Abraham, «La vita è un gran casino!»

Nigeriano, trentatré anni, non trova altra frase per definire guerra e persecuzioni. La fuga in mare, passando per notti insonni, nascosto per evitare che in Libia lo trascinassero in prigione. «Sento mio padre e i miei tre fratelli, spero un giorno di riabbracciarli».

Foto Storie articolo 03 - 1«Un casino!». Guerra, persecuzioni, fame, fuga. Tutto questo, per Abraham è un «casino!». E’ una delle prime espressioni che ha imparato non appena è sbarcato in Italia. Per spiegare la crisi dalla quale è scappati e i contrattempi fisiologici che ha trovato per inserirsi possibilmente in un diverso tessuto sociale, non trova di meglio che questa breve frase. «Un casino!». E quando le cose vanno ancora peggio, come lo stesso Abraham, nigeriano di trentatré anni, ci racconta, la frase, essenziale, che racconta tutto questo disagio, si arricchisce di un solo aggettivo, giusto per rendere meglio l’idea: «…un gran casino!».

«Sono partito un anno fa – racconta – da Edo, la città in cui vivevo con la mia famiglia; la situazione era già critica, avvertivamo quasi alle porte delle nostre case l’intervento delle milizie che volevano affermare la volontà del governo; oggi, mi dicono i miei fratelli, questa gente se la trovano praticamente in casa, con tutte le difficoltà, gli stenti ai quali la popolazione viene quotidianamente sottoposta».

Così, in Nigeria, anche per la famiglia di Abraham è «un gran casino!». «Gli ultimi tempi – prosegue – ho vissuto insieme con mio zio; mamma era morta, con papà avevo continue discussioni su diversi punti di vista, così per evitare scontri frontali – mima due veicoli che si prendono in pieno…  – ho accettato l’ospitalità di mio zio; poi lui è andato via, ha abbandonato casa, i militari li aveva praticamente alle costole e anche io ho dovuto fare una scelta».

Indietro non si torna. «Non potevo tornare a casa, avevo compiuto la mia prima scelta, litigare cioè con mio padre e le sue idee; visto che avevo giocato grosso, dunque, tanto valeva proseguire e andare via dal mio Paese, non avevo alternative: un grande dolore, la sensazione di una sconfitta umana; lasciare i luoghi che ti hanno visto bambino e poi crescere, è quanto di peggio possa accadere a una persona: dopo generazioni sei tu quello che toglie le radici e non dà continuità alla famiglia».

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RIPRESI I CONTATTI CON LA FAMIGLIA…

A proposito di famiglia, cosa è accaduto negli ultimi tempi. «Ho ripreso i contatti – confessa – prima con i miei tre fratelli, che mi raccontano spesso la situazione in Nigeria: ora i militari se li trovano praticamente in casa, si sentono oppressi; non solo, fanno la fame, come in tutti quei Paesi dove c’è la guerra; quando ci capita di parlare sento nelle loro parole tutta la tristezza del disagio, della paura».

Poi ecco la schiarita con il genitore. La distanza, poco per volta, cura le ferite. «Ora sento anche papà – dice Abraham – ci hanno pensato i miei tre fratelli a mettere pace: sarebbe stato sciocco continuare a coltivare dissapori, stare ognuno sulle sue posizioni con la milizia che bussa alla porta di casa; no, non era proprio il caso… Nelle nostre brevi chiacchierate al telefono, i miei fratelli mi spiegano i dolori giornalieri cui la popolazione viene sottoposta: speriamo il vento cambi».

Chissà se anche loro affronterebbero il lungo viaggio della speranza, passando per la Libia, transito obbligato per sbarcare in Italia. «Sono stato sei mesi lì – ricorda – ma mi facevo vedere poco in giro, dormivo dove capitava, per evitare che anche lì, in Libia, miliziani o banditi, mi acciuffassero dandomi botte e prendendomi il denaro che ancora non avevo: nel frattempo ho fatto pochi lavoretti, a casa riparavo motori dei camion, mi ero specializzato in saldatura; magari mi capitasse di fare qualcuno di questi lavori qui in Italia!». La prima cosa che farebbe, nemmeno a dirlo. «Aiutare i miei fratelli, papà, lasciare a loro la decisione di restare a casa e aspettare tempi migliori oppure affrontare un viaggio sempre pericoloso, a me fortunatamente durato due giorni: sul gommone, insieme con altri centoventi ragazzi, nella pancia fame e paura, nel cuore un gran dolore: un gran casino di sentimenti…».

