«A casa, di corsa!»

Dramane, maliano, ha in testa il ritorno

«Quando si aggiusteranno un po’ di cose, voglio riabbracciare mio padre. Fuggito a causa della guerra civile, torturato in Libia, arrivato in Italia. Ho imparato l’arte della frutta e della cucina…»

«Ho visto cinque, poi sei cadaveri in mare, durante il mio viaggio per l’Italia: orribile, non dimenticherò mai quelle immagini, ho ancora gli incubi!». Dramane, omonimo di un altro ragazzo ivoriano ospitato dal Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, racconta il suo viaggio dalle coste libiche a quelle italiane. «C’è una bella differenza – spiega – fra cinque o sei cadaveri, me ne rendo conto, ma sfido chiunque ad essere imbarcato in alto mare con onde alte quanto palazzi a sbatterti da una parte all’altra, con la paura che possa finire tu stesso in acqua e contare quei corpi che galleggiano davanti ai tuoi occhi: ognuno di noi – eravamo a decine – si era rifugiato sul primo barcone avvistato, svuotate le tasche dal denaro che avevamo e pagato chi ci avrebbe condotti in salvo; in quei momenti, in mare, avevamo una paura esagerata: pensavamo solo a portare in salvo la pelle, non a contare i defunti che ci galleggiavano ora a dieci, ora a cento metri: pregavamo, invocavamo il Cielo che quella tempesta finisse, che il mare tornasse una tavola – si dice così, vero? – e che potessimo viaggiare più serenamente verso l’Italia, perché era qui che volevo sbarcare».

Pregavano, terrorizzati, fissavano le vittime di quel viaggio della speranza. Temevano che il prossimo, in mare, potesse essere uno di loro. Dunque, cinque o sei. «Il mare mescolava quei cadaveri come fossero carte da gioco, provavi anche a contare quelle vittime: “Uno, due…un altro laggiù in fondo, tre! Alle nostre spalle, ecco, quattro! No, è un relitto che galleggia, per fortuna non è una vittima…”».

Il racconto del maliano Dramane è circostanziato. «Quando ero in Mali, con mio padre, Seidou, parlavamo spesso di una mia fuga: non un viaggio, ma una fuga, proprio così; i rapporti con il resto dei familiari a causa della guerra civile scoppiata nel mio Paese erano ormai tesi: poteva accaderci qualsiasi cosa, di notte come in pieno giorno; non lasciavo il Mali, ma scappavo dal Mali; ed è lì, a casa, che un giorno voglio tornare, riabbracciare i miei affetti, anche se mi rendo conto che non è molto semplice, anche se la speranza è l’ultima a morire».

LIBIA, DELUSIONE E BOTTE

La fuga, una costante nella vita di un ragazzo di nemmeno venti anni. «Pensavo di fermarmi in Libia – spiega – a prima vista mi sembrava una terra accogliente, c’era lavoro e circolavano soldi, non molti, ma non ti sentivi schiavo, né minacciato, fino a quando le cose sono cambiate: i soldi di colpo sono diventati “piccoli” e i miliziani si sono incattiviti; forse non servivamo più come prima o forse volevano trattenersi più soldi dal nostro lavoro quotidiano, sta di fatto che abbiamo cominciato a sentirci perseguitati senza un motivo; era cambiata l’aria, il lavoro c’era, ma non più per lo stesso danaro: a un certo punto abbiamo cominciato a lavorare con un salario settimanale e mano a mano che ci avvicinavamo a fine settimana, ci dicevano che avrebbero pagato a metà mese, poi a fine mese: un casino!».

