«A Taranto per caso, ma resto qua!»

Mbaye, senegalese, ventisei anni, diploma da artigiano. «Undici anni di studi, dopo la scuola dell’obbligo: non mi impressiona niente, armadi, dispense, tavole, sedie, letti, non hanno segreti per me». Un viaggio di sei mesi, la nostalgia, il mare, quasi un centinaio i compagni di viaggio su un gommone, infine una nave italiana, finalmente salvo.

Foto articolo 03 - 1«Non avevo una meta precisa, mi sono trovato in Italia senza saperlo, ma sono felice di essere sbarcato qui, passando per la Sicilia, prima di arrivare a Taranto». Mbaye, senegalese, 26 anni, fede musulmana, da un anno e tre mesi in Italia, un titolo di studio da artigiano e un lavoro da falegname in un’attività nella quale costruisce qualsiasi cosa in legno.

«Mi sento come a casa – racconta – ho lasciato i miei affetti, ho nostalgia del mio Paese, ma non avevo scelta, erano sorti contrasti sul posto di lavoro: lì non abbiamo i sindacati, quando qualcosa non va nonostante tu possa avere ragione, non la si mette sul piano della discussione, si fa come dice il capo: punto».

E, allora, Mbaye, nome molto comune in Senegal e a Kaolac, la cittadina in cui il giovanotto ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, è costretto a partire. Sorride spesso, quando passeggia ama guardare il lungomare di Taranto, in questi mesi ha riacquistato poco per volta la sua serenità. «Per caso a Taranto – prosegue nel suo racconto – ma ora mi ci sono affezionato, la gente è disponibile, non ti osserva con sospetto, nel frattempo ho stretto amicizia con ragazzi del posto, con loro sto facendo pratica con  l’italiano: voglio impararlo in fretta, adesso, voglio abbattere anche quest’ultimo ostacolo».

La storia di Mbaye, che lascia papà e mamma, non più giovani e quattro sorelle, lui ultimogenito. «Papà è pensionato – spiega – ha settantaquattro anni, non era il caso si mettesse in viaggio per cambiare la sua storia, così con il resto della famiglia ha scelto Kaolac, Senegal: poi quei pochi soldi qui avrebbero valore vicino allo zero».

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PROBLEMI SUL POSTO DI LAVORO…

Prosegue nel suo racconto, Mbaye. «Ho avuto problemi seri sul posto di lavoro, era arrivato il momento di cambiare aria, facevo il falegname, dopo undici anni di studio, ho preso un diploma di artigiano: finestre, porte, tavoli, armadi, letti, per me non avevano segreti; ho sgobbato, studiato, alla fine sono arrivato a quella che in Italia chiamate maturità; ecco, se un giorno dovessi coronare il mio sogno, beh, fare l’artigiano è proprio il lavoro che sceglierei; mi sto muovendo, sto mettendo in giro la voce, aspetto risposte, mi auguro che almeno una delle promesse si concretizzi: come in tutte le cose, se non hai occasione di mostrare come lavori quello che puoi raccontare di te resta campato in aria; voglio fare il falegname!».

Nel suo lavoro, Mabaye pensa di non essere secondo a nessuno. Attende solo la sua occasione. Il suo viaggio, dal Senegal all’Italia, passando per la Libia, è durato mesi. Strade dissestate, piene di sassi e di gente dello stesso colore della sua pelle, che faceva il suo stesso cammino. «Un giorno eravamo in dieci, un altro venti, poi cambiavano: chi si fermava, chi si univa; non mi lamento, sì qualche contrattempo, ma ringraziando il Cielo non mi sono imbattuto in milizie, asma boys, quei ragazzini terribili che ti mostrano armi e brutto muso».

Tornano utili i suoi studi, il titolo di studio da artigiano, la sua bravura nel costruire, ma anche aggiustare, mettere insieme una sedia o un tavolo. «E’ così che ho staccato il biglietto per l’Italia: facevo lavoretti qua e là, durante il cammino, entravo e chiedevo se qualcuno avesse avuto bisogno di una riparazione ai mobili; a volte andava male, altre un po’ meglio: stabilivamo il “quanto”, un piatto di pasta e pochi spiccioli e via, a lavorare, dare di attrezzi per rimettere a posto una dispensa, un letto sbilenco».L’italiano lo comprende, Mbaye, a parlarlo ha qualche problema. Parla francese e prova a farsi capire a gesti. Sbilenco lo spiega allargando le braccia, spostandosi su un lato. Rende l’idea di un letto che traballa.

