Quando il cucciolo cresce…

Parlare è diverso da comunicare!

Il più piccolo della tribù (che a me suona meglio di “famiglia allargata” o “nuove tipologie relazionali” che è addirittura cacofonico) a pranzo ha manifestato il suo malessere provocato da uno stato che ha definito “solitudine”.

Messo a confronto con una situazione di questo tipo, seppure soggetto terzo ma coinvolto, ho sentito i brividi scorrere su tutto il corpo.

Abituato a giocare su tavoli di tutti i tipi con interlocutori istituzionali (Sindaci, Assessori, Prefetti, Questori, Parlamentari, ONG…) ho provato un senso di incapacità profonda a gestire una situazione che si materializzava al tavolo di casa, in quel privato che voglio rendere pubblico per condividerlo convinto che situazioni di questo tipo fanno parte del quotidiano di tante famiglie.

Se un tredicenne manifesta un disagio riconducendolo ad un senso di solitudine ti fa paura perché, oltre a restare senza risposte, inizi a chiederti dove hai sbagliato, cosa avresti dovuto fare che non hai fatto, cosa gli manca più di quello che ha.

E, istintivamente, cominci a cercare nel passato, a cercare l’origine di questo malessere cercando nel tuo atteggiamento i motivi di questo malessere manifestato perché emerge e irrompe una sorta di senso di responsabilità che riconduce a te ogni colpa.

E sono situazioni che ti rimettono in discussione: qualche giorno fa sono stato ospite e relatore in un convegno sulla genitorialità, oggi non mi viene fuori una parola?

Dentro casa mia? O una delle mie tante case?

Mio ho capito che è il problema primario nell’approccio al problema.

Forse è proprio da quella presunzione di “proprietà”, da quel “mio” che trova origine il problema.

Cosa è “mio”? Nulla! 

Se penso a me e alla mia vita mi rendo conto di non essere stato mai di nessuno neanche da bambino!

E come potrei pretendere o pensare di fare il contrario, di ribaltare la situazione reinventandomi in un ruolo che non è mio e non mi appartiene?

La cosa bella che mi ha insegnato la vita (non la scuola o l’università! Mio padre si!) è quella di sapere usare gli strumenti: sapere senza sapere come usare il sapere non serve a nulla!

E’ come conoscere senza sapere come usare la conoscenza.

A parlare dei massimi sistemi siamo tutti bravi, io compreso, quando stanno lontani da casa nostra. E’quando ne devi discutere in casa che diventa un problema anche se, qualche ora prima, hai “dettato” a 200 persone il tuo pensiero sulle responsabilità genitoriali.

E hai raccolto anche tanti applausi!

Avendo un tarlo nella testa, una cosa che ti rigira nel cervello e ti distrae da ogni altra cosa, ho chiamato un caro amico, uno psichiatra, per chiedere consigli su come si fa.

La risposta mi ha illuminato e distrutto: mi conosce da tanti anni, abbiamo lavorato insieme e legge tutte le cose che scrivo.

Sono più di vent’anni che vai in giro a dire che “parlare” è diverso da “comunicare” e mi hai tenuto al telefono mezz’ora per capire cosa devi fare?”.

Ergo, sono più bravo quando sto in giro che non quando sto in casa.

A parlare degli altri e ipotizzare soluzioni possibili (per gli altri!) è sempre più facile.

Sarà per questo che esco sempre presto da casa e torno sempre tardi?

Cucciolo” (lo so che mi leggi sempre e questa parola ti fa incazzare!), domani ci prendiamo un pomeriggio e una serata tutta per noi e proviamo a vedere se, cazzeggiando, riusciamo anche a comunicare!

