Che sia Benedetta!

Pilato, un sogno, un pianto di commozione ai Mondiali di nuoto

«Taranto non la lascio, si può fare sport a certi livelli anche al Sud». Umile, lo studio prima di tutto. «Pura fibra bianca muscolare che sprizza velocità», aveva detto il suo tecnico. E’ l’atleta azzurra più giovane di tutti i tempi ad aver vinto una medaglia. Il sindaco Rinaldo Melucci le ha promesso una piscina olimpica.

Che sia benedetta. La vita della piccola Benedetta, che vuoi che siano quattordici anni per una gigante del nuoto, appena laureata vicecampionessa del mondo a Gwangju, in Corea del Sud. Lo stile preferito, i cinquanta metri rana. Quelli in cui ha pure minacciato per il massimo titolo la campionessa in carica, la statunitense Lilly King. Da non crederci. «Pensavo fossi arrivata terza, così ho scoppiato a piangere!». Terza, Benedetta? Seconda! «Seconda?», pianto a dirotto e testa sott’acqua. E’ la King, adesso rilassata, dopo la paura che quell’adolescente tarantina sul filo di lana le avesse annientato quella manciata di centesimi di secondo, la raggiunge e l’abbraccia. Commuove tutti. Alessandro Del Piero, campione del mondo, uno che non si è tirato indietro ai calci di rigore contro la Francia, davanti a un miliardo di telespettatori, non trattiene la sua emozione. Piange con lei, davanti alla tv. Fa di più, il campione, scrive su Facebook una lunga lettera alla ragazza.

Non è una favola, è «Tutto vero». La Gazzetta dello Sport, il giorno dopo le dedica una prima pagina che ricorda quel Mondiale di calcio in Germania. Tutto vero, appunto. Quella possiamo considerarla una copertina. «E’ nata una stella!», scrivono. E’ medaglia d’argento, ma per l’Italia è già “la campionessa”. Nessuno prima di lei aveva partecipato e vinto una medaglia ad un qualsiasi Mondiale. Quattordici anni e mezzo. Il suo pianto liberatorio, ha commosso il Paese. Benedetta, una di noi. Una che si è fatta strada cominciando ad allenarsi a Pulsano, perché di piscine e disponibilità, agli inizi, non ce n’erano. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dopo l’exploit coreano ha subito promesso: «Costruiremo una piscina olimpionica!». Così Benedetta potrà dormire mezz’ora di più.PILATO 01 - 1«Lo studio, prima di tutto!», aveva detto prima di partire per i Mondiali. Testa sul collo per un’atleta che sta facendo vivere un sogno alla sua borgata, Talsano, dove abita insieme con papà e mamma. E ai suoi compagni di scuola, il liceo “Maria Pia”, dove colleziona primati che sfiorano il nove in pagella. La rivelazione dei Mondiali di nuoto nei cinquanta rana è una ragazza educata, serena. Semplice.

Benedetta sarebbe una ragazza come tante se non fosse arrivata dove in Italia nessuno era mai arrivato: una medaglia mondiale a quattordici anni e sei mesi. Federica Pellegrini, monumento del nuoto italiano, aveva cinque mesi in più di lei quando esordì in una staffetta a Barcellona, nel 2003. La Gazzetta dello Sport traccia un suo profilo.

Il papà, Salvatore, anche lui un passato nel nuoto, è dipendente della Marina Militare a Grottaglie. Mamma Antonella, commessa, giocava a pallavolo. Il fratello Alessandro, come Del Piero, dieci anni, preferisce il calcio al nuoto. I consigli tecnici, però, arrivano dalla nonna. Che poi, altro che nonna, è giovane anche lei. «Ti è mancata l’ultima bracciata – le ha detto quando l’ha sentita – hai mollato prima, altrimenti avresti vinto!».

Benedetta Pilato comincia a due anni. A quattro, viene seguita dal suo primo e unico allenatore, Vito D’Onghia. «Questa ragazza – dice il tecnico – si vede a occhio nudo, è pura fibra bianca muscolare che sprizza velocità». Aveva ragione.

Benedetta frequenta il primo anno di Scienze applicate Maria Pia di Taranto, media dell’8,8. Dopo la scuola, un sonnellino, compiti e due ore di allenamento al “Solaris” di Pulsano. Piscina da venticinque metri. In Puglia da cinquanta ce ne sono poche. E lei, Benny: «Taranto non la lascio, si può fare sport a certi livelli anche al Sud». Che sia benedetta.

