Un altro Oscar…

Checco Zalone condivide “La vacinada” con la star Helen Mirren

E’ il nuovo tormentone dell’estate. L’attrice che vinse la statuetta per lo straordinario “The Queen” e che ama la Puglia, si presta nel lanciare un messaggio: vaccinatevi. Mostra il braccio, mentre l’attore-regista fa un po’ lo Julio Iglesias dei giorni nostri. La nostra regione si pone in pole per la nuova stagione per accogliere turisti da tutto il mondo.

 

Un Oscar per la Puglia. Helen Mirren , salentina di adozione, vincitrice della prestigiosa statuetta per la magistrale interpretazione di “The Queen”, presta il suo volto e il suo proverbiale sorriso per l’ultima invenzione di Checco Zalone, all’anagrafe Luca Medici.

L’attore e regista barese, infatti, ha appena pubblicato una canzone che si candida a diventare tormentone dell’estate: “La Vacinada”. E’, infatti, questo il titolo della sua ultima, inattesa scommessa. Un brano pensato, creato e realizzato in un batter d’occhio, senza un annunci, comunicati ufficiale. E’ comunque un progetto ben articolato, confezionato in modo impeccabile, nonostante la cifra più comica che brillante contenuta dal testo. Il video, appena pubblicato, è diventato virale. Ci hanno pensato i social, a cominciare da Facebook, con Checco Zalone nelle vesti di un improbabile Oscar Francisco Zalon, uomo d’arte che, a bordo di una cabriolet, viaggia fra le strade del Salento imbattendosi in una «ospite» d’eccezione: Helen Mirren, appunto, che come è noto ha adottato la Puglia come fosse la sua seconda casa.

Ed è proprio la Mirren la “vacinada” del titolo, un altro messaggio che l’attore e regista lancia dopo quello del film “Tolo Tolo”, per sensibilizzare gli italiani su un altro tema delicato: la vaccinazione contro il covid 19. «L’immunidad de gregge ancor no è arivada, ma menomal que estàs la vacinada», scrive e canta ne “La Vacinada”, Checco. Un ritmo latino, da bachata, con il quale del quale è protagonista l’attrice-Oscar, che parla italiano e mostra, fiera, un braccio per mostrare l’importanza della vaccinazione per la sicurezza di tutti.

 

«ADORO LA PUGLIA!»

Video caldo, divertente, con un Zalone in gran spolvero e la Mirren, divertita, e straordinaria, come deve esserlo una grande artista che ha accettato una sfida con il sorriso sulle labbra. Non è la prima volta che l’attrice britannica, che vanta non solo un Oscar, ma anche tre Golden Globe, quattro Bafta, cinque Screen Actors Guild Awards, quattro Emmy Awards, un Tony Award e chi più ne ha più ne metta, mostri affetto per l’attore-regista, ma anche per la nostra regione. «Come si fa a non amare l’Italia? Vorrei lavorare in qualsiasi film ambientato in Puglia», dice la grande attrice. «Adoro Checco Zalone, ho una casa in Salento e da queste parti faccio una vita normale: partecipo alle feste di paese, vado a fare la spesa e mi dedico al giardinaggio», si era lasciata sfuggire la Mirren durante l’ultima edizione del Festival di Berlino. Una dichiarazione d’amore che, evidentemente, che l’attore-regista pugliese non si è lasciato sfuggire. Detto, fatto. L’idea che diventa una canzone scacciapensieri e un ritornello che ci accompagnerà per l’intera estate, con l’espressione divertita di un volto noto in tutto il mondo, quello della Dama di Commedia dell’Ordine dell’Impero britannico. Pertanto, vola la canzone di Checco, ma anche l’intera Puglia che di questi tempi invoca una spinta promozionale per attestarsi daccapo come l’angolo più bello e accogliente dell’intero pianeta.

Nel testo della canzone, davvero spassoso, Checco Zalone chiama la Mirren «regina», evidentemente in ossequio alle tante volte che l’attrice ha indossato la corona sul grande schermo. Il cantattore si propone a lei, sfacciatamente, come il suo “nuovo” Oscar, considerando che nel video interpreta un turista che parla la lingua neolatina, quasi fosse un po’ Julio Iglesias, un po’ Tonino  Carotone.

Un tetto a papà e mamma

“Joy’s Home”, l’ultima idea dell’associazione Mister Sorriso

I volontari hanno lanciato un altro progetto. In accordo con “bed and breakfast” nelle vicinanze del SS. Annunziata, ospitano i genitori dei piccoli ricoverati nel reparto di oncoematologia “Nadia Toffa”. Ma i volontari del sorriso non si fermano qui, hanno attivato un “parco della gioia” e sensibilizzato 

 

Da anni impegnata nel volontariato, l’associazione Mister Sorriso – Volontari della gioia. Ha organizzato di tutto. Gli associati li trovi ovunque, indossano un camice e un naso rosso, ispirandosi alla figura del medico dei medici, Patch Adams. E soprattutto provano a strappare un sorriso ai piccoli ricoverati nel reparto di Oncoematologia.

Non si fermano un attimo, per loro il volontariato è una missione quotidiana. Si spendono ogni giorno, si attivano e studiano come possano dare serenità ai bambini ricoverati a Taranto e speranza ai loro genitori.

L’ultima idea messa in cantiere da Claudio Papa e i suoi amici in questa straordinaria avventura di volontariato è quella di mettere a disposizione delle famiglie costrette a spostarsi un tetto. Dare ai genitori una casa che permetta loro di affrontare con serenità il percorso ospedaliero dei propri figli senza doversi fare carico di spese alla lunga insostenibile.

 

OSPITARE I GENITORI DEI PICCOLI

L’ultimo progetto di Mister Sorriso in ordine di tempo, è lo “Joy’s Home”. Non una casa, ma una serie di appartamenti e camere messi a disposizione da vari B&B tarantini nelle vicinanze dell’ospedale Santissima Annunziata. Appartamenti utili a ospitare gratuitamente le famiglie provenienti da fuori Taranto che seguono i loro piccoli in cura nel reparto di oncoematologia pediatrica “Nadia Toffa”.

