«Salvato da una tuta!»

Ivoriano, fuggito dalla Costa d’Avorio, la prigionia, il miracolo

«Non me ne separo nemmeno a Natale. Ero ostaggio di gente priva di scrupoli, un uomo mi scelse per il mio indumento da lavoro. E mi aiutò ad imbarcami. Sogno un’officina per riparare tir e autotreni, e mia madre a contare i soldi…». Storia di Alfa, più di trent’anni, un futuro da meccanico.

«Non mi separo dalla mia tuta da meccanico nemmeno a Natale, mi porta bene, mi ha salvato la vita: lassù qualcuno mi ama!». Alfa, nato in Costa d’Avorio, ragazzone di più di trent’anni, accento francese, in passato ci aveva raccontato la sua fuga avventurosa, anche a tinte drammatiche. «Scappai dal mio Paese – spiegò – nonostante il regime fosse stato ribaltato, chiunque avesse una divisa si sentiva in diritto di dettare legge, dunque se alzavi il capo per dire come la pensavi, le prendevi, fino a quando non ti provocavano ferite sanguinanti: avevo il dolore nel cuore, nonostante il vecchio presidente con la moglie fossero stati condannati per crimini contro l’umanità, non si avvertiva il benché minimo benessere: non c’era via d’uscita, se non la fuga verso quella che per me rappresentava la libertà: allontanarmi dalla mia “Costa d’Avorio”».

Facile a dirsi e, questo, Alfa lo sa. «Se tengo stretta a me la mia tuta da meccanico, non di auto, ma di camion, tir e autotreni, è perché questa mi ha già salvato la vita». Sorride Alfa, la sua vita sembra un film, fra alti e bassi, fatto di palpitazioni sempre più forti. «Il mio lieto fine è stato “Costruiamo Insieme”, il Centro di accoglienza dove una volta arrivato in Italia – avevo quaranta di febbre, mi sentivo morire – sono stato preso in cura e restituito alla vita, al sorriso, oggi posso anche dirlo a voce alta: al sogno; ovunque, lontano da un Paese dove la democrazia è solo sulla carta e dove non mi è vietato sognare».

Ha un sogno Alfa, lo sussurra, quasi si vergognasse. «Trovare un lavoro fisso, impegnativo, fare un po’ di soldi da mettere da parte e tornare a casa, finalmente aprirmi un’attività meccanica e far sedere mia madre dietro una scrivania a contare il denaro…». Puntualizza. «Ripeto questa storia solo perché stiamo parlando di un sogno, come se in un film chiudessi gli occhi e con un colpo di bacchetta magica mi trovassi ad essere titolare di una grande officina».

L’ALBERO E UN SOGNO

Non c’è niente di male. Ma in attesa che il sogno diventi realtà, glielo auguriamo di cuore, magari Alfa la sua “lotteria” la trova sotto un albero di Natale sotto forma di regalo. Tutto può succedere. E non è necessario essere cattolico, posto che l’albero non è strettamente legato alla fede più diffusa in Italia. Ci pensa lui. «Nel mio Paese – spiega Alfa – la maggior parte sono musulmani, più o meno la metà; poi ci sono i cattolici, molti anche loro, ma mai quanti credono nell’Islam: in Italia il Natale è tutto panettone e bollicine, da noi non è festa se non si serve in tavola la carne, simbolo della celebrazione».

Torniamo alla tuta che ha salvato la vita ad Alfa. «Devo fare un passo indietro però – il peggio è passato da quasi due anni, può sorridere mentre ce lo racconta – una volta salutata mamma supero Burkina e Niger, dove mi impegno per un anno in lavori saltuari, ma la prima meta è la Libia; da noi quel Paese era un miraggio, ci sono sempre arrivate notizie incoraggianti, dopo un periodo di incertezze quel Paese dava segnali di rilancio: purtroppo non era proprio così, lo imparai a mie spese; fui afferrato da gente armata fino ai denti e sbattuto in un campo con altri cento come me: disperati, senza un futuro all’orizzonte, casa mia e di quella gente tenuta in ostaggio era diventata quel campo nel quale vivevamo di stenti; di mangiare ogni giorno, nemmeno a parlarne, né a provare a farci capire che eravamo davvero allo stremo, avremmo rischiato di essere picchiati».

