Bustate, vi sarà aperto

Corruzione, Italia in controtendenza

Un vecchio andazzo sarebbe stato contenuto dalle nuove leggi. Ultimo rapporto Onu: «Passi avanti nella trasparenza a livello governativo». «Progressi nella prevenzione e nel sistema giudiziario», secondo il Consiglio d’Europa. Infine, Transparency International: «Nella lotta alla corruzione, non siete più fanalino di coda».

Legge anticorruzione, le Nazioni Unite si complimentano con l’Italia. Quella fatta di cosche, tangenti e corruzioni. Passi in avanti, non lunghi e distesi, ma di buona volontà. L’Italia, oggi, è al cinquantatreesimo posto nel mondo (si parla di di percezione): due punti in più rispetto a un anno fa, molto meglio rispetto al 2012, quando il nostro Paese era “maglia nera” nel sistema economico e giudiziario. Quando la regola principale era il “Bustate e vi sarà aperto”.

Le Nazioni Unite, si diceva. Secondo l’organismo planetario sarebbero stati fatti «passi avanti nel promuovere la trasparenza generale a livello governativo». «Progressi nella prevenzione e nel sistema giudiziario», secondo il Consiglio d’Europa. E Transparency International, che dice? Si pronuncia con le classifiche. In soldoni: tre organi sono meglio di uno: l’Italia – questa la notizia – nella lotta alla corruzione non è più il fanalino di coda del mondo.

L’Onu, si diceva, promuove l’Italia nella lotta a uno dei reati che provocano più danni all’economia. L’ultimo rapporto riconosce i progressi fatti ed è una pagella che promuove l’Italia in un settore delicato, secondo il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi: «Ci stiamo muovendo in una logica di sistema», dichiara. «Ministero della Giustizia, Esteri, Anac e altre amministrazioni pubbliche hanno permesso lo svolgimento di un lavoro estremamente importante, che troviamo riconosciuto anche nel rapporto».

PLAUSO DEGLI ESTERI, FESTEGGIA L’ANTICORRUZIONE

Festeggia anche l’Anticorruzione. Interviene Raffaele Cantone, presidente Anac. «L’Italia compie quel passo avanti atteso da tempo – dice – tanto che nel contrasto all’illegalità e alla corruzione il nostro Paese è riuscito a fare squadra; questa azione di sistema avverte nell’immagine esterna, dove sono stati superati gli stereotipi: oggi possiamo dire con orgoglio che l’Italia è il Paese dell’antimafia e della anticorruzione».

Dall’Onu, in buona sostanza, al nostro Paese viene riconosciuta l’istituzione di un sistema per una maggiore trasparenza nel finanziamento per i candidati alle elezioni e dei partiti politici. Che è un bel passo avanti. Come se una parte del sistema avesse fatto ricorso all’autocensura. Si è superato il finanziamento pubblico e non è poco. «L’Italia – si legge nel rapporto dell’Organismo della Nazioni unite – affronta i conflitti di interesse nella Pubblica amministrazione e nel Governo centrale dichiarando per legge» chi è «ineleggibile e incompatibile», «includendo il codice di condotta generale» per i funzionari pubblici.

NON SIAMO ANCORA DANIMARCA E NUOVA ZELANDA…

Al nostro Paese si chiede anche di considerare ulteriormente la questione dei magistrati che scendono in politica tenendo conto dei «principi fondamentali di indipendenza e imparzialità della magistratura». Non siamo ancora ai livelli di Danimarca e Nuova Zelanda. Un traguardo lontano, anche se i giudizi degli ultimi sei mesi espressi dalle più autorevoli organizzazioni internazionali del settore sono molto diversi dalle bocciature precedenti, oseremmo dire sonore. Una “maglia nera”, si diceva, nella lotta alla corruzione alla quale Roma era praticamente abbonata.

Passi avanti, insomma, ma anche raccomandazioni per il futuro. Due in particolare: monitorare l’impatto della transizione dal finanziamento pubblico a quello privato di partiti e candidati, perché nel caso fossero resi «più vulnerabili al lobbismo» a influenze esterne si possano «intraprendere azioni correttive secondo la necessità»; stabilire codici di condotta generali applicabili a tutti i funzionari pubblici compresi i membri del Parlamento. All’Italia viene chiesto di integrare questi codici con «programmi educativi e di consulenza». Per garantire che, dalle Agenzie e Amministrazioni pubbliche, tutti assumano codici di condotta esemplari.

«Qual è il problema?»

Andy Brennan, calciatore, si è dichiarato gay

E i compagni di squadra, il Green Gully, senza scomporsi gli hanno risposto in modo civile. “Ci ho pensato anni, temevo che la gente non potesse capire: invece colleghi, amici e familiari, mi hanno stretto in un abbraccio che mai dimenticherò”

E’ il primo calciatore australiano a dichiararsi omosessuale. Andy Brennan, del Green Gully, prima di convocare taccuini e spiegarsi alla stampa, comunque a uno o più giornalisti, a una o mille agenzie, ci ha pensato sopra. Giorno e notte. Notizia di quelle delicate la sua. Da maneggiare con cura, come si dice in questi casi. Specie in uno sport, il calcio, dove sono ricorrenti frasi che non pongono riflessioni o tempo in mezzo. Il pubblico, poi, quello lì, te lo raccomando. Peggio di alcuni, e solo alcuni compagni di squadra; il resto per fortuna è più aperto, comprende di cosa si si stia parlando. Meglio ancora altri, fra questi ultimi, che dopo aver sentito Andy, gli bisbigliano solo qualcosa che assomiglia al nostro «Embé?». Come a dire, «Chissenefrega!»: ognuno è come gli pare, purché non faccia del male, nuoccia agli altri. «Andy, sei un nostro compagno e tanto basta!».

