«Collaboriamo Insieme»

Carmine Passarelli, manager dei supermercati “Pascar”

«Abbiamo progetti legati alla coltivazione di prodotti per i nostri supermercati. Servizi e massima qualità, dare il meglio significa crescere. Centocinquanta dipendenti, mercato in espansione per coprire in modo ragionato l’intera provincia. Comunicazione e acquisti dei prodotti locali per una ricaduta economica sullo stesso territorio»

Carmine Passarelli, manager e portavoce della catena di supermercati “Pascar” è ospite della nostra rubrica “Con parole mie”. Con la sua attività commerciale in continua espansione, si incrocia spesso con “Costruiamo Insieme”. Sponsor di stagioni di teatro e di cabaret e, prossimamente, con la nostra cooperativa stabilirà un accordo di collaborazione.

“Costruiamo Insieme”, non è un caso.

«Assolutamente sì, uno dei nostri slogan “Pascar è di tutti!”, dunque è già aperta al sociale, all’integrazione e con “Costruiamo Insieme” abbiamo dei progetti interessanti in cantiere, legati alla coltivazione di alcuni prodotti che saranno venduti nei nostri supermercati – dunque una collaborazione stretta – perché di questa nuova forma di collaborazione se ne avvalga il territorio».

La comunicazione, come sceglie le sue campagne pubblicitarie?

«Le “campagne” intanto devono possedere una base innovativa, avere la capacità di stupire in pochi istanti. Si parte da un concetto comune, un messaggio attuale che però abbia caratteristiche originali, immediate».

Un investimento indirizzato allo spettacolo, per interessare lo spettatore medio.

«Da anni investiamo parte del ricavato nel territorio sul quale siamo presenti. Essere partner della Stagione teatrale al teatro Orfeo e della rassegna di cabaret al Tarentum dell’Associazione culturale “Angela Casavola”, è un modo con il quale ringraziare la città e, allo stesso tempo, promuovere la cultura».Passarelli 01Ha parlato di territorio, su quali aree è presente “Pascar”?

«Taranto, San Giorgio Jonico, Grottaglie, Crispiano e Statte, l’obiettivo è quello di proseguire con una copertura ragionata l’intera provincia».

Quanto è facile e complicato, allo stesso tempo, fare impresa sul nostro territorio?

«Si fa impresa con una certa fatica, occorrerebbe possibilmente un contatto più stretto con le Forze dell’ordine, in quanto lo stesso territorio sul quale fai attività commerciale ti “debilita”, per usare un eufemismo; la provincia registra talvolta problemi di carattere sociale che rischiano di turbare la quiete dei ragazzi che lavorano ogni giorno per assicurare alla clientela massima professionalità, dunque servizio e qualità».

Fra dipendenti e collaboratori, quanto personale è impegnato nella catena di supermercati “Pascar” e quanto avverte il peso di numerose famiglie?

«Abuso di un concetto a volte utilizzato in modo improprio: posso però assicurare che siamo una famiglia, anche se oggi per questione di numeri, possiamo considerarci una famiglia allargata: ovviamente se il collaboratore è felice, questa sua positività la trasmette alla clientela; al nostro personale imponiamo – nel vero senso della parola – di fare tassativamente sei settimane di ferie l’anno; a mesi alterni deve “staccare” dalla routine quotidiana, stare con la propria famiglia, ricaricare le batterie e tornare sul posto di lavoro ancora più motivato.

Circa centocinquanta sono i collaboratori quotidianamente impegnati nelle nostre attività, dunque altrettante famiglie che possono contare su uno stipendio più che decoroso. Il discorso è semplice, riconducibile a uno dei principali dogmi del commercio: se il cliente è soddisfatto, l’azienda cresce».
Passarelli 04Stando in prima linea con i beni di consumo, quale idea si è fatto, cosa dice il territorio: sofferenza, speranza, ripresa, va bene?

