«Il mio italiano…»

Soulemane, guineano, la sua “lingua”

«Ho imparato prima il linguaggio del corpo, poi la vostra lingua». E mima colazione, panino, mare, fermata d’autobus. «I miei genitori, a malincuore, mi hanno spinto lontano dal mio Paese, ma non sono fuggito solo dalla Guinea, sono scappato via anche dalla Libia…»

«Non chiedetemi se un giorno mi sentirò sereno: difficile, avendo provato per colazione, pranzo e cena solo botte», dice Soulemane, ragazzone guineano che non abbassa lo sguardo, accenna appena un sorriso. Anche questo suo modo di relazionarsi, mandare in avanscoperta il suo sorriso, come a dire “amico!”, gli costerà caro nel suo Paese e altrove. Non in Italia. I gesti, il sorriso, gli italiani. Impara in fretta la comunicazione, il ventiquattrenne guineano. «Gli italiani gesticolano e tanto – spiega, rispolverando un sorriso che per lungo tempo ha tenuto, spento, in un angolo dell’anima – ma capisci dal tono della voce che per te, come per chiunque, nutrono rispetto: me ne sono accorto appena dopo qualche settimana che ero arrivato in Italia, due anni fa; mi parlano piano, alzano il tono della voce, scandiscono bene le parole, come se fossi un alunno di scuola elementare: è bello tutto questo, ti danno l’impressione che fino a quando non li avrai compresi, ti ripeteranno il concetto e sempre con tanta pazienza: tono lento e voce alta e, soprattutto, a gesti; questa la prima cosa che ho imparato e adottato: gesticolare aiuta, così mano a mano che facevo progressi nel mio italiano – conosco il francese, la lingua ufficiale del mio Paese, ma anche dialetti arabi – imparavo il linguaggio dei gesti…».

Sorride, Soulemane. Finalmente. Ci dà l’impressione che non voglia fare un passo indietro nel suo passato. Quasi che prenda tempo. E, allora, comunicazione per comunicazione, gli concediamo il racconto che ha nella testa. «Non conoscendo una sola parola di italiano – riprende – ho imparato subito decine di gesti, che è un po’ come imparare un’altra lingua, ma più velocemente: chiedere dove è possibile fare colazione, mangiare un panino, andare a mare, dov’è la fermata di un bus…». Muove mani e braccia, ci insegna gesti dei quali avevamo perso traccia. E’ vero, per chiedere dove sia il mare, basta mimare una “nuotata stile libero”. Ce lo facciamo ripetere, è adorabile Soulemane. Ha pazienza. Quel modo di gesticolare, è il suo esperanto, la cosiddetta lingua artificiale fatta di poche centinaia di espressioni.

VIENI DALL’ITALIA…

«Quando ho imparato l’italiano tutto mi è sembrato più semplice – confessa – ma ormai non riesco più a fare a meno di accompagnarmi con i gesti: sono sicuro, se un giorno incontrassi connazionali o fratelli africani, capirebbero dal modo di parlare da come mi accompagno con mani e braccia, che sono stato in Italia».

Bene, dell’accoglienza e del suo inserimento, a furia di segni, percorso favorito anche dalla cooperativa “Costruiamo Insieme”, ha parlato. Ora deve raccontarci un pezzo della sua storia. Non fa piacere trasformare un sorriso in una espressione seria, corrucciata, ma serve a tutti ricordare. E’, forse, il sistema per guardare al futuro in modo più sereno, come a dire che il peggio è passato. «Vengo dalla Guinea – racconta Soulemane – un Paese dove insiste un conflitto fra quella parte che i fondamentalisti chiamano “parte sana” della Guinea e il resto della popolazione: la razza pura sono i guineani, gli altri sono “gli altri”. E basta solo questo perché scatti la presunta offesa, e a questa faccia seguito il pestaggio. Ne so qualcosa io, che alla fine sono stato invitato dai miei genitori a fuggire via: ogni giorno tornavo a casa pieno di ferite e sporco di sangue».