«Un silenzio che fa male»

Lucky, venti anni, nigeriano

«Mia moglie, incinta, morta durante il viaggio della speranza. L’avevo anticipata nella traversata. Poi una telefonata: problemi al gommone, è stata ingoiata dal mare assieme a decine di persone. Di lei mi resta John, tre anni, unica ragione della mia vita. In fuga da sortilegi e accuse infamanti, esorcismi e torture» 

«Mia moglie, incinta del nostro secondogenito, è morta in mare, durante il viaggio della speranza!». Lucky, nigeriano di Deta State, venti anni, ospite del Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, si lascia andare in un pianto senza fine. Una storia tragica la sua. La giovane moglie, una creatura in grembo, perde la vita durante la traversata. I due, marito e moglie, si imbarcano in giorni diversi. Lei, in Libia, resta ostaggio di taglieggiatori, quando Lucky, aiutato dal padre di un amico, si imbarca per l’Italia. Porta con sé altre storie, violente anche quelle, da cui prova a fuggire insieme a quel poco che ha. Violenze, accuse infamanti, torture, imposizioni agghiaccianti.

Singhiozza Lucky. Con le mani copre il viso e la disperazione della quale non deve vergognarsi. «Problemi!», aveva anticipato l’uomo del gommone sul quale viaggiava Blessing, diciannove anni, con in grembo il fratellino di John, primogenito della famiglia Ibeh, tre anni, rimasto con lo zio in Africa.

Sperava un futuro migliore, Lucky, paradossalmente in italiano “fortuna”, per sé e per la sua famigliola. Il giovane nigeriano aveva sentito parlare di Italia, guardava alla terra separata da una interminabile distesa di mare, come a un’esplosione di gioia e libertà insieme. Invece, il dramma, dopo una fuga durata mesi, e una telefonata che mai avrebbe voluto sentire. «Problemi». E’ la seconda parola che i ragazzi venuti dall’Africa imparano a loro spese. La prima è «Amico», come a dire «Vengo in pace, aiutami!». Quel «problemi», fa palpitare il cuore e l’anima. Non porta mai niente di buono. Malattie, decessi, documentazioni che si complicano. I ragazzi africani ospiti dei Centri di accoglienza, temono come nessuna questa parola. Nella vita di Lucky, un brutto giorno, quell’espressione che mette paura, arriva dritta allo stomaco con violenza inaudita. «Chiama un mio compagno di fuga, che mi passa il cellulare: “Ho avuto un problema con la barca, non so come dirtelo…”, mi sento dire; un lungo silenzio, indimenticabile; strana la vita: ricordi una frase, un’espressione, un posto, una persona, bella o brutta che sia, ma un silenzio no, come fai a dargli un senso; non ci avevo pensato fino a quel momento, poi l’uomo della barca trova coraggio e fiato: “Tua moglie non c’è più; scomparsa in mare, insieme con decine di altre persone, una tragedia!”, il breve racconto, il peggiore che abbia mai sentito fin da piccolo;  la mia famiglia non c’è più: di Blessing mi resta il solo John che ora ho voglia di riabbracciare al più presto».

Foto-Storie-nuove-01

UN PIANTO A DIROTTO, POI IL RACCONTO

Aprirsi con qualcuno, raccontando questo e altro, lo aiuta. «Una storia lunga la mia – chiarisce Lucky – è il contrario di un romanzo a lieto fine: della mia famiglia mi resta una sorella e il mio piccolo John; mio padre e mia madre non ci sono più». Anche i genitori scomparsi in circostanze drammatiche. «Mamma dopo una lunga malattia, incurabile come tante malattie che in Paesi civili si possono curare come si fa con una pillola per il mal di testa; papà morto in un incidente, secondo me provocato da chi ci voleva male, tanto che provano ad addossarmi le colpe di quello che si rivela un omicidio; nel mio, come in tanti villaggi, si vive ancora di credenze popolari e sortilegi, misture e veleni, esorcismi: tutto questo l’ho sempre disconosciuto, roba antica, vecchie usanze; quando mamma è morta hanno provato ad obbligarmi a dormire accanto al suo cadavere per giorni: “Non è normale una cosa del genere!”, ripetevo a questi “stregoni”: dormire per giorni accanto a un corpo che invece andava seppellito, la trovavo una cosa folle: al mio rifiuto rispondono con violenza inaudita, vengo frustato e picchiato, dicono che questa sia la punizione per chi pecca, si oppone al volere dello stregone, una specie di capo del villaggio, inaudito!».