Così l’attaccante, che ha appena compiuto ventisei anni, sente prima gli amici, i più stretti. Si apre ai familiari, che non portano le mani in faccia, come a volersi coprire di una vergogna che vergogna non è. Fa, si dice, coming out. Ora Andy è pronto. Può affrontare la stampa, la gente: il più è fatto. Quello che la gente può pensare o dire, al cospetto dell’affetto che gli hanno già fatto sentire compagni, amici e familiari, ha la misura di un dettaglio.

Andy che si è dato coraggio, tira un sospiro e poi va giù, dritto, dice tutto quello che gli passa per la mente, senza un attimo di sosta, il più lo ha già fatto. E tanto gli basta. Ma vuole completare qul giro di campo. Prima che le sue trasferte con la maglia del Green Gully, vengano anticipate dalla stampa locale con battutacce da caserma. Altra pecca del calcio, infatti, quel maledetto «Vale tutto!»: la perdita di tempo, la spinta, la simulazione, un calcione rifilato all’avversario quando il direttore di gara è di spalle. Dunque, farebbero parte del gioco anche gli sfottò, le allusioni, le vignette pubblicate dai giornali, sportivi e non, che si allineano sempre più al gossip di quart’ordine piuttosto che mantenersi alla stretta attualità.

Andy ha dichiarato di aver ricevuto messaggi di sostegno dalla famiglia e dai compagni di squadra dopo il “fuori tutto”. Si è pronunciato su Instagram. «Ci ho messo anni – ha detto il calciatore – per sentirmi a mio agio nel dire questo: sono gay. Temevo che questo avrebbe influenzato le mie amicizie, i miei compagni di squadra e la mia famiglia, ma il sostegno delle persone intorno a me è stato così grande da aiutarmi a giungere al passaggio finale».

Secondo una inchiesta della A-League, la Lega di calcio australiana, Brennan è «il primo calciatore di sesso maschile australiano a dichiararsi gay», aggiungendo che il calciatore aveva avuto una fidanzata fino allo scorso giugno. «Sei mesi ci ho pensato molto, ho cercato di nasconderlo e di metterlo da parte a causa del modo in cui pensavo che sarebbe stato percepito da molti», ha dichiarato Andy a uno degli organi di informazione australiani.

Andy ha, inoltre, scritto un lungo blog sul “Guardian” per raccontare la sua storia e il tanto atteso coming out: «È importante, per me, dire che sto facendo tutto questo per sentirmi a mio agio con ciò che sento di essere. Ci è voluto tempo per arrivare a questo punto. Tanto tempo, la maggior parte della mia vita. Ma non potrei essere più felice, nonostante abbia impiegato così tanto tempo a pensare a questa decisione, posso finalmente dirlo: sono gay. È incredibile dirlo adesso. Oggi, questo mio status, non dovrebbe essere un problema. Ma essere gay nel mondo dello sport vuol dire non sapere come reagirà chi ti sta intorno. La pressione che invece percepivo, mi consumava. Per tanto tempo non sono stato sicuro di me stesso e certamente non sono stato a mio agio nel parlare di quello che sentivo. Mi sono sentito a mio agio solo nell’ultimo anno, questo significa che per gran parte della mia vita adulta sono stato insicuro di me stesso. In tutta onestà, è stato difficile. L’anno scorso è stato un punto di svolta per me e quello che è accaduto mi ha reso felice. Mi ha fatto sentire a mio agio con me stesso. Ho cercato di nascondere la mia sessualità e ho cercato di metterla da parte. Non ho ammesso la verità nemmeno a me stesso per paura del modo in cui sarei potuto essere percepito dalle altre persone».

Ma a Andy il più bell’assist gliel’hanno fatto i compagni di squadra. Gli stessi che in campo corrono, sgomitano, brontolano, sferrano calci a qualsiasi cosa si muova. Sono stati loro, per primi, a fare gol, pronunciandosi con un disarmante: «What’s a problem?». «Qual è il problema, Andy?».

Asia Bibi è libera

Cinquantacinque anni, cattolica, scagionata dalle accuse di blasfemia

Un banale litigio con alcune donne. Giorni dopo scatta l’accusa e la richiesta di condanna a morte per impiccagione. Avrebbe bestemmiato il Profeta Maometto. La Corte suprema del Pakistan, assolve la donna, anche in appello. Oggi è in Canada, con la famiglia, spera di tornare al più presto alla vita normale. 

Dieci anni. Ci sono voluti tanti anni per mettere fine alla dolorosa vicenda di Asia Bibi, cinquantacinque anni, cattolica, madre di cinque figli, accusata di blasfemia da un gruppo di donne islamiche con cui aveva litigato. Durante il diverbio, questa è l’accusa, avrebbe offeso il profeta Maometto. Da quel momento momento, intorno alla vittima di simili accusa si scatena l’inferno. Ma l’Alta corte suprema del Pakistan è irremovibile: la donna è innocente. C’è un ricorso di gruppi estremisti islamici in totale disaccordo con la sentenza: Asia Bibi deve essere condannata a morte mediante impiccagione. I fondamentalisti formulano l’appello. L’Alta corte suprema non si lascia intimidire, conferma l’assoluzione. Non soddisfatti di processo, appello e assoluzione definitiva, i più ostinati scendono in piazza e inscenano manifestazioni non autorizzate. Sollecitano un ulteriore intervento del governo pakistano che, invece, sulla vicenda di Asia Bibi si è pronunciato mediante l’Alta corte. I disordini proseguono, fino a quando il governo assume misure severe arrestando i più facinorosi.

