Taranto, un tuffo dove l’acqua è più blu

Riflettori di Raiuno sulla Città dei Due mari

Ponte girevole, Castello aragonese, Città vecchia. Luoghi d’incanto, la gara internazionale SailGp, il santuario per i delfini “dimessi” dai delfinari di tutta Europa, la pesca con reti biodegradabili. Brillante la conduzione di Donatella Bianchi, degna di una cittadinanza onoraria. Questa provincia non è solo fumi e ambiente malsano, ma voglia di rinnovarsi e rilanciarsi.

 

Il Ponte girevole, il Castello aragonese, la Città vecchia. Riprese dall’alto, poi le Frecce tricolore di recente a Taranto per fare da contorno al SailGp, il Gran premio internazionale di catamarani che proprio a Taranto ha svolto l’unica tappa italiana. E’ iniziata così la puntata di “Linea Blu” andata in onda ieri, sabato 10 luglio, dopo il Tg1 all’ora di pranzo. A condurre con la solita brillantezza, Donatella Bianchi, giornalista Rai, diventata ormai di casa nel Salento, ma in particolare a Taranto. Tanto che non sarebbe malvagia l’idea di tributarle la cittadinanza onorari, a meno che i politici locali non ci abbiano già pensato.

A seguire, la giornalista che conduce uno dei programmi dagli alti indici di gradimento, ha intervistato una biologa, una studiosa, che hanno posto l’accento sulla creazione di una sorta di santuario per il ritorno in libertà dei delfini congedati dai delfinari, poi sul bonificare il mare dalla plastica con l’intervento di pescatori che, oggi, usano materiale biodegradabile.

Dunque, nuovo appuntamento con “Linea Blu”. Donatella Bianchi e la sua squadra, si diceva, hanno condotto il pubblico nel mare e nei vicoli di Taranto. Una città sul mare, che ha visto tante ferite negli ultimi anni nel suo tessuto cittadino, dove si può però anche trovare attenzione alla sostenibilità, con un esempio in particolare, la mitilicoltura.

 

COZZE E RETI BIODEGRADABILI

Taranto, per quest’ultimo aspetto, è una realtà importantissima e rinomata, e proprio qui, nel Mar Piccolo, è partito un progetto che sta dando ottimi risultati. Le cozze, infatti, vengono coltivate facendo uso di reti biodegradabili al posto di quelle di plastica, molto inquinanti. E la sostenibilità può passare anche dallo sport in mare. Con la puntuale informazione fornita da Donatella Bianchi, i telespettatori hanno potuto conoscere da vicino il SailGp, competizione nautica con catamarani foiling (volanti) F50. Oltre alla vela ed alla mitilicoltura, con “Linea Blu” spazio anche alle bellezze di Taranto Vecchia, come lo storico Ponte girevole, uno dei simboli della città o il Borgo antico, ancora cuore pulsante di Taranto.

Si è parlato, si diceva, del portare a Taranto, in prossimità dell’isola di San Paolo in Mar Grande, un’area per il “ricovero” dei delfini. È l’idea-progetto su cui stanno lavorando Comune di Taranto e Jonian Dolphin Conservation. Quest’ultima è un’associazione privata che ha fatto della cura e dell’attenzione ai cetacei una sua priorità e da anni organizza con successo visite al largo, nello Jonio, per portare turisti ed appassionati a scoprire le evoluzioni in mare dei delfini. Che ormai “abitano” costantemente il mare di Taranto, anzi nei giorni del lockdown alcuni esemplari sono stati anche avvistati nel tratto di mare vicinissimo alla città.

 

DELFINI, SANTUARIO EUROPEO

Quello cui pensano Comune di Taranto e JDC è un centro di recupero e rieducazione alla libertà dei delfini provenienti da delfinari sparsi per il Mediterraneo e l’Europa. La localizzazione ideale è stata individuata nell’isola di San Paolo, nella rada del Mar Grande di Taranto, poiché lo si ritiene un sito adatto da allestire secondo le esigenze di questo progetto di respiro internazionale. L’isola appartiene alla Marina militare (come anche la vicina isola di San Pietro), ma il Comune ha avviato un confronto sulla permuta delle aree ancora della Marina, del ministero della Difesa e del Demanio. Obiettivo è quello di predisporre un percorso condiviso per il trasferimento delle stesse in favore del Comune di Taranto e della collettività jonica.