Per questa e altre ragioni, Lucky scappa, prende moglie e figliolo e va via, aiutato da uno zio al quale più avanti lascerà in custodia il piccolo John. «Non c’è altra soluzione, fuggo allora con mia moglie, arriviamo in Libia, veniamo fermati da gente priva di scrupoli: sanno che non vogliamo restare lì, il nostro scopo è arrivare almeno in Italia, così occorrono soldi e l’unico modo per farli è lavorare nei campi: restiamo ostaggio di questa gente armata fino ai denti, pistole, fucili, coltelli; sette mesi di lavoro, i miei soldi servono a pagare affitto, cibo e viaggio: il primo a partire sono io, poi toccherà a mia moglie, che lavora ancora nei campi nonostante sia incinta; prima di partire la saluto, versiamo qualche lacrima, ma ci riprendiamo subito: questione di settimane – pensiamo in quel momento – poi la nostra vita cambierà; invece è l’ultima volta che vedo la mia Blessing…».

Foto-Storie-nuove-04

MI RESTA JOHN, VOGLIO RIABBRACCIARLO PRESTO 

Un dolore immenso. «Mi sono imbarcato su un gommone – riprende il racconto Lucky – con decine e decine di miei connazionali, sembravamo una scatola di sardine tanto eravamo stretti uno all’altro: in mare aperto cominciamo a rivolgere le nostre preghiere al Cielo; veniamo ascoltati, in lontananza scorgiamo una nave, ci sbracciamo, urliamo, salvi!».

In Italia da pochi giorni, Lucky trova la forza di pensare a come possa essere il suo futuro. «Vorrei restare qui, dal primo giorno sono stato trattato bene, assistito in tutto, vorrei ricambiare queste attenzioni con il lavoro: nel mio villaggio mi occupavo di lavori idraulici, pitturazione e altri lavori manuali; ho lavorato anche nei campi spezzandomi la schiena, ripagato con minacce, botte e frustate, niente mi fa paura».

Uno sguardo al futuro, immediato. «Sono appena arrivato – conclude Lucky – sento la necessità di gettarmi sui libri e studiare, imparare l’italiano, presto; ho una licenza media, ma devo fare gli esami perché, se sarà possibile, il prossimo anno scolastico voglio sedermi fra i banchi: devo riprendere a pensare al futuro, al mio John che sentirò a breve, glielo devo, è questo che avrebbe voluto la mia Blessing che sognava per noi e i nostri piccoli una vita migliore».

«Ogni uomo è mio fratello!»

Gianni Liviano, consigliere regionale

«Il rifiuto dell’accoglienza è un’offesa al buonsenso e alla dignità di chiunque. E’ gente nata in posti dove esistono conflitti etnici, guerre, vivono in terre in cui mancano libertà e pane». «Chiudere l’Ilva sarebbe un atto irresponsabile: prima programmiamo un futuro lontano dall’industria. La Sanità, Taranto senza personale medico e fortemente penalizzata nei posti-letto; ne mancano duecento»

«Ogni uomo è mio fratello, è un fatto assolutamente casuale che io sia nato in una famiglia benestante e in una città nella quale, nonostante problematiche, non mancano pane, libertà e pace». Gianni Liviano, consigliere regionale e componente della Commissione Bilancio e affari generali della Regione Puglia, ospite del sito “Costruiamo Insieme”, manifesta il suo punto di vista sul tema dell’accoglienza. «Dobbiamo ritenerci fortunati – prosegue – altri, evidentemente sfortunati, sono nati in posti dove esistono conflitti etnici, guerre, vivono in terre in cui mancano libertà e pane; il concetto di comunità, dunque, deve essere più ampio, ognuno deve spezzare il pane e condividerlo; le persone vanno accolte bene e avere diritto di cittadinanza e occasione per integrarsi, sentirsi a casa propria, avere aspettative di lavoro a premiare capacità e meriti: è imbarazzante incrociare ragazzi di colore per strada o davanti ai supermercati, non avendo lavoro, elemosinare per poter mangiare».

