«Esperienza umana enorme»

Ndoli, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Grande opportunità di lavoro. Ho conosciuto il pericolo e molti fratelli, oggi lavoro anche per questi. Esistono piccole regole da rispettare e i ragazzi, in questo, mi seguono. Felice di spendermi per il prossimo, le mie preghiere sono state esaudite…». 

«Un mare in tempesta, onde alte dieci, venti metri, chi può dirlo, poi una nave militare italiana  che ci trae in salvo!». «Arrivare in Italia, essere accolto con grande rispetto e, infine, trovare lavoro con la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”!». Dall’incubo al sogno, Ndoli, ivoriano di trentaquattro anni, ex militare, racconta come è sfuggito a un conflitto civile in Costa d’Avorio per coronare il suo sogno, una vita da costruire con un lavoro da operatore, tutelato da un regolare contratto sottoscritto con “Costruiamo”.

«Sono impegnato da due anni con la cooperativa – racconta Ndoli – è un’attività che mi arricchisce umanamente, il timore era che non ce la facessi a passare dall’essere assistito ad assistere “fratelli” che, come me, avevano scampato qualsiasi barbarie nel loro Paese, ma anche nel passaggio attraverso altre nazioni, rischiando più di una volta la vita».

Non solo un lavoro, Ndoli si aiuta a gesti, cerca di trovare la parola giusta senza inciampare in malintesi. Quasi stesse elaborando con le mani un’opera in creta. Alla fine è soddisfatto della parola trovata. «Ecco, la mia la vedo come una missione – sorride, soddisfatto – uno spendermi per il prossimo, cercare di capire quali siano i problemi che possono avere ragazzi scappati lontano dal oro Paese: in me trovano non solo l’operatore, ma anche un amico, un fratello con il quale confidarsi, del resto il lavoro che faccio all’interno di “Costruiamo insieme” è quello di far sentire i ragazzi come se fossero a casa loro e trovare insieme gli elementi per far ritrovare loro la serenità».NDOLI ARTICOLO - 1Amare il prossimo, Ndoli. Si accende il sorriso. «E’ una delle frasi a cui faccio spesso ricorso – spiega – la tengo sempre stampata in mente, sono cattolico e credo in Dio: spendersi, a costo di rinunce e sacrifici, perché il Cielo te ne sarà grato, ti ricompenserà». Occhi lucidi. Sistema il suo cartellino con foto che scivola sulla sua maglietta. Lo stringe fra le mani, è una conquista, tante volte quella certezza gli sfuggisse. Torna indietro di qualche anno. In Italia da quattro anni, in fuga dal lontano 2011, attraverso Burkina, Niger e Libia, da dove salperà per l’Italia. «Ero militare, in Costa d’Avorio era in atto un conflitto civile, non volevo sparare addosso ai miei connazionali, ammazzarli senza motivo: lamentavano la mancanza di democrazia, libertà, il dono più grande che un essere umano possa avere, non me la sentivo di aprire il fuoco contro i miei fratelli, gente disarmata!».

E’ il marzo del 2014, altro episodio in cui Ndoli viene soccorso dalla fede. «Centotrenta su un gommone, imbarcati alle cinque del mattino, navigavamo a vista, non era facile orientarsi, io avevo una certa dimestichezza con la bussola, ma in mare aperto puoi avere tutte le bussole che vuoi, ma la paura resta comunque tanta: onde alte dieci, venti metri, impauriti, quasi aspettassimo da un momento all’altro il nostro destino: in balia di un mare aperto che faceva paura, in attesa di un’onda più grande che ci avrebbe travolti: ricordo le urla, la disperazione della gente, tutti appesi a un filo di speranza; loro urlavano, io braccia e mani rivolte al cielo, pregavo, pregavo, pregavo: mi davano forza le preghiere, mi ero consegnato nelle mani del Signore, qualsiasi cosa avesse deciso Lui per me, sarebbe stata la cosa giusta».ufogxt9GRbKq6YusS9ezhA_thumb_53-1024x576Ecco un segno del destino. «Onde impazzite, scorgiamo in lontananza non una, ma tre enormi luci, staccate fra loro: non una, ma tre navi, ci avevano avvistati; ogni volta che le onde si alzavano, alte, davanti ai nostri occhi perdevamo di vista le navi: avevamo paura non ci vedessero, non ci soccorressero, invece ci avevano già visti e ci stavano venendo incontro, restava solo capire quale fosse la nave amica, quando con una scialuppa si avvicinarono i militari italiani; non ci avevano affiancati con la nave enorme, avevano già messo in mare una, due scialuppe per trarci in salvo: avevo gli occhi pieni di acqua di mare e lacrime di gioia, eravamo salvi. Di quei momenti ricordo urla, spinte, paura, la gente temeva di restare ancora su quel gommone in balia di una mare sempre più pericoloso: io aiutavo gli altri e pregavo, anche a voce alta, li tenevo fra le braccia, li sostenevo, spingevo sulle scialuppe di salvataggio; fui l’ultimo a salire a bordo, il Signore aveva voluto questo da me: aiutare il prossimo a costo della vita».

