Realtà tossica!

Colla, coca ed eroina senza musica

Fare i conti con la realtà fa parte della dimensione umana. E’ una cosa che, per quanto vorresti tenere lontana, prima o poi devi affrontare, non puoi sfuggire.

E la realtà, di solito, non ha una dimensione ristretta, privatistica, semplicemente personale. Ha una dimensione collettiva che non è guidata da fattori  spazio-temporali che ti consentono di esimerti, di estraniarti, di guardare dal di fuori a cose che ti sembrano tanto lontane da non poterti toccare.

E, a volte, basta leggere dei numeri dentro l’articolo di un settimanale per toccare con mano una realtà che avresti riposto dentro la sfera del surreale.

A settembre 2018 L’Espresso ha pubblicato un reportage sull’uso e lo sviluppo della dipendenza da sostanze tossiche che tengo in vista sulla scrivania da tempo sempre combattuto fra l’affrontare l’argomento o no.

Non ci sono noti nomi dello spettacolo, dello sport o della politica.

Neanche giudici, magistrati o avvocati.

Sarebbe stato tutto troppo scontato, come dire, nella normalità dello scorrere quotidiano.

Ci sono i bambini!

Dentro uno scenario all’interno del quale non li avrei mai collocati, da un punto di vista spaziale, nel nostro contesto di vita.

Non mi voglio addentrare in analisi, vi lascio al confronto con una realtà cruda proponendovi alcuni stralci del reportage.

Bambini che a 8 anni hanno già sperimentato le droghe più devastanti: colla e solventi. Tredicenni che si prostituiscono per una dose, rimangono incinte e sono costrette ad abortire. Adolescenti legati con le cinghie ai letti di contenzione, sottoposti a trattamenti sanitari obbligatori negli ospedali psichiatrici per adulti. Eroina non più fumata ma sparata direttamente in vena, così che a 13 anni hanno già il corpo massacrato dai buchi delle siringhe, si ammalano di epatite e Aids, come i vecchi tossici negli anni Ottanta”.

Le scuole medie, Riccardo, le ha viste solo da lontano. Quel giorno di settembre è arrivato davanti al cancello dell’istituto, l’ha fissato per alcuni secondi e poi se ne è andato. Per lui non ci sarebbero stati libri, compagni, compiti in classe. Aveva 12 anni e una sola necessità: farsi di coca e farlo in fretta.
Oggi Riccardo, 16 anni appena compiuti, tossicodipendente da quattro, in fuga da tre diverse comunità terapeutiche, praticamente analfabeta, fa parte di quella generazione di ragazzi interrotti che aumenta giorno dopo giorno”.

Le loro storie, raccolte dall’Espresso, fanno rabbrividire. Sono contenute nei verbali delle forze dell’ordine che ogni giorno prestano servizio nelle piazze dello spaccio e nei boschi della droga. Sono scritte nero su bianco nelle relazioni dei Tribunali per i minorenni. Escono dalla bocca di quegli stessi ragazzi che a fatica accettano di parlare, dalle comunità dove stanno cercando lentamente di riemergere dagli abissi della tossicodipendenza.
Un’emergenza alla quale il nostro Sistema sanitario nazionale non riesce più a stare dietro. Secondo i dati ottenuti dall’Espresso, da Nord a Sud la presa in carico da parte dei Servizi sanitari locali dei minori che fanno uso di droga negli ultimi 5 anni è quasi ovunque raddoppiata. Anche i Tribunali per i minorenni – sia civili che penali – registrano un’impennata di baby consumatori: quasi tutti italiani, iniziano ad assumere droga in media a 12 anni.
Mentre le comunità terapeutiche per minori con problemi psichici causati dalle droghe – il vero fenomeno di questi ultimi anni – si contano sulle dita di una mano. E così i bambini tossicodipendenti con disagi mentali spesso sono trasferiti a centinaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie in luoghi non idonei. O trattenuti in reparti neuropsichiatrici per adulti, dove non potrebbero stare.

