«Accoglienza, difendiamo le professionalità»

Dario Ginefra, parlamentare, da dieci anni impegnato sul tema-immigrazione

«Non lasciatevi impressionare dai numeri, li sbandierano in modo strumentale: che dovrebbero dire Giordania e Libano? Combattiamo il caporalato con pene più severe. E distinguiamo le strutture serie dal business di mafia e camorra»

Fra gli ospiti di “Costruiamo Insieme”, Dario Ginestra, parlamentare, componente della “X Commissione Attività produttive” e della “Commissione giurisdizionale” per il personale.

Accoglienza e migranti, onorevole, non avverte forse una certa mancanza di programmi di integrazione?

«Negli ultimi dieci anni sono stato personalmente impegnato nel verificare la qualità dell’accoglienza, soprattutto nei Centri, un tempo denominati CIE, Centri di identificazione ed espulsione presenti sul nostro territorio regionale. La qualità dell’accoglienza è punto fondamentale di civiltà giuridica, viene dunque prima ancora del programma legato alla gestione dei flussi migratori; in alcuni casi sono state evidenziate storture nel sistema di accoglienza; è bene essere chiari: si presta massima ospitalità a gente che viene da Paesi in cui esistono conflitti civili o, comunque, gravi situazioni economiche; il più delle volte cittadini dall’Africa subsahariana sono stati trattati quasi fossero il problema dell’Italia».

I numeri sull’accoglienza, spesso sfuggono a quanti usano il tema in modo strumentale.

«Quando si parla di “invasione”, non si pensa a Paesi come la Giordania, Libano o altri Stati che hanno conosciuto i veri flussi migratori: parliamo di milioni e non qualche migliaio di cittadini; in più – e questo è un aspetto distorsivo sull’aspetto dei flussi migratori – gli extracomunitari vengono indicati come generatori di problemi sulla sicurezza dei cittadini, quando in specifiche aree territoriali esiste una consolidata presenza di clan di stampo camorristico e mafioso».

Un giro per le nostra campagne e un paragone con gli italiani negli Stati Uniti un secolo fa.

«Sarebbe sufficiente questa riflessione, per accorgerci quanto gli immigrati svolgano una funzione determinante per l’economia della nostra regione, del nostro territorio; invece, a questi viene coniugata l’immagine di generatori di problemi; se gli Stati Uniti avessero fatto una riflessione generalizzata sull’immigrazione italiana negli Anni Venti del secolo scorso, piuttosto che circoscriverla alla mafia, una parte della fortuna degli USA sarebbe venuta meno; gli italiani, con la loro capacità di lavoro, invece, hanno fortemente contribuito a costruire una delle più grandi democrazie del pianeta».

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Insistiamo, onorevole: questo vuoto di programmazione, non rischia di consegnare la manodopera, una risorsa piuttosto che un peso, direttamente alle mafie?

«Nell’ultima legislatura abbiamo affrontato con determinazione l’economia nel settore agroalimentare del nostro Paese, una parte della quale interessava l’intermediazione illegale nella manodopera, più nota come “caporalato”; abbiamo previsto nel nostro Ordinamento giuridico il reato specifico con misure severe nei confronti di chi svolge attività di reclutamento di una simile forza-lavoro; per rispondere alla domanda: la condizione di clandestinità determinatasi a causa di una legislazione che non ha funzionato, la Bossi-Fini per intenderci, aveva generato forme di utilizzo improprio della presenza di immigrati sul nostro territorio».

Da qui un segnale in materia di “caporalato” e non solo.

«E’ un problema atavico che interessa la nostra terra e prescinde dall’impiego di extracomunitari: non dimentichiamo che in un recente passato abbiamo registrato “morti bianche” fra gli italiani, nostri corregionali; sicuramente vanno scoraggiate queste forme di utilizzo degli extracomunitari presenti sul nostro territorio: senza voler fare un discorso squisitamente etnico, esistono organizzazioni che gestiscono il fenomeno clandestino funzionale a specifici reati; le comunità più conosciute: quella nigeriana, una forza nel racket della prostituzione femminile e lo spaccio di sostanze stupefacenti; così la tanto complessa presenza di comunità cinesi vissuta, quasi, come “arricchimento esotico” delle nostre comunità, quando talvolta nasconde organizzazioni articolate che utilizzano la presenza regolare degli immigrati sul nostro territorio sotto forma di “schiavismo a distanza”, una sorta di riscatto di viaggio e permanenza nei Paesi occidentali».