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SE SOLO POTESSI RIABBRACCIARLI

Altra parola che nel frattempo Abraham ha imparato: «Capo!». Una forma di rispetto, riconoscere ai residenti una sorta di “ultima parola”, un potere decisionale. Così se uno prova ad offrire una colazione, lui, il trentatreenne nigeriano cordialmente risponde: «No, grazie capo!». Il nostro «…come se avessi accettato!».

Mani in tasca, fissa il mare. Prova a guardare il sole, le cose che più di altro gli danno il senso di libertà. «Penso ai miei fratelli, mio padre: tornare ora a casa sarebbe un problema, il viaggio inverso non serve a niente, mi troverei in pieno conflitto civile; i “miei” non vogliono saperne, stanno male ma stanno a casa: convincerli a venire via ha il sapore di un’impresa».

Le mattinate di Abraham trascorrono lente. «Passeggio, penso, e quando sono addolorato mi dà coraggio un sogno: un lavoro e riabbracciare la mia famiglia, qui o a casa non importa, ma sicuramente lontani dalla guerra, dalle persecuzioni, perché alla fine questo è: la mia stessa gente che dà la caccia ai propri fratelli; fino a ieri ci dividevamo il pane, ora questi hanno scelto la forza: non vogliono più dividere, ci affamano con la violenza».

Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018

Messaggio del Santo Padre Francesco per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare 
i migranti e i rifugiati”

 
Cari fratelli e sorelle!
«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34).
Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un “segno dei tempi” che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta.
Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore. Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».
Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili. Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali. Torno a sottolineare l’importanza di offrire a migranti e rifugiati una prima sistemazione adeguata e decorosa. «I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo». Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI, ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale. Di conseguenza, è necessario formare adeguatamente il personale preposto ai controlli di frontiera. Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati.
Il secondo verbo, proteggere, si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio. Tale protezione comincia in patria e consiste nell’offerta di informazioni certe e certificate prima della partenza e nella loro salvaguardia dalle pratiche di reclutamento illegale. Essa andrebbe continuata, per quanto possibile, in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali e la garanzia di una minima sussistenza vitale. Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono. Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione. Per coloro che decidono di tornare in patria, sottolineo l’opportunità di sviluppare programmi di reintegrazione lavorativa e sociale. La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. Ad essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento. Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale». Lo status migratorio non dovrebbe limitare l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio.

Foto-articolo-papa-accoglienza---1Promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore. Tra queste dimensioni va riconosciuto il giusto valore alla dimensione religiosa, garantendo a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professione e pratica religiosa. Molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate. Siccome «il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli», incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati, garantendo a tutti – compresi i richiedenti asilo – la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Nel caso di minori migranti, il loro coinvolgimento in attività lavorative richiede di essere regolamentato in modo da prevenire abusi e minacce alla loro normale crescita. Nel 2006 Benedetto XVI sottolineava come nel contesto migratorio la famiglia sia «luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori». La sua integrità va sempre promossa, favorendo il ricongiungimento familiare – con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti –, senza mai farlo dipendere da requisiti economici. Nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di disabilità, vanno assicurate maggiori attenzioni e supporti. Pur considerando encomiabili gli sforzi fin qui profusi da molti paesi in termini di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria, auspico che nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni (ad esempio l’assistenza medica e sociale e l’educazione) dei paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti e, parimenti, si includano tra i destinatari le comunità locali in situazione di deprivazione materiale e vulnerabilità.
L’ultimo verbo, integrare, si pone sul piano delle opportunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati. L’integrazione non è «un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca. È un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini». Tale processo può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese. Insisto ancora sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi. Mi preme sottolineare il caso speciale degli stranieri costretti ad abbandonare il paese di immigrazione a causa di crisi umanitarie. Queste persone richiedono che venga loro assicurata un’assistenza adeguata per il rimpatrio e programmi di reintegrazione lavorativa in patria.
In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative sopra proposte, ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno secondo le responsabilità proprie.
Durante il Vertice delle Nazioni Unite, celebrato a New York il 19 settembre 2016, i leader mondiali hanno chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti, condividendo tale responsabilità a livello globale. A tal fine, gli Stati si sono impegnati a redigere ed approvare entro la fine del 2018 due patti globali (Global Compacts), uno dedicato ai rifugiati e uno riguardante i migranti.
Cari fratelli e sorelle, alla luce di questi processi avviati, i prossimi mesi rappresentano un’opportunità privilegiata per presentare e sostenere le azioni concrete nelle quali ho voluto declinare i quattro verbi. Vi invito, quindi, ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti – o interessati a partecipare – al processo che porterà all’approvazione dei due patti globali.