Militari e milizie, civili con armi in pugno che fanno il lavoro sporco. «Non puoi alzare lo sguardo, che ti circondano. E con un pretesto qualsiasi ti provocano e cominciano a picchiarti fino a quando non vedono il sangue: colpito con il calcio di una pistola o di un fucile; i miliziani circolano sempre armati, fucile a tracolla e pistola infilata nella cintura dei pantaloni, ti accerchiano e te le danno di santa ragione: i guineani “puri” – anche io sono orgogliosamente guineano, ma non come intendono loro… – assistono allo spettacolo, “gli altri” scappano via, tante volte a seguire toccasse anche a loro».

ADDIO A MAMMA E PAPA’

Papà e mamma spingono Soulemane alla fuga. «Meglio saperti lontano con un sorriso e con la voglia di vivere, e non tenerti qui, dolorante e addolorato, una continua maschera di sangue!», gli dicono. E io, a malincuore, scappo. Arrivo in Libia, dove pensavo che qualcosa fosse cambiato rispetto alla Guinea, invece no: circondato e picchiato ancora, otto mesi prigioniero in un campo, solita richiesta: denaro. Secondo loro, chi scappa deve averne o può farselo spedire dai familiari per pagare il suo riscatto, la sua libertà; nove mesi di inferno, non sapevo quanto durasse la reclusione, ero scappato dalla minaccia di una pallottola nella schiena e lì, in Libia, rischiavo di fare la stessa fine: un pasto al giorno, non sapevamo cosa fosse una minestra, solo pane e acqua, nient’altro».

Con alcuni miei compagni fuggii, un viaggio in mare e finalmente l’Italia. «Il sorriso della gente, una stretta di mano, una pacca su una spalla, come se avessi compiuto un atto eroico: in realtà potrebbe essere considerato una resa, ma non è così; lasciare genitori, familiari e amici lì, non mi ha fatto e non mi farà mai stare bene; da solo, però, non avrei mai potuto fare rivoluzioni, così sono fuggito due volte: prima dalla Guinea, dalla Libia. Finalmente l’Italia, il significato di serenità e il rispetto, due cose che hanno un valore senza prezzo!».

«Peccati di gola…»

In Puglia, Brescia-D’Aquino-Sardo-Lanfranchi

“Belle ripiene” all’Orfeo. Pro e contro: il successo e la dieta minacciata. «Abbiamo raggiunto livelli di affiatamento esagerati, dopo due stagioni ci sarà un seguito», dicono le quattro attrici. “Costruiamo Insieme”, sponsor e intervista esclusiva.

“Belle ripiene”, commedia e cucina insieme, al teatro Orfeo. E’ uno dei titoli di punta della ventottesima Stagione artistica firmata dall’Associazione culturale “Angela Casavola” con la direzione artistica di Renato Forte. In scena quattro stelle del cinema e della tv: Tosca D’Aquino, Rossella Brescia, Samuela Sardo e Roberta Lanfranchi. “Costruiamo Insieme” è sponsor ed esclusivista dell’intervista rilasciata dalle attrici prima dello spettacolo.

Due primedonne faticano a stare sullo stesso palco, figurarsi quattro. O no?

«Vero, di solito in due è un inferno – ridono le quattro attrici prestate alla “cucina teatrale” – noi, insieme, forse perché addirittura quattro, abbiamo superato l’esame a pieni voti; non solo la seconda stagione, forse ce ne sarà una terza…». «Ringraziando il cielo – dice Tosca D’Aquino – possiamo dire che, invece, è un paradiso; c’è complicità fra noi, evidentemente va oltre lo spettacolo, siamo amiche nella vita e questo fa sì che ogni sera non solo la rappresentazione decolli nel modo giusto, ma viaggi a ritmi elevati, puntuali, con quell’affiatamento che solo chi va in perfetta sintonia anche lontano dalle tavole del palcoscenico, può avere: quest’armonia il pubblico la sente…».

Che spettacolo è, a proposito di partenza: a fuoco lento, appena rosolato?

«Il bello di questo spettacolo – dice Samuela Sardo – è che fin dalle prime scene si ride tanto; infiliamo una battuta dopo l’altra, tanto che non registriamo un solo “down”, un momento di stanca; uno spettacolo cotto a fiamma alta, volendo restare nella metafora: anzi, c’è il rischio di scottarsi».

