Do you remember?

Ben e il paradigma delle storie incompiute!

Oggi capisco meglio lo stato d’animo di una persona che vede la sua casa distrutta da un terremoto e, guardando all’orizzonte, non vede il futuro.

L’orizzonte che ho guardato era negli occhi di ragazzi “deportati” per l’ennesima volta, che quando iniziano a costruire sono costretti a ritornare nella dimensione di un presente che non prevede un futuro, triturati nei gangli di logiche disumanizzanti fino al punto da spingerli a rifiutare soluzioni di accoglienza.

Quando ad una persona distruggi la prospettiva di vita che aveva iniziato a costruire lo “imballi” in uno stato di mortificazione che ha poche vie di uscita, soprattutto quando porta addosso il marchio di migrante, straniero, altro e diverso.

A soli 22 anni, poco più dell’età dei miei figli, un ragazzo si è suicidato a Castellaneta, in Puglia, piuttosto che tornare a casa ed essere incapace.

L’associazione mentale con i miei figli viene dal fatto che ogni genitore investe sul futuro dei propri figli: io pago l’Università (“anche gli operai vogliono il figlio dottore!), dall’altra parte del mondo ci sono famiglie che investono tutti i loro beni sui figli per pagare un viaggio verso il nulla, forse anche verso la morte.

In assenza di un futuro ipotizzabile in casa propria, il futuro si idealizza in altri luoghi dentro una sorta di tentativo di sopravvivenza del pensiero che non è altro che una traslazione dei desideri.

Spesso, questa traslazione coincide con un intreccio di desideri: “Tanto vorrei che mio figlio stia bene e abbia un futuro, quanto vorrei che il suo benessere ricada su di me e su di noi!”. 

Un investimento che vincola fino ad uccidere!

Ma non è di questo che voglio parlare anzi, non ho voglia di parlare, di scrivere di pensare.

Ho ancora i piedi bagnati dalle lacrime dei “deportati” e degli operatori dei CAS.

E mi viene spontaneo riproporvi la lettura di una delle storie rimaste incompiute, una delle tante spezzate dal “sistema”: la storia di Ben.

Ben, le biciclette e un futuro da riparare (1^ parte)

Ben, le biciclette e il futuro da riparare – 2parte

«“Costruiamo” insieme a “Casavola”»

Venerdì 19 ottobre conferenza stampa al teatro Orfeo

Presentata la rassegna di spettacoli, undici in tutto, promossi da Renato Forte. Il direttore artistico del cartellone e il partenariato con la cooperativa con sede in via Cavallotti. «Inviteremo ragazzi ospiti della centro di accoglienza e assistiti delle fasce più deboli».CASAVOLA FOTO ARTICOLO 03

«La cooperativa “Costruiamo Insieme” partner della Stagione artistica 2018/2019, una condivisione fortemente voluta da entrambi, essendo anche l’associazione “Angela Casavola” una onlus: un brand associato spesso all’accoglienza di extracomunitari, ma che negli anni oltre a fare integrazione, si è rivolto al terzo settore rivolgendo attenzione alle fasce deboli».

Renato Forte, direttore artistico di una rassegna di spicco, come si evince dai nomi in cartellone, apre la sua serie di interventi in un incontro alle 10 del mattino, venerdì 19 ottobre nel foyer dell’Orfeo proprio su “Costruiamo Insieme”, che sosterrà attraverso i suoi strumenti di comunicazione qualsiasi attività e spettacolo che “Casavola” promuoverà. Cirilli, Pannofino, Izzo, il “quartetto” Blanc-Quattrini-Pambieri-Ponzoni, Buccirosso, la Finocchiaro, il trio delle affascinanti Belvedere-Cucinotta-Andreozzi e tanti altri, sono i nomi dei personaggi che si avvicenderanno sulle tavole del teatro Orfeo di Taranto. Il “via” giovedì 29 novembre (“Mi piace”, Gabriele Cirilli), la chiusura in “bellezze”, mercoledì 24 aprile (“Figlie di Eva”, Vittoria Belvedere, Maria Grazia Cucinotta e Michela Andreozzi).CASAVOLA FOTO ARTICOLO 02

Fra i due lavori teatrali, altri titoli di grande prestigio, undici in tutto. Ai quali saranno invitati anche ragazzi della cooperativa con sede in via Cavallotti, parola di Forte. «Rilasceremo tessere ai ragazzi ospiti della struttura tarantina, ma anche a quanti ci saranno indicati dalla stessa cooperativa, qualora volessero estendere l’invito a rappresentanti di fasce deboli comunque da loro assistiti».