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POCHI PERICOLI, NOVANTASEI SU UN GOMMONE

Il viaggio dalla Libia in Italia. «Anche qui devo ringraziare il destino – osserva il ventiseienne senegalese – non ho corso pericoli, mi sono imbarcato su un gommone, stretto, eravamo novantasei: quando sei in mare aperto e vorresti che il tempo passasse in fretta in vista della costa, conti, ti guardi intorno, uno, due, tre…novantasei! E’ un miracolo che questa “bagnarola” regga».

«Poi, più o meno, a metà viaggio, avvistiamo una nave italiana in perlustrazione: siamo salvi, ci lanciano scalette che afferriamo al volo, mettiamo le ali ai piedi e in un attimo siamo in coperta; arriviamo sulla costa siciliana, trattati bene, sfamati – personalmente non vedevo un tozzo di pane da giorni – e rimessi a nuovo, con indumenti puliti; infine, viaggio a Taranto, all’hotspot: compiamo i passaggi obbligatori, passiamo le visite di rito e veniamo assegnati ai Centri di accoglienza straordinaria, io vengo destinato al Cas Cavallotti di “Costruiamo Insieme”, mi trovo benissimo, ho assistenza e riconquistato una certa serenità; ogni giorno giro per la città, chiedo se c’è lavoro, anche saltuario e prometto di ripassare per una risposta definitiva; a volte trovo da fare cose, finito il mio lavoro – bontà loro – mi dicono che sono piccole opere da artigiano».

A Taranto per caso, Mbaye ci ha ripensato. «Spero di trovare un lavoro stabile – sogna – per lavorare con una certa costanza e dimostrare la mia professionalità in campo artigianale: undici anni di studio, dopo la scuola dell’obbligo, mi tornano utili ogni giorno».

Un sabato trascorso “sportiva-mente”

L’interazione che guarda all’inclusione.

Foto articolo domenicale 03 - 1Ieri mattina era in programma un incontro di calcio a sei nell’ambito del Torneo Regionale organizzato dall’ANPIS (Associazione Nazionale Polisportive per l’Inclusione Sociale) denominato Sportiva-Mente.
Decido di andarci perché ci sono diversi aspetti di questa iniziativa che mi intrigano.
Uno fra i tanti Mimmo, operatore sociale volontario tuttofare: Presidente, autista, magazziniere, allenatore, motivatore e non so cos’altro.
Una persona speciale che mi infastidisce solo quando mi chiama dottore!
Lo conosco dai tempi in cui venne a chiedermi di poter fare allenare i suoi ragazzi nel campo di una struttura dove avevamo allocato la Direzione Generale della ASL BA2, l’Istitituto “Vittorio Emanuele II” di Giovinazzo, un campo di calcio abbandonato da decenni e recuperato attraverso un progetto di inclusione sociale per essere messo a disposizione del territorio. Sono passati anni e lui è ancora la, attore e fautore di processi di socialità in maniera volontaristica e senza togliere un briciolo di tempo alla famiglia che lo segue sempre nelle sue attività.
Al Torneo sono iscritte Associazioni che, a vario titolo, operano nel settore della Salute Mentale con squadre composte da utenti e operatori: “in campo giocano quattro utenti e due operatori” mi spiega il Presidente dell’Associazione “L’Anatroccolo onlus” di Bitonto, Mimmo Bellifemine, mentre sta per cominciare l’incontro casalingo contro la “Gargano 2000”, una Associazione di Giovinazzo.
E’ il quarto incontro del Torneo e per la capolista “L’Anatroccolo” è un incontro al vertice perché gli amici di Giovinazzo sono secondi.
“Non è questo lo spirito con il quale i ragazzi giocano. Scendono in campo per divertirsi. Certo, l’impegno e la voglia di vincere ci sono ma sono elementi marginali. Poi, per il secondo anno consecutivo, abbiamo le nostre punte di diamante che fanno la differenza in campo come nello spogliatoio”. Le punte di diamante alle quali si riferisce il Presidente de “L’Anatroccolo” sono cinque ospiti del Centro di Accoglienza Straordinaria di Bitonto gestito da “Costruiamo Insieme” iscritti al Torneo in quota agli operatori.