«…QUELLO CON LA TUTA!»

La tuta, Alfa ci tiene con il fiato sospeso. «Un giorno arrivò la mia lotteria: un signore, ben vestito, fra quanti erano piegati o raccolti in un angolo, indicò me; non uno qualunque, ma proprio me. Una volta pagato il riscatto ai nostri carcerieri, mi confessò che lo aveva impressionato la mia tuta, la indossavo come se fosse un attrezzo da lavoro e, in effetti, lo era stata davvero; questo signore aveva una specie di autofficina, bene attrezzata e, per giunta, non gli serviva un meccanico per auto – cosa che avrei provato a fare, pur di non tornare indietro nel “villaggio dei dannati” – ma per tir e autotreni, proprio l’attività che svolgevo con una certa pratica già nel mio Paese; lavoravo e mi pagava, io incassavo e mettevo da parte: volevo lasciare la Libia, nonostante il pericolo scampato quella prigionia mi aveva messo paura».

Cinquemila dinari libici l’equivalente di tremila euro, il costo del viaggio per l’Italia. «Per fortuna non fui derubato – conclude Alfa – fu lo stesso uomo che mi aveva salvato e aiutato ad accompagnarmi all’imbarcazione per l’Italia: ai saluti ci abbracciammo, lui stava perdendo un amico e un collaboratore, io un titolare e un uomo degno di grande rispetto; mi imbarcai con quaranta di febbre, avevo paura di un collasso: mare aperto, il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, una nave militare italiana, l’Italia, il ristoro, le cure mediche, cominciava la mia nuova vita».

«Brexit, una sciagura»

Antonio Caprarica, intervista alla “web” di Costruiamo Insieme

Il popolare giornalista Rai condivide il nostro punto di vista espresso nel Domenicale. Inghilterra, il fascino di un Impero e la scelta non condivisa dell’abbandono dell’UE. Il corrispondente da Londra, dice la sua. E parla di libri, Salento, “Didone ed Enea”, uno spettacolo che tocca Lecce, Taranto e Grottaglie.

«La Gran Bretagna fuori dall’Unione europea, una sciagura per tutti». Antonio Caprarica, volto popolare della Rai e da decine di anni corrispondente da Londra, è in perfetta sintonia con quanto scritto da noi non più di tre giorni fa, quanto abbiamo riportato  in un nostro “Domenicale” proprio in riferimento alla Brexit, quanto cioè comporta nel bene, poco forse, e nel male, tanto, l’uscita dell’“Impero Britannico” dall’Europa. L’Inghilterra e gli Stati ad essa collegati hanno deciso di non fare squadra, aiutare i più deboli a riposizionarsi nell’economia non solo europea. E’ deciso, gli inglesi sono un popolo a sé stante. Ce ne faremo una ragione, lavoreremo anche per loro.

Dunque, Antonio Caprarica, noto giornalista televisivo. Soprattutto popolare per i suoi eleganti reportage da Londra, si apre con il nostro sito. Rilascia una intervista, come si dice in gergo, a tutto tondo. Il suo ultimo libro, l’opera “Didone ed Enea” una produzione patrocinata dall’ICO Magna Grecia con la direzione artistica del maestro Piero Romano, nella quale sarà voce narrante nei teatri di Lecce, Taranto e Grottaglie, il suo Salento e la sua Inghilterra, considerando che si sente metà e metà: metà salentino e metà inglese.

 «…Ma andiamo per ordine. Sulle assi del palcoscenico in questi giorni sto portando “Didone ed Enea”, un progetto elaborato con il maestro Andrea Crastolla per la regia di Antonio Petris: un’orchestra, un coro, cantanti bravi; tocchiamo Lecce, Taranto e Grottaglie; libri: credo di avere una produzione abbastanza fissa, pubblico mediamente un libro ogni anno. Spesso ho una crisi da sovrapproduzione, tanto che a volte di libri ne pubblico anche due in un anno; sto lavorando ancora a una seconda parte di questa Saga vittoriana, un tentativo di tornare sì alle radici della famiglia reale, ma anche alle stesse radici di un Impero che oggi ha spinto la Gran Bretagna a un passo così grave come l’abbandono dell’Unione europea».

