«In classe con un nero, mai!»

Bari, scuola elementare, abbandonano l’aula in quattro

«Genitori con bassa scolarizzazione. Cosa volete che ne sappiano i loro figlioli di razzismo o colore della pelle: dovremmo imparare da loro», dice il dirigente scolastico dell’istituto comprensivo Gerardo Macchitelli. «Ho firmato il nullaosta perché gli alunni fossero trasferiti altrove, per contro altri genitori sono tornati indietro sulle loro decisioni». L’intervento del Garante per i minori

 

«Mio figlio non può stare in classe con un nero!». La frase, detta con tono dispregiativo, sarebbe di una mamma barese che, insieme ad altri genitori, trova inadatta alla sensibilità del proprio figliolo una classe dell’istituto “Duse” di Bari.

Detta così sembra la solita provocazione. Una “fake” per realizzare like e catturare follower, comunque aprire un dibattito. Purtroppo è vera, non sacrosanta evidentemente. Domanda dell’uomo della strada, e chi sennò: «Possibile che nel Terzo millennio, in un Paese che ha trasferito milioni di connazionali all’estero, dagli Stati Uniti all’Argentina, nella lontana Australia, possa esserci qualcuno che non solo pensa, ma fa simili ragionamenti?». La risposta, purtroppo, è «Sì, è possibile».

Cose dell’altro mondo, direbbe qualcuno. “Altro mondo” che? Ci verrebbe da rispondere. Tutto questo è accaduto qui, in Puglia, a Bari. Lo racconta, con puntualità, dovizia di particolari, perfino andando a sentire il dirigente scolastico, l’edizione pugliese di Repubblica. L’accaduto risale all’inizio dell’anno scolastico. Alcune famiglie non soddisfatte della distribuzione dei propri figlioli nelle classi, si sono lamentano con il dirigente. Motivo?  «Troppi stranieri in classe!».

 

 

IN CHE MONDO VIVIAMO?

Della serie, «Va bene l’accoglienza, ma il troppo è troppo!». I genitori di quattro bambini della scuola primaria Don Bosco, che rientra nell’istituto comprensivo “Duse”, alla fine sono stati accontentati. L’hanno spuntata: le famiglie hanno ottenuto ciò che chiedevano, cioè il nullaosta per iscrivere i ragazzi in un’altra scuola, evidentemente di “visi pallidi”. Non diamo solo la colpa ai genitori, facciamo molta attenzione. Certo, l’educazione la impartiscono papà e la mamma, secondo una propria cultura, gli studi nei quali dovrebbe esserci una seppur modesta quota di educazione civica. Ai genitori saranno stati gli stessi piccoli a far notare la presenza di «Troppi neri!». Questione di cultura, l’ambiente nel quale questi ragazzini vivono, la tv che papà e mamma ascoltano. Così, secondo un punto di vista risibile, i bianchi con i bianchi, i neri con i neri, alla faccia della globalizzazione e dell’inserimento culturale.

Quattro alunni, quattro famiglie accontentate. Le richieste pare fossero di più, nonostante la scuola si trovi nel quartiere Libertà di Bari, uno dei più multietnici, tanto che quasi la metà dei ragazzi che frequentano la primaria non ha origine italiana, nonostante siano nati tutti a Bari. Lo spiega Gerardo Macchitelli a Repubblica. «Sono quasi tutti di qui», altro che l’adagio «A Bari nessuno è straniero».

 

 

BAMBINI, ESEMPIO PER I GRANDI

Macchitelli proprio non si capacita, tanto che spiega al cronista. «Pensa che a questi alunni importi qualcosa se l’altro ha pelle, i capelli, tratti somatici differenti?», dice il dirigente indicando i bambini che giocano in cortile. Dopo il primo giorno di scuola, invece, queste famiglie, evidentemente di bassa scolarizzazione, hanno richiesto il trasferimento in altra classe. «Oggi le iscrizioni – spiega Macchitelli – avvengono online, con gli stranieri che le fanno mediante Caf, quando non hanno a casa una connessione con internet. Insomma, la formazione delle classi, va tutto bene fino a quando i genitori non le vedono il primo giorno di scuola, quando la maestra le accoglie e chiama a sé gli alunni».

Così è accaduto nella scuola barese. «Alla vista di bambini stranieri, molte famiglie mi hanno chiesto il cambio classe. Inizialmente avevano nascosto la motivazione, fino a quando poi è venuto fuori che era proprio per la presenza di stranieri a trovare il disaccordo dei genitori».

 

 

«BUONA FORTUNA!»

I quattro nullaosta sono stati firmati il mese scorso, ma altri genitori – evidentemente consapevoli di essere stati di pessimo esempio per i propri figlioli – hanno ritirato le loro domande. Nessuna spiegazione agli alunni della classe interessata su che fine avessero fatto quattro dei loro compagni.

Massima vicinanza al dirigente scolastico anche da parte del Garante per i minori in Puglia. «Bene ha fatto – riporta una nota a firma di Ludovico Abbaticchio – ad essere fermo e deciso nel dire di no a simili richieste: queste famiglie dovrebbero tornare a scuola e imparare il valore del rispetto della persona, delle religioni e del vivere civile». Sempre l’uomo della strada, rimasto ad ascoltare, meglio, a leggere della vicenda, si pone una domanda che forse le vale tutte: «Fosse successo a parti inverse, se nella classe fossero stati tutti ragazzini neri e quattro bianchi, e i genitori dei primi non li avessero voluti, come sarebbe andata a finire». Risposta semplice: interpellanza parlamentare, statene certi.

Un’altra guerra!

Conflitto fra Israele e Palestina

Bocche di fuoco provocano migliaia di vittime fra i civili. Sparare, offendere, uccidere sembra sia l’unico modo per “spiegarsi” al nemico. Ancora vivo e drammatico il conflitto fra Russia e Ucraina, ecco un altro braccio di ferro insanguinato. Le agenzie non smettono di aggiornare, i giornali locali informano, spiega, fanno “parlare” i corregionali. Salentini rientrati con un volo militare

 

Non se ne esce più. Una guerra tira l’altra. Le bocche di fuoco che provocano, a migliaia, vittime fra i civili sembra siano ormai le uniche ad essere deputate a “spiegarsi” al nemico. Ancora vivo e drammatico il conflitto fra Russia e Ucraina, che ha perso ben novantamila uomini, numero preoccupante considerando la forza militare dello Stato governato da Zelensky.