«Volevo morire!»

Dramane, ivoriano, ventuno anni

«Fuga e deserto, botte e caldo al mattino, freddo la notte. Prigioniero, andavo nei campi a spezzarmi la schiena e per tre giorni senza pane né acqua. Poi il viaggio, iniziato male, ma conclusosi bene grazie al Cielo!»

«Ho pregato perché morissi!». Frase forte, ma è Dramane, ivoriano, più maturo dei suoi ventuno anni, a pronunciarla. Spiega. «Avevo preso botte nel mio Paese, le avevo incassate anche in Libia, dove ero stato ridotto in schiavitù; mi ero ritrovato in pieno deserto esposto la mattina sotto un sole cocente e la notte a un freddo che accarezzava gli zero gradi; non c’era via di fuga da quei giorni, se non rivolgerti al Cielo e invocarlo di farla finita, di annientarti completamente».

Non era una fuga, bensì una tortura. Dramane si è ripreso poco per volta, una volta arrivato in Italia, ospitato in un Centro di accoglienza di Costruiamo Insieme. «Qui è come se avessi trovato una famiglia – dice – finalmente ho ripreso a studiare, cosa che facevo nel mio Paese, prima che un episodio cambiasse la vita a me e i miei cari, ma questa è un’altra storia: era stata la mia matrigna a decidere che non dovevo più studiare…». Non gli andrebbe di parlarne, ce ne aveva già fatto cenno in passato. Torneremo, a tempo debito, se Dramane lo vorrà. Dunque, cominciamo dalla fine, l’accoglienza, lo studio. «Ho sempre amato i libri e la scuola, non c’è bisogno che qualcuno ti spieghi da cosa dipenda la tua crescita, se non dallo studio e dalle relazioni umane, io che di umano intorno a me cominciavo a vedere ben poco, ormai…».

LIBIA E DESERTO, IL CIELO MI AIUTI!

Allora, il deserto, la Libia, bruttissime esperienze. «Il peggio che potesse capitarmi, nonostante avessi sentito amici e altra gente, più avanti, che mi incoraggiava a tentare “il viaggio”, imbarcarmi, superare il Mediterraneo e arrivare lì, in Italia, poi vedere quali sarebbero state le condizioni per restare o proseguire il cammino». Dunque, la fuga, l’arrivo in Libia. «Sembrava aspettassero me per scatenare una guerra civile così violenta, avevo trovato un Paese profondamente cambiato. Carri armati schierati, militari armati fino ai denti, spietati non solo a parole, ma anche con i fatti: non ascoltavano le tue preghiere, le tue invocazioni per avere acqua e cibo; qualsiasi cosa gli fosse avanzata, a me e gli altri compagni di viaggio, sarebbe andata bene; niente da fare, ci picchiarono senza un attimo di sosta, ci spinsero in un capannone dal quale era praticamente impossibile fuggire: lo scopo era semplice, la mattina ci svegliavano e andavamo a compiere mille lavori, da quelli di fatica a quelli nei campi; a schiena piegata, non c’era verso, e se rivolgevi lo sguardo a un sorvegliante, giù altre botte, il fatto che incrociassi il loro sguardo lo vedevano come una mancanza di rispetto: loro erano armati, dunque superiori; noi, a mani nude, esseri “inferiori!».

E, invece, le cose non stavano come quei militari pensavano. «Prima che guerra di nervi e ostaggio finissero, ci sono state di mezzo giornate e giornate di lavoro, settimane: finita la giornata, giusto il tempo di essere ricondotti nel capannone per dormire su un pagliericcio ed essere svegliati la mattina dopo, come se le ore di sonno fossero passate in un baleno; addosso avvertivamo ancora stanchezza e dolori del giorno prima…».

Avessero sfamato quei ragazzi che si ammazzavano ogni giorno di lavoro. «Ho lavorato anche tre giorni di seguito – ricorda Dramane, difficile dimenticarlo – senza toccare cibo: era così, con quei militari, ti picchiavano ferocemente e se non erano soddisfatti di te, del lavoro e del tuo comportamento, ti lasciavano a bocca asciutta, senza acqua, né un morso di pane».

