«Molestia a parte…»

Musa, nigeriano, oggetto di attenzioni da parte di una donna

«Mi è successo altre due volte, per fortuna dell’ultimo episodio è stato testimone un signore. La storia è più o meno la stessa, se non faccio il “bravo” lei potrebbe urlare, denunciarmi o, addirittura, farmi picchiare. Sono fidanzato da due anni con una ragazza di qui, in passato una rinunciò alla nostra storie: si vergognava di presentarmi ai suoi genitori perché ero nero…»

 

«Vieni qua, dove scappi, non fare il prezioso: non vuoi farti mettere le mani addosso? Sai che se non fai il bravo, posso anche urlare e dire che sei tu che mi stai mettendo le mani addosso e farti picchiare?». Il ragazzo, un nero, insieme con un amico, anche lui di colore, non crede alle sue orecchie. Due signore, fra i trenta e quarant’anni, l’aspetto fisico non conta, ci provano. Più intraprendente quella che, occhio e croce, appare più grande. Un signore sui sessanta, di passaggio in quel momento, si ferma. Ha sentito tutto, non può fare finta di niente. Con garbo convince le due donne a lasciare stare in pace i due ragazzi. L’uomo, testimone di quella molestia, promette alle donne di non dire niente, a patto che le due “stalker” non si facciano più vedere da quelle parti. Una decina di metri, il tempo che le due signore compiano pochi passi e che una delle urli all’indirizzo dell’uomo maturo: “Vecchi rimbambito, puoi pure farti un “cofano” di…fatti tuoi!”. Una frase violenta, come è stato il gesto della più intraprendente delle due nel mettere la mani addosso a uno dei due ragazzi, il più alto, quello più prestante fisicamente. E’ un nigeriano, il suo amico un connazionale. All’uomo, il ragazzo, rivela che non è la prima volta che subisce simili affronti. «Sono fidanzato con una ragazza di Taranto – spiega Musa, nigeriano, storia vera, ma nome di fantasia, per motivi di privacy – ci vogliamo molto bene, lavoro saltuariamente, come lei: se solo uno dei due avesse un impiego stabile saremmo già andati a vivere insieme…».

Quella della convivenza fra un africano e una ragazza italiana sta diventando una consuetudine. I sentimenti non hanno nazionalità, sono universali. Ma torniamo al disagio vissuto l’altro giorno sulla sua pelle. «Mi è successo altre due volte – dice – ma niente di importante, non appena ho consigliato di smetterla di seguirmi o di fermarmi, le ragazze hanno capito che con me c’era poco da fare…».

 

«SONO DI SANI PRINCIPI…»

Qualche suo connazionale, senegalese o, comunque, africano, è meno reticente. Diciamo che può capitare che fra “domanda” e “offerta”, alla fine i due possano trovare un punto d’incontro. «Parlo per me, io sono fedele alla mia ragazza: una storia che dura da due anni; miei connazionali hanno “storie” con ragazze del posto, stanno bene, si amano…». Sorride, Musa. Aggiusta il tiro. «Diciamo che si vogliono bene, se l’amore arriverà magari il rapporto sarà ancora più solido: a me è capitata una di queste storie, con una ragazza della provincia, ci eravamo innamorati: almeno io mi ero molto preso dal rapporto, solo che quando ho voluto conoscere i suoi genitori per manifestare intenzioni serie, lei ha prima inventato una scusa dopo l’altra, poi mi ha lasciato: non voleva dire ai suoi genitori che il fidanzato aveva un altro colore…».

Ma lo stalking? «Imbarazzante – dice Musa – di solito sono gli uomini a fare avance, a corteggiare una donna, non viceversa; invece, è successo l’esatto contrario: ma in questo caso, andando ad intuito, la tizia che stava provando a mettermi le mani addosso, non voleva solo conoscermi…». Si spiega meglio il ragazzo nigeriano. «Faccio sempre quello che mi dicono gli amici del posto – risponde – non prendo sul serio queste proposte e cerco in modo educato di evitare che quei pochi secondi prendano una brutta piega: del resto, come può testimoniare quel signore che ha assistito in quei pochi istanti alla scena, sono stato minacciato: se non avessi fatto il “bravo” – ho capito perfettamente cosa intendesse…  – lei avrebbe potuto anche urlare e mettermi nei guai dicendo che ero io a metterle le mani addosso: certo, la gente avrebbe creduto più lei che me, ma per fortuna stavolta qualcuno è stato testimone dell’accaduto».

