«Mai rubato lavoro!»

Mosi, uno dei tanti ragazzi impegnati nella raccolta nei campi

«Secondo qualcuno i neri amano il far niente, altri che toglieremmo occupazione; un datore, invece, mi ha confessato che i figli non vogliono saperne di sgobbare fra frutte e verdure. Rispetto quanti scelgono il cappellino per vivere di elemosine, ma preferisco guadagnare sudando…»

«Per favore, non parliamo delle solite cose, dei neri che arrivano in Italia, non hanno voglia di lavorare e li trovi agli angoli delle strade e, peggio, davanti a un bar o un supermercato con un cappellino stretto fra le mani ad elemosinare pochi spiccioli: come gli italiani, i tarantini, i neri non sono tutti uguali – la maggior parte, sfido chiunque a dire il contrario – c’è chi vuole lavorare, a costo di spezzarsi la schiena nei campi, a raccogliere frutta e verdura!».

Mosi, uno dei nostri tanti amici, determinati, arrabbiati – se vogliamo – ce l’ha con quanti fanno di tutta l’erba un fascio e non usa tanti giri di parole. Lo avevamo già ascoltato il suo punto di vista su temi delicati. Ci soffermiamo, però, su uno dei luoghi comuni, spesso dibattuti dagli italiani, tanto da aver diviso questi, in due scuole di pensiero: quelli che sostengono che i neri «non hanno voglia di far niente» e quanti, invece, dicono che «i neri – sempre loro e chi sennò, sottolineato con la massima ironia – vengono in Italia e rubano quel poco di lavoro ancora disponibile».

«Basterebbe questo – dice Mosi, il suo discorso non fa una grinza – a far capire alla maggior parte degli italiani, quella che ci rispetta, e sono tanti a volerci bene, che i neri non possono essere considerati nello stesso momento sfaticati e “ladri” di lavoro: quelli che ci danno addosso, però, devono decidersi; oltre al rispetto, oggi c’è anche tolleranza, non vedo la gente osservarci con disprezzo, guardarci come “quelli che sono venuti ad occuparci”: i primi tempi non sono stati facili; quando entravamo in un locale, un bar – faccio un esempio – e c’era gente, avevo netta la sensazione che tutti stessero osservando me, si guardassero fra loro, accennassero un sorriso d’intesa come a dire “eccone un altro!”».

ELEMOSINARE, MAI!

Non è così, Mosi insiste. «Detto che fra noi, c’è una minoranza che occupa l’uscita di bar e supermercati per stendere una mano e chiedere pochi centesimi – qualcosa che io non condivido, ma rispetto come scelta non conoscendo i problemi dei singoli… – anche fra gli italiani, c’è una minoranza che proprio non vuol saperne di aprire un dialogo con noi: si sono fatti un’idea sui neri, in genere, fin dall’inizio e quella è…».

Difficile farli ragionare. «Non ci pensano nemmeno, faccio un altro esempio: una mattina sono entrato in un bar, ho fatto un biglietto per il bus, bene, non volendo sono stato oggetto di discussione, tanto che per poco due tarantini non litigavano furiosamente fra loro: uno diceva che non era il caso facessi il biglietto, perché a Taranto non sono abituati a pagare i trasporti pubblici, poi a maggior ragione essendo nero cosa vuoi che mi avrebbe fatto un controllore se non sorvolare; l’altro sosteneva, invece, che era giusto facessi il biglietto, perché se noi neri vogliamo far parte di una società è bene accettare le regole che questa invita a rispettare. Ovviamente sono d’accordo con il secondo, ma i due se le sono dette con toni accesi, da litigio. Fatto il biglietto, sono andato via, ho lasciato i due che hanno continuato a fare discorsi scontati ai quali io, francamente, non faccio più caso: insomma, un ragionamento, due punti di vista diversi».

