«Un viaggio lungo tre anni»

Sehou, beninese, trentadue anni, si racconta

«Tanto è durato il mio viaggio fra la fuga dal Benin e l’arrivo in Italia. Saldatore, in Libia ho fatto il muratore, sono finito nelle mani di bande armate che mi hanno ridotto una gamba a brandelli. I miei forti sentimenti dalla testa al cuore»

Foto articolo Storie - 1 (1)«La mia vita, un’odissea; un viaggio lungo tre anni, lontano dalla famiglia, dai miei affetti più cari e un viaggio della speranza, anche questo lungo, come quella sofferenza che mi ha segnato profondamente». Sehou, beninese, trentadue anni, cristiano, prova a tracciare un primo racconto. Non ha ancora realizzato che il peggio possa essere passato e può finalmente guardare al futuro con più fiducia. E’ da poco più di un mese ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme” e già si sforza a comprendere l’italiano. A parlarlo, nemmeno a parlarne. Per ora. Per evitare che le sue parole, le frasi raccontino un’altra storia o siano di senso incompiuto, si fa aiutare da Allahassen, operatore senegalese. Anche lui, come Sehou, parla francese. «Nel Benin è la lingua ufficiale», spiega, «meglio che qualcuno ti trasferisca quello che da tanto ho nella testa e nel cuore». Un conflitto di sentimenti che il trentaduenne beninese vorrebbe raccontare. «Metto mentalmente le cose a posto, voglio cominciare dall’inizio, anche se poi le cose che mi hanno fatto più male, e non solo fisicamente, arrivano verso la fine di questo mio lungo viaggio».

Proviamo a prendere nota, Sehou si racconta. «Nel mio Paese non si vive bene, l’idea che avevo stando a casa con i miei familiari non era incoraggiante: da un momento poteva accadermi qualsiasi cosa; perdi il lavoro, saltuario, e non sai perché, gli amici di colpo diventano sempre meno, ti evitano quasi avessi una malattia contagiosa; ma li capisco anche, la loro paura era quella di perdere occasioni di lavoro, dunque mettersi qualcosa in tasca e sfamare la propria famiglia».

LA MIA FAMIGLIA, NON LA SENTO DA TANTO

La famiglia di Sehou. «Mio padre è morto, l’età dalle nostre parti conta poco, la prospettiva di vita, le cure per combattere un malessere sono vicine allo zero; lì vivono ancora mia madre, mia moglie e i miei due figli».

Mancanza di comunicazione. E’ qui da più di un mese, nessun contatto ancora con la famiglia. A migliaia di chilometri dall’Italia i “suoi” non sanno come mettersi in contatto con lui, mentre l’interessato promette che alla prima occasione proverà a farlo. Intanto da tre anni è lontano dal suo Paese. «Certo che mi manca, pensate che per uno di noi che affronta un lungo viaggio senza sapere come andrà a finire, arrivare in Italia sia necessariamente una vittoria? Sono andato via da casa, ho staccato con il mio passato, se non ci saranno le condizioni per tornare senza temere rappresaglie, purtroppo dovrò tenermi alla lontana».

L’Italia, Sehou potrebbe restare qua. «Ho studiato e fatto lunga esperienza da saldatore, trovare anche un piccolo posto per svolgere questa attività e guadagnare qualcosa sarebbe l’ideale; non mi tiro indietro, anche se si trattasse di fare altri lavori manuali sono disponibile; ho fatto anche il muratore: ovunque ci sia da lavorare non mi tiro indietro; da qualche settimana arrivato in Italia, mi sto già dando da fare, ho la testa dura e da quando ho tolto l’ingessatura a una gamba chiedo in giro se cercano manovali».

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Già, l’ingessatura. «Fra poco ci arrivo, ma non è l’unico elemento doloroso di tutta la mia vicenda; dopo essere andato via dal Benin e viaggiato per la Libia, chiedo subito un lavoro nel quale impiegarmi».