 

BASTA LA PAROLA, NON SEMPRE

C’era però il suo amico. «La parola del mio connazionale, ha lo stesso valore della mia: è difficile che qualcuno ti creda. Ma ad essere sincero fino in fondo, quella donna doveva essere sposata, aveva una fede al dito, quindi la cosa diventava doppiamente pericolosa: vai a spiegare al marito o al compagno, che tu – cioè io… – sono la vittima delle insistenze della donna; apriti cielo, già mi vedo sulle prime pagine dei giornali: “Nero aggredisce una donna, voleva avere un rapporto con lei!”. Per carità, sto bene così, felicemente fidanzato e con un lavoro del quale sono pienamente soddisfatto. Temo l’informazione. Spesso giornali, radio e tv, per motivi di spazio raccontano troppo velocemente un episodio e il più delle volte a rimetterci la faccia siamo noi: non vogliamo che i rapporti con gli italiani si indeboliscano a causa di incomprensioni o, come vogliamo chiamarle, a causa di certe storie…».

Musa sorride. Prova quasi sollievo che l’altra mattina l’episodio di molestie abbia avuto un testimone. E che un altro, l’autore dell’articolo, abbia in qualche modo registrato le due testimonianze.

«Che dire, spero che cose simili non accadano più – conclude Musa – anche se ho qualche dubbio: forse non dovrei fare footing alle sei del mattino sul Lungomare, non dovrei giocare al pallone, sport che amo tanto; insomma, dovrei trascurarmi, invece io – come molti miei connazionali – abbiamo il culto più che del fisico, del tenerci in forma: alleniamo i muscoli, ma anche mente; ecco perché è raro che qualcuno, oggetto di molestie, reagisca violentemente; abbiamo l’abitudine di pensarle certe cose, alleniamo corpo e anima». Dovesse avere una, due righe per lanciare un appello, Musa. «Amici, fate attenzione: non sempre la prima impressione è quella giusta!».

«Allenate anima e cuore!»

Roberto Vecchioni, lunedì scorso all’Orfeo di Taranto


«Il concerto cambia le tue canzoni, ogni sera ti prende in modo diverso. Ottimo il rapporto con “Luci a San Siro” e “Samarcanda”. Quando ho visto la scena di “Tre uomini e una gamba” ho riso come un matto. Invecchiando ti rendi conto che non è tutto far musica e canzoni. Sento vicini Guccini e Branduardi, quelli del “Tenco”. Insegnare ai giovani aiuta a tenersi vivi. Il Salento è casa mia…».

 

Due giorni nella sua Puglia. Lui milanese di nascita (Carate Brianza), origini napoletane, salentino di adozione. Dopo due anni di stop a causa della pandemia, è tornato fra il pubblico. Due concerti con l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal Maestro Pasquale Veleno, domenica in piazza a Fasano, lunedì al teatro Orfeo. Dunque, Roberto, il tuo rapporto con il “live” e un ritorno alle tue origini, il Salento che tu ami così tanto.

«Con il “live” ho un rapporto bellissimo, lo stesso con il Salento, la Puglia in generale. Castro, Leuca e Gallipoli le considero casa mia. E’ lì che vado al mare. E poi, le basiliche e le cattedrali, una meraviglia. Il rapporto “dal vivo” è molto più bello di quello col “morto”, che poi sarebbe lo studio, la realizzazione di un album. Il “live” ti dà modo di cambiare ogni sera, di dare altre inflessioni a una canzone, di emozionarti in modo diverso. E poi il “live”, quello con una orchestra così importante, è molto particolare…».

 

Quando si fa un album, le canzoni si pensa al come metterle in sequenza. Nel concerto come funziona?