Torniamo per qualche istante al lavoro, agli africani che sostano davanti a supermercati e bar con il cappellino. «Anche io ho fame come loro – spiega Mosi – sono stato ospitato dal Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”, ma fin dall’inizio anche invitato a guardarmi intorno, fare corsi, perfezionarmi in materie nelle quali sono portato, perché “L’accoglienza non è per sempre!”, mi spiegavano; è giusto, così mi sono dato da fare: detto che avevo scartato da subito il “cappellino” all’uscita di un locale per chiedere spiccioli, sono andato a lavorare nei campi, insieme con altri fratelli neri: a raccogliere frutta e ortaggi».

«FORTUNA CI SIETE VOI!»

Non è il primo, non sarà l’ultimo. «Il mio datore di lavoro – prosegue – con il quale ho stabilito un buon rapporto, quasi benediva che in Italia fossero arrivati i neri, perché nei campi non vuole più lavorarci nessuno; gli ho spiegato che il raccolto ce lo abbiamo nel sangue, basti prendere i neri e le piantagioni di cotone negli Stati Uniti: ma non sappiamo fare solo questo, gli ho spiegato, siamo esseri umani, abbiamo una mente uguale a quella dei bianchi, la stessa voglia di studiare e, perché no, la stessa voglia di lavorare, visto che con me c’erano molti bianchi a fare il mio stesso mestiere».

Ultima considerazione. «Entrati in confidenza – conclude Mosi – il datore si è anche un po’ sfogato. In vena di confidenze, mi ha detto che i suoi figli e i figli di altri proprietari di terreni e vigneti, non vogliono saperne di fare il nostro lavoro nei campi; spesso i loro ragazzi sono partiti per studiare e stabilirsi al Nord, salvo poi tornare per fare uno dei mestieri più antichi del mondo, detto dal mio datore stesso: i mantenuti. In attesa di tempi migliori – questo il loro punto di vista – i figlioli restano comodamente a casa, a loro ci pensano papà e mamma».

Tanto a raccogliere frutta e verdure nei campi, ci pensano Mosi e i suoi fratelli.

Alda, la tarantina

Silvano Trevisani e la sua opera sulla Merini, straordinaria poetessa

Scomparsa nel novembre di dieci anni fa, il giornalista-scrittore illustra in “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica (“Macabor”) un aspetto inedito della grande autrice. Sposata con Michele Pierri, poeta tarantino, scoperta dal critico Giacinto Spagnoletti, anche lui tarantino, trascorre un periodo a Taranto. «Amava la poesia in genere, anche quella di chi, come me, Carrieri e De Mitri si cimentava con la composizione in versi»

Claudio Frascella

In questi giorni si è celebrato il decimo anniversario della scomparsa di Alda Merini, deceduta l’1 novembre del 2009 a 78 anni. La poetessa milanese per un periodo aveva vissuto anche a Taranto, sposata in seconde nozze con Michele Pierri, anche lui poeta. A proposito di questa sua permanenza sulle rive dello Ionio, abbiamo ospitato negli studi di “Costruiamo Insieme” in via Cavallotti a Taranto, il giornalista-scrittore Silvano Trevisani. Autore di una terza opera sulla poetessa, Trevisani ci ha illustrato nei dettagli il libro “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica, edito da “Macabor”.

Trevisani, una raccolta di testimonianze su una delle poetesse italiane più amate. Quanto era importante fare chiarezza su Alda Merini “tarantina”?

«Molto, ai tempi in cui curavo la pagina del Corriere del giorno, mi capitava spesso di leggere notizie imprecise sulla vita della Merini e, soprattutto, di biografie che ignoravano il periodo tarantino della poetessa del quale non molti – secondo informazioni che circolavano a quei tempi – era a conoscenza. In quelle “bio”, spesso si concludeva drammaticamente, con “l’internamento della Merini nel manicomio di Taranto, nel quale trascorre un lungo periodo”. Un qualcosa che, francamente, non solo al sottoscritto, provocava fastidio. Fra le imprecisioni: Taranto non è mai stata sede di un manicomio; lei non è mai stata “internata”, piuttosto – rimasta sola, il marito malato terminale… – ha trascorso solo alcuni giorni nell’ospedale SS. Annunziata; qui, fra le altre cose, la Merini aveva trascorso un bel periodo, tanto che mi è sembrato giusto ricostruire quei giorni e ripristinare la verità».TREVISANI 01 - 1Un libro-raccolta di poesie e contributi, ha richiesto un lungo lavoro.

