«Spettatore di scene toccanti»

Lucio Lonoce, presidente del Consiglio comunale di Taranto

«Non dimenticherò mai le scene dello sbarco di profughi siriani. Il sindaco Melucci, massima attenzione alla politica dell’accoglienza. Le istituzioni svolgono con impegno il loro mandato». Industria e ambiente. «Salvaguardare la salute, tutelare il lavoro in una città che chiede occupazione».

«L’ex sindaco Ippazio Stefàno è stato molto attento alla politica dell’accoglienza di extracomunitari; lo stesso posso dire circa l’attenzione rivolta dall’Amministrazione guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, con in prima linea l’assessorato ai Servizi sociali». Diciotto anni di attività politica al Comune di Taranto, Lucio Lonoce, già consigliere comunale e consigliere di amministrazione Amiu, assessore ai Lavori pubblici e vicesindaco nella Giunta-Stefàno, compie una personale ricognizione sul tema dell’accoglienza a Taranto. Oggi Lonoce, nell’Amministrazione del sindaco Melucci, riveste il ruolo di presidente del Consiglio comunale.

«Lo stesso primo cittadino – riprende Lonoce – è molto attento al tema dell’ospitalità, perché tali ritengo gli extracomunitari, “ospiti”; sono stato spettatore del primo sbarco a Taranto di gente in arrivo dalla Siria: ho assistito a scene toccanti; un plauso va rivolto a molti miei concittadini, che hanno avuto un ruolo importante nell’accogliere gente in fuga da Paesi in cui si patiscono fame e persecuzioni politiche: la nostra città ha un cuore enorme; lo stesso importante ruolo hanno associazioni e organizzazioni che svolgono professionalmente attività nei Centri di accoglienza». Non più tardi di pochi giorni fa, ricordiamo al presidente del Consiglio comunale, il sindaco Melucci ha fatto visita alla comunità islamica, senza fare cassa di risonanza. «Il nostro primo cittadino fa un lavoro oscuro; garantisco sul suo lavoro e quello dei consiglieri impegnati nelle diverse commissioni; massima trasparenza all’attività amministrativa viene data anche mediante i diversi social nei quali vengono riportati ordini del giorno, interrogazioni, mozioni, question time; a proposito degli extracomunitari, proprio dal vostro sito avevo appreso della sua visita alla moschea cittadina, quando nell’occasione ha definito i musulmani “nostri fratelli”, espressione che sento di sottoscrivere».

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Assessore ai Lavori pubblici, oggi presidente del Consiglio comunale. Quali le differenze nei ruoli di assessore e presidente? 

«Non credo ci siano differenze sostanziali; non faccio distinzione di ruoli, trovo importante invece – qualunque sia il ruolo istituzionale – il confronto con i cittadini; con questi ho avuto sempre un rapporto speciale, trovo che per un politico sia fondamentale avvicinare la gente per conoscere, dai veri protagonisti della vita cittadina, quali siano i problemi di un territorio: e le istanze, in questo caso, oscillano dai piccoli ai grandi problemi, dalla buca sulla strada ai temi del lavoro.

Dal punto di vista tecnico, evidentemente, cambia il senso di responsabilità; al presidente del Consiglio comunale spetta presiedere e far rispettare gli interventi all’interno del consesso cittadino; non ultimo l’impegno nel far rispettare all’interno di una dialettica vivace, il dibattito sull’approvazione del Bilancio rispetto al quale i revisori avevano sollevato qualche perplessità: grazie all’impegno di tutti, oggi Taranto tira un sospiro di sollievo: insieme stiamo scacciando lo spettro del dissesto».

E’ intervenuto in qualche occasione per smorzare toni polemici. 

«Durante il Consiglio comunale il mio impegno super partes mi invita a rivestire anche il ruolo di moderatore; quando gli animi raggiungono temperature elevate, richiamo i colleghi a un più alto senso di responsabilità; la città ci guarda, i tarantini che hanno riposto fiducia nel nostro operato attendono risposte concrete».

Passo indietro, ai tempi del suo assessorato ai Lavori pubblici. C’è una incompiuta?

«Palazzo degli Uffici, immobile nel cuore del Borgo; ma il Comune non ha colpe rispetto al ritardo registrato nei lavori: le attività di riqualificazione erano appannaggio di una società bloccata a seguito di una interdizione mafiosa; secondo legge, il Comune è intervenuto con una delibera bloccando i lavori».