«Prima si studiano le canzoni da riprodurre; a volte capita che alcune voglio ricantarle io; altre, stranamente, restano lì, non le canto per anni, ma poi mi piace recuperarle. Vengono fuori tre, quattro scalette, fino a quando alla fine non viene fuori quella giusta. Non è mai capitato, però, di avvertire la sensazione che il pubblico non trovasse di suo gradimento la scelta definitiva».

 

Il rapporto con il passato discografico com’è?

«Non è importante, ho scritto trecentoventi canzoni, prima o poi le ricanto tutte. C’è tempo…».

VECCHIONI 01 - 1Foto Aurelio Castellaneta

 

Con “Luci a San Siro” e “Samarcanda” come siamo messi?

«“Luci a San Siro” è sempre una cosa diversa, è un happening, un divertissement, ormai va e viene sulla mia voce, l’accompagnamento è libero al massimo. E’ diventata una song molto intensa. “Samarcanda”, il più delle volte, resta uguale…».

 

A proposito di “Luci a San Siro”, bel tributo Aldo Giovanni e Giacomo, in “Tre uomini e una gamba”.

«Sono miei amici da sempre. Ci conosciamo da prima che il successo li consacrasse attori di alto livello. Siamo interisti tutti e quattro, poi… Prima del Covid ci incontravamo spesso allo stadio. Presto torneremo ad abbracciarci. “Luci a San Siro” è il nostro inno. La mia reazione alla scena in cui Giovanni è in auto, sfila dal mangianastri “Anima mia”, per mettere “Luci a San Siro”? Mi aveva avvisato Giovanni, ma quando quello spezzone l’ho visto al cinema ho riso come un pazzo!».

 

Il rapporto con i colleghi?

«Invecchiando si ha sempre meno tempo di vederli. Ci si rende conto che nella vita non è tutto far musica e canzoni. Quando hai trenta, quarant’anni hai passione e voglia di lottare, poi con gli anni vengono fuori cose che contano molto di più: gli amici, la famiglia, la vita privata. Questo avviene nel teatro, nel cinema, nella canzone. Vedo poche persone a cui voglio bene: Guccini e Branduardi per esempio, loro mi stanno nel cuore, gli amici del “Tenco”, che rivedo più o meno ogni anno. Ma, di sicuro, ma con gli altri non c’è più quel rapporto che esisteva un tempo».

 

Il rapporto con Sanremo.

«La prima volta ci sono andato quando ero piccolo e incosciente, era un’altra cosa. Dovevo uscire dal mio bozzolo e fare qualcosa. Oggi la vedo come una cosa divertente, una kermesse di italianità perduta: va vista così, in quella forma».

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Foto Aurelio Castellaneta

 

Jannacci, dietro le quinte, in uno stesso Sanremo incrociando Gino Paoli, pronunciò la seguente frase: “Anche tu, qui, Gino, a fare ‘ste puttanate?”.

«Ah! Ah! Ah! – risata esagerata – però vedi, servono comunque, perché Sanremo è una rassegna popolarissima. Quelle “puttanate” in passato le hanno fatte anche Dalla, Vasco, Zucchero, Cocciante, Jovanotti; le ho fatte pure io, come Ron e Barbarossa, che il Festival lo abbiamo anche vinto. C’è stato un momento della nostra vita artistica in cui siamo “usciti” tutti con quelle “puttanate”…».

 

Un giorno dicesti “Se non vendi settantamila copie sei fuori mercato”, solo dieci vendono di più.

«Oggi anche quelle settantamila non si vendono più, saranno rimasti in cinque a venderne così tante. Il mercato, purtroppo, è calato dell’80%, il cd è superato, c’è Internet: si prende tutto da lì. Sono contento, però, di essere fra i pochi a resistere, io che di copie una volta ne vendevo anche trecentomila. Le cose sono cambiate parecchio. Non basta più fare un bell’album, ci vuole sempre un’idea straripante che faccia ascoltare a tutti un pezzo per vendere l’intero disco. A me non piace questo sistema, ho rispetto di quel pubblico che se trova un disco bello lo compra…».

 

Qual è il sistema per stare accanto ai giovani, tu che sei un “pensionato non pensionato” e “docente senza portafoglio”?

