ad errare in un eterno senza pace nella nebbia del fiume Acheronte.

E se, sempre restando sul tema dell’antica cultura, nessuno mai che non fosse un Dio, una Dea o un eroe è passato dall’altra parte della dimensione umana, perché io mi ritrovo all’inferno?”.

“Le stelle stanno in cielo.

i sogni non lo so,

so solo che son pochi

quelli che si avverano!”

Vasco Rossi

Uccise per amore

Il cortocircuito fra l’assoluto ed il relativo

Se etimologicamente il termine assoluto  significa «sciolto da», relativo è invece ciò che non ha l’essere, bensì soltanto l’esistenza, ovvero è unicamente a partire da qualcos’altro: esistenza vuol dire, infatti, “essere da”, cioè ricevere l’essere da un altro.

A dirla come il sociologo Mauro Magatti, quando si afferma la propria unicità e si rivendica il diritto di essere liberi, negando l’evidenza del fatto che noi siamo prima di tutto relazione con il contesto in cui viviamo porta alla modificazione e allo stravolgimento dello stesso rapporto con la realtà, perché tutto viene ricondotto alla propria valutazione, con un atto in cui la volontà di potenza diviene prevaricazione e prepotenza, fino ad arrivare alla perdita del nesso con il mondo in cui si vive.

Infatti, se l’unica cosa che interessa è quella dimensione della realtà su cui possiamo esercitare il nostro potere, riassorbendola nel nostro io, alla fine la relazione con qualsiasi altro da sé viene negata e ci si chiude in una visione unilaterale.

L’attuale diffuso modo di vivere e pensare crea crescenti difficoltà ad entrare in relazione con l’altro: mentre figure tradizionali del rapporto, come la promessa e la speranza, mostrano le potenzialità delle relazioni tra individui, l’attuale ipertrofismo dell’io porta spesso a vedere nell’altro solo ciò che è funzionale all’affermazione del se stesso. Il risultato è che non si dà una vera relazione con l’altro in quanto altro, nell’accettazione della sua alterità, evitando così il necessario impegno per un’analisi articolata della realtà esteriore e interiore.

Quando il maschio (la categoria di uomo sarebbe inappropriata!) si percepisce come “assoluto” e partorisce una idea della donna come “relativo” si sviluppa un algoritmo matematico che sviluppa numeri che non vorremmo mai vedere: negli ultimi 18 anni sono 3100 le donne vittime di femminicidio e da gennaio ad ottobre di quest’anno già 70, uccise brutalmente da chi sosteneva di amarle.

Uccise per amore”: contraddizione in termini e inaccettabile paradosso!

Una sorta di aberrante correlazione, come mi è già capitato di scrivere, con chi uccide nel nome di un dio!

La violenza maschile comincia nel privato delle case ma pervade ogni ambito della società e diventa sempre più strumento politico di dominio, producendo solitudine, disuguaglianze e sfruttamento” affermano dall’Associazione “Non Una Di Meno”. Vi invito alla lettura del manifesto per la giornata antiviolenza 2018.

https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/11/06/24-novembre-2018-manifestazione-nazionale-di-non-una-di-meno-a-roma/

Realtà tossica!

Colla, coca ed eroina senza musica

Fare i conti con la realtà fa parte della dimensione umana. E’ una cosa che, per quanto vorresti tenere lontana, prima o poi devi affrontare, non puoi sfuggire.

E la realtà, di solito, non ha una dimensione ristretta, privatistica, semplicemente personale. Ha una dimensione collettiva che non è guidata da fattori  spazio-temporali che ti consentono di esimerti, di estraniarti, di guardare dal di fuori a cose che ti sembrano tanto lontane da non poterti toccare.

E, a volte, basta leggere dei numeri dentro l’articolo di un settimanale per toccare con mano una realtà che avresti riposto dentro la sfera del surreale.

A settembre 2018 L’Espresso ha pubblicato un reportage sull’uso e lo sviluppo della dipendenza da sostanze tossiche che tengo in vista sulla scrivania da tempo sempre combattuto fra l’affrontare l’argomento o no.

Non ci sono noti nomi dello spettacolo, dello sport o della politica.

Neanche giudici, magistrati o avvocati.

Sarebbe stato tutto troppo scontato, come dire, nella normalità dello scorrere quotidiano.

Ci sono i bambini!

Dentro uno scenario all’interno del quale non li avrei mai collocati, da un punto di vista spaziale, nel nostro contesto di vita.