Questi “volontari della gioia”, si diceva, da anni sono impegnati nel sostenere  quanti affrontano le cure e le terapie dei bambini malati oncologici. È la stessa associazione tarantina a farsi carico delle spese grazie a propri fondi e a una convenzione con le strutture. Lo scopo è alleviare le difficoltà nel trovare e intervenire nelle spese di un alloggio che permetta al nucleo familiare di rimanere unito, durante i ricoveri o le terapie dei bambini, che spesso durano diversi giorni.

I Volontari della Gioia di Mister Sorriso con il loro naso rosso, si armano di coraggio, impegno, dedizione e soprattutto tanto Amore. Il loro impegno è quello di operare in un contesto spesso triste e sicuramente monotono come quello dei reparti di un ospedale. Il loro tocco di colore serve delicatamente a rimuovere, anche solo per pochi istanti, il buio e la paura che traspare dagli occhi e dal cuore di chi si trova in situazione di sofferenza.

 

NON SOLO “JOY’S HOME”

“Joy’s Home” è solo l’ultimo dei progetti di Mister Sorriso. Prima di questo impegno, i volontari hanno realizzato “Il Parco della Gioia”, primo parco inclusivo, realizzato a Taranto (zona Pezzavilla, Lama) per i bambini diversamente abili e normodotati. Un progetto di inclusione sociale pensato per i bambini di tutte le età e senza distinzione di abilità fisica e mentale. I piccoli, dicono gli associati di Mister Sorriso, devono giocare insieme: su strutture innovative, con pannelli sensoriali, giochi di colori e percorsi tattili e sui quali va stampato il loro più bel sorriso di gioia.

Il progetto, inoltre, si rivolge anche ai genitori dei bambini che lo fruiscono e che hanno voglia di  incontrarsi mettendo in secondo piano la differenza. Altro progetto, “l’orAmica”. Campagna di sensibilizzazione delle attività commerciali e venire incontro alle persone autistiche e alle loro famiglie. I commercianti vengono sensibilizzati sulle difficoltà che incontrano queste persone quando si recano in questi luoghi per fare shopping, trasformando un’esperienza tranquilla in qualcosa talvolta di complicato da gestire.

L’invito di Mister Sorriso, in definitiva, è quello di migliorare la vita di chi è affetto da autismo e di chi è accanto a loro, cercando il più possibile di adeguare gli spazi commerciali alle loro esigenze.

«Lascio cinque milioni ai poveri»

«Non riesco a perdonare le angherie inflitte dai parenti a me e a mio marito», ha scritto nel suo testamento. Non è il primo caso, a Genova. Non più di due mesi fa, una nobildonna, aveva lasciato in beneficenza venticinque milioni di euro.

Un’anziana dentista genovese in pensione, scomparsa nei giorni scorsi a novantuno anni, ha lasciato quasi cinque milioni di euro in beneficenza. Due milioni e mezzo alla Lega del Filo d’oro, associazione promossa in tv, radio e sulla stampa a titolo gratuito da Renzo Arbore,  un milione e mezzo a bisognosi e disagiati genovesi che hanno l’assistenza delle suore della congrega «Piccole sorelle dei poveri» e una casa sulle Dolomiti all’Associazione italiana per la ricerca sul cancro.

La notizia è stata riportata dai quotidiani locali del capoluogo ligure e ripresa dagli organi di informazione nazionale. Letta o appresa così, di getto, permetteteci di dire che ha del sensazionale. Specie di questi tempi, annacquati da qualsiasi colore o iniziativa scaturisca la pandemia, dalle zone ai vaccini: unica cosa che da un anno a questa parte induce alla  drammatica riflessione sono le vittime e  i contagi.

E’, dunque, una notizia confortante. Qualcuno direbbe “C’è vita su Marte”, lasciando sottintendere che esiste ancora una speranza nei cuori della gente. E il testamento della novantunenne professionista, lascia ben sperare. Un po’ meno i parenti prossimi che un segnale, anche debole, dall’anziana congiunta se lo aspettavano. E invece no, puniti: evidentemente hanno di che farsi perdonare. Tempo per espiare le proprie colpe, presumiamo, nel lasciare al proprio destino la donna, ce ne sarà. Insomma, lunga vita a nipoti e pronipoti, ma senza lascito.

COME UN FILM DI NAZZARI…

Unica azione svolta dai parenti lo scorso anno, quasi fosse uno di quei film Anni Quaranta con Amedeo Nazzari, dove buoni e cattivi erano tratteggiati a tinte bianche e nere, ma sostanzialmente percepibili dal un pubblico nazionalpopolare: metterla sotto tutela. Ci avevano provato i parenti del cognato, che forse seguivano a distanza lo stato di salute dell’anziana donna, che invece è stata lucida fino all’ultimo respiro. 

«Confesso – riportano le sue ultime volontà – che non riesco a perdonare le angherie che i parenti di mio cognato hanno inflitto a me e a mio marito e spero che il Buon Dio, cui chiedo sin d’ora perdono, non vorrà castigarmi per questo». Lo ha scritto di suo pugno l’anziana professionista nel testamento redatto dal notaio e affidato, per l’esecuzione, ad un avvocato. Ricordata, nelle note testamentali, anche l’assistente di una vita, ormai scomparsa. Al marito della donna è andata, infatti, una casa a Prato Nevoso. Mentre ventimila euro ciascuno sono stati destinati alla donna di servizio e all’amministratore che si occupava della gestione degli immobili di famiglia.