Ecco il secondo conflitto, fra Israele e Palestina. Maturato sul finire della scorsa settimana. Era nell’aria, dicono gli esperti. Domanda dell’uomo della strada: possibile che nessuno abbia fatto qualcosa per evitare questo scontro frontale? Evidentemente, secondo qualcuno, doveva andare così. E se i governi non intervengono a far ragionare i due governi in conflitto, ecco che arriva stridente l’intervento di Biden, il presidente degli Stati Uniti che, invece di gettare acqua sul fuoco, suggerire un tavolo di trattative, si lascia andare ad un secco: “Saremo al fianco dell’esercito di Israele al quale non faremo mancare il nostro sostegno!”. Ecco, non acqua, ma benzina sul fuoco. Conta il principio, non gli esseri umani in fuga, fra questi donne e bambini. Presi in ostaggio, usati come scudi umani.

 

 

UN BRUTTO AFFARE

E’ un brutto affare, scriveva l’agenzia Ansa giorni fa. “A testimoniare la forza dello scontro in atto parlano le cifre: in Israele le vittime dei raid di Hamas, comprese quelle del terribile massacro del rave party israeliano alla frontiera, sono arrivate ad oltre 700; dei circa 2.500 feriti, molti sono gravi, e all’appello mancano ancora in centinaia: Tel Aviv e Gerusalemme appaiano città fantasma, con la popolazione barricata in casa dopo la pioggia di razzi di sabato scorso”.

L’Israele appare un Paese che sta chiudendo. Le compagnie aeree stanno cancellando i voli “da” e “per” l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Molti turisti, non solo italiani, sono rimasti bloccati. Sull’altro versante, parliamo di Gaza, i morti sotto gli attacchi dell’aviazione israeliana sono arrivati ad oltre i quattrocento tra civili e miliziani, con duemilatrecento feriti. Secondo un portavoce militare, a 48 ore dall’attacco, le forze di Hamas resterebbero ancora in territorio israeliano.

I social sono stati seppelliti da richieste di aiuto. Immediata la reazione di Netanyahu che ha nominato un generale in pensione “coordinatore per i prigionieri e i dispersi”. Il compito del militare è quello di occuparsi della vicenda con pieni poteri, mentre l’esercito ha creato una Unità di crisi per cercare di rintracciarli. Complicato reagire, accennare una minima mossa quando in ballo ci sono oltre cento ostaggi in mano nemica.

 

 

UN APPELLO “PUGLIESE”

Fino a poche ore fa erano in molti i pugliesi ad attendere risposte certe dalla Farnesina, l’Unità di crisi attiva per soccorrere in caso di necessità gli italiani presenti nelle zone nevralgiche della guerra. Non è un mistero che anche in Italia siano salite tensione e preoccupazione. Tanti fino a poche ore fa erano gli italiani bloccati nell’aeroporto di Tel Aviv, in attesa di voli che li riconducessero in Italia. Tra i tanti, l’appello di un gruppo di pugliesi che arrivano dal Salento. Ne scrive la Gazzetta del Mezzogiorno, che aggiorna attraverso il suo sito – non solo sul cartaceo – le notizie provenienti dalle zone calde con particolare attenzione rivolta ai propri corregionali. Raccogliendo le segnalazioni di molti pugliesi, il quotidiano con sede a Bari, riportava le perplessità dei propri lettori che si ponevano più di una domanda. A cominciare dal “perché altri Paesi, come la Polonia, stanno rimpatriando i propri connazionali e pare che non accada lo stesso per l’Italia?”. Mentre, in tempo reale, si cerca di fornire risposte a riflessioni sacrosante, ecco che arriva una buona notizia: quattro salentini sono ripartiti per casa con un aereo militare con scalo a Milano.

 

 

«PERCHE’ GLI ALTRI SI’…?»

Arrivano, dunque le prime risposte da parte del governo. Fino ad un paio di giorni fa, ripetiamo, gli interventi dei corregionali non erano accondiscendenti, la tensione la faceva da padrona. «Ci sentiamo abbandonati – scrivevano sui social – l’Italia venga a prenderci con un volo di Stato come sta facendo la Polonia; qui la situazione è terribile, con le bombe sulle nostre teste». A parlare è uno dei pugliesi in vacanza con altri tre italiani quando è scoppiata la guerra.

La Gazzetta riporta ancora. «Siamo in aeroporto ma stiamo andando via, l’ammassarsi di gente è inverosimile, ci saranno più di tremila persone nelle varie hall dell’aeroporto». La situazione è pericolosissima.  «Qui, in aeroporto – conclude il turista pugliese – potrebbe entrare un pazzo e compiere un disastro, non esistono controlli serrati in aeroporto, chiunque potrebbe superare i servizi di sorveglianza e far saltare il banco!».

Sorpresa! La Valle d’Itria

Come da consuetudine, i social scoprono e riscoprono il nostro territorio

Uno spettacolare lembo nel cuore della Puglia, tra le città di Bari, Brindisi e Taranto. Si estende tra le cittadine di Locorotondo, Cisternino e Martina Franca. Trulli, abitazioni in pietra a forma di cono, masserie e un suggestivo paesaggio rurale. E in estate, la Puglia, ha fatto registrare il pienone di turisti

 

Ancora oggi ci stupiamo che la gente si stupisca. E la cosa, che ha un che di sistematico, alla fine non ci dispiace nemmeno tanto. Per decenni completamente ignorati, in una vita fatta di social e comunicazioni, riviste e siti di ogni tipo, alla fine ci riempie ogni giorno d’orgoglio. Perché ogni giorno, a turno, quasi fosse un passaparola, questi strumenti di comunicazione ricampionano, “ricicciano” – come dicono i furbacchioni che prendono informazioni qua e là, senza indicare le fonti, che ci sembra il minimo sindacale – le informazioni sul nostro territorio, in questo caso il nostro entroterra. Dunque, non sorprendiamoci che anche l’ultimo cronista si imbatta in posti che non immaginava, dalla Valle d’Itria in poi. Insomma, il cuore verde della Puglia.

