«Extracomunitari, grande risorsa»

Piero Bitetti, consigliere comunale

«Si candidano a fare lavori che gli italiani non considerano. Problemi di sicurezza al Nord, ma con etnie dei Paesi dell’Est. Taranto, città dell’accoglienza. Favorevole, talvolta qualcuno non considera che si tratta esseri umani in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche». La politica amministrativa, le carenze organiche e le distanze dal PD. «Sbagliata la gestione dei temi cui i cittadini volevano risposte»

Questa volta sul tema dell’accoglienza ascoltiamo Piero Bitetti, consigliere comunale, già assessore e candidato alle più recenti consultazioni regionali nelle quali ha registrato un personale successo. Prima di porgli domande sulla sua attività in Consiglio comunale a sostegno del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, un paio di domande su uno dei temi che stanno a cuore a “Costruiamo Insieme”, la cooperativa sociale che si occupa, fra le altre cose, di accoglienza.

Taranto, dunque, Città dell’accoglienza, il punto di vista di Bitetti

«Il tema–accoglienza non è basato su scelte locali, queste sono assunte da organi al di sopra dei Comuni e del nostro stesso Paese; parliamo, pertanto, di indicazioni discusse, concordate e approvate in sede di Parlamento europeo; Taranto è fra le città maggiormente interessate al fenomeno dell’immigrazione per la sua posizione geografica; fatta questa debita premessa, dal punto di vista umano sono favorevole all’accoglienza: stiamo parlando di esseri umani in fuga da zone di guerra e da persecuzioni politiche; qualcuno parla anche di sicurezza: le autorità preposte al controllo del territorio insieme con chi si occupa di accoglienza, stanno svolgendo un lavoro importante; non mi sembra siano stati registrati episodi clamorosi, al contrario di quanto, invece, accade al Nord, dove dall’interno di etnie provenienti dall’Est scaturiscono vere organizzazioni dedite a furti, rapine e spaccio di sostanze stupefacenti».

Nonostante l’informazione, circolano imprecisioni.

«Mezzi di informazione, in modo strumentale, disorientano l’opinione pubblica sul costo degli immigrati: l’impegno economico non è dei Comuni italiani, tantomeno del nostro Paese, bensì dell’Unione europea; a noi spetta esclusivamente attivarci affinché la macchina dell’accoglienza funzioni in modo esauriente; vero è che esistono italiani in situazioni di disagio, ma di questo non possono farsene totale carico a Bruxelles; si parla anche di lavoro sottratto ai nostri giovani, poi si scopre che gli italiani certe attività non le vogliono svolgere; pertanto la presenza e la voglia di lavorare degli extracomunitari può perfino diventare un’opportunità per un Paese come il nostro».

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Un primo bilancio sul lavoro fin qui svolto dall’Amministrazione comunale condotta dal sindaco Rinaldo Melucci della quale lei fa parte

«In politica non ci sono tempi brevi, il sindaco si è insediato a giugno, amministra Taranto da poco più di nove mesi; oggi possiamo dire che è stata messa in campo una serie di atti, tanto per il Consiglio quanto per la Giunta, così da poter operare scelte che potranno fornire le prime indicazioni: c’è solo bisogno di tempo; la macchina amministrativa necessita di sostegno: i dipendenti del Comune di Taranto sono meno di 900 unità, mentre la pianta organica ne prevede 1.726; parliamo, dunque, di un sistema dimezzato rispetto a quanto previsto per Decreto ministeriale; una situazione, questa, che complica la gestione giornaliera di qualsiasi attività, cui va aggiunto un altro aspetto preoccupante: una parte dei dipendenti impegnata quotidianamente, infatti, è sulla soglia della pensione».

