Il corto metraggio di Marcella Pagliarulo e Virginia Cimmino che racconta i pregiudizi da sconfiggere.
Pare un paradosso definire emergenza il flusso migratorio che sarà la normalità per i prossimi quindici o venti anni. Così come appaiono inconsistenti le iniziative diplomatiche che partoriscono soluzioni para militari: nei giorni scorsi si è tenuto un vertice a Tripoli per tentare di strutturare un sistema, gestito da Italia e Libia, finalizzato a contrastare le partenze di migranti. L’obiettivo è quello di allestire una sala operativa congiunta che possa coordinare gli interventi in mare da parte delle motovedette libiche nelle loro acque territoriali. Tradotto, è il tentativo di costruire un muro, una barriera sulle acque del Mediterraneo. Perché del tentativo di alzare un muro si tratta.
Le politiche protezionistiche lanciate negli Stati Uniti da Trump in maniera palese, senza giri di parole o tentativi di nascondere il fine ultimo delle iniziative, sembra trovare una eco vista la nuova tendenza ad alzare muri: di cemento, umani o ideali che siano.
La lettura socio-economica della fase in atto prodotta dagli analisti statunitensi vicini al Presidente individua nella globalizzazione l’origine di tutti i problemi producendo risposte immediate: non solo un decreto, che sarà riscritto fino a quando la Corte Suprema dovrà piegare la testa alla volontà di negare gli accessi a cittadini di sette Paesi a maggioranza mussulmana, ma anche e subito una campagna di persecuzione ed espulsione immediata di ispanici presenti sul territorio.
Città come Atlanta, Chicago, New York, Los Angeles sono interessate in questi giorni da una vera caccia all’uomo: una ondata di raid guidati dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) ha portato all’arresto di migliaia di immigrati irregolari o senza permesso di lavoro e al loro immediato rimpatrio.
La gran parte è rappresentata da cittadini messicani, riportati di forza nel loro Paese già in crisi nell’ambito di un vero processo di deportazione.
L’obiettivo minimo, infatti, è quello di espellere e rimpatriare con la forza almeno tre milioni di persone nell’arco temporale di dodici mesi.
E per mettere un ulteriore punto di saldatura al percorso intrapreso, gli USA, per fare in modo che il messaggio sia chiaro a tutto il mondo, hanno posto il veto sulla nomina di rappresentante speciale per il nord Africa di Salam Fayyad, ex premier palestinese accusando l’ONU di avere un atteggiamento lesivo degli interessi di Israele: “Per troppo tempo l’ONU è stata ingiustamente sbilanciata in favore dei palestinesi a scapito del nostro alleato Israele –ribadendo che- Washington non riconosce attualmente uno Stato palestinese e non sostiene il segnale che questa nomina invierebbe”.
La delegittimazione dell’ONU, della quale gli USA sono i maggiori finanziatori, che il Presidente americano ha definito “un club di chiacchiere dove si ci diverte” ha il tragico aspetto di una nuova campagna crociata: chi si ritiene giusto e potente ha iniziato la sua battaglia contro i brutti, poveri e cattivi.
«Ricordo ancora quando i miei genitori mi dissero che non era giusto che un ragazzo buono rimanesse lì. Ricordo che mi dissero di andare via. E io lo feci». Inizia così il viaggio e il racconto di Mohammad. Ha 25 anni ed è cresciuto in Bangladesh patendo sulla sua pelle il violento scontro politico tra «Bnp» e «Awami Leage». Nell’aprile 2015 Mohammad la scia la moglie e il figlio e parte per la Libia: «Sento la mia famiglia una volta alla settimana: mia moglie non ha il cellulare e quindi aspetto che mio padre vada da lei per poter sentire la sua voce. Ho lasciato in Bangladesh anche i miei genitori e tre sorelle più piccole: è triste sapere che loro, proprio come mio figlio, stiano crescendo senza che io possa esserle accanto».
Suo padre era anziano e non poteva più lavorare e così a lui spettava sostenere tutta la famiglia. Mohammad lo ha fatto fino a quando è stato possibile: «la situazione era diventata insostenibile e quindi sono stato costretto a partire. Sono andato via per trovare un lavoro e aiutare la mia famiglia».