Un «casino», in Italia questo vocabolo indica “confusione”. Ecco, «…era scoppiato il casino». E, allora, dopo essere scappato dal Mali, gli tocca mettere gambe in spalla e fuggire con una di quelle barche che galleggiano per scommessa. «Eravamo perseguitati ormai; il colore della pelle, inequivocabile: ci riconoscevano fra mille e, allora, fucile spianato, prima ci chiedevano le generalità delle quali, francamente, se ne infischiavano, ma servivano per tenerci lì e studiarci; poi le tasche: “Cosa avete in tasca? Non fate i furbi, non scherziamo, vi mettiamo a testa in giù e vi facciamo sputare fino all’ultimo dinaro!». Quando uscivamo dal locale nel quale ci eravamo rifugiati, in tasca ci mettevamo pochi spiccioli, se non avessimo avuto un solo dinaro ci avrebbero massacrati di botte, così avevamo messo in conto di perdere quei soldi, già pochi».

Un brutto viaggio, le onde sbattevano quella barchetta a venti, trenta metri di distanza. Ma come fosse un miracolo, finalmente l’Italia. «Avevo sognato quel momento – ricorda con emozione Dramane – appena sbarcai pensavo che l’Italia o un altro Paese europeo, considerando quello che avevo passato fino a quel momento, sarebbe andato bene; avevo nella testa, però, sempre casa mia: in qualsiasi nazione fossi arrivato, una volta realizzato denaro con il lavoro e calmate finalmente le acque in Mali, sarei tornato».

AMORE A PRIMA VISTA

Con l’Italia è amore a prima vista. «Tutta un’altra cosa rispetto a quello che avevo passato negli ultimi tempi prima a casa mia, poi in Libia: fuga, umiliazioni, torture che non auguro a nessuno, perché quando le subisci non sai mai quando e se un giorno finiranno; con l’arrivo in Italia finalmente un sospiro di sollievo».

Dramane e il futuro. «Ho imparato le prime parole in italiano, sono più bravo nel comprenderle più che pronunciarle, ma ormai afferro il senso e mi faccio capire». Non si è spaventato davanti a nulla il giovanotto maliano. «Ho fatto i calli alle mani, ho solo voglia di lavorare, dimostrare che voglio guadagnarmi stima e possibilmente danaro con il sudore della fronte; la prima esperienza con un fruttivendolo: qualcuno dirà “Bel lavoro!”, invece io dico che qualsiasi lavoro fatto con impegno è un bel lavoro; questo signore si è fidato ciecamente di me, mi faceva esporre le cassette della frutta, mi insegnava come riconoscere un frutto buono e la tecnica di vendita: la merce più bella doveva essere esposta in bella vista, così che la gente possa avvicinarsi e comprare».

Non solo ortofrutta. «Ho lavorato anche in qualche ristorante; nei giorni e nelle ore in cui ero senza impegni giravo per locali, in particolare nei ristoranti: riordinavo la sala, cominciavo con lo scopare e poi lavare a terra; poi raccoglievo i rifiuti e andavo a gettarli nei cassonetti; uno di questi titolari, si è complimentato, mi ha rivelato che i ragazzi italiani vogliono fare subito gli chef, la tv li sta rovinando, non farebbero mai quello che ho fatto io; sincerità per sincerità, gli ho confessato che mi sarebbe piaciuto passare in cucina, anche come lavapiatti, ma stare vicino ai fornelli, imparare la cucina italiana, poi al Cielo spetterà l’ultima parola; ho imparato tanto, se in Mali si aggiustassero un po’ di cose, tornerei a casa di corsa: saprei darmi al commercio di frutta, gestire una trattoria, non mi stancherò mai di ringraziare l’Italia e gli italiani».

«Aiutiamo il prossimo»

Luigi Serra, consigliere regionale ADMO

«La mia vita è cominciata a trentasei anni. Mi diagnosticano un linfoma che, però, si può combattere. Da allora ho ricevuto più di quanto non abbia dato. L’importanza dell’iscrizione al Registro mondiale dei donatori di midollo osseo»

E’ con vero piacere che nella rubrica “Assistenti e assistiti”, ospitiamo Luigi Serra, consigliere regionale e referente per la provincia di Taranto dell’Associazione donatori midollo osseo. Da tempo, sui diversi canali informativi di Costruiamo Insieme (sito, web radio, canale youtube) stiamo realizzando una serie di servizi per il sociale, invitando nei nostri studi rappresentanti di associazioni e utenza che usufruisce dei servizi messi a loro disposizione da Azienda sanitaria locale, enti e amministrazioni locali.