Lanssane, la dignità prima di ogni cosa

Senegalese, diciannove anni, studia e sogna. «Se non diventassi un calciatore, faccio l’elettricista, il lavoro ti fa guadagnare rispetto», racconta. Bidonato in Marocco, rapinato in Algeria e Libia. Poi il viaggio per l’Italia, il soccorso di una nave norvegese e la sensazione di essere salvo.

Foto articolo 01 - 1 (1)«A casa mia, un tempo, la mia vita era tutta studio e campo di calcio, quel rettangolo che riuscivamo a mettere insieme, spesso con quattro canne di bambù a delimitare le porte in un rettangolo di gioco, spesso improvvisato…». Poi qualcosa, nella vita di Lanssana, senegalese di Dakar, diciannove anni, da un anno e quattro mesi in Italia, cambia. In Senegal, relaziona Amnesty international, i politici limitano diritti e libertà d’espressione. Carceri sovraffollate per chiunque manifesti un’idea bollata in quanto non in linea con il governo. Poliziotti impuniti, nonostante uccidano senza motivo. Questo il quadro che si presenta agli occhi del giovane. Un dramma familiare. «Mio padre viene a mancare – ricorda – con la sua scomparsa anche il sostegno alla famiglia che, comunque, di sacrifici anche fino a quel momento, ne aveva fatti: due anni di studi, nella scuola superiore, frequentata in quel momento sono costretto a cestinarli, non abbiamo più soldi per completare il mio ciclo di studi; del resto, devo spendermi per la famiglia, dare il mio contributo, anche se modesto: mi cimento in lavoretti, mercatini, mi invento qualsiasi cosa».

La vita sembra scorra in modo più o meno normale. Non c’è più la guida saggia del papà, che riusciva a mediare qualsiasi tipo di contrasto. Più che all’interno della famiglia, con i vicini parenti. «Qui, sia chiaro – spiega Lanssana – c’è un maggiore rispetto, la gente prima di sbottare ci pensa su due volte, non cerca mai lo scontro frontale, riflette: un mio zio, che di fatto aveva sostituito la figura paterna, purtroppo aveva un modo tutto suo di fare e, allora, qualsiasi cosa non gli andasse, si scagliava contro la “famiglia adottiva”, io, mamma e mia sorella più piccola di me».

PERSO IL PAPA’, LITIGI CONTINUI CON LO ZIO…

Un contrasto più violento di un altro e il ragazzo col pallino per il calcio, prende la decisione della sua vita. «Lasciare il proprio Paese – osserva – non è mai facile per nessuno, anche quando sopravvivi, fai sacrifici e non hai grandi prospettive: schiantare le tue radici suona come una sconfitta, ma arriva il momento che non riesci più a sorvolare su urla quotidiane, talvolta fatte di punizioni ingiustificate; la vita si complica dal punto di vista psicologico: ci può stare rompersi la schiena di lavoro, ma se a questo aggiungi rimproveri e punizioni varie, quasi un annientamento della tua personalità, cominci a pensare qualcosa del tipo “oggi ho quindici, sedici anni, ma quando ne avrò venti, venticinque, sarò completamente annientato!” ».

