Hollywood, Taranto

L’attore James Franco in città per un film

“Hey Joe”, dirige Claudio Giovannesi. Riprese fra Napoli e il capoluogo ionico. Intanto l’attore che ha interpretato “Spiderman”, assiste a una gara della squadra rossoblù. E porta bene, il team allenato da Capuano vince. Applausi anche per lui

 

 Un occhio al terreno di gioco, uno alla tribuna. Così il tifoso appassionato, sì di calcio, ma anche di cinema, si lascia andare a una considerazione, un classico: “Non fossimo a Taranto, allo stadio, bene, metterei la mano sul fuoco che quel signore con una barba appena pronunciata e il cappellino, è James Franco!”.

Qualcuno domanda chi sia. “E’ un attore famoso, viene dritto da Hollywood e, sicuramente, non per Taranto-Messina”. Taranto-Messina, infatti, è la gara che intanto si sta giocando appena venti metri più sotto, con un Bifulco ad essere per quel paio d’ore la star, grazie a una doppietta da incorniciare, e un Eziolino Capuano, tecnico così vivace che nemmeno una costola malandata lo ha frenato.

 

Foto Facebook James Franco

 

SOCIAL…IN CAMPO

Partono subito i social. Uno dei titoli: «Da Spideman al Taranto Fc è un attimo. Forza Taranto, James Edward Franco». Sono poche parole, potremmo contarle sulla punta delle dita di una mano. Pubblicate su Facebook e riprese dal social “Anche questa è Taranto”. Un titolo e due foto che fissano il quarantacinquenne attore e regista americano sulle tribune dello stadio Iacovone. E’ la partita del recupero giocata in casa lo scorso mercoledì contro il Messina e vinta dai pugliesi per 2-0.

Scava e scava, cerca e cerca su internet, provi a raccogliere qualche indizio qua e là e, alla fine, ecco che l’avvistamento illustre, non è casuale.

A quanto pare l’attore sarebbe impegnato a Taranto per le riprese di “Hey Joe”, il nuovo film di Claudio Giovannesi (“La Paranza dei bambini”), un film del quale la star hollywoodiana sarà protagonista. Pochi giorni per James per affezionarsi, grazie alla grande accoglienza, alla città così da non perdersi nemmeno la partita di calcio. E allora Forza Taranto!

Finita la partita, incassati i suoi applausi nel dopo-gara, l’attore americano si è poi concesso una pausa in un noto ristorante del capoluogo, assaggiando qualcosa da un menù da leccarsi la punta delle dita.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

JAMES COME “JOE”

“Hey Joe” è il nuovo film del regista Giovannesi, già noto per il capolavoro “La paranza dei bambini”, anche questo prodotto da Palomar e ispirato al romanzo di Roberto Saviano. Si tratta della storia di un soldato americano sbarcato a Napoli negli Anni Quaranta, durante la Seconda Guerra mondiale, che si innamora di una ragazza originaria dei Quartieri spagnoli del capoluogo partenopeo. Il protagonista (James Franco), poi, lascerà la città per tornare in America, ignaro del fatto che la giovane sia rimasta incinta. Tornerà a Napoli dopo molti anni per scoprire solo allora di essere padre e per incontrare suo figlio.

Le riprese sono state effettuate nei vari rioni e nei quartieri di Napoli, mentre adesso sono in corso a Taranto, scelta dal regista perché molti angoli della Città vecchia somigliano a quella Napoli di ottant’anni fa. L’attore americano pare essersi totalmente calato nel personaggio e starebbe approfittando per conoscere la città, ma anche, si diceva, prelibatezze pugliesi e, perché no, per conoscere il livello calcistico italiano cominciando dalla serie C.

«Mi chiamavano cioccolatino…»

Ronnie Jones, dj, cantante, produttore

«Non è il colore della pelle a darti una marcia in più, ma testa, intelligenza, sensibilità». Militare con l’Air Force americana, restò in Europa, poi il trasferimento dall’Inghilterra all’Italia. Scoperto da Arbore e Boncompagni per la radio (Musica in), scelto da Berlusconi per la tv (Pop corn). L’addio alla Rai, la ripartenza con Radio Milano International. Le sue canzoni, le ottantasei primavere, averle, ma non sentirle: «Ho due volte quarant’anni, fidatevi», dice

 

Un “cioccolatino” che faceva tanto sorridere. In realtà, la sua, una carezza agli ascoltatori senza pregiudizi che fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, ascoltavano trasmissioni come “Bandiera gialla” e “Supersonic”. Lui, Ronnie Jones, ottantasei anni “suonati”, americano del Massachusetts, aveva posto al centro delle sue trasmissioni la questione razziale, trattandola in maniera sobria, alla faccia di chi, invece, a quei tempi ce l’aveva con i neri e i meridionali. Insomma, un messaggio diretto a chi ha voglia di comprendere che non è il colore della pelle, le tue origini, a darti una marcia in più, ma – detto tout-court – testa, intelligenza, sensibilità. Ronnie, da venerdì 10 a domenica 12 novembre, sarà ospite e animatore delle tre serate di “Portici d’estate”, un’organizzazione di Antonio Rubino, in programma al Teatro Nuovo di Martina Franca.

«Quegli anni non sono stati facili – dice il più popolare dei disc-jockey radiofonici, antesignano delle AM, la Modulazione di ampiezza su scala nazionale, schiantate nel tempo dalle FM, le frequenze medie, le “private”, per intendersi – ero stato militare nell’Air Force degli Stati Uniti, avevo girato il mondo, ma coltivavo una grande passione per la musica; trovandomi in Europa, la mia scelta fu quasi obbligata, andai in Inghilterra: suonavo, cantavo, scoprii anche una certa qualità da animatore; i complessi dei quali facevo parte delegavano me al ruolo di “public relations”: durante le serate non solo cantavo, ma presentavo le canzoni, i miei compagni, improvvisavo battute. Come nella musica, anche nella vita occorre una buona dose di improvvisazione. Venivo dal servizio militare e lì, l’improvvisazione, specie nei momenti critici, è il tuo pane quotidiano, guai a distrarti; così, pensavo: cosa vuoi che sia presentare una canzone?».