Una macchina amministrativa, dunque, non ancora a pieno regime

«Il lavoro fin qui svolto dai dipendenti comunali è lodevole; pensiamo, però, a quale sarebbe il quadro amministrativo con il personale a pieno organico, dunque nuove risorse e nuove energie; i servizi legati alla digitalizzazione, per esempio: con l’attivazione a pieno regime, questi dovrebbero fornire più speditamente risposte ai cittadini, ma al momento le figure professionali di cui la “macchina” necessita non esistono».

Quanto è stata coraggiosa la sua scelta di lasciare un partito come il PD

«La decisione è stata sofferta, non vedevo più chiarezza in quella classe dirigente – ormai inesistente – abituata a svolgere attività di piccolo cabotaggio rispetto ad aspettative ben più importanti; non c’era confronto sui temi essenziali, avvertivo forzature, non avvertivo più quella serenità necessaria per fare politica.

Non vivo di politica, ma la faccio per passione, mi piace sentirmi uomo libero e non mi andava di sentirmi bloccato in meccanismi non condivisibili; dopo l’uscita dal PD, le mie prime riflessioni sul cosa fare: non era semplice assumere una decisione, comunque sofferta e candidarmi per conto mio; prima di sciogliere gli ultimi dubbi, la consultazione con un po’ di amici che mi convinsero a partecipare alle ultime Amministrative, prima come candidato sindaco, successivamente nel ballottaggio a sostegno del sindaco Rinaldo Melucci, espressione di una volontà popolare».

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Quali condizioni potrebbero riportarla a casa PD?

«Breve premessa. Sono entrato in politica per fornire un contributo per migliorare la qualità della vita della mia città, successivamente mi sono appassionato a questa attività: fare scelte oculate per vivere meglio; per fare ciò bisogna impegnarsi nei piccoli come nei grandi temi – dal rifiuto distrattamente gettato per terra alla politica di sviluppo – e questo lo si può fare stando all’interno di un partito che può farsi portavoce di istanze a livello nazionale; sono le scelte prese alla base e riportate al governo a cambiare le sorti di un territorio come il nostro: il PD deve avere il coraggio di fare anche scelte impopolari, ma chiare; queste devono essere spiegate alla gente: se si chiedono sacrifici per guidare il Paese in una direzione piuttosto che in un’altra, i cittadini devono essere informati». Non esplicita, Bitetti, ma il ravvedimento su certe politiche da parte del PD riavvicinerebbe le posizioni del consigliere comunale al partito del quale in un recente passato ne aveva fatto parte.

Una città industriale, quali prospettive potrebbe avere?

«La risposta è legata alla storia di una città che in un momento di grande crescita del Paese vantava redditi pro-capite fra i più alti; Taranto era sedicesima in Italia in fatto di popolazione: uno studio elaborato negli anni Settanta prevedeva, in prospettiva, addirittura una popolazione attestata sui 360.000 abitanti, mentre oggi questa città conta 200.000 abitanti; rinunciare di colpo a uno dei principali asset dell’economia locale, cioè l’industria, credo sia controproducente: se scegliamo di sviluppare temi come turismo e cultura, abbiamo bisogno di tempo, non è facile attivare un processo culturale; esistono ancora famiglie abituate al concetto del posto fisso; con una simile mentalità diventa difficile fare accettare uno sviluppo in chiave turistica: le piccole e medie imprese interessate ad impegnarsi nel settore turistico basano i propri investimenti su un’altra mentalità piuttosto che sull’assicurare un reddito fisso».

La Siria, la crisi mediorientale e le risposte dei “potenti”

Possono essere i missili belli e intelligenti?

A settembre 2016, in un articolo pubblicato in questa rubrica dal titolo “Quando i grandi giocano a fare la guerra, i bambini non giocano più!” avevo scritto:

Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù” (Mt 2:16). Il gesto criminale di Erode è dettato dalla sua egoistica difesa del trono. Questa crudeltà corrisponde al suo carattere: per eliminare ogni ostacolo che mettesse in pericolo il trono, egli fece uccidere anche tre mogli e alcuni figli.