Unico dato certo: l’incubo di Asia Bibi è finito. La donna pakistana, seguita con la massima attenzione da giornali, radio, tv e siti di tutto il mondo, vivrà una nuova vita. Dopo la sentenza definitiva, insieme con il marito, la donna è volata in Canada, dove si è finalmente riunita al resto della famiglia. In Canada sarà aiutata a tornare nell’anonimato, a un’esistenza tranquilla, lontana migliaia di chilometri da dove ebbe inizio l’incubo che le cambiò la vita.

La storia risale al 14 giugno 2009. Asia Naurin Bibi, madre di cinque figli, mentre si trova a lavoro discute con altre lavoratrici di fede musulmana. A qualcuna la storia che una donna abbia idee diverse – ma non è stato mai appurato che il diverbio fosse per motivi religiosi – non va già. Scatta la denuncia, l’accusa sostiene che durante il litigio, Asia abbia offeso il Profeta Maometto.

UN BANALE LITIGIO, LA RICHIESTA DI CONDANNA A MORTE

Quel giorno, nel villaggio pakistano di Ittan Wali, la donna di fede cattolica non avrebbe mai immaginato che da un banale litigio con le sue vicine di casa di fede musulmana sarebbe scoppiata una vicenda giudiziaria senza fine. La richiesta di una condanna all’impiccagione per blasfemia e, con questa, una catena di morti e disordini che avrebbero scosso l’intero Pakistan, una mobilitazione a livello internazionale, dai capi di Stato all’Unione europea, fino al Vaticano.

Tutto questo, ora, pare sia finito. Dopo essere stata scagionata nello scorso ottobre dalle pesanti accuse in seguito alle quali ha rischiato per più di otto anni di finire sul patibolo, Asia Bibi ha lasciato il Pakistan. Per mesi era stata tenuta in un luogo segreto dalle autorità, in attesa che ci fossero le condizioni per farla uscire dal Paese nella massima sicurezza, verso la destinazione già scelta dalle figlie: il Canada.

La sua assoluzione qualche mese fa. Una prima condanna a morte nel 2010, aveva fatto piombare il Pakistan nel caos. Proteste, manifestazioni e scioperi degli islamisti radicali, che del caso avevano fatto una questione di principio e avrebbero voluto vedere Asia con un cappio intorno al collo. Il governo, si diceva, aveva risposto con un giro di vite e decine di arresti. Gli integralisti avevano quindi presentato un appello perché l’Alta Corte rivedesse la sentenza. Richiesta rigettata a gennaio, Asia Bibi era stata definitivamente prosciolta dalle accuse di blasfemia.

LA VICENDA GIUDIZIARIA DI ASIA BIBI

19 GIUGNO 2009

Asia Bibi, 45 anni, viene arrestata nel villaggio di Ittanwali, nella provincia del Punjab, con la falsa accusa di blasfemia. A denunciarla, un gruppo di vicine islamiche con cui aveva litigato.

11 NOVEMBRE 2010

Il tribunale del distretto di Nankana la condanna a morte. I legali difensori della madre cattolica presentano ricorso all’Alta corte del Punjab.

16 OTTOBRE 2014

Dopo tre anni di rinvii del processo, l’Alto tribunale conferma la condanna capitale suscitando lo sdegno internazionale. La difesa non si arrende e presenta il ricorso alla Corte Suprema.

22 LUGLIO 2015

La prima udienza di fronte al massimo tribunale ha un esito positivo: l’istanza della difesa viene accettata e la sentenza capitale sospesa. Il giudizio, però, viene continuamente rinviato, fino ad ora.

9 LUGLIO 2017

Uno dei principali legali di Asia Bibi, l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, è costretto ad abbandonare la professione dopo una raffica di intimidazioni e il sequestro della famiglia.

12 MARZO 2018

Asia riceve nel carcere di Multan dal marito, Ashiq Masih e dalla figlia Eisham, un rosario donatole da papa Francesco.

31 OTTOBRE 2018

La Corte suprema cancella la condanna a morte. Asia Bibi lascia il carcere e viene tenuta sotto protezione in una località segreta.

29 GENNAIO 2019

La Corte suprema respinge il ricorso di un imam. La sentenza è definitiva: Asia Bibi è finalmente libera di lasciare il Pakistan.

«Due+due? Cinque!»

ISTAT/Più di un terzo di studenti italiani è ignorante

Al Sud si sfiora anche il 50%. Difficoltà nella lettura e nella comprensione di un semplice brano. Troppo “iper-connessi”, si esprimono a forza di “emoticon” e “xché”, “xò”. Il livello culturale si abbassa al punto tale da generare ottusità e chiusure mentali.

Scuola, non va. Non c’è riforma che tenga. Con il contributo dell’Istat ci accorgiamo che quanto era stato detto a proposito di scuola e istruzione, adesso è tutto vero. Certificato da un’attenta ricerca e uno sviluppo di certi indicatori che segnalano una situazione devastante.

Colpa di un Paese che premia poco. Assume per segnalazione, piuttosto che per merito. E i ragazzi che conseguono un buon titolo di studio, una laurea e non ce la fanno a proseguire gli studi, nonostante abbiano il bernoccolo della ricerca, vanno all’estero. Salvo poi premiarli per meriti acquisiti sul campo…altrui.