«Più di un anno per trecento pagine. E’ il mio terzo lavoro su Alda Merini. Il primo è stato una ricostruzione documentaria sugli anni tarantini di una delle poetesse italiane più amate, revisione della sua biografia compresa, pubblicata in passato dall’editore “Manni”; su un altro volume, “Furibonda cresce la notte”, pubblicai inediti e introduzione.

In quest’ultimo volume, invece, ho compiuto una sintesi del suo periodo tarantino così da inserirla nella storia della poesia pugliese di cui lei ha fatto parte. Ospite del libro Michele Pierri, suo marito, tarantino anche lui, uno dei più grandi poeti del Novecento; ho pubblicato, inoltre, opere di altri poeti pugliesi, fra questi i tarantini Cosimo Fornaro, Giovanna Sìcari, un omaggio rivolto alla Merini da parte dei nostri poeti viventi, fra questi Dino De Mitri. Non è stato semplice raccordare un progetto così articolato, raccogliere i contributi di studiosi importanti».

Alda Merini, qual è stata l’impressione del cronista?

«Ho sempre scritto poesie e il riferimento di noi giovani era Giacinto Spagnoletti, grande critico, scopritore di Alda Merini, personaggio inarrivabile, per mille motivi. Per me, Angelo Carrieri, Giulio De Mitri, faceva da tramite lo stesso Pierri, medico senza eguali, antifascista, politico impegnato e grande poeta. Era a casa di Pierri che incontravo Alda, ogni volta era una scoperta; la prima cosa che faceva: ti sfilava le poesie dalle mani e le leggeva per entrare nel tuo mondo, comprendere chi fossi, cosa scrivessi, per poi declamarti le ultime cose da lei scritte.

Quando lei e Pierri si sposarono, dal Corriere mandarono una collega per un servizio. Una cronaca leggera, Alda aveva anche toni festosi; era generosa: acquistava qualsiasi cosa per regalarla a persone a lei care; passava interi pomeriggi al ristorante “da Basile”: dopo pranzo amava intrattenersi e parlare di tutto con gli altri clienti del locale, fra una sigaretta e l’altra, lei accanita fumatrice.

Scrisse a un poeta tarantino, Pasquale Pinto: “Abbiamo molte similitudini”, poi “mi piaci, perché sei buono”; era molto attenta a quanto accadeva, amava scrivere recensioni su qualsiasi cosa esprimesse arte. Quando il Corriere chiuse – editore introvabile – lei con il marito e altri tre intellettuali firmò un manifesto a difesa e rilancio del Corriere del giorno. Questo per far comprendere quanto lei fosse dentro le cose».TREVISANI 04 - 1 “Alda Merini, tarantina, in viaggio con lei nella Puglia poetica”, nella bibliografia della poetessa, questo libro dove potrebbe essere collocato?

«Forse nelle creazioni di Alda. Passa in rassegna due momenti poetici molto importanti. Due poesie significative dedicate a Taranto, per esempio: la prima, quando sognava di venire in città, mentre non riusciva a convincere Michele; l’altra, quando ripartì da qui, sapendo che non vi tornerà più. Nel libro, un intervento poetico della figlia maggiore, Emanuela, che per la mia presentazione ufficiale ha inviato un messaggio video; una foto della terzogenita di Alda, Barbara, invece, l’ho pubblicata su un altro mio volume: in una intervista rilasciata al Corriere della sera su una sua breve permanenza in casa Pierri, Barbara ebbe a dire di essere stata trattata come un regina: la cosa non mi meravigliò, Michele era fatto così, un generoso. Credo, inoltre, sia stato importante coinvolgere altri scrittori in questo viaggio con lei nella Puglia poetica».