«Non basta offrire un servizio dignitoso, è necessario essere al passo con i tempi; vero è che le vendite nei supermercati raccontano più di ogni altro lo stato di salute di un territorio: gli ultimi sei mesi ci dicono che c’è stato un incremento nelle vendite, sicuramente dovuto anche al reddito di cittadinanza che ha invogliato quanti ne godono ad acquistare beni di consumo; è risaputo che quello degli alimentari è il settore più interessato dai numeri in crescita. Cifre già confortanti, raccontano di un gennaio ulteriormente positivo, nonostante il primo mese dell’anno si dice sia quello più spento, venendo dalle festività natalizie nel corso delle quali si registra una impennata nelle vendite: rispetto allo scorso anno in gennaio abbiamo chiuso con un 12% in più».

Cosa acquistano i tarantini?

«Sempre più beni del territorio, dalle mele di Martina Franca all’uva di Grottaglie, la gente è sempre più attenta alla propria salute, dunque al benessere».

La sua stessa attività si è fatta promotrice dei prodotti del territorio.

«“Pascar” è un’attività tarantina, ha i colori rossoblù nel suo brand e contribuisce ad alzare il prodotto interno: vendiamo e acquistiamo i prodotti della nostra terra, mozzarelle, biscotti, frutta del territorio, sicuramente contribuiamo a far crescere le aziende presenti sul territorio, così che queste possano proseguire nella loro politica di investimenti assumendo personale del posto: dunque, facciamo attenzione a dove facciamo la spesa e cosa acquistiamo; non per fare del facile nazionalismo, ma se acquistiamo prodotti locali, da Mottola a Noci, sempre per fare un esempio, avremo una ricaduta economica: diamo una mano alla crescita del territorio e contribuiamo alla creazione di nuovi posti di lavoro».

Papa Francesco, primo!

“Chi aiuta il prossimo?”, gli italiani e un sondaggio

Matteo Salvini, secondo. A sorpresa una “medaglia” al leader della Lega, ma di mezzo non c’erano ancora sconfitta elettorale e citofonata al cittadino tunisino. Terzo è Gino Strada, a seguire in ordine sparso: Berlusconi, Bill Gates, Madre Teresa di Calcutta (scomparsa più di venti anni fa), il presidente Mattarella e Totti. Forse, oggi, l’esito sarebbe diverso.  

E’ Papa Francesco il personaggio più noto che aiuta il prossimo. Questo il responso di 816 italiani, il “campione” esaminato da Renato Mannheimer, sondaggista per le numerose inchieste svolte per i canali Rai, con particolare riferimento al programma “Porta a Porta” e quelli Mediaset, in particolar modo alla vigilia delle campagne elettorali. Insomma, la spunta Sua Santità. E nonostante uno strappo (violento?) rifilato a una fedele troppo passionale che aveva chiesto al Santo Padre più di attenzione piuttosto che una benedizione come quella riservata agli altri fedeli incontrati in piazza San Pietro. E nonostante, anche, le immagini poste in circolazione con la mistificazione di pochi fotogrammi che avevano tentato, in qualche modo, di scalfire l’immagine del massimo rappresentante della Chiesa cattolica nel mondo.

Questo per ciò che riguarda il primo posto. A sorpresa, non nascondiamolo, alle spalle di Papa Francesco, figura nientemeno che Matteo Salvini, ex ministro degli Interni. Un sondaggio, va precisato, svolto all’inizio di dicembre, prima che il leader della Lega accusasse il colpo alle più recenti elezioni con una inattesa sconfitta elettorale, secondo i sondaggi saldamente stretti fra le mani del buon Matteo. E, soprattutto, prima che lo stesso Salvini, in un momento di esaltazione, lo scorso 21 gennaio si prendesse il “fastidio” di citofonare a un ragazzo di origini tunisine residente nel quartiere del Pilastro a Bologna, parlando con la sua vittima di spaccio. Colpo eclatante, evidentemente assestato per portare farina al suo mulino elettorale, raccogliendo voti con un’azione “coraggiosa” svolta davanti a decine di persone, giornalisti e videocamere. Senza contare come questo atteggiamento spregiudicato, abbia aperto un caso politico-diplomatico fra Roma e Tunisi.