 

 

Tanto per gradire, Ronnie, ci dice degli artisti con cui è stato a stretto contatto, ha suonato?

«Quelli sono stati anni rivoluzionari, in quel posto lì stavano ribaltando la musica, il costume, e, forse, nemmeno lì, in Inghilterra, se ne stavano accorgendo: c’era ancora l’onda lunga dei Beatles, dunque del beat, poi i Rolling Stones. A proposito, con Mick Jagger ci ho suonato e cantato, si vedeva che era un predestinato; come Jack Bruce e Ginger Baker, che suonavano con me nei Blues Incorporated; loro, insieme con Eric Clapton avrebbero creato i Cream; quella formazione aveva accolto in momenti diversi Jagger, ma anche Rod Stewart e Long John Baldry; fra le formazioni delle quali ho fatto parte, ricordo anche i Nightimes, con un giovane John McLaughlin, la Mahavishnu Orchestra, vi dice niente?».

Ma Ronnie Jones, “il nostro cioccolatino”, come ci arriva?

«L’Italia è un Paese che ho sempre amato, tanto che ci sono rimasto per il resto della mia vita: fra Roma, dove ho vissuto i tempi d’oro della radio in Rai, e Milano, alla fine ho scelto quest’ultima città, dove mi trasferii per dirigere Radio Milano International, la rivoluzione in FM; avevo imparato ascoltando Radio Luxembourg e avuto una breve esperienza a Radio Carolina; dunque in Italia feci i provini per il cast di Hair, avete presente il musical di “Aquarius”? Bene, con me c’erano anche Zero, Teocoli e la Berté; con loro feci parte anche del musical “Orfeo 9”; fra una rappresentazione l’altra, facevo anche il disc-jockey, letteralmente “fantino del disco”, cosa che mi tornò utile in Rai, quando mi toccò cavalcare una musica nuova da portare al successo».

Un “thanks” ad Arbore e Boncompagni. Se Baudo s’è inventato metà dei personaggi televisivi, Renzo e Gianni, hanno letteralmente creato un modo diverso di fare radio.

«Devo a loro il mio primo programma in Rai, “Musica in”, insieme con Barbara Marchand, Claudio Lippi e Franco Bracardi, che qualcuno ricorderà come “Solforio”, personaggio che faceva azione di disturbo; bei tempi, quelli, come “In discoteque”, programma con il quale girai l’Italia in lungo e largo. Poi l’esperienza con Milano International, Radio 105, 101, RTL. E poi arrivò la tv».

 

 

Anche nella tv un antesignano con “Pop Corn” su Canale 5. Certo, c’era la Rai, “Discoring” con Gianni Boncompagni, il pigmalione?

«Mi scelse Berlusconi personalmente. Non so quanti sgomitavano per avere la conduzione di “Pop Corn”: come potete immaginare l’unica pressione che potessi esercitare era quella del “saper fare”, non ho mai cercato raccomandazioni; anzi, basta che io fiuti incompatibilità, faccio le valigie e tolgo il disturbo. Grande esperienza con un maestro, Augusto Martelli. Fu così in Rai: “Live Aid”, lo spettacolo di beneficenza più importante del secolo scorso, il cast radiofonico era composto da conduttori e un interprete, il sottoscritto: per ore incollato al microfono, senza staccare un attimo e senza una bottiglietta d’acqua, gli altri al bar, a pranzare, cenare, giocare a fare le star; fine trasmissione, raccolgo le mie cose, saluto e vado via».

Ronnie Jones, una storia che solo a raccontarla occorrerebbe pubblicarla a dispense. Cosa farà in questi tre giorni a Martina, ospite del Teatro Nuovo e di “Portici d’estate”?

«Improvviserò, come sempre – spiega – ma ho già in mente cosa fare, poi sarà il pubblico ad indirizzarmi da che parte andare: da sessant’anni devo alla gente il mio lavoro, dunque mi accompagnerà un gruppo, ma porto con me anche le basi musicali, alle volte la serata mi suggerisse questo piuttosto che quel percorso».

Una, due canzoni, tu chiamale, se vuoi, emozioni…

«Ne dico due: “Just the way you are”, nella versione di Barry White, lì c’è tutto: voce, interpretazione, seduzione; poi, strano a dirsi, per un bluesman come me: “September morn” di Nei Diamond, musica leggera, armonia e la filosofia della vita, mi emoziono tutte le volte che l’ascolto o la interpreto».

«E io tifo Taranto…»

Alessandro Cattelan rivela la sua fede sportiva su Instagram

Il popolare conduttore è un appassionato del gioco della squadra rossoblù. Adora il tecnico Eziolino Capuano. Segue le gare quando può, altrimenti le registra e le “recupera” a fine giornata. Il suo debutto in Champion’s, un vero appassionato di calcio

 

«È stata un’esperienza fantastica. Non dimenticherò mai l’emozione dell’ingresso, l’accoglienza dei miei compagni e di tutto lo staff, le note dell’inno della Champions League e… la musica latino-americana sempre a palla nello spogliatoio». Parole di Alessandro Cattelan, il primo conduttore radiofonico e televisivo italiano a debuttare in Champion’s League. Preliminari, sia chiaro, ma sempre gara accompagnata da quella musichetta – così la definiva Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan più volte campione d’Europa – che tanto ti riempie di orgoglio.

Dov’è la notizia? Bene, la notizia è che il popolare presentatore di numerosi programmi televisivi, elemento di punta di Sky, e oggi in Rai, è tifoso del Taranto. Diciamo che è tifoso del tecnico Eziolino Capuano, allenatore che avrebbe meritato palcoscenici ben più importanti di quelli di serie C. Ma anche questi campi di terza serie, da quando il pacchetto televisivo è stato preso proprio da Sky, la serie C è tornata ad essere un campionato in vista.

 

 

FORZA ROSSOBLU’!