GENOVESI GENEROSI, ALTROCHE’

Dicono che i genovesi abbiano il braccino corto. Si tratta di antiche dicerie, puntualmente sconfessate dalla solidarietà dei Cittadini della Lanterna, e non solo in occasione della ricostruzione del Ponte Morandi e da fatti di cronaca degli ultimi decenni. L’eredità lasciata in beneficenza dalla donna pare non sia un fatto isolato. Nel febbraio scorso, infatti, sempre a Genova, aveva fatto sensazione il lascito di una riservatissima ex professoressa di italiano di origini nobiliari. Anche lei scomparsa a una veneranda età (novantasei anni). La donna, infatti, ha lasciato venticinque milioni di euro in beneficenza a diverse associazioni.

Ritrovata la Città d’oro

Rinvenuta a Luxor, in Egitto

Il più grande insediamento urbano rinvenuto nell’antica Tebe è la maggiore scoperta archeologica dopo tomba di Tutankhamon. Esultano gli studiosi, lo stesso il Ministero impegnato nel rilancio del turismo. Sembrerebbe uno degli episodi di una serie cinematografica: non è fantasia, bensì una straordinaria realtà.

 

Ritrovata a Luxor, l’antica Tebe, la Città d’oro perduta nel tempo. Secondo gli studiosi, sarebbe il più grande insediamento urbano in Egitto, una delle maggiori scoperte archeologiche, seconda si dice solo alla tomba di Tutankhamon, che è quanto dire. Sembrerebbe una di quelle storie cucite addosso a uno dei personaggi più amati del cinema (e dei fumetti), Indiana Jones. Stavolta la realtà ha superato la fantasia, nessun inseguimento: la Città d’oro perduta – così è stata subito ribattezzata la scoperta – è emersa dal sottosuolo, grazie al lavoro di studiosi e gregari che hanno avuto la certosina pazienza di proseguire nelle ricerche senza mai fermarsi davanti al primo manufatto rinvenuto.

A Luxor, a poca distanza dalla Valle dei Re,  Zahi Hawass, fanoso egittologo, ha annunciato la scoperta del più grande insediamento antico mai scoperto nel Paese dei Faraoni. In un incontro con gli organi di informazione sono stati diffusi i primi importanti elementi. Sarebbe la città di Aton, risalirebbe a circa  tremila anni fa. Aton sarebbe rimasta per millenni nascosta sotto la sabbia del deserto egiziano e che oggi il team di archeologi ha riportato alla luce.

 

LA PAROLA AGLI ESPERTI

Secondo gli esperti tra le più importanti scoperte della storia dopo quella che svelò al mondo la tomba di Tutankhamon. Il team di archeologia ha rivelato che la missione egiziana guidata dal dottor Zahi Hawass ha trovato la città perduta sotto la sabbia. Sempre secondo gli studiosi, la città risalirebbe al regno di Amenhotep III e continuò a essere abitata da Tutankhamon e Ay.

Betsy Bryan, professore di arte e archeologia egizia alla Johns Hopkins University, sostiene che il ritrovamento sarebbe la seconda scoperta archeologica più importante dalla tomba di Tutankhamon. Con un attento lavoro sono stati già portati alla luce anelli, vasi di ceramica colorata, amuleti dello scarabeo e mattoni di fango recanti i sigilli di Amenhotep III.

Erano state molte le missioni straniere secondo Hawass, ex ministro delle Antichità, ad avere cercato questa città con risultati mai incoraggianti. Il team aveva iniziato gli scavi nel settembre dello scorso anno, tra i templi di Ramses III e Amenhotep III, vicino a Luxor, cinquecento chilometri a sud della capitale, Il Cairo.

Il ritrovamento di “Aten”, sulla sponda occidentale del Nilo, è rispetta le linee-guida di una politica di rilancio del turismo egiziano attualmente in ribasso. Il rilancio, dunque, riparte attraverso l’archeologia, con l’insediamento in questione presentato in maniera evocativa con il nome di “Città d’oro perduta”, nonostante al momento non siano stati rinvenuti oggetti preziosi. Gli studiosi non si danno per vinti, anzi asseriscono che nuovi scavi potrebbero dare alla luce tombe mai ritrovate e depredate, dunque  piene di tesori.

 

MISTERI PRESTO RISOLTI

La fondazione della città risale al regno del grande faraone Amenhotep III, uno dei ventidue regnanti egizi (tra questi, quattro regine) le cui mummie sono state trasferite nella capitale egiziana con uno spettacolare trasferimento dallo storico Museo di piazza Tahrir a quello della Civilizzazione egiziana appena inaugurato.

“Il Sorgere di Aten”, questo il nome completo dell’insediamento, secondo quanto comunicato dal ministero delle Antichità egiziano, come si diceva, sarebbe “la più grande città mai trovata in Egitto”: Amenhotep III, nono re della XVIII dinastia, regnò dal 1391 al 1353, e la città fu attiva durante la reggenza condivisa con suo figlio, il famoso Amenhotep IV/Akhenaton.

Lo studio della “Città perduta” aiuterà a fare luce su uno dei più grandi misteri della storia. Sul perché Akhenaten e Nefertiti decisero di spostarsi da Luxor (l’antica Tebe) ad Amarna. Oltre a questo mistero, il dicastero ne segnala altri due nei quali si sono imbattuti gli archeologi guidati da Hawass: la sepoltura di una persona trovata con i resti di una corda legata alle ginocchia, in un luogo e posizione non del tutto chiara, e quella di una mucca (o di un toro) in una delle stanze di uno degli edifici. In corso studi per saperne di più su questi due misteri.

Ultime curiosità. Alla datazione dell’insediamento si è risaliti attraverso geroglifici su tappi di ceramica di contenitori di vino, ma anche mattoni con il cartiglio di Amenhotep. Iniziati solo nello scorso settembre, gli scavi di Aten hanno riportato alla luce una città rimasta sepolta per tre millenni sotto la sabbia. Sempre secondo gli studiosi, l’intero insediamento sarebbe in buone condizioni di conservazione: muri quasi completi e stanze piene di strumenti di vita quotidiana. Un muro a serpentina con un solo punto di accesso testimonia di un sistema di sicurezza in un distretto amministrativo e residenziale con ambienti più grandi e ben strutturati, ancora in parte sotto terra.