SANTO SONDAGGIO…

Ma torniamo al sondaggio. Per scrivere di Salvini c’è sempre tempo. Dunque, “Chi è il personaggio che aiuta di più il prossimo?”. Al primo posto, si diceva, Papa Francesco con il 18%; secondo Matteo Salvini, con un 5% “rivedibile”. Risultato di un sondaggio svolto da una società che fa capo a Renato Mannheimer, presentato nei giorni scorsi a Palazzo Marino, a Milano, in occasione della cerimonia del Premio “Il Campione” organizzato dai CityAngels, organizzazione di volontariato che aiuta i senzatetto in molte città.

Il domandone, si diceva, è stato posto a 816 persone nei primi due giorni di dicembre. Se il Papa e il leader della Lega conseguono le prime due posizioni del podio, il terzo gradino va assegnato all’ottimo Gino Strada, staccato di solo un punto dal secondo da Salvini. A seguire, fra curiosità, risultati inattesi e conferme: Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio, Bill Gates, Madre Teresa di Calcutta, Leonardo Di Caprio, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e, infine, Ezio Greggio, Francesco Totti e Angelina Jolie.

Altra curiosità. Il 14% degli intervistati ha risposto con un telegrafico “nessuno”, significando che, oggi, ci sarebbe poca attenzione per il prossimo. Non solo, il 21%, sostanzialmente uno su cinque, ha confessato di non saper dare una risposta. Nel 26% che racchiude la voce “altri”: Maria De Filippi e Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, che pochi istanti prima era stato premiato.

PILASTRO FATALE

Per tornare per qualche istante sul blitz di Matteo Salvini nel quartiere del Pilastro di Bologna. Il suo gesto ha fatto scoppiare un vero e proprio caso politico-diplomatico. Osama Sghaier, vicepresidente del Parlamento tunisino, ha fatto notare come il gesto dell’ex ministro dell’Interno abbia messo a rischio i rapporti tra Roma e Tunisi. Altra protesta, quella dell’ambasciatore della Tunisia a Roma, Moez Sinaoui. Il rappresentante diplomatico tunisino ha scritto una lettera alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella sua nota ha espresso “costernazione per l’imbarazzante condotta” del senatore e leader della Lega. “Deplorevole provocazione – secondo Sinaoui – senza alcun rispetto del domicilio privato di un pubblico rappresentante dell’Italia, Paese che vanta un’amicizia di lunga data con la Tunisia”. Mannheimer, torniamo a farlo adesso un altro sondaggio. Non c’è bisogno di cambiare i quesiti alle schede per un aggiornamento su come gli italiani giudichino i grandi personaggi di cronaca, politica e spettacolo, impegnati nell’aiuto al prossimo.

«Non scappo più!»

Uno storiaccia ripresa per noi, ma lieto fine

«Mi è toccato fuggire dal mio Paese dove era in atto un conflitto civile. Elezioni sovvertite da un governo militare. Colpi di arma da fuoco, ho visto cadere sotto i miei occhi miei colleghi e fratelli africani usati come bersaglio mobile. Arrivato a Taranto, ospite di una struttura poco…ospitale e, finalmente, “Costruiamo Insieme” e un’occupazione»

«Brutta storia la guerra, dovessi scrivere un libro non saprei nemmeno da che parte cominciare». Ndoli, uno di noi, ivoriano, in fuga dalla sua Costa d’Avorio, dove è stato sovvertito il voto popolare, si racconta daccapo per noi. In realtà non sa da che parte cominciare raccontarsi. Oggi è felice, sorride spesso, ma capita che quella sua espressione, incoraggiante per molti di noi, si spenga dopo qualche istante. «Ricordi difficili da cancellare – spiega – tornano in ogni momento alla mia memoria: un governo democratico che diventa regime; rappresaglie, prigionia, torture e armi, colpi di pistola e di fucile, esplosi da miliziani e poi ragazzini: il bersaglio è sempre uno, un fratello che non ne può più di essere puntualmente sopraffatto, trattato come fosse una bestia e, alla fine, ammazzato».