Uno sforzo. Secondo te, cosa avrebbe detto Alda Merini se avesse visto tutto questo interesse attorno a sé oggi?

«Si sarebbe commossa, avrebbe invitato tutti a cena: amava circondarsi di gente, di poeti anche alle prime armi, avrebbe letto i loro scritti e avrebbe dispensato consigli sul come scrivere e approcciarsi a un mondo così affascinante come quello della poesia».

«Impara l’arabo…»

Milano, in una scuola elementare si fa vera integrazione

«…e mettilo da parte». Sette studenti egiziani hanno scritto un dizionario. E regalato alla loro maestra perché comunicasse meglio con due connazionali appena giunti in classe. L’iniziativa, lodevole, viaggia sui social e diventa un caso nazionale. Da prendere come esempio, stavolta.

«Maestra Antonella, ci sono due nuovi nostri connazionali in aula, loro non conoscono una sola parola di italiano, potrebbe tornarle utile questo dizionario arabo-italiano-arabo per aiutare questi alunni ad integrarsi con la nostra classe?».

C’è tutto in una frase simile, da noi sintetizzata – tutto, infatti, parte da un post della stessa docente – a cominciare dal senso civico espresso da sette alunni di origine egiziana che hanno pensato bene di aiutare i due bambini appena giunti in classe che avrebbero avuto problemi, come loro, al momento dell’iscrizione.

E’ accaduto a Milano. E’ proprio in una scuola del “severo” capoluogo meneghino che una una insegnante di scuola elementare ha ricevuto in dono qualcosa di decisamente insolito, sicuramente molto utile considerando il ruolo delicato di una insegnante che deve impegnarsi ad aiutare i piccoli all’inserimento in una società a loro sconosciuta.

Il dono è vocabolario arabo-italiano scritto a mano da alcuni suoi piccoli studenti, utile nell’aiutarla a parlare, spiegare, conversare meglio con tutti i suoi alunni.

NEL CAPOLUOGO LOMBARDO…

Una storia, questa, che arriva dall’Istituto comprensivo “Giacosa” di Milano (da quelle parti noto anche come “Parco Trotter”). Protagonista la maestra Antonella Meiani che, con un post su Facebook, rende nota una incoraggiante e condivisa idea che hanno avuto alcuni suoi piccoli studenti egiziani.

La maestra spiega. “Nella mia classe ci sono sette bambini egiziani, due sono da poco arrivati nel nostro Paese; hanno evidentemente problemi di lingua, non riescono a comunicare bene con me e il resto della classe che non parla arabo”.

Il problema viene risolto dai compagni egiziani nati in Italia e, dunque, perfettamente padroni della nostra lingua. Parlano così bene l’italiano che redigono un mini dizionario “arabo-italiano” in cui sono presenti le parole più importanti che servono alla maestra per farsi capire.

Nell’originale vocabolario, scritto a mano su fogli bianchi, c’è davvero di tutto: parole più gentili ed educate come «ciao», «come stai?», «grazie» e «va bene», a numeri e verbi più importanti e utilizzati a scuola come «colora», “studia”, «aspetta» e «hai finito?».  Non manca la parola «bravo», che questi ragazzi così volenterosi meritano una lode. E non finisce qui, perché i bambini che hanno scritto il “loro” dizionario, prima di regalare alla maestra Antonella,  intitolano così la loro opera: “Imparare l’arabo (studiare)”. Un applauso ai piccoli autori del dizionario. Non dice una cosa, però, l’insegnante: che i suoi volenterosi alunni non hanno scritto in…arabo, ma in una lingua comprensibile. Dunque, l’“esperanto” è servito.