Libia, Tripoli strategica. «Lo sanno gli stessi libici ed è qui che comincia la lotteria: c’è gente che approfitta della tua disperazione, ma anche gente per bene: ti fa lavorare e in cambio ti paga o concorda con gli interessati i trasferimenti su imbarcazioni di fortuna per l’Italia».

Un lavoro, Sehou, lo aveva pure trovato. «Lavoro per una, due, tre settimane, pane e acqua, soldi nemmeno l’ombra: cominci a pensare che sia sfruttamento, chiedi chiarimenti e ti cacciano; così è accaduto a me, fino a quando non ho trovato un muratore che mi ha voluto al suo fianco: abbiamo lavorato duro insieme, ma alla fine mi ha aiutato a pagarmi il viaggio per la libertà».

PRIGIONIERO, BASTONATE E UN GINOCCHIO FA “CRAC!”

Non tutto però fila liscio. Fra la fine dei lavori e il gommone, uno dei tanti, per l’Italia, succede che dei civili, armati di tutto punto e organizzati in bande, fermino il trentaduenne bengalese. «Tre mesi di prigionia, senza sapere cosa potesse capitarti da un momento all’altro: devi solo pregare di non essere un peso, che potresti essere comunque una fonte di guadagno: un riscatto o fare incassare loro il frutto del tuo lavoro». E quando non sanno più cosa fare di te, arrivano alle maniere forti, tanto che puoi rimetterci la pelle. «Sono passati alle vie di fatto: armati di bastone, picchiano fino ad ammazzare: chi non sopravvive ai maltrattamenti, diventa un esempio per tutti gli altri; io che non avevo contatti con la mia famiglia, non potevo garantire somme di danaro, così le bastonate arrivarono anche a me: ovunque capitasse, viso, spalle, braccia, fianchi, gambe; una bastonata più forte delle altre su una gamba, sento “crac!” e un dolore da mozzarmi il fiato: mi avevano rotto una gamba». Sehou, quella gamba, se la trascina come meglio può. Così conciato, ai banditi non serve più. Non più sotto stretta sorveglianza, riesce a liberarsi. Infine, il gommone dei sogni. Quei pochi soldi che ha nascosto nonostante le torture, diventano utili per il viaggio per l’Italia.

«La gamba ingessata, in Sicilia resto poco, giusto il tempo di essere soccorso, poi in bus il trasferimento definitivo a Taranto: ora il tempo di organizzarmi, trovare un qualsiasi lavoro da fare e per poi ricontattare i miei familiari; tre anni sono lunghi, i miei due figlioli saranno cresciuti, potrei non riconoscerli subito, ma la voglia di riabbracciarli è tanta».   

«Rispetto reciproco»

Incontro con Hassen Chiha, imam di Taranto

«Ognuno prega come sa e come può. Nella provincia di Taranto duemila fedeli, una ventina i residenti convertiti all’Islam. Una volta l’anno ci riuniamo in preghiera sulla Rotonda del Lungomare. Vorremmo un luogo di culto più decoroso, possibilmente non lontano dal centro cittadino»

Stavolta “Costruiamo Insieme” ha incontrato nella sua sede di via Cavallotti Hassen Chiha, imam a Taranto. Con lui abbiamo toccato diversi tasti, dalla religione ai rapporti con i residenti, all’analisi del senso di preghiera e soprattutto fatto un netto distinguo fra Islam, vale a dire la religione musulmana, e l’Isis. Importante, Allah è il Dio dei musulmani; il profeta è Maometto, la fede religiosa praticata con la lettura e il rispetto del Corano, non disconosce Gesù Cristo, considerato messaggero di Dio.

Hassen Chiha, quanti sono i fedeli musulmani fra Taranto e provincia. E in Puglia?