Che idea si è fatto del suo elettore medio, chi ha fiducia di Gianni Liviano?

«Immagino che ci abbia avuto la bontà di votarmi è gente che ha fiducia in una idea politica come strumento di servizio per la costruzione del bene comune; elettori consapevoli di essere rappresentati all’interno di una comunità che metta al centro del progetto le persone, e che sia ancora possibile restituire speranza e fiducia nell’essere costruttori di bene comune e non di bene personale».

Liviano copertina 02

I temi che più di altri hanno interessato e convinto i tarantini.

«In Consiglio comunale sono stato eletto per la prima volta nel 1995; è passato del tempo, le motivazioni che hanno spinto a votarmi allora, nel frattempo possono essere cambiate; spero che allora, come adesso, abbiano avuto importanza le relazioni umane, la fiducia, l’empatia, il tentativo di compiere un percorso insieme: questo, penso, sarà stato il motivo principale; alle spalle avevo l’esperienza di volontariato con i minori a rischio di un quartiere periferico di Taranto; all’epoca, io e altri volontari, provavamo a costruire un’unica grande famiglia; eravamo pieni di ideali, carichi di valori, ragazzi di parrocchia appassionati del bene comune e degli “ultimi” in particolare: quel primo elettorato era composto, evidentemente, di persone che avevano condiviso con me questo primo percorso».

Cosa necessita una città come Taranto per riprendersi.

«Deve ritrovare la fiducia, essere un mosaico composto da tante tessere, diverse, ma tutte imprescindibili: Taranto è una città ricca di diversità, ma che spesso invece di fare squadra diventano uno limite; fatichiamo nell’essere comunità coesa, ma abbiamo il compito di immaginare un serio processo di diversificazione e di prospettiva economica: negli ultimi decenni siamo stati una città dipendente dalla monocultura; l’Arsenale, i cantieri navali, l’allora Italsider, oggi Ilva, ci hanno indotto a ragionare in termini di appalti e subappalti; abbiamo fatto fatica e continuiamo farne ancora, nonostante la crisi, a pensare a una politica di sviluppo su un piano strategico che riesca a traguardare il futuro».

La legge speciale per Taranto.

«E’ l’unica legge speciale che un ente regionale abbia fatto, in assoluto, per una città. L’abbiamo invocata alla Regione, perché la nostra città si avvantaggiasse nell’immaginare una prospettiva di sviluppo; questa legge è stata portata a compimento ascoltando gli attori istituzionali, le forze sociali, economiche, culturali del territorio; passo successivo: purtroppo osservo tempi lenti, anche presso la stessa Regione, e tutto questo mi addolora: oggi rischiamo di finire sui giornali solo per condividere le sofferenze, mai per un’idea di squadra».

 Liviano copertina 03

Questione-sanità a Taranto, a che punto è?

«La notte è ancora lunga, si fa fatica a guardare l’aurora: vantiamo grandi professionalità, medici capaci, personale preparato, purtroppo esiste una forte difficoltà anche nel reperire medici; a fronte di una media nazionale di 3,7 posti-letto ogni mille abitanti, esiste una media regionale di 3,4; Taranto, purtroppo, ha una media del 2,7, praticamente duecento posti-letto in meno rispetto a media nazionale e con il resto della Puglia; motivazione data dai vertici della Sanità: la mancanza nel reperimento di personale medico; a tale proposito c’è un concorso per assumere personale nel reparto di Medicina».