Dunque, in Italia pare che molti fra quanti vengono promossi a giugno, pure con una buona media, ha difficoltà nella lettura e nella comprensione di un semplice brano. Lo stesso davanti a semplici calcoli, anche elementari. È emerso dall’ultimo report Istat su «Obiettivi per uno sviluppo sostenibile». Diffuso dall’Istituto italiano di statistica, questa radiografia interessa tutti gli aspetti della vita economica e sociale del sistema Italia, mettendo al quarto posto, su 17 obiettivi, «l’istruzione di qualità per tutti».

Una “voce” che figura solo dopo la lotta alla povertà, la lotta alla fame e al benessere e alla salute. Dando un’occhiata agli indicatori sull’effettivo grado di istruzione dei giovani studenti italiani, scopriamo che più di un terzo non raggiunge una competenza alfabetica sufficiente. Inondati dal linguaggio iper veloce e spesso sgrammaticato, zeppo di “xché”, “xò” e di “emoticon”, gli studenti del terzo anno della scuola media vanno in crisi al momento di leggere e interpretare il contenuto di un brano scritto, che alla fine comprendono solo a tratti. Rispiegarlo, poi…

Rapporto SDG. Secondo “Sustainable Development Goals”, il 34,4% degli studenti italiani che frequentano il terzo anno della scuola media «non raggiungono un livello sufficiente di competenza alfabetica». Decodificano, cioè, solo brani semplici e con informazioni elementari. Quando il testo richiede di riconoscere e ricostruire significati complessi, le cose si complicano maledettamente. E un terzo dei nostri piccoli studenti entra in difficoltà. Idem per la matematica, comunque i rudimenti che renderebbe capace la soluzione di problemi anche di una certa complessità (di carattere economico, statistiche, ecc.).

In quest’ultimo caso, la quota di adolescenti, sale al 40%: quattro su dieci! Lo confermano i dati Invalsi relativi allo scorso anno. Al Sud, questi valori crescono e tendono a superare anche il 50%. Cambiano di poco il risultato finale anche se si allarga ai dati relativi ai ragazzi del secondo anno della Scuola superiore. La quota di studenti che, nonostante le promozioni a scuola, incontra difficoltà in italiano e matematica resta praticamente invariata, descrivendo una situazione che la scuola, da sola, non riesce a fronteggiare.

Spiegano gli insegnanti. Oggi gli studenti faticano a concentrarsi nello studio perché immersi in un mondo iper connesso in cui tutte le operazioni si svolgono a velocità sostenuta. E per gli approfondimenti c’è sempre meno tempo.

«Il concetto di sviluppo sostenibile è introdotto per la prima volta – riporta il dossier – nel “Rapporto our common future” rilasciato nel 1987 dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo del programma delle Nazioni unite per l’ambiente».

Nello studio è definito sostenibile «lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Un concetto che proprio in questi giorni è tornato ad essere di estrema attualità. Con la studentessa svedese Greta Thunberg che, in difesa dell’ambiente e contro la produzione selvaggia che danneggia la Terra, ha sollevato le coscienze dei giovani di mezzo mondo. Paolo Mazzoli, direttore dell’Invalsi, non si sorprende di questi dati.

«Probabilmente – dice Mazzoli – il nostro insegnamento è ancora troppo scolastico. Mentre le prove Invalsi non sono prove propriamente scolastiche, considerano competenze durevoli, profonde. Probabilmente anche per questo motivo i ragazzi vanno in difficoltà non appena si trovano di fronte a dover risolvere problemi di realtà o nel decodificare i significati più profondi di un testo». Insomma, l’Italia è un Paese che deve tornare a studiare seriamente se vuole essere competitivo e tornare a dare a se stessa e al mondo, intelligenze e genialità consegnate alla storia come un tempo.

Chernobyl ci cambiò la vita

Trentatré anni fa la tragedia in Bielorussia che in vestì l’intera Europa

Le abitudini a tavola. La gente diventa diffidente sulla produzione di alcuni prodotti. Aziende agricole e allevatori dell’allora Unione sovietica entrano in crisi. La gente diventa diffidente, l’alimentazione diventa di colpo qualcosa a cui prestare massima attenzione.

Chernobyl, esattamente trentatré anni fa. La gente che ha vissuto quella tragedia, esplosione e nube tossica radioattiva sulla propria pelle, attraverso una costante informazione mai sufficientemente esaustiva, adotta con molta cautela notizie sui prodotti alimentari. Da quel momento pare che non tutto sia come prima: cambiano di colpo le abitudini alimentari giornaliere, con queste la sorte di aziende di agricoltori e allevatori. Gli omogeneizzati per i piccoli, per esempio, vengono prodotti con verdure, frutta, carne e latte.

Tutto comincia a Chernobyl, la notte del 26 aprile del 1986. E’ da poco passata l’una. La “numero quattro”, una delle unità della centrale nucleare Ucraina esplode nel corso di un test. Un boato così forte da essere avvertito anche dalla vicina città di Prypjat. Qui alloggia buona parte di quanti sono quotidianamente impegnati sugli impianti della Centrale maledetta. A questi non viene fornita notizia. Per due giorni la vita di questa gente prosegue come se non fosse accaduto niente.

L’invito all’evacuazione ha inizio solo nel pomeriggio del 27 aprile. E’ quanto causa ripercussioni gravi sulla salute degli abitanti, specie sui bambini. Le polveri radioattive, come in uno sciagurato “day after”, si sprigionano nell’aria. La nube di sostanze radioattive si espande in Ucraina, poi Bielorussia e Russia. Pochi giorni ancora e l’intera Europa viene travolta da una paura nuova. Le autorità sovietiche minimizzano. Dal reattore fuoriescono, invece, cinque tonnellate circa di materiale radioattivo. Il resto è rimasto lì: unità numero 4.