La collaborazione fra “Costruiamo” e “Casavola”, dunque, nasce sotto i migliori auspici. La conferma durante la conferenza stampa svoltasi nel foyer del teatro cittadino. Fra gli intervenuti, oltre al direttore artistico, Renato Forte, del quale si può ascoltare l’intervento in video rilasciato al nostro sito, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Taranto, Fabiano Marti, e il giornalista Claudio Frascella responsabile ufficio comunicazione e stampa della cooperativa sociale con sede in via Cavallotti 84.CASAVOLA FOTO ARTICOLO 01

«Quando due strade impegnate in modo diverso nel sociale si incontrano – ha dichiarato Marti – la città può solo goderne, dunque ben vengano proposte culturali e partenariati importanti: il Comune sta provando a mettere in campo progetti dei quali l’intera città possa giovarsi, dalla valorizzazione dei suoi enormi Beni culturali al teatro; così l’Amministrazione non può che vedere di buon occhio qualsiasi tipo di sinergia che ponga Taranto al centro della cultura». Riferimento al nuovo teatro Fusco, fiore all’occhiello della città, in conferenza, l’asse si sposta daccapo sugli sforzi della Stagione artistica stilata per il ventisettesimo anno, da Renato Forte. «Non senza sacrifici, enormi se pensiamo che la nostra associazione si sostiene con gli interventi degli sponsor cui va, come ogni anno, il nostro sentito ringraziamento».

Fiore all’occhiello della rassegna un omaggio al passato. «Nel trentennale della scomparsa di Bino Gargano – dice Forte – abbiamo voluto rispolverare “Natale cu’ a’ tredecéseme”, insieme con diversi degli attori di un tempo per ricordare un autore e un artista che va ricordato per quanto seppe dare a Taranto». Il ricavato della rappresentazione sarà devoluto all’Aido di Taranto, Associazione donatori organi presieduta dalla giovanissima Giorgia Di Paola, nipote dell’indimenticato Gargano, anche lei presente alla conferenza stampa. Per ulteriori informazioni, Box Office, via Nitti 106/A (angolo via Oberdan), tel. 099.4540763 (boxoffice04@libero.it).

«Salvato da “Costruiamo”!»

Billy, ventidue anni, da gennaio è operatore nella cooperativa

«Un contratto, guadagno e mando soldi per gli studi al figlio di un mio connazionale che non c’è più e a mio fratello perché diventi medico. Anche alla mia matrigna, che mi cacciò. Se fai del bene, questo prima o poi ti ritorna…». Ha visto morire in mare centotrenta persone e salvato la vita a Ibrahim, giovane gambiano. Poi un miracolo, anzi due: trova lavoro e il ragazzo tratto in salvo. 

«“Costruiamo insieme” mi ha salvato la vita, in tutti i sensi!». Billy, ventidue anni, guineano, operatore, una storia da raccontare, unica nel suo genere, parla della doppia svolta impressa dalla cooperativa nei giorni successivi alla sua fuga da mille problemi, dalla sua Conakry, capitale del suo Paese. «Mi ha assistito da profugo, poi offerto un posto di lavoro come operatore: meglio di così…E’ quello che sognavo, un’occasione per ricomporre i pezzi di una vita fatta di momenti altamente drammatici; avere l’assistenza giusta dopo giorni tremendi trascorsi in mare, successivamente un posto di lavoro, dunque, un guadagno sul quale poter contare, è qualcosa che non potrò mai dimenticare!».