Rossella Brescia, ha giocato in casa, prima Martina Franca, poi Taranto. Dalla “prima” ad oggi, quante battute avete infilato in corso d’opera?

«Non possiamo svelare tutti i nostri segreti – dice l’attrice martinese – però tante, ogni sera è uno spettacolo nuovo, ci piace sia così: tutte le volte riusciamo a sorprenderci e divertirci, dando il massimo sulla scena; credo sia il sistema per creare nuove alchimie, armonia fra noi; anche ieri sono venute fuori delle cose che non avevamo mai fatto e anche stasera, domani, accadrà la stessa cosa».

La bontà del progetto che vi ha convinte a convivere e divertirvi sulle scene.

«L’ingrediente principale è Massimo Romeo Piparo – il commento della Sardo – grazie a lui è possibile realizzare questa ricetta ogni sera. Di successo. Poi ci mettiamo un po’ di peperoncino, che non guasta mai – e Tosca è il peperoncino – io amalgamerei il tutto con olio extravergine d’oliva, che poi è la signora Brescia…». «E una ripassata – interviene Roberta Lanfranchi – alla Sardo in padella, no?».  «Io sono vegana – ribatte l’interessata – dunque ci metterei tutto ciò che è salutista…».I GIORNI Belle ripiene - 1L’uomo va ancora preso per la gola?

«Nella vita reale sì – il punto di vista della D’Aquino – adoro cucinare, sono capace di servire qualcosa di appetitoso a tavola; anzi aborro – passatemi il termine – sentire alcune mie amiche che con grande disinvoltura dicono di essere incapaci di fare un uovo al tegamino: qualcuna fra noi, per esempio…».

Qual è l’aspetto più divertente del lavorare in quattro?

«Tanti: ci divertiamo – secondo Rossella Brescia – a volte ci scappa la risata in scena, perché vengono fuori cose che funzionano alla grande; le memorizziamo e riproponiamo già la sera dopo; ci divertiamo a fare questo spettacolo, la gente questo lo avverte e quando usciamo da teatro ce lo dice».

«Effettivamente – completa il pensiero Tosca D’Aquino – questo è uno spettacolo – a differenza di un classico – nel quale se non fossimo così coese, amiche, complici, non si potrebbe fare».

E’ una comodità cucinare sulle scene, assaggiare pietanze: a fine spettacolo non siete costrette ad andare di corsa al ristorante a causa della fame.

«Certo – dice la Brescia – non solo per noi, ma anche per i fortunati che assaggiano i nostri piatti in teatro, perché recitiamo e cuciniamo; è il bello di questo spettacolo: ti diverti e puoi anche mangiare, dunque non sempre c’è bisogno di fare ricorso al dopo-teatro».

Una di voi che non conosceva un dolce, una pietanza e lo ha apprezzato grazie all’insistenza di una collega.  «Io in realtà cucino – dice Roberta Lanfranchi – ma ammetto: prima di cominciare lo spettacolo non conoscevo il bocconotto; ora, grazie a Rossella, conosco e spesso mi faccio tentare da questo dolce, più che invitante…».

Dopo questo tour de force, vi metterete a dieta?

«Non metta il dito nella piaga – sorride la D’Aquino – siamo partite in quest’avventura magrissime, ma oggi è un disastro: l’Italia è tutta bella, si mangia bene dappertutto, per non parlare della Puglia; ovunque andiamo è un continuo invito ad assaggiare le specialità del posto; a tavola ci portano un sacco di prelibatezze, chi ci segue sui social, Instagram in particolare, sa perfettamente che apprezziamo e il peccato di gola è sempre dietro l’angolo…».

Progetti per il futuro. Ancora insieme o daccapo single?

«Con Tosca D’Aquino e Roberta Lanfranchi – dice Samuela Sardo – io avevo già fatto teatro, a noi si è unita Rossella così da formare un quartetto fantastico; possiamo anticipare che potrebbe esserci qualcosa di simile, un seguito a quanto realizzato in queste prime due stagioni avendo raggiunto un affiatamento non indifferente: questa commedia, “Belle ripiene”, possiamo dirlo, ha avuto un successo inatteso, pertanto credo non finisca qua».