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La prima squadra ad entrare in campo è quella dei bitontini e Mimmo mi deve lasciare per dirigere la fase di riscaldamento pre partita.
Il gruppo si compatta e, prima di iniziare il riscaldamento, scappano abbracci, strette di mano, segni di intesa e incoraggiamento fra i giocatori.Colgo il primo elemento dell’incontro fra culture: alcuni ragazzi de “L’Anatroccolo”, dopo aver stretto la mano e abbracciato i colleghi “stranieri”, portano la mano al petto, un rituale simbolico che, fino a qualche tempo fa, non conoscevano: incontro e scambio!
“Noi guardiamo ai processi di integrazione sociale a 360 gradi e la presenza di questi ragazzi nel gruppo è un motivo di crescita attraverso lo scambio di esperienze per i nostri ragazzi che va al di la della condivisione dell’evento calcistico” mi aveva raccontato Mimmo prima dell’inizio della partita.
Ed è un’esperienza che vogliamo ampliare attraverso la sottoscrizione di un Protocollo di Collaborazione finalizzato a consolidare e rafforzare l’interazione fra le nostre realtà per la realizzazione di percorsi concreti di inclusione sociale.
Nel frattempo, la partita entra nel vivo. A due minuti dalla fine “L’Anatroccolo” vince 4 a 3. Due minuti fatali: la partita si chiude sul risultato di 5 a 4 per gli ospiti che diventano primi in classifica con un distacco di due punti.
Ma questi sono dettagli di poco conto, marginali.
I ragazzi sono felici, hanno giocato, si sono divertiti.
La prossima settimana saranno a Foggia sempre per giocare, stare insieme e divertirsi.
Se vincono o perdono è sempre festa!
E, guardandoli, mi chiedo quanto abbiamo ancora da imparare da quella spontaneità che è rimasta scevra dall’inquinamento ideologico e culturale che ammorba il rapporto fra le persone.
Ho trascorso un bel sabato Diversa-Mente!

«Io, in mano agli asma boys»

Friday, nigeriano, in Libia per giorni in mano a ragazzini terribili. «Recluso in uno stanzone e consegnato quotidianamente a una persona per lavorare e pagarmi la libertà. Poi l’incontro con un galantuomo, il gommone, il viaggio fino alle coste pugliesi, Taranto, la libertà…»

Friday, venerdì. Come il personaggio scaturito dalla fantasia di Daniel Defoe che scrisse il romanzo per ragazzi “Robinson Crusoe”, il naufrago che salvò un povero indigeno scaricato dalla sua tribù. Friday, nigeriano, sorride continuamente. Prende il block notes e scrive in stampatello, lettera dopo lettera, il suo nome. Per evitare malintesi. «Venerdì, come quel personaggio lì…», dice, sorride. Poi tace, consegna il suo buon inglese alla traduzione di Sillah, uno degli operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme”. E’ brillante, Friday, da due anni in Italia. In tasca un titolo di saldatore conseguito in Nigeria, ama musica e danza. Hai visto mai, un giorno dietro una consolle o su un palco a cantare, muoversi come il Michael Jackson di Moonwalker. «Non parlo italiano!», fa tradurre. «Non posso farci niente!», osserva. Si colpisce un paio di volte la fronte, come a punirsi, quasi volesse far comprendere che ha provato a infilarsi nella testa un minimo dizionario italiano, ma niente.

L’argomento-italiano lo riprenderemo minuti dopo. Basteranno due passi, dal Centro di accoglienza di via Cavallotti al Lungomare di Taranto, per proseguire una chiacchierata e fare un paio di foto, perché Friday rifletta su quello che ci siamo detti pochi minuti prima.

Ma andiamo per ordine. La fuga da Edu Stests, la cittadina nella quale è nato, cresciuto, studiato, afferrato il primo saldatore. «Risale ad ottobre di tre anni fa – racconta Friday – fu allora che pensai di lasciare, a malincuore, il mio Paese; In Italia, dopo un viaggio, non senza qualche problema, sono arrivato nel gennaio successivo, appena sbocciato il 2016».