La Valle d’Itria, scriveva per esempio, in professionale reportage il Corsera, “adesso assomiglia a una immensa installazione di arte contemporanea”. Come non condividere una simile affermazione: tutto vero. Teli traforati sui quali si adagiano, descrive, le olive che cadono dai rami. All’interno del “territorio protetto dal parco delle Dune costiere di Ostuni sin sotto La Selva di Fasano, gli esemplari monumentali raggiungono i mille anni di età, come si evince dalla dimensione della circonferenza degli ulivi alla Masseria Brancati”, aggiunge.

 

 

SAN GIOVANNI, TORRE CANNE…

Anche attorno alla Masseria San Giovanni, non lontano da Torre Canne, e lungo il tragitto originale della Via Traiana, gli ulivi mostrano fusti longevi e si preparano alle settimane della raccolta. La Valle d’Itria non è altro che un lembo nel cuore della Puglia, tra le città di Bari, Brindisi e Taranto. Un territorio che coincide con la parte meridionale dell’altopiano delle Murge, e si estende tra le cittadine di Locorotondo, Cisternino e Martina Franca. La principale peculiarità della Valle, ne abbiamo scritto in più occasioni, sono i trulli, abitazioni in pietra a forma di cono, le masserie e il paesaggio rurale in genere caratterizzato dall’elevato uso della pietra locale utilizzata per costruire muri a secco e dal terreno di colore rosso acceso, tipico di questa porzione di Puglia.

Non è un caso che questa vasta area venga definita “Valle dei Trulli” che comprende le cittadine di Alberobello, Ceglie Messapica, Cisternino, Locorotondo, Martina Franca e altre contrade esistenti nel territorio di Ostuni al confine con Martina.

 

 

SUA ALTEZZA, MARTINA!

Quest’ultimo comune, fra gli altri, registra la massima altitudine (430 metri sul livello del mare) risultando anche il più popolato della Valle d’Itria, con Taranto, capoluogo di provincia più vicino e meglio collegato, distante una quarantina di chilometri da ogni comune.

Martina Franca, una scoperta che fa anche il Corsera, attraverso il suo puntuale reportage: la cittadina in provincia di Taranto, ha una flora che si compone di tratti di bosco e di macchia mediterranea, alternata a vigneti da cui si ricavano vini bianchi tra i quali il “Locorotondo” e “Martina Franca” DOC, proseguendo con oliveti secolari dai quali si produce olio di oliva extravergine. Da qui, inoltre, è possibile ammirare aree naturali come il Bosco delle Pianelle di Martina Franca e la Selva di Fasano.

La fauna è caratterizzata da volpi, ricci, pettirossi, falchi e diversi rapaci notturni, cinghiali, istrici, gatti selvatici, scoiattoli e daini; uccelli migratori di passaggio come cicogne bianche, gru, storni e tordi. Nonostante sia divisa tra Bari, Taranto e Brindisi, la Valle d’Itria presenta una notevole omogeneità culturale e antropica che si riflette anche nel dialetto.

«Il mio “capitano” candidato all’Oscar»

Matteo Garrone racconta la storia di Seydou e Moustapha

Storia di due ragazzi africani. Deserto, centri di detenzione in Libia e la traversata nel mar Mediterraneo. Una storia vista dalla parte dell’Africa, i sogni dei ragazzi, i pericoli, la dolorosa “conta” di vivi e morti ad ogni viaggio. Il primo sognava l’Europa, l’altro l’America…

 

«Rispetto ad altri progetti cinematografici europei che trattano l’emigrazione africana verso l’Europa, questa viene vista non come ambientazione ma come obiettivo quasi mitico», scrive Variety; «Nonostante la presenza di paesaggi abbaglianti il mantiene sempre l’attenzione sugli esseri umani percependo una tensione tra il mondo quotidiano e la dimensione spirituale, una sfocatura che è spesso una caratteristica del cinema dell’Africa occidentale», commenta The Hollywood Reporter. Insomma, il regista Matteo Garrone tiene a farci riflettere fino all’ultimo momento del film. Infine, Deadline definisce il film impeccabile per la tecnica cinematografica adottata, tanto che il direttore alla fotografia, Paolo Carnera, è stato in grado di trasmettere un’immediatezza sorprendente e coinvolgente. Il riferimento è al film “Io capitano” di Matteo Garrone, regista di film come “L’imbalsamatore”, “Gomorra”, “Dogman” e “Pinocchio”, che ha partecipato al Festival cinematografico di Venezia vincendo il Leone d’argento, e un’altra quindicina di riconoscimenti importanti (fra gli altri, il Premio Marcello Mastroianni all’attore protagonista Seydou Sarr).

 

 

QUESTA E’ LA STORIA…

Seydou e Moussa, due giovani senegalesi, lasciano il loro Paese per raggiungere l’Europa, affrontando deserto, centri di detenzione in Libia e la traversata nel mar Mediterraneo. Storie molto spesso raccontato in questo spazio informativo.

«Seydou e Moustapha, i due protagonisti del mio film vivono a casa di mia madre – ha dichiarato Garrone – il primo, Seydou, voleva fare il calciatore, come attaccante, tanto che lo chiamano Osimhen». A tal proposito l’“attore per caso”, risponde: «Il mio sogno era quello di venire in Europa, e ora che ci sto, non posso che essere contento: fiero di aver rappresentato l’Africa nel film di Garrone, sinceramente non mi aspettavo tutto questo clamore, del quale però non posso che esserne felice». «Il mio sogno, rispetto a Seydou – ha confessato Moustapha – è quello di andare un giorno in America, anche se in Italia sono molto felice».