Per il viaggio ha chiesto i soldi a una persona del luo e ha dato in cambio le chiavi e i documenti della sua casa: «Ho avuto 500mila tagha che sono quasi 5mila euro e solo da poco ho iniziato a pagare il mio debito». Già perché dopo una viaggio terribile Mohammad ha trovato lavoro: a Taranto è stato assunto da un ristorante e con orgoglio mostra il suo contratto. Ha iniziato da lavapiatti, ma è riuscito a dimostrare di essere un bravo cuoco e così, da poco, ha iniziato a vestire i panni dello chef.
Mentre racconta sorride. Il viaggio per arrivare in Italia gli ha causato sofferenza: «ho lavorato per otto mesi in Libia, ma alla fine me ne hanno pagato solo tre. La cosa peggiore è che una notte entrarono in casa per derubarci, io provai a scappare e uno dei ladri lancio un coltello…». Mohammad mostra due grandi cicatrici sulla pianta del piede e sulla coscia, ma poi le copre e mostra il suo sorriso mite: «quando dissi ai miei amici che avevo deciso di partire con un barcone per l’Italia qualcuno disse che era pericolo e si poteva morire. Io risposi che era meglio morire che continuare a stare lì. Vabbè… adesso è passato, voglio solo lavorare tanto e portare qui la mia famiglia. Vorrei che scoprissero la bellezza di questa terra: la gentilezza che ho trovato a Costruiamo Insieme e a Taranto». Sta studiando la lingua per essere pronto quando un giorno arriverà la sua famiglia: «chissà forse quel giorno avrò un ristorante tutto mio».
Si è chiuso con ottimi risultati il progetto denominato «Welcome», un percorso sperimentale di inclusione sociale per minori e giovani adulti dell’Istituto penale minorile di Bari che nei mesi di agosto, settembre e ottobre ha visto impegnati la società Costruiamo Insieme in partenariato con l’ente accreditato a livello regionale «Abap Puglia».
Sono complessivamente 13 i minori destinatari del progetto nel quale Costruiamo Insieme ha contribuito a sviluppare le abilità, le capacità e le competenze promuovendo la rieducazione attraverso una rivisitazione del proprio percorso di vita contribuendo a formare figure professionali spendibili per il mercato del lavoro. Non solo. Il progetto ha puntato anche alla crescita personale dei minori attraverso l’acquisizione e l’utilizzo di conoscenze, competenze e qualifiche. Nonostante le diverse nazionalità di provenienza dei minori, alcuni con scarsa conoscenza della lingua italiana, il lavoro costante e attento alle peculiarità di ciascuno dello staff educativo di Costruiamo Insieme ha permesso di superare la diffidenza iniziale e le diverse culture e tradizioni consentendo il raggiungimento di un buon livello di integrazione e di socializzazione dei ragazzi. L’intervento di Costruiamo Insieme, infatti, è stato finalizzato a restituire alle emozioni positive come speranza, fiducia, gioia e sorriso il giusto spazio nel processo di integrazione e di inserimento sociale. Inoltre gli educatori hanno lavorato per incentivare l’autonomia di ciascuno favorendo l’espressione positiva e pacifica di conflitti superando disagi, contenuti aggressivi, insicurezze, timidezze. Insomma un progetto che anche migliorando la comunicazione, le relazioni interculturali e la socialità ha permesso di stimolare e valorizzare nei giovani ristretti le abilità creative per rinforzarne l’autostima.
«Costruiamo Insieme attraverso il suo staff educativo – ha commentato Nicole Sansonetti, presidente di Costruiamo Insieme – ha valorizzato la positività e sostenuto le difficoltà esistenziali del minore ristretto e attraverso un percorso valoriale ha cercato di stimolare la nascita di una relazione affettiva con l’educatore. Riteniamo che sia imprescindibile il miglioramento della qualità e dell’innovazione nei sistemi formativi all’interno degli istituti penitenziari minorili: attraverso modalità e prassi attente alla persona, al suo vissuto e bisogni, infatti, è possibile realmente favorire quel processo di rieducazione, obiettivo primario nei periodi trascorsi negli istituti».