Billy, il sorriso stampato sulle labbra, una voglia di comunicare superiore alla media rispetto a suoi connazionali o comunque extracomunitari incontrati in questi tre anni di Italia. E non solo, la sua storia comincia almeno un paio di anni prima. Prova a fare dei conti a memoria, riavvolge il nastro della memoria per noi, comincia per gradi.

Fosse stato italiano, Billy, spalle impressionanti, sarebbe stato eletto “Uomo dell’anno”: la generosità del giovane guineano va oltre qualsiasi tipo di immaginazione. Americano, i suoi gesti sarebbero stati un film di sicuro successo. Giapponese, grossomodo uno di quei “cartoon” con il quale il Sol Levante ha emozionato per decenni tre, forse quattro generazioni.BILLY copertina - 1

IBRAHIM, SALVATO DALLE ACQUE

Dunque, la storia di Billy, in due battute, prima che sia lo stesso ad entrare nel dettaglio. In viaggio per l’Italia l’imbarcazione che ospita centocinquanta ragazzi in fuga dalla Libia, prende fuoco in un attimo. Imbarca acqua, urla, gente in mare, molti muoiono, lui si aggrappa a un bidone vuoto che lo tiene a galla. Vede un ragazzino, Ibrahim, che boccheggia, gli cede quel suo “salvagente”: «Aggrappati, io ce la faccio, ho la forza, tu sei debole…». Intanto intorno sono in molti a scomparire fra quelle acque. Muoiono in tanti, anche un suo connazionale che non abbraccerà mai suo figlio Mamadou. Billy aiuterà la mamma del piccolo, perché possa studiare. E gli atti di generosità di quel ragazzone di ventidue anni, proseguono con un fratello e la sua matrigna, seconda moglie di suo padre che non c’è più.

«Anche mia madre non c’è più – dice Billy – ho tre fratelli, uno vive a Roma, due sono rimasti in Guinea, ci sentiamo spesso, oggi che sono in Italia e ho un posto di lavoro, sia loro che i miei amici sono orgogliosi di me, la vedono come una vittoria anche loro».

Via dalla Guinea. «Problemi soliti, conflitti etnici, una famiglia che non esiste più: una matrigna, seconda moglie di papà, mi fa secco: “Qui non c’è posto per un’altra bocca da sfamare!” e cinque anni fa mi sbatte fuori di casa. Mi fermo otto mesi in Algeria, faccio il muratore, metto qualcosa da parte, ma sempre poco per pagarmi il viaggio per andare in un Paese nel quale finalmente smettere di soffrire; la situazione in Algeria degenera, molti stranieri vengono accompagnati alla frontiera, praticamente cacciati; io che non voglio subire questa umiliazione, faccio da solo, prendo quella poca roba che ho e vado in Libia».Billy Ritoccato

MURATORE, BOTTE E FUGA

Anche lì, Billy, compie più di un sacrificio. «Faccio il muratore – spiega – i lavori dove occorre metterci la forza non mi hanno mai spaventato; lo faccio per un anno, con due brutte parentesi, finisco infatti due volte “dentro”, in una di quegli stanzoni che utilizzano come fossero galere: mi tengono sottochiave, una volta per un mese, un’altra volta per tre settimane; mi sfilano dalle tasche quei pochi spiccioli appena guadagnati, vogliono che mi faccia riscattare dai miei parenti che avrei ancora in Guinea; gli spiego che non ho più i genitori, me la cavo con un po’ di botte, prese di santa ragione: sempre meglio quelle che un colpo di fucile alla schiena mentre tenti di scappare».