«E’ divertentissimo, mi permette di insegnare una materia sulla quale ho lavorato per anni: quanto contano le parole nelle canzoni, dall’antichità ad oggi, un tema che a Scienze della comunicazione ha interessato anche cinquecento, seicento studenti per volta, non pochi; questa cosa mi ha sempre dato straordinarie sferzate di vita. Stare con i giovani? Tutti sono giovani, anche i cinquantenni, i sessantenni sono giovani, basta volerlo; non è un problema di acciacchi: ma, attenzione, per mantenerti giovane devi tenere anima e cuore in costante allenamento».

Gelato, star dell’estate

Puglia, il cono artigianale sfida l’industriale

E’ l’alternativa al pasto nelle giornate più calde. Lo preferiscono la metà dei pugliesi, che nel frattempo si inventano nuovi gusti legati ai prodotti del territorio. Fra gli ultimi: il gelato al latte d’asina, al latte di capra, fino a quello all’olio extravergine di oliva. I consumatori vanno dal tradizionale all’esterofilo, al naturalista, al dietetico o a chilometro zero, per poi fiondarsi su “frutta e verdura” locali ma anche “formaggi a denominazione di origine protetta” o “grandi vini”.

 

In estate, la metà dei pugliesi preferisce il gelato artigianale rispetto a quello industriale. E’ di questo avviso la Coldiretti Puglia, che in questi giorni ha diffuso una nota con dichiarazioni del sempre attivo presidente Savino Muraglia. Non sarà una novità, dirà qualcuno, la calda stagione – specie quella che si è presentata in queste settimane – invita non solo i pugliesi, ma anche i turisti, a combattere i picchi di un termometro che spesso sfiora i 40 gradi all’ombra, con qualcosa di veramente fresco. E, allora, ecco che quel cono gelato, considerato un momento di sollievo, diventa una sana abitudine. E più ci si avvicina al gelato artigianale, più ci si ingolosisce. Certo, quelli industriali sono un altro aspetto produttivo della nostra regione, ma il gelato artigianale pugliese sta diventando la star dell’estate.

E se questa estate comincia con un’ondata di caldo eccezionale, con le lunghe giornate al mare sulle spiagge assolate o le passeggiate nei borghi, in Puglia non può che crescere il consumo di gelato, concentrato nei quattro mesi più caldi, da giugno a settembre, quando la metà dei pugliesi, si diceva, fa la sua scelta: gelato artigianale. E’ l’ultima stima di Coldiretti che sottolinea intanto che in Puglia lavorano circa 3.000 gelaterie artigianali, con 5.500 addetti, e che questo è un settore in forte espansione anche grazie ai gelati studiati e posti sul mercato artigianale dagli agricoltori. Fra le ultime “invenzioni”: il gelato al latte d’asina, al latte di capra, fino a quello all’olio extravergine di oliva.

 

CONO, CHE SUCCESSO!

Un successo dovuto anche alla destagionalizzazione dei consumi, è il punto di vista di Coldiretti, dovuta ai cambiamenti climatici in atto e al consumo come rompi-digiuno nelle pause di lavoro, oltre al relax al mare in spiaggia o come alternativa al pasto nelle giornate più calde.

Gelato artigianale, dunque, stella del firmamento dell’alimentazione estiva. Nei gusti storici anche se pare stia crescendo la tendenza nelle diverse gelaterie pugliesi ad offrire “specialità della casa”. Queste, infatti, incontrano le attese dei diversi target di consumatori: tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o a chilometri zero come i gelati con frutta e verdura locali ma anche con formaggi a denominazione di origine protetta o grandi vini.

Viene segnalato negli ultimi anni il boom delle agrigelaterie che garantiscono la provenienza della materia prima dalla stalla alla coppetta con gusti che vanno dal latte di asina a quello di capra fino alla bufala e all’olio extravergine di oliva. Nelle agrigelaterie è particolarmente curata la selezione degli ingredienti, dal latte alla frutta, rigorosamente freschi con gusti a “chilometro zero” perché ottenuti da prodotti locali che non devono essere trasportati con mezzi che sprecano energia ed inquinano l’ambiente.