«Nella provincia ionica, grossomodo duemila, anche se credo siano di più. In tutta la Puglia, il conteggio è complicato: chi lo sa, sicuramente tantissimi. Svolgiamo incontri periodici con i fratelli musulmani di Bari e Lecce, ma anche raduni di preghiera a livello nazionale. Non so quanti siamo, sicuramente il numero è elevato».

Dove vi riunite in preghiera e le risorse economiche con cui finanziate la vostra sede, più che una moschea un luogo di culto.

«In effetti è improprio definire la sede di via Cavallotti 76, casualmente non molto distante dalla sede della vostra cooperativa; diciamo che è un luogo di culto; paghiamo un fitto mensile di circa trecento; dove prendiamo i soldi? Ci autogestiamo con il contributo di ciascun fratello, ognuno dà quello che può: dieci, venti centesimi, un euro».

Si associa spesso la fede musulmana agli sbarchi, il musulmano all’extracomunitario. Ci sono tarantini convertitisi all’Islam?

«Una ventina di residenti hanno abbracciato la nostra fede; qualcuno nel frattempo, questioni di lavoro, è andato fuori Taranto; nel resto della regione il numero di pugliesi che esercitano la fede musulmana è evidentemente più elevato; azzardo una ipotesi: forse un continuo scambio culturale porta qualche residente a convertirsi al Corano».

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Quali pensate siano gli argomenti più convincenti per convertire all’Islam?

«La conversione è una cosa seria, è qualcosa di spirituale che tocca l’anima; partendo dalla parola del Profeta, con il passare dei millenni siamo diventati circa due miliardi in tutto il mondo: non siamo pochi, insomma. Ma, attenzione: la fede non dipende da noi, ma da Dio. In queste occasioni ci vengono rivolte domande specifiche alle quali io e i fratelli nei diversi raduni di preghiera proviamo a rispondere».

Qual è la domanda ricorrente che rivolgono quanti hanno intenzione di avvicinarsi all’Islam?

«Su Gesù, se lo riconosciamo o meno: la risposta è sì, lo riconosciamo, portiamo rispetto nei suo confronti; ne riconosciamo l’impegno di messaggero, profeta – tutti i profeti sono messaggeri di Dio – e rispettiamo tutti allo stesso modo; tanti, poi, ci chiedono se la fede musulmana abbia a che fare con l’Isis: due cose completamente opposte, chiariamo; chiediamo piuttosto ai fratelli che non hanno ancora padronanza dell’italiano, di non rispondere a domande così delicate, tante volte una parola, una frase, possono essere interpretate nel modo sbagliato».

Ci sono, invece, musulmani che una volta in Italia si convertono, per esempio, alla religione cattolica?

«Nella nostra comunità non è ancora accaduto; fosse accaduto non avrei avuto problemi a dirlo: questione di rispetto, ognuno è libero di abbracciare quella che più sente come la propria fede, nessuno deve sentirsi costretto a seguire insegnamenti in cui non crede o non crede più».

La moschea di via Cavallotti, le iniziative.

«La moschea è sempre aperta, a volte organizziamo iniziative con studenti universitari, altre volte con amici, per far comprendere cosa sia la fede musulmana; in queste settimane abbiamo strappato un “sì” al sindaco Rinaldo Melucci, dovrebbe venire a trovarci presto».

Un appello alle autorità, l’attuale sede non è molto capiente.

«Più volte abbiamo provato a sensibilizzare le autorità cittadine, in particolare quelle comunali, il sindaco Ippazio Stefano venne a farci visita un paio di anni fa; speriamo possa farlo anche Melucci, ripeto, disponibile a venire a trovarci, impegni istituzionali permettendo».

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Cosa chiedereste al sindaco di Taranto?

«Una sede decorosa, possibilmente non in un lontano quartiere cittadino: avremmo problemi per spostarci con i mezzi pubblici, poi una scelta simile sarebbe emarginazione; i tarantini hanno un elevato senso di accoglienza e rispetto, pertanto crediamo sia l’occasione giusta per venirci incontro. Il venerdì di preghiera ospitiamo non meno di duecentocinquanta fratelli, tanti; amici di fede cristiana hanno detto che uno spazio così angusto non può essere motivo di rispetto per una comunità religiosa: noi ci limitiamo solo a chiedere uno spazio ragionevole nel quale riunirci e pregare Allah».