Ma torniamo a Cattelan. Meno di una settimana fa, la notizia veniva ripresa e lanciata dal sito “La Casa di C”, sempre puntuale, non solo nella cronaca, ma anche negli aspetti più curiosi, le note di colore che interessano un campionato in netta ripresa in quanto a interesse. Il Taranto ha un tifoso in più, rivelava, attento il sito: è Alessandro Cattelan. Il noto presentatore televisivo, con una storia Instagram, ha detto ai suoi follower di seguire la squadra di Capuano. La notizia risale a qualche giorno fa. “Ieri lavoravo, ma oggi recupero il Taranto di Eziolino!”, il messaggio del popolare conduttore, con allegato il video di Calvano nella partita contro la Virtus Francavilla. Cattelan è un altro dei sostenitori illustri di Capuano e del suo Taranto, dopo Max Allegri, che di recente, con un video, si era complimentato con i rossoblù per lo straordinario finale di campionato (il tecnico salernitano è entrato a torneo inoltrato e con una squadra che navigava nei bassifondi della categoria, al posto dell’esonerato Di Costanzo).

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

DOPO MAX ALLEGRI…

Ma attenzione, specifica “La Casa di C”, la squadra di Capuano non va forte solo sui social. La squadra rossoblù, nonostante l’avvio di stagione complicato a causa dell’incendio provocato da una tifoseria ospite e l’indisponibilità dello stadio Iacovone, hanno cominciato il campionato con un buon rendimento. Il Taranto con una gara in meno (mercoledì 1 novembre il recupero Taranto-Messina), al momento sono a 14 punti, in piena zona playoff. Tredici sono i gol segnati, dieci quelli subiti nelle dieci gare fin qui disputate. E adesso, con un tifoso in più come Cattelan, il Taranto dovrà mantenere questo ruolino di marcia per continuare a competere per le posizioni alte della classifica dopo che, nella scorsa stagione, i playoff sono stati solo sfiorati.

Detto dell’esordio in Champions League con la squadra sanmarinese La Fiorita, che ha disputato il turno preliminare delle qualificazioni del torneo contro i Lincoln Red Imps, campioni in carica di Gibilterra, Cattelan è stato tesserato da La Fiorita quasi per scherzo. In passato, come riporta una nota di Wikipedia, il popolare conduttore ha avuto una discreta carriera da calciatore semi-professionista. A 18 anni ha esordito in Serie D col Derthona.

Mai fidarsi dell’uomo…

Bambotto, il cerbiatto-mascotte ammazzato da un cacciatore di ventitré anni

Da sette anni era l’amico di tutti a Pacol, nel Bellunese. Mangiava dalle mani degli abitanti di quel paesino. Si affacciava alla finestra e chiedeva cibo e carezze. Nei giorni scorsi deve essersi fidato della persona sbagliata. «Legittimo sparare e ammazzare», giustifica il papà del giovane. Gli italiani, che riconoscono le leggi che “consentono” e un po’ meno, quelle che “dovrebbero rispettare”.

 

Sono in corso conflitti, ogni giorno donne e bambini vengono barbaramente ammazzati; ogni giorno decine di ragazzi fuggono dalla miseria, dalle persecuzioni politiche e religiose, trovano la morte in mare. Ogni giorno dibattiti in tv, proposte, le solite: deponiamo le armi, a cosa serve dichiararsi guerra, arrogarsi il diritto di decidere sulla vita del prossimo.

Grandi temi sui quali nessuno fa un passo avanti, tanto da sembrare fuori luogo parlare di un cerbiatto mansueto, una mascotte per gli abitanti di Pecol, vicino Belluno, ammazzato da un cacciatore ventitreenne. Non per fare poesia, correre il rischio di essere canzonati, ma proviamo ad immaginare Bambotto – questo il nome che avevano dato a questa bestiola in paese – che ogni giorno si affacciava alla finestra di alcune case per chiedere una carezza e qualcosa da mangiare. Bambotto era uno di casa. Era, perché un cacciatore di ventitré anni, ha deciso di mettere fine all’esistenza del cerbiatto. Non avrà nemmeno dovuto appostarsi, lo avrà avvicinato – come facevano tutti lì, a Pacol – ma stavolta, invece di allungargli un boccone di chissà cosa, avrà imbracciato il fucile per ammazzarlo.

Non sappiamo quale soddisfazione provi un cacciatore ad ammazzare, a meno che non sia per fame, ma tradire la buona fede di una bestiola, che si fida ciecamente di te, non vi fa un po’ schifo? Beh, non so a voi, ma a noi davvero tanto.

 

 

LA TV A SENSAZIONE…

Non bastasse, una tv che scova notizie col pretesto di dar voce a tutti, rintraccia il papà del giovane cacciatore, perché si rivolga agli spettatori e dica loro di lasciare stare il suo ragazzo, perché non esisteva e perciò, cosa li compriamo a fare i fucili se non ammazzare?

Ecco, questa in poche battute la vicenda che ha indignato molti. Perché si uccidono le persone, non si aiutano i propri simili ad evitare morte sicura, così gli animali se la vedessero per conto loro. Non uno, ma dieci passi indietro nel vivere civile.

La storia di Bambotto la racconta nei giorni scorsi il Corriere della sera. La madre, sette anni fa, aveva lasciato il suo cucciolo sullo zerbino di un abitante di Pacol. Da quel momento, assistito dall’intera comunità, dava confidenza a tutti. Così alla notizia della sua morte per mano di un cacciatore, gli organi di informazione hanno registrato grande commozione e rabbia a Pecol, per la sua morte. Bambotto è stato ammazzato da un cacciatore. La denucia parte dal web, ci pensa Donatella: «Questo era Bambotto – scrive nel post – era nato 7 anni fa a Pecol e da subito la sua mamma Minerva lo aveva portato sullo zerbino di Giorgio, affidandolo a noi abitanti, fidandosi come aveva fatto lei per tutta la sua vita. Da allora era diventato il nostro amatissimo cervo; ho scritto “era” perché Bambotto è morto. Ammazzato da chi crede di aver compiuto un’impresa e invece si è solo marchiato a vita come un poveraccio che ha sparato a un animale che ti mangiava dalle mani e si faceva coccolare fino ad addormentarsi tranquillo».