Non uno, ma due viaggi della speranza. Il primo una tragedia. «E’ il 27 settembre di tre anni fa, trecento euro, salgo su una imbarcazione che salpa dalla Tunisia; in mare aperto il barcone sul quale viaggiamo in centocinquanta, stretti come tante sardine, prende fuoco e comincia a imbarcare acqua: urla che ancora sento nelle orecchie, qualcuno resta intrappolato e cola a picco con il barcone, altri si lanciano in mare, fra questi c’è chi non sa nuotare, chi a malapena riesce a stare a galla comunque provato dalla grande fatica; trovo un bidone vuoto, galleggia, mi ci tengo stretto, fra corpi che scompaiono fra le onde e altri che tornano a galla privi di vita: un dolore tremendo al cuore, non c’è più un mio connazionale, Thierno, non abbraccerà nemmeno una sola volta il suo piccolo Mamadou, il figlio rimasto in Guinea fra le braccia della mamma. Una carneficina: da centocinquanta, alla fine ci salveremo in venti!».BILLY copertina 03 - 1

«CENTOTRENTA PERSONE MORTE IN MARE!»

Urla strazianti, in mare c’è anche il giovane Ibrahim, un gambiano. «Debole – ricorda Billy – l’ho avvicinato e gli ho offerto il mio bidone-salvagente al quale lui si è aggrappato con tutte le sue forze: non ci ho pensato due volte, io mi sentivo forte, lui non ce la faceva più. La riva era lontana, tre marocchini a larghe bracciate ci avevano provato con scarso risultato. Qualche ora dopo, una petroliera dalla quale ci fanno segno di aggrapparci, ci trascinano non lontani dalla spiaggia: salvi!».

Il secondo viaggio, quasi due mesi dopo. «E’ il 15 novembre del 2015. Tornati a riva, io e gli altri scampati alla morte, dormiamo in un capannone abbandonato, poi ecco la seconda occasione: ci imbarchiamo insieme ad altri, stavolta non vogliono soldi, evidentemente abbiamo già dato… Alle 23 siamo in mare, alle 2, dunque due ore dopo, siamo a bordo dell’Aquarius,  il Cielo benedica la nave e il suo equipaggio. Arrivo a Catania, in bus fino a Taranto, fra le braccia di “Costruiamo Insieme”».

Finalmente salvo, poi un altro sogno. «A gennaio – riprende il sorriso, Billy – arriva il contratto di “Costruiamo Insieme”: senza parole dalla gioia, con quello che guadagno come operatore aiuto il piccolo Mamadou, rimasto senza papà, a studiare; mio fratello a laurearsi medico in Guinea; anche la mia matrigna che mi allontanò: mi ripete “Dovresti odiarmi, non merito il tuo affetto!”. E io: “Faccio del bene, prima o poi mi torna: lavoro per “Costruiamo”…». Non è finita. «Qualche settimana fa, passeggiando sul Lungomare di Taranto ho incontrato Ibrahim, mi ha abbracciato e pianto di gioia, io con lui: è vivo, a Martina Franca, sta bene ed è quello che più conta. Visto? Se fai del bene, il bene ti ritorna!».

«Legionella, ma quale Africa!»

Michele Conversano, direttore del Dipartimento di prevenzione

«Il batterio viene dagli Stati Uniti, attenti alle docce e ai climatizzatori. Diossina e pcb: Taranto fra le più monitorate d’Italia, nostri i primi studi e le denunce. Vivere in questa città ha un rischio aggiuntivo di malattie, e non solo, legate all’inquinamento».

«La “legionella pneumophila”, più comunemente “legionella”, non arriva dall’Africa, come ha dichiarato un politico del Nord poco informato: è un batterio che si diffonde attraverso docce e impianti di climatizzazione». Michele Conversano, direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Taranto, sfata subito una “fake news” circolata nei giorni scorsi circa un caso di legionella scoppiato a Taranto. Pura invenzione, come solo certa politica disinformata sa fare, alimentando risentimenti e odio, assopiti per un certo periodo, per chiunque venga dall’Africa o comunque dall’estero. Ma andiamo per ordine.

Qual è il compito del suo Dipartimento, quali servizi svolge?

«Svolgere attività all’interno di strutture complesse, dunque, servizio di igiene e sanità pubblica, dalle autorizzazioni all’ambiente; studiare i riflessi delle contaminazioni ambientali sulla salute umana, vaccinazioni, della Medicina legale; fare servizio di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro; servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione; servizi veterinari, igiene di allevamenti e controllo su alimenti di origine animale e altro ancora che riguarda questo comparto».