Domande alle quali qualcuno vorrebbe dare risposta.  Dunque, la prima: quante volte i musulmani si raccolgono in preghiera ogni settimana?

«Cinque volte al giorno, dunque trentacinque volte a settimana; poi ci sono incontri, approfondimenti religiosi, cui è facoltativo partecipare; a volte, questi, li svolgiamo anche fuori dalla sede di via Cavallotti».

Ramadan, proviamo a spiegarlo brevemente.

«Quest’anno il Ramadan ricade più o meno a metà maggio; è un momento importante per noi musulmani, un mese di misericordia; il sacrificio consiste nello staccare l’anima dal piacere quotidiano, dal cibo ai rapporti intimi fra marito e moglie; è un mese nel quale ci ritroviamo a tavola insieme con amici, offriamo il cibo a chi non ce l’ha: per noi è un dovere far sedere alla nostra tavola fratelli meno fortunati; facciamo anche preghiere notturne per recitare le quali ci ritroviamo anche in moschea; a fine mese, il Ramadan si conclude con una festa al mattino, una preghiera all’aperto, a Taranto per esempio autorizzata dalle autorità locali sulla Rotonda del Lungomare: l’ultima volta eravamo circa un migliaio. Questo ha permesso alla comunità tarantina di vedere come preghiamo; c’è chi si è avvicinato incuriosito, chi ha atteso la fine della preghiera per scambiare con noi idee e opinioni, sempre nel massimo rispetto del proprio credo religioso».

Islam e Isis, chiariamo: sono due cose opposte.

«Qualcuno, in maniera chirurgica, spesso genera confusione avvicinando la nostra religione all’Isis, dunque provando a identificarci con i terroristi: niente di più sbagliato; il musulmano non potrebbe essere mai essere terrorista, pratica la sua fede nell’amore per Dio e del prossimo: non siamo stati creati per farci ammazzare uno con l’altro, bensì per vivere insieme, amarci, rispettarci, essere di supporto uno con l’altro».

Fede musulmana e cattolica.

«Sono più le cose che ci avvicinano, che quelle che ci allontanano. La cosa che deve unirci è il reciproco rispetto: io rispetto il tuo Dio e le tue preghiere, tu rispetti il mio Dio e le mie preghiere».

«Facciamo sistema»

Tommaso Depalma, sindaco di Giovinazzo

«Esistono immobili e professionalità che potrebbero fare al caso nostro. Il “Vittorio Emanuele”, in pieno centro cittadino, sarebbe utile al progetto. Tre migranti su mille abitanti, siamo al di sotto della media, ne ospitiamo appena una trentina. I ragazzi imparerebbero un mestiere e che l’Italia è un’occasione da non lasciarsi sfuggire»

Nella serie di “faccia a faccia” svolti da “Costruiamo Insieme” con i protagonisti del nostro territorio, abbiamo incontrato Tommaso De Palma, sindaco di Giovinazzo. Con lui abbiamo affrontato una serie di problemi, partendo dall’accoglienza e proseguendo con l’importanza di allargare l’offerta sempre in tema di ospitalità ad enti o soggetti con una esperienza consolidata.

Cominciamo con le Politiche migratorie affrontate dal Comune di Giovinazzo.

«Il nostro è stato fra i primi nove comuni pugliesi ad aderire convintamente alla politica di accoglienza. Fra quanti risiedono a Giovinazzo e quanti, invece, sono stati solo di passaggio, penso siano stati in molti ad essersi ampiamente integrati all’interno del nostro contesto; oggi, per esempio, vedo con soddisfazione che molti di questi ragazzi vengono al Comune, in Sala giunta, per studiare, imparare l’italiano e, dunque, accelerare il processo di integrazione».