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UN VIAGGIO A BISCOTTI E “GARI’”…

Un viaggio non molto semplice, nonostante all’inizio stesse andando tutto liscio. «Avevo trovato un passaggio in auto, viaggiavo da un confine all’altro, senza contrattempi fino all’arrivo in Libia: scene da film, di quelle che si vedono spesso in tv».

Ricorda tutto per filo e per segno, Friday. «Fino a quel momento ci eravamo sfamati con biscotti e “garì”, una polvere simile al cous-cous; un po’ d’acqua, mescolavamo, scioglievamo e mangiavamo: colazione, pranzo e cena; l’unica cosa che la notte non ci faceva dormire era il brontolio del nostro stomaco vuoto: facemmo l’abitudine anche a quello…».

Scene da film in Libia. «A Tripoli, insieme con altri miei conterranei – ricorda – veniamo circondati da quattro auto, a bordo “asma boys”, li chiamano così, ragazzini dai modi spicci, che si fiondano subito su di noi; sventolano pistole e fucili davanti alle nostre facce – tante volte ci sfuggissero le loro intenzioni – ci chiedono di rovesciare le tasche per alleggerirci dai soldi: non avevamo nulla, quei pochi spiccioli che avevamo fino a poche ore prima erano diventati carburante per un altro tratto di strada fino al porto per imbarcarci su un gommone e, finalmente, arrivare in Italia».

E, invece, gli “asma”, piccoli pregiudicati senza scrupoli, cambiano il programma di Friday e dei suoi compagni di viaggio. «Ci portarono in una stanza non molto grande e ci rinchiusero. Eravamo affamati, senza prospettive, fino a quando a qualcuno non venne in mente di farci lavorare e pagare con grossi sacrifici la nostra libertà». Il giovane nigeriano è saldatore. «Mi consegnarono – ricorda – a una persona, che aveva bisogno di perfezionare lavori già fatti in casa: mi proposi come saldatore, roba da spezzarsi la schiena, dalle sei del mattino alle nove di sera, ininterrottamente; lavoravo senza sapere come sarebbe andata a finire, quanto avrei dovuto lavorare per poi andare via…».

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FINALMENTE UN MIRACOLO…

Piccolo miracolo. «Incontrai un mio connazionale – un segno del destino –che viveva e lavorava in Libia da anni, si era fatto benvolere dal suo capo, un libico, che prese a cuore anche la mia storia: in realtà ero riuscito a fuggire dalla “prigione”, non ero più ostaggio dei ragazzini, tantomeno della persona che passava i soldi del mio lavoro ai miei carcerieri». Si apre ad un sorriso e ad una espressione tenera, Friday. «Non dimenticherò mai la generosità di quell’uomo, buonissimo; non volle nulla in cambio, ci accompagnò ad uno di quei gommoni che si riempivano di gente e di speranza, e salutò me e i miei amici augurandoci ogni bene». Due giorni di viaggio, lo sbarco sulla costa pugliese e in un’ora di bus finalmente a Taranto.

Friday e l’italiano. Due passi e il nigeriano riflette sullo scambio di battute. Sillah traduce e consiglia. «E’ importante l’italiano, devi imparare, studiare e conseguire titoli di studio, altrimenti se vai a fare anche un solo documento fai scena muta». E’ l’unico momento in cui Friday si fa serio, aggrotta la fronte, nel suo inglese chiede quando potrà iscriversi a scuola. «Prima il corso di alfabetizzazione – gli spiega l’operatore di “Costruiamo Insieme” – poi una volta imparato i primi rudimenti fai un esame e frequenti la scuola media». Ha compreso il nigeriano dall’inglese e dalla dance facile. «Devo aspettare ottobre prossimo? Prima non è possibile fare altro, adesso ho fretta». Nel giro di una chiacchierata la prospettiva è cambiata. «Voglio restare in Italia – conclude Friday – lavorare qui, da saldatore o svolgendo qualsiasi altro lavoro non importa, è giusto che recuperi il tempo perso e impari di corsa: se penso ai due anni in cui ho fatto poco per imparare l’italiano; lo trovavo e lo trovo ancora difficile, ma adesso devo fare l’impossibile, anzi, non vedo l’ora di cominciare!».