«Signore, liberaci dal Male»

L’arcivescovo di Taranto in preghiera davanti alla statua di Gesù Morto

«Non conta chi siamo, ma chi è davanti al nostro sguardo», ha detto monsignor Filippo Santoro nella chiesa del Carmine a Taranto alludendo a virus e pandemia. La cerimonia del Giovedì santo si era aperta con il suono della troccola che scandisce le processioni della Settimana Santa tarantina annullate per il secondo anno consecutivo. «Sconfitti con le braccia tese, carichi di paure e confusione: la prova può rivelare il volto buono di Dio che non ci abbandona», ha aggiunto Sua Eccellenza.

«Signore, salvaci dal male del virus e da tutti gli altri mali: sconfitti, le braccia tese, pieni di paure e confusione; guardando il Cristo non conta tanto chi siamo, ma chi è davanti al nostro sguardo». L’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, pronuncia parole importanti durante la preghiera dinanzi alla statua di Cristo Morto nella Chiesa del Carmine. Parole pronunciate dopo l’apertura del portone della Parrocchia, sede della Confraternita del Carmine, prima della visita dei fedeli. Parole che toccano il cuore non solo dei fedeli, ma di quanti invocano il Cielo perché tutto torni com’era poco più di un anno fa, quando nessuno aveva il sospetto che il coronavirus si sarebbe abbattuto sul mondo intero come una delle più gravi sciagure degli ultimi cento anni.

La cerimonia si era aperta con il suono della troccola, lo strumento che scandisce l’andatura delle processioni della Settimana Santa tarantina, annullate per il secondo anno consecutivo a causa dell’emergenza sanitaria provocata dal virus. Anche in occasione della preghiera dinanzi alla statua dell’Addolorata, nella chiesa di San Domenico, l’arcivescovo aveva invocato una intercessione per la fine della pandemia.

 

«DISPERDIAMO OGNI PAURA»

«Giungiamo sconfitti – ha detto l’arcivescovo – con le braccia tese e carichi di paure e confusione: guardando il Cristo non conta tanto chi siamo, chi crediamo di essere, ora conta chi è davanti al nostro sguardo. Siamo di fronte al Figlio di Dio. La certezza di essere salvati da Lui, ci fa prendere consapevolezza della realtà, anche la più difficile e al contempo ci allarga un orizzonte che fa disperdere ogni paura, rendendo relativa ogni angustia». «La prova – ha aggiunto monsignor Filippo Santoro – può rivelare il volto buono di Dio che non abbandona; davanti al sepolcro di Gesù uniamoci in preghiera dinanzi a Dio».

Annunciare la salvezza, diffondere la speranza, l’auspicio dell’arcivescovo di Taranto, che già nel messaggio della diocesi per la Quaresima aveva apprezzato la grande dimostrazione di solidarietà dei tarantini verso quanti si sono ritrovati in situazioni di grave necessità nel lockdown. E, con queste, le sofferenze di quanti sono stati colpiti dal temibile Covid-19.

 

«NON DIMENTICHIAMO I POVERI»

«Nell’incertezza e nello smarrimento di una situazione sconosciuta – aveva scritto Sua Eccellenza – nella nostra diocesi è brillato un faro che difficilmente dimenticherò: la corsa alle opere buone per le famiglie in difficoltà; parrocchie, associazioni, privati, sono stati sospinti dal desiderio e dalla necessità di fare del bene ai poveri e i poveri da noi sono davvero tanti: è una fraternità che non deve essere episodica ma vissuta nei sentieri della condivisione e della presa in carico di tante fragilità».

Circa la pandemia in corso, l’arcivescovo aveva rilevato che la strada per uscire dall’emergenza sanitaria è tracciata, ma ancora lunga. Occorre dare prova di grande responsabilità e attenzione, sebbene tanti siano stati toccati anche in maniera grave dal virus, ancora c’è chi nega la gravità della situazione. L’auspicio è che  il vaccino arrivi presto e per tutti, che le categorie a rischio vengano messe presto al riparo dal pericolo e che sia motivo per beneficiare di un diritto uguale per tutti.

«La Chiesa – le parole dell’arcivescovo – deve attrezzare la sua locanda proprio nel bel mezzo del tragitto di questa pandemia, per permettere l’incontro sulla strada di Gesù, Buon Samaritano, a coloro che incappano nei molti briganti di questa stagione: malattia, povertà, emergenza lavorativa, solitudine, smarrimento, cattiveria, depressione…».

…Ma l’estate in Puglia

Pasqua alle Canarie, gli italiani hanno scelto

In questi giorni, vacanze nell’arcipelago spagnolo, però fra tre mesi sarà la nostra regione il massimo attrattore turistico. Bene anche Sicilia e Sardegna. C’è la “green card”, il lasciapassare che scagiona dal Covid. Prudenza e fiducia. Garavaglia, ministro del Turismo: «Da aprile in poi iniziamo ad aprire tutto». Draghi, capo del Governo: «Sono d’accordo: se potessi, in vacanza ci andrei volentieri».

Se il principale attrattore a Pasqua risulterà il viaggio alle Canarie, per l’estate preparatevi a trascorrere nella massima tranquillità in Puglia, Sicilia o Sardegna. Volendo fare il classico capello in quattro, non ce ne vogliano, altre penisole o regioni al Sud che esercitano lo stesso grande fascino, la Puglia è l’unica “non isola” che gli studiosi e agenti di viaggio sente di consigliare per i mesi più caldi.

Dunque, in questi giorni tutti alle Canarie, salvo poi programmare  l’estate in Puglia, Sicilia e Sardegna. Queste, infatti, sono le ultime tendenze di chi sta prenotando i viaggi. «Le prenotazioni per l’estate “da” e “verso” l’Italia finalmente cominciano ad esserci – dice Gianni Rebecchi, presidente nazionale di Assoviaggi-Confesercenti, Associazione italiana agenzie di viaggi e turismo – e le richieste sono prevalentemente per le nostre destinazioni estive Puglia, Sicilia e Sardegna».