Come per ciascuna puntata di “Linea Blu”, ad accompagnare Donatella Bianchi nel suo viaggio, abbiamo assistito ad un servizio di Fabio Gallo, questa volta ospite a Porto Cesareo, bellissima località della penisola salentina.

«Mi gira la testa…»

Camara, maliano, vittima di un infarto

Ventisette anni, lavorava in un campo. Aveva chiesto ai colleghi di rovesciargli addosso secchiate di acqua fresca. Finito un massacrante turno di lavoro, temperatura a quaranta gradi, prende la strada di casa. Pedala sulla sua bicicletta, quando un altro malore gli è fatale. Un automobilista prova a prestargli soccorso. Diverse le vittime in questi giorni, fra cantieri edili e campi per raccogliere frutta e angurie.

 

«Ragazzi, ho un capogiro, qualcuno prenda dell’acqua e me la versi sulla testa: il sole, oggi, non perdona». Impensierisce un fratello di colore, che in teoria sopporterebbe il caldo più e meglio di un bianco. Invece, quel maledetto giorno non è proprio così. La temperatura è intorno ai quaranta gradi, non si schioda da lì. Hai voglia che qualcuno dica “…al diavolo i soldi, smettiamo di lavorare, qui possiamo rimetterci la pelle”.

E a rimettercela è proprio lui, Camara Fantamadi, appena ventisette anni. E’ lui che aveva avuto uno, due capogiri mentre lavorava nei campi e chiedere ai colleghi dell’acqua fresca per riprendersi da quei giramenti di testa. «Non vorrei mi venisse un colpo di sole», dice agli amici, quasi avesse la sensazione che quel giorno qualcosa proprio non andasse. Il colpo di sole è l’anticamera dello svenimento, del collasso per disidratazione. Se non bevi costantemente, il sudore ti frega, tira fuori quelle forze residue che il caldo ti sta divorando.

Camara aveva 27 anni. Quel giorno aveva lavorato ore nei campi, sotto il sole del nostro sud, non lontano dalla sua Africa, lui che era maliano. All’improvviso un malore, mentre tornava a casa, in sella alla sua bicicletta gli è stato fatale. Camara si è accasciato sull’asfalto e per lui ogni soccorso è stato inutile.

 

BUTTATEMI ACQUA SUL CAPO…

Questa storiaccia, purtroppo non isolata, perché altro è accaduto e, purtroppo, accadrà, si è verificata nel Brindisino, dove il termometro in questi giorni raggiunge spesso i 40 gradi. Camara, che di cognome faceva Fantamadi, potrebbe essere morto per un infarto. Pare che, mentre era al lavoro, avesse accusato – come si diceva, provando a descrivere la dinamica degli eventi rivelatisi fatali – dei giramenti di testa al punto da chiedere ad alcuni colleghi di gettargli dell’acqua fresca sul capo.

Poco dopo, purtroppo, il malore. Gli inquirenti hanno immediatamente provato a fare ipotesi sul fatto che la tragedia fosse in qualche modo legata alla fatica e al forte caldo. Camara Fantamadi, originario del Mali ma residente a Eboli, era arrivato in Puglia da pochi giorni per raggiungere suo fratello e lavorare come bracciante per sei euro all’ora.

Una tragedia che si è verificata sulla strada che collega il quartiere La Rosa di Brindisi alla frazione di Tuturano. Ad accorgersi del giovane immigrato finito disteso a terra, il corpo esanime. E’ stato un automobilista di passaggio ad essersi fermato per prestare soccorso. Il ragazzo era già a terra, privo di sensi. A quel punto l’arrivo dei soccorritori del 118, ogni tentativo di rianimarlo risulta vano. Sul posto anche gli agenti della Polizia locale, mentre il Pubblico ministero dopo le prime indagini dispone la consegna della salma alla famiglia per l’ultimo saluto. Amici e conoscenti fanno una colletta per Camara, per fare in modo che quel ragazzone riposi in pace nel suo paese d’origine.