Non mi voglio addentrare in analisi, vi lascio al confronto con una realtà cruda proponendovi alcuni stralci del reportage.

Bambini che a 8 anni hanno già sperimentato le droghe più devastanti: colla e solventi. Tredicenni che si prostituiscono per una dose, rimangono incinte e sono costrette ad abortire. Adolescenti legati con le cinghie ai letti di contenzione, sottoposti a trattamenti sanitari obbligatori negli ospedali psichiatrici per adulti. Eroina non più fumata ma sparata direttamente in vena, così che a 13 anni hanno già il corpo massacrato dai buchi delle siringhe, si ammalano di epatite e Aids, come i vecchi tossici negli anni Ottanta”.

Le scuole medie, Riccardo, le ha viste solo da lontano. Quel giorno di settembre è arrivato davanti al cancello dell’istituto, l’ha fissato per alcuni secondi e poi se ne è andato. Per lui non ci sarebbero stati libri, compagni, compiti in classe. Aveva 12 anni e una sola necessità: farsi di coca e farlo in fretta.
Oggi Riccardo, 16 anni appena compiuti, tossicodipendente da quattro, in fuga da tre diverse comunità terapeutiche, praticamente analfabeta, fa parte di quella generazione di ragazzi interrotti che aumenta giorno dopo giorno”.

Le loro storie, raccolte dall’Espresso, fanno rabbrividire. Sono contenute nei verbali delle forze dell’ordine che ogni giorno prestano servizio nelle piazze dello spaccio e nei boschi della droga. Sono scritte nero su bianco nelle relazioni dei Tribunali per i minorenni. Escono dalla bocca di quegli stessi ragazzi che a fatica accettano di parlare, dalle comunità dove stanno cercando lentamente di riemergere dagli abissi della tossicodipendenza.
Un’emergenza alla quale il nostro Sistema sanitario nazionale non riesce più a stare dietro. Secondo i dati ottenuti dall’Espresso, da Nord a Sud la presa in carico da parte dei Servizi sanitari locali dei minori che fanno uso di droga negli ultimi 5 anni è quasi ovunque raddoppiata. Anche i Tribunali per i minorenni – sia civili che penali – registrano un’impennata di baby consumatori: quasi tutti italiani, iniziano ad assumere droga in media a 12 anni.
Mentre le comunità terapeutiche per minori con problemi psichici causati dalle droghe – il vero fenomeno di questi ultimi anni – si contano sulle dita di una mano. E così i bambini tossicodipendenti con disagi mentali spesso sono trasferiti a centinaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie in luoghi non idonei. O trattenuti in reparti neuropsichiatrici per adulti, dove non potrebbero stare.

http://m.espresso.repubblica.it/inchieste/2018/09/19/news/colla-coca-eroina-l-emergenza-droga-comincia-a-8-anni-1.327107?fbclid=IwAR3sMErH0xslx-aj5D9_reNcfsicRI5-4VPMuwdBpx8aX-Av362gPM1DTJw

Elucubrazioni e realtà

Quando la colpa è facilmente attribuibile

Venerdì 9 novembre 2018. Ore 13,50.

Squilla il telefono, è mio padre. Rispondo.

Mi dice con voce agitata: “Hai sentito, un terremoto!”.

Con il cervello impegnato sul tema dell’etnopsichiatria, i miei primi pensieri sono stati: “Chi e quanti ne hanno arrestati?”, “E’ caduto il Governo?”, “Roma non ha più il Sindaco?”.

Le persone sono tutte per strada! Tu stai bene?” incalza mio padre al telefono. Inizio a preoccuparmi: “E’ scoppiata la rivoluzione e non ne so niente?”.

Niente di tutto quello che mi passava per la testa era successo, ma un terremoto in termini geologici che, seduto davanti al computer, forse sono stato l’unico a non percepire.

Ed è in quel momento che parte la scossa che mette in moto quella parte di cervello fuori da ogni controllo e che si diverte ad elaborare scenari surreali e gode nel fantasticare mescolando elementi reali per cucinare il più gustoso dei minestroni.

E parte una teorizzazione che vorresti tenere nascosta a chiunque ma, che alla fine, è impossibile non condividere.

Se l’epicentro del terremoto è nel cuore della Murgia pugliese, fatto strano ed eccezionale, va cercata una ragione e non te la possono dare i geologi che si basano su dati scientifici. Vanno indagati altri campi e coinvolte altre figure!