Dunque, Serra, forse vale la pena iniziare con il lanciare un appello ai giovani, parte sensibile della nostra società su temi forti come la donazione del midollo osseo.

«Il nostro lavoro su Taranto rivolto principalmente ai giovani, nasce otto anni fa. Una famiglia elabora il dolore per la scomparsa del proprio figlio e lo trasforma in amore nei confronti del prossimo. Dunque, l’ADMO, associazione composta da volontari ha il fine ultimo di coinvolgere i giovani e invitarli ad iscriversi al Registro mondiale dei donatori. Insieme con Luigi D’Amore, responsabile della sede di Grottaglie, e la dottoressa Antonella Portulano, ci rivolgiamo a studenti diciottenni delle scuole della nostra provincia trasferendo loro le nostre testimonianze per far comprendere quanto sia importante iscriversi all’elenco con il quale si può salvare una vita umana. Con un semplice esame del sangue si può codificare il proprio dna, forse unico al mondo, e salvare un essere umano in attesa di un “miracolo”».Serra 01L’ADMO da quanto tempo svolge questa opera di sensibilizzazione sul nostro territorio?

«Nasce nel 2011. Personalmente ho vissuto sulla mia pelle un’esperienza che non auguro a nessuno. Conosco l’associazione a causa di un linfoma che mi riscontrarono dopo un controllo più o meno di routine. Ufficiale dell’Aeronautica, parlo di questa mia esperienza ai miei allievi, che si dimostrano sensibili al tema: qualcuno ne ha sentito parlare, altri hanno letto o appreso notizie attraverso organi di informazione o amici; invitato dagli stessi ragazzi a parlarne in modo più compiuto, spiego loro quanto sia importante iscriversi al Registro mondiale: le cellule staminali che risiedono nel dna di ciascuno di noi, sono l’unica ancora di salvezza per chi, oggi, combatte la leucemia; constatata una risposta in termini significativi, siamo passati ad interessare altre anime che avessero a cuore il tema. Attraverso un’opera di sensibilizzazione, siamo riusciti ad entrare negli istituti di Scuola superiore di Taranto rendendo l’ADMO la prima realtà in Puglia. La nostra provincia nell’ultimo anno solare, è riuscita a dare 456 iscritti al Registro mondiale dei donatori».

Un brutto giorno, in ospedale per una serie di controlli, le dicono di stendersi sul lettino e ascoltare con attenzione la diagnosi.

«Momenti che non auguro a nessuno, anche se la dottoressa che mi aveva illustrato il linfoma, mi aveva assicurato che si trattava di una neoplasia del sangue dalla quale si poteva uscirne vincitori. Una frase che mi colpì molto. Trovai, dunque, una forza d’animo che non pensavo di avere, presi il coraggio a due mani e informai mio padre e mio fratello che intanto attendevano fuori dalla stanza di ospedale. Da quel momento è iniziato il mio percorso in salita, alla conquista della vita durato un anno».

Le è cambiata la vita, ha detto che da quel momento ha preso più di quanto non avesse dato.

«Sono molte di più le cose belle ricevute dalla vita, che non quelle brutte; vivendo un’esperienza così drammatica, così forte – avevo perso dieci chili… – quanto mi è accaduto da quel momento in poi è stato un arricchimento unico: ho scoperto una parte di me stesso, il valore straordinario della mia famiglia, la scoperta di quanto sia bello avere amici: alcuni di loro nell’arco di questa esperienza mi hanno coccolato; le amicizie con i medici, con il professor Cinieri, l’ingresso in ADMO, l’incontro con i docenti delle scuole, le condivisioni su Facebook. Ogni giorno avverto questo senso di ricchezza».Serra 02E’ salvo, ma dopo questa esperienza ha avuto netta la sensazione che il suo impegno avesse salvato una vita umana.