E, allora, una decisione non proprio presa a cuor leggero. Lanssane ne parla a mamma. Una, due, tre volte. Una donna non vorrebbe mai staccarsi dal figlio, è maschio e più avanti, una volta diventato uomo, potrebbe darle quel senso di protezione che oggi non ha. «Ma una mamma – mentre racconta, il giovane senegalese cerca comprensione con lo sguardo – al primo posto mette il bene del proprio figliolo piuttosto che il proprio interesse; così mi disse di andare, cercare altre strade che fossero anche appena migliori di una vita fatta di grandi sacrifici e continue vessazioni».

Anche nella fuga ci vuole fortuna. «Prima di puntare l’Italia, provo a non allontanarmi da casa, vado in Mauritania, ma lì la crisi l’avverti forte; allora in Marocco: lavoro, compio mille sforzi, mi invento muratore, operaio, uomo di fatica, ma nei confronti di chi viene da fuori non hanno un atteggiamento sempre corretto: così lavoro e non mi pagano; mi chiedono di pazientare e di lavorare, lavoro e non mi pagano; chiedo i soldi con i quali mangiare e mi cacciano!».

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TRUFFATO IN MAROCCO, RAPINATO IN ALGERIA E LIBIA

E’ tempo di cambiare, Lanssane si rimette in cammino. «In Algeria e Libia, mi impegno, faccio lavori, provo a fare quello che alla mia giovane età riesco meglio a fare, lavori di fatica, qualsiasi cosa sia, muratore e mercati; guadagno qualcosa e conosco cosa significhi essere rapinato, una, due volte, i miei sacrifici finiscono nelle mani dei soliti prepotenti: in Algeria e Libia, mi riempiono di botte e svuotano le tasche».

Un raggio di luce. Prega il suo dio, Lanssane, fede musulmana. «Preghiere ascoltate: in Libia preparavano un gommone sul quale mettere quanta più gente possibile, destinazione Italia, centoventi in tutto; mi rivolgo a chi stava organizzando il viaggio, gli dico che non ho soldi e lui, pacca su una spalla, mi spinge e a bordo e mi augura mille fortune».

E’ il 29 agosto di due anni fa, il viaggio dura quattro giorni, l’1 settembre sbarca al porto di Taranto. «Viaggio della paura, mare agitato e, anche qui, il cielo ci assiste: una nave norvegese ci fa salire a bordo, siamo salvi! E’ stata un’emozione più forte dell’arrivo qui, in città, una volta sulla nave era come se avessimo messo piede sulla terraferma, aiutati, rifocillati e consegnati nelle mani del governo italiano, sani e salvi!». Ora, Lanssane, ha ripreso il suo percorso di studi. E svago, come è giusto che sia. «Studio e gioco al pallone, centrocampista nella “Or Infissi”, se non riuscissi a realizzare il mio sogno di calciatore, posso sempre rimediare un lavoro da elettricista, fare i mercati, amo il lavoro, ti rende autonomo e ti dà dignità».

«Un, due, tre…web!»

Cominciate le prime audizioni di speaker radiofonico. I ragazzi si pongono con il giusto spirito. Massima considerazione per lo strumento. Se non c’è emozione, non c’è rispetto. E Abdoullah e Billy, ci provano, dalle notizie alla rassegna stampa. Proseguono le selezioni.

Foto articolo 03 - 1Cantieri “Costruiamo Insieme”. C’è la web radio, l’ultimo progetto fortemente voluto dalla cooperativa. Cominciano i lavori, dunque. Come a dire, «per noi l’integrazione è una cosa seria, passa attraverso qualsiasi strumento che possa dare voce ai nostri ragazzi».   

