Taranto, Allievi carabinieri

Cinquecento militari nella Città dei Due mari

Dal prossimo mese la caserma “Castrogiovanni” ospiterà la più grande Scuola italiana riservata a Corsi di specializzazione per i giovani della Benemerita. L’apertura del Centro è occasione per rivitalizzare una delle zone cittadine. Al lavoro il Comune, per assicurare con Amiu e Amat raccolta di rifiuti e mobilità.

Un primo sopralluogo, nei giorni scorsi. Ora è ufficiale, a partire dal mese prossimo la caserma “Castrogiovanni” della Marina militare ospiterà cinquecento militari che popoleranno la più grande Scuola per Allievi carabinieri.

Cinquecento ragazzi. Come un tempo la Saram, oggi Svam, quando quella Scuola ospitava centinaia di ragazzi che sognavano di volare in qualità di allievi dell’Aviazione. O come quei giovani marinai promettenti delle Scuole Cemm, la Scuola sottufficiali della Marina militare con sede a San Vito. Quando Taranto era in una posizione strategica e contava su enormi spazi per accogliere militari di belle speranze. Tempi in cui gli allievi popolavano a migliaia la città, la rendevano ricca, di gente e, perché no, anche di capitali. Quei ragazzi di una volta, con la leva obbligatoria, frequentavano trattorie, ristorantini, attività delle quali si è persa traccia. Esercizi a conduzione familiare che generavano, comunque, benessere.

Altri tempi. Oggi c’è finalmente una buona notizia.  Cinquecento giovani militari costituiranno il Primo corso del distaccamento della Scuola Allievi Carabinieri Campobasso. La  notizia è ufficiale, sarà realizzata a Taranto e destinata a diventare la scuola più grande d’Italia con, una volta a pieno regime, più di mille allievi. Una boccata d’ossigeno dal punto di vista economico, d’accordo, ma anche una intramuscolare di giovani che numericamente sostituiranno quei ragazzi, buona parte studenti, tarantini, che si trasferiscono altrove per concludere il ciclo di studi e trovare una sistemazione più o meno definitiva. Di sicuro lontana da casa.

IMPORTANTE OCCASIONE

In settimana la riunione. C’erano il vicesindaco di Taranto, Paolo Castronovi, in rappresentanza del primo cittadino, il sindaco Rinaldo Melucci. Un incontro al quale hanno partecipato i dirigenti tecnici delle partecipate “Kyma Ambiente – Amiu” e “Kyma Mobilità – Amat”. Perché Amiu e Amat: la prospettiva è quella di implementare attività specifiche che riguardino la gestione dei rifiuti e gli spostamenti.

«Abbiamo garantito tutta la nostra collaborazione – ha commentato il vicesindaco Castronovi – alla Marina Militare, come ai Carabinieri. L’arrivo di 500 allievi è una splendida occasione di rivitalizzazione della zona a ridosso della caserma “Castrogiovanni”, che dall’epoca della sospensione della leva obbligatoria ha perso una centralità della quale aveva beneficiato l’intero quartiere».

Evidente l’importanza di riportare Taranto al centro della vita militare del nostro Paese. La città non po’ farsi cogliere impreparata. «Per questo motivo – prosegue il vicesindaco – è necessario farsi trovare pronti, anche con servizi integrativi che possano intercettare i bisogni delle istituzioni coinvolte; un programma che si avvale delle preziose indicazioni del nostro sindaco che già nel gennaio scorso aveva proposto di consolidare una buona prassi amministrativa che regolasse i rapporti tra Comune, Marina e Carabinieri».

E’ SOLO IL PRIMO PASSO

Il primo passo lo compirà Amiu. Nei prossimi giorni, la municipalizzata svolgerà un sopralluogo all’interno della caserma “Castrogiovanni”. Nell’occasione sarà considerata la possibilità di avviare, in anticipo rispetto al quartiere, un servizio di raccolta differenziata, con frequenze e modalità simili a quello avviato lo scorso 3 febbraio in diverse zone cittadine. In particolare, la raccolta dell’organico assume particolare importanza, considerando che la mensa a regime servirà almeno duemila persone, tra allievi e personale permanente.