Ndoli e la sua attività con “Costruiamo insieme”. «Una grande avventura umana, grande esperienza e conoscenza: non sono arrivato subito qui, a “Costruiamo Insieme”: sono stato ospite di altre strutture, nessun controllo, stanze sporche… Qui è un’altra storia: ogni giorno controlliamo il numero degli ospiti, facciamo l’appello, pranza, ognuno di loro firma in quanto sotto la nostra responsabilità; esistono regole, piccole, ma che i ragazzi devono rispettare: in camera non si ospita altra gente, non si fuma, non si cucina. Tutelo i ragazzi e il mio posto di lavoro; anche far rispettare le regole è un atto d’amore, far comprendere che la libertà è un dono prezioso e puoi coltivarlo solo con rispetto e amore verso il prossimo».

“Mondi di confine”

Centocinquanta ore la durata del progetto

Corso di apprendimento per cittadini stranieri presenti all’interno della Casa circondariale di Taranto. Laboratori di lingua e occasione di socializzazione.Conoscenza reciproca e confronto fra culture.

Fra i progetti che “Costruiamo Insieme” sta seguendo, anche “Mondi di confine”, iniziativa finalizzata alla realizzazione di un percorso strutturato di apprendimento della lingua italiana. Sostanzialmente un’idea tesa a favorire i processi di inclusione sociale, integrazione ed aggregazione dei cittadini stranieri presenti all’interno dell’Istituto penitenziario – Casa Circondariale di Taranto attraverso il miglioramento della capacità di interrelazione in generale e linguistica in particolare.

I corsi in questione, rappresenteranno non solo laboratori di lingua, ma anche valida occasione di socializzazione e di creazione di gruppi, con la possibilità di instaurare relazioni amicali con momenti di scambio e discussione. Ciò permette di approfondire conoscenza reciproca delle “altre” culture e il confronto tra queste. Da non sottovalutare che all’interno di un simile percorso, si va favorendo la ri-progettazione del percorso di vita dei vari soggetti che non sia conflittuale o in contrasto con la società. Ciò detto, si attiva un meccanismo mediante il quale  fare acquisire, integrare o ampliare la formazione di base per il conseguimento di titoli di studio, rendere possibile l’accesso agli studi successivi e quindi ai relativi titoli, contribuire allo sviluppo educativo, culturale, familiare, comunitario e sociale dei detenuti, incoraggiare e sostenere l’educazione alla legalità, alla convivenza democratica e alla cittadinanza attiva.

Destinatari delle attività didattiche suddette, saranno venti cittadini stranieri in stato di detenzione, riconducibili alle seguenti tipologie: detenuti in situazioni di marginalità sociale, per i quali occorre attivare azioni per il recupero e lo sviluppo di competenze strumentali idonee ad un’attiva partecipazione alla vita sociale; detenuti che richiedono un’azione di alfabetizzazione primaria; detenuti per i quali si rende necessario un veloce e funzionale apprendimento della lingua e della cultura italiana; detenuti che presentano problematiche legate alla tossicodipendenza, con tempi di attenzione e concentrazione molto limitati; detenuti già in possesso dei requisiti funzionali al conseguimento del titolo di scuola secondaria di primo grado; detenuti già in possesso della licenza media, che, desiderosi di rientrare nel sistema educativo, necessitano dello sviluppo e del consolidamento di conoscenze e competenze di base, finalizzati ad un eventuale accesso ai livelli superiori di istruzione e formazione professionale; drop-out dalla scuola che, spesso dietro sollecitazione degli operatori penitenziari, rientrano nel percorso di istruzione, mostrando però una precarietà di obiettivi, di interessi e di impegno e che richiedono pertanto primariamente interventi destinati alla costruzione di una propria identità; detenuti isolati per motivi di sicurezza; soggetti ad un regime di alta sorveglianza.