La scomparsa del fine settimana

Siamo entrati nel vivo della campagna elettorale e, come da sempre siamo abituati a sentire, uno dei temi centrali del dibattito fra i diversi schieramenti è il lavoro.
Certo, se le promesse che sentiremo elargire fino al 4 marzo incidessero sulla crescita del prodotto interno lordo l’Italia azzererebbe il debito pubblico. Ma così non è, come non è nostra intenzione entrare nel merito della campagna elettorale in corso.
Ci diletteremo, piuttosto, a guardare le cose da un altro punto di vista cominciando da questo domenicale che vi propone la lettura di un articolo di Martin Caparròs che potrà sembrare una provocazione ma, di fatto, è una semplice approfondita riflessione sul mondo del lavoro nella quale molti riconosceranno la propria dimensione.
Buona lettura.

“La scomparsa del fine settimana”
Martín Caparrós, giornalista e scrittore

Il fine settimana è un’invenzione recente. La settimana no: il fatto che esista e che duri sette giorni è il risultato di un errore babilonese. Quegli iracheni credevano che fossero sette i pianeti esistenti, e che ognuno di loro definisse un giorno di quella settimana che decisero di inventare.

Per migliaia di anni chi doveva lavorare lo faceva per sei giorni, e semmai riposava il giorno del signore. Ma all’inizio dell’ottocento i padroni delle fabbriche inglesi, stanchi che gli operai si assentassero tutti i lunedì per colpa della sbronza domenicale, gli offrirono di staccare il sabato a mezzogiorno, bere, riposarsi la domenica e tornare in fabbrica il lunedì mattina presto: inventarono il “sabato inglese”.
Nonostante ciò, gli orari di lavoro restavano eterni: gli operai dei paesi ricchi continuarono a battersi per ottenere un po’ più di vita. Nel 1926 Henry Ford introdusse nelle sue fabbriche la settimana lavorativa di cinque giorni: non solo compiaceva e stimolava i suoi dipendenti, ma gli lasciava anche più tempo per consumare, perché gli operai si stavano trasformando in consumatori. Poco dopo, la crisi del 1929 portò un’ondata di disoccupazione, e meno ore di lavoro a testa significarono un po’ più di lavoro per tutti. La settimana lavorativa di quaranta ore divenne, paese dopo paese, la norma.
A chi come me ha più di trent’anni e meno di cento il fine settimana di due giorni sembra la cosa più naturale del mondo. C’erano tempi in cui era inviolabile. Soprattutto in Europa, il fine settimana era rigido: una ventina di anni fa, a Parigi, Monaco o Stoccolma era molto difficile trovare una libreria o un calzolaio aperti. Funzionavano solo i servizi pubblici: i trasporti, i luoghi di svago, i servizi sanitari, la polizia. Ora non è più così: si è imposto il modello americano, in cui il fine settimana è un momento per comprare, e ciò comporta che ci siano milioni di persone occupate a vendere.
Ma anche così le differenze per un po’ si sono mantenute: quei lavoratori accettavano di lavorare durante giornate speciali, che erano un’eccezione e di solito erano pagate a parte. Il grande cambiamento è che adesso i confini tra lavoro e tempo libero sono sempre più labili. Ci sono sempre più persone che lavorano sempre e ovunque. Alcuni di noi lo fanno perché ci piace quello che facciamo, altri perché sono troppo preoccupati da quello che fanno, molti per una sapiente combinazione di entrambe le cose.
Aiuta lavorare da casa (e quindi la mancanza di un limite spaziale tra il tempo libero e il lavoro) e che i dispositivi mobili facciano sì che, anche per quelli che hanno orari e uffici, il lavoro li segua ovunque vadano. In un’epoca in cui un lavoro non è visto come un peso ma come un privilegio, ci si aspetta che quelli che ne hanno uno se ne prendano cura mantenendosi disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, o quasi.
L’entusiasmo di avere tempo a disposizione per se stessi, blindato contro qualsiasi meccanismo di mercato, non va più di moda. Ma, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere. C’è una cosa che i dottori chiamano “effetto weekend”: i pazienti ricoverati durante il fine settimana muoiono un dieci per cento in più di quelli ricoverati durante i giorni feriali. Non si sa né come né perché, ma succede.
Quindi forse la progressiva scomparsa del fine settimana avrà uno di quegli effetti secondari che nessuno calcola, e queste persone non moriranno più. Forse senza fine settimana saremo tutti immortali. O, chissà, forse succederà esattamente il contrario.
(Questo articolo è stato pubblicato su El País).