La sua posizione circa l’industria a Taranto.

«Non sono per la chiusura dell’Ilva tout-court, non me la sentirei mai di dire a quei diecimila dipendenti “da oggi, voi, non lavorate più!”: sarebbe un atto irresponsabile; invece di cercare consensi, basandosi sull’oggi, la politica dovrebbe essere lungimirante nel guardare al domani: una città dalla grandi risorse non può essere vincolata alla sola industria: occorre investire in uno sviluppo che ci consenta di smarcarci dalla dipendenza da Ilva».

Tornando all’argomento di partenza, dice “la persona al centro di tutto”.

«Detto così sembra semplice, sperimentarlo in un momento di grande disoccupazione diventa un problema per quanti in questo Paese ci sono nati; immaginare, però, che il governo che sta per nascere pone come condizione il rifiuto dell’accoglienza, mi sembra un’offesa al buonsenso e alla dignità di chiunque».

Per un Ramadan con lo sguardo ad un futuro migliore

In occasione del mese del Ramadan – iniziato quest’anno intorno al 16 maggio – e per la festa di ‘Id al-Fitr 1439 H. / 2018 A.D., che cade verso il 15 giugno, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha inviato ai Musulmani del mondo intero un messaggio augurale dal titolo: Cristiani e musulmani: dalla competizione alla collaborazione.

Vi proponiamo la lettura del testo in italiano e in arabo. Buon Ramadan. 

Cari fratelli e sorelle musulmani,

Nella Sua Provvidenza l’Onnipotente vi ha offerto la possibilità di osservare nuovamente il digiuno del Ramadan e di celebrare ‘Id al-Fitr .

Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso apprezza l’importanza di questo mese nonché il grande sforzo da parte dei musulmani di tutto il mondo a digiunare, pregare e a condividere i doni dell’Onnipotente con i più poveri.

Consapevoli dei doni che scaturiscono dal Ramadan, ci uniamo a voi nel ringraziamento a Dio misericordioso per la Sua benevolenza e generosità, e vi porgiamo i nostri più cordiali auguri.

Le riflessioni che vorremmo condividere con voi in quest’occasione riguardano un aspetto vitale delle relazioni fra cristiani e musulmani: la necessità di passare dalla competizione alla collaborazione.

In passato le relazioni fra cristiani e musulmani sono state segnate troppo spesso da uno spirito di competizione, di cui si vedono le conseguenze negative: gelosia, recriminazioni e tensioni. In alcuni casi queste hanno portato a violenti scontri, specialmente quando la religione è stata strumentalizzata, soprattutto a causa di interessi di parte e di moventi politici.

Tale rivalità interreligiosa ha segnato negativamente l’immagine delle religioni e dei loro seguaci, alimentando l’idea che esse non siano fonti di pace ma, piuttosto, di tensione e violenza.

Per prevenire e superare queste conseguenze negative, è importante che noi cristiani e musulmani, pur riconoscendo le nostre differenze, ci rammentiamo di quei valori religiosi e morali che condividiamo. Riconoscendo ciò che abbiamo in comune e manifestando rispetto per le nostre legittime differenze, noi possiamo stabilire con ancor più fermezza un solido fondamento per relazioni pacifiche, passando dalla competizione e dallo scontro ad una cooperazione efficace per il bene comune. Ciò è a vantaggio, particolarmente, dei più bisognosi e permette a tutti noi di offrire una testimonianza credibile dell’amore dell’Onnipotente per l’umanità intera.

Noi tutti abbiamo il diritto e il dovere di rendere testimonianza all’Onnipotente al Quale rendiamo culto, di condividere le nostre credenze con gli altri, nel rispetto per la loro religione ed i loro sentimenti religiosi.

Per poter incoraggiare relazioni pacifiche e fraterne, lavoriamo insieme ed onoriamoci scambievolmente. In questa maniera daremo gloria all’Onnipotente e promuoveremo l’armonia nella società che è sempre più multietnica, multireligiosa e multiculturale.