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Sempre al Borgo, a breve lo storico teatro Fusco sarà riconsegnato alla città.

«C’è una continuità amministrativa rispetto al recente passato, l’assessore De Paola sta portando a compimento gli ultimi dettagli perché uno dei nostri teatri storici venga riconsegnato alla città; poi, le opere che ho seguito e mi hanno inorgoglito sono diverse: la riqualificazione delle cinque scuole comunali del quartiere Tamburi; la risoluzione della famosa “doppia curva” di San Vito, che rappresentava un pericolo costante per automobilisti e pedoni residenti nella zona; sono state asfaltate per la prima volta strade nel quartiere di Talsano e Paolo VI; i lavori nelle piazze cittadine sollecitando anche l’intervento di sponsorizzazioni».

Anche questa Amministrazione sta ponendo attenzione agli interventi di riqualificazione. 

«Sta intervenendo in modo più che significativo. Parliamo di circa tre milioni di euro, rispetto al milione e duecentomila euro di partenza, per interventi nell’ultimo tratto di viale Magna Grecia e a marciapiedi e strade».

Questione Ilva. Il sindaco Melucci è intervenuto con autorevolezza. Si è assunto responsabilità rispetto al rapporto città-industria.

«Continuo a frequentare il quartiere Tamburi, associato suo malgrado all’industria; non esistono colori politici, la priorità spetta ad ambiente e salute; massima attenzione, però, va posta anche ai posti di lavoro: la città chiede occupazione e rischia di perdere giovani alla costante ricerca di futuro; la buona notizia: negli ultimi confronti in Consiglio comunale, governo e opposizione hanno parlato la stessa lingua; nessuna demagogia circa la chiusura “a prescindere” della fabbrica di acciaio più grande d’Europa; occorre, piuttosto, impegnarsi a trovare serie alternative, attivarsi nel creare nuovi posti di lavoro in un territorio che ha fame di occupazione».

«Pane, frustate e veleno»

Chinyere, diciotto anni, nigeriano

«Una famiglia decimata dalla violenza, ho visto morire tre fratelli sotto i miei occhi; scudisciate da mio zio, dai miei carcerieri e dai miei “padroni”. Poi in Libia, un carceriere mi libera e un uomo, in cambio di lavoro, mi mette a bordo di un gommone: tanta paura!». Moglie e figlio attendono sue notizie.

Foto-Articolo«Cresciuto a pane e frustate, più frustate che pane!», racconta Chinyere, nigeriano, diciotto anni, sposato, padre di un bimbo. Una famiglia sterminata da una cattiveria indescrivibile. «Tre fratelli, trattati allo stesso modo, morti ammazzati, avvelenati, evidentemente diventati un peso, erano tre bocche da sfamare e a mio zio, che ci dava da mangiare in cambio del nostro lavoro, non andava più bene…». Le frustate, da giovanissimo, sono state il pane quotidiano di Chinyere: le ha prese dallo zio, dai libici che lo hanno imprigionato, dal datore di lavoro al quale veniva quotidianamente consegnato, come fosse un pacco, per svolgere qualsiasi cosa: raccolti nei campi, pitturazione di case, edifici e così via. Ovunque ci fosse da spezzarsi la schiena, Chinyere era lì. E se per un giorno sul posto di lavoro non aveva incassato frustate, al ritorno dai campi una robusta razione di scudisciate gliela riservava lo zio. Insomma: dolore e cicatrici, a prescindere. «Era il suo modo per mettere le cose in chiaro: qui comando io – diceva –  devi respirare solo se ti autorizzo!».

Moglie e figlio di Chinyere sono rimasti a casa, attendono sue notizie. Lui è appena arrivato in Italia, da una manciata di giorni, ha fretta di sentire i suoi congiunti (non ha ancora un cellulare) e di imparare l’italiano. «Giro per strada– dice – avverto una sensazione di isolamento, non posso parlare con la gente di qua, non mi allontano dal Centro di accoglienza, diventerebbe complicato chiedere una informazione per tornare nel posto in cui sono ospite». Ci pensa Abdoullah, uno degli operatori di “Costruiamo Insieme” a fare da interprete, a trovare le parole giuste per raccontare la storia di questo ragazzo, diventato grande per forza di cose. «Mi hanno insegnato che le parole vanno misurate», spiega Chinyere, «basta dirne una al momento sbagliato ed è la fine; oggi cerco quella da pronunciare al momento giusto, perché la mia vita adesso comincia a prendere una piega diversa da quella che andava assumendo nella mia Nigeria».