Sindaco De Palma, esiste una ipotesi di programmazione in tema di Centri di accoglienza?

«Atteso che siamo ciclicamente chiamati in Prefettura, il tema centrale è la scarsa sensibilità dei titolari di immobili a non mettere ciascuna proprietà a disposizione della causa: questo, dunque, uno dei temi principali.

All’interno di questo tema, molto umilmente ho riferito allo stesso prefetto che nel centro di Giovinazzo esiste un gigante da diciottomila metri quadrati, l’istituto “Vittorio Emanuele”, che, non totalmente ma in piccola parte, potrebbe essere adibito ad uso-foresteria riprendendo uno schema abitativo già esistente; per decenni proprio questo immobile ha accolto famiglie e ragazzi indigenti ai quali è stata fornita educazione e scolarizzazione, con l’insegnamento di un mestiere attraverso i laboratori. Se intendiamo fare sul serio politica di integrazione multidisciplinare, ecco che per i migranti l’Italia può essere un’occasione importante».

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Imparare a parlare l’italiano e un mestiere utile alla comunità della quale diventerebbero parte integrante, ci sembra un buon inizio.

«Sempre se questi scegliessero la permanenza, diversamente il problema non si porrebbe. Mi auguro che le istituzioni a livello sovracomunale – il “Vittorio Emanuele” non è di proprietà del Comune, bensì della Città metropolitana – possano essere protagoniste di uno degli esempi in cui un patrimonio pubblico fa di un’esigenza un’opportunità; questo processo potrebbe essere, infatti, occasione per risanare una quota di un immobile che si dibatte fra mille difficoltà; per questo sarebbe auspicabile fare sistema, mettere in connessione: chi, meglio di un prefetto o un sindaco della Città metropolitana, o soggetti della Regione Puglia, possono intervenire nella vicenda? Sarebbe l’occasione per mettere a disposizione fondi, e ce ne sarebbero, a cominciare dal welfare».

Non ipotesi, ma occasioni concrete, sindaco De Palma.

«Parlo di cose fattibili, avendo toccato con mano che esistono Fondi regionali per iniziative simili; è necessario pertanto che chiunque abbia la proprietà di questo bene, si sieda a un tavolo e ragioni con chi sottolinea questa esigenza, vale a dire il prefetto; mi sento di assicurare che la comunità di Giovinazzo e il sottoscritto, in qualità di sindaco, non si metteranno di traverso, attivandosi a contribuire mediante le quote previste per legge; vorrei ricordare che a Giovinazzo la media attuale è di tre migranti su mille abitanti, dunque la nostra città dovrebbe avere una dotazione naturale di sessanta migranti; gli ospiti, al momento, oscillerebbero fra le venti e le trenta unità, e una simile proposta non mi sembra una cosa campata in aria: insomma, se tutti ragionassimo così, potremmo fare di un problema una soluzione».

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Immobili, riutilizzo o recupero, in disuso o abbandonati. Volendo fare sintesi.

«Non con l’attuale prefetto, ma in una precedente riunione mi permisi di dire qualcosa che a qualcuno sembrò quasi una bestemmia: provai, in quella circostanza, ad allargare leggermente il compasso della discussione sugli immobili di proprietà della Chiesa: Giovinazzo ospita due Istituti di suore, con enormi spazi inutilizzati – in uno di questi, una minima parte, è stato impegnato nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, e un ex Convento di frati cappuccini, già asilo, oggi inutilizzato; allora, mi chiedo: queste volumetrie non fanno parte di quell’idea di accoglienza? Ma, attenzione, che queste proprietà appartengano al Vaticano piuttosto che alla Repubblica, il territorio che i migranti vivono non è il nostro stesso? E mi chiedo ancora: possibile che nell’individuazione delle volumetrie non si possa compiere uno sforzo e risolvere un problema di dominio pubblico piuttosto che demandarlo ai privati?».