LA NOSTRA TERRA…

Didone ed Enea”, incursioni all’interno dell’opera. In cosa consiste. Come se facesse endorsement a un’opera, un territorio. «L’opera si promuove da sola, ma se mi tiraste per la giacchetta, come se dovessi confezionare uno spot pubblicitario, direi: seguite la grande musica per scoprire i segreti del Salento. La grande musica di un inglese geniale, Henry Purcell, del Seicento per di più: esistono tanti buoni motivi per suscitare la curiosità del pubblico».

Il suo ultimo libro, è da queste parti per “Didone ed Enea”, ma anche per parlare del suo ultimo libro: “La regina imperatrice – Intrighi, delitti, passioni alla corte di Victoria”. «E’ un ritorno, ma avevo proprio voglia di arricchire una ricerca storica attorno a un personaggio straordinario come la regina Vittoria, attribuire quei tratti appassionanti che una donna di grande fascino può avere. Il romanzo, ricordo che di componimento narrativo si tratta, torna utile perché consente una libertà di immaginazione che, naturalmente, un saggio storico non permette».

Salentino di Lecce, ci spiega cosa le è rimasto di una terra, la sua, che non ha dimenticato. «Forse quella specie di inquietudine che abbiamo noi, gente di mare e di terra salentina; la curiosità, la spinta di andare in giro per il mondo. Ovunque io vada, in giro per il mondo, un salentino lo trovo sempre. Siamo eredi di navigatori e marinai».

UN PO’ INGLESE, UN PO’ NO…

Della vita in Inghilterra come corrispondente, Caprarica ha scritto nei suoi libri. Fra i titoli “Intramontabile Elisabetta” e “Dio ci salvi dagli inglesi…o no?”. Sentiamo cosa ha insegnato quel Paese al giornalista, oltre a classe, eleganza e puntualità. «Certamente il rispetto delle cose e degli altri, dell’ambiente che non va sporcato con cartacce gettate a terra e, soprattutto, il senso di comunità, la specifica tradizione e l’abitudine nel considerare la storia collettiva di un Paese come patrimonio comune da salvaguardare».

Torniamo a due elementi di ordine pratico. Quanto ama il suo lavoro e il suo Salento. «Al primo punto di domanda rispondono i cinquant’anni di professione; per ciò che riguarda il Salento, bene, il fatto stesso che dopo cinquant’anni amo questa terra con l’affetto che avevo fin da ragazzino innamorato delle nostre polpette, la dice tutta…».

E per finire, una provocazione non tanto sottile, non tanto originale: quanto si sente inglese, quanto salentino. «Fifty-fifty. Cinquanta e cinquanta…».

Bye-bye Inghilterra

Brexit, Gran Bretagna fuori dall’Unione europea

Dopo un primo accordo con l’UE, si attende il responso del Parlamento. Ripercussioni non indifferenti sul potere d’acquisto della sterlina, che in Borsa rimedia uno scivolone dopo l’altro. Cambia perfino il calcio più ricco del mondo. Per non parlare della fine della libera circolazione, ora ci vorranno viste e passaporto.

Maggioranza assoluta per i Conservatori e tanti saluti all’Europa. L’accordo sulla Brexit negoziato a Bruxelles ora attende l’approvazione del Parlamento, con il premier che sta accelerando le pratiche previste per l’approvazione definitiva per gennaio.

Londra esce dall’Unione europea a fine anno secondo quell’accordo già concordato, che intanto garantisce i diritti acquisiti dei cittadini europei. Per chi già vive e lavora in Inghilterra nessun cambiamento. Cambiano le cose, invece, per l’Irlanda del Nord, soggetta a un regime diverso rispetto al resto della Gran Bretagna, per evitare il ritorno a un confine rigido con la Repubblica d’Irlanda a Sud: l’Irlanda del Nord rimarrà legata al sistema doganale europeo e al mercato unico, mentre il resto della Gran Bretagna ne sarà fuori.