Intanto, è bene ricordare che solo pochi giorni prima, a Nardò (Lecce) era scattato il divieto di lavoro nei campi tra le 12.30 e le 16.00. Una decisione del sindaco, Pippi Mellone, a tutela dei braccianti, nei giorni considerati di particolare rischio. In questo periodo, proprio per la raccolta di ortaggi e angurie, sul territorio si registra un aumento notevole dei lavoratori.

 

PURTROPPO, NON E’ L’UNICO

Spesso le ore centrali della giornata, quelle più calde, sono potenzialmente più dannose per la salute degli stessi lavoratori, dicono. Attività che si svolgono all’aperto, sotto il sole, e spesso con l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale anti Covid, qualcosa che complica ulteriormente il quadro. Provate voi, con questo caldo infernale, a respirare con una mascherina sistemata su naso e bocca.

Nei giorni scorsi, sempre in Puglia, stavolta a Galatina, un’altra vittima. Un trenticinquenne che stava distribuendo volantini. Un collasso improvviso che non gli ha dato scampo.

A Taranto, invece, è scattata, veloce, la richiesta di bloccare il cantiere per la realizzazione dell’ospedale San Cataldo durante questi giorni di caldo. «Con temperature superiori ai 35 gradi stop all’attività», ha chiesto la Filca Cisl, che ha denunciato tra gli edili i casi di un operaio in coma e altri tre collassati.

«Il gran caldo e i ritmi di lavoro, inaccettabili, rischiano di provocare altre tragedie», dicono. Stando al sindacato, un operaio è risultato completamente disidratato: condizioni preoccupanti le sue, tanto che al momento pare sia ancora intubato. «Lavorare dalle 7.00 alle 16.30, in queste condizioni, è davvero impossibile, ne va dell’incolumità dei lavoratori. E se parliamo di un cantiere pubblico, fate voi stessi le debite considerazioni».

«Un’oasi di pace»

Canale 5 e le bellezze della nostra Puglia

Parte da Torre Guaceto la disamina del notiziario della rete ammiraglia Mediaset. Da Brindisi a Carovigno, alle masserie della zona, alla bellezza della Valle d’Itria. Mare cristallino, macchia mediterranea e zona incontaminata. Ma anche viti e vigneti, gastronomia e bellezze storiche, dalle basiliche al barocco, al tesoro della Magna Grecia. Masserie, ideali per un sano relax o per confrontarsi, indisturbati, su temi come industria e commercio. E pensare che qui volevano costruire una centrale nucleare…

 

«Oltre tremila ettari di natura incontaminata e ancora selvaggia, otto chilometri di costa con mare cristallino e azzurrissimo, zone umide che si alternano alla macchia mediterranea: siamo in Puglia, sulla Costa adriatica dell’Alto Salento, nella Riserva naturale dello Stato e nell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto». Comincia pressappoco con queste parole un servizio del Tg5, il notiziario di Canale 5, tv ammiraglia di Mediaset. Rende omaggio a una parte del Tacco d’Italia, la nostra Puglia, regione della quale in molti si ricordano solo in estate. Canale 5, come le altre tv Mediaset, da Italia 1 a Retequattro, in realtà realizzano numerosi servizi sulla Puglia in tutte le stagioni. Si parla di Arcelor Mittal, va bene, come ignorare le vicende politiche e non solo, legate al siderurgico tarantino, ma spesso e volentieri giornalisti e inviati si dedicano tutto l’anno alle bellezze del nostro territorio. Dunque, il mare cristallino, le spiagge assolate e bellissime da provocare invidia anche a Miami. Nel resto dell’anno, però, Tg5 e le altre redazioni del gruppo Mediaset, fanno servizi sull’accoglienza proverbiale dei pugliesi, dei prodotti tipici della nostra terra, di vigne e vigneti, di gastronomia, monumenti e basiliche, barocco e bellezze dell’antica Magna Grecia.

Stavolta il servizio è di carattere estivo. E che facciamo, lo respingiamo? Tutt’altro, lo accogliamo a braccia aperte quale contributo al lavoro informativo che da questo sito svolgiamo da tempo. E Torre Guaceto fa parte di questo ventaglio di proposte spesso indicate con nei nostri servizi. Torre, bellissima, situata tra Brindisi e Carovigno. Incastonata in una regione, la Puglia, di grande bellezza e interesse naturalistico. Incantevole. Una zona nella quale in più occasioni vi abbiamo segnalato la bellezza delle masserie e dei “buen retiro”, come la Masseria Don Cataldo, avvitata nel cuore della Valle d’Itria. Meta ideale per trascorrerci le vacanze e periodi in assoluto relax, senza contare l’eventuale occasione per farne meta di incontri per quanti sono attivi nell’industria e nel commercio.