 

 

VIAGGIO EROICO, EPICO…

Garrone parla del suo film. «Raccontiamo un viaggio epico, eroico, un’odissea contemporanea – spiega il regista di “Gomorra” – considerando l’abitudine a vedere le immagini delle barche che arrivano, al doloroso conteggio dei vivi e dei morti; insieme con la troupe, ho messo la macchina da presa dall’altra parte: in Africa; lo scopo: dare forma visiva a quella parte di viaggio che di solito non si conosce. Raccontare il deserto, la Libia, in modo autentico e vero, così per farlo «E per farlo, insieme, ci siamo lasciati guidare da chi realmente ha vissuto questa odissea, e ispirare da storie reali».

Matteo Garrone, altre emozioni suscitate dal suo film, “Io Capitano”, designato nella corsa agli Oscar come miglior film internazionale. «Questo è un film che ti ricompensa di tutto – dice il regista – è una gioia, l’accoglienza anche a Venezia è stata molto calda; dirigevo Seydou e Moustapha in una lingua che è il wolof, per me incomprensibile, così andavo ad intuito per capire se stavano recitando bene o no; grazie a questa esperienza sono entrato in una cultura che non era la mia, quella africana: la chiave è stato il fare il film con loro».

«Quel frutto del peccato…»

Esselunga, un normale spot televisivo divide sinistra e destra

Nonostante temi più urgenti per il Paese, la politica pone attenzione a una pubblicità. C’è chi invita a considerarlo un soggetto emozionale, chi fa quadrato intorno alla famiglia e chi, infine, sorride e consiglia una sceneggiatura più coraggiosa. Come se caso-migranti, Pil, Manovra del Governo e Pnrr fossero temi secondari rispetto a un video promozionale di trenta secondi

 

«Sarebbe stato molto più originale se nella macchina ci fosse stata un’altra madre, oppure il padre avesse salutato un altro padre». Così Roberto Vecchioni, cantautore intellettuale, autore di “Samarcanda” e “Luci a San siro”, vincitore di un Festival di Sanremo con “Chiamami ancora amore”, sullo spot Esselunga, la catena di supermercati che in questi giorni ha riposizionato la sua immagine provando a fare breccia nei sentimenti popolari. Non è operazione semplice declinare il trasversale, ma come tutte le cose italiane, dai social in poi, nel nostro paese sembra che si ponga attenzione anche politicamente – soprattutto, politicamente – temi che possano assegnare consensi popolari, magari glissando su argomenti che invece stanno più a cuore a tutti noi. E’ il caso-migranti, decreto con proposta di espulsione dei minori; Pil e Manovra del Governo con in mezzo ancora una volta il Ponte sullo Stretto e Pnrr. Per fare una breve rassegna delle urgenze che la politica è chiamata a discutere.

Che ne parli un cantautore, ma anche un giornalista provocando un dibattito, ci può stare, ma assegnare a un messaggio di trenta secondi, con delle immagini realizzare per scatenare dibattito e fantasia, così da farne un Caso nazionale, ce ne passa. E allora, con una certa pazienza abbiamo cercato fra video, trasmissioni, social, trasmissioni tv e giornali, le diverse posizioni degli attori in campo. Ci fosse stato Gaber, a proposito dei suoi acuti distinguo fra destra e sinistra, prima di pronunciarsi avrebbe fatto una profonda riflessione. Cosa avrebbe detto o cantato, a proposito di uno spot commerciale non è dato sapere. O sì, avanziamo un’ipotesi: avrebbe mandato entrambe le anime politiche al diavolo, invitandole a discutere di cose serie.

 

 

NOSTRA RICOGNIZIONE

Dunque, una impegnativa ricognizione. Comincia l’agenzia giornalistica Ansa, che plaude Esselunga: avrebbe colto nel segno tornando a far parlare di sé: lo spot programmato una settimana fa ha subito diviso i social, tra chi sembra avrebbe colto il messaggio e chi, invece, avrebbe fatto considerazioni diverse.

Questo lo spot Esselunga. Protagonista del cortometraggio è una bambina (Emma), figlia di genitori che solo alla fine si scopre sono separati. La piccola, acquista una pesca assieme alla mamma per poi regalarla al papà, dicendo al genitore che gliela manda mamma. Una sorta di gesto distensivo, della serie «Hai visto mai, papà e mamma se parlano e tornano insieme?».

Interviene Giorgia Meloni che scrive sui social. «Leggo che questo spot avrebbe – questo in sintesi il pensiero del capo del Governo – generato polemiche e contestazioni: invece lo trovo molto bello e toccante».

Inevitabile, scrive Libero. «Sui social c’è chi confronta il nuovo spot ai classici del Mulino Bianco, sottolineando che “finalmente viene raffigurata una famiglia reale e non immaginaria”, mentre c’è chi, invece, si schiera dalla parte dei bambini sostenendo che la vicenda di Emma – la protagonista dello spot Esselunga – «risveglia sofferenze in chi ha provato l’esperienza della separazione».

 

 

“PARLA” ESSELUNGA…

Il punto di vista Esselunga. «La storia non riguarda la famiglia: l’obiettivo è indirizzato sulle emozioni che si provano quando si fa la spesa. «Con il film “La Pesca” – interviene con una nota con il Gruppo – abbiamo voluto porre l’accento sull’importanza della spesa, che non viene vista solo come un acquisto, ma descritta come qualcosa che ha un valore più ampio». Secondo Esselunga, infatti, «dietro la scelta di ogni prodotto c’è una storia e il soggetto del film non rappresenterebbe che una delle tante storie di persone che entrano in un supermercato».

Le opinioni, nonostante sia passata una settimana, continuano ad alimentare il dibattito social. La pesca è diventata il nuovo “frutto del peccato”, compiuto da chi sostiene che la pubblicità colpevolizzi i genitori separati e assolto da quanti, al contrario, lo colgono come una giusta rappresentazione della sofferenza dei figli. Un dibattito sul cortometraggio più divisivo degli ultimi tempi, che ha scatenato opinioni a non finire. E il tema non finisce qui, sicuramente proseguirà, come se non ci fosse un domani. O come se caso-migranti, Pil, Manovra del Governo e Pnrr fossero temi secondari. Ma così è, se ci pare.