Ndoli, però, oggi lavora con “Costruiamo Insieme”. Ordinato, puntuale. Da buon militare ha portato sul posto di lavoro un certo rigore. «Ci sono regole da rispettare, per il bene di tutti – dice, per non essere frainteso – vivere insieme, che sia un Centro di accoglienza o un altro tipo di struttura con altra gente, ti porta ad essere misurato, ma a fare in modo che tutti, tu per primo, tengano sempre a mente che esiste un regolamento e che non si può fare di testa propria: gli orari, che sia la sveglia o la colazione, piuttosto che il pranzo, sono uguali per tutti, ma detto questo fra noi tutti, operatori e ospiti – il clima è sempre idilliaco».

Come volevasi dimostrare. Dal sorriso contagioso, passa ad una fronte aggrottata, si fa serio, contagia anche il suo nuovo stato d’animo. «Tutti fanno sogni – dice Ndoli – anche a me, ai miei fratelli africani capita, forse una quota più bassa rispetto ad altri, la percentuale più alta che ci tocca, invece, è quella degli incubi: ora succede sempre meno, ma c’è stato un periodo in cui mi svegliavo di soprassalto, qualche istante prima mi era passato di mente un pezzo della mia vita, come fosse un brutto film: la persecuzione, l’arresto, la reclusione, le torture, la fuga; e poi miei colleghi militari trucidati sotto i miei occhi, lo stesso ragazzi a cui avevano detto di scappare per fare da bersaglio mobile agli spari di un fucile, solo per misurare chi ha una mira migliore!».

UN INCUBO TIRA L’ALTRO

Durante il sonno, Ndoli, come ad altri ragazzi, capita di sentire un colpo esploso da un’arma da fuoco. Per fortuna è solo un incubo, ma il cuore batte forte, meglio un sorso d’acqua per farsi passare una paura che non andrà mai via. «Mio padre e mia madre non ci sono più – racconta l’operatore della cooperativa – si sono ammalati, uno dietro l’altro, in casa non avevamo le risorse per curarli, così si sono spenti, lasciando sette figli al loro destino: tre fratelli e tre sorelle, che ho lasciato perché non ce la facevo più; anche la divisa che indossavo non aveva più valore: c’erano le votazioni per scegliere il nuovo presidente e come altri militari sorvegliavo che tutto andasse nel modo più giusto; lo spoglio indicò un presidente e un voto democratico, ma evidentemente altri non la pensavano allo stesso modo: il paese si spaccò in due e scoppio la guerra civile».

Brutta cosa doversi difendere dalla tua stessa gente che nel frattempo ha scelto altro.   «Con questi occhi ho visto morire sette miei colleghi, tutti militari, uno dietro l’altro: uccisi dal fuoco della guerra civile». Vivere nel terrore. E non solo in Costa. «In Libia – prosegue Ndoli –  prima di imbarcarmi, ho visto due ragazzi anche loro in fuga – come me – verso la libertà essere ammazzati, come se la loro vita contasse meno che zero…».

«GRAZIE IMRAM!»

Poi torna a parlare di sé. «Sono riconoscente a Imram – spiega – un amico pakistano: eravamo ospiti in un albergo non lontano dalla città, io e altri che erano con me, ci meravigliavamo di come godessimo scarsa considerazione: i gestori di quella struttura che avrebbe dovuto ospitarci, ci trascuravamo; sia chiaro, non volevamo che in ogni momento ci fosse una festa, ma almeno assicurarci il minimo: pulizia e alimentazione, per esempio; per non parlare del pocket money, quella cifra che ognuno di noi avrebbe dovuto avere a fine mese». Poi il passaggio a “Costruiamo Insieme”. «Non solo, anche un lavoro: per questo non finirò mai di ringraziare quel mio amico che si è impegnato per me e mi ha fatto conoscere “Costruiamo Insieme”».

Voglia di tornare dd Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, dove Ndoli ha vissuto a lungo. «Vorrei tanto tornare da fratelli e sorelle – riprende – ho una voglia matta di riabbracciarli, ma la situazione lì, non è delle migliori: mi auguro che prima o poi qualcosa, in meglio, accada».

Nel frattempo Ndoli resta qui, lavora, si è riappropriato di una certa serenità. «Non corro più, anzi, è meglio dire che non scappo più: è questa, per me è la gioia più grande».