Quanto è più impegnativo essere direttore del Dipartimento di prevenzione, a Taranto?

«Svolgere questa attività a Taranto è molto più complicato, ma anche molto più impegnativo. Dal punto di vista professionale equivale all’esperienza di un primario chirurgo chiamato a fare interventi importanti, e Taranto, purtroppo, ha problemi “importanti” per i quali abbiamo dovuto fare molta ricerca; collaborare con grosse università, istituti di ricerca non solo italiani, ma anche mondiali, tanto che la nostra città rappresenta un banco di prova per la Sanità pubblica. Poi Taranto è la mia città, la stessa nella quale vivono i miei figli, spero respirino i miei nipoti, quindi l’impegno è sicuramente molto più alto che in qualsiasi altra parte d’Italia».Conversano Articolo 01

In famiglia le avranno chiesto «Perché Taranto e non Grosseto, Lucca, Ferrara?».

«Mi avevano proposto Milano e Roma, città anche queste impegnative. Ho la fortuna di lavorare con strutture universitarie, sono stato presidente nazionale della Società italiana di Igiene e salute, sono stato a stretto contatto con igienisti di tutta Italia: poter fare il tuo mestiere nel migliore dei modi e nella tua città, credo che sia imparagonabile ad altre occasioni di lavoro nel campo della Sanità».

Quali i malintesi quando si chiedono soluzioni piuttosto che informazioni?

«Malinteso storico: per quindici anni con il Dipartimento di prevenzione abbiamo denunciato a tutti i livelli il problema sanitario, segnalando morti e malattie legate alla situazione ambientale di Taranto, ma il più delle volte siamo stati ignorati; studi scientifici svolti insieme con le più grosse università dimostravano che vivere in questa città ha un rischio aggiuntivo di malattie legate all’inquinamento e un rischio aggiuntivo di morte: tutto è stato ignorato per troppo tempo, fino a quando i nostri studi non sono stati ripresi dall’Autorità giudiziaria. Evidentemente qualche decennio fa, su altri tavoli, bisognava fare qualcosa di più».

Diossina, a che punto siamo.

«Esistono i Servizi di igiene degli alimenti, ciò che riguarda la possibile contaminazione di origine animale o vegetale. Da quando è scoppiato il caso-diossina abbiamo in piedi un Piano straordinario di controllo di diossina, pcb e altri contaminanti come metalli pesanti, idrocarburi; quelli più pericolosi, ce lo dice la scienza, sono gli alimenti di origine animale, ovina e caprina: latte, formaggi e carne; poi i mitili, le nostre cozze nere; questo Piano prevede un numero di campionamenti di diossina, pcb e contaminanti quasi equivalente al resto dei campionamenti che si svolgono in tutto il Sud Italia. Se si abbattono animali o distruggono tonnellate di cozze, è proprio perché i controlli funzionano».Conversano Articolo 02

Dopo lo studio sul latte materno, quello sui bambini.

«Con l’autorizzazione delle mamme, abbiamo sostenuto controlli su seicento bambini: analisi del sangue, urine, capelli, denti da latte; se non ci fosse stata questa forte collaborazione da parte dei tarantini, non avremmo potuto fare nulla di tutto questo».

Legionella, c’è allarmismo. Qualcuno si è inventato la storia delle “legioni africane”, tanto per cambiare.

«Qualche politico del Nord, poco attento, ha dichiarato, una fesseria clamorosa. La “legionella pneumophila” è un batterio che si diffonde attraverso acqua nebulizzata, essenzialmente docce e impianti di climatizzazione: si chiama così, “legionella”, non perché arriva dall’Africa, ma perché per la prima volta è stata isolata in seguito a un’epidemia abbattutasi su ex legionari, persone anziane, intervenute in una convention a Las Vegas, Stati Uniti. L’impianto di climatizzazione in quell’occasione “sparò” questi batteri su quanti erano presenti a quell’incontro : una volta isolata, è stata chiamata “legionella pneumophila”. E’ un batterio molto presente. A Taranto si registrano dai venti ai venticinque casi all’anno, fra tarantini e turisti ospiti di attività ricettive della nostra provincia. La prevenzione si fa bonificando le reti idriche, ricordando che la legionella spesso è nei soffioni delle docce, in quei rubinetti che apriamo poco spesso – nelle case estive, quando occorrerebbe provocare uno shock termico, far passare acqua bollente per qualche minuto all’interno dei condotti: è un batterio termolabile, muore».