Nelle settimane seguenti all’esplosione, con la “nube tossica” che continua ad espandersi in modo gravemente minaccioso. Come si diceva, sale l’allarme per le possibili contaminazioni da radiazioni che potessero interessare prodotti alimentari: insalata e latte, in particolare e, di conseguenza, tutte quelle preparazioni che li utilizzavano. Inizialmente venne detto di lavorare con cura la verdura, quella a foglia larga, in particolare, poi tanti smisero proprio di mangiarla per un lungo periodo. Mentre gli esperti si dividevano sugli effettivi rischi, la psicosi da radiazione condizionò pesantemente le abitudini quotidiane e la sorte delle aziende di agricoltori e allevatori. Basti pensare agli omogeneizzati per i bambini con verdure, frutta, carne e latte.

Trentatré anni da quella tragedia. A oggi è ancora sconosciuto il disastro in termini di vite umane provocato da quell’esplosione. Si citano il rapporto del Chernobyl Forum e quello del Partito Verde Europeo del parlamento europeo chiamato Torch (The Other Report on Chernobyl). Il rapporto Torch è appaiato a quello del Chernobyl Forum sui morti sicuri, ovvero 65, ma differisce fortemente sui morti presunti che, negli anni, secondo Torch,è salito a quota 9000. Contrasti che proseguono anche sulla presunta incidenza della radiazioni sullo sviluppo di malattie tumorali (leucemia, soprattutto ) fra le popolazioni, da quelle più vicine a Chernobyl (600mila gli evacuati) a quelle del resto d’Europa.

E l’Italia? L’incidente ucraino rappresenta anche l’accantonamento definitivo sul programma nucleare italiano. Dopo quella immane tragedia e le ripercussioni sul resto d’Europa, nessun partito in Italia, ad eccezione di quello repubblicano, osa schierarsi con i No al referendum sul nucleare, promossi dal Partito Radicale, consultazione che avrà luogo l’8 e il 9 aprile del 1987.

«Ci vorranno millenni per smaltire gli isotopi radioattivi che ormai si trovano dappertutto: nella terra, nell’acqua e nell’aria delle zone contaminate. Io non credo nell’utilità del nuovo sarcofago», avverte Valentin Kupny, padre di Alexander, responsabile della manutenzione della prima copertura del reattore dal 1995 al 2002. Per lui, «Chernobyl è destinato ad essere un problema eterno».

Pasqua di riconciliazione

L’abbraccio cattolico al mondo intero

Pace per le persone e i popoli tormentati da violenze e ingiustizie. Il dolore causato dai conflitti in Medio Oriente, Africa e altri Paesi, i cristiani perseguitati, i migranti e i rifugiati, gli anziani che perdono la gioia di vivere. Un pensiero rivolto dalla Chiesa all’immensa sciagura di lunedì scorso, Notre-Dame de Paris.

Riconciliazione e pace a popoli e persone tormentati da violenze e ingiustizie. E’ il pensiero cristiano rivolto a tutto il mondo, non solo a quello cattolico. Lo ricorda e lo ha ricordato spesso Papa Francesco. E il suo pensiero, come sempre, è per il dolore dei conflitti in Medio Oriente, Africa e altri Paesi; ai cristiani perseguitati, a anche migranti e rifugiati, e a quanti nelle nostre società perdono speranza e gioia di vivere, agli anziani sopraffatti dalla solitudine sentono venire meno le forze, ai giovani a cui sembra mancare il futuro.

Questo è il segno nel quale è necessario vivere la Santa Pasqua. La Risurrezione indica sentieri di speranza. Un abbraccio di amore fra popoli e culture nel bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente, favorendo la convivenza anche fra hanno visioni opposte, ma mai violente.

Tutto illuminato dalla notizia: «Gesù Cristo, incarnazione della misericordia di Dio, per amore è morto sulla croce e per amore è risorto. Di fronte ai vuoti spirituali e morali dell’umanità, di fronte a voragini che si aprono nei cuori e che provocano odio e morte, solo un’infinita misericordia può darci salvezza. Solo la preghiera può riempire col suo amore questi vuoti, questi abissi, e permetterci di non sprofondare ma di continuare a camminare insieme verso la Terra della libertà e della vita». Sono parole sulle quali spesso torna Papa Francesco, quando si rivolge a oltre un miliardo di cristiani e miliardi di fratelli di altre fedi, tutte unite nel professare amore e non violenza. E’ la Pasqua.

Si dice Pasqua, ma il pensiero non può che andare al pomeriggio di lunedì scorso. Notre-Dame de Paris, cade sotto gli occhi di tutti. C’è la tv, i grandi network che accendono i riflettori su una delle tragedie più immani della storia contemporanea. L’altra che ci viene in mente, naturalmente, ma per contenuti diversi, è il disastro dell’Undici Settembre. Il disastro è completo: si stacca la guglia e si abbatte al suolo con i suoi mille anni di storia. E’ finita. Il mondo, non solo quello Occidentale, partecipa a un dramma, alla caduta di un monumento “non solo cattolico”. Notre-Dame è un’opera d’arte, è un racconto, un dramma, è tanta Francia messa insieme. Una Francia che circola per il mondo con una bellezza da togliere il respiro.