Sotto i colpi e le bombe americane e russe, governative e dei ribelli sono ormai migliaia i bambini che hanno perso la vita in Siria ed in particolare ad Aleppo sotto gli occhi abituati del resto del mondo. Bambini che non hanno avuto la fortuna di scappare, di sfuggire al massacro: “Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Àlzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire’” (Mt 2:13). Gesù, così, sfuggì a quella che è passata alla storia come “la strage degli innocenti”. Questa volta nessun angelo, come tante altre volte, ha steso le sue ali per proteggere quelle anime innocenti. Neanche il corridoio umanitario ha funzionato in quella che avevamo già definito come una tregua falsa, un tentativo fallito di dividere il territorio fra potenze estranee a quelle terre ma fortemente spinte dalla possibilità di fare soldi, tanti soldi e di consolidare posizioni strategiche nell’area mediorientale come stessero facendo una partita di Risiko.

Oggi Erode ha tante facce, non diverse da quelle di due anni fa, ma quella che spicca per incosciente brutalità è, ancora una volta, quella del Presidente Trump che, licenziando come inutili anche le indicazioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite, minaccia un attacco militare contro la Siria, appoggiato dagli “amici” inglesi e francesi, utilizzando a motivo il “presunto” uso di armi chimiche da parte del Governo di Assad che avrebbe colpito un territorio sotto il controllo dello stesso governo e degli alleati russi.

“Presunto” per due motivi: ancora non ci sono prove dell’uso di armi chimiche (non che questo legittimi comunque il fatto di ammazzare inermi civili) e che, nonostante lo spessore criminale di Assad, possa averle utilizzate in casa sua.

Lo scenario attuale ricorda quello del 2003 quando l’Iraq fu devastato dalle bombe americane e le armi di Saddam mai trovate.

Ma Trump, che si è ritrovato l’FBI in casa, che continua a perdere pezzi in Parlamento, nell’enturage e credibilità dentro e fuori il territorio degli Stati Uniti ha la pressante necessità di dare risposte.

A modo suo, intervenendo nel pieno di una crisi internazionale: l’attacco contro il regime di Assad è stato anticipato da un “tweet” scritto mercoledì da Trump in risposta agli avvertimenti russi sulla pronta risposta ad eventuali attacchi. Con un messaggio che ha mostrato tutto il degrado e l’irresponsabilità dell’intero apparato di potere americano, Trump ha invitato Mosca a “prepararsi” per l’arrivo sulla Siria di missili “belli, nuovi e intelligenti”.

E ieri notte ha mantenuto la sua promessa scaricando sulla Siria i suoi missili “belli e intelligenti” con la buona compagnia di inglesi e francesi. La disponibilità dell’Italia a fornire appoggio logistico nel riaccendersi di questo conflitto mai sopito non la esclude dall’avere responsabilità gravi in una situazione che rimette in discussione i flebili equilibri di tutta la Regione Mediorientale.

Iran e Iraq hanno già assunto posizioni “pesanti” sulle immediate ripercussioni che l’attacco alla Siria produrrà tenendo nel dovuto conto le situazioni libiche e palestinesi e i conflitti in atto nel resto del Continente africano.

Certo, gli altri, i russi per primi, non stanno a guardare. E sono pronti a rispondere a quello che Trump non può che mettere in atto in maniera estremamente devastante per non replicare l’ultima “passeggiata” e, soprattutto, per tentare di arginare e rallentare l’assedio interno che sta minando alla base la sua Presidenza.

Intanto, a guardare, con gli occhi sbarrati verso il cielo, resta quel popolo di innocenti siriani e non solo che non sono riusciti a lasciare quella che è diventata la terra degli orrori.

