“Costruiamo Insieme” e il teatro

La cooperativa sostiene la rassegna in programma all’Orfeo

Martedì 26 novembre il “via” alla ventottesima Stagione a cura dell’Associazione culturale “Angela Casavola”. In scena la strepitosa Rimbamband che assicura risate interminabili.

C’è tanto “Costruiamo Insieme” nella ventottesima Stagione del teatro leggero a cura dell’associazione “Angela Casavola”. Dopo il brillante successo registrato lo scorso anno, con l’intervento in qualità di sponsor ed esclusivista in fatto di interviste (sito, youtube, web radio) con gli artisti in programma, ecco che quest’anno si profila il bis. A gentile richiesta, trattandosi di teatro.

Come per la scorsa Stagione, anche quest’anno i ragazzi ospiti della cooperativa parteciperanno in qualità di spettatori all’intero cartellone. E, anche quest’anno, avremo modo di documentare con foto e videoriprese entusiasmo e artisti lieti di intervenire sui nostri canali di comunicazione per manifestare la loro vicinanza.

L’apertura della Stagione di teatro leggero a cura di Renato Forte, toccherà alla Rimbamband. Martedì 26 novembre al teatro Orfeo di Taranto andrà in scena “The very best of Rimbamband”. Dopo la sospensione del tour nazionale di Raoul Bova per motivi di salute, primo nome in cartellone, degnamente sostituito da un titolo che sarà ufficializzato nei prossimi giorni, tocca alla formazione dei cinque eclettici musicisti pugliesi aprire la rassegna sostenuta da “Costruiamo Insieme”.

Raffaello Tullo, Renato Ciardo, Pasquale Maglione, Vittorio Bruno, Nicolò Pantaleo: sono loro la Rimamband. Iniziano insieme come formazione musicale di professionisti per diventare popolari e in modo dirompente, quando coraggiosamente cominciano a condire le proprie performance con trovate divertenti, poi grottesche, infine comiche. E’ una cifra, quella comica della Rimbamband, che riprende concetti che in altri Paesi riscuotono grande successo. I ragazzi pugliesi, infatti, ci mettono poco a farsi apprezzare con quel tratto che fa del loro repertorio uno dei più godibili da ascoltare e “vedere”.

Per ammissione degli stessi, quando a loro chiedono cosa sia la Rimbamband vanno in difficoltà. «La Rimbamband usa il linguaggio della musica a supporto di un contenuto comico», «È la musica che si dilata e che si fa guardare, oltre che ascoltare», oppure «La Rimbamband racconta la musica nel suo aspetto più folle e surreale».

Oggi hanno perfezionato il loro racconto. «Detto che confermiamo, tutto vero e condivisibile, mancava ancora qualcosa: ci rendevamo conto che davanti a tali definizioni la gente rimanesse spiazzata, in volto la tipica espressione, di chi è disorientato».

Mancava ancora qualcosa, un’anima. «Quella cosa che di giorno non riesce a far sentire la sua voce perché messa a tacere da tutto ciò che è normale, ma che di notte si ribella e timidamente comincia a cantare, impedendoti di dormire: canta lo swing quell’anima, poi incalza, vince la timidezza e balla, balla il tip tap; ci mette poco ad andare fuori di testa perché un’anima la testa non ce l’ha perché ha solo una gran voglia di giocare alla vita e raccontarla giocando».

Qual è sostanzialmente la traccia di un loro esilarante spettacolo. Un capobanda, tenta in ogni modo di cantare, suonare e ballare il tip tap; tutte le sere cerca soprattutto di mantenere un po’ di disciplina sul palco, ma è un tentativo frustrante, tanto che ormai, provato dall’ammutinamento del resto della band, ci ha rimesso tutti i capelli.

Assieme a lui, in scena, un batterista rumoroso e indisciplinato, che lascia sempre a casa la metà dei tamburi e alla fine non si sa mai con cosa riuscirà a suonare, un contrabbassista sognatore e stralunato e un sassofonista, che dopo tanti anni, è ancora convinto di essere in tour con la banda del suo paese. Neanche “Il Rosso”, pianista, jazzman virtuoso e beniamino del capo, riesce a riequilibrare le sorti di questa band squinternata e inquietante.