 

 

A GUSTO DEL…TERRITORIO

Una risposta alla ricerca di genuinità nel consumo di gelato dimostrata dal fatto che tra le ultime tendenze si è assistito ad una crescente attenzione ai gusti di stagione e locali ottenuti da prodotti caratteristici del territorio. Una spinta che ha favorito la creatività nella scelta di ingredienti che valorizzano i primati di varietà e qualità della produzione agroalimentare nazionale, dal gusto di basilico fino al prosecco ma, attenzione, ci sono anche le gelaterie tradizionali che si riforniscono di produttori agricoli, creando gusti rigorosamente a chilometro zero.

I consumi di gelato hanno superato i sei chili a testa all’anno in Italia secondo stime della Coldiretti e ad essere preferito è di gran lunga il gelato artigianale nei gusti storici anche se cresce la tendenza nelle diverse gelaterie ad offrire “specialità della casa” che incontrano le attese dei diverse target di consumatori, tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o vegano.

La produzione del gelato nel mondo ha oltre cinquecento anni di storia. Le prime notizie risalgono alla metà del Sedicesimo secolo nella corte medicea di Firenze con l’introduzione stabile di sorbetti e cremolati nell’ambito di feste e banchetti. Pare, però, che fu il successo dell’export in Francia a fare da moltiplicatore globale con il debutto ufficiale in terra americana, con l’apertura della prima gelateria a New York nel 1770 grazie all’imprenditore genovese Giovanni Bosio. Da allora, la corsa del gelato non si è più fermata. E’ diventata inarrestabile, specie con il cambiamento climatico che invita alla scelta di sistemi per combattere improvvisi aumenti di temperatura. E, dunque, un gelato, anche due, diventa più di un sollievo: una necessità.

«Vergogna del nostro Paese!»

Rashford, Sancho e Saka, calciatori inglesi coloured attaccati sui social

E’ bastato che i tre ragazzi neri sbagliassero i penalty decisivi per essere oggetto di offese da parte di decine di migliaia di connazionali. Gravi episodi di razzismo nei confronti di atleti che hanno orgogliosamente indossato la maglia dei Tre Leoni. «I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», sostiene il premier britannico Boris Johnson. «Sono nauseato, è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire questi simili comportamenti abominevoli», l’opinione del principe William.

 

Inghilterra-Italia 3-4, dopo i calci di rigore. La Nazionale azzurra vince il campionato europeo di calcio, il Leoni d’Oltremanica che avevano accarezzato l’idea di stravincerla nello stadio Wembley, perdono. Due volte, la prima sul campo, la seconda lontano dal tempio del calcio londinese. Tre ragazzi coloured hanno sbagliato i penalty, uno sul palo, gli altri due annientati dal portiere della nostra Nazionale, Gigio Donnarumma. Comincia in quel momento il massacro dei tre ragazzi che hanno indossato con onore la maglia dell’Inghilterra. Sui social messaggi di odio nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, sono loro i tre cecchini mancati, che hanno sbagliato i rigori decisivi. Johnson, il premier, giudica le cose che legge come «Commenti terrificanti, vergogna!». Il principe William, «Sono nauseato».

Eppure: «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…». Cantava De Gregori nella sua “Leva calcistica…”, grande canzone, grande successo. E lui, grande tifoso di calcio. Mai avrebbe immaginato che quella metafora tornasse utile in questi giorni in cui l’Italia calcistica si è laureata Campione d’Europa. E mai avrebbe immaginato che un calcio di rigore potesse cambiare la vita. Invece era già successo a fior di campioni, come Roberto Baggio (Italia-Brasile) e David Trezeguet (Italia-Francia). E accadrà sempre, fino a quando a qualcuno della Fifa non verrà in mente di decidere che una finale va rigiocata, ma non più decisa con la monetina o il golden-gol.

Quella è un’altra cosa, almeno i penalty, come spiegava qualcuno sono un accadimento tecnico: chi ha maggiore personalità e tecnica e non si compone più di tanto, al triplice fischio finale dei supplementari, si avvia verso il dischetto. Prima che accada questo, tutti a filosofeggiare sulla “lotteria”, è solo questione di fortuna, “ma sì, vada come vada…”. Invece, gli inglesi, inventori del calcio, che da giorni lanciavano frasi del tipo “coming home”, come se il calcio, la Coppa d’Europa fosse finalmente “tornata a casa”, ci sono rimasti di sasso. Per usare una metafora.