Dunque, Torre Guaceto. All’interno della riserva si trova un’antica Torre costiera di avvistamento, chiamata Guaceto, da cui la riserva prende nome. Un’area davvero speciale, perché composta da due distinte zone protette: una marina e l’altra terrestre, gestite da un unico ente.

E il servizio del Tg5, ripreso dal TgCom, prosegue con una serie di indicazioni, tutte importanti e che non fanno altro che confermare quanto sia un “investimento”, per gli occhi e la salute, fare le vacanze da queste parti. Il centro della Riserva è costituito proprio dall’antico edificio militare aragonese, risalente al Cinquecento: il suo nome, Guaceto, evoluzione dell’antico toponimo arabo Gawsit, che significa “acqua dolce”, rivela che questa zona costituiva un approdo sicuro in cui le navi potevano sostare e rifornirsi di acqua e delle derrate fresche di cui avevano bisogno.

Tutto intorno alla Torre domina la natura: attraversando la regione a volo di uccello, dal mare verso l’entroterra, si osserva il susseguirsi di ambienti diversi: prima il mare, con i suoi fondali nei quali prospera una importante prateria di posidonia oceanica e, nei punti più profondi, il coralligeno. Segue il litorale con le spiagge e le dune sabbiose, che lentamente cedono il posto qua e là a zone umide e  alla macchia mediterranea, infine i campi coltivati e gli uliveti.

Torre Guaceto è un’area di importante biodiversità. In quest’ambiente trovano rifugio numerose specie animali, diverse per caratteristiche e abitudini: i più fortunati possono avvistare qualche timido mammifero notturno, tra cui il tasso, la donnola o la faina, che di giorno per lo più si nascondono nelle loro tane scavate nel terreno, ben mimetizzate nella vegetazione. Tra gli uccelli che fanno sosta nella Riserva, si possono avvistare numerosi passeriformi, tra cui il pendolino e l’usignolo di fiume, ma anche uccelli di dimensioni maggiori come il porciglione, gli aironi, il tarabuso e anche alcuni rapaci, tra cui il falco di palude.

Torre Guaceto continua, dunque, ad essere un luogo sicuro per numerose specie marine e terrestri. Qui tornano alla vita gli esemplari messi in pericolo dall’impatto antropico esercitato sul mare e sulla terra. Per difenderli e tutelarli il più possibile, il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto ha aperto due strutture a loro dedicate: il Centro recupero fauna selvatica ed il Centro recupero tartarughe marine, con l’intento e l’obiettivo di preservare i sistemi ecologici presenti, di ripristinare i luoghi degradati e di promuovere modelli di sviluppo territoriale sostenibili.

Nella fase attuale, inoltre, l’ente sta lavorando in rete con altre realtà pugliesi per il tracciamento degli spostamenti delle tartarughe marine a seguito della liberazione. Grazie ad un trasmettitore satellitare, infatti, gli operatori possono visionare i percorsi di mare battuti dagli esemplari curati presso il proprio centro. Il fine ultimo è quello di aumentare i livelli di tutela della specie in tutto il Mediterraneo.

La necessità di tutelare e proteggere quest’oasi naturale è stata avvertita intensamente fino dagli anni Settanta. L’interessamento va riconosciuto alla marchesa Luisa Romanazzi Carducci, membro del direttivo del WWF Italia, a iniziare a combattere per preservarla. Nel corso degli anni è stato sventato il progetto di costruire qui persino una centrale nucleare, oltre a un certo numero di lottizzazioni per insediamenti turistici. Per fortuna, alla fine Torre Guaceto è diventata un’area protetta e si conserva in tutta la sua selvaggia bellezza fino ad oggi.

Molte zone dell’area sono comunque fruibili anche turisticamente, pur nel rispetto delle normative di tutela. Nella parte Nord della zona costiera è possibile andare in spiaggia e fare il bagno a Punta Penna Grossa, dove è disponibile un’area attrezzata con ombrelloni e lettini. Il mare è bellissimo, con il suo colore blu intenso e le sue acque cristalline.