Come ha reagito il pubblico alle vostre performance?

«Eduardo diceva: ecco il baratro, ecco l’attore – conclude Tosca D’Aquino – dunque, si apre il sipario e non sai cosa ti attende, specie le prime volte: è un’incognita; in prova ci divertivamo molto e che la cosa funzionasse l’abbiamo verificata sul campo; come diceva la Sardo, lo spettacolo ha superato ogni più rosea aspettativa: ci sono cose che funzionano e la gente stessa ti premia, così penso sia legittimo augurarsi che un progetto che ha generato un affiatamento incredibile, abbia un seguito».

A tutto turismo!

Puglia, negli ultimi cinque anni un incremento del 60%

Mare l’estate, l’entroterra tutto l’anno. Spiagge e antiche masserie ridisegnate, in risalto bellezze senza tempo. Voli diretti dalla Francia. Germania e Regno Unito, mercati storici, cui si Spagna e Russia. E poi Australia e Brasile.

Il mare, a collina, la gastronomia. Le spiagge e le antiche masserie ridisegnate salvando tratti antichi che mettono in risalto bellezze senza tempo.

Dunque, la Puglia e il suo profilo di accoglienza diventano sempre più internazionali. Lo ha confermato in questi giorni Pugliapromozione, in occasione della BIT, la Borsa internazionale del turismo. La nostra regione conferma, anzi supera se stessa, riportando una lunga serie di dati che incoraggiano gli investimenti in direzione di una risorsa in continua crescita: la bellezza dei paesaggi naturali, dal mare alla campagna.

Il turismo nella nostra regione presenta un profilo sempre più internazionale. Lo scorso anno, gli arrivi dall’estero sono stati calcolati in 1,2 milioni. Come a dire, una crescita di 12 punti percentuali rispetto al 2018. Questo il risultato sul quale la Puglia si sta attivando nel migliorare i servizi e avanzare un’offerta sempre più interessante. Lo scopo è quello di incoraggiare un appeal che non si limiti al mare e ai mesi estivi.

In occasione della “Borsa”, sono stati presentati itinerari realizzati che raccontano la Puglia come meta culturale, dove le bellezze naturali e storiche, insieme alla cucina  costituiscono beni strategici. La stessa Loredana Capone, assessore all’Industria turistica e culturale della Regione Puglia, a Milano, ha avuto modo di illustrare le direttrici dell’offerta.MASSERIA Copertina - 1ENTROTERRA E MARE

Due i principali indirizzi. Puntare sul mare, per esempio, ma non solo nel periodo estivo, sicuramente importante, ma che non può essere attrattore per tutto l’anno. Occorre lavorare affinché il mare venga considerato come punto di attraversamento: percorrere il mare, cioè, per arrivare nell’entroterra, la Puglia che non ti aspetti quella che va scoperta, dai “cammini” al cicloturismo, dalle passeggiate nel centri storici e le visite ai musei, per giungere a uno degli asset pugliesi imbattibili: la buona cucina, in Puglia tutta da scoprire.

Prendiamo come campione gli ultimi cinque anni. L’industria turistica pugliese ha registrato tassi di crescita a doppia cifra: dal 2015 al 2019 il turismo internazionale è cresciuto del 60% e gli arrivi complessi (italiani e stranieri) sono cresciuti del 23%. Nella Top 15 dei mercati esteri, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Stati Uniti hanno registrato percentuali di crescita, invece, intorno al 20%.

La Francia raggiunge la Puglia attraverso voli diretti. Oltre alla Francia, Germania e Regno Unito, mercati storici cui si uniscono la Spagna, con Madrid, cresciuta tantissimo anche grazie al volo diretto, e la Russia. Accanto a questi Paesi, anche mercati extraeuropei: gli Stati Uniti, per esempio, che hanno avuto una crescita esponenziale nell’ultimo anno. Stesso discorso per i voli intercontinentali, da Australia e Brasile.Masseria Don Cataldo Foto 01 - 1ARTE, SAPORI E “CAMMINI”

Per continuare ad incoraggiare questo percorso positivo, sono stati attivati itinerari dedicati all’arte, ai sapori e al cicloturismo, ai “cammini”. Ora tocca impegnarsi sul fronte della ricettività.