http://m.espresso.repubblica.it/inchieste/2018/09/19/news/colla-coca-eroina-l-emergenza-droga-comincia-a-8-anni-1.327107?fbclid=IwAR3sMErH0xslx-aj5D9_reNcfsicRI5-4VPMuwdBpx8aX-Av362gPM1DTJw

«“Costruiamo”, una famiglia»

Sillah, ventuno anni, operatore

Da quattro anni in Italia, viene dal Gambia, dal giugno dello scorso anno contratto con la cooperativa sociale. «Da allora è come se fossi a casa, ho lavorato in pizzerie e ristoranti, buone esperienza, ma…una polmonite a causa della neve spalata per ore e ore, ma ho già dimenticato. Adesso ho un motivo per pensare al futuro». 

«In prima linea come operatore con “Costruiamo Insieme” dal giugno dello scorso anno, sto facendo una grande esperienza umana: stabilisci con gli ospiti del Centro di accoglienza un bel rapporto, anche di amicizia: le regole da rispettare, però, sono la cosa principale cui sono richiamati i ragazzi». Sillah, gambiano, ventuno anni, in Italia da quattro, è l’espressione solare della cooperativa. Ha un sorriso per tutti, anche se poi, cartellino di riconoscimento a vista, quando si tratta di fare il proprio lavoro diventa fra i più intransigenti. «Basta far comprendere che se fai rispettare le regole interne alla struttura, lo fai anche per il loro bene e tutto fila liscio: nel tempo ho coltivato rapporti umani e di amicizia, questo è uno dei tanti aspetti positivi di questo lavoro».

Operatore con “Costruiamo Insieme”, come coronare un sogno. «Dal punto di vista umano, la cosa bella è che non sei un numero, uno dei tanti, ma sei uno di famiglia: coinvolto nelle attività, non solo quelle di controllo che alla fine sarebbero pura routine».

Sillah ha dimestichezza con l’italiano, lo parla correntemente, ma parla anche inglese, arabo. Anche mandinka e wolof, dialetti: il primo del suo Gambia, l’altro del Senegal. Ma come si evince dalla chiacchierata, comprende anche il francese senza alcuno sforzo. «Amo dire le cose come stanno, al francese ci sto facendo l’abitudine, ma prima di diventarne padrone, voglio compiere ancora un pezzetto di strada: poco per volta, ho appena ventuno anni e, se il Cielo lo vorrà, di tempo per imparare altro ne avrò».SILLA Articolo 01Dimestichezza con l’italiano, ma anche con uno degli aspetti più complicati del nostro sistema: la burocrazia. «Basta entrarci, capire come muoversi e tutto risulta più facile: sì, la burocrazia i primi tempi rappresentava quasi un freno a mano – so di cosa parlo, ho preso la patente qui in Italia… – occorreva fare strade e percorsi apparentemente senza via d’uscita, ma basta entrare nel meccanismo, avere la giusta dose di pazienza e il gioco è fatto». Sorride anche il giovanotto venuto dal Gambia. Non vuole essere frainteso, puntualizza. «Sono arrivato in questo Paese quattro anni fa – spiega – avevo solo una gran voglia di rendermi utile, è stato amore a prima vista con l’Italia: ho subito fatto amicizia con tanti ragazzi tarantini, spesso quando non lavoro usciamo insieme, cinema, pizzeria, cose così…».

Tanta la voglia di inserirsi nel mondo del lavoro. «Non volevo – come si dice – , ero disposto a qualsiasi sacrificio, anche andando oltre, e se avete tempo vi spiego cosa intendo; ho lavorato a Crispiano e Martina, poi Taranto, in una pizzeria, in un ristorante, sapevo che dovevo farmi in quattro, dimostrare in qualche modo la mia riconoscenza ad un Paese che mi aveva accolto a braccia aperte».