A proposito di privati, il Comune ha provato a sensibilizzare i proprietari di immobili.

«Tasto dolente. I privati le case non le mettono a disposizione dei residenti, di famiglie bisognose, nonostante il Comune a fine 2017 si facesse carico di contributi significativi per combattere la crisi abitativa; attenzione, non è un fatto discriminatorio, le case non le affittano ai migranti e neppure ai residenti. Nonostante gli appelli, ad oggi non un solo proprietario ha messo a disposizione una sola casa disponibile; preferiscono farsi carico di tasse, piuttosto che darne disponibilità».

Infine, sindaco De Palma, fare sinergia con enti gestori con esperienza maturata in questi anni. Ci sarebbe disponibilità da parte del Comune da lei rappresentato?

«E’ un tema gestito dal vicesindaco e assessore al welfare, Michele Sollecito; personalmente, in qualità di osservatore riscontro risultati interessanti in ordine all’integrazione del “prodotto finale”, detto in modo rispettoso: vedo questi ragazzi a proprio agio, partecipano alle attività sociali, a partite di calcetto – per fare un esempio – nelle quali si misurano sportivamente con i nostri ragazzi, come fossero normali cittadini; questi elementi sono indicatori che dicono quanto il progetto di integrazione stia funzionando. E quando le cose funzionano, piuttosto che di sindaco e giunta, il merito è di tutti i soggetti in campo. E di questo sinceramente posso ritenermi soddisfatto».

 

Tanzania depredata

Anche fare la spesa è un problema etico

Al pari di quanto si è verificato in tanti altri Paesi africani, anche in Tanzania l’economia ha subito profonde trasformazioni nel periodo di dominazione coloniale, che tra l’altro fu duplice, tedesca prima, inglese poi. Durante questi anni venne introdotta e successivamente potenziata l’economia di piantagione (affidata però a stranieri, europei e indiani). Agli africani rimase, completamente trascurata, l’economia di villaggio basata su un’agricoltura di sussistenza. Divenuta indipendente nel 1964, la Tanzania scelse una via di sviluppo socialista e fortemente basata sulle comunità locali, mirante alla creazione di una società senza classi e più vicina possibile a quella esistente negli antichi villaggi tribali. Il Paese avviò programmi ambiziosi: nel tentativo di liberarsi dalle ingerenze straniere e potenziando le proprie strutture produttive, tentò di elevare, con cospicui interventi pubblici, il livello di vita della popolazione, soprattutto di quella rurale, che rappresentava la stragrande maggioranza dei tanzaniani. Nello stesso tempo il governo mirò a incrementare la produzione agricola e a far decollare l’industria nazionale. Lo strumento scelto per rendere operativa questa politica economica fu l’istituzione delle Ujamaa: cooperative di villaggio, dotate di scuole, di dispensari, talune anche di piccole industrie che lavoravano i prodotti locali e nelle quali venne man mano avviata la popolazione. Il governo nazionalizzò gran parte delle piccole e medie aziende agricole senza però mai interamente abolire la proprietà privata. Quando però dal 1973 alla crisi economica mondiale si aggiunsero ripetute calamità naturali (la terribile siccità che ha devastato gran parte dell’Africa, distruggendo pascoli e decimando i capi di bestiame), il governo si trovò nella necessità di ridimensionare i propri iniziali progetti e nello stesso tempo di ricorrere in crescente misura ai finanziamenti esteri, che si tradussero con il tempo in una forma più o meno larvata di dipendenza. La fine della politica socialista fu ufficializzata nel 1986 quando l’economia tanzaniana ebbe una svolta liberista accogliendo finanziamenti dalla Banca Mondiale e, successivamente negli anni Novanta del Novecento, aprendo all’intervento privato anche settori come quello commerciale e bancario.