Poi toccherà all’Amat. Dunque al capitolo mobilità. In questi giorni è in svolgimento una ricognizione delle linee operanti in zona, con particolare riferimento alle corse che puntano stazione ferroviaria e terminal bus, così da valutare un potenziamento in termini di frequenza, pensando anche a servizi dedicati. Sul tavolo, inoltre, sono state poste alcune richieste rispetto a eventuali agevolazioni tariffarie. Per riprendere una vecchia, romantica abitudine la tariffa ridotta “militari e ragazzi”. Tempi di corse sui bus, ma anche di cinema e teatro. Per lanciare un seme in un terreno che va solo coltivato.

Come in un film

Billy, un eroe dei nostri tempi

Fosse stato americano, Eastwood ne avrebbe fatto una biografia per il cinema. Guineano, naufrago, salva prima un gambiano, poi si mette in salvo. «Quanti dispersi in mare, solo urla, un ragazzo stava affogando, gli detti il mio “salvagente”. Ci siamo rivisti e riabbracciati»

Quella di Billy è una storia che vanno direttamente sul piccolo o il grande schermo. La storia che ci racconta, vera, come le sue lacrime che gli rigarono il viso la prima volta che ci racconto quel dramma, sarebbe stato uno di quei soggetti cari al cinema hollywoodiano, alla Clint Eastwood per intenderci. Uno di quei film – ne ha dirette tante di biografie il cinque volte Oscar negli anni – nei quali il dramma si unisce al fattore umano e il protagonista, per scelta divina, diventa un eroe. Negli stati Uniti, Billy, guineano di fede musulmana, poco più di venti anni, sarebbe stato ricevuto dal Presidente degli Stati Uniti per essere insignito con il più alto riconoscimento previsto in quel Paese. La storia, infatti, è di quelle serie. C’è un prima, sofferto; un durante, di lacrime e sangue; un dopo, un lieto fine da incorniciare.

«Lascia a malincuore la mia terra – racconta Billy – motivi legati al lavoro e alle continue vessazioni cui molti di noi, io ero fra questi, venivano trattati come bestie, perseguitati. La storia non cambierà del tutto nemmeno quando troverò prima un lavoro da muratore, per mettere insieme una modesta cifra e pagarmi il viaggio a bordo di un gommone, poi quando gli eventi mi riporteranno sulla costa libica, con il pericolo concreto che finissi – io e i miei compagni di viaggio – nelle mani dei militari o miliziani: lì non è del tutto chiara la storia, vedi gente armata in divisa, di tutto punto, altri con addosso abbigliamento paramilitare, con un’arma in pugno; una cosa è certa, che se non hai denaro sufficiente nelle tasche puoi prenderle di santa ragione: io denaro non ne avevo e, allora, prendevo bastonate: sulla schiena, ai fianchi, ovunque capitasse e facesse davvero male; non c’era un orario, facevano come quel giorno gli diceva la testa, poveri noi…».

Una storia nella storia. «Mi imbarcai con il mio connazionale Thierno – ricorda Billy – lui sì che era una persona straordinaria, come facevi a non andare d’accordo con lui? Non faceva altro che parlarmi di suo figlio, il piccolo Mamadou, rimasto in Guinea insieme con la mamma: quel piccolo, il suo orgoglio; lo scopo di quel viaggio portare con sé, un giorno, moglie e figlio. Un gommone, che avrebbe potuto prendere a bordo non più di ottanta di noi e, invece, eravamo il doppio: centosessanta, fratello più, fratello meno; io accanto a Thierno, lui accanto a me, parlavamo e quando non lo facevamo, ci intendevamo lo stesso con un cenno della testa o un sorriso».