La Rimbamband, che definisce la sua anima un po’ rimbambita e un po’ bambina, “viaggia” insieme felicemente dal 2006. Da allora elaborano senza stancarsi un solo attimo tutti i linguaggi possibili dell’arte e dello spettacolo: musica, mimo, clown, tip tap, teatro di figura, rumorismo, fantasia teatrale, parodie. Il tutto sapientemente shakerato, intanto da un gusto musicale e della battuta secondo a nessun raffinato cabarettista, con un ritmo comico incalzante e servito con energia travolgente.

La Rimbamband ha iniziato ad essere ospitata nelle principali tv regionali. Comincia il tour più impegnativo sulle tv nazionali, dalla Rai a La7, fino a Canale 5. E’ Maurizio Costanzo ad accorgersi del loro autentico valore, tanto che li ospita prima su Sky Vivo (“Stella”), a seguire al “Costanzo Show” sulle reti Mediaset e al teatro Morgana di Roma (ex Brancaccino) all’interno della programmazione teatrale a cura dello stesso popolare anchorman televisivo.

«Peppino, rivalutiamolo»

Enzo Decaro, ex Smorfia con Troisi e Arena in scena con un De Filippo

A Taranto e Martina Franca la commedia “Non è vero ma ci credo”. «Provo a far conoscere alle nuove generazioni questo tipo di teatro e quanto sia importante  vederlo, riprenderlo, studiarlo, divulgarlo. Un peccato se dimenticassimo un grande artista. Massimo e il trio, spunti per i più giovani, ma Napoli non esistono più i Pino Daniele, Gragnaniello, De Simone, Senese, i Bennato di un tempo…».

Enzo Decaro, un tempo come “il bello della Smorfia”. Non che non abbia ancora il fascino di un tempo, ma è solo per farci capire chi sia il personaggio che stavolta abbiamo intervistato per il nostro sito, ospitandolo con la sua intervista fra le pagine di “Costruiamo insieme”, sul nostro canale youtube e sulla nostra web radio. E’ una chiacchierata interessante, fatta al volo, fra due rappresentazioni. In queste sue considerazioni, fra passato e futuro, l’idea costante di rivalutare un attore amato dal pubblico italiano, ma non del tutto noto alle nuove generazioni.

Per mettere un po’ di ordine nella carriera artistica di Decaro, fatta di tv e teatro, occorre fare un passo indietro. Un bel passo indietro e risalire esattamente a quarant’anni fa. Estate 1979, Yachting Club di San Vito, in scena c’è La Smorfia. Spettacolo in due tempi, protagonisti tre ragazzi baciati dal successo di “Non stop”, i “napoletani” Massimo Troisi, Lello Arena e, appunto, Decaro. Napoletani, anche se in realtà arrivano, nell’ordine, da San Giorgio a Cremano, Napoli e Portici.

E’ il regista Enzo Trapani ad inventarsi una tv tutta nuova, una “ballata senza manovratore”. Quella stagione televisiva irripetibile trascinò al successo anche Carlo Verdone, i “Gatti” Gerry Calà e Umberto Smaila, i Giancattivi Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, Zuzzurro e Gaspare, e altri ancora. Decaro a Taranto, per la Stagione di spettacoli promossa al teatro Orfeo dai fratelli Adriano e Luciano Di Giorgio, a Martina Franca per il cartellone della Stagione di spettacoli al teatro Verdi. In scena uno dei classici di Peppino De Filippo, “Non è vero ma ci credo”.

Almeno tre generazioni, cosa è cambiato nella vita artistica di Enzo Decaro?

«A quarant’anni di distanza, trovare un punto d’incontro fra tradizione e innovazione, con il lavoro che stiamo portando in scena, è estremamente importante, tanto quanto mettere in scena codici e linguaggi, anche questi da salvaguardare».

La scaramanzia “celebrata” nella commedia di Peppino sembrerebbe fuori contesto, invece è drammaticamente attuale. 

«Nello spettacolo produce ancora danni notevoli, è una di quelle credenze che andrebbero picconate per demolire una mentalità tristemente e saldamente radicata nell’inconscio collettivo; ci vorrà molto altro tempo per averne ragione, toccherà alle future generazioni prendere distanza da queste pessime abitudini».