In questa zona è stato anche ideato un modello di pesca sostenibile, Nel rispetto del mare e insieme dei pescatori locali: la pratica di pesca condotta a Torre Guaceto è oggi presidio slow food, così come il pomodoro fiaschetto, un’antica cultivar riscoperta grazie all’impegno del Consorzio e degli agricoltori della riserva, coltivato nelle aree agricole dell’area protetta.

La Riserva è una meta turistica sostenibile certificata CETS (Carta europea del turismo sostenibile), un riconoscimento assegnato all’Area Marina Protetta nel 2016. Attualmente la procedura è in fase di rinnovo.

«Tutto il mondo è paese»

Gli italiani pendolari che lavorano in Svizzera definiti “ratti”

«Sta accadendo come in Italia, gli stranieri visti come ladri di lavoro e denaro. Una campagna contro chi ogni giorno supera il confine per venire a prendere uno stipendio, anche modesto. Ne approfittano in molti, c’è chi lavora per fame, proprio come succede da noi con i nordafricani…»

 

«Tutto il mondo è paese», dice una ragazza. «Ci chiamano topi, perché verremmo qui a mangiare il formaggio e poi andare via, approfittando della loro generosità». E poi, «Come in Italia qualcuno prova a respingere gli immigrati che chiedono asilo in Italia, anche noi che lavoriamo in Svizzera dai residenti subiamo torti a non finire», aggiunge una collega. E ancora, «Molti li prendono per fame: con la crisi che c’è – ci dicono – bere o affogare: così non mi sento di biasimare che accetta per stato di necessità, ma più andiamo avanti e peggio è…».

Sono cinquantamila i lavoratori, cosiddetti “frontalieri”, che ogni giorno lasciano l’Italia – Paese di fronte… – per recarsi al lavoro in Svizzera. E’ un flusso crescente di auto e pendolari negli ultimi anni in costante aumento, che ha portato esponenti politici di destra a chiedere un referendum popolare per cambiare la Costituzione elvetica e imporre  dei tetti demografici in entrata.

 

REFERENDUM, «VIA I TOPI!»

Gli stranieri come gli italiani, infatti, sono accusati di aver causato il dumping (ribasso) salariale e di avere accresciuto l’inquinamento. Da qui la delusione da parte degli italiani nei confronti del 68% dei ticinesi che ha votato “sì” all’introduzione dei tetti. “Invece di bloccare  gli immigrati, avrebbero dovuto imporre un salario minimo per evitare il dumping”, dicono i sindacati.

Gli italiani visti come topi. Ratti dice uno spot promosso qualche tempo fa. Una campagna pubblicitaria che trasformava di colpo tanto gli italiani che i romeni in ratti che affondano i denti nel formaggio, che poi sarebbe Canton Ticino.

Fece scalpore un’inchiesta de La Stampa nella quale documentava una crociata cominciata quasi per gioco sui social è finita su enormi cartelli pubblicitari nelle strade. Il ratto piastrellista transfrontaliero Fabrizio, sul manifesto sotto accusa, è protetto da un elmetto giallo.

Un uomo di cinquanta anni, muratore, ha denti gialli, devastati da cure al risparmio e dita precocemente invecchiate dalla nicotina. Tutte le mattine si alza alle cinque per oltrepassare la frontiera in tempo per l’apertura del cantiere. Compie chilometri, incrocia eleganti ville circondate da parchi in cui, grazie al microclima, le palme convivono con gli abeti. Lui, però, per casa ha un bilocale e sospira mentre legge lo slogan che campeggia sui muri: «Cinquantamila frontalieri», visti come topi. Una immagine peggiore non poteva esistere per descrivere i ratti, appunto, che divorano formaggio. «Pensavo che il razzismo fosse acqua passata con gli Anni Settanta – dice il muratore – e, invece, punto e a capo: ci tocca essere pubblicamente insultati».

 

MA QUANTE OFFESE…

E il dibattito, le polemiche molto pesanti, fino a gravi offese, prosegue sul sito della campagna pubblicitaria xenofoba. Il Canton Ticino visto come una grossa forma di formaggio e gli stranieri che vi lavorano o che ne limiterebbero il sistema bancario, come dei volgarissimi topi.