AFFAMATI E MORIBONDI…

Alla fine, più che muoversi a compassione, vista la sopraggiunta debolezza, Dramane e i suoi compagni, furono abbandonati al loro destino. «Trovammo dove rifugiarci, deboli, sfiniti da fame e sete; non dovevano più trovarci, però. Per un accordo, più o meno condiviso, dovevamo letteralmente sparire dai loro occhi, altrimenti a farci sparire, e per sempre, ci avrebbero pensato loro. E lo dicevano per davvero, non certo solo per spaventarci. L’idea che avevamo ricavato dai loro comportamenti e da quanto qualcuno ci aveva raccontato, è che ci mettevano un attimo a fare fuoco per un qualsiasi motivo, anche il più banale».

Un rifugio, pochi soldi e la spesa in orari in cui non circolavano veicoli militari e ronde. «Poi tornavamo subito alla base, ma una volta finiti i soldi, l’unica soluzione era rivolgerci a Dio, metterci in cammino e sperare che le preghiere arrivassero fin lassù…».

Il deserto, il caldo, il freddo, invocare la morte. «Non c’era altra via di fuga se non dalla vita, fino a quando non arrivammo su una spiaggia e ci unimmo, disperati come eravamo, ad altri disperati come noi. Eravamo talmente disperati che anche l’imbarcazione era inaffidabile: avevamo preso da qualche ora il largo, quando cominciammo a vedere che il gommone cominciava a sgonfiarsi e imbarcare acqua. Una volta tanto, il destino ci venne incontro sotto forma di nave militare italiana: l’equipaggio ci avvistò, i militari italiani videro che stavamo per andare a picco e ci issarono a bordo; il viaggio per arrivare finalmente in Italia era durato quattro giorni, ero sano e salvo. Davanti a me la prospettiva di studiare e trovare lavoro, anche da artigiano: in Costa d’Avorio riparavo e lucidavo mobili, un lavoro che ho sempre amato fare, credo di essere bravo, ma sarei disposto a imparare qualsiasi lavoro, perché qualsiasi cosa facessi un giorno sarà sempre poca cosa rispetto a quanto ho subito. La mia famiglia sono mamma e tre fratelli rimasti lì; mio padre si è risposato, la mia matrigna mi aveva fatto prima ritirare da scuola e poi mi aveva di fatto scacciato, non sopportava l’idea che vivessi di studio e lavoretti: dovevo andarmene, così fu…».

«Assistenza domiciliare»

Patrizia Casarotti, presidente Ail di Taranto

«Facciamo l’impossibile per curare gli ammalati a casa propria. L’aspetto psicologico per pazienti e familiari è importante. Abbiamo compiuto grandi passi, ma non ci fermiamo, la ricerca deve proseguire: trovare una pillola per annientare le “chemio”, debilitanti. Ottimi rapporti con Avis e Admo»

Costruiamo Insieme incontra Patrizia Casarotti, presidente dell’Ail di Taranto, l’Associazione impegnata contro le leucemie. Presente sul territorio da cinque lustri, in queste settimane ha celebrato i suoi venticinque anni. Molto è stato fatto, ma tanto ancora la rappresentante dell’Ail è intenzionata a fare, divulgando l’importanza di essere presenti sul territorio, sensibilizzando chiunque voglia spendersi per quanti sono meno fortunati.

Quanto è stato fatto in questi venticinque anni?

«A Taranto l’Ail è nata il 4 gennaio del 1994, a disposizione pochi strumenti, ma tanta buona volontà. Col passare del tempo abbiamo allargato l’equipe interdisciplinare, fino ad avere l’organico odierno: tre medici, quattro infermieri, due operatori socio sanitari, un fisioterapista, una psicologa. Grazie a questo gruppo, ormai collaudato, riusciamo ad assicurare un’assistenza domiciliare a trecentossessanta gradi. In questo percorso di crescita, nel 1997 abbiamo acquistato un appartamento a Paolo VI, ciò per consentire al personale di seguire i pazienti che vengono a curarsi a Taranto da fuori regione. La scelta del quartiere è anche strategica, essendo la sede non molto distante dall’Ospedale Moscati».Casarotti Articolo 01L’importanza di un’associazione come l’Ail sul territorio.

«Come spiegava il prof. Mandelli, il paziente dovrebbe essere curato a casa, perché in un momento così particolare del suo status si senta più tutelato; anche l’aspetto psicologico ha il suo valore. Abbiamo dato risposta ai disagi che registrano i familiari dei pazienti quando di punto in bianco si trovano a dover fare i conti con la malattia; proprio in virtù di ciò, abbiamo pensato di organizzarci per l’assistenza domiciliare».

Quanti associati ha l’Ail?