Troisi, compagno di lavoro ne La Smorfia, ha lasciato un vuoto difficile da colmare.

«Ci sono molti attori e registi che presentano progetti, qualcosa che ha a che fare con lo studio, un attento lavoro svolto per mettere in scena un qualsiasi titolo. A me, più modestamente, piace pensare che quanto fatto principalmente da Massimo, anche ai tempi del trio, possa essere stato uno spunto, un incoraggiamento a quanti si avvicinavano a un cinema o un teatro brillante, sicuramente impegnativo indipendentemente da una cifra comica o drammatica».

La tv di oggi, da Zelig a made in Sud. Ci verrebbe da dire: non ci sono più i “Non stop” di un tempo. 

«Non lo scopro io, ma la tv è un prodotto della società in cui viviamo, diciamo che ai nostri tempi pensavamo e ci divertivamo in modo diverso. Tanto che, oggi, nel bene e nel male il piccolo schermo riproduce mediamente quello che circola in questi anni. Sul finire degli Anni 70, e parlo di Napoli, quando esistevano i Pino Daniele, Enzo Gragnaniello, Roberto De Simone, i Bennato, Senese e altri; si tiravano fuori pensieri e idee, a nessuno balenava nella mente una spregiudicata caccia al successo, a prescindere di come si arrivasse a questo; oggi è tutto cambiato, e non è solo certa teatralità napoletana ad averne risentito».

Peppino De Filippo, autore di “Non è vero ma ci credo”, una scelta meditata o istintiva? 

«Peppino è stato un attore straordinario, mai abbastanza rivalutato, come nel tempo accaduto per il grande Totò; in realtà la scelta di questo copione nasce da una volontà precisa, dedicare lo spettacolo a una grandezza, forse, mai riconosciuta in senso compiuto; lo stesso Luigi De Filippo, figlio di Peppino, aveva in mente un progetto da dedicare alla memoria del padre, nonostante fosse anche vicino allo zio Eduardo, che lui amava immensamente; infatti, “Non è vero…”, fa parte del teatro dei De Filippo, quando ancora Eduardo, Titina e Peppino lavoravano insieme, tanto che risulta naturale che battute e idee, poi maturate in ambiti separati, scaturivano dalla loro incredibile fucina teatrale, artigianale, artistica, una genialità inarrivata e inarrivabile; così considero che la scelta sia stata abbastanza naturale, onorando tanto una tradizione quanto un repertorio, che consentisse anche un salto nell’innovazione, nei codici di linguaggio».

Peppino e un personaggio magistralmente cucitosi addosso.

«Era l’approccio globale ad interessarmi di più, entrare nel progetto, una scrittura e una messa in scena condivisa con Leo Muscato, provvidenziale nel rispettare questa necessità innovativa prestando massima considerazione per la tradizione; per il resto, ho semplicemente cercato di calarmi nel personaggio con il gusto di spettatore, cercando di trasferirne sentimenti e caratteri della commedia, magari rinunciando a qualche atteggiamento di farsa; in sostanza, ho trovato interessante andare nella direzione della disperazione patologica del personaggio che, certo, fa anche ridere, ma che solo alla fine – posto davanti davanti a una scelta importante – si ravvede».

Teatro, tv e cinema. Quale di questi aspetti ti appassiona maggiormente?

«Non faccio calcoli, ritengo sia sempre importante lo spessore di un progetto, in qualsiasi direzione esso vada; proprio come accaduto per onorare la memoria del grande Peppino. Sarebbe un peccato dimenticarsene. Il mio impegno è proprio questo: far conoscere alle nuove generazioni l’esistenza di questo tipo di teatro e quanto valga la pena di andare a vederlo, a riprenderlo, studiarlo, divulgarlo».

«Sono stato cretino!»

Retromarcia del sindaco di Biella sul caso Segre-Greggio

Claudio Corradino, sindaco della città piemontese, aveva rifiutato la cittadinanza alla senatrice a vita scampata all’Olocausto per assegnarla al popolare presentatore televisivo. Dopo la bufera mediatica le scuse del primo cittadino con allegata ammissione di colpa.