Il corso avrà una durata complessiva di centocinquanta ore e sarà articolato in due moduli formativi: Lingua Italiana (Livello A1) di 80 ore e Lingua Italiana (Livello A2) di 70 ore. Obiettivi, contenuti, argomenti e competenze faranno riferimento agli standard della lingua previsti dal Quadro comune europeo di riferimento.

La guerra taciuta

Amal, 7 anni, morta di fame in Yemen.

In Yemen l’intera popolazione è allo stremo delle forze a causa di una guerra civile che si trascina da anni nel silenzio collettivo e diffuso. Alle 10 mila vittime accertate, si aggiungono 22 milioni di persone che vivono vittime della più grande catastrofe umanitaria degli ultimi tempi.

Il popolo yemenita vive sotto i bombardamenti, metà delle strutture sanitarie sono state distrutte e quasi tutti gli ospedali sono chiusi per mancanza di personale, medicinali, corrente elettrica ed acqua.

La mancanza di carburante, non solo incide sui trasporti, ma soprattutto sul funzionamento dei generatori elettrici e delle pompe idriche grazie alle quali 15 milioni di yemeniti hanno accesso all’acqua.

Ma il prezzo più alto di questa guerra lo stanno pagando i bambini: 3 milioni rischiano di morire di malnutrizione.

Giovedì è morta Amal Hussein, aveva sette anni ed era diventata il simbolo della guerra in Yemen. La sua immagine, che la ritraeva fortemente denutrita, era stata pubblicata dal New York Time in un reportage per raccontare il dramma della fame e dei campi profughi.

Le sue costole che sembravano dover perforare il leggerissimo strato di pelle che le ricopriva il corpo hanno dovuto cedere il posto occupato in uno dei pochissimi presidi sanitari ancora attivi ad un altro paziente.

E il campo allestito da Medici Senza Frontiere troppo lontano dal suo paese.

Lo Yemen subisce da tre anni l’assedio da parte di nove Paesi arabi sunniti, guidati dall’Arabia Saudita e sostenuti dagli Stati Uniti, nei confronti dei ribelli sciiti, vicini all’Iran, che dal 2015 controllano la capitale San’a sta provocando infinite sofferenze ai civili bloccando l’arrivo di qualsiasi rifornimento.

Nel 2016, parlando della situazione in Siria, Ban Ki-moon, Segretario Generale dell’Onu, dichiarò che “la morte per fame utilizzata come arma rappresenta un crimine di guerra”.

Alla popolazione yemenita non sono state rivolte le stesse “attenzioni”. 

L’Arabia Saudita non è stata mai sanzionata per i bombardamenti e, come se non bastasse, si è sempre opposta alla creazione di corridoi umanitari per permettere di inviare cibo e medicinali alla popolazione civile.

Il fatto che la coalizione di paesi sunniti guidata dall’Arabia Saudita comprenda anche Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar (non senza l’appoggio placito degli USA) sia in contrapposizione con i ribelli sciiti sostenuti da Iran, Russia e dal regime siriano di Assad sia il tragico epilogo della partita mai chiusa per il controllo geopolitico di tutta l’area.

E quando i grandi giocano a fare la guerra, i bambini non giocano più!

Come Amal, morta di fame, che ha solo anticipato tristemente il destino che sembra segnato di altre centinaia di migliaia di bambini.

«Mediatore, grazie “Costruiamo”!»

Abdoulaie, gambiano, ventunenne, dipendente della cooperativa

«Un curriculum, un colloquio: preso! Cercavo lavoro, ma non avevo pensato che la mia conoscenza di arabo, dialetti e altre lingue, potesse diventare un lavoro. Tutto così presto, mi sembra un sogno. Oggi aiuto mio zio al quale devo il riscatto dalla prigionia in Libia e il viaggio su un barcone»

«Un curriculum inviato a “Costruiamo Insieme”, alla ricerca di mediatori, un colloquio nel gennaio dello scorso anno e un mese dopo ero al lavoro…». Abdoulaie, gambiano di ventuno anni, in Italia da quattro anni e quattro mesi, accenna il suo ingresso nel mondo del lavoro grazie alla cooperativa sociale (che non si occupa solo di accoglienza).