L’ARABO, UNA RISORSA

L’originale vocabolario è tato scritto sia in arabo che in italiano, come un normale dizionario, pronuncia compresa, lo scoglio – quest’ultimo – più complicato da superare per chi deve imparare lingue difficili come l’arabo.

Grande soddisfazione per la maestra, ma anche per l’Istituto scolastico di colpo trovatosi su molte delle prime pagine dei quotidiani locali e nazionali. E, soprattutto, dei due alunni egiziani che non finiranno mai di ringraziare i loro compagni di classe di origine egiziana, che hanno manifestato amore per il prossimo. Definizione che forse manca nel dizionario in questione, ma che può essere aggiunta quando si vuole. Del resto, il più è fatto. Dunque, come il vecchio adagio italiano sull’arte, ci verrebbe da dire «Impara l’arabo e mettilo da parte».

«Cominciamo da lui!»

Ouattara, ivoriano, racconta una violenza inaudita

Un amico freddato con un colpo di pistola. «E’ accaduto in Libia, una banda di malfattori priva di scrupoli. Agivano spesso con il volto coperto. Volevano i nostri soldi, quando un giorno Ali, provò a far capire che non ne avevamo. Uno di questi non ci pensò due volte, voleva dare un esempio a noi altri e sparò a bruciapelo…».

«Non avete soldi? Peggio per voi, cominciamo da lui!». Un colpo in pieno petto e per Ali, giovane maliano con tanti sogni nella testa e nel cuore, non c’è più niente da fare. Un giovanotto, incappucciato e mosso da una inaudita violenza, spacca in due il cuore di quel ragazzo che stava provando a mettere insieme soldi che gli permettessero di pagarsi il viaggio della speranza. Sembra una scena sbucata da un film di Quentin Tarantino, protagonisti killer che sparano a bruciapelo come fossero a un tiro a segno del luna-park. Ce lo racconta il ventiseienne Ouattarà, pronuncia alla francese, con tanto di accento finale, lui che è cittadino della Costa d’Avorio, dove si parla la lingua transalpina e da dove lui, come tanti suoi connazionali, scappano per cercare un futuro migliore. «Lavoravamo in Libia, una società di costruzioni, e ogni settimana, più o meno – racconta – subivamo una rapina: non facevamo in tempo a tirare un sospiro di sollievo per aver messo un altro mattoncino nel costruirci il nostro sogno, che nell’abitazione nella quale io e altri colleghi, muratori come me abitavamo, che la solita banda di malviventi penetrava con volto coperto e pistole in pugno per chiederci il danaro che avevamo appena riscosso per il nostro lavoro».

Storie di inaudita violenza, si diceva. «La sera – ricorda il giovane ivoriano – prima di addormentarci sfiniti dalla fatica, a turno ci raccontavamo i nostri sogni, non sempre finivamo di parlarne, c’era sempre chi si addormentava prima del finale». Quando un brutto giorno, un brusco risveglio. «Malviventi, pistola in pugno, ci intimano di consegnare loro i nostri risparmi: una volta mi era anche capitato di sentire il freddo di una canna di pistola puntata alla tempia: gente che faceva seriamente, tanto che non fecero sconti al povero Ali, freddato con un colpo solo; potevo essere io, la vittima, una roulette mortale degna del “Cacciatore” di Cimino».

FUGA DALLA “COSTA”…

La storia di Ouattarà, comincia dalla prima fuga. «Costa d’Avorio, conflitto civile, non sai se torni a casa: si spara ovunque, per le strade, nelle attività commerciali, nei bar, in atto c’è una vera e propria guerra xenofoba; secondo il governo doveva passare l’idea di “ivorianità”, l’appartenenza allo Stato e ad un’idea di razza eletta; per le milizie qualsiasi cosa rappresentava un buon motivo per picchiare, sparare: così, io e alcuni miei amici decidemmo di fuggire».

Una fuga a malincuore. «A casa, mamma, non ce la faceva più a mantenermi, a sfamarmi e farmi studiare, così sono andato via. Ricordo l’attività, un negozietto di abbigliamento nel quale a malapena la mamma guadagnava quel poco che serviva per mangiare».