Abbiamo tempo, sentiamo a cosa si riferisce quando dice di essere andato “oltre”. «Mi sono trovato bene ovunque sia andato – dice Sillah – tranne in una sola occasione, quando a ritmi di lavoro non indifferenti, dovevo dimenticare l’orologio a casa: ci sta, sono ampiamente riconoscente a chiunque mi abbia offerto lavoro, ma un giorno sono andato a finire in ospedale, proprio a causa della mia generosità e di una certa arroganza del titolare di un ristorante: circa due anni fa, aveva nevicato senza un attimo di pausa tutta la notte; avevo smesso di lavorare dopo la mezzanotte, tavoli rimessi a posto, pulizia e pavimento lustrato come se fosse uno specchio; vado a dormire, al mattino, presto, vengo svegliato di soprassalto: c’era da spalare davanti al ristorante e, soprattutto, sulle tende con sopra decine di centimetri di neve; mi metto con la buona volontà, da solo, senza un attimo di tregua libero il marciapiedi per consentire l’ingresso nel locale, ai fornitori di entrare, alla gente di passare davanti all’attività – perché, mi dicevano, anche questa è pubblicità – liberamente; indossavo solo la giacca da lavoro: sudavo e sentivo freddo, ma spalavo, mi dannavo l’anima perché volevo fare le cose per bene; senza alcun sistema di sicurezza ero a tre metri da terra, un freddo incredibile, considerando la temperatura a zero gradi: sudavo e tremavo; non toccai cibo, volevo che alle cinque del pomeriggio tutto fosse pronto».
Patente-twitter-1024x492Alle cinque del pomeriggio, dopo una lunga serata di lavoro alle spalle, una sveglia al mattino e lavoro, dalle otto del mattino, avrà tirato il fiato. «Niente affatto, alle cinque ho avuto una crisi, letteralmente gelato non riuscivo a parlare, avvertivo la sensazione di uno svenimento: qualcuno doveva accompagnarmi in ospedale; niente, mentre andavo in ospedale, quello che era il mio titolare mi intimò: “Vai a casa, cambiati, fra mezz’ora devi essere di ritorno: andai in ospedale, mi ricoverarono subito, avevo preso una brutta polmonite; non ebbi una sola telefonata dal titolare del ristorante, anche per sapere come stessi: mandò un collega in ospedale per dirmi di ritenermi licenziato. Incassai la delusione, presi le mie quattro cose e andai via, non mi sono mai rivolto a nessuno per avere uno straccio di giustizia, non voglio provocare danni, del resto – mi dicevo – a modo suo anche quel signore per un pezzo di strada mi aveva aiutato e, soprattutto, mi aveva insegnato che il sentiero non sempre è in discesa».

Poi è arrivata “Costruiamo Insieme”. «Avevo capito già tante cose, nonostante la mia giovane età – conclude Sillah – l’occasione con la cooperativa sociale per me è stata pari a un senso di liberazione, mi sono sentito rispettato, gratificato, incoraggiato: rispetto all’ultima esperienza, unica negativa, ho cominciato ad assaporare il vero gusto della vita; il lavoro, attento, preciso, ma anche la libertà di dedicarmi del tempo, coltivare amicizie e dedicarmi alla passione del calcio, io che amo giocare al pallone e seguire le partite dei campionati italiani e stranieri; l’attività di operatore mi offre due occasioni in una: non dimentico da dove vengo, al tempo stesso ho grande riconoscenza a “Costruiamo Insieme” che mi mette in condizione di pensare più serenamente e umanamente al futuro».

Dal sociale all’altare

Stefano D’Orazio, fra passato, presente e futuro

Batterista dei Pooh, racconta l’impegno con i suoi compagni dalla parte dei più deboli. «Abbiamo raccolto fondi per ricostruire un villaggio in Africa, fatto concerti contro la fame nel mondo, Telethon in tv per combattere malattie genetiche». Intanto, “prima” pugliese di “Non mi sposerò mai!”, libro appena pubblicato e giunto alla terza ristampa.