Lecce, più che una Firenze del Sud

Città pugliese, culla dell’arte Barocca

Meno di centomila abitanti, ogni anno è meta di centinaia di migliaia di turisti. Capitale della cultura nel 2015, è sede di una delle università italiane più ambite. Non solo bellezza e fascino, ma anche accoglienza e…cucina

 

Molti sanno, specie in Puglia, che esiste una città a denominazione di origine controllata, chiamata “la Firenze del Sud”. E’ Lecce, ma non da quando la Puglia ha cominciato a fare indigestione di turisti, parliamo degli ultimi vent’anni. Ma da ancora prima, Lecce è stata sempre bella, accogliente, piena di grandi suggestioni, tanto da essere indicata la città ideale a rappresentare la nostra regione, notoriamente considerata una delle più belle al mondo. Per fascino, ma anche per accoglienza, tradizione, gastronomia, per il clima e per il mare.

Insomma, sembra impossibile non restare affascinati, si diceva, dall’arte custodita dalla Firenze città dell’arte. Ma Lecce, allora, dove la mettiamo? Se la città toscana è un rincorrersi di opere d’arte, storia e cultura, ma anche di tradizioni popolari, calda anche nel senso di accoglienza, tanto che Firenze è una delle mete preferite da milioni di turisti. Ma, si diceva, c’è una città che con il dovuto rispetto, se la può giocare con la città culla della cultura. E questa è Lecce.

 

 

PUGLIA, LECCE, BAROCCO

Infatti, la regione che ospita Peschici, Vieste, Taranto, Bari, Alberobello, Martina Franca, Ostuni, vanta anche la città nota con l’appellativo di “Firenze del Sud”.  Merito del suo stile barocco, in principio criticato dagli esperti d’arte – mai pugliesi, evidentemente – considerato “troppo esuberante”, in realtà così autorevole da risultare con il passare del tempo, iconico e identitario.

Lecce, ecco “la Firenze del Sud”. Meta ogni anno di migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, il capoluogo salentino gode di questo paragone con Firenze, la culla del Rinascimento e della lingua italiana. Se vi venisse in mente di visitarla, non potete prescindere dalla bellissima piazza Sant’Oronzo, con, al centro, una colonna che risale alla fine del Seicento. Meraviglioso, poi, l’Anfiteatro romano, scoperto agli inizi del Novecento e ad oggi molto simile al suo stato originario, quindi fedele al progetto e decisamente suggestivo.

Possiamo anche dilungarci sulla cucina del luogo. Con le inconfondibili fave e cicorie, piatto tipico; lo stesso dicasi i pomodori secchi, dal sapore unico. Non è solo un motivo che spinge chiunque voglia girare l’Italia e conoscerla meglio, ma decine e decine. Così, non appena avete un fine settimana e non sapete come impegnarlo ragionevolmente, prenotate un viaggio in Puglia, destinazione Lecce, “la Firenze del Sud”.

 

 

CAPITALE DELLA CULTURA

Lecce, capoluogo dell’omonima provincia della Puglia e principale centro urbano del Salento, conta poco meno di centomila abitanti. In posizione praticamente centrale della Penisola salentina, tra la costa adriatica e quella ionica, Lecce è il capoluogo di provincia più orientale d’Italia.

Di antiche origini messapiche e i resti archeologici della dominazione romana che, si diceva, la inseriscono autorevolmente tra le città d’arte d’Italia, si distingue per la ricchezza e l’“esuberanza” del barocco. tipicamente Seicentesco di chiese e palazzi del centro. Manufatti costruiti con la locale pietra leccese, adatto alla lavorazione con lo scalpello. Sviluppo architettonico e arricchimento decorativo delle facciate, si deve al periodo in cui la Terra d’Otranto faceva parte del Regno di Napoli, tanto da caratterizzarne la città in modo talmente originale da dar luogo alla definizione di “barocco leccese”. Sede dell’Università del Salento, nel 2015 è stata Capitale italiana della cultura.

«Uno su mille ce la fa…»

Shaka, bengalese, quarant’anni, racconta la sua storia

«Ma anche di più: come me, ce l’hanno fatta in tanti ad inserirsi nella vita quotidiana. Importante trovare interlocutori, educatori che fanno del loro impegno una missione. Fondamentale imparare l’italiano: senza questo, impossibile relazionarsi con la gente, trovare un lavoro e mettere su famiglia»

 

«E’ questione di opportunità, di occasioni, anche di fortuna: a volte rivolgersi al Cielo non basta, di sicuro posso considerarmi fortunato per avere incontrato le persone giuste al momento giusto: forse anche il Cielo ci ha messo di suo, sapeste quante volte, in una solitudine comunque fatta di gente che voleva aiutarti, l’ho invocato. Mi ha ascoltato…»

Shaka, così lo chiamano amici, conoscenti, le educatrici, a cominciare da Maria, insostituibile nella sua missione (perché il suo non è un lavoro…), che insieme alle sue colleghe non ha mai fatto mancare la sua assistenza a questo ex ragazzone bengalese, oggi quarantenne. «Sono arrivato in Italia che non avevo compiuto la maggiore età – racconta – un viaggio pericolosissimo, su uno di quei tanti barconi che, ti domandi, “Ma riuscirà a fare qualche miglio?”: Dubai, Istanbul, Sudan e Libia, questo il mio lungo viaggio prima di arrivare in Italia».