Che, come dice il proverbio, «quando il gatto non c’è, ballano». Il gatto simboleggia il permissivismo che, secondo il promotore – scriveva La Stampa – della campagna pubblicitaria xenofoba, favorisce un tale banchetto. Protagonisti dello scialo al gruviera sono: il topo-piastrellista Fabrizio frontaliere di Verbania; l’avvocato lombardo Giulio che con il suo scudo raffigurante tre monti respinge il franco svizzero (mai allusione al ministro all’Economia Tremonti fu più chiara di così); il romeno Bogdan che con la mascherina blu stile Banda Bassotti è l’inequivocabile esemplificazione del malvivente.

E pazienza se il papà dei tre terribili ratti è figlio di due immigrati calabresi. Il pubblicitario Michel Ferrise non prova imbarazzo a rinnegare le sue radici. «Il committente mi aveva chiesto un messaggio forte, provocatorio e io ho eseguito, ma di certo non odio né gli italiani, né i romeni. Anche se in effetti qualche problema lo stanno creando». Fiato sprecato cercare di conoscere l’identità di chi ha commissionato la pubblicità. «Non posso svelare, segreto professionale».

Molti pensano che il committente possa essere un banchiere svizzero stanco della volontà dell’ex ministro del Governo Berlusconi che si sarebbe impegnato nel sottrarre ricchezze e lavoro al sistema creditizio elvetico.

 

 COME IL GATTO COL TOPO

I politici di destra ticinesi, intanto, giocano come farebbe il gatto col topo. Negano di essere i mandanti dell’operazione. Ma la accolgono a braccia aperte. «Da anni ci battiamo per i diritti della popolazione svizzera», dicono. «I temi sono proprio i nostri – aggiunge un rappresentante politico di un destra che con il 30% dei consensi costituisce il primo partito in Svizzera – è da anni che anche noi ribadiamo un netto “no ai frontalieri, no ai delinquenti dei Paesi dell’Est, no a una politica bancaria che non ci tutela”». Sembrano discorsi già sentiti in questi anni, contro i ragazzi venuti dall’Africa in cerca di speranza e lavoro, di un’opportunità per rifarsi una vita decorosa.

Rincara la dose un barista svizzero: «C’è già poco lavoro per noi, basta con il sostenere chi arriva da oltre confine». Nel Canton Ticino, su 300 mila residenti (di cui 150 mila rappresenta la forza occupazionale), cinquantamila lavoratori sono frontalieri.

È comunque vergognoso definire i “frontalieri” italiani ratti e chiamare in causa come ratto uno dei ministri di un altro governo. Oltre a danneggiare l’immagine dell’Italia e dei suoi cittadini che in Svizzera lavorano, producono e pagano le tasse, rischia di creare tensione sociale. Diventa complicato pensare che un Paese come la Svizzera, con alle spalle oltre cinquecento anni di democrazia, possa accettare simili espressioni.

Ma le campagne pubblicitarie non si fermano qui. Anzi, nuove sorprese sono annunciate. Come tre enormi comparse travestite da ratti. Farà ridere a qualcuno, per qualche altro sarà un altro bel colpo mediatico, soprattutto se si pensa che è il fantomatico committente dell’offensiva lanciata contro i “ratti” italiani, sforna un budget dietro l’altro. E pare, purtroppo, che non finisca qui.

«Ecco i miei eroi!»

Freddie, americano, abbandonato fra i rifiuti e adottato da gente modesta, ma dal cuore d’oro

«I miei genitori adottivi mi hanno insegnato i valori, l’educazione, a ragionare e non reagire». Nathan e Betty, già in età avanzata, lo accolsero in casa, il papà gli comprò un computer scassato, che il piccolo rimise in moto. Poi il brevetto milionario per seguire gli anziani malati di Alzheimer, una compagnia di telecomunicazioni e una fondazione per aiutare i più deboli. 

 

«I miei genitori adottivi sono stati i miei eroi e i miei modelli di vita», dice Freddie Figgers, trentunenne americano, nero, abbandonato dalla mamma dopo appena due giorni dalla sua nascita in un cassonetto dell’immondizia. «Papà e mamma, non più giovani, e che in passato avevano avuto piccoli in adozione, non appena vennero a conoscenza del mio abbandono, per giunta in quel modo abbietto, come fossi un rifiuto, non esitarono nemmeno un momento a chiedermi in adozione».