Anni fa si pensava che il turismo non potesse essere il settore trainante dell’economia pugliese, mentre ora sono stati messi in campo incentivi per migliorare le strutture. Attenzione, non per realizzare nuove strutture: non si vuole incidere sul paesaggio, dunque gli incentivi regionali di cui si parla saranno assegnati a coloro che migliorano i palazzi storici a partire dalle masserie. Oltre cinquecento milioni di euro sono stati investiti in questi anni con i fondi europei messi in campo dall’Assessorato all’Industria turistica e culturale della Regione Puglia a favore delle strutture ricettive per migliorare la qualità. In questo senso, fra le strutture sulle quali ci siamo espressi più recentemente, spiccano quelle nel cuore della Valle d’Itria.

«Ricomincio da me»

La storia di Moustafa, da un dramma all’altro

«Una volta in Italia ho ripreso a vivere. Ho perso mio padre per un male incurabile, mamma e un fratellino sono rimasti lì. Facevo il fattorino, poi un brutto incidente stradale: il mio datore è morto, io sono rimasto ferito a una gamba. Studio, ho conseguito la terza media e conto di fare il meccanico o il carrozziere»

«Voglio fare il carrozziere, non sono bravo? Guarda!». Moustafa, poco più di venti anni, nato in Costa d’Avorio, mostra orgoglioso un video che ha fatto in tempo a riportare sul suo cellulare. «Prima di partire dal mio Paese e compiere un viaggio fra mille contrattempi, ho fatto anche il meccanico e il carrozziere: le due cose, dalle mie parti, vanno di pari passo». Il ragazzo ivoriano spiega il suo lavoro accompagnandosi con un gesto tutto italiano, mima infatti con le due mani due piedi uno accanto all’altro. Moustafa impara in fretta, la fretta gliel’ha data la vita. Ha imparato anche a vedere il mezzo bicchiere pieno sempre, nonostante una disgrazia fra le altre, perché sono almeno due gli episodi che segneranno la sua vita. «Mio padre è morto di tumore, quello che in Italia – altra cosa triste che ho imparato – chiamate “Male incurabile”; in Costa d’Avorio è rimasta mia madre che nel frattempo si è risposata, e un fratellino che studia con quei pochi soldi che riesco a mandargli».

Non è l’unica cosa che segna la vita di Moustafa. Andiamo per ordine, cosa faceva in Costa. «Il fattorino – spiega – non lavoravo in albergo, ma era qualcosa di simile allargato su vasta scala”. Si aiuta ancora a gesti, prova a spiegarci che la cosa aveva proporzioni diverse, e ci riesce perfettamente. “Il mio compito insieme al mio datore di lavoro era molto semplice, accoglievamo i turisti e ritiravamo i bagagli, li imbarcavamo e facevamo viaggi lunghi anche cento chilometri: i mezzi di locomozione dalle mie parti non sono sempre il massimo dell’efficienza e, a dirla tutta, a noi andava bene così, quello era il lavoro che ci dava da mangiare».

UN SORRISO SPENTO

Sorride poco, nemmeno quando proviamo a farci capire in un francese scolastico, lui che parla bene anche quella lingua, riusciamo a strappargli una risata. E’ però più sereno rispetto alle prime battute del racconto. Ma si incupisce Moustafa, lo abbiamo detto, la sua giovane vita ha subito più di qualche dramma. Non solo la perdita del papà. «Quando tutto sembrava filare liscio – riprende il racconto della sua vita – ecco un’altra tegola, pesante come un macigno: io e il mio titolare siamo vittime di un brutto incidente stradale, lui, poverino, muore sul colpo, io me la cavo, anche se mi porto dietro i segni di quell’altra brutta storia. Vengo soccorso, mi portano in un presidio sanitario, con una gamba in condizioni veramente disastrose, tanto che zoppico vistosamente; pronto soccorso, ospedale e clinica non fa molta differenza, per noi è la stessa cosa, è sempre un presidio sanitario: vengo soccorso, sottoposto a una operazione e riportato a letto, senza nemmeno avere il tempo di fare una rieducazione alla mia gamba ferita, una volta in piedi vengo accompagnato all’uscita: un modo elegante per dire che il loro lavoro, quello di operarmi e rimettermi in piedi, era finito lì».