Detto fatto, ci sono già i primi, quelli del «Quando cominciamo?», modo contagioso per trasmettere entusiasmo. Billy, nome da anchorman americano, e Abdoullah, sono i primi a indossare la cuffia e a soffiare parole nel microfono disposto un palmo dal viso da Paolo. «Uno, due, tre…prova!». E’ cominciata nel modo più semplice l’avventura «Una radio tutta nostra!». I ragazzi fanno mille domande. E fanno bene. Devono farle tutte, fino ad esaurimento scorte, perché dopo dovranno essere loro a fornire risposte. «Sentire la mia voce in cuffia, fa un certo effetto!», dice Billy. Gli si apre un sorriso, diciamo anche un mondo. Non appena parla e si ascolta, si vede che la cosa gli fa effetto. Conferma. «E’ incredibile, in cuffia fino a oggi avevo solo ascoltato musica, tutt’al più avevo conversato al telefono, mai invece sentito la mia voce: quasi ti metti soggezione da solo, fa una certa impressione; non che non sapessi che la radio si fa in questo modo, ma il debutto non lo avevo mai considerato: sei portato da solo a fare in modo che quanto “esca” in questi provini sia il meglio che tu possa dare!».

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PIU’ EMOZIONE C’E’, PIU’ RISPETTO HAI PER IL LAVORO

I ragazzi lo sanno, sono emozionati. Dovranno compiere numerosi passi avanti nella professionalizzazione, ma lo spirito con il quale stanno affrontando il progetto è quello giusto. Mai pensare che basti poco per farcela: quattro parole in croce, si dice da queste parti, e via. Non deve essere così, l’emozione deve mettere soggezione. Più emozione c’è, più rispetto hai per un lavoro. Ecco l’importanza di formulare mille domande, manifestare altrettanti timori. «Non so se ce la farò, ma ci provo…», dice Abdoullah. Invece è proprio quello il segreto. Non volendo, anche lui si è lasciato sfuggire la frase tipica di chi della radio e, dunque, della comunicazione, ne ha fatto un mestiere. Tutto si può fare per ingannare il tempo, diverso è se quella certa cosa diventa poi un lavoro. Allora, tutto cambia. Massimo rispetto per microfono, cuffia e i primi fogli dei notiziari stampati e raccolti in una cartellina. «Prima di registrare devo dare una lettura, comprendere la pronuncia, ripassarmi la mia parte». Abdoullah ha compreso perfettamente lo spirito con il quale entrare in partita. Lo scritto diventa uno spartito, un ruolo da interpretare in scena. Un giorno, forse, andrà di corsa, avrà raccolto una notizia all’ultimo momento e non potrà rileggersela. Ma questo fa parte del lavoro. E questa modalità è ancora remota. Anche questo è un piccolo insegnamento per chi vuole fare informazione. Radio, nel nostro caso.

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LA RADIO, LE PAROLE E UN SENSO DI LIBERTA’

«Ho sempre amato la radio – dice – più della tv; per me è l’informazione più diretta, le parole le trovo più importanti delle immagini, a meno che non ci si trovi davanti a un disastro; le parole, da sole, inducono al ragionamento, ti fanno pensare…». E’ il senso di libertà di Abdoullah, che per ammissione dello stesso, ha «tanto da imparare». Ma, si diceva, è lo spirito giusto. «Non so se alla fine farò questo mestiere, ma voglio imparare tutto quello che c’è da imparare!».

I ragazzi compiono un altro passo. Più che in avanti – c’è ancora tanto da fare – un passo di lato: i fogli del notiziario vengono riposti nel cassetto. Ora c’è da sfogliare un quotidiano. Altro mestiere, sempre delle parole: individuare i titoli più importanti per simulare una rassegna stampa. Anche questo lavoro richiede preparazione, selezione. In una mano un evidenziatore, l’altra sfoglia il giornale. Il titolo più robusto viene circoscritto da un segno. E avanti così, una pagina e un titolo da evidenziare, dalla cronaca allo sport. E’ così che i ragazzi si stanno avvicinando a un mondo nuovo, quello della radio. Siamo al primo ripasso, ma arriverà anche il momento in cui parleranno e faranno parlare la radio. Un passo per volta, possibilmente in avanti.