Pasqua, Notre-Dame e il Mondo cattolico. È il «cuore spirituale» della Francia. Ma non «solo». è simbolo della storia della Chiesa. E dell’umanità. Monsignor Hyacinthe Destivelle OP, responsabile della sezione orientale del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, descrive così Notre Dame, distrutta dall’incendio. Uno choc per il mondo intero, a cominciare dalla Francia e anche dalla Santa Sede. La cattedrale parigina rappresenta «la bellezza» che il credo può creare, perciò il Prelato ha una speranza concreta: «Possa questa tragedia ricordarci la ricchezza che la fede cristiana è stata per i nostri Paesi e continuerà a essere». «È un’emozione drammatica immensa vedere bruciare Notre Dame: è il cuore spirituale della Francia. Esprime nelle sue pietre la fede delle persone che l’hanno costruita nel corso dei secoli. La sua bellezza ha anche dato la fede a migliaia di cristiani. Il suo mistero ha ispirato i più grandi autori, al punto tale da convertirsi».

Libia, Guerra continua

Terzo conflitto civile alle porte

Occorre una soluzione. Comunità internazionale disorientata. Prosegue lo scontro fra l’attuale governo e l’esercito di Haftar. Italia, Francia e le tensioni provocate da decisioni non sempre condivise.

Libia a un passo dalla sua terza guerra civile in meno di dieci anni. L’esercito del maresciallo Khalifa Haftar, dopo aver assunto il controllo di Libia orientale e meridionale, ha sferrato un nuovo attacco alla capitale Tripoli, sede del governo riconosciuto internazionalmente e guidato dal primo ministro Fayez al Serraj (attivi nel frenare l’avanzata nemica). I due schieramenti secondo quanto riportato da Daniele Raineri sul Foglio, si equivalgono, pertanto si fa largo la paura che possa cominciare una lunga guerra di posizioni a contrasto che rischia di sfiancare una popolazione messa già a dura prova da anni di violenze e scontri.

La situazione attuale è il risultato delle divisioni interne alla Libia, la presenza di centinaia di milizie armate e rivali, le ambizioni personali di leader politici, la posizione intransigente della comunità internazionale a sostenere soluzioni considerate illegittime dai libici e inefficaci agli occhi di tutti e gli interventi politici di Paesi stranieri che hanno dato impulso a una situazione già violenta.

La crisi in Libia viene sostanzialmente legata alle conseguenze della guerra civile di otto anni fa. Fu quella a portare alla destituzione dell’ex presidente Muammar Gheddafi. Nel conflitto, l’intervento di governi stranieri, tra questi quelli della Francia e degli Stati Uniti, in appoggio alle milizie ribelli, dopo che le truppe del regime avevano iniziato a colpire i civili.

In Libia si erano svolte le seconde elezioni dall’intervento armato del 2011 (appoggiate anche dalla comunità internazionale), ma quando iniziarono gli scontri tra milizie armate a Tripoli le truppe statunitensi si ritirarono e gli eletti riuniti nella “Camera dei Rappresentanti”, con il nuovo governo, si spostarono a est, nella città di Tobruk.

A Tripoli, intanto, milizie islamiste e altre provenienti da Misurata fecero un loro governo, che fu sfidato ben presto da Khalifa Haftar, ex sostenitore di Gheddafi che aveva trascorso molti anni negli Stati Uniti ed era tornato in Libia con la promessa di liberare il Paese da tutte le forze islamiste: dai gruppi terroristici come Al Qaida e lo Stato Islamico fino ad arrivare ai Fratelli Musulmani, storico movimento politico religioso presente in diversi Paesi arabi (il governo con base a Tripoli non era lo stesso che c’è ora).

L’ONU favorì la creazione del governo di accordo, ma la comunità internazionale mostrò ancora una volta di avere sottovalutato i problemi della Libia e le sue divisioni interne. Alla base disaccordi soprattutto sul ruolo di Haftar, colui che avrebbe dovuto riunire tutto il Paese sotto un’unica autorità. In breve, senza il riconoscimento della “Camera dei Rappresentanti”, il governo di Serraj non aveva alcuna legittimazione popolare: non era stato nominato da un Parlamento eletto, ma solo “scelto” dalla comunità internazionale (molti i libici che l’accusarono di essersi intromessa negli affari interni del Paese).

Manca un fronte comune europeo sulla Libia, una delle ragioni che ha inasprito lo scontro tra Serraj e Haftar. Italia e Francia, in particolare, avrebbero creato non poche tensioni: non solo i due governi hanno deciso di appoggiare schieramenti tra loro rivali, ma si sono anche scontrati sui possibili piani da adottare per il futuro del Paese, con i francesi favorevoli a tenere subito nuove elezioni e gli italiani contrari.

Per concludere, torniamo all’offensiva degli ultimi giorni. L’attacco contro Tripoli ha fatto precipitare una situazione già complicata. L’obiettivo potrebbe essere la discussione di possibili nuove elezioni e in generale per provare a trovare un accordo che metta fine alla guerra civile. La decisione, molto criticata e da cui anche i francesi sembra abbiano preso le distanze, potrebbe portare a un nuovo conflitto, grave anche questo come i precedenti da imputare a moltissime cose. A cominciare dalle divisioni libiche, proseguendo con le risposte fornite dalla comunità internazionale non sempre convincenti.

Lapidazione per gli omosessuali

Pene severe in Brunei, lo ha deciso il sultano

Stupro, adulterio, sodomia, blasfemia e rapina, avranno come massima pena anche la condanna a morte. Rapporti lesbici saranno puniti con un massimo di 40 frustate e dieci anni di carcere. Prevista l’amputazione degli arti in caso di furto.

Lapidazione, taglio della mano e del piede. Sono le pene previste per omosessuali, adulteri e ladri nel Brunei. E’ in questo piccolo regno che il sultano ha introdotto severe pene come parte dell’attuazione di un nuovo codice penale basato sulla Sharia.