Dunque, la rabbia dei tifosi inglesi esplode dopo la sconfitta della nazionale dei Tre Leoni contro l’Italia, nella finale di Euro 2020 (slittata al 2021 a causa della pandemia…). All’esterno di Wembley e in altre zone di Londra gruppi di facinorosi avrebbe aggredito alcuni tifosi italiani – come si evince dalle immagini di diversi video sui social – provocando l’intervento delle forze dell’ordine. Secondo la stampa britannica una quarantina di tifosi britannici sarebbe stata arrestata.

La rabbia esplode anche sui social con insulti razzisti nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, i tre giocatori inglesi che hanno sbagliato i tiri decisivi.  Il rigore di Marcus Rashford ha colpito il palo e i tiri dal dischetto di Bukayo Saka e Jadon Sancho sono stati parati da Donnarumma. Il diciannovenne Saka ha sbagliato il rigore decisivo, che ha dato il titolo all’Italia e ha negato all’Inghilterra il suo primo grande trofeo internazionale di calcio atteso dai Mondiali del 1966.

La Federcalcio inglese ha rilasciato una dichiarazione dicendo di essere «Sconvolta dal comportamento disgustoso» di chi lancia in rete questi messaggi. La polizia di Londra ha condannato l’abuso «inaccettabile», aggiungendo che indagherà sui post sui social media «offensivi e razzisti». Vedremo se ci sarà giustizia e se questi animali, evidentemente non ancora in via d’estinzione, la pagheranno. In Inghilterra, dicono, sono più severi.

Interviene la politica, che pensava a una gara di calcio come ad un formalità, poi gli inglesi avrebbero alzato la Coppa. Invece. «Questa squadra inglese merita di essere lodata come un gruppo di eroi, non insultata razzialmente sui social media. I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», scrive su Twitter il premier britannico, Boris Johnson, dopo la rabbia social.

Anche il principe William, secondo in linea di successione alla corona britannica e presidente d’onore della Federcalcio inglese, si unisce – dopo il premier Boris Johnson – alla denuncia degli insulti razzisti contro i calciatori dell’Inghilterra che hanno sbagliato i rigori decisivi. «Sono nauseato – scrive William – è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire simili comportamenti abominevoli». «Questi episodi di razzismo – conclude il principe dal suo profilo ufficiale reale di Kensington Palace – devono finire ora e tutti coloro che ne sono responsabili devono risponderne». I tre ragazzi accettano le scuse, anche gli altri calciatori, gli atleti neri, i lavoratori neri, che contribuiscono ad alzare il Pil britannico. Senza loro sarebbe un’Inghilterra più povera.

Nazionale a gamba tesa

Evitato l’incidente diplomatico

Il ministro della salute, Roberto Speranza, si era opposto al giro celebrativo della squadra di Mancini. Non voleva che i giocatori salutassero i tifosi circolando per le vie della capitale con il tetto del pullman scoperto. I vincitori dell’Europeo di calcio, trofeo che mancava da cinquantatré anni, hanno posto una condizione: «O mantenete la promessa, oppure non veniamo al Quirinale e a Palazzo Chigi!». Intervento di Mattarella e Draghi: «Siamo fieri di voi, è tutto risolto, vi aspettiamo…». 

 

Il calcio è il più grande attrattore, un’ascensore sociale ha detto il Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Promesse all’indirizzo dei calciatori azzurri alla vigilia degli Europei di calcio: «Se ci portate la Coppa vi festeggeremo per una settimana!». E più la nazionale allenata da Roberto Mancini bruciava le tappe, dal girone alle sfide toste con Austria, Belgio e Spagna, più il sogno (e la promessa) si avvicinava.