Approssimazione nell’accoglienza. Le offerte al ribasso rischiano di provocare danno a chi fin qui ha svolto il suo ruolo in modo professionale e agli stessi ospiti dei Centri.

«Indagini approfondite hanno condotto a realtà in territori diversi; penso a quelle romana e siciliana, che hanno fatto emergere sistemi oggi sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti; mi rifiuto di pensare che flussi migratori da Nord Africa e Medio oriente, non siano stati già in partenza oggetto di interesse da parte delle grandi centrali del crimine organizzato di casa nostra.

Quanto in un secondo momento questo fenomeno si sia tradotto in business è attualmente nelle mani dei giudici. Questo ha ingenerato una difficoltà di lettura e valutazione, tanto che molti Centri di accoglienza hanno pagato in termini di credibilità un costo alto rispetto al lavoro straordinario fin qui prestato».

Quel brigadiere picchiato selvaggiamente

A Piacenza per proteggere un corteo che manifesta contro la violenza. Basta poco e l’aggressione arriva da chi non ti aspetti. Calci, pugni, colpi di scudo e una corsa in ospedale. Cinque i carabinieri feriti.

L’hanno chiamata mattanza. L’episodio violento accade a Piacenza, giorni fa. Un brigadiere dei carabinieri durante un corteo viene spinto, sgambettato dagli stessi manifestanti. Perfino percosso con il suo stesso scudo sfuggitogli dalle mani pochi istanti prima. L’uomo finisce in ospedale, destinazione Reparto di traumatologia. Altri quattro suoi compagni, non se la passano meglio. Sono stati bersaglio di pietre scagliate da scalmanati.

Alla fine, è quasi un bene che quella manifestazione antifascista sia finita solo con qualche ferito. Il brigadiere preso a botte resterà a lungo traumatizzato da quella manciata di secondi interminabili. Si conclude nel peggiore dei modi un corteo contro la violenza che ha scatenato un assurdo tafferuglio. Contro un rappresentante dell’ordine che doveva assicurare massima sicurezza a chi manifestava. Un episodio che fa a cazzotti con la stessa democrazia, quel principio di pensarla anche diversamente, purché fatto in maniera civile. Perché le parole non fanno male, pugni e calci sì.

Ci battiamo per la democrazia, incassiamo le condizioni per manifestare, esprimere un concetto, anche fuori dal coro, e poi cestiniamo tutto in un solo attimo, come fosse un documento word appena accennato al pc. Bastano pochi manifestanti infiammati dai loro stessi slogan a cambiare il corso della storia. Una manifestazione antifascista organizzata per urlare disprezzo contro chi userebbe le maniere forti per affermare un principio di libertà, si conclude con una corsa in ospedale e cure mediche. In quei pochi minuti piacentini, gli esagitati sono passati alle vie di fatto. Un pugno di aggressori individuati fra centri sociali e sindacati di base, scombina i piani di una “protesta autorizzata”. La manifestazione, avevano assicurato gli interessati alla vigilia, avrebbe avuto toni civili. Poi a qualcuno viene l’idea di cambiare percorso, andare a sfidare l’opposizione, una sezione appena allestita da CasaPound.

 

CI RIMETTONO CARABINIERE E DEMOCRAZIA

Paga dazio il brigadiere. Pagano le forze dell’ordine. Stavolta è toccata al carabiniere preso a “scudate”. Non serve andare su internet e scomodare episodi, talvolta controversi, di una storia fatta di vittime negli ultimi cinquant’anni di piazza.

Restiamo sull’ultima vicenda. Raccontata, non a parole, bensì con le immagini, l’aggressione vigliacca di un uomo il cui lavoro è fare rispettare le regole di una democrazia condivisa. Far rispettare, nel caso di Piacenza, quel “benedetto” percorso, ma anche difendere i manifestanti da eventuali assalti. L’uomo con lo scudo, a un certo punto, non sa da chi difendersi. La minaccia stavolta viene dall’interno, dagli stessi manifestanti. Altre volte era arrivata dall’esterno.