Il negozietto affascina Ouattarà, tanto che esprime un desiderio. «Uno di quelli grandi – sorride – qui, in Italia, capitale della moda, mi piacerebbe fare il commesso in un grande negozio di abbigliamento, uno di quelli che si vedono al cinema: ecco, il sogno sarebbe un selfie fra banconi e scaffali da mandare a mamma, come se avessi realizzato un sogno; mi è capitato spesso di sfogliare vecchi giornali, leggevo di Parigi e Milano, di via Montenapoleone, bello se un giorno lavorassi in uno di quegli atelier…».

«Milano e Parigi, c’è un perché – spiega il giovane ivoriano – lì risiedono già miei amici: non vado lì per fare lo stilista, ma trovare un posto per fare il commesso, se poi mi capitasse di farlo in via Montenapoleone e, per giunta, in uno di quei negozi esclusivi, farei salti di gioia».

MILANO, FORSE PARIGI…

Milano, forse Parigi. «Ho un cognato in Francia; mia sorella, più grande, trentuno anni, aspetta momento e denaro sufficiente per raggiungerlo: non è facile, sarebbe però l’occasione per ricongiungerci, riabbracciarci, stare insieme qualche giorno nella massima serenità e provare a dimenticarci miserie e tragedie non solo di un Paese, ma di un intero continente».

Il viaggio di Ouattarà verso la libertà. «Partito da casa con pochi spiccioli – ricorda – arrivo in Mali, i soldi finiscono presto; il viaggio prosegue con un signore: “Mi pagherai con il lavoro, sai fare il muratore?”, è la fame a spingermi a imparare in fretta; una settimana di lavoro, poi resto con il mio benefattore per mettere insieme altri soldi: trovo casa, divido l’affitto con altri ragazzi in cerca della stessa libertà, subisco con loro mediamente una rapina a settimana; ogni volta mi tocca ricominciare, tanto che per mettere insieme i soldi necessari per pagarmi il viaggio ci ho messo tredici mesi; alla fine, però, sono arrivato in Italia, a Tarano: voglio imparare la vostra lingua, mi dicono che sto compiendo passi da gigante, così spero di partire e raggiungere finalmente i miei amici a Milano e, perché no, mia sorella e mio cognato a Parigi».

«Si fa presto a dire…»

Flavio Oreglio, ospite di “Costruiamo Insieme”

Il popolare artista di Zelig racconta l’apertura della rassegna “Cabaret al Tarentum”. «In tv ho fatto qualcosa che somigliasse a quel genere di spettacolo. Fare il comico è un’altra cosa, ci sono artisti che vengono dal varietà. Provo a parlare alla testa della gente, non alla pancia».

Flavio Oreglio, noto al Derby quanto a Zelig, il programma televisivo che ha imposto le sue poesie catartiche. E’ stato il primo ospite della rassegna “Cabaret al Tarentum” sostenuta da “Costruiamo Insieme”. Otto artisti in tutto, una volta al mese, la domenica alle sette di sera, lontano dai fischi dei campi di calcio. Unico sistema perché le famiglie, tutte, possano fiondarsi nell’auditorium di via Regina Elena nel quale Renato Forte, direttore artistico del cartellone con l’associazione “Angela Casavola”, ha concentrato talenti collaudati e nuovi della risata.

Dunque, Flavio Oreglio, il Derby, Zelig.

«Ho avuto la possibilità di fare un provino al Derby, ai tempi in cui era ancora il locale del cabaret: fui scartato, davvero, ma non mi arresi. Dunque, debuttai, una sera, poco dopo il locale chiuse: problema cronologico, aveva evidentemente fatto il suo tempo, non un motivo causa-effetto».

Cabaret, vivo e vegeto?