«Non immaginavo che potesse accadere. Avevo iniziato a raccontare di esperienze agli allievi della Scuola di addestramento dell’Aeronautica di Taranto, che attraverso un’attività condivisa ha manifestato una volta di più quanto questa fosse sensibile al sociale; ripetevo ai ragazzi quanto fosse semplice donare una vita: spiegavo loro che il midollo osseo è un tessuto che si trova all’interno della cavità delle nostre ossa, produce cellule pregiate che possono contribuire a salvare una vita umana. Quando raccontavo questo, non pensavo si potesse realizzare concretamente il disegno della vita. Quando un bel giorno, un mio ragazzo, Vincenzo Guerra – faccio il suo nome in quanto esperienza andata a buon fine – mi scrive su Facebook: “Comandante, sono stato contattato dal Policlinico di Bari, sono compatibile al 100% con una bambina di tre anni affetta da leucemia che ha bisogno di aiuto, corro a donare!”.

Vincenzo ne parla poco, è schivo: chi compie questi gesti d’amore non vuole passare per un eroe, aiutare il prossimo dovrebbe essere la normalità. Questo episodio ha dato un senso a quanto fatto in tutto questo tempo, insieme abbiamo salvato una vita umana: io con le mie opere di persuasione, lui e gli altri allievi, con l’iscrizione al Registro. Dunque, la vita che mi è stata donata o restituita – se vuole – all’età di trentasei anni, l’ho impegnata nel convincere Vincenzo e altri come lui su quanto sia utile spendersi per il prossimo».

L’importanza di una donazione che avviene in forma gratuita e anonima.

«Quando si parla di donazione di midollo osseo, non si considera che si parla di compatibilità: in una famiglia con quattro fratelli, per esempio, uno su quattro può essere compatibile con l’altro; quando questo, purtroppo, non accade, il rapporto diventa complicato; fra non consanguinei, infatti, la compatibilità sale vertiginosamente: uno su centomila. Se Vincenzo non si fosse iscritto, per la piccola ci sarebbero state poche speranze».

L’ultimo progetto ADMO.

«Grazie all’impegno del cavaliere Maria Stea, con Regione e Miur regionale, abbiamo sottoscritto un impegno che ci autorizza a contattare i dirigenti degli istituti scolastici pugliesi per concordare incontri nel corso dei quali parlare ai loro studenti dell’Associazione e di quanto sia importante mettersi a disposizione per il prossimo».

«Se vuoi, puoi!»

Cento donne (italiane) che stanno cambiando il mondo

Non solo personaggi noti, dal cinema alla stampa. Il settimanale “D” (Repubblica) indica alti dirigenti d’azienda, atlete, un’astronauta, calciatrici che hanno sfidato preconcetti e ottusità. E adesso guidano settori strategici per l’economia italiana. E non possiamo che ringraziarle per il loro costante impegno.  

In copertina, appena ieri, l’attrice, ballerina e modella Sarah Gordy, nemmeno sfiorata dalla sua sindrome di Down. E’ l’orgoglio rosa, una categoria che mostra i muscoli a quello che comunemente viene considerato il «sesso forte». Cominciamo con il cancellare una espressione cara agli uomini quando vogliono indicare una donna di carattere. Ma quale «carattere» – dicono – è «una donna con le palle!». Volgarità sferiche a parte, queste cento donne che il settimanale di Repubblica, “D”, indica ai lettori e lettrici, potrebbero essere molte di più. Ma è il gioco della rivista Forbes: cento. E cento siano.

Così, riprendendo l’idea del quindicinale americano di economia, “D” ha espresso il meglio “made in Italy”. Certo, gli americani sono americani e, secondo una logica, come dire, tutta americana, la maggior parte dei fenomeni, che siano donne o uomini (ci sono top cento maschili), risiedono negli Stati Uniti. Ma l’idea delle Cento donne più autorevoli è loro, dunque, che se la cantino e suonino come meglio credono. Noi cambiamo almeno la base musicale.