Concludiamo rinnovandovi i nostri migliori auguri per un fruttuoso digiuno ed un gioioso ‘Id , e vi assicuriamo la nostra solidarietà nella preghiera”.

Dal Vaticano, 20 aprile 2018

المجلس البابوي للحوار بين الأديان

 

المسيحيون والمسلمون: من التنافس إلى التعاون

 

رسالة لمناسبة شهر رمضان وعيد الفطر السعيد

1439 هـ / 2018 م

حاضرة الفاتيكان

أيّها الأخوة والأخوات المسلمون الأعزاء،

               بتدبير من عنايته تعالى، منحكم القدير مرّة أخرى نعمة صوم شهر رمضان والاحتفال بعيد الفطر السعيد.

               يعي المجلس البابوي للحوار بين الأديان ويقدّر أهميّة هذا الشهر، كما الجهد الكبير من جانب المسلمين في جميع أنحاء العالم للصوم والصلاة وتقاسم هبات الله سبحانه وتعالى مع المحتاجين.

               وإدراكا منّا للنعم المتأتيّة من شهر رمضان، نشكر وايّاكم الله الرحيم على لطفه وكرمه، ونقدّم لكم أطيب تمنيّاتنا القلبيّة.

               إن الخواطر التي نودّ مشاركتكم ايّاها في هذه المناسبة تتعلّق بجانب حيويّ من العلاقات بين المسيحيين والمسلمين: الحاجة إلى الانتقال من التنافس إلى التعاون.

               في الماضي، كانت العلاقات بين المسيحيين والمسلمين تتّسم في كثير من الأحيان بروح المنافسة، والتي يمكن رؤية عواقبها السلبيّة: الغيرة والاتّهامات المتبادلة والتوتّرات. وفي بعض الحالات أدّى ذلك إلى صدامات عنيفة، لا سيّما عندما كان يتمّ استغلال الدّين، وعلى وجه الخصوص من أجل مصالح شخصيّة ومنافع سياسيّة.

               لقد انعكس هذا التنافس بين الأديان سلبًا على صورتها وعلى أتباعها، مما يعزّز الفكرة القائلة بأنها ليست مصادر سلام، وإنّما أسباب توتّر وعنف.

               ودرءاً لهذه الآثار السلبيّة ومن أجل التغلّب عليها، من الأهمية بمكان أن نتذكّر، مسيحيين ومسلمين، القيم الدينيّة والأخلاقيّة التي نتقاسمها، بدون أن نغفل ما نختلف فيه. وإذ نعترف بما نشترك فيه ونُظهر الاحترام لاختلافاتنا المشروعة، يمكننا أن نرسّخ بمزيد من الحزم أساسًا متينًا لعلاقات سلميّة، وأن ننتقل من المنافسة والمواجهة إلى التعاون الفعّال من أجل الصالح العام. وهذا مفيد بشكل خاص للمحتاجين، ويمكّننا جميعًا من تقديم شهادة ذات مصداقيّة لحبّ الله عزّ وجل للبشرية جمعاء.

               من حقّنا وواجبنا أن نشهد لله العليّ القدير الذي نعبده وأن نشارك الآخرين معتقداتنا، ضمن ضوابط الاحترام لدينهم ولمشاعرهم الدينية.

               ومن أجل تشجيع العلاقات السلميّة والأخويّة، فلنعمل معاً ولنكرّم بعضنا بعضاً. وهكذا، نمجّد الله عزّ وجلّ ونعزّز الانسجام في مجتمعات متعدّدة الأعراق والديانات والثقافات بشكل متزايد.

               نختتم بتجديد أطيب تمنياتنا بصيام مثمر وعيد سعيد، مؤكّدين لكم تضامننا معكم في الصلاة.