«Vedo buio»

Alberto Patrucco, ospite di “Costruiamo Insieme”

«Ho la vaga certezza che, di questi tempi, usciti dal tunnel, se ci andrà bene riemergeremo in una zona d’ombra…».   Il popolare comico nei nostri studi. Dopo dieci anni, a Taranto, per uno spettacolo teatrale. «Mi ispiro al grande Brassens,  l’ho tradotto e gli ho dedicato due album»

 Alberto Patrucco, da Zelig a Colorado Café passando per il Maurizio Costanzo Show e Ballarò, fino ad entrare nei nostri studi, per essere uno dei protagonisti della rubrica “Con parole mie”. E’ stato ospite di “Cabaret al Tarentum”, che ci vede fra i maggiori sostenitori della rassegna con gli ospiti in cartellone in esclusiva sui nostri strumenti di comunicazione, sito, webradio e canale youtube.

Patrucco, promotore del pessimismo comico.

«Parafrasando il sommo Leopardi, il pessimismo non è cosmico, ma è comico. Mi sembrava un artificio lessicale piuttosto azzeccato. Per dirla con Altan: il pitale lo vedo sempre mezzo pieno; l’idea del pessimismo è quella di non occuparmi di temi non banali – con il massimo rispetto per tutti, dunque per nessuno… – generalmente rappresentati da moglie, suocera, avventure o disavventure domestiche. Comico, visto come mestiere, è un sostantivo che uso a fatica: preferisco cavalcare umorismo e ironia piuttosto che comicità; dunque, spostando i riflettori ci si accorge che c’è dell’altro, una scelta che consente di evitare una certa omologazione e, allo stesso tempo, di interessarmi di altre tematiche – visti i tempi non proprio idilliaci – rivolte più al pessimismo che all’ottimismo; ma attenzione, queste riflessioni hanno il solo scopo di sollecitare risate liberatorie. Come a dire che bisogna far ridere sul serio per non essere comici».

Che rapporto ha con la tv.

«Bellissimo, ma è la tv che non ha un buon rapporto con me. Non ho avversità nei confronti di un mezzo che bisogna vedere, però, come lo riempi».

C’è un programma preferito?

“Oggi lo stand-by, il puntino rosso che appare quando l’elettrodomestico è spento. C’è stato un momento in cui ne ho fatta di tv, conservando la mia caratteristica che non è assimilabile ad altri tratti – assolutamente dignitosissimi – ma in questo momento non ne sto facendo: non nascondo che sento la mancanza di non farne, perché aiuta ad avere visibilità, ma non mi vestirei mai da coniglio o da ortaggio per lavorare, con tutto il rispetto per fauna e vegetazione del pianeta…».Patrucco 02 - 1Georges Brassens, andata e ritorno. Il primo amore non si scorda mai.

«Uno dei poeti più grandi del Novecento al quale ho dedicato due miei album. Credo che il suo mondo sia di insegnamento anche per la scrittura umoristica, poi è uno che ha cambiato il modo di fare canzone. E’ stato l’antesignano dei cantautori, ha aperto la strada a un modo di fare canzoni abbracciando tematiche che non fossero sentimental-ginecologiche e dintorni, spostando invece l’attenzione su altro».

De André è un altro che deve tanto a Brassens.

«Inizialmente De André era un clone di Brassens; gli va però riconosciuto l’aver fatto conoscere il maestro al pubblico italiano, al di là delle traduzioni di opere come “I gorilla”, “Morire per delle idee”, “Le passanti”, “Marcia nuziale”, “Delitto di paese”. “Bocca di rosa”, “La città vecchia”, “La canzone di Marinella”, sono francofone e brassensiane come impostazione: De André quel faro lo ha sempre tenuto presente, diventando a sua volta riferimento per la scuola genovese di cantautori che non comprendeva il solo Paoli: “La gatta”, per esempio, è un brandello di una canzone di Brassens. Ciò detto, Brassens per tutti i cantautori non è stato solo un faro ma un tripudio di luci”.

Patrucco, nella sua satira ce n’è per tutti.