I suoi genitori, i suoi «eroi», come li chiama lo stesso Freddie, sono l’artigiano Nathan e la moglie Betty, contadina in una comunità agricola. Nonostante non fossero più giovanissimi, avessero una posizione sociale modesta – ecco l’atto eroico, secondo Freddie – decisero di adottarlo dopo aver già cresciuto diversi bambini in affidamento. A due giorni dalla sua nascita e da un destino che sembrava per lui ormai segnato, dunque, il piccolo abbandonato nel cassonetto dell’immondizia, aveva trovato una famiglia, adottiva – ma questo non lo consideriamo nemmeno un dettaglio, i bambini sono di chi li cresce, li educa – ritrovò nuovamente una famiglia adottiva, povera ma felice.

Per Freddie, Nathan e Betty, divennero dei veri e propri modelli da seguire. Un quotidiano nazionale, il Messaggero, che ha ripreso la notizia, ha riportato le dichiarazioni di Freddie Figgers: «I miei genitori adottivi sono stati i miei eroi e i miei modelli di vita».

 

GENIO E MANAGER

Oggi Freddie è  sposato con una avvocatessa e padre di bella una bambina che si coccola non appena i suoi impegni lo consentono. «La mia piccola non deve patire nemmeno un solo istante quanto mi è accaduto: non ne ho memoria, ma deve essere triste crescere con il chiodo fisso di essere stato trattato come se fossi spazzatura», avrà ripetuto mille e mille altre volte ancora.

Nel corso della sua infanzia, infatti, il ragazzo che ha studiato e successivamente diventato un manager milionario, ha dovuto anche lottare contro i soliti imbecilli, bulli da strapazzo, che con miserabile fantasia lo chiamano “immondizia” ficcandolo nei bidoni della spazzatura. Il padre, Nathan, non alimentava in lui l’odio. Il discorso era molto semplice: la dignità va conquistata intelligenza e tenacia, così alla fine Freddie ha deciso di seguire questi saggi consigli.

Il giovanotto oggetto di scherno da parte dei ragazzacci del quartiere, dimostrò subito di essere un vero genio. Papà Nathan riuscì a mettere da parte ventisette dollari per comprargli un MacIntosh, non funzionante, ma che il figlio riuscì a riparare e far ripartire. Iniziò così a riparare i computer della scuola passando poi a quelli del municipio. A quindici anni, come ha scritto “Il Messaggero”, Freddie decise di lasciare la scuola e dedicarsi al lavoro che lo portò a disegnare software.

 

UNA SOCIETA’ DI TELECOMUNICAZIONI

A ventuno anni gestiva già una rete di banda larga diventando il più giovane imprenditore di settore in tutti gli Stati Uniti, tanto che ad oggi è ancora l’unico proprietario afroamericano di una società di telecomunicazioni: la Figgers Communication. Gli anni avanzavano, il padre Nathan ben presto iniziò ad avere i primi sintomi dell’Alzheimer e Freddie riuscì ad inventare un congegno caratterizzato da un circuito, un microfono da 90 MHz e una scheda di rete che permetteva di rintracciarlo fuori casa. La vendita dei diritti di questa sua invenzione gli fruttò oltre due milioni di dollari.

Con parte del denaro avrebbe voluto comprare al padre l’auto dei suoi sogni e una barca, ma il genitore si spense prima del tempo. «L’esperienza – ebbe a dire Freddie – mi ha insegnato che i soldi non sono altro che un mezzo, quel giorno ho deciso che avrei cercato di fare del mio meglio per rendere il mondo migliore prima di quando dovrò lasciarlo».

In comune con il padre adottivo l’uomo sembra avere la grande generosità. Non è un caso, infatti, che Freddie abbia aperto una fondazione che raccoglie fondi per assicurare la copertura delle spese sanitarie per le comunità meno abbienti del nord della Florida. Ma ha fatto anche di più: si è impegnato, inoltre, a pagare la retta universitaria ai giovani talenti provenienti da famiglie meno abbienti.