«Picchiato senza motivo»

Dramane, ivoriano, venti anni

«Preso continuamente a botte in Libia. Ho attraversato il deserto, pregato il Cielo perché morissi. Studiavo, ma per sopravvivere trasportavo tufi. Poi l’imbarco su un gommone, bucato, tutti in mare, finalmente una nave italiana…»

«Ho attraversato il deserto, pensavo di morire; mi avevano detto che una volta in Libia sarebbe stato meglio, macché… E poi, il gommone sul quale viaggiavamo in più di cento, bucato, poche ore dopo tutti in mare…». Così comincia la storia di Dramane, venti anni, nella sua Costa d’Avorio studente finché ha potuto e artigiano per necessità. Ha molte cose da raccontare. Quei giorni in pieno deserto, in compagnia di se stesso, che ne hanno fatto un uomo. Appare quasi più grande dei suoi vent’anni, Dramane, tanto è serio. Nemmeno un sorriso quando racconta di settimane, mesi, citando a memoria la grande sofferenza. Fronte corrugata, sguardo pensieroso, una persona “vissuta”.

Come fosse una spugna, Dramane ha assorbito e fatto sue diverse esperienze. «Non è stato il viaggio che qualche mio connazionale – spiega il ventenne ivoriano – in contatto saltuariamente con amici sbarcati in Italia, mi raccontava; diceva: pochi giorni di strada, qualche sacrificio e sarei arrivato finalmente in Libia, Paese di fronte alla tanto desiderata Italia: quando sei qui, e su questo dò ragione a quel mio amico, puoi davvero tirare un sospiro di sollievo; una volta sbarcato, che resti in questo Paese, molto accogliente, o vada altrove, avverti forte la sensazione di essere salvo. Finalmente salvo».

«Salvo», è una parola. Dramane riflette su questo concetto. Per molti mesi in fuga, anche quando pensava che il più era fatto, come al suo arrivo in Libia. Ma andiamo per ordine, cominciamo da una data che un ragazzo così profondo, come vedremo, tiene scolpita nella sua memoria: 10 ottobre del 2016. «Lascio la Costa d’Avorio con il dolore nel cuore – racconta – in famiglia il clima non era più quello di un tempo, tutto cambiato, da quando mio padre aveva deciso di sposarsi per la seconda volta: il mio rapporto con la mia matrigna era vissuto sull’orlo di una crisi continua; litigavamo per ogni cosa, quasi io fossi un corpo estraneo, un peso per la famiglia; furono queste continue frizioni, anche in presenza di mio padre, a convincermi che era giunto il momento di assumere una decisione, andare via».

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GLI STUDI, LA FUGA DALLA COSTA D’AVORIO

Costa d’Avorio, situazione politica ed economica insostenibile. Specie per un ragazzo che ha davanti a sé tutta la vita. «Andavo a scuola, gli studi furono la prima cosa che la nuova compagna di mio padre mi impedì di proseguire; lasciai il mio genitore a malincuore, lo stesso i tre fratelli e soprattutto, mia madre con la quale mi vedevo spesso e oggi sento quando posso: non potevo più vivere in quel clima, non solo familiare, il mio Paese era diventato invivibile, specie per quanti vogliono crearsi un vero futuro».

La fuga, il deserto. «E’ stata dura talmente erano gli stenti, al mattino il sole picchiava; la sera il freddo congelava, entrava nella tua pelle, il rischio che il mattino dopo non ti svegliassi era più di una ipotesi; in quei giorni vegetavo, sopravvivevo, cercavo di allontanare la mia volontà, spossessarmi di anima e sentimenti: l’unico modo era non pensarci, ma non era facile; più di qualche volta ho invocato il Cielo perché morissi».