«Sarebbe sciocco fare satira a senso unico: non conosco politici immacolati, tutti fanno tutto pur di amministrarci come gli pare; scendono per strada il giorno di festa, alla vigilia del voto, stringono mani, fanno le solite promesse e al lunedì già non li trovi più: polverizzati. E hai voglia a cercarli…».

Che storia è la sua?

«Mi ripeterò, ma non mi ritengo un comico, vengo dal cabaret metà Anni Settanta. Insieme con un gruppo di “irriducibili” ho cominciato dalle cantine, fatto gavetta che oggi molti non fanno in quanto subito promossi in prima serata sulle reti televisive principali. Buon per loro, lo dico senza alcuna punta d’invidia. Il cabaret non è un genere, è uno spazio: chambre, come dicono i francesi, una piccola stanza. I comici in tv, in quegli anni erano Chiari, Bramieri, Macario, Dapporto. Loro sì che facevano bene la tv; noi, sparuto drappello di teste malsane, facevamo invece cabaret. Provavamo a riempire le cantine, gli spazi che ci ospitavano con qualcosa che avesse un contenuto. Il cabaret è un mondo fatto di parola, aforismi, battute e canzoni. Canzoni, appunto. Io non ho iniziato ciarlando e berciando, ma cantando. Suonavo, pianoforte e chitarra: sparavo facezie, bordate, e cantavo…».

Fare tv, suona quasi come un’offesa.

«Non volevamo cambiare il mondo, a noi stavano bene quei posti, quei sentimenti, quelle intenzioni. Abbiamo resistito parecchio. La tv, dicevo, dà popolarità, ma solo se sei in grado di confermare il tuo tratto, il tuo stile, il pubblico resta in perfetta sintonia con le cose che fai».

Bei tempi quelli delle cantine.

«Non sono un passatista, ma a Milano quelli sono stati anni magici. Non ci abbattevamo nemmeno se qualche sera vedevamo più gente sul palco che pubblico in sala».Patrucco 03 - 1Dalla tv alla libreria, dal teatro al cabaret. Vederla, ascoltare i suoi monologhi, è un po’ come tornare sul luogo della “sciagura”.

«Sciagura, bella questa. Mi piace, però, pensare che si saranno trovati bene, tanto da tornarci. La tv, i giornali, i libri, sono luoghi di appuntamento, con decenza parlando. Se uno si trova bene, torna, sennò gira alla larga».

Georges Brassens, grande poeta e interprete francese, tradotto da lei, parola dopo parola. Un fioretto?

«Solo nelle intenzioni, poi quando si spengono le luci e tacciono le voci, giù sciabolate: badile e piccone. Brassens è uno che faceva grande ironia, le sue canzoni di cinquanta, sessant’anni fa sono buone ancora oggi: “Strofe per uno svaligiatore” o “I rampanti”, per esempio, c’è tanta sostanza e attualità».

Ha ritirato riconoscimenti che stanno fra spettacolo e cultura. Lei si sente di stare fra l’uno e l’altra?

«Non esageriamo, io definisco le mie riflessioni “momenti di pessimismo comico” non a caso. Certamente non amo l’ostentazione del tormentone al gratis; amo ragionare sulle cose e mi piace pensare che anche la gente arrivi a sorridere a una battuta che ha l’ambizione di essere ironica, per ragionamento».

Da dieci anni non era ospite in teatro, a Taranto. Ha un buon rapporto con la provincia ionica, ma sostanzialmente con la Puglia.

«Non sono un animale marittimo eppure quando vengo a fare serate da queste parti mi trovo sempre meglio, perché intanto in Puglia mi sento di casa e credo che queste sia una delle regioni dove faccio un bel numero di spettacoli. Insomma, non so per quale contrappasso geografico, quando vengo da queste parti è come se tornassi a casa: gli amici, il pubblico, la gente che mi segue in tv, trova divertenti i miei spettacoli, i miei monologhi, i miei libri».

Vede sempre buio?

«Come il maestro Brassens, al quale chiedevano perché non si lamentasse e lui rispondeva “…solo perché può peggiorare”, io dico che ho la vaga certezza che, di questi tempi, usciti dal tunnel, se ci andrà bene, ma bene bene, riemergeremo in una zona d’ombra…».