Hassanal Bolkiah, patrimonio da 20 miliardi di dollari, tanto da farne uno degli uomini più ricchi del mondo, considera un grande risultato l’applicazione delle nuove norme mentre si moltiplicano le critiche di organizzazioni umanitarie come Amnesty International e il piccolo Stato.

Già cinque anni addietro, il sultano del Brunei aveva annunciato l’ingresso della Sharia. Dopo aver vietato il consumo di alcol, sono state proibite celebrazioni come il Natale. E ancora, chi non partecipasse alla preghiera del venerdì o avesse figli fuori del matrimonio viene punito con multe e carcere. Queste misure saranno applicate ai soli musulmani, praticamente i due terzi di una popolazione che conta 450 mila abitanti. Secondo quanto riportato da alcuni organi di informazione, però, anche il sultano avrebbe qualche peccato da farsi perdonare. Un fratello, Jefri, principe e Ministro delle Finanze, non solo negli Anni 90 si sarebbe appropriato in maniera indebita di 15 milioni di dollari, ma sarebbe stato coinvolto in più di qualche scandalo che poco avrebbe a che vedere con il rigore legislativo, come la “proprietà” di un harem di escort straniere e una collezione di sculture erotiche.

Ovviamente l’introduzione di queste norme restrittive è stata accolta con grande stupore dalle organizzazioni per i diritti umani, tanto che Amnesty avrebbe avanzato al sultano richiesta di sospensione dell’applicazione delle nuove pene considerate “profondamente sbagliate”. Alcune di queste, secondo Amnesty, non dovrebbero nemmeno essere considerate reati, compresi i rapporti consensuali tra adulti dello stesso sesso. Sempre secondo Amnesty, non solo sono norme crudeli, disumane e degradanti, queste infatti limitano i diritti alla libertà di espressione, religione e opinione e sostanzialmente codificano la discriminazione contro donne e ragazze.

Detto della posizione della nota organizzazione umanitaria, non sarà semplice far cambiare opinione al sovrano. La posizione intransigente di Bolkiah, trovano conferma su quanto riportato dal sito del governo. «Non ci attendiamo che altri siano d’accordo con la nostra posizione – è scritto – l’importante è che il Paese venga rispettato per lo stesso modo in cui questo rispetta le norme».

L’omosessualità era già un reato in Brunei, punibile con pene fino a dieci anni di carcere. Le nuove misure fanno parte di un processo avviato cinque anni fa per una progressiva introduzione della Sharia nel piccolo paese asiatico. Il nuovo codice sarà applicato a tutti i musulmani che abbiano raggiunto la pubertà (alcune misure coinvolgono anche i non musulmani). Reati come lo stupro, l’adulterio, la sodomia, la blasfemia e la rapina, ora avranno come massima pena la condanna a morte. I rapporti lesbici verranno, invece, puniti con un massimo di 40 frustate e dieci anni di carcere. Per il furto è prevista l’amputazione degli arti.

Alimenti biologici, i più sicuri

Confronto fra report USA e italiano

Ripreso da un quotidiano, uno studio spiega che la situazione negli Stati Uniti è da monitorare costantemente. Meglio in Italia, dove i campioni analizzati indicano che il nostro Paese è sulla strada giusta. Cifre e percentuali, i frutti sottoposti a sollecitazioni e cavie che “rispondono” con alterazioni metaboliche.

Un resoconto medico pubblicato di recente, condotto per gli Stati Uniti da un pool di studiosi, riguardo la presenza di residui di pesticidi in frutta e verdura, e simile al report pubblicato come ogni anno da Legambiente (Pesticidi nel Piatto), si presta a confronti fra la situazione italiana e quella statunitense.

L’inchiesta condotta negli Stati Uniti (ripresa dal “ilfattoquotidiano”), ha lo scopo di stilare, da un lato l’elenco dei vegetali più contaminati (lo studio Ewg raccomanda l’acquisto di “biologici”), dall’altro la lista dei quindici cibi (frutta e verdura) con meno residui. Fra i peggiori dodici si trovano alimenti di largo consumo. Fra questi: fragole, spinaci, mele, uva, pesche, ciliegie, pere, pomodori, patate; fra i quindici meno contaminati: piselli surgelati, cipolle, melanzane, asparagi, kiwi, cavoli.

In totale nell’indagine eseguita negli States solo il 30% dei campioni di frutta e verdura analizzati risulta senza residui. Situazione migliore in Italia: su 9.939 campioni analizzati (non solo vegetali) la percentuale senza residui è esattamente il doppio: 61%.

Volendo limitare il confronto a frutta e verdura, in Italia la verdura è senza residui nel 64% dei casi e la frutta nel 36%. Degno di nota il fatto che, su 134 campioni da agricoltura biologica, uno solo (pera) è risultato contaminato da fluopicolide, a conferma che gli alimenti biologici sono indubbiamente più sicuri. Di particolare rilievo il multiresiduo, presente nella maggior parte dei campioni Usa, con un record nei cavoli verdi in quanto presente in oltre il 90%; in Italia il multiresiduo si riscontra nel 40% della frutta e nel 15% delle verdure.

Problema del multiresiduo. Già in passato erano stati riportati i dati di uno studio che aveva valutato su cavie l’azione di un cocktail di sei pesticidi (compreso clorpirifos), ciascuno “nei limiti di legge”. Le cavie, che avevano ricevuto piccole, quotidiane dosi di pesticidi avevano presentato profonde alterazioni metaboliche, in particolare steatosi epatica, tendenza all’obesità, intolleranza al glucosio con effetto diabetogeno, alterazione del microbiota intestinale, con effetti più marcati nei maschi.