Una vita spesa fra studi di registrazione, in giro per l’Europa con viaggi anche negli stati Uniti e in Oriente, fra caselli autostradali e autogrill, storie puntualmente finite fra le pieghe di canzoni di successo, Stefano D’Orazio, batterista dei Pooh, ha pubblicato in queste settimane il suo secondo libro: “Non mi sposerò mai!” (“Confesso ho stonato” il primo). Non solo musica, ma anche sociale nella vita di D’Orazio e i suoi “amici per sempre” Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian. «Per anni abbiamo partecipato a “Telethon”, in prima fila nella lotta contro le malattie genetiche, a favore dell’Anlaids, contro le guerre con “Rock no war” e contro la fame nel mondo; abbiamo raccolto fondi per aiutare popolazioni del Nicaragua e del Madagascar, donare a queste strutture utili per abitanti di villaggi africani, combattere malattie che lì, purtroppo, esistono ancora: una volta conclusi i lavori, noi stessi ci siamo recati sul posto per vedere come erano stati investiti i fondi raccolti in tournée grazie alla generosità del nostro pubblico».

Questo l’aspetto sociale in una battuta. C’è un libro, invece, che circola in queste settimane, “Non mi sposerò mai!”, subito in classifica, terza ristampa, “spalla a spalla” con quello dato alle stampe da Francesco Totti. Abbiamo incontrato D’Orazio alla masseria La Serritella di Castellana Grotte in occasione della presentazione del suo libro.D'ORAZIO Foto articolo 02 - 1

Galeotto fu un premio alla carriera assegnato ai Pooh all’Arena di Verona. Diretta televisiva Raiuno, Carlo Conti e Vanessa Incontrada i conduttori.

«Anche la pioggia ci mise del suo – ricorda per noi D’Orazio – eravamo dietro le quinte a ripararci, quale migliore occasione per pensare alla solita, complicata domanda confezionata dagli autori: “Progetti per il futuro?”; io che per indole se non spiazzo non mi diverto, mi dissi “Mo me butto…O’ dico…”».

Settant’anni suonati, cinquanta più o meno con i Pooh, in D’Orazio insistono ancora tracce di ingenuità.

«Non seriamente dannose, mi dico, allora, “Ma sì, stasera mi butto!”. Rullo di tamburi, i due conduttori rivolgono l’identica domanda a Roby, Dodi, Red e Riccardo, quinto Pooh nel frattempo arruolato per il cinquantennale. Risposte a raffica. Manco all’appello. Domandona, risposta: «Tiziana, tieniti libera per il prossimo 12 settembre, ci sposiamo!». La futura signora D’Orazio, ignara, stava vedendo un film: la scusa per tenerla incollata alla diretta, il parere su una giacca che indossavo, l’ho chiamata al cellulare e le ho detto di seguirmi: mi ha confessato che più di un fulmine a ciel sereno, la mia dichiarazione in eurovisione è equivalsa a uno scatenarsi degli elementi».D'ORAZIO Foto articolo 01 - 1 La reazione della signora.

«Tanta era la gioia che per poco non strozzava il gatto che aveva fra le mani, così mi ha detto…Ne avevamo parlato così, diciamo di sfuggita, Spesso, prima di addormentarci Tiziana riprendeva l’argomento e io, molto cavallerescamente, mi voltavo dall’altra parte e fingendo di essermi addormentato di colpo…».

D’Orazio, tutto scritto nel libro “Non mi sposerò mai!”, anche consigli sul come approcciarsi al matrimonio, con rituali nel frattempo cambiati rispetto al passato: pranzo di nozze, numero di invitati, la celebrazione delle nozze e tutto il resto, che non è poco.

«Quella dichiarazione gliela dovevo, dieci anni di “sofferenza” al mio fianco: una decisione andava presa, nonostante fossi un esempio per amici e colleghi che di matrimonio non volevano saperne… Non tutti, però, erano di segno opposto: c’erano altri, infatti, che spingevano al “convolare”. Mi incoraggiavano a modo loro: “In caso di incidente, al tuo capezzale sarebbero ammessi solo parenti, dunque né fidanzate, né compagne!”.  Questo sì che era un argomento. E io che pensavo che il matrimonio fosse solo carta bollata: invece, location, catering, flower stylist, beverage, wedding planner – ma non c’è nessuno che parli italiano, qui? – scambio delle fedi e “finché morte non vi separi”: ditemi se non è una bella prospettiva?».