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UNICA LEGGE: LA VIOLENZA

«Andavo a scuola – riprende – frequentavo le medie, poi, giovanissimo, ho dovuto abituarmi alla schiavitù; funzionava così: la mattina mi svegliavo prestissimo, subito al lavoro, c’era chi aveva bisogno di braccia per i campi, rimettere a posto casa, mio zio aveva contrattato il mio impegno giornaliero».Chinyere pensa di farla finita, per lui quella non è vita. Lui e i fratelli erano come un pegno nelle mani dello zio. Questioni di eredità. L’unica legge, lì, è la violenza, non hanno di che sfamarsi, vanno a vivere con quel parente scomodo e violento. «Non ci ha mai voluto bene – ricorda – siamo stati trattati come schiavi, eravamo la sua fonte di guadagno; alla fine, quando siamo diventati un peso, è successo qualcosa di tremendo: uno dopo l’altro, i miei fratelli si ammalavano e morivano; scoprii che quanto mangiavamo era contaminato, avvelenato; li ho visti esalare l’ultimo respiro sotto i miei occhi».Quando Chinyere capì cosa stesse accadendo, cominciò a rifiutare il cibo. E, tanto per cambiare, giù frustate. Fino a quando non prese il coraggio a due mani. «Morire lì o lontano da casa, era la stessa cosa, tanto rischiare la fuga; ci riuscii, ma non mi andò certamente meglio quando arrivai in Libia: io e altri in fuga dalla Nigeria, fummo accerchiati, fatti prigionieri e reclusi in un campo; ci svuotavano le tasche alla ricerca di denaro, ma non avevamo niente, fino a quel momento ci eravamo sfamati con quello che trovavamo per strada, ci offriva qualcuno di buon cuore in cambio di un lavoretto; non avendo soldi, dunque, per i libici che ci tenevano sotto chiave diventammo mano d’opera: al mattino ci consegnavano al migliore offerente, nostro datore per un giorno; dovevamo imparare in fretta un mestiere, altrimenti erano guai: mi specializzai nella pitturazione, tanto che avevo richieste, ma, niente soldi, a fronte del lavoro che svolgevo avevo in regalo praticamente un giorno di vita in più insieme con una razione di cibo».

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IL MARE, UNICA VIA DI SALVEZZA: BERE O AFFOGARE…

Una prigionia, fino a quando uno dei suoi aguzzini, si mosse quasi a compassione. «Mi vide stanco, ferito, mi indicò l’uscita della prigione e fece cenno di andare via: se ce l’avessi fatta a sopravvivere, tanto meglio per me…». Chinyere, poco per volta, si riprese, si rimise in sesto e, in qualche modo, sul mercato. «Per un tozzo di pane ero disposto a fare qualsiasi mestiere, era la sola cosa che potesse tenermi in vita: un uomo si prese cura di me, lavorai anche per lui, finalmente senza frustate, il tempo che riteneva giusto per assicurarmi in cambio un viaggio per l’Italia; un viaggio su uno dei tanti gommoni, “bagnole” che imbarcavano acqua e profughi; trovai posto con altri centocinquanta, una quantità enorme: non esistevano altre vie di fuga, come dire “bere o affogare”».

Quella “camera d’aria” era una scommessa. «Non c’era altra soluzione, imbarcarci o restarcene in Libia, a spezzarci la schiena per una razione di cibo, prendere botte, a fare da tiro a segno a bande di ragazzini armate fino ai denti; così, ringraziai, chi mi aveva fatto lavorare in cambio di quell’occasione e pregai il cielo che quello non fosse l’ultimo viaggio».

Chinyere con i centocinquanta amici di sventura, ci prova. «In mare aperto, onde impressionanti, sbattuti come canne al vento, mai vista una cosa simile; in quelle condizioni non avevamo scampo, solo un miracolo poteva salvarci: anche se sai nuotare dove vai? Veniamo presi a bordo da una nave mercantile tedesca, fine dell’incubo. Se ci penso, oggi, mi viene una paura matta: non lo rifarei, se non sapessi come è andata a finire».

Lettera a mia madre

Auguri a tutte le mamme del mondo

Adorata mamma,

so che non sono il figlio che avresti desiderato e, sono certo, non ti ho mai detto neanche che ti voglio un sacco di bene.