«Sono stato un cretino, lo ammetto: chiedo scusa a Liliana Segre ed Ezio Greggio, anche se su questa cosa è stata fatta una speculazione indegna da parte di tutti e mi dispiace: il risultato è stato negativo, ingiustamente, ho commesso una grandissima sciocchezza diventata una cosa nazionale. La signora Segre non ha bisogno della cittadinanza del sindaco di Biella per attestare che lei, invece, è “patrimonio dell’umanità”, pertanto le chiedo ancora scusa: l’ho invitata anche a Biella per la Giornata della Memoria, non ho nulla contro di lei».

Con queste parole il sindaco di Biella, Claudio Corradino, si è scusato ai microfoni di “Stasera Italia”, programma serale in onda su Retequattro. Molti ricorderanno l’episodio in seguito alla polemica esplosa nell’attribuire la cittadinanza onoraria della città piemontese al presentatore televisivo Ezio Greggio, dopo averla rifiutata alla senatrice Liliana Segre, ottantanove anni, superstite dell’Olocausto e testimone della Shoah italiana. Era stato lo stesso conduttore di “Striscia la notizia” a porre al centro del dibattito il tema “cittadinanza onoraria sì, cittadinanza onoraria no” con un secco rifiuto all’invito del sindaco di Biella che solo una settimana prima l’aveva negata alla senatrice.

«Sono stato un cretino e chiedo scusa alla Segre e a Greggio». Riconoscere i propri torti in modo così secco, davanti a milioni di spettatori prima, di lettori poi, è stato un gesto importante. E non tanto per il “cretino” attribuitosi da solo dal sindaco di Biella, Corradino, che comunque ha commesso una grave sciocchezza, quanto per aver riconosciuto di aver commesso una grave leggerezza. Corradino non era il cliente di un bar di periferia nel quale stava sorseggiando di corsa un caffè prima di recarsi al lavoro. La dichiarazione l’aveva fatta con addosso la fascia tricolore di primo cittadino di una città considerata patrimonio dell’Unesco. Per contenere la polemica diventata virale, ci limiteremo a considerare ingenua la posizione del sindaco, che ha rifiutato le “chiavi della città” alla Segre, scampata all’Olocausto, per attribuirle appena una settimana dopo al popolare presentatore (non solo bravo, ma molto impegnato nel sociale)? E’ stato proprio Greggio a mostrare grande sensibilità compiendo un gesto forte e rispedendo al mittente la proposta di cittadinanza onoraria. Forse proprio l’atteggiamento di Greggio, ha riposizionato il tema al centro del dibattito, dopo che il rifiuto della cittadinanza alla Segre rischiava di passare quasi sottotraccia. Dunque, un “bravo” al conduttore di “Striscia” e una “sufficienza”, seppure stiracchiata, al sindaco di Biella che ha riconosciuto una leggerezza commessa in veste di primo cittadino. Dunque, tutto è bene quel che finisce bene.

Ma facciamo un po’ di cronaca a proposito di quanto ha generato il caso mediatico in causa. La polemica scoppia e diventa un caso politico. La giunta del Comune di Biella decide di nominare cittadino onorario Ezio Greggio, «Per la popolarità televisiva – questa la motivazione – come conduttore, giornalista, attore e regista, per il suo costante impegno attraverso l’associazione “Ezio Greggio per i bambini prematuri”; per aver contribuito a diffondere in Italia e nel mondo il nome di Biella» (il conduttore è nato a Cossato, cittadina in provincia di Biella).

La decisione della Giunta, intempestiva, era arrivata pochi giorni dopo il rifiuto del conferimento dello stesso titolo alla senatrice a vita, Liliana Segre.

Paolo Furia, segretario del Pd in Piemonte, aveva considerato provocatorio il gesto. «Niente contro Ezio e niente in linea di principio contro un titolo onorifico – aveva dichiarato il politico – per un uomo del nostro territorio che ha portato il nome di Biella in giro per tutto il Paese, però mi chiedo: perché non farlo tra due anni? Perché decidere di farlo a una sola settimana dal rifiuto di votare una cittadinanza onoraria per la nostra senatrice a vita perseguitata nazista e simbolo della nazione Liliana Segre?».