«Arrivato in Italia minorenne, sbarcai a Taranto, ma le vicende della vita mi portarono prima in Umbria, dove studiai per conseguire un attestato da meccanico specializzato: tornio, fresa, saldatura, le mie materie e le mie attività».

Non pensava minimamente a fare il mediatore. «Non avevo avuto tempo, la famiglia tarantina con la quale mi sono sempre confrontato, in particolare con Gianni – lo considero un secondo padre – accese, come dire, la lampadina: mi dissero di “Costruiamo”, pochi giorni dopo colloquio e contratto; ero mediatore, figura importante all’interno dei Centri di accoglienza». La conoscenza di inglese, italiano, soprattutto arabo. «Conoscere l’arabo mi è stato utile, come è stato utile alla stessa cooperativa: gli ospiti del Centro spesso parlano poco il francese o l’inglese; i miei stessi connazionali parlano “mandinka”, dialetto gambiano, o i senegalesi parlano “wolof”, così faccio da interprete; chi parla arabo e mastica poco altre lingue, chiede un mio intervento o quello di altri colleghi per motivi diversi; quando non sta bene, avverte dolori o si trova di fronte a un imprevisto, mi chiama, rendermi utile al prossimo mi fa stare bene».Abdullai articolo 03 - 1

LA LIBERTA’ UN DONO DEL CIELO

Passo indietro con Abdoulaie, giovanissimo, appena quattordici anni, ma già spericolato. «La libertà è il dono più grande che il Cielo possa darti, se qualcuno ti impedisce di esprimere un qualsiasi giudizio, diventa un dramma: in Gambia c’era un governo severo, intransigente, un modo di gestire il Paese in modo discutibile: nonostante fossi giovane, facevo solo notare che certe scelte potevano non essere condivisibili; bene, anzi male, anche il solo metterla sul piano del confronto, mi danneggiò: insomma, solo per avere appena alzato il capo per fare un ragionamento molto semplice, sono finito nel carcere minorile: il mio unico torto era stato quello di aver posto domande scomode a chi eseguiva gli ordini per conto di chi, allora, governava».

Eppure papà e mamma, non facevano che ripeterlo al giovane Abdoulaie. «Figliolo, prima o poi ti metti nei guai!». «Avevano ragione – conferma, sorride – ma allo stesso tempo ho capito che, nonostante la mia giovane età, dovevo prendere una decisione, dolorosa lo ammetto, ma come possono essere solo le scelte che ti staccano dalle tue radici e dai tuoi affetti: in Gambia ho lasciato i miei genitori, cinque fratelli, fra questi una sorella, e una parte di me».

Prima il rischio, poi la scelta. «Chi si era ribellato vivacemente al regime – racconta Abdoulaie – l’aveva pagata cara, non solo con il carcere: a migliaia sono letteralmente spariti, non ci sono più tracce, in famiglia temevano facessi la stessa fine; decisi di partire, arrivai in Libia, ma lì non fui tanto fortunato: rispetto ad altri, di pelle nera come me, non avevo trovato lavoro, cosa che mi avrebbe aiutato a intascare un po’ di soldi per pagarmi il viaggio per l’Europa; mi imprigionarono, mi fecero la rivista, non avevo soldi con me: mi misi in contatto con mio zio Alagie, in Angola dove si occupava di commercio, fu lui a farmi rilasciare dietro cauzione, trecento euro, dandomi anche i soldi per pagarmi il viaggio in mare verso l’Italia…». Quattrocento, cinquecento, chissà, tutti su un barcone di grandi proporzioni. «Stretti, incollati uno all’altro: penso che nessuno avesse mai visto una barca così grande e con tanta gente a bordo, ma quando si fugge è così: non stai a pensare a come possa essere un viaggio; ci imbarcammo di notte, all’una, alle cinque del pomeriggio eravamo a bordo di una nave militare italiana in perlustrazione nel Mediterraneo; prima che arrivassero i militari italiani, eravamo stati circondati da imbarcazioni di tunisini, pescatori, chissà: non so perché, ma ci indicavano una rotta sbagliata; sul barcone ci eravamo divisi in due gruppi: chi voleva seguire il loro consiglio, chi, invece, non si fidava e faceva bene».Abdullai articolo 02 - 1