Web Radio, via ai provini

Iniziate le prime audizioni. L’arruolamento nasce in chat. Partono gli entusiasmi, le “faccine”, le esplosioni di gioia dei ragazzi. “La cooperativa deve crescere, compiamo un altro passo avanti nell’integrazione dei ragazzi sul territorio”, dicono il presidente, Nicole Sansonetti, e il direttore generale, Maurizio Guarino.

Web radio di Costruiamo Insieme, parte il progetto. Dalle fondamenta. Da un sito che da settimane presenta già forti indizi sull’idea di un organo di informazione. Basta un clic per mettere a disposizione di chiunque “visiti”, i successi musicali del momento e una carrellata di notizie, selezionate e “in voce”, aggiornate quotidianamente.

L’impegno è di quelli seri. Ha subito entusiasmato i promotori del progetto di cooperativa, dal presidente Nicole Sansonetti, al direttore generale, Maurizio Guarino. «L’idea ci piace – dissero qualche settimana fa – lavoriamoci, proviamo a costruire altro ancora, gettando le basi: l’obiettivo è un’integrazione non solo a parole; proseguiamo nella crescita della cooperativa coinvolgendo, entusiasmando i ragazzi, rendendoli partecipi e funzionali al progetto!». Insomma, ragazzi che non si sentissero solo ospiti di un Centro di accoglienza, ma anche motore e, dunque, protagonisti del quotidiano. «Siamo sul territorio, vogliamo offrire il nostro contributo, seppure modesto, la cooperativa può aiutarci a crescere, creando nuove professionalità e aprirci un futuro con nuovi obiettivi!».

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ENTUSIASMO CONTAGIOSO, «QUANDO SI COMINCIA?»

C’è entusiasmo sincero, nelle parole che pronunciano i ragazzi. In un attimo la notizia corre sulla chat di “Costruiamo Insieme”, tradotta in esultanze con poche consonanti e, soprattutto, emoticon, come usa “whatsapp”: faccine che non lasciano spazio alla fantasia. Sorrisi, occhi strabuzzati, cuoricini a tutto andare. I messaggi si incrociano, dovessimo fare sintesi, diremmo che i ragazzi hanno lanciato un segnale chiaro: «Quando si comincia?». E Maurizio, il direttore, pragmatico, di poche parole. «Progetto è vincente, non perdiamo altro tempo!».

Così, dopo le feste, ribadito l’appello, Kaleem – come fosse un ministro – ha messo subito in atto il suo mandato esplorativo. Ha contattato, tastato il polso a entusiasmo, passione e voglia di fare dei ragazzi e dato il benestare per le prime audizioni. I provini sono già partiti, siamo all’“abc” di un lavoro complesso, ma che è partito con il piede giusto. Le selezioni sono cominciate nel Cas “Cavallotti”. I primi ragazzi, entusiasti di sottoporsi a un breve esame, qualcosa – si dice – di molto “light” sono arrivati dal Cas “106”. Li ha segnalati Allahssen Diakite, lui stesso un possibile, futuro aspirante del media di “Costruiamo” in corso d’opera. In questi giorni avremo più volte incontri con i ragazzi già provinati, ma anche con altri che hanno voglia di sottoporsi a un provino molto semplice, fatto di lettura e, successivamente, di scrittura.

NON SOLO SPEAKER, ANCHE MODERATORI, GIORNALISTI…

Lo scopo è ancora più ambizioso. Non solo una web radio, con tutti i crismi che un mezzo simile richiede, cioè speaker. Gente cioè in grado di leggere un breve notiziario da mettere in circolazione. L’idea, condivisa con presidente e direttore, risiede nel creare su nuove figure professionali. Dunque, non solo speaker, lettori in italiano di un notiziario locale, ma altro ancora. Ragazzi che ambiscano a fare i giornalisti, a realizzare interviste, moderare dibattiti. Il tutto all’interno di un sistema, la cooperativa “Costruire Insieme”, che giornalmente fornisce assistenza, corsi di alfabetizzazione e che ha spinto molti suoi ospiti all’iscrizione e alla frequentazione delle scuole secondarie per il conseguimento di titoli di studio. Non solo accoglienza, ma integrazione. La web radio è un altro tassello in questa direzione.