 

 

E UNA DIFESA…INDIFENDIBILE

«Cosa può esserci – si interroga ancora Donatella – nel cuore di un uomo che uccide per puro divertimento? La caccia non è uno sport. E’ una barbarie senza alcun senso: vergognati!». Un indizio è arrivato da un post del consigliere di un consigliere: «Questo cervo è stato ucciso da un cacciatore di ventitré anni a norma di legge: la legge attuale sulla caccia e il calendario venatorio della Regione del Veneto hanno consentito a questo ragazzino di uccidere un animale amico degli abitanti, dei turisti e di tutti i bambini». Ecco, gli italiani, che riconoscono più le leggi che “consentono” e un po’ meno, quelle che “dovrebbero rispettare”. Perché la storia e l’indignazione, non finiscono qui. Interviene il papà del giovane cacciatore, più bravo a schiacciare quel grilletto che non a difendersi. Ci vuole l’intervento del genitore.

A “Pomeriggio Cinque” il padre del cacciatore, infatti, precisa: «Il cervo è un animale che va cacciato con i permessi. Mio figlio ha fatto quello che fanno tutti i cacciatori, vanno a caccia e ammazzano gli animali che gli capitano a tiro. Cosa mi ha detto quando è tornato a casa? Niente, io ero a letto e stavo dormendo ho sentito il giorno dopo tutte queste chiacchiere. Mio figlio caccia da un paio d’anni, sarà il secondo o il terzo cervo che uccide». E’ il caso di aggiungere altro?

Gioca in B, ma è un campione

Daouda, un insegnamento per tutti

«Immagina di essere un calciatore professionista che sta per sfondare, viene chiamato dalla Juventus. E, invece, all’improvviso, resti paralizzato dalla vita in giù, a causa di una malattia rara». Storia di un ragazzo guineano, colpito da una polineuropatia su base autoimmune. Quasi un anno e mezzo su una sedia a rotelle, poi la lenta ripresa e il miracolo: tornare su un campo di calcio

 

«Immagina di essere un atleta, un calciatore professionista che, dopo una vita di sacrifici, sta finalmente sfondando e, improvvisamente, rimane paralizzato dalla vita in giù, non in seguito a un incidente o a un trauma, ma per una malattia rara, la cui causa scatenante è oltretutto sconosciuta».

Questa è la storia di Daouda Peeters, centottantacinque centimetri per un fisico da granatiere, l’ideale per un roccioso centrocampista centrale. Una strada spianata, un contratto con uno dei club più prestigiosi d’Europa, la Juventus, e, invece, un giorno succede quello che non ti aspetti. Non se lo aspetta nessuno, a cominciare da Douda, guineano, belga di adozione, che spiega ai microfoni di Sky e Dazn la sua storia nel post-partita di Cremona-Sudtirol. Una vittoria esterna che tecnico, compagni e società dedicano a Douda, con tutto il cuore.

Settantotto minuti in campo, per celebrare l’inizio di una vera e propria seconda vita, a 762 giorni dall’ultima gara ufficiale. Uno stop violento, di quelli che cambiano la tua vita in un attimo. Daouda, durante un allenamento, perde l’equilibrio e cade, sente di aver perso forza nelle gambe. Allo Standard lo portano in ospedale per alcuni controlli. «Mi sveglio e mentre vado in bagno – spiegò il giovane calciatore in un documentario di “Juventus Creator Lab” – cado per terra: non sento nulla, non riesco più a camminare».

 

 

LA MIA VITA RICOMINCIA…

«Per me oggi – ha spiegato ai microfoni di Sky, sollecitato dal conduttore in studio che ne conosce la storia – è un giorno importante, sono tornato a fare quello per il quale, forse ero nato, il calciatore: correre, calciare un pallone, contrastare un avversario, far ripartire l’azione».

Il tecnico del Sudtirol, Pierpaolo Bisoli, grande personalità, mostra il suo lato debole, viene tradito da un’emozione. Si smarrisce un solo istante, quando vede il suo ragazzone accasciarsi a terra: capisce in un attimo che è solo per un contrasto di gioco, Daouda si rialza, ma il tecnico lo sostituisce in via precauzionale. «Aveva giocato quasi ottanta minuti – dice l’allenatore – era già tanta roba per essere tornato dopo due anni a giocare, correre, faticare, mostrare che quanto gli è accaduto è solo un brutto ricordo, un incubo che nemmeno il peggior film horror…».

«Sono nato in Africa, in Guinea – aveva raccontato sul canale bianconero – a sei anni sono stato adottato e sono cresciuto in Belgio: ho una mamma, un papà, due sorelle e un fratello; il mio agente un giorno mi ha chiamato: “La Juventus è interessata”. E io: “Non è vero, non è vero! E’ il mio sogno”».

 

 

CHE MOMENTI, QUEI MOMENTI!

Il momento più brutto della sua vita. «Un giorno in allenamento perdevo l’equilibrio, avevo poca forza quando correvo o tiravo; quando sono arrivato in ospedale mi hanno fatto qualche test, ho dormito e il giorno dopo quando mi sono alzato per andare in bagno sono caduto. Ho perso tutto. Ho chiamato il dottore e gli ho detto che non riuscivo a camminare, non sentivo più nulla. E’ stato questo il mio giorno più brutto: dal nulla sentivo zero. Ho anche avuto paura di morire, alcuni che erano con me in ospedale dopo tre giorni sono morti perché quella “bestiaccia” in alcuni casi arrivava al cuore: ero sotto shock. Fino al giorno prima ero sano, ora non potevo più muovermi».

Il momento più bello. «Una mattina mi sono svegliato e ho sentito un piede che si muoveva, ho fatto i test e i dottori me l’hanno confermato. Quattro o cinque mesi ogni giorno, come un bambino, ho ripreso a camminare; avvertivo dolore perché i miei muscoli non erano più abituati a camminare, mentre dopo due, tre mesi capisco che sto migliorando, i miei muscoli funzionano e anche la connessione con il cervello: finalmente sono tornato a vivere».