Veniamo al dunque: se una ingente massa di persone, uomini, donne, bambini, anziani, si spostano da un Continente, per esempio quello africano, per occupare massivamente un altro, per esempio l’Europa, e passa per l’Italia può succedere che la teoria della tettonica a zolle subisca lo stesso effetto della bilancia a due piatti.

Se l’Africa si alleggerisce cresce il peso sul territorio italiano e succede che inizi a cedere fino a provocare movimenti tellurici.

E sarà lo stesso motivo per il quale crollano i ponti e le case e vengono devastati interi territori e messe in ginocchio economie storiche.

Non sono l’incuria, un abuso del territorio in spregio alla natura, la cultura congenita dell’abusivismo le cause di questi eventi!

Sono i migranti! E’ il peso dei loro corpi, spesso esili ma troppi!

Ed è per questo che Trump, il Presidente degli Stati Uniti d’America, passa le sue giornate a studiare come fermare la marcia dei poveri che sta arrivando nel suo Paese senza escludere l’uso delle armi: metti che il peso di quei corpi gli fa cadere i grattacieli!

Hanno già un problema con gli uragani, caricare il piatto della bilancia del nord dell’America rappresenterebbe un fattore scatenante di eventi tellurici!

E un Presidente accorto e lungimirante come lui schiera l’esercito per difendere il Paese. 

Mica come in Italia dove, con grande senso civico, il Governo chiude i Centri di Accoglienza, fa arrestare i Sindaci, studia e vota Leggi per trasformare i migranti in clandestini al fine di garantire la sicurezza dei cittadini e crea ghetti e grandi centri di concentramento chiamati CARA.

Ho giocato lasciando vivere la parte incontrollata del cervello ma, al netto della follia che ha accompagnato queste righe ma che, spesso, incrocia la realtà voglio concludere con una riflessione di Gordon Allport del 1954: “Il pregiudizio etnico è un’antipatia fondata su una generalizzazione falsa e inflessibile. Può essere sentito internamente o espresso. Può essere diretto verso un gruppo nel suo complesso o verso un individuo in quanto membro di quel gruppo”

La guerra taciuta

Amal, 7 anni, morta di fame in Yemen.

In Yemen l’intera popolazione è allo stremo delle forze a causa di una guerra civile che si trascina da anni nel silenzio collettivo e diffuso. Alle 10 mila vittime accertate, si aggiungono 22 milioni di persone che vivono vittime della più grande catastrofe umanitaria degli ultimi tempi.

Il popolo yemenita vive sotto i bombardamenti, metà delle strutture sanitarie sono state distrutte e quasi tutti gli ospedali sono chiusi per mancanza di personale, medicinali, corrente elettrica ed acqua.

La mancanza di carburante, non solo incide sui trasporti, ma soprattutto sul funzionamento dei generatori elettrici e delle pompe idriche grazie alle quali 15 milioni di yemeniti hanno accesso all’acqua.

Ma il prezzo più alto di questa guerra lo stanno pagando i bambini: 3 milioni rischiano di morire di malnutrizione.

Giovedì è morta Amal Hussein, aveva sette anni ed era diventata il simbolo della guerra in Yemen. La sua immagine, che la ritraeva fortemente denutrita, era stata pubblicata dal New York Time in un reportage per raccontare il dramma della fame e dei campi profughi.

Le sue costole che sembravano dover perforare il leggerissimo strato di pelle che le ricopriva il corpo hanno dovuto cedere il posto occupato in uno dei pochissimi presidi sanitari ancora attivi ad un altro paziente.

E il campo allestito da Medici Senza Frontiere troppo lontano dal suo paese.

Lo Yemen subisce da tre anni l’assedio da parte di nove Paesi arabi sunniti, guidati dall’Arabia Saudita e sostenuti dagli Stati Uniti, nei confronti dei ribelli sciiti, vicini all’Iran, che dal 2015 controllano la capitale San’a sta provocando infinite sofferenze ai civili bloccando l’arrivo di qualsiasi rifornimento.

Nel 2016, parlando della situazione in Siria, Ban Ki-moon, Segretario Generale dell’Onu, dichiarò che “la morte per fame utilizzata come arma rappresenta un crimine di guerra”.

Alla popolazione yemenita non sono state rivolte le stesse “attenzioni”. 

L’Arabia Saudita non è stata mai sanzionata per i bombardamenti e, come se non bastasse, si è sempre opposta alla creazione di corridoi umanitari per permettere di inviare cibo e medicinali alla popolazione civile.