Ma vediamo cosa accade nel campo dell’immigrazione. Con la Brexit finisce il regime di libera circolazione con l’Europa. Londra attuerà una politica che avvantaggia i lavoratori qualificati rispetto ai “non qualificati” (baristi, camerieri, parrucchieri, per indicare alcune categorie). Questi ultimi dovranno avere già un contratto prima di partire per l’Inghilterra e potranno fermarsi solo per breve tempo (pare non più di un anno), senza poter maturare il diritto alla residenza. Diverso per medici e docenti, che potranno ottenere visti di lavoro più lunghi (forse cinque anni) e acquisire la residenza permanente. Novità anche per i turisti: per loro passaporto e visto elettronico.

E veniamo a un altro aspetto, che avrà sicuramente una eco più popolare: il calcio. Nato in Inghilterra, è lo sport più famoso e praticato nel mondo. Dunque, Brexit e calcio. Con l’uscita della Gran Bretagna dalla UE le conseguenze sulla Premier League inglese rischiano di essere enormi. Prima di conoscere nuovi scenari e regolamenti, però, bisognerà attendere una serie di passaggi e, in particolare, la formazione del nuovo governo che dovrà dialogare con gli organi calcistici come la federazione inglese e quella internazionale.

Ma i primi risvolti sono palpabili. Il crollo della sterlina registrato dalla Borsa ha avuto subito effetti sul potere d’acquisto delle società e, soprattutto, sul valore dei calciatori esterni all’Unione europea e che, comunque, militano nelle competizioni britanniche (oltre trecento i calciatori extracomunitari), in leggero calo, rispetto ai tesserati nel resto delle squadre dell’Unione europea, un numero in costante crescita.

E non dimentichiamo che molti calciatori fuori dal Regno Unito potrebbero pensarci due volte prima di trasferirsi in un Paese che ha tagliato i ponti con il resto dell’Europa. Va ricordato, infatti, che con il regolamento vigente in GB le norme sugli extracomunitari sono legate ad una determinata percentuale sulle presenze nelle competizioni internazionali. Per avere un permesso di lavoro in Inghilterra un giocatore extracomunitario deve aver giocato nei ventiquattro mesi precedenti al trasferimento.

Potrebbe esserci un vantaggio per i presidenti italiani, quello per esempio di ottenere uno sconto sui nuovi “stranieri” della Premier League mentre il nuovo cambio di rotta (quasi) consiglierebbe ai direttori sportivi a scartare dal tavolo degli affari le società britanniche dopo il calo della sterlina. Per farla breve:  alla Juventus, in futuro, potrebbe convenire la cessione del cartellino di un suo calciatore a un Barcellona piuttosto che a un Liverpool.

Altro passaggio delicato, nella Brexit, riguarderebbe il divieto dei trasferimenti dei giovanissimi tra i 16 e 18 anni ancora senza contratto professionistico all’interno dell’UE. Con la Brexit i club britannici non potranno più strappare alla concorrenza i giovani dei vivai europei.

Un quadro complicato, se parliamo di calcio, che poi è la lingua che parlano in milioni in tutta Europa. Detto dei campioni della sfera, prestiamo attenzione, ora, alla sterlina e alla Borsa. Una ripercussione sul calcio britannico diventato il più ricco in assoluto, sarebbe solo un risvolto rispetto a quello che potrebbe registrare l’economia inglese in un prossimo futuro, anche se non è esclusa un’onda lunga che potrebbe abbattersi, in una sorta di effetto-domino, sul resto dei mercati internazionali.

«Un piccolo aiuto»

Natale in Africa, fra gioie e problemi

«Un momento di preghiera e riflessione. Ognuno festeggia come può, nel massimo rispetto. E quando c’è un sorriso sincero è sempre festa!». I nostri ragazzi, le abitudini, alberi e addobbi, tradizioni e canti, ognuno ha i suoi riti. Sempre condivisi, anche se la fede religiosa è diversa.