E’ così, caro Moustafa. Ecco giustificata la mancanza di sorriso, anche se una volta presa un po’ di confidenza si rilassa. Si lascia perfino fotografare. «Non gioco più al calcio – dice, ma stavolta senza un velo di tristezza, e una ragione c’è, la trova subito – ma è il meno che potesse accadermi: non ho più mio padre, nell’incidente d’auto ho perso il mio titolare e a me poteva andare peggio, il giocare al calcio è solo un dettaglio: poi non ero quella che si dice “una promessa”; certo, a uno come me che ha cominciato a correre fin da piccolo, l’uso della gamba mi tornava utile, ma me ne farò una ragione: ricomincio daccapo».

DA UNA “COSTA” ALL’ALTRA

La Costa d’Avorio per Moustafa diventa un luogo dal quale andare via. «Non c’era lavoro – riprende – il governo nel frattempo aveva adottato politiche xenofobe: a discrezione di qualcuno tu potevi essere considerato ivoriano al cento per cento, per altri al contrario, non degno di appartenere al popolo eletto diventavi un perseguitato; non c’era altro da fare che andare via, scappare, ecco la necessità di avere l’uso delle gambe».

Prima di fuggire, meccanico e carrozziere. «Imparo in fretta – rivela – il lavoro e io ci inseguiamo, amo lavorare e, in particolare, lavorare sulle auto: da fattorino, nonostante la mia giovane età, conducevo il mezzo sul quale accompagnavo i turisti; ho imparato subito a guidare, poi ad appassionarmi al motore e tutto quello che c’era intorno, così mi sono ancora una volta rimboccato le maniche, ma non c’è stato tempo per mettere a punto tutte le auto che avrei voluto rigenerare, sono scappato via dalla Costa d’Avorio».

Di palo in frasca. «Arrivato in Libia sono stato circondato e gettato insieme con connazionali e altri fratelli africani in un capannone: un solo pasto al giorno e acqua salina da bere, qualcosa di vomitevole; e per quelle cosacce dovevamo accudire animali da cortile, tagliavamo erbacce e li sfamavamo: scappare, non potevamo farlo, poi nelle condizioni in cui ero io, con una gambia malconcia…». Prendevano botte ai fianchi, ma alla fine Moustafa ce l’ha fatta. «Non potevano tenerci in eterno lì, pochi soldi e abbiamo pagato un viaggio sul solito gommone: avvistati in alto mare da una nave italiana siamo stati accolti a bordo e accompagnati a Trapani: da lì a Taranto, nel Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”, la mia terza media e, ora, studio ancora per conseguire un attestato da meccanico-carrozziere…».

«Se ballo da solo…»

Renato Ciardo, dalla Rimbamband al monologo

«Devo tutto a mia moglie e al tormentone “Ciaddì”. Il mio primo pubblico: i ragazzini che trascinarono i genitori in teatro. Dai Quarryman, coverband dei Beatles, agli Abbey Road Studios, con papà Gianni, che mi ha trasferito tempi comici e una massima…»

Renato Ciardo, ospite di “Cabaret al Tarentum”, la rassegna a cura dell’Associazione “Angela Casavola” con la direzione artistica di Renato Forte e il sostegno in veste di sponsor della cooperativa sociale “Costruiamo Insieme”.

Titolo dello spettacolo del “Rimbamband” a tempo pieno, “Solo solo”.

«Un’idea di mia moglie – risponde Ciardo – le è venuto in mente cinque anni fa, il ragionamento non faceva una grinza: considerando che tu “Canti, suoni, scrivi e reciti, perché non ti metti anche in proprio?”. E’ nato così “Solo solo”, contenitore di esperienze che ho raccolto in tutti questi anni: contrappunto le mie passioni vintage con aspetti moderni dell’intrattenimento».

Cavalli di battaglia?