Così, “D”, lancia la sua speciale chart italiana. Meno modelle e più modelli. Meno donne fatali e più donne cui ispirarsi. Con il giornale in edicola ieri, a fare da “panino” a Repubblica, è tornato l’appuntamento annuale con le “100 donne che cambiano il mondo”. Il magazine vuole indicare una strada, spiegare alle giovani che «…le condizioni di nascita, la grande lotteria della fortuna, contano poco: se vuoi, puoi». Donne attive pescate in più settori della società (quattordici i settori esaminati). Storie di creatività o di sport, di economia o di politica, di scienza o di giustizia, di ambiente o di diritti.

Dunque, se Forbes indica Greta Thunberg, Carola Rackete, Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, Claudia Sheinbaum, sindaco di una metropoli difficile come Città del Messico, Sonita Alizadeh, afghana, che affida al rap la sua lotta contro il fenomeno delle spose-bambine, la versione cartacea di “D” ci racconta i fenomeni al femminile di casa nostra. L’intero elenco lo rimandiamo al cartaceo D-Repubblica, qui ci limitiamo a una menzione, a una scrematura delle tante manager a capo di aziende che rappresentano con orgoglio l’Italia in campo internazionale.

Dunque, «Le cento donne (italiane) che stanno cambiando il mondo». Successo giusto, indipendenza, libertà, legittimazione, riconoscimento. Riuscire ad emergere e assaporare gli effetti di un’auto-realizzazione personale e lavorativa è di per sé una grande soddisfazione, ma è inutile negare che per una donna, lo è ancora di più. Perché «…per una donna – scrive ancora “D” – la strada verso l’affermazione, purtroppo, è ancora una corsa a ostacoli».

Proprio per questo, le 100 donne italiane di successo del 2019 individuate da Forbes Italia non sono solo motivo di orgoglio nazionale ma anche una grande fonte d’ispirazione. Un concentrato di «competenze, creatività, carisma, tenacia, capacità» che delinea l’evoluzione dell’empowerment (consapevolezza, determinazione, carattere) femminile anche nei piani alti. Attrici e conduttrici che hanno dimostrato di sapere il fatto loro, designer emergenti, scienziate o icone dello sport, che hanno trasformato il sudore in medaglie e trionfi, imprenditrici e manager al timone di grandi aziende o di piccoli family business di cui sono la colonna portante.

Forbes Italia ha stilato «il meglio dell’Italia al femminile nel 2019» (in rigoroso ordine alfabetico) spaziando dall’enterteinment allo sport, dall’editoria all’imprenditoria, arrivando fino allo spazio (letteralmente). Fra le cento, le più note, considerando gli strumenti di cui dispongono: le conduttrici e giornaliste Lucia Annunziata (direttrice di HuffPost Italia), Laura Cioli (CEO del Gruppo editoriale GEDI), Lilli Gruber ( La7), Diletta Leotta (DAZN e Sky) e la “Iena” Nadia Toffa, che ha dimostrato coraggio e professionalità da vendere nell’affrontare e condividere la sfida più tosta della sua vita (un “male” da combattere). Uno sguardo al grande schermo: Paola Cortellesi, Valeria Golino e Micaela Ramazzotti; nello sport, la tuffatrice Tania Cagnotto e la calciatrice Sara Gama, capitano della Juventus femminile e della Nazionale, simbolo della battaglia rosa contro discriminazioni (sessismo, gender pay gap, maschilismo e pregiudizi nel mondo dello sport). Un applauso convinto, a tutte loro e alle “colleghe” che solo per questione di spazio non trovano menzione.

Nella lista di Forbes Italia, la prima italiana ad andare nello spazio, Samantha Cristoforetti. Insieme con lei, l’astrofisica Marica Branchesi, le grandi manager e imprenditrici come Katia Bassi (CMO di Lamborghini), Silvia Damiani (vice presidente dell’azienda di famiglia), Micaela Le Divelec (ad di Ferragamo e Elena Miroglio presidente di Miroglio fashion (il gruppo di Motivi, Elena Mirò, Fiorella Rubino, Oltre e così via…) e Cristina Scocchia (CEO di Kiko). Donne che si sono contraddistinte in percorsi e progetti vincenti che hanno fatto, fanno e faranno la differenza. Un bel successo, meritatissimo. E che questo riconoscimento non sia solo per un giorno.