La scorsa settimana ci siamo lasciati con un pugno di amici transitati da “Costruiamo insieme”: Haroon, Samuel, Ali, Sambou, Michael e Lamine. Ragazzi che hanno vissuto o vivono la città con il massimo rispetto. Qualcuno di loro è musulmano, ma festeggia il Natale secondo tempi e modi nostri. «Solo il fatto di vedere gente con il cuore che si riempie di gioia, scatena una festa!». I ragazzi con la cooperativa nel cuore, fanno squadra. E’ la loro interpretazione di un sentimento popolare, qui, in Italia. Certo, il taglio evidentemente commerciale fa della nostra Festa dell’anno, la natività, un evento appena più piccolo, a causa di quell’aspetto consumistico che negli anni la cosiddetta società civile ha riservato a un sentimento religioso. Ma tant’è, si dice. Forse oggi c’è il bisogno di promuovere l’aspetto legato ai regali. Il nostro territorio ha bisogno di agitare un po’ di economia. Ma questa è un’altra storia.

E dopo la prima parte, ecco la seconda. Scrivevamo del natale in Africa e in alcuni Paesi del medio Oriente. Di come in quelle terre, basta poco per essere felici in questi giorni. Di come il gesto, più che un regalo, venga apprezzato più di ogni cosa. Basta il gesto, infatti, avevamo scritto.

Dunque, dopo la Santa messa, i cristiani africani festeggiano il pranzo di Natale con amici e parenti. In Sud Africa, le famiglie comunemente si riuniscono per un barbecue (braai) o ricordano le proprie origini coloniali britanniche con un pasto tradizionale a base di tacchino, prosciutto affumicato e tortini di carne macinata.  In Ghana, il pranzo di Natale non è completo senza il fufu e la zuppa di okra, mentre in Liberia non possono mancare riso, manzo e crackers.

Sempre secondo quanto appreso dai ragazzi e dagli scritti degli stessi ragazzi o, comunque, da chi in quei Paesi ci è stato davevro, la storia del Cristianesimo in Africa risale al Primo secolo. E’ da allora, che tutti i missionari arrivati sul posto si rendono conto di quanto le popolazioni africane siano profondamente spirituali. Partecipare alla Santa messa di Natale è solitamente il centro delle festività natalizie. Lo stesso vale per i canti sacri e, talvolta, le danze celebrative.

BUON NATALE, SI DICE…

In Malawi, gruppetti di bambini vanno di porta in porta per ballare e cantare canzoni di Natale vestiti di gonnelloni di foglie, accompagnando i loro canti con strumenti musicali fatti in casa, chiedendo in cambio qualsiasi cosa.

«Le comunità cristiane dell’Africa – spiegano i ragazzi – decorano  le vetrine di negozi, chiese e le proprie case; a Nirobi si decorano le vetrine con neve finta. In Ghana, le palme vengono decorate con candele accese, mentre in Liberia con piccoli campanelli».

Come si dice “Buon Natale” in Africa? «In eritreo e in tigrino, buon Natale si dice “Rehus-Beal-Ledeats” ; in Zimbabwe, il Natale si chiama Kisimusi; in afrikaans, “Buon Natale” si dice “Gesëende Kersfees”». Sembra più “scandinavo” che africano, ma i nostri amici, confermano: è proprio “africano”. In Africa, ne abbiamo scritto spesso, esistono centinaia di lingue e dialetti diversi. Ognuno ha il suo modo specifico di augurare Buon Natale. Se la forma cambia, il significato resta lo stesso.

Cosa si fa a Natale, lo avevamo accennato già la volta scorsa. Questo dipende molto dal Paese africano in cui uno si trova. Di solito, il Natale in Africa coincide con il periodo della raccolta del cacao. Quindi, in molti Paesi africani non si festeggia il 25 dicembre ma il 7 gennaio, secondo il rito della Chiesa copta ortodossa. «Per Natale, tutti i lavoratori tornano alle loro famiglie, mentre i giovani girano per strada intonando canti natalizi; nei Paesi di religione cristiana, Ghana e Kenya, per esempio, il Natale si celebra seguendo le funzioni religiose comandate».