Ruolo fondamentale in questa scelta, naturalmente lo giocano i vaccini. «Dovesse andare avanti, come auspichiamo, la campagna di vaccinazione  – riprende Rebecchi  – probabilmente si accelera anche un percorso di tipo psicologico per le persone che cominciano a guardare le potenziali mete per  l’estate». «Il ministero dell’Interno – prosegue il presidente nazionale di Assoviaggi-Confesercenti – si è anche espresso favorevolmente rispetto al fatto che ci si possa muovere e raggiungere l’aeroporto quando si ha motivo giustificato; fino al penultimo Dpcm non era chiaro se chi abita in “regione rossa” per turismo potesse recarsi verso l’aeroporto dal quale avrebbe poi il volo che lo conduce alla destinazione desiderata».

 

“LIBERA USCITA”

Questo, infatti, rappresentava l’elemento che scoraggiava un po’ tutti: l’impossibilità di uscire dal proprio comune di residenza. Ora, invece, si fa il tampone prima di partire dall’Italia e, poi, prima di tornare dimostrando così di non avere il Covid. Per questo motivo è, pertanto, importante che il “green pass” sia pienamente operativo perché se per una malaugurata sorte perdessimo anche questa estate dal punto di vista turistico, sarebbe una sconfitta il libero scambio con protocolli comuni, sanitari e sicuri».

Molte persone, si diceva, hanno deciso di passare le imminenti festività alle Canarie. «Per Pasqua cominciano le prenotazioni per le isole Canarie con i primi voli Covid free – conclude Rebecchi – e auspichiamo che questo modello venga applicato anche per le città europee ed extraeuropee: nell’ambito del protocollo di sicurezza cominciano i primi voli anche all’estero, comunque all’interno della Comunità europea; tutto procede nel senso da più parti incoraggiato perché la Commissione europea si attivi per poter dare vita al “green pass digitale”, il certificato in formato digitale o cartaceo, che consentirà ai cittadini europei di tornare a viaggiare quest’estate fornendo la prova di essersi sottoposti alla vaccinazione, oppure di essere risultati negativi a un test o di essere guariti dal Covid-19». Poi, in estate, finalmente toccherà anche al resto d’Italia e, in particolare, al Sud. Puglia superstar, come sempre, da tre anni indicata dalla stampa internazionale come la regione più bella del mondo. Con lei, altre mete, Sardegna e Sicilia.

 

MASSIMA PRUDENZA

Prepariamoci, dunque, ad un’estate non più “rossa”, bensì tendente al “giallo”. «Sostanzialmente senza tanti problemi: non ci sono motivi che autorizzino a pensare a un’estate diversa dalla scorsa, anche se ci sono margini che lasciano ben sperare». Lo ha assicurato in una sua dichiarazione Massimo Garavaglia, ministro del Turismo. E non solo. «Con la massima sicurezza – aggiunge il rappresentante del Governo – da aprile in poi iniziamo ad aprire tutto».

Il premier Mario Draghi, prudente, si lascia però andare ad una battuta. «Sono d’accordo – dice il premier – se potessi andare in vacanza ci andrei volentieri». Questo perché i dati, al momento, non autorizzerebbero a previsioni certe, nonostante il sacrificio pasquale con il “tutti dentro” (casa). Quanto al prossimo mese, l’orientamento è per la prudenza, unico sistema che possa autorizzare a pensare ad un’estate possibilmente non come quella dello scorso anno.

Italia, sorridi di più

Impariamo dalla Finlandia, il Paese più felice al mondo

Una ricerca indica il nostro Paese al venticinquesimo posto. Meglio dello scorso anno (ventottesimo). Determinante la fiducia della popolazione nei confronti della propria comunità. Vivere a lungo è ugualmente importante che vivere bene. La serenità non dipende dalla busta paga.

Prima la Finlandia, Italia venticinquesima. E possiamo ritenerci soddisfatti perché, in realtà, il nostro Paese risale di tre posizioni.

Anche con la lunga stagione della pandemia, vale tutto. Anche i sondaggi. Su qualsiasi cosa, perché le proiezioni sulle quali lavorano i ricercatori possano di colpo tornare utili per una ripresa indispensabile e auspicata da chiunque.

Dunque, con la pandemia in corso, dallo studio su quale fosse il Paese più felice al mondo, è scaturito un verdetto che non ci coglie impreparati, conoscendo potenzialità e non solo dei Paesi scandinavi. E’, infatti, la Finlandia il Paese più felice al mondo.

L’Italia risale tre posizioni, dal ventottesimo al venticinquesimo posto nel report realizzato da “World Happiness”, la ricerca che annualmente stila la classifica dei Paesi più felici al mondo. Un’impresa per lo studio di ricerca, trovandosi quest’anno ad affrontare una sfida unica: analizzare, cioè, gli effetti della pandemia sul benessere soggettivo delle persone e renderli pubblici alla vigilia della Giornata internazionale della felicità in programma sabato 20 marzo.

Il posizionamento alto, come negli anni precedenti, dipende principalmente dalla fiducia della popolazione nei confronti della propria comunità, elemento che in questo momento di pandemia ha contribuito a proteggere il benessere delle persone. La Finlandia, dunque, si è confermata in testa alla classifica, mentre l’Italia ha guadagnato tre posizioni rispetto al recente passato.

 

ITALIA, NONOSTANTE IL COVID…

Forse in termini statistici la differenza è minima, ma questa diventa interessante se si considera che l’Italia è stato uno dei Paesi con una delle più elevate incidenze di vittime per Covid. Un dato ricavato in relazione al numero di abitanti, insieme a Stati Uniti, Regno Unito, Belgio, Spagna e Repubblica Ceca, per menzionare alcuni fra i Paesi sottoposti ad esame, detto che il report è supportato da varie organizzazioni, tra le quali, in Italia, per il quinto anno la Fondazione Ernesto Illy e Illycaffè.