 

 

DA PALERMO IN POI…

«In Italia, Palermo e Bologna prima di arrivare a Reggio Emilia, una città accogliente, per essere accolto in una comunità nella quale era impegnata anche Maria. E’ una delle tante storie raccontate al “Resto del Carlino”. Una storia di cuore raccolta con grande attenzione e professionalità da Tommaso Vezzani. «Non ho mai nascosto un certo timore agli inizi, nonostante non conoscessi cosa fosse una comunità e non conoscessi nessuno, mi sono trovato bene: merito delle educatrici, campionesse olimpioniche di pazienza…». Shaka fa subito volontariato mentre frequenta il Cpia, fondamentale per il percorso educativo e per imparare l’italiano. «Un passaggio importante – dice il giovane bengalese – perché intanto devi imparare le abitudini del Paese che ti ospita, indipendentemente dal fatto che tu possa scegliere di restare in Italia o avere nella testa di trasferirti altrove: l’italiano, poi, è fondamentale, non puoi pensare di trovare lavoro senza conoscere almeno le basi, io che vengo da un Paese con una lingua che poco, davvero, ha in comune con l’italiano».

Non è vero che ce la fa solo uno su mille. «Chi si impegna ce la fa, mi spiegò Maria: aveva ragione.  Veniva a trovarci a casa, ci trovava spesso chinati sui quaderni sui quali prendevamo appunti e segnavamo la pronuncia di alcune parole, ma soprattutto suoni a noi sconosciuti: già da allora avevo in mente il principale obiettivo che mi ero prefisso alla partenza dal mio Paese: costruirmi una vita.

 

 

LICENZA, PATENTE, “ITALIANO”…

«Senza carattere, mi spiegavano le educatrici, risulta complicato raggiungere un obiettivo così strategico della tua vita: una cosa tengo a sottolineare, oggi che sento di essere sulla buona strada, mai sentirsi “arrivati”. Pensare che il più è fatto è un grave errore: bene, sei entrato nei meccanismi della vita quotidiana, hai raggiunto l’obiettivo del lavoro e della famiglia, devi proseguire in quella direzione, imparare, fino ad entrare nel tessuto della società, in tutto e per tutto».

«Conseguita la licenza media, successivamente ho preso la patente e fatto un corso come “aiuto cuoco”: finito quel tirocinio, dovevo cominciare a compiere i primi, decisivi passi con le mie gambe: dovevo trovare lavoro e alloggio, io e miei compagni di corso non volevamo dare l’impressione che l’assistenza e le attenzioni alle quali eravamo sottoposti, fossero l’ideale; già importante trovare persone che avevano dimostrato grande professionalità e pazienza nel farci crescere».

 

 

«GRAZIE, MARIA!»

Per chi in Italia è arrivato da poco, trovare un alloggio è un problema grosso. Spesso finisce che paghi 250 o 300 euro al mese un posto letto senza contratto e in nero. I proprietari, spaventati da insolvenze e tempi lunghissimi per gli sfratti, spesso chiudono le porte in faccia a tutti gli immigrati.

«Per me è stato diverso – conclude a proposito di questo ultimo tema, delicatissimo per qualsiasi extracomunitario – ho chiamato Maria: il proprietario di un alloggio che era l’ideale per le mie esigenze, purtroppo aveva avuto problemi con gli inquilini precedenti e non voleva sentir parlare di stranieri: l’uomo è stato convinto dalla mia educatrice: sulle prime ci aveva fatto sottoscrivere il contratto per un anno; quando invece andammo a vedere cosa in realtà aveva scritto sul contratto, che quell’appartamento ce lo aveva dato alle condizioni stabilite non per uno, ma per quattro anni, abbiamo fatto salti di gioia: è stato uno dei giorni più belli e importanti della mia vita. Avevo una casa mia e piena fiducia da parte di un italiano: grazie soprattutto a te, Maria!».

Morto Denaro, il boss

L’ultimo stragista di Cosa nostra aveva sessantadue anni

Da venerdì scorso in coma irreversibile. Arrestato nove mesi fa, dopo trent’anni di latitanza. Aveva un cancro al colon e subito due interventi delicati. Prima di morire, il testamento biologico, il suo cognome alla figlia (avuta anni fa) e il rifiuto della terapia del dolore. Nuovo capitolo per la mafia con l’impiego di giovani manager

 

Aveva destato scalpore e sospetti il suo arresto avvenuto il 16 gennaio, giorno in cui era finita, dopo trent’anni, la latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro. Pare, infatti, fosse stato proprio il cancro al colon – dal quale è stato stroncato lunedì 25 settembre – a guidare i carabinieri di Ros e Procura di Palermo sulle sue tracce.

Così, arrestato, per essere subito sottoposto a uno, due interventi, perché in condizioni gravi, dopo un’agonia durata alcuni giorni, Denaro, sessantadue anni, considerato “l’ultimo stragista di Cosa Nostra”, è morto nell’ospedale dell’Aquila.

Pare fosse minato da una grave forma di tumore al colon, diagnosticata sul finire del 2020 mentre era ancora ricercato, a fine 2020.

Dopo il decesso, il corpo del mafioso sarebbe stato posto in uno dei sotterranei dell’ospedale del capoluogo abruzzese nel quale era ricoverato dallo scorso 8 agosto. Insieme con quella di Palermo, la Procura dell’Aquila ha disposto l’autopsia che verrà eseguita a breve nello stesso ospedale aquilano.

 

 

IL CANCRO, L’ARRESTO…

Detto che era stato proprio il cancro al colon a condurre i carabinieri sulle tracce del boss, Matteo Messina Denaro era stato sottoposto a chemioterapia nel supercarcere dell’Aquila dove era stata realizzata qualcosa che somigliava ad una infermeria non lontano dalla cella nella quale il boss era recluso.  Oncologi e infermieri della struttura sanitaria abruzzese avevano seguito il paziente apparso subito in gravissime condizioni.

Nei nove mesi di detenzione il capo dei capi, come si diceva, era stato sottoposto a due operazioni chirurgiche legate alle complicazioni provocate dal cancro al colon. Pare che dal secondo intervento, evidentemente più delicato del primo, Denaro non si fosse più ripreso, così che dopo un lungo consulto, i medici avevano deciso di non rimandarlo in carcere, bensì di curarlo in una stanza di massima sicurezza dello stesso ospedale, sottoponendolo alla terapia del dolore e, successivamente, sedandolo.