«Venticinque, ma saremmo lieti di allargare il numero di presenze di associati al nostro interno: non nascondiamo che talvolta le idee sono più veloci del senso pratico; mi spiego, vorremmo dare sempre più spazio ai progetti che abbiamo in mente, ma per motivi di carattere pratico il più delle volte dobbiamo considerare forze e strumenti a disposizione: fossimo di più, di più sarebbero le cose sulle quali potremmo intervenire in modo concreto. Chi fosse interessato, può informarsi andando sulla pagina di Facebook o sul nostro sito: Ail Taranto; esiste un indirizzo mail al quale inviare richiesta di incontro con allegato un modulo che verrà posto all’attenzione del Consiglio di amministrazione».

L’importanza della prevenzione e dei controlli.

«La malattia del sangue, purtroppo, è silenziosa, improvvisa; arriva senza preannunciarsi con dolori o segnali allarmanti. Il controllo ematologico dovrebbe essere costante, i tarantini dovrebbero avere più cura di se stessi; talvolta gli ospedali sono affollati, ma occorre avere quei proverbiali cinque minuti di pazienza e dedicare più attenzione a se stessi». Casarotti Articolo 02Il venticinquennale celebrato al teatro Fusco, Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, gli artisti. C’è un desiderio che vorrebbe realizzare?

«Più che un desiderio, un sogno: vorrei che la ricerca proseguisse, che le leucemie venissero curate con delle compresse piuttosto che mediante sedute di chemioterapia, debilitante anche dal punto di vista psicologico per il paziente che si sottopone ad essa. Capita, a volte, che il familiare del paziente stia peggio dello stesso assistito; proprio a tale proposito stiamo pensando di fare dei corsi ai familiari degli assistiti perché anche loro possano sostenere i propri cari: spesso un sorriso, una parola incoraggiante, può tornare utile più di una cura.

Per quanto riguarda il Venticinquennale, devo ringraziare quanti, fra Comune e Orchestra, si sono spesi per porre per una sera il lavoro svolto dalla nostra associazione in tutti questi anni; gli artisti Mario Rosini e Mimmo Cavallo, Palma Cosa e , i Terraross e il conduttore della serata, Mauro Pulpito. Il nostro impegno e il nostro pensiero lo abbiamo rivolto a familiari e genitori coraggiosi, come papà e mamma del piccolo Francesco, che un mese prima purtroppo ci aveva lasciati; nonostante il dolore hanno voluto starci accanto, a sottolineare il nostro impegno manifestato fino all’ultimo a sostegno del loro figliolo».

Il rapporto con le altre associazioni sul territorio.

«Collaboriamo molto con Avis (Donatori sangue) e Admo (Donatori midollo osseo). Siamo in costante contatto con queste associazioni, i nostri pazienti hanno bisogno di trapianti. E’ allo studio anche un progetto, “Un viaggio per guarire”: contiamo di realizzarlo nel più breve tempo possibile, ospitare ragazzi dell’Ail di Brescia perché manifestino testimonianze di donatori e pazienti che da questi hanno ricevuto il midollo».

«Più spazio ai coloured!»

Tamara Wilson, il soprano delle polemiche alla vigilia dell’Aida

Non truccarsi il viso di nero per l’opera di Verdi all’Arena di Verona, è stata solo una provocazione. La cantante americana voleva segnalare l’impiego con il contagocce di artisti di colore nel mondo della lirica.

«Non voglio essere un ingranaggio in un meccanismo di razzismo istituzionalizzato». Parole forti, giunte quando meno te l’aspetti alla vigilia del debutto all’Arena di Verona. Città scaligera che si divide in due, anche se la maggior parte di questa riflette e si schiera con Tamara Wilson, soprano americano, che ha “tweettato” il suo punto di vista mediante uno dei social più veloci. Così il rimbalzo nelle redazioni di radio e tv, in quelle dei giornali. In Italia, dove apriamo dibattiti su qualunque cosa, dal cagnolino della Ricciarelli che “parla” e sui presunti furti di magliette del cantante Marco Carta, figurarsi se non c’è spazio per fare il punto su una provocazione così forte. In Italia, all’Arena di Verona, poi. Nella città dove talvolta si registra certa insofferenza per i “coloured” e la Lega il più delle volte vince a braccia alzate consultazioni elettorali.