I risultati del progetto, inoltre, secondo il presidente Sansonetti rilanciano la necessità di «fare rete» e incentivare la «collaborazione tra istituti di pena ed organizzazioni del Terzo Settore, che offrono opportunità di cambiamento e di apprendimento. Anche per questo Costruiamo Insieme agevola lo sviluppo di prassi innovative nella formazione professionale, nell’orientamento e accompagnamento al lavoro e intende stimolare realmente l’apprendimento di competenze e insegnamenti a partire da progetti educativi individuali che rivisitano il proprio vissuto, e ne proiettano cambiamenti e nuove prospettive di vita».
Una stufa difettosa, una scintilla e le fiamme iniziano a divorare le baracche di Rignano dove sorge una delle più grandi baraccopoli della Puglia a pochi chilometri da San Severo. Quattrocento braccianti, in pochi minuti e per la terza volta in un anno, hanno visto andare in fumo anche le poche, piccole cose raccattate, utili a sopravvivere ogni oltre limite immaginabile.
Braccianti, si, che prima dell’alba si incamminano per raggiungere i campi dove lavorano anche per 10 o 12 ore al giorno in cambio di pochi euro sui quali ad imporre una tassa non c’è lo Stato, ma la mano dei caporali a quali spetta la decisione di concederti una giornata di lavoro o rispedirti nel ghetto dove vige un sistema collaudato di riduzione in schiavitù.
Da anni sono note le condizioni della baraccopoli di Rignano: il primo rogo distrusse il ghetto l’11 agosto del 2012. Da allora, quello di martedì scorso è il sesto, per fortuna senza vittime. Ma adesso è tutto da rifare: baracche, ovviamente, almeno per garantirsi un riparo.
Ma questa è storia dei nostri giorni di fronte alla quale l’indifferenza prevale sulla voglia di conoscere, di sapere. E’ scomparsa l’indignazione, risucchiata dal senso di normalità. E tutto questo lo vedi vicino a te, di fianco, dentro casa. Dentro casa mia.
All’ora di pranzo, unico momento in cui siamo tutti insieme, il telegiornale è una voce abituale per i miei figli, quasi fosse il rumore della lavatrice o della lavastoviglie. Nessun interesse, nessuna voglia di sapere come se questo rappresentasse una invasione del loro mondo “protetto”.
Poi, ti accorgi che non sanno scrivere perché non hanno idee e qualsiasi tipo di creatività è morta, risucchiata dalla play station o dal telefonino o da qualche stupida serie televisiva.
Leggono senza interesse, senza cercare di capire perché è una lettura finalizzata all’interrogazione del giorno dopo: non cercano il significato delle cose, il senso di ciò che stanno leggendo. No: imparano a memoria ciò che in breve tempo sarà cancellato, perché il cervello cancella ciò che non capisce con lo stesso modo con il quale gettiamo la spazzatura.
“Ma la professoressa questo vuole sentire!” è la risposta pronta. Lei mette 9, io li boccerei! “E perché? Così è scritto sul libro!”. Ma, insegnare a ragionare, NO? A riflettere sulle cose, NO? Appassionare alla ricerca finalizzata al sapere, NO?
Quando mi chiedono di essere ascoltati dopo aver “studiato” mi prende un senso di angoscia. Non conoscono la differenza fra storia e storiografia: il libro di testo, qualsiasi cosa ci sia scritta, è lo strumento indiscusso, inappellabile.
Come potranno provare interesse verso l’altro, come potranno apprezzare e trasformare in ricchezza chi è portatore di una cultura diversa? Quando capiranno che i migranti sono un problema solo quando non servono braccia in campagna da pagare a poco prezzo?
Sarà questa la radice del sentire comune che trasforma i flussi migratori in un problema e la presenza di migranti sul nostro territorio un pericolo?
Ieri, affrontando per l’ennesima volta l’argomento, mi sono divertito a far ascoltare ai miei figli due canzoni che vi propongo.