Ciò che resta di quel giorno di ordinaria follia è un uomo picchiato e traumatizzato, come quel senso di democrazia nel quale tutti crediamo. Non è con aggressioni e pestaggi che si afferma il principio di “non violenza”. Stavolta lo scontro ha generato feriti, per fortuna si diceva. Fosse andata peggio, sarebbe stato peggio per tutti. A cominciare da quella democrazia, che molti, brigadiere compreso, tutelano anche per noi tutti a costo della vita.

«Ricomincio dall’Italia»

Godfrey, nigeriano, trentasette anni, fede cristiana, non ha più famiglia. «Mio padre e mia madre morti, mio fratello scomparso, forse vittima di una “morte bianca”: lavorava nel sottosuolo. Ho studiato da artigiano, rivesto sedie e poltrone, ma mi accontento di fare il muratore». Sei mesi di lavoro, il viaggio su un gommone, un datore di lavoro alla fine anche generoso.

Articolo Storie 01 - 1Sorride e parla poco. Un carattere chiuso, anche se basta parlarci qualche minuto per comprendere da quante e quali esperienze venga Godfrey, trentasette anni, nigeriano, fede cristiana, in Italia dall’ottobre del 2016. Non ha più nessuno, papà e mamma morti. L’unico legame familiare lo aveva con un fratello del quale non ha più notizie da più di venti anni. In città, a Edo Stete, ci sono due versioni che male si combinano. E Godfrey ne accennerà più avanti, durante la breve conversazione.

Comprende l’italiano, ma per evitare equivoci, educatamente chiede due cose: la presenza di un operatore e rivolgergli le domande lentamente. A qualcuna, infatti, risponde con il cenno del capo, in senso positivo o negativo, dipende dall’argomento. Pochi istanti e il trentasettenne nigeriano, parla, si racconta.

«La mia storia è simile a tante altre – confessa – ma anche un po’ diversa, di mezzo ci sono affetti persi negli anni, i miei genitori, e il dolore vivo di mio fratello, del quale non ho mai più avuto notizie definitive; nel tempo ho maturato una certa diffidenza nei confronti del prossimo; quando qualcuno mi avvicinava e mi dava notizie su dove fosse o come fosse finito mio fratello: come se avesse voluto sviare le ricerche o allontanarmi dalla verità».

La storia dell’ultimo grande affetto perso da Godfrey, va raccontata. «Mio fratello lavorava per un’azienda che scavava pozzi petroliferi – dice – insieme con altri compagni si spezzava la schiena da mattina a sera; spesso lui e altri facevano pericolosi interventi nel sottosuolo, passavano in rassegna le attività svolte fino a quel momento; si sinceravano dello stato di mezzi e strumenti utilizzati per estrarre il greggio da raffinare successivamente: una vitaccia, ad arricchirsi erano i padroni della concessione e quanti, alle loro dipendenze, facevano rispettare orari di lavoro insopportabili».

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L’UNICO FRATELLO SCOMPARSO IN CIRCOSTANZE MISTERIOSE

Un brutto giorno, dopo una di queste ispezioni, Godfrey non ha più notizie del fratello. Sono trascorsi ventitré anni. «Era il ’95. Mai saputo cosa sia successo in realtà in quel maledetto sottosuolo; è lì che comincia il dramma nel dramma: alcuni amici e compagni di lavoro, che sembrano sinceri, mi dicono che purtroppo mio fratello insieme con altri è rimasto sepolto lì sotto e non c’è modo di tirarlo fuori e forse sarebbe il caso di mettermi l’animo in pace; altra versione, altrettanto dolorosa, a cui non credo e che ti fa capire come per pochi soldi da quelle parti la gente sia disposta a mentirti, illuderti, senza pensare quanto male possa farti: “Tuo fratello è andato via, ha preso di corsa tutto ed è fuggito, insieme con quei compagni con cui stava ispezionando i pozzi!”».

Del fratello da quel momento, Godfrey, non ha più notizie. Una “morte bianca”, nemmeno un corpo sul quale piangere, rovesciare la disperazione per aver perso l’unico fratello. «La moglie, piuttosto – un dolore si somma ad altro dolore – nel giro di qualche giorno, spoglia la casa nella quale abitavano e porta via tutto; anche lei di colpo scompare, non credo proprio per raggiungere mio fratello, ma solo per cambiare aria; da allora non l’ho più vista, né sentita, mentre di mio fratello si inseguono notizie sempre più contraddittorie: è morto e sepolto; no, è ancora vivo, è andato a vivere altrove».