Ma non spostiamo troppo il ragionamento, considerando che la provocazione, per così dire, provocata, merita una riflessione. Se non altro per il coraggio manifestato dalla Wilson. Altrimenti che li consultiamo a fare i social.  Dunque, «Non mi trucco, questo è razzismo istituzionalizzato». Detto che non osiamo pensare a un Gigi Proietti che riporta in scena “Otello” e alla vigilia della prima sbotta, il soprano imposta la voce e urla per farsi sentire, ma non per cambiare il colore della pelle alla protagonista dell’opera di Verdi, ma per portare a galla altro. Scandisce il messaggio forte con la sua voce perché la sentano ovunque.

In realtà, diciamo, anzi, scriviamo, qualcosa che altri – solo per questione di tempo e spazio, cosa andiamo a pensare… – la Wilson motiva il suo gesto con una protesta contro lo scarso impiego di persone di colore nel mondo della lirica. E qui la provocazione assume un altro aspetto. «Capisco che in molti non saranno d’accordo, ma devo convivere con me stessa». Intanto, Italia, terra di compromessi, qualcosa la Wilson la ottiene: ha ottenuto una gradazione più chiara per lo spettacolo di debutto.

CRONACA E CONCETTI

Per onore di cronaca, Aida. Lei è etiope, schiava degli egizi e da che Aida è Aida si sono sempre differenziati i due popoli in guerra dandoci parecchio consumando per le rappresentazioni liriche, tanto, ma tanto lucido da scarpe.

Dunque, Tamara Wilson non vuole ribaltare il “copione” verdiano, ma imprimere una decisa spallata al sistema lirico: giù qualsiasi ostacolo, più donne di colore nelle rappresentazioni sceniche. «Ho vinto una battaglia, ma non la guerra», ha scritto la cantante su Instragram alla vigilia della sua  Aida in Arena (stasera la sua ultima apparizione) annunciando in un primo momento di non voler essere truccata di nero, come prevede il personaggio (Aida, si diceva, schiava egizia).

Ma come ha reagito il popolo del web. Premesso che, in via generale, negli Stati Uniti truccarsi di nero per rappresentare persone di colore viene considerato poco rispettoso, il soprano ha insistito. «Spero che la mia voce serva ad aprire un dibattito», ha ribadito. Dibattito già cominciato, fra gli addetti ai lavori che sui social. «Grazie per il tuo coraggio e per aver aperto una discussione su questo tema»; «Sono queste le decisioni che cambiano il mondo»; «Il “blackface” è razzismo e non è colpa tua se il loro casting è razzista. Spero che il tuo gesto abbia fatto capire qualcosa a tutti loro».

Non sappiamo quanto durerà questo dibattito, di sicuro è ora di non schierarsi troppo spesso dalla parte del “politicamente corretto”. Essere social, fare sociale, significa dare voce a chiunque, anche a chi non ci trova d’accordo. Non esisteva Instagram o Tweet ai tempi di Voltaire, quando gli attribuirono una delle frasi più belle mai pronunciate dall’uomo: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». Sarebbe stata Evelyn Beatrice Hall (pseudonimo S.G. Tallentyre) nel 1906 a scriverlo nel suo “The friends of Voltaire” (ecco la confusione).

Detto questo, se questa frase fosse stata ribattuta oggi, di sicuro l’avremmo “ritweettata” facendo il paio con «Apriamo il mondo della lirica a più gente “coloured”!», firmata da Tamara Wilson. Che non finiremo mai di ringraziare per aver spostato il dibattito dal salotto di casa Ricciarelli al palcoscenico dell’Arena di Verona.

«Datemi un autolavaggio!»

Benjamin, nigeriano, il suo sogno

«Non voglio dipendenti, non sono abituato al comando, saprei sbrigarmela da solo. Anche fare il cameriere non mi dispiacerebbe. Costretto a lasciare il mio Paese alla scomparsa di papà. I miei zii ci estorsero un terreno con le cattive. La fuga, in Libia a lustrare auto, poi finalmente l’Italia»

«Sogno un autolavaggio tutto mio, non uno di quelli grandi da gestire con tanto personale da comandare: “comandare” è un verbo che non mi piace, sottintende qualcuno che deve obbedire senza fiatare e i miei ventitré anni vissuti in un Paese nel quale la regola principale è “Non esistono regole”, mi basta e avanza».