Secondo Jeffrey D. Sachs, presidente dell’ente che pubblica il report da nove anni, dovremmo trarre insegnamento dalla lezione che ci ha dato il Covid. La pandemia, infatti, richiama a una maggiore responsabilità da parte degli esseri umani, in quanto ci ricorda tutte le minacce ambientali il più delle volte provocate dall’uomo. Non solo responsabilità, ma anche una urgente necessità di collaborare nonostante le difficoltà per ottenere la collaborazione invocata in ogni singolo Paese e globalmente. Il “World Happiness Report 2021” ci ricorda, dunque, che dobbiamo lavorare per il benessere piuttosto che per la mera ricchezza, che sarà davvero precaria se non miglioriamo il nostro modo di gestire la sfida dello sviluppo sostenibile.

Sorpresi nel vedere che in media non c’è stato un declino nel benessere generale, misurato sulla base della valutazione soggettiva delle persone e delle proprie vite – è l’opinione degli analisti –  una possibile spiegazione è che la gente vede il Covid-19 come una minaccia comune ed esterna, che tocca chiunque e che ha generato un maggior senso di solidarietà ed empatia.

È stato un anno molto duro ma se consideriamo le risultanze scaturite dal report, i dati mostrano significativi segni di resilienza, come la volontà di connessione sociale e la valutazione delle proprie vite.

 

E IL TASSO DI MORTALITA’

Domanda: “Perché i tassi di mortalità sono così diversi nel mondo?”. Bene, il report ha cercato di rispondere a questa domanda, sicuramente fra quelle principali. Il dato registrato a proposito contagi e morti da coronavirus è, infatti, molto più alto in America e in Europa rispetto ad Asia, Australia e Africa.

Fattori determinanti includono: età della popolazione, essere un’isola o meno, la prossimità ad altre zone altamente infette. Alcune differenze culturali, inoltre, hanno ulteriormente contribuito a modificare il tasso: la fiducia nelle istituzioni pubbliche; la conoscenza maturata in epidemie precedenti; la disuguaglianza nel reddito; la presenza di una donna come capo del governo e persino la probabilità di ritrovare i beni smarriti, come un portafoglio.

L’esperienza dell’Asia dell’Est mostra, per esempio, dimostra che politiche stringenti non solo hanno controllato la pandemia in modo efficace, ma hanno anche contrastato l’impatto negativo dei bollettini giornalieri relativi alle infezioni sulla felicità delle persone.

La salute mentale è stata una delle grandi ricadute della pandemia, ma anche del conseguentelockdown. Quando la pandemia ha avuto inizio, c’è stato un significativo e immediato declino nei livelli di salute mentale in diversi Paesi. Le stime variano molto a seconda dei criteri di misurazione ai quali si è fatto ricorso, ma il dato qualitativo è simile. Nel Regno Unito, per esempio, a maggio 2020 il tasso generale di salute mentale è stato di 7.7% inferiore rispetto a quanto previsto se non ci fosse stata la pandemia. Il numero di problemi legati alla salute mentale è stato superiore del 47%.

 

VIVERE, POSSIBILMENTE BENE

Vivere a lungo è ugualmente importante che vivere bene. In termini di numero di anni di vita “felici” a persona, il mondo ha fatto grandi progressi negli ultimi decenni, tanto che persino il Covid-19 non è riuscito a cancellare del tutto. Visti i vari lockdown dell’ultimo anno e il distanziamento sociale, è facile immaginare come la pandemia abbia avuto un significativo effetto sul lavoro, limitando i contatti tra colleghi e causando un aumento del senso di solitudine e di isolamento soprattutto in chi già ne pativa gli effetti.

In conclusione, le indicazioni ricavate autorizzano a pensare a un futuro del lavoro “ibrido”, con un maggiore equilibrio tra attività in ufficio e in remoto, in modo da poter mantenere le relazioni sociali più agevolmente e assicurare una maggiore flessibilità per i lavoratori. Nelle ricerche precedenti, infatti, hanno commentato gli esperti, si è evidenziato come lavoratori soddisfatti sono del 13% più produttivi.

In pratica, questa ricerca ha dimostrato che la felicità non dipende dalla busta paga e che i rapporti sociali e il senso di identità sono fattori molto più importanti.

«Troppo inglese…»

Mario Draghi, rompe ogni indugio e compie uno scatto d’orgoglio italico

Durante una visita formale, compie una pausa. «Ma non staremo usando troppe parole straniere?». Pronuncia impeccabile, ma la battuta serve a fare squadra, a richiamare i connazionali ad «essere italiani», anche nelle piccole cose. Anche se incombono i social…

 Lockdown, hub, smart working, baby-sitting. «Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi…». Durante la visita all’hub vaccinale di Fiumicino, il presidente del Consiglio Mario Draghi prima di il punto sui piani per il futuro per la ripartenza del Paese tra vaccini, lockdown e aiuti alle imprese, compie una breve pausa. Non c’è di mezzo il protocollo, anche se trattasi di visita istituzionale, ma la breve interruzione è di quelle spontanee. Pochi secondi, non un romanzo, ma la riflessione del premier comincia a fare il giro del web. Di mezzo c’è anche la solita ripresa che circola su youtube. Come a dire che anche per il premier è arrivato il battesimo social.

Certo, web, Youtube, Facebook, Instagram, Tik tok e simili, ma di importazione, fanno ormai parte del nostro vissuto quotidiano, come fossero grandi marche di auto. Ci sono bolidi, fuoriserie straniere, ma la Ferrari – per restare nel paragone – è sempre la Ferrari. Le lingue che si parlano in mezza Europa non sono considerate neolatine a casaccio, allora che il premier si lasci andare a una riflessione così spontanea e, per questo, così vera, non guasta. E’ come mettere fuori l’orgoglio italiano. L’italiano lo abbiamo insegnato a tutto il mondo. Certo, non  abbiamo lavorato troppo sul nostro debole, l’essere esterofili, ma mai arrendersi. Non è un caso che parole latine come “media” e “summit”, vengano puntualmente sbolognate, dagli italiani in primis, con pronunce anglofone sottoforma di “mìdia” o “sàmmit”.