Centosessanta a bordo di quel gommone, comunque troppo piccolo per tenere tutti a bordo. Billy non sa dare una spiegazione, non è un perito che possa stabilire quale sia stata la causa di quell’incidente. «Viaggiamo di notte, mare aperto, non vola una mosca, sento solo gente che scambia parole sottovoce, poi il silenzio – lungo o breve, non ricordo, al contrario di quello che invece sta per accadere – rotto da uno scoppio: probabilmente dovuto a un foro provocato da non so cosa; so solo che sento urla a non finire, perdo subito il contatto con Thierno, e disperazione che contagia altra disperazione: c’è chi fa due bracciate e poi scompare, ingoiato dalle onde del mare; qualcuno è più pratico, ma cominciano quasi subito a mancargli le forze. È buio, ci perdiamo a vista d’occhio, l’unico contatto è la voce con la quale uno consola l’altro; ma siamo sempre meno, alla fine saranno centotrenta a non farcela: di loro nessuna traccia, nessun notiziario ne ha parlato; centotrenta anime sparite in pochi minuti. Io ero salvo, aggrappato a un barile che faceva da galleggiante; ricordo un morso, un male tremendo, era Ibrahim, gambiano, un ragazzo in preda alla disperazione, non sapeva nuotare, ne aveva per poco e, allora, provava ad aggrapparsi a qualsiasi cosa, soprattutto alla speranza: fu allora che gli cedetti il barile al quale tenersi forte, io sapevo nuotare e avrei provato in qualche modo a cavarmela, anche se le forze di cui disponevo ancora, non erano eterne».

Centotrenta dispersi. Così si chiamano i morti non accertati nei Paesi cosiddetti civili: centotrenta anime. «Fra i superstiti non c’era più Thierno, era svanito insieme con il suo sogno: un pescatore, Allah lo protegga, alle prime luci dell’alba ci vide in lontananza, ci venne incontro e ci portò a riva, sulle coste libiche. Dovevo ripartire, lo feci due mesi dopo: a settembre di tre anni fa era accaduta la tragedia, poche decine di giorni dopo volevo andarmene, prendere il mare aperto e arrivare in Italia; così feci, tratti in salvo da una nave e condotti a Catania, da dove poi fummo indirizzati a Taranto: ospite della cooperativa “Costruiamo Insieme”, sono poi diventato uno della famiglia».

Il pensiero rivolto a Thierno e il suo Mamadou, la mamma del piccolo, e Ibrahim, che aveva salvato e mi aveva stretto in un lungo abbraccio una volta arrivati in salvo. «Mia sorella Fanta – conclude Billy – rimasta in Guinea a studiare per diventare ostetrica; prima col pocket money, poi con il lavoro di operatore con la cooperativa, l’ho aiutata nello studio; ho aiutato anche Mamadou e sua madre, che con quei pochi soldi che sono riuscito a mandarle ha cominciato a lavorare nei mercati e fatto studiare il figliolo; restava in sospeso Ibrahim che il Cielo ha voluto incontrassi proprio in città: anche lui era arrivato in Italia, con un viaggio successivo; non sto a dire l’emozione nell’incontrarlo e i pianti che ci siamo fatti, un abbraccio lunghissimo. E chi si staccava più!».

Billy, il significato della sua storia. «Allah nel suo disegno divino mi ha salvato la vita, io da quel momento avevo il compito di aiutare chiunque, a costo di rimetterci la pelle: è quello che farò: aiutare ed amare il prossimo e difenderlo a costo della vita che mi è stata risparmiata».

«Teatro, una magia»

Renato Forte, attore e regista in “Ce no’ se uaste…”

«Ogni volta accade il miracolo, chi è in scena avverte la partecipazione del pubblico, si carica e rende al massimo. Bino Gargano, il nostro più grande autore, le sue commedie un patrimonio straordinario. Angela Casavola, la nostra più grande attrice». In scena, Rapetti, Ferrulli e un pugno di debuttanti. Successo al teatro Orfeo.

Teatro Orfeo di Taranto, ventottesima Stagione teatrale dell’Associazione “Angela Casavola”, stesso nome della compagnia che ha portato in scena “Ce no’ se uaste, no’ s’aggiuste” di Bino Gargano, con Renato Forte nella duplice veste di attore e regista. “Costruiamo Insieme” per il secondo anno consecutivo è partner della rassegna in programma nel teatro di via Pitagora a Taranto. Ad ogni appuntamento una intervista esclusiva. Ultima rappresentazione, in ordine di tempo, la commedia di Gargano, anche lui ricordato con uno dei suoi lavori più divertenti.

Con Renato Forte, che è anche direttore artistico della Stagione teatrale, parliamo intanto del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’attrice Angela Casavola, scomparsa durante le prove proprio di una commedia di Gargano. «Angela, a mio avviso, è stata la migliore interprete del teatro dialettale tarantino; abbiamo voluto portare in scena una commedia che la nostra compagnia non proponeva da oltre dieci anni: un lavoro non semplice da rappresentare a causa dei molti andirivieni sul palco, tutto viene giocato su tempi stretti. Commedia molto comica con una tematica per alcuni versi ancora attuale: un matrimonio non condiviso dai genitori, nonostante i due fidanzati vogliano coronare il loro sogno d’amore».