«Il cabaret è vivo e vegeto, però bisogna sapere dove andare a vederlo. Il problema più grosso è confondere – come accade da quarant’anni a questa parte – il cabaret con la comicità: i comici non appartengono al mondo del cabaret; con il cabaret si ride, certo, ma è la dimostrazione che non bisogna essere comici per far ridere».

Come si sopravvive a una tv mordi e fuggi?

«Il cabaret non si può fare in tv, puoi fare qualcosa che gli assomigli: la sua caratteristica sta nell’essere libero di fare e dire ciò che ti passa per la testa e in questo la tv è un filtro».

Il cabarettista, dunque, non è un comico.

«Faccio un esempio, Giorgio Gaber: era esilarante, ma solo un idiota potrebbe affermare che Gaber fosse un comico; Stanlio e Ollio erano due comici, grandissimi; la cosa importante – quando si fanno questi ragionamenti – non è lo stabilire quale artista sia di serie A e quale di serie B: facciamo un distinguo fra varietà e cabaret. Sono due mondi differenti: i comici appartengono soprattutto a quello del varietà; nel cabaret si ride in maniera diversa: la risata come scopo e la risata come strumento. Esistono artisti che raccontano per far ridere e artisti che fanno ridere per raccontare».OREGLIO Foto 02“L’Arte ribelle”, il libro sul “Derby” di Milano, duecentocinquanta pagine.

«Lavoro a questo progetto da più di venti anni. Ho scoperto che non esisteva uno studio sull’argomento. Dunque, “L’arte ribelle” nasce da una domanda fra amici che facevano lo stesso mestiere: “Cos’è il cabaret?”. La caratteristica che scaturiva da quelle discussioni era sistematicamente un’idea differente di cosa fosse il cabaret. Così per dare il senso di qualcosa di definito ho fatto ricerche, studiato, letto libri, consultato enciclopedie.

Mi sono informato su libri francesi, tedeschi, inglesi e altre pubblicazioni europee, poi ho sentito alcuni dei protagonisti di un’epoca straordinaria: ho scoperto cose nascoste da farne una documentazione imponente. Il bello di questa opera? E’ che non è la mia opinione su quel tipo di spettacolo, ma una storia legata all’archivio storico del cabaret che ha sede a Peschiera Borromeo, cittadina nella quale vivo: l’Amministrazione locale mi ha dato uno spazio nel quale esporre tutto il materiale raccolto fino ad oggi. Storia è oggettiva, basata su documenti: in un solo colpo abbiamo tolto di mezzo il tormentone “per me il cabaret è…”».

Duecentocinquanta pagine, una definizione secca del cabaret, allora.

«E’ poesia,  satira, umorismo, canzone d’autore».

Cosa ci fa un biologo nel cabaret?

«Dovevo fare il biologo e poi ho scoperto che il monologo rendeva di più: ho dimezzato gli sforzi e raddoppiato i guadagni…».

Esiste un sistema per creare subito empatia con il pubblico?

«Dire che l’ho codificata, questo no. E’ una cosa venuta spontaneamente nel corso degli anni: salgo sul palco e al pubblico parlo alla testa, piuttosto che alla pancia; con l’esperienza penso di essere diventato più naturale e meno costruito. Più passano gli anni, più mi viene facile rapportarmi con la platea».

I Gufi simbolo di quel cabaret, sono celebrati da un quartetto di recente fondazione: Oreglio, Alberto Patrucco, Davide Riondino e, udite udite, Roberto Brivio.

«Non è un omaggio ai Gufi, ma il recupero di un materiale straordinario appartenuto al gruppo del quale facevano parte lo stesso Brivio, Nanni Svampa – cui ho dedicato “L’Arte ribelle” – Lino Patruno e Gianni Magni: le loro canzoni in italiano – loro hanno recuperato la tradizione milanese, lombarda… – hanno dato vita ad opere di un’attualità impressionante; cantare le canzoni dei Gufi, oggi, significa cantare il presente: hanno una potenza descrittiva del sociale, del politico e di argomenti vari della vita, davvero sorprendente».