Finalmente il campo. «Inizio febbraio, è stato fantastico: i miei compagni erano felici per me, io mi sentivo veramente bene, sono sano. Cosa significa essere tornato a giocare al calcio, essere tornato a fare quello che ho sempre sognato; essere tornato a vivere: questo vuol dire che nella vita tutto è possibile».

«Ci eravamo tanto amati…»

Giorgia Meloni lascia il suo compagno Andrea Giambruno con un messaggio social

Seccata dal “fuori onda” di Striscia la notizia (Canale 5), la premier dice addio al papà di sua figlia. La satira di Antonio Ricci e di Maurizio Crozza non perdona. Molte donne applaudono coraggio e gesto del Capo del governo, che non ci ha pensato su due volte nel congedare il papà della sua piccola Ginevra. Tornerà in Puglia

 

«Ci eravamo tanto amati, per dieci anni o poco più…». La canzone, un classico di metà secolo scorso, proseguirebbe con un «…ci eravamo poi lasciati, non ricordo come fu». E, invece, la parte lesa da galeotti fuori onda, lei la premier Giorgia Meloni, pugliese d’adozione, la storia appena chiusa con il giornalista Andrea Giambruno, sa perfettamente come è finita. Con un freddo addio, una sorta di “due colonne in cronaca”, come è d’uso ormai, attraverso un social, il suo profilo Facebook, poco le otto e mezzo in una delle prime gelide mattine romane.

«La storia finisce qui, sono stati dieci anni belli, siamo i genitori di una bimba adorabile…», eccetera, eccetera, eccetera. Poche parole ancora, sia chiaro. E senza tanti giri di parole. La Meloni non teme il confronto, qualcuno ricorderà anche come respinse le minacce di Berlusconi quando velatamente minacciò nuove elezioni: «Non sono ricattabile, io!». Quanta fermezza in quelle parole. Certo, se non fosse che a volte cede a certi predicozzi leghisti, come donna avrebbe tutta la nostra ammirazione.

 

 

NOTIZIA DEL GIORNO…

Ne scriviamo certamente non perché assatanati di gossip o attratti da pettegolezzi. Lo facciamo solo perché nei nostri “Fatti” settimanali trovano spazio notizie che circolano più insistentemente di altre. E un capo di governo che congeda con un messaggio social la propria metà, è una notizia. Pruriginosi i “fuori onda” di un compagno che fa lo splendido con una collega in studio, le parla di rapporti esuberanti, del rammarico per non averla conosciuta prima, così intelligente poi.

Da qui il “licenziamento in tronco” da parte della premier, che nel giro di un paio di mesi, come ha scritto la Gazzetta del Mezzogiorno, passa «di soggiorni nella masseria di Ceglie Messapica con piscina a forma di cuore, alla separazione via social».

Andando nel dettaglio, la relazione di Giorgia con Andrea finisce così, parola per parola: «La mia relazione con Andrea Giambruno, durata quasi dieci anni, finisce qui. Lo ringrazio per gli anni splendidi che abbiamo trascorso insieme, per le difficoltà che abbiamo attraversato, e per avermi regalato la cosa più importante della mia vita, che è nostra figlia Ginevra».

Taglia corto Giorgia, che nel mese di ferie trascorso in Puglia si era fatta immortalare con un vassoio di paccheri col granchio, ma mai con Giambruno.

 

 

NO A SPECULAZIONI E GOSSIP

Le gaffe del giornalista Mediaset, già elettore dem e solidale con le battaglie per i diritti civili Lgbt, erano state una costante dei primi mesi di governo, unite all’esposizione mediatica dovuta alla conduzione di una trasmissione su Retequattro. Fatali quei fuori onda con dialoghi caratterizzati da lessico ruvido e poco consono nei confronti di una collega. Quando «Striscia la notizia» ha mandato in onda quei video con le battute ammiccanti del conduttore, la situazione è risultata irrimediabilmente compromessa.

Titoli di coda e chi si è visto si è visto. Con, a seguire, i commenti di Antonio Ricci, patron del Tg satirico di Canale 5 e imitazione-parodia successiva di Maurizio Crozza che ha ricostruito con punte di impietoso sarcasmo («Governo, amore, perché non mi rispondi? Non è come sembra…»).

E mentre Giambruno «esce per sempre dal cono di luce di Palazzo Chigi dopo una serie di performance alla Alvaro Vitali», scrive ancora la Gazzetta, il Paese in rosa tributa un vero plebiscito alla Giorgia finalmente «libera» di potersi concentrare sull’agenda dei prossimi mesi: due guerre (Ucraina e Gaza), l’inflazione, la Manovra, lo spread, la bolletta energetica, il Pnrr e il Mes. Per proseguire con il prossimo G7 del giugno prossimo a Borgo Egnazia.

Insomma, la Puglia è sempre nel suo cuore. Se c’è un posto dove ricaricare le batterie e scaricare tossine, questa è la Puglia, per Giorgia Meloni diventata il centro del mondo e il suo “buen retiro”.

«Buongiorno, signora maestra!»

Quando a scuola c’era più educazione

Una provocazione scaturisce dai social. Un genitore confessa: un tempo c’era più rispetto per l’insegnante. Non sono tutti d’accordo: gli alunni di un tempo sono i papà e le mamme degli scolaretti di oggi. Certo, se solo i cellulari fossero parcheggiati negli zainetti…

 

«Buongiorno signora maestra!». E apriti cielo. Basta che un genitore si lasci sfuggire, anche con il beneficio d’inventario, una frase che pesca alla buona educazione di un tempo, che sui social si scatena il putiferio. Una modalità che ben conosciamo, considerando l’uso smodato che si fa a tutte le ore di qualsiasi strumento di comunicazione, sia questo Facebook o X (Twitter di un tempo), Instagram o Youtube. Sostanzialmente sono due le scuole di pensiero scatenate, pare da un messaggio lanciato da un genitore su FB: chi crede che sia esagerato invocare un sistema educativo superato da quarant’anni e più, e chi, invece, non dà tutti i torti a quel papà che si è lasciato andare a un sistema al quale lo avevano educato i suoi genitori.