Poi, Dramane, supera l’ostacolo, ma arriva la prova più dura sostenuta fino ad oggi. «Vedrai, una volta in Libia tutto sarà più semplice», lo incoraggiavano gli amici. «E invece lì cominciano i dolori, non solo di pancia – perché si mangia poco, addirittura niente e per più di un giorno – ma anche fisici: più pericoloso che attraversare il deserto; il colore della pelle in qualche modo ci tradiva, neri come eravamo ci fermavano un istante: ci chiedevano cosa stessimo facendo lì e, senza una ragione, giù botte; lasciare la Costa d’Avorio per andare a morire in un altro Paese, è questo che poteva accadere, anzi – mi dicevano – era già accaduto a più di qualcuno; carri armati per strada, i soldati con le armi spianate addosso a noi: per un breve periodo, insieme con altri, sono stato segregato in una casa disabitata; ci facevano sfiancare, lavorare sodo, e non sempre ci davano da mangiare, ho saltato il pasto per tre giorni e, nonostante tutto, privo di forze ero costretto a trasportare tufi che sarebbero serviti a realizzare costruzioni».

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GOMMONE BUCATO, TUTTI IN MARE!

Finito il lavoro, i pericoli continuano. «Ci avevano lasciato al nostro destino, ma se ci avessero rivisto per strada sarebbero stati altri dolori; uscivamo la sera, sul tardi, per comprare qualcosa da mangiare, poi di nuovo al chiuso, per non farci vedere in giro ed essere nuovamente picchiati, senza motivo». Poi lo spiraglio, dopo una serie di piccoli lavori, il gommone tanto sospirato per lasciarsi alle spalle la Libia, quel Paese ospitale almeno sulla carta.

«Eravamo in 105, lo ricordo perfettamente – prosegue Dramane nel suo racconto – come ricordo che non appena arrivammo al largo, in mare aperto, avvertimmo un grosso pericolo: il gommone era bucato; non so come fosse successo; potevamo restare a galla ancora qualche ora, poi saremmo finiti tutti in mare». Ma ecco la salvezza: una nave italiana, quattro giorni di viaggio, terra. «Adesso voglio pensare a riprendere gli studi – conclude Dramane – nel mio Paese facevo l’artigiano, specializzato nel sistemare mobili che dovevano essere riparati; non mi dispiacerebbe riprendere questo lavoro, impegnarmi da un rigattiere: sapete, quei commercianti che comprano o ritirano mobili usati o da buttare e li rimettono a nuovo? E’ un’idea: dopo aver passato disavventure nel deserto e in Libia, quasi per un debito di riconoscenza nei confronti della vita, sarei disposto a fare qualsiasi lavoro!».

E se per una volta parlo di noi/voi?

Il lavoro dietro le quinte che non vede nessuno.

Se tutti hanno parlato di tutto in questi giorni, io cosa scrivo?

Commentare i commenti dei commenti su fatti che sono di dominio pubblico non mi appartiene. Come non mi appartiene mescolarmi nel frullatore delle tante “analisi” partorite da ventri vuoti.

Non che mi occupi di cronaca, sia chiaro, ma su tutti i temi che oggi riemergono tragicamente ho già scritto: su Libia, Siria, Palestina, Francia ho già detto spesso anche anticipando gli eventi, guardando oltre la quotidianità che, alla fine, è anche lo spirito di questa “rubrica” domenicale.

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E, allora, questa volta parlo di noi. Anzi, di voi!

Se non lo fa nessuno o, nessuno lo ha fatto fino ad ora, lo faccio io nella speranza di suscitare e catturare la curiosità di quanti, come me e come tanti sono stufi e stanchi di sentire o leggere cose ripetute e rimbalzate in maniera seriale.

Allora, oggi noi, meglio, un pezzo di noi, quel “pezzo” di organizzazione di Costruiamo Insieme che, lavorando dietro le quinte e operando silenziosamente per costruire e rumorosamente per gridare dipingono sul web la mission della Cooperativa.

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Paolo e Claudio, instancabili e appassionati, raccolgono storie, gestiscono storie, fanno conoscere storie.

Attraverso le interviste e i video e, adesso anche la radio sul web che è una esperienza e un investimento sociale, senza ritorno economico che, rappresentano e sono uno strumento di integrazione e interazione straordinario.

A me che guardo dall’esterno, essendo semplicemente un collaboratore che, però, interagisce quotidianamente con le strutture, piace l’idea di uno strumento che dia voce e faccia da amplificatore di pratiche che promuovono lo scambio fra culture.