Considerata la bufera provocata dal caso, Greggio aveva deciso di rifiutare la nomina a cittadino onorario di Biella, «per rispetto nei confronti della senatrice Liliana Segre, per tutto ciò che rappresenta, per la storia, i ricordi e il valore della memoria».

Da quel momento in poi, la retromarcia del sindaco Corradino con tanto di scuse: «Segre non ha bisogno che arrivi il sindaco di Biella a darle la cittadinanza, è un “patrimonio dell’umanità” e le chiedo ancora scusa. L’ho invitata anche a Biella per la Giornata della Memoria e non c’è nulla contro di lei».

Infine, il punto di vista del sindaco di Biella. «Solo per una sfortunata serie di coincidenze la proposta di cittadinanza a Ezio Greggio e la mozione Segre si sono accavallate a livello temporale, dopo che con Ezio Greggio avevamo fissato la data del 23 novembre da oltre due mesi». Dicevamo “tutto è bene…”, ma stavolta c’è stata una marcia indietro con tante scuse e un «sono stato un cretino», un esercizio che molti politici dovrebbero compiere quando commettono un grave errore. E non sono al bar, ma rivestono cariche pubbliche.

Banda, musica e pettole

“Costruiamo Insieme” celebra l’ingresso nelle festività natalizie

Cinque del mattino, Santa Cecilia. La cooperativa sociale di via Cavallotti, invita una banda musicale, frigge nella sua cucina multietnica e offre il simbolo della tradizione tarantina agli abitanti della zona. Un “regalo” a quanti sono legati alle tradizioni.

Santa Cecilia, 22 novembre, cinque del mattino, sorpresa musicale i ragazzi ospiti della sede di “Costruiamo Insieme” di via Cavallotti a Taranto, ma anche per le centinaia di residenti, colpiti dall’inattesa sorpresa. La banda musicale diretta dal maestro Berardino Lemma ha eseguito novene per la gioia di tutti.

Per il terzo anno consecutivo, uno degli operatori del Centro di accoglienza, all’arrivo della banda musicale ha spalancato il portone. E’ un gesto di ospitalità, e di apertura del cuore per accogliere idealmente la ventina di musicisti che sta per intonare marce già celebri a quei tarantini da sempre legati a questa tradizione.

Molti ragazzi in strada, stretti fra giubbotti con bavero alzato, a partecipare con devozione ai brani religiosi eseguiti della banda musicale “Lemma”. Decine le persone dai balconi hanno ascoltato le musiche e applaudito le esecuzioni magistralmente eseguite da musicisti professionisti.I GIORNI Banda - 3E’ stato un momento di grande emozione. Anche i ragazzi ospiti del “Centro”, si sono affacciati dai balconi della struttura che li ospita unendosi idealmente a dirimpettai e cittadini scesi in un baleno dalle abitazioni.

Anche quest’anno, anziani hanno seguito l’esempio dei più giovani già in strada per assaggiare pettole calde, appena uscite dalla “frizzola” allestita nella cucina del Centro. A causa del primo freddo, chi è in età avanzata si chiude in un giaccone, preferisce osservare l’evento dall’alto. E’ l’abbraccio ideale fra genti. I migranti alla ricerca di speranza e calore; i tarantini, ad invocare speranza e un futuro migliore, per allontanare una crisi che parte da lontano.

A taranto ha avuto inizio il Natale. All’interno della sede, i ragazzi sono già attivi nell’allestimento dell’albero di Natale. Sarà addobbato a tempo di primato, considerando l’inizio delle festività natalizie che, com’è noto, a Taranto cominciano con largo anticipo. Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, è lontano più di due settimane, ma in città il profumo delle pettole che si sprigiona per le strade e le abitazioni dei tarantini racconta già un’altra storia. Gli odori del fritto circolano nell’aria: siamo, infatti, ufficialmente nel Natale tarantino. E non solo, posto che in provincia e nel resto della Puglia, ognuno introduce più o meno nel rispetto degli stessi tempi il Natale secondo le proprie tradizioni.I GIORNI Banda - 4In città cominciano all’alba. In alcuni quartieri anche prima. Quando è ancora buio, insieme con i profumi del fritto riecheggiano, nel silenzio, i rumori delle portiere delle auto, richiuse non appena escono i musicisti. Due minuti, il tempo necessario per sistemare ancora una volta la divisa e gli orchestrali si sono già disposti sul marciapiedi all’ingresso della sede di “Costruiamo Insieme”, in via Cavallotti 84. Il maestro Berardino Lemma, come da tradizione tramandata dal suo papà, artigiano e fondatore di una delle bande musicali più celebrate nel Tarantino, dà il segnale ai suoi musicisti.