Anzi, no. Non ti voglio bene!

E’ una cosa diversa dal voler bene, perché puoi voler bene ad una persona altra ma la mamma è un’altra cosa.

E neanche ti amo, perché l’amore è un sentimento altro, è un’altra cosa.

Non so descrivere l’imprescindibilità della tua figura e della tua presenza racchiudendola in una parola: anche se mi vedi sempre scrivere o leggere, questa cosa non la so fare!

Non trovo le parole e non mi voglio nascondere dietro un racconto.

Semplicemente, non so come si dice, come si scrive, una “cosa” che porti dentro da sempre e dalla quale non ti separerai mai e della quale non puoi fare almeno.

Come scrissi in occasione della festa del papà su San Giuseppe, neanche Maria se la passava tanto bene dovendo gestire un bambino che si chiamava Gesù!

Con tutti i dovuti distinguo e lungi da ogni eresia o blasfemia, lo so che anche io sono stato “irrequieto” e che di problemi ne ho dati e creati parecchi nei miei quasi 50 anni. 

E continuo, nonostante i consigli quotidiani: ma la colpa se non è tua e neanche mia, si può addebitare solo all’ostetrica e al ginecologo che qualcosa hanno sbagliato al momento del parto! Anche perché papà è un santo uomo e, sicuramente, non è colpa sua.

Ma il paragone (non oserei mai!), non è fra me e Gesù ma, piuttosto, fra te e Maria non fosse altro che per la capacità di sopportazione di dispiaceri, dolori, angoscia provocata dai figli.

Neanche tu, però, sei assimilabile a Maria!

Non penso che Maria abbia mai rotto cucchiaia di legno o lanciato zoccoli a Gesù provocando anche parecchio dolore fisico e lasciando segni che ancora oggi sono testimonianza!

Per l’amor di Dio (giusto per restare in tema), tutto meritato, come dire, guadagnato sul campo.

E sono colpi che ancora oggi non risparmi: la mira lascia a desiderare ma è anche colpa dell’età!

Vedi, nonostante tutto quello che fai ogni giorno per me e quello che di immateriale mi dai ogni giorno, non so neanche se ti voglio bene perché, dirti ti voglio bene mi sembra così riduttivo e insignificante, “massificante” (e qualche giorno fa mi hai chiesto che significa perché leggi anche le cose che scrivo), che no te lo dico.

Tu sei mia madre e, in quanto tale, al di fuori da qualsiasi cosa catalogabile.

Non perché mi hai messo al mondo!

Quando troverò una parola che abbia un significato che vada oltre “ti voglio bene”, te la dirò. 

«Ho ripreso a sorridere»

Alex, ventiquattro anni, nigeriano

«Sono scappato, volevano ammazzassi i miei genitori. Una questione di sortilegi e ignoranza, da cui anche io sono stato perseguitato. Fuga dal mio villaggio, derubato dei risparmi in Libia, poi il viaggio per l’Italia pagato con sette mesi da falegname».

«Volevano sacrificassi la vita di mio padre e mia madre, unico sistema perché continuassi a lavorare, fare l’autista di un camion con il quale trasportavo bevande». Da non crederci, ma in alcune zone della Nigeria, sopravvivono credenze popolari, sortilegi, qualcosa vicino alla macumba. La sfortuna non finisce lì. In Libia, poi, l’incontro con la persona sbagliata alla quale consegna i suoi risparmi in cambio di un posto su un gommone. L’uomo sparisce insieme al denaro.

Andiamo per ordine, prima vicenda spiegata dallo stesso protagonista. Alex, ventiquattro anni, papà, mamma e cinque fratelli rimasti in patria, è ospite di un Centro di accoglienza straordinaria di “Costruiamo Insieme”, racconta una storia sconcertante. «Per migliorare la mia posizione sociale e lavorativa secondo i miei datori di lavoro avrei dovuto compiere, a loro dire, un “atto di coraggio”: sacrificare cioè la vita dei miei genitori; naturalmente non ho accettato; da quel momento è cominciata una vera persecuzione nei miei confronti: licenziato a causa del mio rifiuto mi sono visto chiudere porte in faccia, qualsiasi altra occasione di lavoro mi era stata preclusa, così non mi restava che cambiare aria».