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Attraverso una radio o un sito?

Si!

E direi si cento, mille, un milione di volte!

E lo dico perché, chi mi conosce sa che non sono sul mercato e non scrivo per nessun padrone!

Non faccio pubblicità a nessuno mai, tantomeno a chi è fuori dai miei ristretti e ridotti canoni di accettazione di comportamenti che travalicano il rispetto della persona.

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Non guardo e non chiedo i documenti, né mi interessa sapere da dove arrivi.

Anzi, si!

Mi puoi insegnare qualcosa, raccontare qualcosa che non so, arricchirmi!

Claudio e Paolo gestiscono uno strumento straordinariamente bello che apre, ogni giorno, porte blindate da lucchetti che si possono aprire semplicemente condividendo una bella esperienza che non fa male, non provoca tumori o malattie strane.

Mette allegria e aiuta a riflettere.

Affezionatevi al sito di Costruiamo Insieme.

A me, aggiusta la giornata!

 

Ernesto Chiarantoni e Francesco Sarcina (Le vibrazioni), botta e risposta

«Riprendo a correre»

Moustafa, ivoriano, venti anni

«Un brutto incidente d’auto, muore il proprietario del mezzo sul quale lavoravo come fattorino, un’operazione non riuscita in un presidio sanitario pressoché inesistente, papà scomparso a causa di un tumore». In Italia dalla Costa d’Avorio, dopo un campo di prigionia in Libia, studiava da meccanico e carrozziere.

«Se sono stato picchiato appena arrivato in Libia? Certo, ma non stupitevi, essere oggetto di atti di violenza gratuita, lì, in quei posti, è la normalità».Moustafa, venti anni, arriva in Italia dalla Costa d’Avorio. «Avevo messo in conto che nel mio lungo viaggio verso la libertà – dice il giovane ivoriano – avrei potuto imbattermi in qualcuno che mi avrebbe picchiato, avrebbe potuto perfino mettere fine alla mia vita: era un rischio, però, che dovevo prendermi, le condizioni in cui vivevo erano sotto il livello di sopravvivenza».

Così, Moustafa, un giorno, bello o brutto che sia, lo stabiliranno le settimane, i mesi a seguire, fugge dalla Costa d’Avorio. «Alla fine me la sono cavata a buon mercato – confessa – certo, picchiato sono stato picchiato, pensavate che me la cavassi a buon mercato? Nei miei confronti c’è stata una certa comprensione, avevo problemi di salute e non infierivano tanto su di me, anche se il fatto che non stessi bene non mi risparmiava la quotidiana dose di spintoni e colpi ai fianchi con il calcio del fucile».

Furono i suoi occhi, ricorda Moustafa, a convincere i militari ad usare un trattamento diverso rispetto agli altri neri presi in ostaggio e sbattuti in “dentro”. «Non sono vere prigioni: sono capannoni, nella migliore delle ipotesi; nel mio caso, il posto in cui eravamo sorvegliati era un terreno con mura di cinta altissime che non avresti mai potuto scavalcare, nemmeno se fossi stato un campione di salto con l’asta». Oggi il ragazzo sorride, supera qualsiasi diffidenza. Si presta volentieri agli scatti di Paolo, l’autore delle foto a corredo del servizio. La sua storia, gli spieghiamo, sarà utile per raccontare la fuga di uno dei tanti ragazzi come lui verso la libertà.