E’ un attimo, dalle abitazioni vicine, si aprono porte e finestre, il Natale passa anche da queste consuetudini. Dal cuore dei ragazzi neri che vogliono integrarsi, accorciare le distanze con il territorio, cominciando da un gesto semplice. «Non vogliamo essere un corpo estraneo di questa comunità», ripete qualcuno dei ragazzi. Si documentano, si consultano i ragazzi dalla pelle scura e dal cuore candido. A Taranto il Natale comincia prima. Dolci, fritti e conditi con un cucchiaino di zucchero, dal nome e dall’accento strano, le pettole, e le novene eseguite dalle bande musicali che introducono alla festa più lunga dell’anno. Così gli ospiti del Centro mettono insieme le due cose, musica e pettole, ne avevano parlato con gli operatori che avevano subito trasferito questo desiderio alla direzione e alla presidenza. Detto, fatto. E’ l’alba, Santa Cecilia, ecco un primo “benvenuto” alle feste natalizie.

«Restituito alla vita!»

Yankouba, scappato dal Mali, intrappolato in Libia

«Picchiati senza motivo, costretti a lavorare in silenzio, anche per tre giorni di seguito senza toccare cibo. E poi i ragazzini, più crudeli di tutti, impugnavano fucili e sparavano alla schiena, come fosse un tiro al bersaglio!». 

 «Sei libero, puoi andare…». Un istante dopo, un colpo di fucile alla schiena, a distanza ravvicinata. Un poveretto giace steso, privo di vita, gli occhi rivolti al cielo. Yankouba, maliano, fede musulmana, così un giorno ci ha raccontato la sua storia. Senza tanti giri di parole. A che servono questi, se poi la sostanza è una sola: la vita appesa a un sottile filo, quello di un ragazzetto senza scrupoli che ha visto scene simili in un film violento, e d’improvviso ti pianta un proiettile in una spalla, senza pietà.

Tutto comincia con un incubo. «Zitto e lavora!». La manovalanza nei campi di raccolta è fatta di ragazzi di pelle nera rastrellati per strada, in Libia, per essere tradotti in uno stanzone di un edificio fatiscente. Porte enormi, solide, impossibile abbatterle. «Così robuste da scoraggiare a chiunque, sotto chiave – spiega Yan – venisse in mente l’idea di aprire uno di quei portoni e scappare ancora, come se la vita fosse una fuga continua».

Da un Paese all’altro. Quando pensi che possa tirare il fiato, ti tocca daccapo mettere gambe in spalla e correre. Fino a quando uno, due, dieci fucili non ti si spianano a un palmo dalla faccia.

La storia di Yankouba non è tanto diversa da quella di altri connazionali o amici per la pelle, nera, che i libici individuano con estrema facilità. Come fosse una mattanza, li accerchiano, li catturano, mai con le buone. Li spingono in spazi allo scoperto: cantine, edifici in disuso, masserie. Trascinati talvolta per i capelli, i ragazzi dormono in stalle, insieme alle bestie da accudire.

NON SOLO BOTTE…

«Ma è successo anche di peggio: non solo botte, anche intere giornate senza toccare cibo; c’era chi non reggeva questo ritmo, sveniva, pregava il Cielo che la tortura finisse, in un modo o nell’altro, che gli aguzzini si muovessero a compassione, gettando per strada i più deboli, oppure che mettessero fine a questa sofferenza, anche nel peggiore dei modi: un colpo di pistola o di fucile alla nuca».

Colpi di arma da fuoco. «Non sai mai da chi ti arriva – riprende il ragazzone maliano – militari o civili: girano tutti con armi in pugno; perfino i ragazzini, i più pericolosi di tutti, hanno in tasca una pistola: connazionali mi hanno raccontato di qualcosa come un gioco di società, “Se vuoi la libertà, scappa e non fermarti!”».