Asilo, migrazione e integrazione

All’interno dell’Avviso anche la Qualificazione dei servizi pubblici a supporto dei cittadini dei Paesi terzi.

Asilo, migrazione e integrazione, temi nei quali “Costruiamo Insieme” si è spesa con la massima professionalità. Argomenti nei quali può tornare utile un’esperienza maturata, come si dice, sul campo. Dunque, fra i progetti cui la cooperativa è interessata, figura quello dell’avviso pubblico “Asilo, migrazione e Integrazione 2014-2020” nel quale è presente anche la qualificazione dei servizi pubblici a supporto dei cittadini dei Paesi terzi.

Il Bando Qualificazione dei servizi pubblici a supporto dei cittadini di Paesi terzi (Capacity building) cui si fa riferimento, è stato pubblicato dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’ Interno. “Costruiamo Insieme”, impegnata nelle azioni di accoglienza dei migranti nella Regione Puglia, ha pertanto inteso partecipare candidando una proposta progettuale relativa ad un percorso che introduca la pratica dell’etnopsichiatria sul territorio arricchendo l’offerta dei servizi erogati dalle strutture sanitarie pubbliche e private.

Considerto che l’Avviso pubblico in questione prevede che il capofila/proponente sia un Ente Pubblico, ricomprendendo fra essi le ASL o loro diramazioni/Dipartimenti, “Costruiamo Insieme” ha già avviato interlocuzioni a livello locale e nazionale con lo scopo di individuare una partnership ampia, capace di coinvolgere più operatori dello specifico settore di intervento.

Di seguito, proponiamo passaggi del ragionamento alla base dell’idea progettuale.

Partiamo dalle pratiche di accoglienza che rappresentano il momento dell’arrivo, dell’incontro con i migranti su un territorio che non può più essere considerato terra di approdo e di passaggio, ma deve essere riletto come luogo di stanzialità.

Va da sé la necessaria presa di coscienza che la società nella quale viviamo è una società ibrida, condizione intrinseca alla storia dell’uomo che da sempre ha moltiplicato intrecci culturali di fronte ad una persistente riduzione delle distanze geografiche. E’ necessario, quindi, porre l’attenzione sul tema della convivenza. Questo comporta il fondamentale superamento del modello “occidentalocentrico” che rappresenta, di per sé, un “muro”, una barriera nella prospettiva di un processo di convivenza e di integrazione. Oggi, è bene ribadirlo, non si è più di fronte ad un rapporto ospite/ospitante, ma si è già dentro una dinamica di rapporto fra persone che impone il confronto e il rispetto di patrimoni culturali differenti.

Tale riflessione rappresenta il punto di partenza per ragionare in termini di sistema sulle politiche per la salute dei migranti evidenziando alcune criticità:

–          Il problema della conoscenza della lingua. Da sempre al centro di ogni riflessione, è un problema bilaterale: se è vero che i migranti non conoscono la lingua italiana, è altrettanto vero che nei nostri Presidi Ospedalieri, nei Pronto Soccorso, nei Distretti Socio Sanitari, fra i Medici di Medicina Generale non sempre è facile imbattersi in qualcuno che conosca quantomeno inglese o francese.

–          Il deficit rappresentato dalla conoscenza della lingua introduce un ulteriore argomento di riflessione relativo alla mediazione rilanciando una questione fondamentale: la mediazione non è solo un fatto linguistico (ovvero di traduzione), ma anche, e soprattutto, culturale.

–          Ricucire un taglio, fare un’appendicectomia o praticare interventi di routine talvolta può necessitare di un semplice traduttore. Prendere in carico e curare patologie diverse, sviluppare la capacità di comprenderne gli esordi per evitare cronicizzazioni è un’altra storia, che trova ulteriore ostacolo della diffidenza nei confronti della medicina occidentale a medicalizzare e a curare farmacologicamente tutto. Nel caso specifico della Salute Mentale, assolutamente non secondario nella fattispecie di persone che hanno un vissuto “pesante”, filoni quali l’etnopsichiatria, l’etnopsicologia sono, a differenza che in altre Regioni italiane, assolutamente estranee al sistema sanitario pugliese. E sono branche specifiche che, per svilupparsi qualora introdotte nel SSR (Servizio sanitario regionale), necessitano di due elementi:

– Formazione congiunta fra operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni;

– Creazione di una rete distrettuale/territoriale che ponga in stretto contatto, attraverso protocolli operativi, operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni.