 

FACCIAMO GLI ITALIANI, PLEASE

Dunque, Draghi bene ha fatto a richiamare gli italiani “a fare gli italiani”. Il fuori programma di Fiumicino ha fatto sorridere i presenti tanto da diventare in men che non si dica virale anche sui social, facendo rimbalzare quel breve video sui profili Instagram, Facebook e Twitter, provocando migliaia di condivisioni e di commenti. Fino all’altro ieri, il presidente del Consiglio in pubblico aveva sempre mostrato il suo lato più serio. Insomma, nelle rarissime uscite pubbliche che si era concesso da quando è salito sulla poltrona più importante di Palazzo Chigi, Draghi aveva sempre assunto un profilo composto. Tanto che la sua strategia comunicativa sembra essere l’esatto opposto rispetto a quella del presidente del Consiglio che lo ha preceduto.

La visita nell’hub di Fiumicino è avvenuta nello stesso giorno in cui il Consiglio dei ministri ha firmato il nuovo Decreto legge sulle misure restrittive per l’Italia valide da lunedì 15 marzo a martedì 6 aprile, dunque Pasqua inclusa.

Mario Draghi ha affrontato la questione epidemica a tutto tondo, soffermandosi anche sul problema della scuola che, alle attuali condizioni, non può riaprire. Questo costringe gli studenti di ogni ordine e grado a studiare in didattica a distanza, un ostacolo per l’apprendimento ma anche per l’attività lavorativa dei genitori.

 

E IL PREMIER DIVENTO’ SOCIAL

Non solo orgoglio italico. Nel corso della conferenza stampa, Draghi ha affrontato temi delicati come la questione dei sussidi e dei sostegni alle imprese, ai lavoratori e ai professionisti. Il presidente del Consiglio ha assicurato che oltre alle misure di supporto economico, «per venire incontro alle esigenze delle famiglie, abbiamo deciso, già nel decreto legge, di garantire il diritto al lavoro agile per chi ha figli in didattica a distanza o in quarantena; per chi svolge attività che non consentono lo smart working, sarà riconosciuto l’accesso ai congedi parentali straordinari o al contributo baby-sitting».

Breve inciso. La pronuncia di Draghi è impeccabile, come il suo illustrare i programmi a breve scadenza del Governo. Scorre tutto liscio, fino a un breve stop per la considerazione a voce alta di cui abbiamo già scritto: «Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi… ». E fu così che il premier diventò social.

«Uno storico segno di pace»

Iraq, incontro a Najaf fra papa Francesco e l’ayatollah Al Sistani

«Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione». Il pontefice si è tolto le scarpe prima di entrare nella stanza della massima autorità religiosa. A sua volta, l’ospitante, cosa mai accaduta fino a quel momento, si è alzato per salutare l’ospite. Impensabile fino a qualche anno fa. «Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione».

L’incontro interreligioso è stato il momento più atteso e importante dello storico viaggio di Papa Francesco in Iraq, quando si è svolto l’incontro con il Grande ayatollah Ali Al Sistani, massima autorità religiosa sciita del Paese.

E’ un’occasione straordinaria, a partire da una delle frasi pronunciate durante l’incontro: «Non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione». Organizzato nella città santa di Najaf, questo “vis a vis” fra le due autorità religiose, a ragione è stato considerato «una visita privata senza precedenti nella storia». Questa la definizione di un religioso iracheno impegnato nella sua organizzazione e citato in forma anonima dalla prestigiosa agenzia giornalistica Associated Press.

Senza precedenti. E non solo per il complicato momento che sta attraversando l’Iraq, da poco uscito da una guerra brutale contro l’ISIS, ma anche perché il Vaticano una visita simile la stava preparando da decenni, senza che nessuno dei predecessori di Papa Francesco fosse riuscito a portarla a termine.

Una volta conclusosi l’incontro, la Sala Stampa vaticana ha diffuso un breve comunicato, spiegando che la “visita di cortesia” è durata tre quarti d’ora e che durante la conversazione, «Il Santo Padre ha sottolineato l’importanza della collaborazione e dell’amicizia fra le comunità religiose perché, coltivando il rispetto reciproco e il dialogo, si possa contribuire al bene dell’Iraq, della regione e dell’intera umanità». Il Papa ha ringraziato al Sistani per essersi impegnato, insieme alla comunità sciita, «in difesa dei più deboli e perseguitati».

 

AL SISTANI, UN LEADER

L’ayatollah Al Sistani, novant’anni, non è soltanto un religioso riconosciuto da moltissimi iracheni e fedeli sciiti. E’ molto di più, è considerato un leader, proprio in quanto, intervenuto nelle questioni politiche più dibattute degli ultimi vent’anni in Iraq, ha cambiato la storia del Paese.

Qualche esempio. Nel 2005 un suo invito convinse moltissimi iracheni a partecipare alle elezioni di quell’anno, le prime dopo l’invasione statunitense dell’Iraq e la destituzione del regime sunnita di Saddam Hussein. Cinque anni dopo, l’allora presidente statunitense Barack Obama gli chiese aiuto per risolvere una situazione politica di stallo, che impediva la formazione di un governo.

Nel 2014. Al culmine del potere dell’ISIS in Iraq, Al Sistani emanò una fatwa per chiedere a tutti gli uomini di combattere contro lo Stato Islamico, favorendo il superamento delle moltissime divisioni che fino a quel momento avevano reso inefficace la risposta irachena al gruppo jihadista. E cosa dire, quando nel 2019, durante le enormi proteste antigovernative in corso in tutto il Paese, un suo sermone spinse alle dimissioni l’allora primo ministro Adil Abdul Mahdi?