Dunque, «Buongiorno» o non «Buongiorno, signora maestra!». Nel senso di recuperiamo vecchi insegnamenti da cui ripartire, oppure voltiamo pagina, senza troppo nasconderci la testa sotto la sabbia sapendo che niente potrà essere la stessa cosa?

Come spesso accade, ma non per essere comodamente salomonici, diciamo anche stavolta, che la verità può stare nel mezzo. Insomma, le due “scuole” hanno ragione e torto. Non lo diciamo noi, ma cerchiamo di fare un’analisi prendendo in seria considerazione qualcosa dell’una e qualcosa dell’altra.

 

 

“BENEDETTI” SOCIAL…

Dunque, la polemica su Facebook ripresa dal sito “Orizzonte scuola”. Per farla breve, il sito dalla parte della scuola stavolta si fionda su un post all’apparenza normale, ma che mette a confronto le generazioni passate e presenti. L’autore della provocazione indicato da “Orizzonte” plaude agli Anni Sessanta e Settanta, glorificando educazione e rispetto verso i docenti, un comportamento che, secondo il genitore che si pone e ed estende la domanda, mancherebbe oggi.

Il post parte da lontano. Per esempio, da come una volta i bambini andassero a scuola a piedi e avessero solo due libri (sussidiario e libro di lettura) e una sola maestra che insegnava tutte le materie. Molta enfasi lo scrivente pone, insomma, ad educazione e rispetto. Una glorificazione, si diceva, ai metodi educativi tradizionali degli anni Sessanta e Settanta, indicando nel suo quadro d’insieme una sorta di decadenza dei valori nei giovani di oggi. Figlia, con ogni probabilità, dei social di cui si diceva, senza contare il cellulare di ultima generazione, che «se non è di ‘ultima’ non lo voglio».

Non sono stati pochi a rispondere al post in questione sottolineando come questa visione possa essere idealizzata. Bene hanno fatto a puntualizzare che i bambini di ieri sono i genitori di oggi, che forse non hanno saputo trasmettere gli stessi valori ai loro figli. Alcune delle reazioni, critiche sicuramente, ma molto spesso di spessore, mettono in luce la frustrazione verso le precedenti generazioni, accusate di «non essere riuscite a educare adeguatamente se stesse – riprende Orizzonte scuola – figuriamoci le nuove generazioni». I commenti non finiscono qui, infatti diversi sottolineano come «alcuni di quella generazione siano ora percepite come omofobiche, razziste o intolleranti».

 

 

TRA PASSATO E FUTURO

D’altra parte, ci sono anche commenti che lodano i metodi di insegnamento del passato, rievocando con nostalgia i tempi in cui l’educazione e il rispetto erano insegnati con severità e il bullismo era una parola inesistente. Alcuni ricordano con affetto figure di maestri e maestre che, con metodi oggi considerati discutibili, rappresentavano un solido punto di riferimento. E dove per discutibili vengono considerate le bacchettate, le umiliazioni del «dietro la lavagna». Certo, atteggiamenti sbagliati: altra epoca. Ma, riprende qualcuno, vogliamo parlare dei tablet e dei cellulari che gli studenti usano indisturbati durante le ore di lezione e, peggio, durante le prove in classe?

Non sarebbe malvagio, insomma, fare un mix di quegli insegnamenti. Non fare passi indietro nell’uso della tecnologia, ma nemmeno in quelli dell’educazione: un maestro è una sapiente guida, è la figura che trascorre più tempo – rispetto a un genitore – con i nostri, i vostri ragazzi. Se un insegnante fa il suo mestiere confortato dalla collaborazione dei genitori dei piccoli studenti, che non si schiereranno a prescindere dalla parte dei propri figlioli facendone delle vittime, forse avremo compiuto passi in avanti.

Ma ci vuole una riforma, un investimento corposo (non solo in termini di denaro) e, soprattutto, tempo. E, perché no, pazienza, per assistere ai primi soddisfacenti risultati almeno nella prossima generazione. 

Tanta voglia di Poohglia

A Bari in questi giorni, il gruppo dichiara il suo amore per questa regione

«L’emozione dei colori, l’armonia, le pietre bianche, i paesaggi e i borghi, i trulli. Lungomare di Bari, quello di Taranto, Gallipoli, che fascino il blu del mare che si intreccia con il bianco della pietra. Il Gargano, il Salento, due mondi diversi. Da qui non andiamo mai via senza l’immancabile “souvenir”: un paio di chiletti che proviamo a nascondere sotto la maglietta»

 

«Quando penso alla Puglia, sorrido: è più forte di me, amo questa terra; per dirne una: Bea, mia moglie, altoatesina, per il nostro viaggio di nozze ha voluto che venissimo anche in Puglia. Quest’estate, poi, dieci giorni di relax assoluto? Savelletri, non si batte…». Red Canzian, bassista della formazione musicale più amata del pop italiano, i Pooh, conferma tutto il suo amore per la Puglia. Come i suoi colleghi, il tastierista Roby Facchinetti, e il chitarrista Dodi Battaglia.

A sette anni di distanza dal loro ultimo tour, i Pooh tornano in Puglia, al Palaflorio di Bari, mercoledì 18 e giovedì 19 ottobre, con “Amici per sempre live 2023”. In odore di “nozze di diamante”, avendo debuttato nel lontano ‘66, tornano con Riccardo Fogli. Con loro, sul palco, anche Phil Mer (batteria) e Danilo Ballo (tastiere).

La Puglia nel cuore, Canzian prosegue. «L’emozione dei colori, l’armonia, le pietre bianche, i paesaggi e i borghi, i trulli: se vai sul Lungomare di Bari o su quello di Taranto, a Gallipoli, resti affascinato dal blu del mare che si intreccia con il bianco della pietra. Trovo che questa sia una terra baciata da Dio, lunga e stretta, cambia dal suo nord a sud: il Gargano al nord, il Salento al sud, due mondi diversi».