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Ospite del Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”, Moustafa riprende a raccontarci la sua storia. «Ero debole a causa di un grave incidente di auto nel quale aveva perso la vita l’uomo per cui lavoravo in Costa d’Avorio; fui trasportato in un presidio sanitario nel quale fecero quanto nelle loro possibilità: non esistono attrezzature o professionalità nel campo della medicina; se hai soldi puoi permetterti il trasporto in un ospedale, una clinica e avere un’assistenza appropriata, anche se non è garantita la pronta guarigione; dunque, io ero abbandonato al mio destino, mi sottoposero a una operazione, non so nemmeno come, ma alla fine mi rimisero in sesto e dimisero dal presidio sanitario – chiamare “clinica” oppure “ospedale” le diverse strutture di fortuna esistenti, è una esagerazione – per loro andava già bene così: stavo meglio o comunque meno peggio di prima, pertanto secondo il loro punto di vista l’operazione era riuscita».

Non è dello stesso avviso Moustafa, che si muove in una sorta di moviola. Camminare, cammina. Ha dovuto, però, rinunciare a tirare due calci al pallone, come gran parte dei ragazzi della sua età. «Ma non mi importa, ciò che conta è la salute e, oggi, la libertà, il guardare al futuro con una buona dose di speranza; non avendo più un datore di lavoro con un mezzo proprio, è stato subito complicato trovare una nuova occupazione: facevo il fattorino, caricavo e scaricavo bagagli di gente che io e il conducente-proprietario del mezzo, accompagnavamo per centinaia di chilometri; persone interessate a viaggiare, per lavoro o intenzionate ad andare via, lontano dalla fame e da una politica che, per bene che potesse andargli, offriva solo svantaggi».

Moustafa ha l’aria matura. Accenna un sorriso. Raro vederlo ridere. Nemmeno quando accenni a un francese approssimativo, giusto per strappargli una risata. Niente, ti corregge con garbo, riprende a raccontarsi. «Oggi guardo alle mie spalle, ho un fratello più piccolo rimasto lì, in Costa, insieme con mia madre nel frattempo risposatasi: mio padre non c’è più, morto di tumore, anche lui scomparso a causa di un’assistenza sanitaria inesistente; provate a immaginare quanto possano costare cure e medicinali per un essere umano che ha scarse possibilità economiche: il suo destino è scritto, purtroppo».

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Senza il sostegno economico del papà che si industriava come meglio poteva, il ragazzo ventenne ha dovuto anticipare la chiusura del suo ciclo di studi. «Studiavo la sera, volevo fare il meccanico, nel frattempo ho imparato anche l’arte del carrozziere – mostra sul cellulare un breve video di un’auto rimessa a nuovo – se dovessi restare qui, in Italia, non mi dispiacerebbe fare questo lavoro, ci sono tante auto qui; intanto ho preso una licenza media, un titolo di studio che possa aiutarmi a fare progressi nell’imparare a scrivere e leggere; prendo lezioni e appunti, studio e faccio corsi di alfabetizzazione presso il Centro di accoglienza straordinaria “Costruiamo Insieme”: imparo in fretta, voglio essere pronto a scrivere un nuovo capitolo della mia vita; se possibile trovare un lavoro, purché dignitoso, e mandare soldi a casa per fare studiare il mio fratellino rimasto in Costa d’Avorio».

Il viaggio per l’Italia, dalla Libia. «Non lo sapevo, potevo solo immaginarlo – conclude Moustafa – sarebbero potuti passare mesi, anni; nonostante problemi di salute facevo lo stesso lavoro degli altri: insieme con i miei compagni, alcuni anche connazionali, eravamo reclusi in un enorme recinto; tagliavamo erba per sfamare gli animali da cortile, di cui ci prendevamo cura; se non lavoravi come dicevano loro, i sorveglianti ti picchiavano: in cambio, un pasto al giorno, al mattino, e acqua salina, qualcosa di imbevibile. Per fortuna tutto è finito un bel giorno, evidentemente quei mesi di lavoro erano stati sufficienti a “pagarci” un viaggio di fortuna per l’Italia: imbarcato insieme ad altre decine di ragazzi sul solito gommone, in mare aperto siamo stati avvistati da una nave militare italiana; tutti a bordo per essere accompagnati a Trapani; da lì, viaggio a Taranto e fine della corsa. Adesso dipende solo da me riprendere a correre».