Il suo Dipartimento e la città ideale dal punto di vista sanitario.

«Una Taranto in cui si vaccinano tutti: oggi abbiamo la copertura vaccinale più numerosa della Puglia e d’Italia, ottima la collaborazione con pediatri e medici di base, naturalmente con le mamme – sono loro a decidere… – una città in cui tutto funziona, un giorno potremo fare a meno dell’industria pesante cominciando da “ieri” a sviluppare le alternative – basta guardarsi intorno, esistono… – mare, cultura, turismo e alta tecnologia. Dice un proverbio cinese: “Se un albero ci mette mille anni a crescere, non è un buon motivo per non piantarlo”, dunque, tutti insieme, facciamo in modo che un giorno il Dipartimento possa interessarsi solo a boschi e funghi».

Assistenza ai rifugiati

“Costruiamo Insieme” e i suoi progetti

Finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri mediante l’“otto per mille” Irpef, il documento è finalizzato a dare risposta a quanti, usciti dal sistema di accoglienza, restano privi di mezzi di sussistenza e ospitalità.

Oggi facciamo il punto su un altro dei progetti sui quali “Costruiamo Insieme” si sta impegnando: l’Assistenza ai rifugiati. Da tempo la nostra cooperativa sociale svolge opera di accoglienza con i CAS, passaggio obbligato per quanti arrivano in Italia da Paesi, il più delle volte africani, per chiedere asilo. E’ bene ricordare che molteplici sono i motivi che spingono questa gente a lasciare la propria terra nella quale da anni esistono conflitti etnici, guerre civili e persecuzioni di ogni genere.

Dunque, il progetto “Assistenza Ai rifugiati”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per il coordinamento amministrativo, mediante l’“otto per mille” dell’Irpef, è finalizzato alla costruzione di risposte concrete ai bisogni espressi da quei rifugiati usciti dal sistema di accoglienza che, ottenuto il permesso di soggiorno, perdono il diritto ai programmi di accoglienza e restano privi di mezzi di sussistenza e ospitalità.

Obiettivo primario dell’intervento è rappresentato dal completamento del percorso di inclusione, eventualmente iniziato nelle strutture di accoglienza, con interventi finalizzati all’integrazione sociale, lavorativa, abitativa nell’arco temporale di dodici mesi.

Al di là del dato valoriale insito, la proposta risponde ad un bisogno reale e rappresenta un’opportunità per gli Enti Locali competenti (Servizi sociali comunali) investiti della presa in carico temporanea dei soggetti in questione. In buona sostanza, il progetto mira contestualmente a supportare e facilitare la realizzazione di una dimensione di autonomia economica, auto-realizzazione e valorizzazione delle capacità, favorendo lo sviluppo e l’affermazione della dignità sociale della persona e prevenendo situazioni di abbandono, depressione, devianza, dispersione, disagio.

L’intervento è incardinato sulla rimodulazione di venti posti residenziali dei Centri di Accoglienza di Modugno e di Taranto, per la durata complessiva di 12 mesi. In questo lasso di tempo, i rifugiati presi in carico saranno accompagnati, assistiti e avviati allo svolgimento di attività di accoglienza, orientamento e tutela, finalizzate ad accrescere il potenziale di conoscenze e competenze utili a facilitare l’accesso al mondo del lavoro e alla costruzione di un percorso di integrazione e di riconquista dell’autonomia.

La proposta progettuale, inoltre, prevede la possibilità di un turn-over, determinato dal verificarsi di processi integrativi individuali, consentendo l’ampliamento della platea dei beneficiari dell’azione.