Il domenicale Foto articolo - 1L’economia del Paese era ormai diventata dipendente e schiava degli aiuti, meglio, investimenti internazionali.
I terreni migliori, ormai, sono destinati alle colture d’esportazione gestite da grandi multinazionali straniere concentrate sulla produzione dell’olio di palma e dell’olio di semi. Il commercio interno è fortemente limitato dal modestissimo reddito percepito dalla stragrande maggioranza della popolazione costretta a migrare: oggi, la paga giornaliera è passata dai due dollari di qualche anno fa ad un dollaro!
L’olio di palma, in particolare, contiene il glicidolo esterificato, sostanza considerata cancerogena. Ne contiene quantità sei volte superiori all’olio di mais e 19 volte superiori rispetto alle miscele di oli vegetali per friggere: 4000 volte di più dell’olio di oliva. I dati dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) sono preoccupanti: in Europa tutti i bambini consumano tale contaminante più della dose giornaliera tollerabile.
Ma al cospetto di enormi guadagni prodotti da pratiche schiavistiche di sfruttamento delle persone anche la salute dei bambini può essere sacrificata insieme ad intere popolazioni depredate.
Se i tempi del colonialismo sono superati, oggi siamo di fronte ad un neo colonialismo più spietato e brutale con un occidente cieco capace di inventare anche la categoria del “migrante economico” al quale viene precluso l’accesso.
Posto da un punto di vista etico e morale, anche entrare in un supermercato per fare la spesa è diventato un problema serio.

«Sogno una casa…»

Murad, bengalese, diciotto anni

«Voglio regalarla ai miei genitori rimasti in Bangladesh. La vita è triste lì, ho dovuto lasciare gli studi e il mio Paese per fame. Avevo paura del mare, mi hanno legato per farmi imbarcare per l’Italia. Lavoro in un supermercato, ho datore e colleghi speciali»

Copertina articolo 02 - 1Da un anno e mezzo in Italia, parla già bene l’italiano. Si aiuta anche a gesti, Murad, diciotto anni, bengalese di Rangpur. Ha un sogno: regalare una casa a papà, mamma e due fratellini. «Lavoro da un po’, part-time – specifica il ragazzo arrivato dal Bangladesh – in un supermercato, una di decina di colleghi in tutto, una squadra affiatata».

Murad, non ancora maggiorenne, decide di prendere il coraggio a due mani. «Dovevo partire – spiega – le cose lì, nel mio Paese, non funzionavano bene: mio padre, salute cagionevole e sottoposto a cure; mia madre, senza lavoro; un fratello di dieci anni e una sorellina di appena sei, da mantenere come meglio possibile: la fame colpisce il Bangladesh, dove puntualmente si abbattono le peggiori catastrofi; una bocca in meno da sfamare è come tirare un sospiro di sollievo: amo la famiglia, mi assale una mezza intenzione di partire in cerca di fortuna e i miei genitori fanno il resto, assecondano questo mio principio di desiderio; ci ho pensato un po’ su, credo che il miglior sistema per aiutare la famiglia, fosse quello di partire e provare a trovare un lavoro che permettesse di mandare un po’ di soldi a casa, da qualsiasi parte del mondo mi trovassi».

Una decisione assunta più o meno in fretta. Consideriamo i diciassette anni con vista sui diciotto. Per Murad non è una decisione facile. «Diciamo anche sofferta – confessa – un po’ come staccare le radici e andare a metterle da un’altra parte, non per un tuo capriccio, ma per il tuo bene e, soprattutto, per il resto della famiglia; il primo campanello d’allarme, a proposito del grado di povertà verso il quale consapevolmente dirigendo, è stato lo stop allo studio: non avevamo più le risorse economiche perché io continuassi a studiare; dalle mie parti se non hai qualche soldo, difficile che possa andare a scuola: qui tutto ha un prezzo».