Godfrey, la Nigeria, l’Italia e un viaggio durato sei mesi. «Quanto cioè mi ci è voluto per mettere insieme soldi guadagnati con il lavoro e pagarmi il viaggio dalla Libia – passaggio obbligato per chi vuole trasferirsi in Europa – all’Italia; ho lavorato duro, nei campi, la schiena a pezzi: ci accompagnavano con mezzi improbabili, bus e camion, e poi venivano a riprenderci; scappare nemmeno a pensarci: intanto perché, a piedi, ci sarebbero volute quindici ore di marcia e poi perché soldi ne avevamo davvero pochi».

 LE PREGHIERE ASCOLTATE DAL CIELO

Ma le preghiere vengono ascoltate dal cielo. L’aiuto arriva da una persona che non t’aspetti. «E’ stato il mio datore di lavoro – ricorda Godfrey – fu lui a comprendere che nonostante l’impegno nei campi le disponibilità economiche non erano tante; forse per lui erano stati sufficienti sei mesi di ininterrotto lavoro per lasciarmi libero; sta di fatto che, senza dirlo agli altri miei compagni di lavoro, mi accompagnò al porto, lì c’era un gommone ad aspettarmi: eravamo in tanti, non chiedermi quanti fossimo, in quei momenti ti passa la vita davanti e certamente non pensi a contare quanti siamo su quell’imbarcazione di fortuna; di sicuro eravamo tanti e stavamo strettissimi; io, poi, ero immerso nei miei pensieri: non avevo più radici con la Nigeria, niente genitori, niente fratello, vedevo la costa africana allontanarsi, mi sarebbe toccato riscrivere la mia storia, ricominciare da zero».

Godfrey ha studiato, a scuola ha imparato un mestiere. Esegue rivestimento di sedie e poltrone. Uno come lui tornerebbe utile ad un’azienda che fabbrica mobili artigianali. «Mi piacerebbe fare questo lavoro – conclude il trentasettenne nigeriano – anche qui, in Italia, sarei utilissimo con l’esperienza e le tecniche imparate a scuola e con il lavoro pratico; ma se proprio non c’è bisogno di un artigiano, anche il lavoro di muratore andrebbe bene: la mia vita ricomincia dall’Italia».

«Fare accoglienza in armonia»

Gianfranco D’Angelo, mattatore della commedia

«Siamo un popolo generoso, ma abbiamo bisogno di collaborazione, i politici amministrano “all’italiana”. Cinema e poi tv, da un successo all’altro. «Amo la libertà, non firmai un contratto decennale con Berlusconi. Il successo nelle sale: spensieratezza, pochi soldi e tanta gioia, generammo i “cinepanettoni”. Le tavole del palcoscenico e il contatto con il pubblico sono un elisir di lunga vita».

«L’Italia è un Paese generoso, personalmente sono per l’accoglienza, ma anche gli altri Stati devono intervenire, darci una mano a gestire un flusso così importante». Gianfranco D’Angelo, comico, protagonista di decine di film e trasmissioni televisive, dice la sua a proposito di extracomunitari e accoglienza. «I politici fanno il loro mestiere – riprende l’attore – privilegiano il cerchiobottismo, non vogliono scontentare nessuno, assumono decisioni “all’italiana”, ma se accoglienza deve essere fatta è bene farla in perfetta armonia».

E’ un D’Angelo motivato, in perfetta forma, non avverte i suoi ottantuno anni, è il palcoscenico a compiere il miracolo. Ospite con “Quattro donne e una canaglia” della rassegna teatrale dell’associazione culturale “Angela Casavola”, al teatro Orfeo di Taranto. Con lui, un cast “tuttestelle”: Barbara Bouchet, Corinne Clery e Marisa Laurito. «Il teatro è la mia seconda giovinezza – osserva il protagonista di decine di commedie all’italiana anni 70 e 80 – le tavole del palcoscenico sono uno straordinario ricostituente, anche se per fare questo lavoro occorrono due cose: passione ed entusiasmo; senza di queste puoi provare a fare quello che vuoi, ma difficile possa andare così lontano».
Protagonista di film fra “liceali” e “insegnanti”, un pretesto per raccontare storie leggere con sexy symbol dell’epoca, da Gloria Guida a Edwige Fenech, D’Angelo era il comico che polarizzava l’attenzione di un pubblico che non privilegiava le sole “curve”. «Ho qualche rimpianto per quei film, non erano opere d’arte, ma avevano di bello che attiravano un grande pubblico: la critica, che esercitava il suo mestiere, però, talvolta era ingenerosa; oggi, a distanza di trent’anni, la rivincita: le pellicole che funzionavano allora, funzionano ancora adesso, basti vedere gli ascolti in tv: domanda, vuoi vedere che non facevamo prodotti di seconda fascia?».