A TARANTO IL 9 GIUGNO, DIFFICILE DIMENTICARLO

Abdoulaie e le altre centinaia di passeggeri, sani e salvi. «Nessun ferito, nessun disperso, il viaggio non era stato lungo, per fortuna, filò tutto liscio, arrivammo a Taranto il 9 giugno 2014; una ventina di giorni in città, affidato a una famiglia tarantina, con loro stabilii subito un rapporto di grande affetto; Gianni, il capofamiglia, e i “suoi” mi presero a benvolere, ma partii per l’Umbria, conseguii prima la licenza media, poi l’attestato da meccanico». Infine incrocia “Costruiamo Insieme”. «Gianni mi disse che a Taranto cercavano mediatori, gente che conoscesse le lingue e potesse essere d’aiuto in qualità di interprete: lui stesso inviò il mio curriculum, dopo tre giorni mi chiamarono, prima il colloquio, subito dopo il contratto, ero un ragazzo felice!».

Si sente spesso con la famiglia. Anche zio Alagie, però, ha avuto un bel ruolo. «Senza la sua mediazione non so come avrei fatto, in Libia se capiti in mani sbagliate è notte fonda: mio zio mi aiutò, pagò riscatto e viaggio in mare; gli dissi che con il mio lavoro gli avrei restituito tutto. “Non preoccuparti, figliolo…”, mi disse; in Angola le cose cominciarono a non andare più bene, anche lì il governo democratico non era più solido come un tempo, così fu zio Alagie a incontrare difficoltà: adesso sono io a dargli una mano…». Il senso della vita, essere utili uno all’altro fa bene. Oggi Abdoulaie, uomo libero, guarda con più fiducia al suo futuro. Anche grazie al suo lavoro di mediatore con “Costruiamo Insieme”.

«Ma che bel Castello!»

Visita guidata dei ragazzi ospiti di “Costruiamo Insieme”

Foto-ricordo con l’ammiraglio Pasquale Vitiello. «Alla Marina dobbiamo la vita», dicono i ragazzi. «Molte navi militari italiane ci hanno tratto in salvo». Guide competenti, centomila visitatori all’anno. Adesso ci sono anche i ragazzi del Centro di accoglienza.CASTELLO 03

Un giorno al Castello aragonese con i ragazzi ospiti nel Centro di accoglienza della cooperativa “Costruiamo Insieme”. Non è detto che l’esperienza resti unica nel suo genere. Potrebbe, infatti, esserci una seconda volta. Un aspetto, questo, incoraggiato dalle numerose adesioni raccolte nel CAS da Silvia e Federica, operatrici di “Costruiamo”, e dall’ospitalità riservata dalle autorità militari e dalla guida ai ragazzi “ospiti per un giorno”.

La guida, competente e puntuale nel documentare le bellezze del manufatto voluto dagli Aragona nel cuore della Città antica, all’epoca una piccola penisola. Una roccaforte, mai espugnata, come viene spiegato ai ragazzi, attenti e puntuali nelle domande non appena c’è modo di entrare nel dettaglio. Interagiscono, i ragazzi, quando la visita assume una veste romanzata. La guida, brava e professionale, si diceva, come il resto del personale del Castello coordinato dall’ammiraglio Francesco Ricci. «Volete che parli inglese, francese, spagnolo? Ditemelo, non ci sono problemi: traduco, state per vivere un’esperienza unica nel suo genere!», introduce. «Italiano!», rispondono in coro i ragazzi di “Costruiamo”, nemmeno fossero una curva di uno stadio di calcio. Benissimo.Castello articolo 01

Siamo nella Piazza d’armi del Castello. Formalità da espletare. Ci pensano le operatrici, gli ospiti firmano all’ingresso. Ripeteranno l’operazione con un “mi piace” su un registro, “I luoghi del cuore”, nel quale viene consigliata a chiunque la visita al Castello aragonese uno degli attrattori più importanti d’Italia. Sow, Diallo, Ogbomo, Ahmed, Edobor e gli altri, si mettono in fila, attendono il loro turno. Subito un dato importante: sono oltre centomila sono le visite annue (e in costante crescita) documentate da un apposito “front office” all’interno del Castello.