Il fatto che la coalizione di paesi sunniti guidata dall’Arabia Saudita comprenda anche Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar (non senza l’appoggio placito degli USA) sia in contrapposizione con i ribelli sciiti sostenuti da Iran, Russia e dal regime siriano di Assad sia il tragico epilogo della partita mai chiusa per il controllo geopolitico di tutta l’area.

E quando i grandi giocano a fare la guerra, i bambini non giocano più!

Come Amal, morta di fame, che ha solo anticipato tristemente il destino che sembra segnato di altre centinaia di migliaia di bambini.

Il duro scontro con la miseria

La marcia dei poveri in America.

“È sempre stato facile fare delle Ingiustizie !
Prendere, Manipolare, Fare credere!……..ma adesso

State più attenti!
Perché ogni cosa è scritta!
E se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi
Se la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi
NON SORRIDETE……..GLI SPARI SOPRA…….SONO PER VOI !”

Vasco Rossi

Immaginate una città con un tasso di omicidi di dieci volte superiore a quello di Baghdad e con una media di quasi una dozzina di assassinii al giorno. Una città che più volte nelle classifiche internazionali sulle zone più pericolose al mondo ha ottenuto il dubbio onore di piazzarsi al primo posto. 

Bene, quella città esiste davvero, ed è San Pedro Sula, un Comune di oltre mezzo milione d’abitanti situato nell’Honduras settentrionale.

Concentratevi ora, un attimo, sull’immagine di un fiume che si ingrossa nel corso del suo cammino verso la foce e paragonatela alle migliaia di persone che stanno marciando, partite dall’Honduras, che hanno già attraversato Guatemala e Messico con l’obiettivo di entrare negli Stati Uniti d’America.

Sono partiti in 3.000, oggi se ne contano 10.000.

E’ la marcia dei poveri, dei perseguitati dalla criminalità, di chi è talmente afflitto da miseria e violenza, da non essere più trattenuto neanche dagli affetti, per i propri cari e per la propria terra. Cercano pane e rispetto, per sé, per i loro figli. Aumentano lungo il cammino, che si è trasformato in marcia politica, per rivendicare il diritto a una vita dignitosa, di lavoro e giustizia.

Un vero e proprio esodo di persone disperate: oltre tremila cittadini dell’Honduras hanno deciso, tutti assieme, di lasciare il proprio Paese e di tentare di raggiungere gli Stati Uniti con una camminata di migliaia di chilometri, attraverso il Guatemala e il Messico. Fuggono, affermano, dalla povertà, dalla violenza quotidiana, dalla corruzione e mala politica. Sono soprattutto poveri campesinos, spesso con mogli, figli, persone in sedia a rotelle. 

Nonostante i Governi dei Paesi di transito abbiano provato ad opporsi al loro passaggio, sono stati accolti e rifocillati dai cittadini e da una vasta rete di organismi e associazioni. La Chiesa, attraverso la varie realtà che si occupano di migrazioni, si è sforzata non soltanto di accogliere i migranti honduregni, ma anche di garantire loro un corridoio umanitario.

Si sono messi in cammino a piedi, attraverso foreste e fiumi, trascinando le valigie, con i loro figli tra le braccia, sotto la pioggia. Oppure stipati a bordo di autobus e camion. Con il miraggio del Nord, gli Stati Uniti, magari il Canada, dove cercare condizioni di vita migliori.

Una speranza che trova di fronte a sé il muro innalzato da Donald Trump.

Il presidente Usa non ha alcuna intenzione di dare accoglienza ai migranti honduregni, ribadisce la sua politica contro l’immigrazione e ha minacciato Honduras, Guatemala e El Salvador di tagliare loro gli aiuti finanziari se non bloccheranno l’avanzata verso gli Stati Uniti.

In un tweet del Presidente Trump la sintesi di quella che si preannuncia l’ennesima tragegia umanitaria: “I leader di questi tre Paesi non stanno facendo molto per impedire che questo grande flusso di persone, compresi molti criminali, entrino negli Usa (…) Se non saranno capaci di fermare questo attacco violento, farò una telefonata all’esercito”.

La risposta è eloquente:“E’ Dio che decide, non loro. Noi continueremo ad andare avanti perché non abbiamo altra scelta” ha dichiarato in un’intervista al Washington Post uno degli immigrati, Luis Navarreto.

Sarà l’ennesimo scontro delle povertà e delle sofferenze contro un muro, fisico e ideologico: la parola d’ordine è respingere!

Sempre dopo aver depredato!

PS: parte di questo articolo è frutto di notizie e informazioni raccolte su siti nazionali e internazionali.