Come si fa a motivare una squadra di attori, fra artisti di esperienza e, più o meno, debuttanti?

«Tre veterani, il sottoscritto, nella duplice di attore e regista, Pino Rapetti e Domenico Ferrulli, poi qualcuno più ferrato e tre debuttanti per ruoli comunque impegnativi: Cosimo Scarci, Teresa Tuzzi, Anna Prunella, Maria Letizia Buttaro e Nicola Palumbo; un lavoraccio, specie sul piano emozionale, considerando “deb” che esordiscono in un teatro Orfeo, settecento spettatori, un battesimo del fuoco».I GIORNI Renato ForteVentottesima Stagione teatrale. Qual è il rapporto con il pubblico?

«E’ stato sempre molto affettuoso, con la scrittura di Bino Gargano si è voltato pagina rispetto a un teatro popolare che prevedeva tematiche oggi obsolete; autore e scrittore di talento, Gargano nel suo percorso autorale aveva compiuto un lavoro di modernizzazione, non solo nei temi, ma anche nel dialetto, meno stretto e più “parlato”. E’ stata questa la grande intuizione di Bino, tanto che già quarant’anni fa il pubblico affollava le Stagioni teatrali del Comune e dell’allora Italsider».

“‘A rote”, “Noblesse oblige”, “‘U cuggione d’a regina” e altro ancora. Quanto è importante salvaguardare questo patrimonio?

«Adesso tocca ai giovani custodirlo, il teatro popolare tarantino non può e non deve morire: purtroppo oggi ci sono pochi autori. Con la prematura scomparsa di Bino non esiste più il costante confronto fra chi scrive e gli attori, ai quali va spiegata, insegnata la meccanica teatrale che prescinde dalla stessa scrittura: può esserci una grande scrittura che non assolve alle necessità del teatro che ha le tempistiche e che solo registi di esperienza possono mediare prima e portare in scena poi».

“Ce no’ se uaste…”, la dinamica articolata cui si riferiva. Qual è la commedia che vorrebbe portare in scena, che rappresenta una vera sfida?

«Se parliamo delle commedie di Gargano, dunque commedie dialettali, sicuramente quella che a detta di tutti è il suo grande capolavoro: “‘A rote”, la ruota, il suo fiore all’occhiello. Ai tempi della critica a Taranto – quando ce n’era ancora una – questa commedia agrodolce fu paragonata a “Umberto D”, capolavoro di Vittorio De Sica; ha tempi comici, ma spiega anche il dramma degli anziani, tema sicuramente ancora attuale, che Gargano scrisse da par suo. “‘A rote” andrebbe sicuramente riproposta e interpretata, perché no, dai giovani».

Diceva Eduardo in “Uomo e galantuomo”: questa sera il pubblico reagirà. Il grande attore, autore e regista napoletano sottolineava questa espressione con grande ironia. Che tipo di reazione si aspetta un attore-regista che porta in scena un lavoro teatrale così impegnativo come “Ce no’ se uaste, no’ s’aggiuste”?

«Non abbiamo potuto fare molte prove a causa di impegni di ciascuno di noi, però nella prova generale aperta al pubblico, gli attori hanno avuto modo di caricarsi: chiunque vada sul palco, veterano o debuttante che sia, sente il respiro del pubblico, ed è in quel momento che avviene una osmosi fra palcoscenico e sala, l’attore si carica e sul palco rende al massimo; certo, il teatro popolare risulta più semplice: essendo comico, scatta più volte la risata, che poi è il termometro del gradimento; l’attore avverte la partecipazione della platea e porta a casa il risultato».

Shell, InventaGiovani

A Taranto per aiutare i giovani a fare impresa

Sostegno dell’Amministrazione comunale. Offrire supporto, fornire formazione di qualità e servizi di consulenza. Le nuove attività saranno aiutate per tre anni, dalla costituzione allo sviluppo. Fra i requisiti richiesti: età minima 18 anni, domicilio a Taranto o provincia, diploma di Scuola Media Secondaria superiore. Accesso al programma sarà possibile mediante la compilazione di un apposito form. Non è prevista alcuna selezione in ingresso.