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SPENSIERATEZZA ED ENTUSIASMO IL VALORE AGGIUNTO
L’arma vincente di quei film. «Spensieratezza, clima, entusiasmo che ci trasmettevamo vicendevolmente: l’affiatamento fra attori e registi era il valore aggiunto, si lavorava con pochi soldi, ma l’armonia era risolutiva; quei film non avevano i riconoscimenti che avrebbero meritato, ma va bene anche così, mi permetto di dire che gli italiani erano snob anche nei confronti di Totò…».
Totò, un grande. «Andavo a vedere tutti i suoi film, lo trovavo geniale, ma avevo una sorta di pudore nei confronti dei miei amici, non lo dicevo e quando se ne accorgevano mi dileggiavano quasi: filmetti di serie B, dicevano; il precedente illustre, Totò appunto, cancella di colpo qualsiasi rammarico».
Quando il cinema la richiedeva ancora, tanto da ritenerla uno dei “colonnelli” di quella lunga, stagione fortunata, insieme con Lino Banfi e Renzo Montagnani, lei lasciò. Ha ripiegato sulla tv, bella scommessa. «Amo mettermi in discussione, scommettere su cose nuove: molti si avvicinavano a quel cinema che in seguito avrebbe generato i “cinepanettoni”, bene, io lasciavo; non molti ricordano la prima edizione di “Striscia la notizia”, l’idea di Antonio Ricci, papà di “Drive in”, aebuttai con Ezio Greggio su Italia 1; venivo da “La sberla”, programma comico sulla Rai, diretto da Giancarlo Nicotra, che poi diresse la prima edizione di “Drive in”, lasciando successivamente a Beppe Recchia».

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«RINGRAZIAI BERLUSCONI, RIFIUTAI UN CONTRATTO D’ORO»
Rifiutò anche un vagone di soldi. «Le cose andavano talmente bene – ricorda – che Silvio Berlusconi mi sottopose un contratto decennale: voleva diventassi uno dei volti delle sue tv; ma anche stavolta ringraziai, considerai che la libertà non avesse prezzo: dire oggi se ho fatto bene oppure male, magari me la sarei goduta con tutti quei soldi, non ha valore; di certo sto bene anche così, alla mia veneranda età che, francamente, non sento nemmeno un po’ addosso, mi diverto ancora tanto: il teatro mi fa sentire vivo, il contatto quotidiano con il pubblico è insostituibile; incontro gente che vedeva i miei film al cinema, giovani che mi hanno conosciuto con le repliche televisive: ecco, la tv ha questo di buono, se hai fatto cose divertenti e acchiappano ancora ascolti, non ti fa dimenticare, ti rivaluta.
Il rapporto con la Puglia. «Amo questa terra, cordiale, accogliente, calorosa: l’Italia è tutta bella, ma la Puglia ti prende per la sua bellezza e per la gola, tanto che quando passo da queste parti mi fermo per gustare la cucina pugliese che, credetemi, “nun se batte”; conosco a memoria strade, città e cittadine, dove per diverso tempo ho girato film: Taranto, Bari, Martina Franca, Alberobello, Trani…e chi si dimentica».
Nemmeno un po’ di nostalgia. «La vita va avanti – conclude Gianfranco D’Angelo – se il cielo mi darà forza, proseguirò ancora, per ora non penso neppure lontanamente di lasciare, il teatro ti rigenera un giorno dopo l’altro: tavole e polvere del palcoscenico sono l’elisir di lunga vita».

 

Come guardiamo gli altri?

E’ una bella domanda dopo una settimana passata intensamente a riflettere su quanto i rapporti fra le persone possano reggersi sulla fiducia reciproca, sulla condivisione di progetti e prospettive, sulla costruzione di percorsi possibili.