 

VISITA-SIMBOLO DEL PAPA

Al Sistani e il Papa si sono incontrati da soli, ad eccezione dei rispettivi interpreti, nella casa di Al Sistani a Najaf. L’incontro era stato pianificato nei minimi dettagli. Si sapeva, per esempio, che Papa Francesco si sarebbe tolto le scarpe prima di entrare nella stanza di Al Sistani, e che al Sistani, che solitamente rimane seduto di fronte ai visitatori, si sarebbe alzato per salutare il Papa e accompagnarlo vicino a un divano blu (a “L”), invitandolo sedersi. «Tutto questo non è mai stato fatto prima da sua Eminenza Al Sistani per nessun ospite», ha detto il religioso di Najaf citato da Associated Press.

L’intero incontro per certi versi è stato eccezionale. Per le modalità in cui è avvenuto, all’interno delle preoccupazioni per la pandemia e per la sicurezza della delegazione del Papa, e per la sua incredibile importanza simbolica.

Un incontro, si diceva, atteso da decenni e finalmente concretizzatosi grazie al grande impegno degli organizzatori e delle due stesse autorità religiose. Un incontro, quello fra Papa Francesco e il Grande ayatollah Ali Al Sistani, che sicuramente passerà alla storia e i cui risvolti saranno oggetto di studio e confronto fra i Paesi occidentali e orientali.

Puglia, Italia…

Turismo, gli italiani hanno scelto l’estate ideale

Ventisette milioni di italiani privilegiano mete di prossimità. Malgrado il covid, pianificazioni per i mesi caldi. Mari azzurri, spiagge incantevoli, natura incontaminata, splendide masserie. Ultima in ordine di tempo, “Don Cataldo”,tre minuti da Martina Franca, nel cuore della Valle d’Itria. Bella, accogliente, classe da fare invidia ad hotel pentastellati. La nostra, resta la regione più bella del mondo secondo National Geographic e New York Times.

Nonostante il Covid e la limitazione agli spostamenti, gli italiani restano fiduciosi nella possibilità di tornare presto a viaggiare. Lo dice l’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio di Isnart e Unioncamere. Secondo questo attento studio, più della metà degli italiani sta già pianificando una vacanza per il 2021. Destinazione regina, per l’80% dei connazionali, anche quest’anno resta l’Italia, con un occhio rivolto alla Puglia. Riconosciuta come “la regione più bella del mondo” (Best Value travel destination in the world, National Geographic, Lonely Planets e New York Times), la Puglia anche quest’anno sarà prevedibilmente meta del maggior numero di turisti in circolazione nel nostro Paese.

Si è registrata a livello nazionale una perdita in termini di ricavi stimabile in circa 8 miliardi di euro. Ma ci sono segnali per una costante ripresa legata anche al turismo domestico, rappresentato dai ventisette milioni di italiani che, in fatto di vacanze, privilegiano mete di prossimità. Ma se fare delle vacanze d’estate indimenticabili quest’anno continua ad essere un sogno, la Puglia rappresenta la sua felice realizzazione: mari azzurri, spiagge incantevoli, natura incontaminata, splendide masserie, locali tipici e ristoranti, itinerari turistici, arte e cultura, gastronomia, movida e divertimento.

 

MASSERIA E CAMPAGNA…

Fra le bellezze incontaminate della Puglia, un ruolo importante lo svolgono le masserie da cui è possibile ammirare città e l’adiacente campagna pugliese, uno spunto per una passeggiata fuori dai luoghi del sovraffollamento, da dove  si potrà godere di un’ampia vista sulla bella campagna circostante coltivata a oliveti e vigneti. Ultima creatura fra i secolari manufatti, la riqualificata Masseria Don Cataldo, a tre minuti da Martina Franca: bella, accogliente e con quel tocco di classe da fare invidia ad hotel pentastellati.

All’ora della passeggiata, la sera, il brulicare dei vicoli dei mille paesini turistici (Martina, Alberobello, Cisternino, Fasano) risuona dei passi dei turisti che visitano le numerose bottegucce dell’artigianato pugliese: legno, mobili, ceramiche, ferro, vetro, il tutto lavorato da mani esperte. Per l’estate si auspica la ripresa di eventi musicali anche live, ed enogastronomici dislocati in caratteristici capoluoghi o province. Nelle serate estive Pugliesi, per passare qualche ora fra amici all’insegna del divertimento, pensati per un popolo giovane e per le famiglie.

 

PATRIMONIO DELL’UMANITA’

E poi le sagre, un’occasione per riscoprire i sapori semplici ma buoni di una volta, soprattutto in luglio e agosto al solo scopo di ricavarne divertimento e piacere. A queste meravigliose bellezze, si aggiungono i riconoscimenti assegnati alla Puglia ancora regina del  mare pulito  e delle spiagge di qualità: la Puglia conta numerose bandiere blu, che vengono riconfermate di anno in anno, per la gioia dei turisti.

Trulli, riserve e monumenti naturali istituiti in tutta la Puglia, rappresentano un patrimonio naturale e artistico che va tutelato. Non è un caso che la Valle d’Itria, fra Martina Franca, Alberobello, Cisternino e Fasano, sia riconosciuta come “Patrimonio mondiale dell’umanità”.

Fra le altre mete, le Isole Tremiti di fronte al Gargano, e Lecce, interamente decorata in stile barocco con i suoi monumenti storici. Come a dire che in Puglia ogni angolo possiede luoghi appositi in cui procurarsi una guida agli itinerari caratteristici, per godere del sole e del mare e per visitare castelli, torri, trulli, monumenti, musei e chiese; in questa terra dalle fertili pianure agricole, masserie accoglienti e bagnata dal mare, la gente locale ha una ospitalità molto antica e  mantenuto un carattere aperto e affabile.