PALME ADDOBBATE

L’albero di Natale è uno dei simboli di questo periodo. Ma, per ovvi motivi legati al clima, trovare un abete non è proprio facile, tanto che in alcuni Stati, come la Liberia, si ripiega sull’addobbo di palme.

Cosa mangiano in Africa a Natale. «Cambia da un Paese all’altro: pranzo e cena di Natale prevedono zuppa di pane e carne, arrosto di capra, riso e pasta di patate, stufato di pollo…». Nei Paesi cosiddetti “occidentalizzati” è, invece, più facile trovare una tavola imbandita con tacchino arrosto, maialino da latte, uva passa, verdure.

Curiosità. «Il Natale in Sudafrica cade in piena estate, così i sudafricani lo passano in spiaggia, nuotando nell’Oceano, mangiando, cantando e divertendosi per tutta la giornata; mentre qui fa freddo, nel continente africano fa caldo anche a dicembre».

Detto delle singole tradizioni, «Il Natale, in Africa, è un momento per dimenticare, anche solo per un giorno, una serie di problemi purtroppo ancora grandi: fame, diritto all’istruzione negato, precarie condizioni igieniche, disuguaglianze di genere…», solo per elencarne qualcuno. Ma, forse, il Natale può essere il momento giusto per cominciare a fare qualcosa per i Paesi che hanno bisogno di un gesto di aiuto. E le associazioni serie sono tante, basta cercare su internet e farsi guidare dal cuore. C’è una canzone dei Pooh, “C’è bisogno di un piccolo aiuto”: provate ad ascoltarla. E «Buon Natale da noi tutti!».

«Impegno costante»

Intervista al dott. Emilio Serlenga, Centro trasfusionale SS. Annunziata

«Lavoriamo a stretto contatto con Ematologia e le associazioni del territorio. L’importanza di interfacciarsi con l’Admo. Taranto soffre, ma reagisce a epatite, talassemia e patologie neoplastiche»

 Ospite gradito della rubrica “Assistenti e assistiti” a cura della Cooperativa Costruiamo Insieme, il dott. Emilio Serlenga, direttore del Centro trasfusionale dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto.

Qual è l’attività principale del suo reparto?

«Il Centro è un reparto  importante per la sua attività svolta a trecentosessanta gradi in quanto rivolta a svariate tipologie di utenza; oltre alla normale raccolta di sangue, infatti, è nostro compito garantire anche la sua erogazione. E’ nostro impegno collaborare con i reparti di trapianto di midollo, nello specifico con quello di Ematologia – diretto dal dott. Patrizio Mazza – per ciò che attiene il prelievo di cellule staminali da sangue periferico; e, ancora, a seguito delle ultime delibere regionali, siamo diventati polo di reclutamento per il prelievo di sangue per la tipizzazione di midollo osseo, oltre ad essere fortemente coinvolti in tutte le procedure previste per il risparmio del sangue».

Il rapporto fra sangue donato e sangue richiesto?

«Nonostante gli sforzi compiuti insieme con le associazioni di volontariato, in Italia, e nello specifico al Sud, esiste una sottile distanza fra quantità di sangue donato e quantità richiesta per le trasfusioni. Su richiesta a livello nazionale, il Centro trasfusionale ha, inoltre, l’obbligo  di impegnarsi nella fornitura di plasma da scomposizione del sangue intero e da  aferesi per la trasformazione industriale in plasmaderivati, ancora oggi fortemente carenti nelle regioni del Sud.  Ciò si ripercuote sul risparmio nel Sistema sanitario, obbligato ad acquistare all’estero quel plasma non prodotto attraverso la donazione. Detto questo, lo stesso direttore del Centro nazionale sangue, ildott. Giancarlo Maria Liumbruno, ha dichiarato che nel 2017 l’Italia ha risparmiato qualcosa come un miliardo di euro nell’approvvigionamento di plasmaderivati rispetto all’anno precedente grazie all’incremento della produzione di plasma da donazione, dato che rende l’idea sulle cifre che circolano nel settore».SerlengaLa mole di lavoro fra personale medico e paramedico.