Buio.

E i pugliesi vanno a Nord

Migranti e immigrati, stime poco incoraggianti

Al Sud, ragazzi via di casa. In valigia diploma o laurea per cercare migliore fortuna. Uno studio invita a contromisure immediate. Intanto non c’è ricambio, flussi dai Paesi africani segnano il passo. Si teme che altre regioni del Meridione si svuotino.

Più numerosi i pugliesi che emigrano al Nord che i migranti, invece, che si fermano in Puglia. E’ un documento nel quale la Cgil Puglia svolge un’attenta analisi in base ai dati del “Benessere equo e sostenibile” resi pubblici dall’Istat. Risultato doppiamente allarmante se si pensa che la Puglia starebbe meglio delle altre regioni meridionali.

A questo va aggiunto un altro aspetto: peggiora la qualità del lavoro e si fa sempre più largo il rischio di un declino demografico: si chiaro, non c’è soltanto il calo delle nascite, ma anche un’emigrazione dei giovani più istruiti verso il Nord. Giovani che hanno titoli di studio superiori al lavoro che svolgono. Di questo passo, fra qualche anno, se a qualche politico venisse in mente di suonare provocatoriamente qualche citofono, potrebbe non avere alcuna risposta.

Dunque, Sud fermo. Quasi 3 milioni gli occupati persi in confronto del Centro-Nord: una distanza che in circa venti anni registra una fuga più che preoccupante. Per dirla tutta: con un gap simile qualsiasi provvedimento potrà essere adottato a breve, il gap sarà irrecuperabile. I numeri dell’emigrazione dal Meridione verso il Nord sono in costante crescita, e buona parte di questi sono giovani e laureati. Un risultato non certamente compensato dall’immigrazione, visto che gli ingressi nel nostro Paese sono sempre meno.

DISTANZA SUD-NORD

Disarmante l’analisi sul Sud Italia. Dalla metà del 2018 l’occupazione presenta, scaturisce dall’attenta analisi, “una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord”. In breve, leggendo il dato secco, si scopre che gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 “sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%)”.

Tra il 2002 e il 2017, spiega il rapporto, sono emigrati dal Sud verso il Nord oltre 2 milioni (132.187 nel solo 2017). Elemento maggiormente preoccupante: le persone che due anni fa hanno lasciato casa e famiglia per cercare fortuna al Nord, più di sessantaseimila sono giovani. Come a dire che il futuro di terre come Sardegna, Sicilia, Calabra, Puglia, Campania che se ne va.

Aggravare la situazione il dato migratorio secondo cui il saldo interno, compresi i rientri, spiega lo studio, “è negativo per ottocentocinquantamila unità. Nel 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità”. La ripresa dei flussi migratori è la vera emergenza meridionale allargatasi negli ultimi anni anche al resto del Paese.

ITALIA AL RALLENTY

Il progressivo rallentamento dell’economia italiana, si legge nello stesso rapporto, riapre la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito decretando l’inversione di tendenza rispetto a una risalita dell’economia che negli ultimi anni c’è stata ma a ritmi lenti, molto lenti. E gli effetti si vedranno. L’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è del – 0,3%.

«Continuiamo a registrare dati che non ci lasciano tranquilli – ha detto il segretario generale della CGIL Puglia, Pino Gesmundo – c’è sempre un divario tra Nord e Sud sulla occupazione di giovani lavoratori che hanno titoli di studio superiori al lavoro che svolgono. Bisogna insistere su politiche di sviluppo del governo nazionale per il Mezzogiorno, utilizzare meglio i fondi strutturali che ci consentiranno di superare il divario, se consideriamo che utilizziamo solo il 27% dei Fondi Fesr. Quindi, dialogo e collaborazione sono indispensabili per lo sviluppo».

Infine, altro tasto dolente, le donne del Sud non sono sufficientemente garantite: sia per la qualità del lavoro sia per i servizi di supporto alle famiglie. Sarà pertanto necessario, anche a livello locale, avviare un percorso di sviluppo duraturo e stabile capace di produrre buona occupazione, stabile e soddisfacente.