Avete comprato Repubblica, bene. Ora, non lasciate l’allegato sul mobile d’ingresso o parcheggiato sotto l’ombrellone, per leggere dell’ennesima crisi di governo o passare di corsa alle pagine di spettacolo e sport. Dopo che l’avrete offerto, gentilmente, alla signora, chiedetele di passarvelo una volta letto. Ecco, gli uomini dovrebbero spesso sfogliare e leggere le pubblicazioni riservate a prima vista al gentil sesso (anche se “ha le palle!”, accidenti) e avvicinarsi un po’ di più a quell’universo che solo romanticamente definiamo “l’altra metà del cielo”. Perché spesso lo dimentichiamo. Proviamo a non distrarci. Buona lettura. E buona domenica.

«Tornerò a casa…»

Boubacar, maliano, musulmano e un desiderio

«Amo l’Italia, anche la Francia è bella, ma l’Africa è nel mio cuore. Morti papà e mamma, i miei zii non mi fecero continuare gli studi: per cinque euro. Volevano mi sposassi con una vicina, ma volevo essere io a scegliere. La fuga, le botte in Libia, ferite che fanno ancora male…»

«Voglio sdebitarmi con l’Italia, Paese accogliente; farei davvero di tutto qui, ma il mio sogno è la mia Africa, un giorno voglio tornare a casa, non necessariamente dove sono nato, in Mali, anche altrove va bene, ma voglio tornare in Africa…». Boubacar, maliano, poco più di venti anni, musulmano, una pertica di due metri, anche più, fa una sintesi della sua storia che coincide con l’approdo in Italia. «Dovessi restare qui, non avrei problemi, mi impegnerei nel lavoro che so fare meglio, l’elettrauto; anche la Francia non mi dispiace».

Spiega il suo punto di vista sull’Italia e la Francia. «Due Paesi simili fra loro, quando studiavo passavo il tempo a fare ricerche, trovavo – e trovo – bello il senso di democrazia che esiste in queste due nazioni: il rispetto per chiunque, che tu sia bianco o nero, siamo tutti fratelli e fortuna o sfortuna non guardano al colore della tua pelle».

Sfortuna. «Non credo molto alla fatalità, ma ci sono stati episodi, due in particolare, che hanno segnato la mia vita: quando meno credevo, questi due argomenti sono diventati il tema principale della mia scelta, della mia fuga dal Mali».

Parla come fosse un libro, si arrampica nel suo italiano già buono. Si aiuta con i gesti, ma rispetto alla lingua parlata, mostra progressi importanti, da non crederci. «Devo questi passi avanti nel mio italiano ancora approssimativo – spiega “Bouba” – a una donna di servizio impegnata in “Costruiamo Insieme”, il Centro nel quale sono stato ospitato: devo molto alla cooperativa, si è presa cura di me, mi ha fatto sentire subito rispettato, quasi coccolato, rispetto a come ero stato trattato a casa mia…».

ITALIANO “APPROSSIMATIVO”

Usa l’aggettivo “approsimativo”, non è da tutti, mostra un bagaglio culturale più che rispettabile. Proviamo ad approfondire nel carattere e nei motivi della sua fuga. «Ho perso padre e madre – racconta Boubacar – quando ero ancora piccolo, un dolore che non si può spiegare: perdi buona parte di te stesso, ti manca l’insegnamento, il loro amore: fossero ancora in vita, sicuramente non sarei fuggito, mi sarebbero stati accanto, i genitori pensano sempre a dare il meglio ai propri figli».