Trasformano degli esseri umani in bersagli, come fosse un tiro a segno, fatto di gare di precisione per il piacere di mettere fine a un cuore che batte. Miserabili assassini in erba che misurano le proprie capacità balistiche con la vita di coetanei che hanno la sola sfortuna di cercare una via di fuga dalle persecuzioni. Stabiliscono così una gerarchia: chi è il più bravo a colpire un bersaglio in movimento. Talvolta anche chi è il più crudele di tutti. «La Libia, non puoi evitarla, è la finestra che affaccia sul Mediterraneo e ci permette, a costo di rimetterci la pelle, di cominciare a pensare a una vita diversa, lontano da persecuzioni politiche e dalla fame».

Yankouba e un pezzetto della sua vita. «Agli italiani sarò grato a vita, riconoscente alla Marina italiana, che ha tratto in salvo me e decine di miei compagni in mare restituendoci di colpo alla vita!». Non è facile trovare le parole. Spiega a gesti, ingoia a vuoto, gli occhi lucidi. Gli fa male ricordare certi passaggi, ma ci prova, accetta di liberarsene, ma è come se avesse ancora un coltello piantato nel costato e qualcuno e lo torturasse ancora.

Alla fine Yankouba trova coraggio e parole. «Non ho potuto studiare nel mio Paese, non ne avevo le possibilità: mio padre è morto per malattia, dopo una lunga sofferenza, lasciando mamma, me e un fratellino; è anche per quest’ultimo che voglio trovare lavoro, qualsiasi esso sia, dopo la Libia sono disposto a enormi sacrifici: voglio guadagnare e spedire soldi a casa, questo voglio fare, perché il mio fratellino non passi attraverso la mia sofferenza».

ANCHE DOLORE E SOFFERENZA

Una malattia curabile, forse con una semplice vaccinazione e il papà di Yankouba non c’è più. Poche cure in Mali, ne sa qualcosa lo stesso “Yan”, vittima di una scarsa assistenza sanitaria. Ha una leggera zoppia. «I medici fanno quello che possono e chi non può pagarsi le cure, ha la vita segnata». Un episodio personale. «Anni fa sono stato vittima di un incidente: investito da un mezzo, mi hanno dato assistenza come potevano, poi mi hanno dimesso dall’ospedale nel quale ero stato trasportato; funziona così, ti rimettono in piedi come meglio possono, poi diventano affari tuoi. Zoppico un po’, forse con un secondo intervento riprenderei a camminare normalmente».

«Dovessi trovare un lavoro, uno qualsiasi, resterei volentieri qui: in Mali lavoravo nei campi, concimavo terreni, mi dedicavo al raccolto. Senza titolo di studio mi toccava fare qualsiasi cosa, ma non mi sono mai tirato indietro: vivere fra stenti e vessazioni, ho preferito andare via, magari crearmi un futuro, guadagnare poco, ma mettere da parte quel denaro da mandare a casa, per aiutare l’unico mio fratello, piccolo, a studiare: vorrei che la vita non fosse severa come è stata con me».

La Libia, un ritornello che torna in mente. «Dopo un viaggio fra difficoltà che non sto a ricordare, in quel Paese ho trascorso due mesi da dimenticare: fermato insieme a decine di fratelli neri, tutti al lavoro, a raccogliere olive, a spezzarci la schiena; poi, all’imbrunire, sorvegliati e reclusi in uno stanzone; un panino, nemmeno a parlarne, restavamo digiuni anche tre giorni di seguito; come se non fosse bastata la fuga dal mio Paese, due enormi porte ci impedivano di andare via, scappare; fino a quando un bel giorno ci siamo dati coraggio e abbiamo sfondato una delle due porte principali: non sapevamo neppure da che parte scappare, abbiamo solo seguito l’istinto».

Anche in Libia qualcuno dimostra di avere cuore. «Tre mesi di lavoro – spiega Yankouba – per ripagare un uomo che ci dava assistenza, ci sfamava e ci aveva promesso che avrebbe provveduto a trovare un gommone sul quale imbarcarci: così è stato, mare aperto, una nave italiana in lontananza, finalmente salvi!». Li raggiunge una nave Militare italiana che li conduce in porto, poi il viaggio verso il Centro di accoglienza.