Elucubrazioni e realtà

Quando la colpa è facilmente attribuibile

Venerdì 9 novembre 2018. Ore 13,50.

Squilla il telefono, è mio padre. Rispondo.

Mi dice con voce agitata: “Hai sentito, un terremoto!”.

Con il cervello impegnato sul tema dell’etnopsichiatria, i miei primi pensieri sono stati: “Chi e quanti ne hanno arrestati?”, “E’ caduto il Governo?”, “Roma non ha più il Sindaco?”.

Le persone sono tutte per strada! Tu stai bene?” incalza mio padre al telefono. Inizio a preoccuparmi: “E’ scoppiata la rivoluzione e non ne so niente?”.

Niente di tutto quello che mi passava per la testa era successo, ma un terremoto in termini geologici che, seduto davanti al computer, forse sono stato l’unico a non percepire.

Ed è in quel momento che parte la scossa che mette in moto quella parte di cervello fuori da ogni controllo e che si diverte ad elaborare scenari surreali e gode nel fantasticare mescolando elementi reali per cucinare il più gustoso dei minestroni.

E parte una teorizzazione che vorresti tenere nascosta a chiunque ma, che alla fine, è impossibile non condividere.

Se l’epicentro del terremoto è nel cuore della Murgia pugliese, fatto strano ed eccezionale, va cercata una ragione e non te la possono dare i geologi che si basano su dati scientifici. Vanno indagati altri campi e coinvolte altre figure!

Veniamo al dunque: se una ingente massa di persone, uomini, donne, bambini, anziani, si spostano da un Continente, per esempio quello africano, per occupare massivamente un altro, per esempio l’Europa, e passa per l’Italia può succedere che la teoria della tettonica a zolle subisca lo stesso effetto della bilancia a due piatti.

Se l’Africa si alleggerisce cresce il peso sul territorio italiano e succede che inizi a cedere fino a provocare movimenti tellurici.

E sarà lo stesso motivo per il quale crollano i ponti e le case e vengono devastati interi territori e messe in ginocchio economie storiche.

Non sono l’incuria, un abuso del territorio in spregio alla natura, la cultura congenita dell’abusivismo le cause di questi eventi!

Sono i migranti! E’ il peso dei loro corpi, spesso esili ma troppi!

Ed è per questo che Trump, il Presidente degli Stati Uniti d’America, passa le sue giornate a studiare come fermare la marcia dei poveri che sta arrivando nel suo Paese senza escludere l’uso delle armi: metti che il peso di quei corpi gli fa cadere i grattacieli!

Hanno già un problema con gli uragani, caricare il piatto della bilancia del nord dell’America rappresenterebbe un fattore scatenante di eventi tellurici!

E un Presidente accorto e lungimirante come lui schiera l’esercito per difendere il Paese. 

Mica come in Italia dove, con grande senso civico, il Governo chiude i Centri di Accoglienza, fa arrestare i Sindaci, studia e vota Leggi per trasformare i migranti in clandestini al fine di garantire la sicurezza dei cittadini e crea ghetti e grandi centri di concentramento chiamati CARA.

Ho giocato lasciando vivere la parte incontrollata del cervello ma, al netto della follia che ha accompagnato queste righe ma che, spesso, incrocia la realtà voglio concludere con una riflessione di Gordon Allport del 1954: “Il pregiudizio etnico è un’antipatia fondata su una generalizzazione falsa e inflessibile. Può essere sentito internamente o espresso. Può essere diretto verso un gruppo nel suo complesso o verso un individuo in quanto membro di quel gruppo”