https://www.youtube.com/watch?v=jp4wLi5Ptog
http://www.rockol.it/testi/79377970/nidi-d-arac-figli-di-annibale
«Ho 22 anni, ma nella vita ho fatto un sacco di cose capì? Non mi piace stare a uecchjio…». Musa miscela con stupefacente esperienza la sua lingua e il dialetto tarantino. Sorride spesso con aria sorniona, ma delicata: ha l’aria di chi ha ritrovato la serenità pur senza dimenticare il suo passato. Viene dal Gambia dove è scappato a causa della dittatura. Non ricorda il giorno in cui ha deciso di partire: i ricordi di un viaggio come il suo si affastellano confusamente e i contorni sono sempre meno nitidi. Eppure alcune cose restano scolpite nella mente. «Volevo andare in Senegal per trovare qualcosa di meglio – racconta sotto il cielo plumbeo di Modugno – in Gambia non avevo un lavoro fisso e speravo di poter costruire la mia vita ripartendo da zero. Ho iniziato a lavorare in un ristorante per qualche tempo poi ho fatto… langa langa… non so come si dice in italiano». Sorride e spiega che forse, la figura che più si avvicina è quella del bigliettaio di autobus che viaggiavano in tutto il Senegal».
Una sistemazione che forse non era quella della vita. Dentro forse, sognava qualcosa in più. Un pensiero timido che rimaneva dentro. «È stato un amico a darmi il coraggio di andare il Libia. Ho accettato la sua proposta e ho messo i soldi da parte» L’esperienza in terra libica, però, si è rivelata un incubo. «Dopo la morte di Gheddafi, in Libia c’è il caos. Per quelli che riescono a trovare un lavoro, gli stipendi non sono una certezza. Anzi. Lavoravo per molte ore al giorno e spesso senza stipendio». I soldi che non c’erano, però, non erano forse la preoccupazione maggiore. «Ogni giorno lavoravo con altre persone col terrore di finire in fretta il lavoro perché se non finivi c’era il rischio che ti sparassero». Resta un attimo in silenzio, quasi a pesare un pensiero. «Sono stato anche in prigione sai? Mi hanno arrestato a uecchjio. La Libia, purtroppo, oggi funziona così». Il 9 giugno 2014 è arrivato in Italia, a Taranto. È stato prima in una casa famiglia e poi all’Abfo. «Avevo trovato lavoro in un maneggio, ma non riuscivo a studiare e così ho scelto lo studio: è importante conoscere la lingua se vuoi costruirti un futuro qui». Dopo l’Abfo si è spostato a Costruiamo Insieme: «sto benissimo: ho anche iniziato a lavorare e voglio fare del mio meglio. Cosa sogno? Eh… è una domanda importante: ho sempre sognato di fare commercialista, ma onestamente oggi mi interessa trovare il modo per vivere serenamente… capì?».
Il muro non è solo una costruzione fatta di pietre e cemento, una barriera realizzata per porre un confine, per tenere stretto e al sicuro ciò che pensi sia tuo. E’ la trasposizione di una idea, la versione materializzata di una verbalizzazione che ha la necessità di rafforzarsi attraverso una simbologia visibile, magari il più possibile, anche al tatto. Se il solo udito non risulta sufficiente, ti devo far vedere, toccare, ti devo far sentire anche l’odore, se posso, della mia repulsione nei tuoi confronti: “Non ti voglio!”. Anche a costo di dimenticare il passato e di rinnegare, manipolandola, la storia. La propria storia.
Gli Stati Uniti d’America (non come erroneamente si sente dire o si legge l’America) hanno costruito la loro potenza economica sull’immigrazione fino a quanto è stata funzionale ed era un valore aggiunto. Si, un valore aggiunto, un valore umano aggiunto.
Quando le macchine a controllo numerico facevano solo parte di un futuro lontano e non bastava spingere un bottone per avere la produzione c’era bisogno di forza lavoro, di braccia che, sottopagate e costrette a vivere in ghetti che con il tempo sono diventati quartieri, arrivavano da “oltre il muro”. Oltre quel muro, al tempo, c’erano l’Europa e il sud del continente americano.
Centinaia di migliaia di persone hanno affrontato viaggi di una durata temporale che è estranea a noi e, ancora di più, ai nostri figli: portando nelle loro valigie di cartone non solo le poche cose necessarie, ma le loro competenze, i loro saperi, l’unico vero patrimonio a loro disposizione. Muratori, falegnami, fabbri, partiti con bambini destinati a fare i garzoni o i semplici manovali. Anche chi semplicemente sapeva fare una pizza o cucinare un piatto di pasta ha contribuito alla costruzione del grande sogno americano. Tanti erano italiani che hanno attraversato un Oceano con le stesse aspettative di vita di chi oggi rischia la vita in mare aggrappato ad un gommone. Da una costa all’altra, spesso per sfuggire ad una morte certa o inseguendo un sogno: su una rotta diversa, dall’Africa verso l’Europa.