Cosa accade, la scuola comincia a diventare un peso. Una cosa per volta. «Quando ho scelto la fuga, ho salutato mia sorella: non potevo più restare lì, venivano a mancare le cose essenziali per la mia crescita; la scuola, per esempio, la frequentavo con profitto, prima che i “miei” morissero, avevo ottimi voti: la mattina andavo a scuola e studiavo, il pomeriggio frequentavo un’officina dove apprendevo i primi insegnamenti per fare l’elettrauto; miei zii mi avevano preso con loro, mi avevano mostrato subito grande affetto, poi qualcosa è cambiato nei miei confronti: piccolo com’ero, e non lavorando, avevo bisogno di cinque euro – non è una cifra esagerata in Mali – con cui comprare penna e i quaderni sui quali scrivere appunti e studiare; un brutto giorno questo loro sostegno è venuto a mancare, di colpo sono diventati ostili nei miei confronti, come se volessero provocare una qualsiasi discussione e avere un motivo con cui allontanarmi: il loro affetto, sbocciato di colpo era sfiorito nello stesso modo, senza una ragione…».

Provassimo a cercarla, una ragione. «L’episodio che ha fatto il paio con quei cinque euro, forse, il rifiuto di allacciare un rapporto con una ragazza vicina di casa: nonostante fossi un ragazzino, loro – i miei zii, i vicini di casa, genitori della fanciulla – avevano già pensato a tutto, sarebbero diventati parenti, gli uni degli altri; non ne facevo un fatto di bellezza – una donna può o meno piacere – ma una questione di principio: avevo ancora da imparare, fidanzarmi o sposarmi la vedevo una cosa fatta troppo in fretta, volevo pensare serenamente al mio futuro: avrei potuto scegliere di vivere solo, per esempio…».

FUGA DA UN MATRIMONIO COMBINATO

Dunque, la fuga. «Non avevo altra scelta, salutai mia sorella, promettendole che un giorno sarei tornato – e tornerò davvero – ma non era il più il caso di vivere con addosso una forte tensione, con il pericolo che una parola fuori posto provocasse un litigio e poi una violenta discussione: non ci stavo, non volevo cascarci, così feci i bagagli – un borsone, non di più – e andai via».

Ancora una volta, fortuna, sfortuna. «Sfortuna – non era difficile capire da cosa fossi perseguitato – arrivai in Libia; fermato da miliziani, pestato a sangue, rinchiuso insieme ad altri in uno stanzone: non avevo soldi per riscattarmi, né parenti disposti a pagare la mia scarcerazione: lavoravo e prendevo botte, prendevo botte e lavoravo; quegli uomini che tenevano me e altri segregati in quei locali, picchiavano duro: avevano un solo principio, usare le armi come fossero un martello; non si accontentavano di infliggerti uno, due colpi alla testa e farti un male che non si può raccontare: volevano vedere il sangue, aprirti una ferita profonda, solo allora si sarebbero fermati…».

Alla fine, un raggio di sole. «Prima della fine, un’altra fuga, lavoretti, pochi soldi, utili a pagare il viaggio a bordo di un gommone: in settanta, tutti stretti come fossimo in una cassetta di frutta, ammassati; l’arrivo in Italia: finalmente il vento che cambia…».

«Stiamo con i deboli»

Andrea Occhinegro, portavoce dell’associazione ABFO

«Mio padre morto giovane, spinse me e la mia famiglia a impegnarci per i più bisognosi. Bello abbracciare i piccoli di una volta prossimi al matrimonio, qualcosa è cambiato in positivo nella loro vita. Mi ha fatto male la politica, qualcuno disse che avremmo voluto fare business trascurando gli indigenti»

Andrea Occhinegro, rappresentante ABFO, una delle associazioni di volontariato e assistenza presenti sul territorio. E’ lui il nostro graditissimo ospite dello spazio riservato sul nostro sito ad “Assistenza e Assistiti”. Con lui parliamo del suo impegno e dell’attività svolta in tutti questi anni in aiuto a gente in evidente stato di difficoltà.

Occhinegro, cosa l’ha indirizzata a fare associazionismo in modo così attivo?

«Ho compiuto questa scelta a causa di un evento luttuoso. Persi mio padre ancora giovane, tanto che in famiglia, insieme a mamma e sorelle, decidemmo di dar vita a un progetto benefico. Creammo dal nulla un’associazione che di fatto dalle sue origini si occupa di persone, famiglie, bambini, che vivono in condizioni economiche e sociali disagiate».