«Ce ne sono, i primi che mi vengono in mente: Bruno Lauzi, Nico Fidenco, Mino Reitano, Tony Dallara. Qualcuno si interrogherà come un “ragazzo” di quarantasei anni sia cresciuto a pane e Lauzi; un po’ perché papà ascoltava queste cose ai tempi, un po’ perché sono rimasto affascinato dalla musica e dalle voci di artisti inossidabili, così eccomi qua e la gente – da non crederci, ma a me dovete credermi… – non solo gradisce, ma partecipa, canta, risponde ai miei inviti, alle mie affettuose provocazioni che rivolgo dal palcoscenico».

Totò direbbe: Ciardo, Ciardo, Ciardo, questo nome non mi è nuovo. Per giunta legato al nostro territorio.

«Certo, Gianni Ciardo – mio padre – non è solo un attore e cabarettista, a Taranto ha fatto anche l’assessore, ai tempi della Giunta De Cosmo; ricordo quel periodo, avendo la delega allo spettacolo papà fece suonare anche me e il mio gruppo di allora, i Quarryman, coverband dei Beatles…».

Papà, all’epoca, aveva in testa un’idea meravigliosa.

«Far venire a Taranto Paul Mc Cartney – secondo Ciardo jr. – ma non esistevano risorse economiche sufficienti e non se ne fece niente, così l’ex Beatles rimase solo un sogno; mi risulta, però, che Mc Cartney verrà a breve in Italia, a Napoli e Lucca, una buona occasione per applaudire uno dei miei miti».
I GIORNI CIARDO - 1 (1)Dunque, quell’estate Taranto si accontentò dei Quarryman.

«Bella formazione, bei ricordi, anche importanti, se vogliamo. Con i miei compagni partecipai ad uno dei Beatles Day che si tengono ogni anno a Brescia; ci andò bene, vincemmo e girammo per due anni l’Italia con uno spettacolo di Romy Padovano dedicato a John, Paul, George e Ringo: “Eppy”…».

Non c’è uno, senza due.

«Sempre a un Beatles Day vincemmo viaggio e registrazione agli Abbey Road Studios; quando papà seppe questa cosa s’intestardì, “Devo venire pure io!” e si aggregò, dunque foto sulle strisce pedonali famose e quant’altro. Aneddoto: quando entrammo negli Studios ci mostrarono un pianoforte al quale avevano suonato George Martin, mitico produttore dei Beatles, John Lennon, Ray Charles e tanti altri, papà non resistette alla tentazione, si sedette e accennò “Enza”, uno dei suoi cavalli di battaglia: aveva realizzato un sogno».

Detto di Ciardo papà, diciamo Rimbamband.

«Un progetto che ha compiuto tredici anni, entrato in punta di piedi, nel tempo l’idea è maturata al punto tale che non solo sopravvive al tempo, ma con Raffaello, Francesco, Vittorio e Nicolò, siamo praticamente diventati una famiglia».

Cosa ti avvicina, cosa ti allontana dalla “Rimba”?

«Mi avvicina  la forza che ognuno di noi ha e mette al servizio del compagno e, sostanzialmente, della squadra: suono batteria, chitarra, contrabbasso, pianoforte, canto, imito, recito; mi allontana il fatto che dopo una decina di giorni in tour, per fortuna in tutta Italia, ho voglia di tornare a casa, riabbracciare la mia famiglia».

“Solo solo”, lo spettacolo.

«L’idea degli spettacoli, dicevo, nasce con mia moglie che scrive i testi con me: “Ciaddì”, titolo di una canzone-tormentone e uno spettacolo, è stata la spinta per fare delle cose anche per conto mio. Questa canzone colpì per primi i più piccoli, tanto che furono questi il mio primo pubblico, fecero quello che si dice oggi gli endorser: più che spingere i genitori ai miei spettacoli, li trascinarono…».

Cifra stilistica.

«I miei miti, la musica Dallara e compagnia; per la comicità, Woody Allen, Gene Wilder, l’indimenticato Massimo Troisi. Qualcosa la devo anche a papà Gianni, lui mi ha trasferito tempi comici e una massima che condivido in pieno: per fare questo lavoro occorre farsi in quattro, svegliarsi e lavorare migliorare e migliorare. E quando sei convinto di esser arrivato al massimo, all’indomani ripartire, come se non avessi fatto ancora niente. In poche parole, devi farti il mazzo: non esistono altre scuole se non la fatica».