La storia dell’umanità è fatta di migrazioni, non esiste epoca che non ha conosciuto migrazioni!
Oggi gli USA sono pronti a spendere milioni di dollari per erigere un muro ai confini con il Messico e ai cittadini di sette Paesi è precluso l’ingresso. In Europa non spira un vento diverso.
Se esiste una risposta possibile o una domanda possibile per darsi una risposta a tutto questo, in maniera semplice ma altrettanto diretta, la trovi solo in una frase storica di Antonio De Curtis (in arte Totò): “Siamo uomini o caporali?”.
Ha 20 anni Baba, un sorriso mite e sogna di diventare un attore. «Mi piace tantissimo Chuck Norris» racconta con una timidezza disarmante e gli occhi pieni speranza. È scappato dalla Guinea, ha lavorato in Algeria, è stato persino in prigione in Libia, ma nelle sue parole, la sofferenza passata sembra aver lasciato il posto ai sogni. Da costruire piano piano, un passo alla volta. Magari partendo dalla scuola: «Da quando sono a Costruiamo Insieme ho deciso di lavorare per costruire una nuova vita: qui ho tutto quello di cui ho bisogno e le persone hanno tanta umanità nei nostri confronti. Vado a scuola tutti e quando finisco di studiare vado in giro a cercare lavoro: non voglio stare senza far nulla, non mi è mai piaciuto».
Il suo italiano è incredibilmente ricco pur essendo in Italia da meno di un anno. Il suo viaggio è iniziato in Guinea: «la gente moriva a causa dell’ebola e ho capito che non potevo rimanere lì. Ho deciso di andare via e poco dopo ho scoperto che la malattia aveva ucciso mio padre e le mie dorelle. Mio fratello per fortuna è riuscito ad andare via anche lui e ora è in Senegal». Anche Baba è stato in Senegal, poi in Algeria e infine in Libia: «siamo stati arrestati senza motivo e per quattro mesi sono sopravvissuto mangiando solo biscotti e bevendo un po’ di acqua». Quando ha lasciato la prigione libica si è imbarcato alla volta dell’Italia. Sognava un Paese grande, bello e nel suo racconto l’ha trovato: «È un posto meraviglioso l’Italia: mi piace la cultura, la lingua e il cibo. È incredibile – spiega senza inceppare sull’italiano – come ogni regione sia ricca di meraviglie. Credo che la maggior parte del patrimonio culturale del mondo si trovi, in Italia».
È innamorato del Paese che lo ha accolto e nella mente ha già chiaro il progetto per ricambiare tutto quello che ha ricevuto: «Quando sarà un attore reciterò in un film che racconterà tutte le bellezze dell’Italia. Sarà il mio ringraziamento a chi mi ha permesso di avere un’occasione e ricostruire un vita». È un fuoco intimo che lo spinge e che magari un giorno aiuterà questo Paese a volersi più bene perché come diceva Pasolini «un attore professionista è un’altra coscienza che si aggiunge alla mia».
Quando ha lasciato il suo Paese Kedira aveva da poco compiuto sette anni. I genitori le hanno fatto credere che partivano per una vacanza ma a lei era parso strano il fatto che, nelle settimane precedenti quella partenza, il papà era stato impegnato a disfarsi di tutto ciò che era in casa. “Al ritorno troveremo tutto nuovo!” fu la risposta della mamma impegnata a mettere insieme il minimo necessario per affrontare quel viaggio. Anche Kedira preparava le sue cose avendo capito che si sarebbe trattato di un viaggio che l’avrebbe tenuta lontana da casa per tanto tempo. Una lunga vacanza in Europa. Salendo nella macchina che segnò l’inizio del suo viaggio si accorse che mancava un pacco, quello dove aveva riposto i suoi giocattoli, quelli ai quali teneva di più. Quando chiese ai genitori di fermarsi un attimo per recuperare quel pacco il papà le disse che non serviva perché stavano andando in un Paese pieno, ricolmo di giocattoli. Kedira e i suoi genitori sono arrivati in Italia con una nave da trasporto, non su un gommone. L’unico ricordo che ha è quello di aver dormito in una cuccetta mentre i genitori erano accovacciati, spalle alla porta di quello stanzino quasi a protezione della piccola: “Quando ho aperto la porta, papà ha urtato la testa sul pavimento perché dormiva poggiato alla porta”. Lo sbarco all’alba, su una piccola imbarcazione che li ha lasciati su una spiaggia di Lampedusa.