حاضرة الفاتيكان، 20 نيسان 2018

«Una svolta per tutte…»

Wahab, nigeriano, ventitré anni, religione cattolica

«Perseguitato dalla mia comunità, avrei dovuto fare l’esorcista, rituali antichi, fuori dalla realtà. Ho guidato una moto-taxi per pagarmi gli studi: voglio studiare l’italiano per comunicare e imparare un mestiere. La fuga a bordo di un gommone, le preghiere, voglio andare a messa ogni domenica»

Non voleva fare l’esorcista, “mestiere” che gli spettava per eredità. I riti erano un affare di famiglia. Prima di lui il padre, prima ancora il nonno. «Non credo a magie e sortilegi, cose che appartengono a un passato lontano: sono cristiano, ho una grande fede e cerco una chiesa nella quale pregare almeno una volta a settimana, la domenica».

In estrema sintesi il pensiero di Wahab , nigeriano di Auchi, ventitré anni, primo di cinque figli, maturato al Politecnico, giunto in Italia a fine aprile. Una corsa in bus da Catania a Taranto, dopo che una nave aveva tratto in salvo lui e altri centoventisette “passeggeri” come lui, pieni di speranze, desiderosi di imprimere una svolta alla propria vita. Possibilmente non legata ad usanze antiche, superate, purtroppo ancora esistenti nei villaggi nei quali non sanno cosa sia internet e la tv rappresenta un lusso.

«Sono il primo di cinque fratelli – spiega Wahab – mio padre, purtroppo, non c’è più: una brutta malattia, non so quanto incurabile – da noi, in Nigeria, basta così poco per ammalarsi, non ci sono medicine o, se ci sono, costano tanto… – se l’è portato via: chiunque lo abbia visto, piuttosto che visitato, non gli ha dato scampo, è morto lasciandoci in eredità la bottega di esorcista, che sarebbe toccata a me essendo il più grande dei suoi figli».

Esorcismo e sortilegi. Non è il primo, non sarà l’ultimo che affronta questo tema. A volte, i ragazzi fuggono dal proprio Paese vittime di riti voodoo. Altre, per aver rifiutato una sorta di passaggio di consegne, da genitore a figlio. E’ il caso di Wahab, che proprio non ha voluto saperne di alimentare una usanza alla quale lui stesso non credeva più.

Foto-Storie-05

QUEI RITUALI SUPERATI…

«Non puoi stare a spiegarlo alle vecchie generazioni, lo stesso a ragazzi che non sono andati a scuola per mille motivi: non interessati allo studio, a causa del lavoro o perché senza soldi; dalle nostre parti studiare è quasi un lusso…». Anche questa una storia già sentita. «Non tutti possono permettersi l’iscrizione a una scuola superiore, ci sono libri, quaderni, penne e matite da compare; io ce l’ho fatta, con molti sacrifici: mattino e pomeriggio lavoravo, buona parte di quel poco che guadagnavo lo passavo a mia madre; con i pochi soldi che mi restavano pagavo gli studi: non so, ora, a cosa sia paragonabile il mio titolo di studio conseguito al nostro Politecnico, so solo che non vedo l’ora di infilare daccapo la testa fra i libri e imparare l’italiano».

Interprete di una delle tante chiacchierate, è Abdoul, uno degli operatori di “Costruiamo Insieme”, la cooperativa che ospita Wahab nel centro di accoglienza. Ragazzi che parlano tre, quattro, anche cinque lingue. Non è sufficiente conoscere l’inglese, lingua ufficiale della Nigeria. Ci sono villaggi, dialetti che cambiano da regione a regione. Ma Wahab, dove non arriva con l’ottimo lavoro dell’interprete, si aiuta a gesti. E’ già entrato nell’abitudine degli italiani. «Voglio imparare l’italiano al più presto: sto facendo un corso di alfabetizzazione, l’unico sistema per entrare con il massimo rispetto in un Paese straniero è quello di imparare la lingua e mostrare che se siamo qui non è certamente per guardare sole o luna, quelli sono uguali ovunque, ma per lavorare, e io ho tanta voglia di lavorare; farei qualsiasi cosa, ma per imparare, seguire gli insegnamenti di qualcuno che vuole spiegarti un lavoro, è importante conoscere bene l’italiano».