Uno studio recente, invece, ha dimostrato come l’esposizione cronica anche al solo clorpirifos (noto per compromettere il neurosviluppo) danneggi gravemente anche il microbiota, comportando alterazione della barriera intestinale, aumento del passaggio di lipopolisaccaridi nel corpo con conseguente infiammazione cronica, aumento del rischio di insulino-resistenza, diabete e obesità.

Vera epidemia a livello globale è diventata l’obesità. Con una incidenza del 10,7% in Cina, nel 12,8% in Unione europea e del 30,4% in Usa. Gli autori dello studio concludono che l’uso diffuso di pesticidi può contribuire all’epidemia mondiale di obesità, con effetti addirittura superiori a quelli genetici e a quelli di una dieta ricca di grassi. Ai rischi da pesticidi si aggiungono ovviamente quelli per l’esposizione a tutti gli altri inquinanti con cui veniamo in contatto in quanto presenti nell’aria, nel vestiario, negli oggetti di uso comune e fra cui destano particolare preoccupazione gli “interferenti endocrini” cui appartengono anche molti pesticidi.

Risultati recentemente pubblicati e provenienti dal grande progetto europeo Heal (Health Environment Alliance), hanno confermato come in particolare l’esposizione prenatale a tali agenti sia correlata a eventi avversi specie sullo sviluppo sessuale, neurologico, sul metabolismo e sulla crescita. Denunciata inoltre con particolare vigore dai ricercatori l’assoluta inadeguatezza dell’attuale legislazione nel valutare e proteggere la salute umana dagli interferenti endocrini, perché ad esempio sostanze diverse ricadono sotto normative diverse, si valuta l’azione del singolo inquinante e non l’azione sinergica, si trascura l’azione sugli organismi in accrescimento.

Si conferma ancora una volta la scelta vincente il cominciare a proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita, privilegiando un’alimentazione biologica in gravidanza.

Italia-Cina, firmata l’intesa

Accordo economico di 2,5 miliardi

«Rappresenta un potenziale di 20 miliardi di euro», ha dichiarato Luigi Di Maio, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro. «Italia e Cina devono impostare relazioni più efficaci e consolidare rapporti già molto buoni», secondo il premier del governo italiano, Giuseppe Conte.  

Si è svolta l’attesa e, per certi versi, discussa visita in Italia del presidente cinese  Xi Jinping. Discussa per aver provocato in qualche modo allarme per Stati Uniti e Unione europea per l’accordo economico siglato dal governo italiano con quello cinese (l’Italia è il primo Paese del G7 ad aver aderito). Il Boeing di Air China, atterrato all’aeroporto di Fiumicino, dopo gli incontri istituzionali (fra gli impegni, quello con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella), è ripartito per Palermo. Dopo l’Italia, Xi Jinping visiterà Principato di Monaco e Parigi.

A Roma erano scattate le misure di sicurezza eccezionali per garantire spostamenti nel centro storico del capo dello Stato ospite e della delegazione al seguito, composta da circa 500 persone. Con il presidente cinese sono arrivati, oltre agli uomini della sicurezza personale, 120 giornalisti e 300 fra dirigenti di aziende,  musei e funzionari ministeriali.

L’incontro fra Mattarella e Xi Jinping è stato incentrato fra economia e politica. Fra i temi affrontati durante la “due giorni” del presidente cinese, particolare attenzione è stata rivolta agli accordi bilaterali e alle prospettive di sviluppo sul turismo tra Italia e Cina. Come riportato dall’agenzia Ansa, l’evento si è tenuto nel pomeriggio di venerdì all’Hassler hotel. Presenti a questo primo incontro: il Ceo di Adr Ugo de Carolis, Serafino Lo Piano, il responsabile vendite Long-Haul Trenitalia, Michele Pignatti Morano, Responsabile Musei Ferrari Maria Carmela Colaiacovo, vice-presidente Confindustria Alberghi, Damiano De Marchi, Ricercatore Senior Ciset- Centro Internazionale di Studi sull’Economia Turistica e Jane Jie Sun.

I governi di Italia e Cina hanno firmato a Villa Madama, una serie di accordi per rafforzare la cooperazione commerciale e culturale fra i due Paesi (ventinove le intese: 19 istituzionali e 10 commerciali). All’interno dell’accordo siglato, la collaborazione nell’ambito della Via della Seta Economica e dell’Iniziativa per una Via della Seta marittima del Ventunesimo secolo tra il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio e il presidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (Ndrc) He Lifeng. Secondo il premier del governo italiano, Giuseppe Conte, «Italia e Cina devono impostare relazioni più efficaci e costruire meglio rapporti che sono già molto buoni». A firmare le intese principali, per la parte italiana, è stato il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. Dall’altra parte del tavolo, il presidente della National Development and Reform Commission, He Lifeng. «Solo gli accordi firmati equivalgono a qualcosa come 2,5 miliardi di euro; accordi, questi, che hanno un potenziale di 20 miliardi di euro», ha dichiarato il rappresentante del governo nella duplice veste di vicepremier e, appunto, di ministro dello Sviluppo economico. Tema centrale dell’accordo, la Via della Seta di Pechino (l’Italia è il primo Paese del G7 ad aderire).

Di Maio ha poi firmato con il ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi un protocollo d’intesa per la promozione della collaborazione tra startup innovative e tecnologiche tra il ministero dello Sviluppo economico e il ministero della Scienza e Tecnologia cinese. Il vicepremier italiano ha inoltre sottoscritto con il ministro del Commercio Zhong Shan un memorandum d’intesa sulla cooperazione nel settore del commercio elettronico.