Arriva anche a Taranto Shell “InventaGiovani”, il programma di investimento sociale a sostegno dell’imprenditoria giovanile. Esistente già dall’82 come programma internazionale Shell Live Wire , presente in quindici Paesi al mondo, si concretizza in riva allo Ionio dopo  il successo riscosso nella vicina Basilicata. Sedici, infatti, sono state le imprese lanciate dieci anni fa in differenti settori: dall’agricoltura biologica alla cosmetica, dal wedding planning al sociale, dagli spin off in ambito geologico all’e-commerce. “InventaGiovani” sarà avviato a Taranto grazie al sostegno dell’Amministrazione comunale impegnata a fare, coinvolgendo l’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”, Confindustria Taranto e l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio–Porto di Taranto, che hanno già avviato esperienze di successo come BaLab e FuturePort Innovation Hub.

Fra gli obiettivi del progetto, offrire supporto ai giovani, fornire formazione di alta qualità e servizi di consulenza agli aspiranti imprenditori garantendo l’accesso alle competenze necessarie per redigere il piano aziendale (Business Plan), condividere le migliori pratiche e sviluppare una comunità locale e globale di giovani imprese che saranno aiutate non solo al momento della loro costituzione, ma anche nel momento del loro sviluppo per un periodo di tre anni.

Questi i requisiti richiesti per partecipare Shell “InventaGiovani”: età minima 18 anni, domicilio a Taranto e provincia, diploma di Scuola Media Secondaria superiore. L’accesso al programma sarà possibile mediante la compilazione di un apposito form sul sito www.informagiovani.it e non è prevista alcuna selezione in ingresso.

PROGETTO “TEMPA ROSSA”

Il progetto di investimento sociale “Shell InventaGiovani Taranto” si inquadra nelle iniziative legate al Protocollo d’intesa per l’area di Taranto, nato a seguito della realizzazione del progetto “Tempa Rossa”, quanto cioè comporta l’esecuzione di lavori di adeguamento della raffineria di Taranto dell’Eni per permettere la ricezione, lo stoccaggio e l’esportazione via-nave del greggio prodotto nella vicina Basilicata.

Questo prevede due linee di azioni: la realizzazione del programma di compensazione e riequilibrio ambientale e per lo sviluppo sostenibile definiti nel procedimento che ha portato all’Autorizzazione Unica dei lavori in raffineria da parte del Ministero dello Sviluppo Economico e la cooperazione economica e sociale: Total, Shell e Mitsui, anche in collaborazione con Eni, si impegnano a definire con il Comune progetti duraturi nell’ambito economico-sociale e culturale ad alto contenuto locale nell’ottica di una cooperazione di reciproco interesse e di lungo termine.

In attuazione della prima linea di azioni, nel 2019 è stato sottoscritto tra Comune di Taranto, Provincia di Taranto ed Eni un protocollo che lancia una serie di interventi di riassetto infrastrutturale in città del valore di sei milioni di euro. Tali interventi riguardano tra l’altro la manutenzione straordinaria di strade ed edifici pubblici.

In merito alla seconda linea di azioni il primo intervento attuato è stato l’insediamento degli uffici della Total nel palazzo D’Ayala Valva, in via Anfiteatro, ristrutturato per l’occasione e che ha ospitato la conferenza stampa di presentazione del progetto, alla quale sono intervenuti: Carsten Sonne-Schmidt, AD Total E&P Italia e Country Chair Total; Marco Brun, Presidente e AD Shell Italia, Country Chair Shell Italia e Paesi dell’Adriatico; Ivan Baggi, Responsabile Social Investment Shell Italia E&P; Sergio Prete, Presidente Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio; Giuseppe Pirlo, Delegato del Rettore Università degli Studi di Bari Aldo Moro; Pietro Chirulli, vice presidente di Confindustria Taranto con delega Finanza e Innovazione e presidente Finindustria ed il vice sindaco di Taranto, Paolo Castronovi.