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Ma non è finita, nel frattempo la sciocca maledizione fatta circolare dai suoi ex “datori”, aveva interessato anche lo stesso Alex. Insomma, genitori e figlio erano diventati di colpo una minaccia per chiunque li avvicinasse. «Dalle mie parti c’è ancora molta gente – spiega il ventiquattrenne nigeriano – che crede in queste cose, sortilegi, riti per scacciare presunte anime possedute dal demonio». Non lo salva nemmeno la sua fede cristiana. «Molti sono di fede cristiana nel mio Paese – spiega – ma non so cosa in realtà accada nella testa di quanti mescolano in modo disinvolto sacro e profano; fame e povertà, mista a una grande ignoranza, non bastano a giustificare gente che si rifugia nel destino, buono o cattivo, questo dipende dal loro personale punto di vista».

Così Alex molla lo sterzo di uno di quei camion che trasferiscono da un capo all’altro della sua cittadina, Auchi, centinaia di casse di preziosa “Pepsi”, e un futuro tutto sommato soddisfacente. «Guadagnavo, avevo ambizioni nel mondo del lavoro; questo, forse, è stato il mio principale errore, amare quello che facevo e una prospettiva di una vita serena che mi ripagasse dei tanti sacrifici».

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Arrivato in Italia pochi giorni fa, lo scorso 24 aprile, insieme a più di un centinaio di emigranti, Alex non ha dunque coronato il suo sogno nigeriano.«Magari trovassi qui un lavoro simile a quello che svolgevo in Nigeria – si augura – potrei iniziare con la stessa attività per cominciare a pensare a un futuro tutto nuovo». Non avrebbe amici, Alex. «Ce li ho – coregge – ma tutti compagni di lavoro con i quali non facevo che parlare dei viaggi faticosi cui ci sottoponevamo; a fine giornata ero distrutto da più di una decina di ore trascorse a bordo di un camion e da parole, parole e ancora parole sull’attività che ognuno di noi svolgeva sulla strada; per il resto, la gente con cui scambio due chiacchiere, ora, sono miei connazionali con i quali sono ospite di un Centro di accoglienza; ho nostalgia di casa, dei miei genitori e dei miei cinque fratelli rimasti nel villaggio: sono stato costretto ad andare via, la mia vita stava diventando un inferno».

Screditato agli occhi di chiunque, Alex ha preso il coraggio a due mani ed andare via. «Avevo un po’ di risparmi da parte – racconta Alex, altra storia sconcertante – per pagarmi il viaggio per l’Italia e poi viaggiare per l’Europa in cerca di quella fortuna che con me fino a quel momento era stata avara; arrivato in Libia, mi informo, chiedo chi dietro compenso possa aiutarmi a imbarcarmi per l’Italia: incontro un signore, a prima vista rassicurante, mi spiega che è lui la persona giusta e che in un baleno mi metterà sul primo gommone in partenza per l’Italia; c’è un solo particolare, superato il quale potrò già considerarmi con un piede in Europa: consegnargli i miei risparmi, al cambio più o meno cinquecento euro, che sarebbero serviti anche per ripagare il proprietario del gommone; per farla breve, spariscono insieme l’uomo e il denaro». Come il Gatto e la Volpe di Collodi nel celebrato “Pinocchio”: soldi e malfattori volatilizzati in uno schiocco delle dita. Foto-Storie-03

Alex e il piano B. Stavolta la seconda chance si presenta nelle vesti di una persona che promette e mantiene. Se non altro non chiede soldi, intanto perché Alex non ha più un centesimo, e poi perché assicura al ragazzo un pasto quotidiano. L’uomo della seconda occasione non cerca però un autista. «Infatti – spiega il ventiquattrenne nigeriano – mi invento falegname, riparo mobili per sette mesi, alla fine il giusto prezzo – secondo il mio “benefattore” – per essere accompagnato a Tripoli, dove era in procinto di partire per il mare aperto un gommone con a bordo più o meno centotrenta “passeggeri”: non siamo gli unici ad essere in balia delle correnti, a breve distanza ci sono altre due imbarcazioni di fortuna come la nostra; interviene una nave, presumo italiana, e salva tutti noi». Finalmente in Italia, lontano da sortilegi e istigazioni omicide, perfino da truffatori. La vita per Alex comincia a ventiquattro anni. «Voglio trovare un posto di lavoro, qui o altrove non importa, sicuramente lontano dall’ignoranza e da persone prive di scrupoli: grazie all’Italia ho ripreso a sorridere!».