ABFO, acronimo che sta per Associazione benefica Fulvio Occhinegro. Quante cose ha già realizzato la sua associazione?

«Quando si parla di sociale c’è sempre tanto da fare, è un mondo infinito, a maggior ragione in una città nella quale c’è gente che soffre, ecco perché dico che il sociale non ha inizio né fine e c’è sempre da fare».Occhinegro 01Una cosa che ricorda con più orgoglio.

«Nel lontano dicembre 2012, dopo un tavolo tecnico in Prefettura al quale partecipò anche l’Amministrazione comunale di Taranto, riuscimmo a realizzare un Centro di solidarietà polivalente. In quell’occasione rispondemmo alle esigenze più importanti, quelle del pericolo-freddo: facemmo accoglienza in modo gratuito; ospitammo molte persone e il modo in cui ci spendemmo ci riempì di orgoglio. Quel Centro di solidarietà, poi, è andato avanti, esiste tuttora. Mi piace ricordare quel periodo in quanto a Taranto i senza fissa dimora dormivano per strada, non avevano altra possibilità di ripararsi dal freddo».

Cosa ci vorrebbe per una città come Taranto?

«Domanda impegnativa, l’accolgo volentieri, il problema principale di Taranto è che esistono divisioni: c’è sempre qualcuno che, invece di spendersi per il prossimo, ama criticare, esercizio sacrosanto, ma sicuramente più semplice da svolgere rispetto a un impegno giornaliero che assumono quanti fanno associazionismo: ma è più facile parlare piuttosto che fare, che si tratti di politici o si tratti di persone del sociale, del mondo della cultura. Credo sia proprio questo uno dei principali problemi di Taranto. E’ un atteggiamento che avverto un po’ ovunque, dallo sport alla cultura, al sociale appunto: la mia speranza è che prima o poi ci si possa sprovincializzare».Occhinegro 03Ci sentimmo tempo fa, fu attaccata. Qual è la reazione umana di una persona che si impegna nel sociale e viene, invece, indicata come elemento “inaffidabile”?

«Ricordo quel momento con amarezza, ma ritengo sia utile parlarne. In quell’attacco c’erano motivi di carattere politico. Fui accusato, insieme con la mia associazione, dopo cinque anni di ininterrotta attività nel sociale – svolta in modo del tutto gratuito insieme con la mia famiglia – di accompagnare all’uscita gente che non aveva risorse per mantenersi: ospitavamo, invece, cinquanta, sessanta persone a notte, compito molto impegnativo ma assunto con la massima generosità. Eppure a qualcuno era venuto in mente di indicarci come gente senza cuore, perché avevamo scelto di ospitare extracomunitari per fare business. Balla clamorosa, mai fatto, del resto bastava una telefonata in Prefettura per rendersi conto che non stavamo cacciando nessuno: ripeto, campagna elettorale. Un peccato, per discolparci da accuse inconsistenti dovevamo quasi schierarci con questo o quell’altro. Fu un brutto periodo, lo ricordo male, anche se poi ebbi modo di chiarire con l’interessato la polemica, tanto che in una successiva conferenza stampa lo stesso ritirò tuto quello che aveva detto».

Cosa vorrebbe si dicesse oggi della sua associazione?

«Il desiderio, sempre vivo, è che si continui a parlare della nostra associazione in termini benevoli, come un’attività nata per aiutare persone indigenti e continua a fare questo. Questo è il mio principale obiettivo. Ora che a distanza di quasi quindici anni incontriamo ragazzi felici e prossimi al matrimonio, e che avevamo aiutato da piccoli, ci riempie il cuore di gioia».

Un episodio, una battuta, riconoscenza.

«La riconoscenza ci interessa relativamente, facciamo assistenza senza aspettarci automaticamente sentimenti di gratitudine: capita, invece, di vedere gente che comincia ad essere autosufficiente e ci chiede di sospendere l’aiuto per fare del bene a chi in quel momento ha più bisogno».