«CREIAMO SINERGIE»

«Questo è un momento molto importante che da seguito alla lungimiranza del sindaco Melucci e dell’Amministrazione comunale di Taranto nel cambiare il paradigma dei rapporti tra l’industria e il territorio», ha affermato, Marco Brun, presidente e AD Shell Italia, sottolineando la volontà di Shell Italia, la volontà cioè di «lavorare per creare sinergie e opportunità». «Noi siamo qui – ha dichiarato l’alto dirigente Shell – per restare e per essere parte del tessuto del territorio che ci ospita; Shell InventaGiovani è il primo contributo che vogliamo dare per iniziare un percorso che porti maggiori vantaggi per tutti. Veniamo dalla positiva esperienza in Basilicata dove abbiamo agevolato la nascita di sedici realtà imprenditoriali giovanili e speriamo che tale dato venga migliorato da Taranto con questa iniziativa che rompe i soliti schemi volti più che altro all’assistenzialismo, ossia di contributi a pioggia ma che mira ad essere un importante e qualificato raccordo tra le idee dei giovani potenziali imprenditori – che vogliono restare nel proprio territorio – ed il mondo dei finanziatori di start up andando così a colmare un gap che si è venuto a creare perché molto spesso non si sa come fare per accedere a dei fondi che possano supportare economicamente un’idea imprenditoriale».

Concetto, quello dell’evitare l’assistenzialismo con contributi sparsi, che è stato ribadito dal vice sindaco di Taranto, Paolo Castronovi il quale nel suo intervento ha sottolineato: “Non abbiamo bisogno di aiuti a pioggia ma di seminare la rinascita cambiando il paradigma degli ultimi 50 anni della storia di questa città. Vogliamo vedere nascere le prime imprese già quest’anno per permettere magari a qualche giovane di realizzare il sogno di una vita”.

In buona sostanza rispetto al recente passato, dove veniva finanziata la nascita di nuove imprese poi abbandonate a se stesse, la nuova idea è quella di rendere durature queste nuove imprese, aiutandole a rapportarsi con i soggetti adatti a finanziarle e fornendo una preziosa consulenza nella fase del loro sviluppo.

«Qui, la mia famiglia»

Bengalese, Mdhelal sogna un futuro italiano

«Quindici anni di sofferenza. In giro per mezza Europa, Grecia, Francia, Italia. Sogno di tornare in Bangladesh per riabbracciare mia madre. Non ho più papà, né mio fratello, ammazzato da una banda di malfattori, né mia sorella, rapita anni fa…»

Mdhelal, bengalese, musulmano, trent’anni, la metà vissuti pericolosamente. Ha assistito a un brutto film, quello della sua vita, fatta di lacrime, tante, e sangue, di più di tanto.

«Ho girato mezza Europa – racconta – sono stato prima in India, in Grecia e in Francia, prima di arrivare qualche anno fa, quattro, cinque, in Italia, entrare in un Centro di accoglienza, “Costruiamo Insieme” e trovare amici e lavoro, compagni straordinari e impegnarmi in un caseificio: da quel momento quella è stata la mia famiglia».

Lo dice a malincuore. Nell’animo un grande dolore, una storia tutta da raccontare. Sembra un film, dicevamo, uno di quelli firmati da una generazione di registi che ci ha raccontato la mafia attraverso quei “bravi ragazzi”, che bravi non erano. Bravi, inteso come autori di bravate. Bravi, come quei ceffi di manzoniana memoria, al soldo di don Rodrigo. «Parlo di famiglia – riprende Mdhelal – la cosa può far sorridere, ma ho fretta di costruirmene una, anche solo nella mia mente, perché quella che avevo in Bangladesh è come se non ce l’avessi più: mi è rimasta mia madre, che sento ogni tanto, con un filo di voce, come se aspettasse il momento di spegnersi e questo, io, non lo voglio; ha il cuore orientato verso l’Italia, sa che io sono qua e sto provando a costruirmi un futuro; non è semplice, ma ci sto provando con tutte le mie forze; non è facile, ma almeno sai che per male che vada, nessuno ti pianterà un colpo di pistola nella schiena».

Ecco Mdhelal che sgrana nomi come grani di un rosario, uno per volta. Di mamma ha detto. Non ancora del papà. «Non c’è più – racconta il trentenne bengalese – affetto da una brutta malattia che forse, e sottolineo forse, avendo qualche possibilità economica in più, poteva essere combattuta: da noi, in Bangladesh, è così, non abbiamo molte risorse, ma abbiamo tutti una gran voglia di lavorare, onestamente…».