Donne in piazza e migranti

Insonnia e incubi del Presidente Trump.

Come in un incontro di boxe, il Presidente USA Trump incassa quello che tecnicamente viene definito “uno-due”: il Senato degli Stati Uniti d’America boccia inesorabilmente la Legge Finanziaria gettando l’intero apparato nello scompiglio e centinaia di migliaia di donne, ad un anno esatto dalla prima grande manifestazione all’indomani dell’elezione del Presidente definito “misogino”, sono pronte ad invadere le strade delle più importanti città del Paese.
Due fatti apparentemente separati ma che trovano un punto di convergenza all’interno di un processo in atto mosso da motivi di civiltà.
La Legge Finanziaria è caduta grazie alla volontà di un gruppo di Senatori di ribadire il diritto di restare nel Paese di tutte le persone che vi sono nate o che hanno raggiunto lo stesso in tenera età anche clandestinamente.
Questo accadimento, mai avvenuto nella storia degli USA, paralizza l’intero sistema statale in assenza della copertura finanziaria.
Certo, i servizi essenziali sono garantiti, anche la sanità che, non riuscendo a riportare ai ricchi tutta d’un colpo, Trump sta cancellando un pezzo per volta con il dichiarato intento di cestinare l’attesa riforma del sistema posta in essere dal suo predecessore Obama dopo decenni di lotte e di speranze.
Ma, in questi giorni, pare evidente che il livello di inciviltà etica, morale e verbale del Presidente Trump abbia fatto traboccare il vaso.
E non solo negli USA, ma a livello mondiale visto l’isolamento diplomatico in cui è ingabbiato.
E poi, ci sono le donne, quel fastidioso soprammobile, l’oggetto silente da mostrare che agli occhi di Trump sta diventando un’onda pervasiva e coinvolgente diventando un problema che non si risolve con un accordo fatto sotto banco con il Partito Democratico.
Se il Presidente coreano Kim lo ha reso insonne, le donne sono diventate un incubo!
Un anno fa, il 21 gennaio 2017, 500mila persone partecipavano alla marcia delle donne su Washington, e altre decine di migliaia scendevano in strada nelle altre grandi città statunitensi.
Migliaia di donne hanno denunciato violenze e molestie sessuali e centinaia di uomini di potere (compresi esponenti del congresso) si sono dimessi o sono stati costretti a lasciare i loro incarichi.
Il simbolo americano per eccellenza, Hollywood, ha trovato il coraggio di denunciare all’unisono il “macismo” da sempre annidato dietro le quinte e l’abitudine consolidata a considerare le donne oggetto del soddisfacimento sessuale piuttosto che professioniste: bambole gonfiabili ad uso e consumo del maschio detentore del potere.
Dal 1968 in poi, pare oggi essersi riaccesa la fiammella di una speranza, la luce di un percorso di riscatto, il coraggio di denunciare una inconcepibile ma ancora troppo attuale condizione di inferiorità sociale: a livello mondiale, senza grandi differenze geografiche fra i Paesi definiti “civilizzati”, le donne percepiscono un salario in media inferiore del 23% rispetto agli uomini pur svolgendo identiche mansioni.
Chiedere in piazza ragione anche di questo è legittimo oltre che giusto.
Se il destinatario del messaggio continua ad essere sordo sarà necessario gridare più forte, soprattutto nelle sedi istituzionali.
Un articolo della rivista Time riporta: “È in corso un aumento senza precedenti di donne che si candidano a ricoprire incarichi di vario tipo, dal senato statunitense ai parlamenti locali fino ai consigli scolastici e si candidano a qualcosa per la prima volta in vita loro”.
Sarebbe auspicabile che succeda anche da noi.