Benjamin, nigeriano, da due anni in Italia, potrebbe scrivere un romanzo, tanto la sua storia è articolata e piena di colpi di scena, molti dei quali dai toni drammatici. Un autolavaggio. Nelle “due chiacchiere” questo suo sogno sbuca da ogni parte. E’ diventata una fissazione. Ci fosse uno psicanalista magari penserebbe che da piccolo giocava con sapone e spugna. «Non è molto remota questa ipotesi, ho cominciato da adolescente a lavorare in una stazione di servizio in Nigeria: posso smontare un’auto, dai sedili ai fanali, tirare fuori posacenere e altri strumenti di bordo in un attimo; nessuno sa riconoscere un’auto dal suo interno meglio di me…», dice il giovanotto nigeriano, autolavaggio nella testa e sulla punta delle dita.

FRA SPUGNE E PRODOTTI PROFUMATI…

«In Nigeria lavoravo tutta la giornata, quasi mi dispiaceva dover staccare dal lavoro, quando questo non era massacrante, e c’è un perché…». Si spiega. «L’ho fatto anche in Libia, per guadagnarmi qualche spicciolo che mi sarebbe servito per pagarmi il viaggio per l’Italia: lì era tutta un’altra storia, le cose stavano cambiando, ero appena scappato dal mio Paese e mi ero temporaneamente rifugiato in una nazione nella quale si avvertiva, chiara, la guerra civile; lì i turni erano massacranti e i soldi li vedevi solo se al titolare di quello che era più un piazzale che una vera stazione di servizio, scivolavano dalle tasche: poco per volta, con molti sacrifici, stavolta con la schiena spezzata e sempre più spesso con la speranza che la giornata finisse al più presto, mettevo da parte i soldi per il viaggio per l’Italia…».

Ma se proprio Benjamin non riuscisse a realizzare il suo sogno, lustrare le auto a vita, avrebbe pure un piano B. «Il cameriere! E’ la seconda cosa che accetterei di fare con grande gioia: forse per tutti quei film visti in tv, dove il cameriere è sempre elegante; come seconda scelta servirei volentieri in un ristorante, sì è proprio quello che, alla fine, farei altrettanto volentieri».

Prima di tornare all’autolavaggio o in un ristorante o  una casa nella quale circolano maggiordomi, Benjamin racconta la sua storia. Comincia con un grande dolore. Fa uno sforzo, smorza il suo sorriso. «Mio padre morto, a causa di un male che non perdona: di questi, in Nigeria, ne circolano molti, ma a volte abbiamo l’idea che non sia stato la fatalità, bensì lo zampino di qualcuno cha ha dimestichezza con veleni o misture che nel giro di poco ti annientano letteralmente: fatto sta che mio padre è morto, prima di spirare convocò me, mia madre e mia sorella, per dirci che i suoi fratelli si sarebbero fatti avanti per reclamare il terreno di proprietà di mio padre: qui non esistono leggi, le regole di cui ti dicevo; sei il proprietario, sbandieri il tuo atto di proprietà, te lo strappano, gli danno fuoco e ne producono di nuovi, d’accordo con le autorità del posto».

O CEDI ALLA CORRUZIONE, OPPURE…

Nessuna trasparenza. «Anche gli avvocati si allineano a questo modo di fare, se non si fanno corrompere vengono minacciati di morte. Insomma, chiunque si avvicini ai tuoi interessi che, evidentemente, non coincidono con quelli del corruttore, sono guai!».

Con la scomparsa del capofamiglia i guai per Benjamin non tardarono ad arrivare. «Alla morte di papà, come aveva previsto il mio genitore quando era ancora moribondo, i miei zii si fecero immediatamente avanti: prima il nostro terreno ceduto con le buone, in cambio di pane e acqua; a modo loro si sarebbero presi cura di noi, ma avremmo dovuto lavorare per una razione di cibo giornaliera; poi le minacce: o cediamo con le buone o peggio per noi, le armi e la promessa di fare la stessa fine di papà, da qui il dubbio che papà fosse morto a causa di una malattia indotta…».

Così Benjamin, gambe in spalla scappa dal suo villaggio, dalla sua Nigeria. «Un Paese dopo l’altro, poi finalmente la Libia e l’Italia distante una traversata; mi sono sfiancato per settimane, ho messo da parte una somma modesta e poi avanzato la proposta al proprietario di una imbarcazione. “Non ce la faccio più, o ti prendi questi pochi soldi oppure io muoio e tu non vedi nemmeno questi spiccioli”». Il mare, l’Italia. «Palermo, il porto, un mezzo con il quale ci accompagnarono a Taranto, è qui che è cominciata a cambiare la mia vita: attendo una proposta per un autolavaggio, hai visto mai, qualcuno legge la mia storia e mi rintraccia attraverso il sito di “Costruiamo Insieme”?».