LAVORARE “PULITO”

Gli occhi tristi, il ricordo va a poco meno di venti anni fa. «Onestamente – dice – abbiamo sempre cercato di lavorare, affrontare il duro lavoro nei campi, pur di poter campare in modo pulito; ma la sola voglia di spezzarsi la schiena, evidentemente, non era servita a mio padre: non avevamo soldi da parte per curarlo e lui era stato il primo a farne le spese».

Una sporca soluzione. «Mio fratello Dulal, diciassette anni appena, il più grande di tre figli, voleva dare una svolta, più che a se stesso, alla nostra famiglia: non voleva che patissimo fame e povertà, così un giorno incontrò certe persone, gentaglia, che gli promisero “un lavoro di tutto rispetto” e che a differenza di quello nei campi, lo avrebbe reso felice».

Una trappola per il giovane Dulal. «Capì l’antifona – prosegue Mdhelal – solo quando gli fecero fare un giuramento, una specie di iniziazione; fu un momento, capì che era entrato in un gioco più grande di lui, sporco, quando gli misero in mano una rivoltella: “Con questa, a costo della vita, difenderai i tuoi e i nostri interessi!”, gli dissero; era entrato in quella che loro chiamano “famiglia” e dalla quale, una volta entrato, non puoi più uscirne».

Cosa doveva fare Dulal. «Sorvegliare la linea di confine fra India e Bangladesh, mentre gli altri trafficavano in droga, hashish: lì la legge è molto severa, gli scontri con i militari – di una dell’altra parte, sia chiaro – sono all’ordine del giorno, l’unico sistema per assicurare ai boss un guadagno facile, è una rete di collaboratori che eseguano ciecamente gli ordini: mio fratello era una pedina utile, ma sostanzialmente insignificante, quella pistola era stata la sua condanna, morire in un conflitto a fuoco per proteggere se stesso e i suoi “compagni”, oppure gettarla e correre, scappare, senza voltarsi più; la sua coscienza aveva bussato più volte, lo aveva detto anche in famiglia che non era per lui fare la sentinella per una banda di malviventi: il suo stato d’animo non era sfuggito nemmeno ai suoi capi che un giorno, tremendo, vollero mettere un punto esclamativo alla sua storia».

NON UNA, MA DUE CONDANNE

Non c’era stato verso di allontanarsi. «Avevamo chiesto un incontro con il suo capo – ricorda – niente da fare, mio fratello sarebbe stato di esempio per gli altri; una notte vennero a svegliarci, avevano trovato il corpo di mio fratello, “giustiziato” con un colpo di pistola alla schiena, attirato in una trappola: ci portarono sul luogo del delitto per lo straziante riconoscimento».

A proposito di militari. «Un amico di famiglia, un militare, ci disse di denunciare quella banda di assassini e trafficanti di droga, la polizia ci avrebbe protetti: denuncia, arresto, scarcerazione dei malviventi dietro una lauta cauzione nel giro di qualche giorno; una notte si presentarono in non so quanti, penetrarono in casa e picchiarono me e mia madre, rapirono mia sorella Nearon della quale non abbiamo saputo più nulla, fine di una famiglia…».

Ora prova a guardare avanti, Mdhelal. «Ma non ho abbandonato del tutto l’idea di tornare un giorno a casa mia, provare a restare lì o, se proprio non esistono più le condizioni, portare con me mia madre: questi sono i miei due sogni, una famiglia e ricambiare l’affetto e i sacrifici di mia madre per far crescere me e quei miei due fratelli che non ho più; la famiglia, quella sul posto di lavoro, l’ho trovata, ora mi tocca realizzare il sogno numero due!». Accenna il numero, due dita, sembra un segno di vittoria: “V”. Lui, un primo risultato, l’ha conseguito; accarezzare un secondo grande sogno non è vietato. Sarebbe bello lo realizzasse con l’aiuto di tutti i suoi amici, quelli veri, che ricambiano quotidianamente il suo affetto: «E’ un grande lavoratore!», dicono di Mdhelal. Lavoratore dal cuore grande, ma segnato da un dolore difficile da dimenticare.