«Con l’aiuto delle diverse associazioni che ci sostengono, preleviamo almeno ventimila unità di sangue: il problema è che ne eroghiamo quasi altrettanto; consideriamo, inoltre, che fra il sangue prelevato e quello effettivamente a disposizione, c’è sempre uno scarto legato alle eliminazioni di unità per la loro non idoneità, per problematiche spesso legate al nostro territorio: la Puglia, infatti, è una delle regioni con un numero elevato ancora oggi di portatori sani di epatite B ed epatite C. Corriamo, insomma, il rischio di annullare per positività – in quanto esistono donatori nuovi – un gran numero di unità prelevate che avrebbero dovuto essere, invece, disponibili per le trasfusioni. Taranto, inoltre, ha un elevato numero di pazienti che hanno la  talassemia – trasfusione dipendente – che richiede un quantitativo di sangue pari al 20-25% del sangue prelevato; con questi numeri andiamo spesso in difficoltà, ma non nascondiamo che il nostro obiettivo è diventare totalmente autonomi».

Puglia, si soffre di epatite B e C, da cosa dipenderebbe?

«E’ una condizione preesistente alla Medicina trasfusionale; dal punto di vista epidemiologico, la percentuale di casi di epatite B e C in Puglia, e in gran parte del Sud Italia, è notevolmente superiore rispetto all’Italia in generale, a sua volta superiore rispetto agli altri Paesi europei».

Cosa si è fatto nel frattempo. 

«In Italia, il test diagnostico di epatite C è stato introdotto nel 1990, mentre in Inghilterra per fare un confronto la stessa prova d’esame è diventata obbligatoria solo qualche anno fa. Da noi il problema andava gestito con una diagnostica accurata, mentre in Inghilterra questa necessità non era ancora considerata: per gli inglesi, oggi, questa prassi è diventata necessaria anche in seguito ai flussi migratori, storicamente importanti, anche dalla stessa Europa verso il loro Paese».
Serlenga 3La domanda di trasfusioni a Taranto rispetto alla media nazionale.

«E’ complicato parlare di “domanda” a livello locale. Non esiste un indicatore certo: si può, infatti, avere una richiesta minima di sangue a Taranto e, allo stesso tempo, una domanda di ricovero di pazienti con la stessa necessità, ma provenienti dal resto della Puglia. Per quanto riguarda i pazienti tarantini, però, possiamo dire che il numero di richieste è sostanzialmente nella media nazionale, forse con appena qualche punto sopra, avendo il reparto di Ematologia molto impegnato; il Pronto soccorso, per esempio, è chiamato a far fronte a un elevato numero di incidenti stradali. E infine, ma non ultime, le problematiche ambientali: queste costringono i pazienti con patologie neoplastiche, non ematologiche, a subire terapie fortemente invasive, debilitanti, che spesso necessitano un supporto trasfusionale».

Utenza, rapporto con le associazioni di volontariato del territorio e timori da sfatare a proposito dei prelievi.

«Da quando sono a Taranto, ho sempre trovato un punto di contatto con le associazioni. Attivate positivamente nel rapporto con i giovani, le stesse si sono aperte anche all’interlocuzione con l’associazione Admo, essendo Taranto una delle città più attive in campo nazionale per la tipizzazione del midollo osseo. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: contare su donatori in buona salute, per quanti, meno fortunati, potranno giovarsi del loro gesto di solidarietà. Un donatore in buona salute diventa un esempio positivo per gli altri. Ancora oggi, però, abbiamo un rapporto popolazione/donatori inferiore rispetto alla media. Ribaltare il trend negativo è possibile solo con una collaborazione onesta e sincera. E nelle associazioni del territorio sono riuscito a trovare interlocutori seri».