 

 

ERA ESTATE UN PO’ DI TEMPO FA…

Un concerto pugliese rimasto storico. «Estate ’79, Taranto, campo sportivo Mazzola – ricorda Battaglia – durante il concerto viene giù il diluvio, fuggi-fuggi generale e “live” recuperato il giorno successivo, con ingresso libero; una cosa buffa nonostante l’accesso fosse gratuito: i portoghesi del giorno prima, già che c’erano, scavalcarono daccapo con tanto di fune le mura di cinta del campo sportivo…».

Battaglia, cosa pensa quando viene da queste parti. «Al gemellaggio che la mia Emilia-Romagna ha con la Puglia: nella mia terra ci sono un sacco di pugliesi, studiano, lavorano, hanno messo su famiglia; in questo interscambio, molti artisti emiliani – fra questi, il sottoscritto e mio “fratello” Vasco… – hanno intrecciato vere liason con questo territorio: io con Bitonto, Rossi con Castellaneta Marina e via discorrendo. Poi, per dirla tutta, non andiamo mai via dalla Puglia senza l’immancabile “souvenir”: un paio di chiletti che tutte le volte proviamo a nascondere sotto la maglietta, perché qui si mangia così bene che ci facciamo prendere la…forchetta».

Torniamo a Canzian. Starvene lontani sette anni, gli uni dagli altri, che effetto vi ha fatto? «Ci siamo ritrovati meglio di come ci eravamo lasciati – spiega il bassista – ma con la grande voglia di tornare insieme, di capirci, anche grazie al fatto che, forse, avevamo scaricato cinquant’anni di lavoro, tensioni, preoccupazioni, avendo quattro caratteri da far combaciare: poi ci sono cose nella vita che ti fanno capire che i problemi sono altri; quando ti lascia uno come Stefano, anima pulsante della squadra, allora ti rendi conto che certe cose possono essere rilette, riviste, rifatte. Ed eccoci qua. Dopo un’altra serie di impegni ci fermiamo, ma non attacchiamo con un altro tour. Stiamo pensando, piuttosto, a come festeggiare i sessant’anni, quello sì, ma una cosa per volta…».

 

 

CHI POTEVA IMMAGINARSELO!

Facchinetti, uno dei primissimi Pooh. Ve lo immaginavate nel lontano ’66, che nel 2023 avreste ancora riempito teatri, stadi? «La cosa che ci fa sorridere, oggi – orgoglioso il tastierista – è che siamo in classifica con “Parsifal”, un album di cinquant’anni fa: forse è accaduto ai Pink Floyd con una riedizione di “The dark side of the moon”…».

Maestro, con l’eccezione delle canzoni-manifesto, c’è in particolare un titolo fra gli altri? «In questo tour avevamo messo insieme canzoni per quattro ore e mezza – conclude Facchinetti – ma tenere il pubblico lì per tutto quel tempo diventava un autentico “sequestro di persona”; alla fine cantiamo per tre ore, non immaginate il dolore nel selezionare i brani: quindici, venti successi purtroppo sono rimasti a casa, fra questi “Per te qualcosa ancora”, “Pronto buongiorno è la sveglia”, “Dove sto domani”; un titolo fra gli altri? Da autore: “Parsifal”, cinquant’anni portati alla grande, poi “La donna del mio amico”, una delle perle di Stefano, che insieme a Valerio Negrini, l’altro indimenticato autore dei Pooh, riusciva a parlare dello stesso argomento, l’amore, sempre da angolazioni diverse».

Puglia, roba da vip!

Ospiti Isabella Ferrari, Elisabetta Canalis e Can Yaman

E poi Facchinetti, Canzian e Battaglia con il “sold out” per due giorni a Bar. C’è chi sceglie Martina, chi Ostuni, chi Bitonto. Ma hanno il loro fascino anche altri angoli della regione Medaglia d’oro per il turismo 2023

 

La Puglia non finisce mai di stupire e interessare turisti di tutto il mondo. Non solo, da anni è diventata grande attrattore di celebrità e vip, con le sue bellezze che non hanno eguali. Parola, anzi, parole di riviste importanti con appeal in tutto il mondo.

La Puglia, ormai, è sempre più impegnata ad ospitare set cinematografici e televisivi per attori e attrici, e diventare fonte di ispirazione per i libri fotografici con protagoniste le più affascinanti fotomodelle provenienti da tutto il modo.

Nei giorni scorsi, per esempio, è stata la volta di Elisabetta Canalis, soggetto di un lungo servizio fotografico che la ritrae tra gli ulivi e i trulli nel circondario di Ostuni. Una sessione che, però, ha lasciato spazio anche ad alcuni peccati di gola, come – dicono le cronache – di dolci locali.

In Puglia è appena stato anche il modello e attore turco Can Yaman, che nei giorni scorsi è stato ospite a Bari ad un evento benefico organizzato dalla Fondazione Megamark. “Sono in viaggio per una bella serata”, aveva riportato sul suo personale social l’artista annunciando il suo arrivo nel capoluogo pugliese. In effetti, cosa c’è di più bello che prestare la propria immagine per fare solidarietà e descrivere a pubblico e media presenti i propri progetti di beneficenza.

 

 

LA FERRARI IN PUGLIA

E ancora, sempre in Puglia, la cena dell’attrice Isabella Ferrari a Taranto per girare uno dei suoi ultimi lungometraggi. L’attrice che si rivelò con “Sapore di mare” è stata fotografata nel ristorante “La Vela” di Torre a Mare. Un post del ristorante la ritrae insieme a uno dei proprietari con i ringraziamenti di prammatica sui social per la cortesia e, ovviamente, per aver scelto la Puglia e questo angolo della regione. “E’ stato un onore – ha scritto uno dei titolari – avere come ospite la bellissima attrice Isabella Ferrari. La sua presenza ha reso la nostra serata ancora più speciale.

Grazie per aver scelto di cenare con noi, Isabella!”. lsabella Ferrari, inoltre, ha fatto tappa a Martina Franca come turista d’eccezione, accompagnata dall’assessore alle Attività Culturali e allo Spettacolo, Carlo Dilonardo, nella visita al centro storico e al Palazzo Ducale. A fine visita, parole di apprezzamento per Martina, che ha ricambiato con un augurio di un grande successo per la fiction televisiva le cui riprese si stanno svolgendo a Taranto.