PRIMA DELL’ITALIA, LA LIBIA…

Ma i familiari, verso i quali Murad, fede musulmana, è devoto, compiono un ultimo sforzo. «Papà, mamma e zio mettono insieme gli ultimi risparmi e mi comprano un biglietto aereo per la Libia; mi imbarco, arrivo a Tripoli, lì incontro qualche problema: rispetto a miei connazionali e altri migranti, mi ritengo relativamente più fortunato: non vengo catturato da milizie civili e sottoposto a maltrattamenti».

Per il ragazzo bengalese già questa è una fortuna. «Come vogliamo chiamarla – osserva – non sono stato picchiato, sottoposto a fame o altra vessazione; piuttosto il lavoro, quello sì, l’ho subito trovato: ma fra il lavorare e avere un salario, da quelle parti ce ne passa; ho lavorato ad un distributore di benzina, la mia paga era il cibo che mi davano per sfamarmi, soldi niente: ma non era poi come sembrava…».

Anche qui, Murad, in un contesto sicuramente di grave disagio, ha un colpo di fortuna. «A mia insaputa, il titolare della stazione di servizio, un bel giorno arriva con un paio di suoi amici in auto; mi invita a salire a bordo, chiedo inutilmente di sapere dove fossimo diretti; in quei momenti vieni assalito dalla paura: lontano dalla famiglia, al cospetto di gente che hai appena conosciuto, ti balenano mille pensieri; vinco la prima diffidenza e faccio bene, perché a bordo dell’auto arriviamo al porto dove è in partenza uno dei tanti gommoni della speranza sul quale sarei dovuto salire».

Un contrattempo che sulle prime il ragazzo quasi si vergogna a raccontare. «Non avevo mai visto il mare: mai! Il mare aperto, poi, mi metteva una grande paura; in quel momento vengo assalito dal dubbio: tentare la fortuna in un altro Paese, in questo caso l’Italia, o restarmene in Libia, a fare il benzinaio per pane e acqua? Evidentemente sono ancora acerbo per assumere una decisione così fondamentale, avevo tanta paura da impuntarmi, rinunciare al mio personale “viaggio della speranza”, così il dubbio, in un attimo, lo sciolgono insieme il mio datore di lavoro e i suoi amici: mi legano e quasi mi lanciano a bordo del gommone; li ringrazierò a vita, senza la loro determinazione non so dove starei ancora oggi: con quelle settimane di “lavoro non retribuito” avevo praticamente riscattato il viaggio per le coste italiane: grazie!».

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E IN VIAGGIO PER IL SOGNO

Il cuore, a bordo di una imbarcazione che somiglia più a una zattera, palpita. «Batteva forte, c’era da restare secchi: avevo paura del mare, non sapevo nuotare, avevo aggiunto paura ad altra paura; il viaggio dura un giorno e una notte, veniamo svegliati dal rumore di un elicottero della Marina italiana: salvi! Da lì a poco arriva una nave militare, sempre italiana, saliamo a bordo, veniamo rifocillati e ci dirigiamo direttamente a Taranto».

Finalmente in Italia. «Una forte emozione: piangevo dalla gioia e dalla voglia di farlo sapere a casa; mamma la sento ogni settimana, ogni volta è una gioia: lei dice di restare, papà invece vorrebbe tornassi a casa; ora che, poco per volta, sto realizzando il mio sogno, non me la sento di tornare: voglio mettere insieme diecimila euro e spedirli a casa perché finalmente la mia famiglia torni a vivere decorosamente».

Poi, adesso, ci sono un sacco di amici qua. Non solo quelli della cooperativa “Costruiamo Insieme”. «Vero, mi organizzo per andare a lavoro – conclude Murad – a volte con i mezzi pubblici, a volte in auto con i miei colleghi: mi hanno preso a benvolere, nel supermercato mi occupo di magazzino, sistemo la merce, curo la pulizia del locale; ho un datore di lavoro che mi vuole bene e amici che mi rispettano, più di così: il mio sogno voglio realizzarlo mattone dopo mattone; proprio come fosse quella casa che voglio regalare ai “miei”: con l’aiuto del Cielo spero di farcela».