Foto-Storie-03

INTERE GIORNATE IN SELLA PER PAGARMI GLI STUDI

Né meccanico, né muratore. «Guidavo una moto-taxi: prendevo a bordo chiunque dovesse spostarsi da una parte all’altra del villaggio, oppure dovesse spingersi su distanze tutto sommato ragionevoli; salivo in sella dopo la scuola, i compiti li facevo già in aula, così lasciati libri e quaderni mi recavo dal mio datore di lavoro: fra i miei compiti, lucidare la moto sulla quale dovevo lavorare e, una volta finito il mio turno, ripulire daccapo il mezzo; le nostre strade, specie quelle in periferia, sono polverose; non guadagnavo molto, ma buona parte di quello che mettevo in tasca, una volta a casa lo consegnavo a mia madre: trattenevo giusto i soldi per l’iscrizione a scuola, un nuovo quaderno, un libro; così, studiando ogni giorno, alla fine mi sono fatto l’idea che esorcismi, riti esoterici e tutto il resto, erano cosa superata, alle superstizioni credono sempre meno persone».

Non ha seguito il “lavoro” del papà, Wahab. La comunità del suo Paese, Auchi, non solo non glielo ha perdonato, lo ha pure perseguitato. La prematura scomparsa del papà, ha impresso un’accelerata al proposito di scappare, andare lontano da quella che non era più la sua realtà. «Non è stato facile, arrivato in Libia, sono stato fermato: non avendo soldi con me, sono stato gettato in prigione, cinque lunghi mesi di stenti; mi chiedevano se ci fossero stati parenti disposti a pagare il mio riscatto: niente; allora botte: pugni e calci erano la mia colazione e la mia cena».

Poi, per fortuna, ancora una fuga. «Sono scappato dalla prigione, lontano ho trovato un lavoro per mettere insieme i soldi e pagarmi il viaggio per l’Italia: quattro mesi di duro lavoro, facevo pulizie ovunque capitasse, in particolare in una macelleria, a fine giornata il posto di lavoro doveva essere uno specchio e lì mi avevano preso a benvolere; con i soldi guadagnati ogni settimana, pagavo il fitto insieme a miei compagni di casa, il cibo da mangiare; un po’ di sacrifici e, alla fine, da parte avevo messo duemila dinari, poco più di mille euro, la somma utile per il viaggio da Tripoli all’Italia».

Foto-Storie-06

CENTOVETTONTO A BORDO DI UNA “BAGNAROLA” 

Solito imbarco, un gommone, che per quanto extralarge fosse, era comunque una “bagnarola”, piccola, pericolosa una volta in mare aperto. «Tanto valeva tentare – dice Wahab – non era vita a Auchi, e in Libia, roba da spezzarsi la schiena e con la paura costante che arrivasse qualcuno con pistola o fucile e ti chiedesse i soldi per risparmiarti la vita: eravamo in centoventotto quella mattina all’alba quando partimmo; le urla, fra liberazione e disperazione, in quei momenti ci sentivamo padroni del nostro futuro, ma affrontare quella interminabile distesa di acqua provocava batticuore». Per fortuna, una volta in mare aperto, ecco una nave. «Non ricordo di che nazionalità fosse – prova a spiegare il ventitreenne nigeriano – so solo che quella nave ce la mandò il Cielo al quale avevo rivolto ripetutamente le mie preghiere: una volta a Catania, un bus ci ha accompagnati a Taranto; la mia vita stava cominciando a prendere una strada diversa, molto più lontano da quelle migliaia di chilometri che mi dividono dalla mia Nigeria: lontano da tradizioni e un modo di pensare ormai superati».