I padroni della terra

Il fenomeno del Land Grabbing

Mi hanno sempre preso in giro dicendo che se per sbaglio un giorno dovessi diventare ricco avrei grandi difficoltà a comprendere l’entità della ricchezza tanto è nota la distanza fra me e i numeri.

Figuratevi quale possa essere la mia capacità di decifrare i numeri contenuti nel Primo Rapporto Focvis (Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario di oggi fanno parte 82 Organizzazioni che operano in oltre 80 paesi del mondo) sul fenomeno del Land Grabbing ovvero “accaparramento della terra”.

Qualche tempo fa, rigettando l’idea che le persone possano essere oggetto di classificazioni e contestando il concetto di “migrante economico”, ho scritto sulle cause ambientali che spingono masse di persone a spostarsi dai propri Paesi di origine.

Oggi, seppure li riporto, i numeri di questo studio spostano la mia attenzione su un altro tema che inquina il senso comune con la semplice quanto deplorevole affermazione “perché non se ne stanno a casa loro?”.

Allora, seppure con i numeri ho un cattivo rapporto, qualche volta i conti mi tornano se penso ai danni prodotti da una società che si rivela “respingente” senza assumere alcuna responsabilità sugli effetti.

Per spiegare questo fenomeno attualissimo ai miei figli ho usato una metafora: in casa siamo in sei e se ci mettiamo in fila indiana con la mamma davanti e io per ultimo e inizio a spingere e catena tutti spingono, un passo alla volta ci troveremo tutti in un’altra stanza!

In coda a questa fila indiana oggi nel mondo a spingere ci sono multinazionali e regimi che stanno depredando le ricchezze più grandi nei Paesi più poveri: le terre fertili e l’acqua, in primis.

Non so immaginare quanti siano 88 milioni di ettari di terra, ma sono quelli “accaparrati” dai padroni della terra.

Riporto dal sito della Focsiv una sintesi del rapporto anticipando solo una chicca: l’Italia non è estranea a questo fenomeno col suo bel milione e centomila ettari di terra sparsi in 13 Paesi.

Secondo il Primo Rapporto “I padroni della Terra. Il land grabbing.” di FOCSIV in collaborazione con Coldiretti, presentato a Bari al Villaggio Contadino di Coldiretti, dagli inizi di questo Millennio il fenomeno del Land Grabbing, l’accaparramento di terre fertili, è andato in crescendo a danno delle comunità rurali locali; a perpetrarlo Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie ed immobiliari internazionali che in questi anni hanno acquistato o affittato 88 milioni di ettari di terre  in ogni parte del mondo, un’estensione pari a 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador.

La maggior parte dei contratti conclusi, trasnazionali e nazionali, riguardano gli investimenti in agricoltura, ripartiti in colture alimentari e produzioni di biocarburanti, a seguire lo sfruttamento delle foreste e la realizzazione delle aree industriali o turistiche.

Tra i primi 10 paesi maggiori investitori oltre agli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda, vi sono quelli emergenti come la Cina, l’India ed il Brasile, ma lo sono anche paesi petroliferi come gli Emirati Arabi Uniti oppure la Malesia, Singapore ed il Liechtenstein, che spesso si prestano come piattaforme offshore ad operazioni finanziarie per le aziende  multinazionali internazionali. Tale situazione è più evidente nel caso delle Bermuda, delle Isole Vergini, delle Mauritius, delle Isole Cayman, che offrono condizioni finanziarie e fiscali estremamente vantaggiose per attrarre i capitali degli operatori internazionali ed è qui che transitano flussi finanziari di Paesi terzi che vengono investiti anche in acquisti e affitti di terre nel mondo. Ad esempio, le Mauritius contano 13 contratti pari a 423 mila ettari di terra concentrati soprattutto in Mozambico e Zimbabwe.

Al contrario, tra i primi 10 paesi oggetto degli investimenti vi sono, soprattutto, i paesi impoveriti dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan, il Mozambico, la Repubblica del Congo Brazaville e la Liberia, mentre in Asia il paese più coinvolto è la Papua Nuova Guinea, ma non mancano paesi emergenti come il Brasile e l’Indonesia ed in Europa la Federazione Russa e l’Ucraina.

Anche l’Italia ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte dei quali sono stati effettuati in alcuni paesi africani ed in Romania; in generale le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare biocombustibili.