Ma è anche un momento di riflessione introspettiva. E’ come mettersi di fronte ad uno specchio e interrogarsi, interrogare se stesso nel profondo senza tralasciare il trasporto dell’istinto che guida spesso gli atteggiamenti quotidiani.

E, ammetto, senza idee o ispirazioni, vi propongo la lettura di un articolo che lessi tempo fa che fu per me fonte di ispirazione e di riflessione.

Alla fine, mi sono riconosciuto a pieno in quella dimensione umana definita da Eric Schwitzgebel “stronzaggine”.

Proviamo a fare un gioco: quanti di voi ritengono di appartenere a questa categoria?

Buona lettura domenicale.

 

Il manuale del perfetto arrogante.

Di Oliver BurkemanThe GuardianRegno Unito

“Secondo voi è possibile che siate degli stronzi? Lo so, è una domanda scortese, ma non completamente assurda. Dopotutto, siamo circondati da persone così – se non mi credete, date un’occhiata ai titoli dei giornali, provate a guidare all’ora di punta, o a scorrere Twitter – perciò, statisticamente, è plausibilissimo che tra loro ci siate anche voi. Sono sicuro che non avete la sensazione di esserlo, naturalmente. Ma nessuno ce l’ha. In parte perché a ben poche persone piace pensare cose negative di se stesse.

Ma come sostiene il filosofo Eric Schwitzgebel in diversi suoi saggi, è anche perché l’essenza della stronzaggine (che, secondo lui è ben distinta da altre forme di sgradevolezza) è “vedere il mondo attraverso lenti che offuscano l’umanità degli altri”.

Gli stronzi considerano le altre persone “strumenti da manipolare o gente da ingannare piuttosto che loro pari dal punto di vista epistemico e morale”. Di conseguenza, se vi comportate male con gli altri, e quelli reagiscono in modo prevedibile – con rabbia, irritazione o, se siete fortunati, con critiche amichevoli – di solito non prendete sul serio la loro reazione, sempre dando per scontato che siate stati a sentirli. Perché? Perché siete stronzi.

E non finisce qui, spiega Schwitzgebel. Se aspirate sinceramente a capire se lo siete, probabilmente comincerete a chiedervi se trattate regolarmente gli altri con arroganza, considerando i loro desideri e le loro idee inferiori alle vostre, utili solo nella misura in cui servono ai vostri scopi.

Ma il fatto stesso che vi state ponendo la domanda significa che, almeno in quell’istante, non lo siete. “Se qualcuno si preoccupa sinceramente di essere uno stronzo, la sua stronzaggine momentaneamente scompare”, scrive Schwitzgebel. “Se tremate di paura e di vergogna alla possibilità di esservi comportati male con qualcun altro, in quel momento, proprio in virtù di quella sensazione, state vedendo la persona come un individuo che ha diritto al vostro rispetto”.

 

Smettete di fare introspezione e riflettete su come vedete gli altri.

Ma non rilassatevi troppo: se pensate che questo significhi che non potete assolutamente essere stronzi, dato che siete abbastanza sensibili da porvi il problema, tornerete a essere compiaciuti di voi stessi, creando il terreno più adatto per diventarlo di nuovo.

Quindi, in parole povere: forse non vi sentite stronzi solo perché lo siete. E se fate un piccolo esame di coscienza, scoprirete sicuramente di non esserlo, anche se di solito lo siete. Allora esiste un modo oggettivo per stabilire la verità? Schwitzgebel pensa di sì: smettete di fare introspezione e riflettete su come vedete gli altri.

Avete spesso la sensazione di essere circondati da idioti? Dato che gli stronzi in genere hanno questa opinione di tutti, dovrebbe squillarvi un campanello d’allarme. “Dovunque vi girate, siete circondati da cretini, noiose nullità, masse senza volto, nemici, deficienti e… stronzi? Siete l’unica persona competente e ragionevole che conoscete?”.

Se è così, devo darvi una brutta notizia: probabilmente siete stronzi, almeno in alcune circostanze. Nei giorni in cui avete praticamente da ridire su tutti quelli che incontrate, potete scommetterci che il motivo è la cosa che tutti quegli incontri hanno in comune: voi”.