L’intero Paese comincia a crederci, anche i politici. «Se vincete contro l’Inghilterra, i padroni di casa e del calcio, festeggiamo per un mese intero!». La politica è fatta così. Promette, promette. Tanto non costa nulla. Ma spesso non si fanno i conti con l’oste, e poco importa se le promesse erano arrivate dallo stesso Draghi e confermate dallo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, volato in Inghilterra per assistere alla finale dalle tribune. In Italia, l’oste, il politico che si è messo di traverso è stato il ministro Roberto Speranza, tristemente noto non solo per un cognome sconfessato nonostante il suo impegno, ma per le misure eccessive assunte durante la pandemia.

Una mazzata inflitta al calcio per centinaia di milioni, per esempio: «Si gioca a porte chiuse, non ci sono ragioni, così è deciso e così sarà!». Come a dire, «Gliela faccio vedere io a questi eroi della domenica». Ma la vendetta, si sa, è un piatto che si gusta freddo, basta avere pazienza. Certo non sarà stata tutta questa soddisfazione aver giocato un intero campionato senza pubblico provocando gravi problemi economici alle società, ma alla fine avere avuto il coltello dalla parte del manico e prendersi una piacevole rivincita. Secondo quanto diffuso nelle ore precedenti al giro d’onore per la capitale con un bus scoperto e con i calciatori azzurri a mostrare, fieri, la Coppa d’Europa attesa per cinquantuno anni, non tutti erano d’accordo.

 

COME E’ ANDATA…

E veniamo ai fatti. L’Italia vincitrice degli Europei contro l’Inghilterra? La cosa lascia più o meno indifferente Roberto Speranza. Il ministro della Salute, da sempre ossessionato dalle misure anti-Covid, ha rischiato di far saltare la visita degli Azzurri a Roma e la festa a Palazzo Chigi.

Il pesantissimo retroscena è stato svelato dal sito Dagospia che ha raccontato addirittura di una lite tra Giorgio Chiellini e Speranza. «Il ministro – riportava dagospia – ha rimbalzato la richiesta della nazionale di noleggiare un pullman scoperto per festeggiare la vittoria agli europei». Timore del Ministero era quello che il pullman in questione, scoperto, favorisse nuovi assembramenti in città. «Il braccio di ferro – prosegue il sito – è stato così intenso che a un certo punto Chiellini ha perso le staffe». Da qui il “prendere o lasciare”: «O ci concedete il permesso, oppure non veniamo!».

 

COME E’ STATA RISOLTA

Ci pensa il premier Mario Draghi che incontra Speranza con l’obiettivo di convincerlo ad accettare la richiesta. Proprio il presidente del Consiglio aveva accolto l’intera squadra e fatto loro i più sentiti complimenti: «Un saluto collettivo e un ringraziamento profondo dal Governo, e anche da tutto lo staff di Palazzo Chigi che è affacciato alle finestre e vi guarda qui da sopra. I vostri successi sono stati straordinari». E non è finita: «Oggi lo sport segna in maniera indelebile la storia delle nazioni. Oggi siete voi a essere entrati nella storia, con i vostri sprint, i vostri servizi (l’allusione è a Matteo Berrettini, finalista a Wimbledon, ndc) i vostri gol e le vostre parate».

Dello stesso parere Sergio Mattarella: «Questo non è giorno di discorsi, ma di applausi e ringraziamenti. Complimenti! Ieri sera (riferimento a domenica…) avete meritato di vincere ben al di là dei rigori perché avete avuto due pesanti handicap: giocare in casa degli avversari in uno stadio come Wembley e il gol a freddo che avrebbe messo in ginocchio chiunque. Siete stati accompagnati e circondati dall’affetto degli italiani e li avete ricambiati rendendo onore allo sport. Così come ha fatto Matteo Berrettini. Arrivare alla finale di Wimbledon, ma la rimonta del primo set – che ho seguito personalmente prima di partire per Londra – equivale a una vittoria». Lo stesso presidente della Repubblica era in prima fila a Wembley per tifare il suo Paese. Speranza era rimasto a casa, non faceva parte della spedizione londinese. Ma, evidentemente, non voleva passare inosservato. Ce l’ha fatta, anche lui le ha “prese” dalla Nazionale, che evidentemente non conosce cosa sia una sconfitta.