C’è un convegno in un’ala dell’antico maniero. Alti ufficiali, come da protocollo della Marina militare, fanno gli onori di casa a relatori e partecipanti. Dal gruppo di ufficiali si stacca l’ammiraglio Pasquale Vitiello, per un estemporaneo “benvenuto” ai ragazzi. Una stretta di mano e una, due, tre foto-ricordo con il più alto grado della Marina presente a Taranto.

«Sono felice abbiate voluto fare visita al Castello – dice l’ammiraglio Vitiello – immagino più volte siate passati davanti e vi siate incuriositi di come fosse al suo interno; bene, oggi visiterete ogni angolo di questa bellezza, resterete sbalorditi da quanta storia possano custodire queste mura, monumenti così belli e imponenti: “Buon vento!”». Classico augurio degli uomini di mare. L’ammiraglio Vitiello chiede ai ragazzi il Paese d’origine: Guinea, Mali, Nigeria, Gambia, Costa d’Avorio. L’alto ufficiale colloca, puntuale, ciascuno dei Paesi come se avesse davanti una carta geografica. Gli ospiti quasi si stupiscono per la preparazione, ma un attimo dopo trovano la risposta. «Uomo di mare – dicono un paio dei ragazzi, Kanteh e Diakite – vuoi che non sappia dove sia il mio Paese o quello di Traore e Mamadou? Noi a questa gente, in particolare alla Marina militare, dobbiamo la vita!». Castello articolo 02

Non dimenticano i ragazzi. Molti di loro sono stati tratti in salvo da navi della Marina militare italiana in perlustrazione nel Mediterraneo per prestare soccorso a quanti in fuga da guerre etniche e persecuzioni politiche.

«Ragazzi, seguitemi, attenti agli scalini, dobbiamo passare più di un’ora insieme: fate tutte le foto che volete, così avrete modo di ricordarvi di questa esperienza!». La guida spiega in italiano, si aiuta con i gesti. Ma i ragazzi non fanno ancora “clic” sul cellulare. Ogni volta che si cambia angolo del Castello, Dembele, Djiallo, Jallow e il resto del gruppo, attendono la fine della spiegazione. Poi sotto con le domande. Infine, mano ai cellulari, con richiesta ai compagni di visita di scattare una foto. Molti anche i selfie.

Prosegue la visita. Restano affascinati i ragazzi, davanti a un enorme plastico del Castello aragonese. In un enorme stanzone, questo lavoro di un grande artigiano tarantino mostra la bellezza dell’antico manufatto. Ci sono i posti dai quali i ragazzi sono passati, altri che a breve visiteranno. «Qui – spiega la guida – venivano imprigionati i nemici, alcuni incatenati al muro: grandi sofferenze, come quelle alle quali molte delle popolazioni africane sono state sottoposte dalla scoperta dell’America in poi, avvenuta nel…?». «1492!», rispondono subito un paio, quasi fosse un quiz. Orgogliosi di conoscere anche la data, «12 ottobre!». Molti di questi hanno studiato nel loro Paese, altri dopo aver frequentato corsi di alfabetizzazione tenuti dalla stessa cooperativa “Costruiamo Insieme”, frequentano scuola a Taranto per conseguire o perfezionare un titolo di studio.Castello articolo 04 Fra gli altri momenti interessanti, secondo i ragazzi che hanno seguito attentamente la guida, il sistema idraulico con il quale veniva aperto il Ponte girevole di Taranto quando ancora non esisteva l’energia elettrico. «E’ uno dei princìpi adottati da alcuni villeggi africani – diceva un ragazzo – dove ancora non esiste l’energia elettrica, dunque attraverso sistemi simili a questo riescono a portare l’acqua utile alle famiglie e ai campi dove vengono coltivati ortaggi e frutta». Il maggior numero di selfie, nemmeno a dirlo, sotto allo stesso Ponte girevole. «Non lo avevamo mai visto da questa angolazione!», fanno capire i ragazzi che chiedono se è possibile scattare una foto. E’ zona militare, fanno bene a chiedere comunque. Poi il piano più alto del castello, da dove si domina la vista del Mar Grande e piazza Castello, appunto, dove ha sede anche il Comune di Taranto.

La visita finisce con un selfie, meritatissimo, con i giovani visitatori e la guida. Una giornata diversa dalle altre, istruttiva e importante nell’accorciare quelle distanze fra residenti ed extracomunitari. Un passo avanti nell’integrazione, all’interno della quale vale tutto, anche gli autoscatti con sorriso.