 

…LA MAFIA, I MANAGER

Venerdì scorso, come riportato dall’Agenzia Ansa, sulla base del testamento biologico lasciato dal boss che aveva rifiutato l’accanimento terapeutico, gli era stata interrotta l’alimentazione per dichiarare il suo stato in coma irreversibile. In questi giorni la Direzione del nosocomio aquilano aveva dato inizio a quelle che sarebbero state le fasi successive al decesso del boss, compresa la riconsegna della salma alla famiglia, rappresentata da Lorenza Guttadauro e Lorenza Alagna, figlia riconosciuta in punto di morte con il suo cognome e avuta da una relazione durante la latitanza.

Con la morte di Messina Denaro si chiude una stagione criminale lunga e cruenta. Ora, pare, stiano già avanzando nuovi nomi in grado di muoversi con una certa disinvoltura fra lecito e illecito. Giovani studenti appartenenti a famiglie mafiose che hanno svolto o stanno proseguendo in studi formativi per assumere il controllo in veste di nuovi manager.  

Locorotondo, quanto sei bella!

Cittadina pugliese, incastonata nella Valle d’Itria

Non si contano foto e selfie fra strade e panorami mozzafiato, stradine fiorite, chiese e antichi palazzi. Fra i trulli, pareti imbiancate, in provincia di Bari, confina con Ostuni (Brindisi) e Martina Franca (Taranto). Qui hanno girato film Rubini, Salemme, Aldo, Giovanni e Giacomo. E poi, Dodi Battaglia, fra amici e fan dei Pooh

 

Puglia, Italia. Non c’è stagione che possa convincere un turista, chiunque si attrezzi per compiere lunghe camminate, in gruppo, o in coppia, per visitare “la regione più bella del mondo” dal suo interno. Bene, una delle nostre ultime mete, della quale abbiamo spesso scritto insieme ad altre bellissime, affascinanti cittadine, è Locorotondo.

Ci abbiamo girato intorno, scritto di bellezze mozzafiato, perfino approfondito sulla costruzione dei trulli, una volta considerati dai contadini come vano per custodire attrezzi, oppure abitazione povera, costruita su pietra bianca per evitare di pagare tasse salate fossero stati considerati abitazioni. Parliamo di duecento anni fa. Buttare giù e ricostruire un trullo, alla faccia degli esattori che prevedevano la demolizione del manufatto in caso di mancato pagamento delle gabelle richieste, non richiedeva molto tempo. Una volta buttato giù, andato via l’esattore che aveva fatto eseguire l’abbattimento, il contadino insieme a un mastro trullaro, in quattro e quattr’otto rimetteva in piedi casa.

 

 

CITTA’ BIANCA…

Dunque, Locorotondo, una delle città bianche più affascinanti della Puglia. Fra balconcini e vialetti imbiancati, questa cittadina è immersa nella Valle d’Itria, nota ai turisti, non solo italiani, come Terra dei Trulli.

Tranquillo borgo dalle tipiche case basse imbiancate a calce, Locorotondo sorge in cima a una collina che domina la Valle d’Itria. Bella, Locorotondo, a forma circolare e le stradine disposte in modo concentrico, come se lanciassimo un sasso nello stagno. Ecco spiegato l’origine del nome. Fra i borghi più belli d’Italia, questa cittadina fa parte di  quel gruppo di città bianche pugliesi delle quali fanno parte, fra le altre, Ostuni, Cisternino e Martina Franca.

Borgo in provincia di Bari è stato eletto il Regno dei balconcini fioriti. Suggestivo il modo in cui, questi, sbucano  da architetture barocche e dalla pietra locale, ma anche la città delle cummerse, abitazioni rettangolari con tetti spioventi realizzati in chiancarelle (“cum vertice” per la conformazione del tetto).

 

Dodi Battaglia a Locorotondo (foto Mario Maggi)

 

SET CINEMATOGRAFICO

Non solo borgo da visitare e nel quale fermarsi, Locorotondo è stato anche scelto come set cinematografico di film che hanno fatto la fortuna di produttori e attori: “Mio cognato” con Sergio Rubini, “Così è la vita” con Aldo, Giovanni e Giacomo e “Baciami piccina” con Vincenzo Salemme. E poi, big della musica legati al territorio. Un habitué è Dodi Battaglia, chitarrista dei Pooh. Legato da sempre alla Puglia, non perde occasione di fare un salto, quando può, proprio a Locorotondo. Qui, fra amici e fan, trascorre giornate serene staccando la spina da un enorme tour de force con la formazione più amata d’Italia. Con Roby Facchinetti e Red Canzian, estate da “tutto esaurito”.

Anche il centro storico di Locorotondo è un percorso fatto di stradine bianche che nascondono chiese antiche, palazzi barocchi e botteghe artigiane. Un borgo, per intenderci, dove il tempo sembra si sia fermato, tanto che i turisti colgono subito l’aspetto di una cittadina che con i suoi abitanti, vive ancora di antiche tradizioni.

Ogni angolo è una forte suggestione. Piazza Vittorio Emanuele, elegante salotto della Città vecchia. Oppure la terrazza panoramica da cui si apre una veduta straordinaria sulla Valle d’Itria, sullo sfondo Martina Franca e Cisternino. Non è caso che chiunque visiti Locorotondo, si faccia immortalare in foto del panorama, oppure risolvendo il desiderio di immortalarsi in un giorno così speciale con un bel selfie.

 

 

MONUMENTI E CHIESE…

La chiesa dedicata a San Giorgio, patrono della città, è la chiesa madre di Locorotondo. Costruita nel 1825, sorge dove in passato erano state erette altre due chiese dedicate allo stesso santo (la prima nel 1200, l’altra nel 1600). Al suo interno, scene bibliche su quarantadue riquadri, recuperati dalla precedente cappella cinquecentesca, e l’Ultima cena del pittore napoletano Gennaro Maldarelli. Altro dipinto imperdibile: la Madonna del Rosario, incorniciato da 15 ovali raffiguranti i misteri, firmato da Francesco De Mauro. Fra le altre chiese, San Nicola e quelle della Madonna della Greca e della Madonna della Catena.