In questi giorni, in Puglia, anche i Pooh. Per lavoro, per due concerti al Palaflorio di Bari, ma anche in giro per la regione nei loro momenti di pausa. Facchinetti, voce e tastiere della formazione musicale italiana più amata, appassionato della cucina locale, matto per fave e cicorie e risotto a frutti di mare.

 

 

FACCHINETTI & CO.

E’ stato ospite di uno dei ristoranti più accoglienti di Bari vecchia. Ne farebbe scorpacciate, giura solennemente. Sulla stessa lunghezza d’onda Dodi Battaglia, che non appena ha avuto tempo a disposizione, ha raggiunto i suoi amici a Bitonto, dove si reca spesso per gustare i piaceri della tavola. Red Canzian non ha fatto in tempo, data la distanza da Bari, per recarsi a Savelletri dove il mese scorso è stato in relax per una decina di giorni. Sarà nei prossimi giorni.

La Puglia è Medaglia d’oro per il turismo. Regione fra le più affascinanti d’Italia, conosciuta per le sue bellezze naturali e paesaggistiche, ma anche per il suo patrimonio storico e culturale. Si è affermata negli ultimi anni come regione Medaglia d’oro del 2023 raggiungendo un primato italiano.

Aumentano di anno in anno i visitatori che scelgono la Puglia come regione per trascorrere le vacanze soprattutto estive. Proprio ad agosto infatti si è aggiudicata questo prestigioso riconoscimento per le sue bellezze naturali, ma anche artistiche e culturali.

Lucano, cadono le accuse

In appello per l’ex sindaco di Riace cancellata la richiesta di tredici anni

Aveva impiegato le risorse economiche previste dallo Sprar per l’accoglienza di extracomunitari. Fra le accuse: aver brigato per far ottenere la cittadinanza italiana ad una donna nigeriana senza permesso di soggiorno. E di aver affidato la raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative. I giudici inoltre, hanno, ridotto le condanne a carico di diciassette collaboratori del primo cittadino poi destituito

 

«Posso aver sbagliato, ma ho agito per aiutare i più deboli». Domenico “Mimmo” Lucano, ex sindaco di Riace, condannato a un anno e sei mesi con pena sospesa, lo ha deciso la Corte d’Appello di Reggio Calabria. Una sacrosanta rivincita, tanto che è bene ricordare che l’amministratore del comune calabrese in primo grado era stato condannato a tredici anni e due mesi, con una Procura generale che nella stessa occasione aveva chiesto per Lucano una condanna pesante (dieci anni e cinque mesi). I giudici, evidentemente, hanno deciso diversamente.

Lucano, che era stato condannato solo per “abuso d’ufficio”, ha preferito attendere la sentenza del processo a casa. Una sentenza che ha avuto un epilogo dopo sei ore di Camera di consiglio. Ovviamente, quei sostenitori che avevano voluto seguire la sentenza in aula, hanno festeggiato la sentenza, dentro e fuori dall’aula.

La sentenza, dunque, può considerarsi qualcosa di simile all’assoluzione. La Camera di consiglio ha sostanzialmente la decisione del Tribunale di Locri che due anni fa aveva condannato l’ex sindaco a tredici anni e quattro mesi, dopo l’inchiesta sul «modello Riace».

 

 

IMPUTAZIONI SMONTATE

Cadute, di fatto, tutte le imputazioni: dall’associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, al peculato, alla truffa aggravata ai danni dello Stato. In un primo momento era stato chiesto per Mimmo Lucano qualcosa come dieci anni e cinque mesi di reclusione. Fra le altre accuse: aver brigato per far ottenere la cittadinanza italiana ad una donna nigeriana senza permesso di soggiorno. E di aver affidato senza gara d’appalto la raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative.

Con l’ex primo cittadino rispondevano anche suoi collaboratori (diciassette), indagati per la gestione del sistema di accoglienza fondato, secondo l’accusa, utilizzando i fondi destinati all’accoglienza dei migranti, per trarre personali vantaggi economici. Non solo, gli imputati, in testa Lucano, avrebbero dovuto rispondere, a vario titolo, di “associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Nel dibattimento d’Appello, i difensori di Mimmo Lucano, avevano affermato che la posizione dell’ex primo cittadino fosse una “innocenza documentalmente provata” poiché “era in linea con quanto riportato nei manuali Sprar circa accoglienza e integrazione”. Secondo i legali di Lucano, non c’è una sola emergenza dibattimentale, comprese le intercettazioni, dalla quale si evinca che il fine che ha mosso l’agire dell’ex sindaco di Riace fosse diverso.

 

 

«C’ERA GENTE DA AIUTARE!»

A Lucano era stato contestato un ammanco di oltre settecentomila euro di finanziamenti dello Sprar, per i richiedenti asilo e rifugiati che, secondo i giudici di primo grado, sarebbero stati spesi illegittimamente. Il verdetto d’appello ha sostanzialmente smontato l’accusa.

Giuliano Pisapia e Andrea Dacqua, difensori di Mimmo Lucano, avevano indicato nelle tesi accusatorie una sorta di «accanimento non terapeutico». Pisapia, ex sindaco di Milano, nella sua arringa aveva puntato sulla personalità di Lucano. «In tutta la sua vita – aveva sottolineato il legale – ha sempre fatto quello che serviva agli altri e non quello che serviva a se stesso».

Sempre nel suo intervento, Pisapia ha insistito sulla sparizione dei soldi: «Falcone, tra le tante cose, diceva di seguire i soldi, seguite i soldi di Lucano e non li troverete: come si fa, inoltre, a dire che ha fatto quello che ha fatto per motivi politici? Non c’è dolo e manca la consapevolezza e la volontà di un vantaggio economico». Infine, una volta ascoltata la sentenza, ancora Pisapia ha tenuto a sottolineare che «questa sentenza è importante, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti: un conto è la giustizia, un conto è la politica».Infine, i giudici d’Appello hanno ridotto le condanne a carico di diciassette collaboratori di Lucano.