Da ammirare, infine, Palazzo Morelli, un esempio dell’architettura barocca di Locorotondo. Un portale d’ingresso, contornato da un’arcata in pietra, arricchita da volute e foglie di acanto mentre al centro spicca una maschera benaugurale con lo stemma nobiliare della famiglia Morelli.

Infine, ma non ultima suggestione: la Torre dell’Orologio. Risale al XVIII. Anticamente adibita a sede universitaria, oggi la Torre ospita l’Archivio Storico della città e il Centro di Documentazione Archeologica sull’Insediamento Neolitico Grofoleo (l’orologio un tempo adornava il campanile della Chiesa Madre di San Giorgio).

«Rispetto per Lampedusa!»

Il vicesindaco Attilio Lucia contesta un cartello leghista

«Cedere Lampedusa all’Africa, come furono cedute Dalmazia e Istria  all’ex Jugoslavia», la provocazione leghista applaudita a Pontida. Ma il “secondo cittadino” dell’isola, leghista anche lui, sollecita l’intervento sollecito di Salvini: «Un’uscita irrispettosa, che il ministro intervenga subito»

 

Quando pensi di averle viste o sentite tutte, ecco che sbuca dalla moltitudine il solito personaggio che sopravanza altre iniziative grottesche. Un cartello, che sia provocatorio o meno, che sia istigato da qualcuno all’interno del partito, nato come movimento a tutela del “Laborioso Nord”, riporta: «Cedere Lampedusa all’Africa». La cosa buffa, di questi tempi, e non solo di questi, basti pensare all’Uomo qualunque (un ometto sopraffatto da un torchio, simbolo della sopraffazione del genere umano da parte dei poteri forti), è che frasi di questo tipo fanno proseliti, mediante la diffusione sui molteplici social trovano persone disposte ad appoggiare tesi a dir poco sciagurate. Sciagura è dir poco: Umberto Eco, ultimo genio di casa nostra, che odiava i social perché legittimavano anche lo scemo del villaggio, si sarebbe fatto una risata e avrebbe esclamato: «Altre domande, possibilmente intelligenti?».

Senza voler mescolare le carte, la cosa parte qualche giorno fa, quando uno dei fondatori della Lega si dimette. Personaggio in vista, uomo di governo, non accetta più la politica di Salvini, che della Lega Nord, ne ha fatto un partito esteso su tutto il territorio. Insomma, la Lega doveva solo battagliare per se stessa, provare a staccarsi dal resto d’Italia, fino a farne una sorta di repubblica della Padania. Oggi, si ripresenta il focolaio e non ci spiazza nemmeno tanto se gli ultimi sondaggi sui partiti certificano che la Lega è in discesa. Vedremo, fino alla fine, cosa accadrà. Certo che se provassimo a chiudere i rubinetti, al Nord resterebbero senza pane, vino, frutta, ortaggi; senza vacanze, case al mare o masserie.

 

 

CARTELLO SFACCIATO

Nel commentare quel cartello sfacciato che invitava alla cessione di Lampedusa all’Africa, tralasciamo altri sentimenti, la ricostruzione dell’Italia fondata sul lavoro e sul sacrificio di centinaia di migliaia di italiani, dal Nord al Sud, dei saccheggi alle nostre banche e ai nostri “granai” per pagare i debiti del Nord (se qualcuno potesse, provasse a leggere uno dei tanti trattati di Pino Aprile sul Sud).

Veniamo, dunque alla cronaca, alle notizie puntuali riportate dall’agenzia Ansa. Cartello esposto a Pontida, Casa della Lega: «Cedere Lampedusa all’Africa». Risposta del vicesindaco dell’isola siciliana, Lucia, per giunta leghista: intervenga Salvini. «Lampedusa merita rispetto perché ancora oggi si sostituisce all’Europa». Tutto vero. E già che ci siamo, alla faccia di chi vuole separarsene, Lampedusa si sostituisce anche all’Italia. Intervenga Salvini, e lo faccia, subito, ovviamente in difesa dell’isola e di una popolazione che da trent’anni continua, con il suo grande cuore, a dare». Insiste, e bene fa, il vice sindaco delle isole Pelagie, Attilio Lucia, leghista, dopo che uno dei militanti del suo partito, un brianzolo, a Pontida si è presentato con un foglio sulle spalle con la scritta: «Blocco navale subito! Cedere Lampedusa all’Africa». Cos’hanno detto i compagni di partito? Pare abbiano riso e applaudito. Evidentemente perché, come sosteneva Ennio Flaiano, «La mamma dei cretini è sempre incinta».

 

 

INVECE DI RISOLVERE…

Un problema tira l’altro. «Cosa ha fatto l’Italia con la Dalmazia e l’Istria?», ha provato a spiegare il leghista con cartello, sottolineando che la sua non era una provocazione, ma una vera richiesta per risolvere il problema degli esponenziali flussi migratori.

Le parole sono ovviamente rimbalzate a Lampedusa, facendo salire la pressione agli isolani che si dibattono con l’annoso problema sull’accoglienza dei migranti.  Senza contare che i lampedusani stavano già protestando nel tentativo di evitare il montaggio di una tendopoli nell’ex base Loran. Perché, come sappiamo, in Italia non c’è nulla di più definitivo del “provvisorio”. Il timore, insomma, è che una volta montata la tendopoli, il problema non sia risolto, ma solo spostato.

«Dopo tutto quello che abbiamo e stiamo ancora passando – ha insistito il vicesindaco Lucia – portando a Lampedusa anche il premier Giorgia Meloni e il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, l’auspicio è quello di trovare una soluzione per bypassare Lampedusa; invece, quest’uscita, da parte di un militante del mio stesso partito, è veramente irrispettosa, pertanto chiedo al ministro Salvini di intervenire. E anche subito». Attendiamo risposta di Salvini, uomo di Governo, che accettando l’incarico di ministro si è impegnato a svolgere il suo mandato a vantaggio dell’Italia tutta. E non per compiacere un soggetto politico o una sola parte del nostro Paese.