Kedira, sempre estremamente educata, si alza. Questa volta davvero per andare in bagno. Io approfitto per scambiare qualche parola con il papà, per capire quanto fosse vero di quanto mi stava raccontando Kedira, per capire come a soli 12 anni si potesse avere tanta consapevolezza e lucidità nel racconto. “E’ tutto vero! –mi ha detto il padre- Il viaggio è costato 5000 euro e ho dovuto lasciare la macchina, una mercedes al mediatore che ci ha fatti imbarcare. Non potevo portare mia moglie e mia figlia su un gommone. Abbiamo venduto tutto, tranne la casa che ormai non c’è più, ma ora siamo qua. E ci sentiamo fortunati. A Kedira abbiamo dovuto raccontare tutto anche perché le prime settimane trascorse nel campo di accoglienza non avevano nulla che le potesse far credere di essere in vacanza. La televisione, poi, ha fatto il resto. Ha detto ciò che noi non avevamo neanche il coraggio di dire anche solo con le immagini”. Intento ad appuntare qualcosa sui tovaglioli, alzando lo sguardo mi sono accorto che Kedira era tornata a sedersi e sbirciava, con discrezione, fra i miei appunti (come sempre incomprensibili). Quando le ho chiesto se avesse ancora voglia di continuare il suo racconto mi ha sorriso e mi ha fatto notare che il mio bicchiere di vino era ancora pieno. Mi ha fatto una battuta in siriano che ha fatto ridere le persone che erano vicine. Ovviamente non ho capito e il mio sguardo è subito andato al padre che mi ha tradotto le parole di Kedira: “Vuoi vedere che si è già convertito?”. Ho riso anche io, di fronte a quella bambina-donna. Ma mi giravano nella testa le parole che poco prima mi aveva detto il padre: la televisione, poi, ha fatto il resto!
Avevo deciso di non chiedere niente a Kedira, di raccogliere solo il suo racconto se avesse avuto ancora voglia di continuare a raccontare. Avevo di fronte una bambina cresciuta troppo in fretta, che quando ti parla ti guarda dritto negli occhi e ti mette in una situazione di imbarazzo, quasi di sfida! Aspettava che le chiedessi qualcosa, che le facessi qualche domanda e, per non restare con le parole del papà che ancora mi giravano nella testa le ho chiesto cosa le piaceva guardare in televisione. La risposta è stata agghiacciante: “Io la televisione non la guardo. L’ultima volta che l’ho vista c’erano le immagini della mia casa che non c’è più, della strada che percorrevo ogni giorno per andare a scuola ricoperta di pietre e macerie e non c’è più neanche la mia scuola”. E’ diventata triste. Ho pensato che non fosse il caso di andare oltre, di chiudere quella conversazione. Di smetterla di appagare la mia voglia di sapere rievocando fantasmi nella mente di una bambina. Volevo scappare e ho tentato di farlo. Quando le ho accarezzato la mano dicendo che dovevo andare via e che il suo racconto mi era rimasto impresso nella mente e avrebbe trovato un posto nel mio cuore ha voluto dirmi altre due cose: “Scrivi che papà è il mio eroe e che tu sei un bugiardo!”. Quando le ho chiesto perché mi stesse dando del bugiardo mi ha fatto notare che nella mano avevo tanti fazzoletti sui quali c’erano i miei appunti. E’ stato come se avessi tradito la sua fiducia. Con lei ho buttato quei fogli in un cestino. E’ stato un gesto istintivo, sentivo di avere tradito un patto fatto fin dall’inizio. Aveva ragione lei, non serviva registrare o scrivere: il vissuto raccontato ti resta dentro se lo ascolti. Se lo senti, un attimo dopo non c’è più!
Io ho provato a raccontarlo e l’ho fatto solo in parte, ho scritto solo una piccola parte della sua storia. Costringere in una pagina o due il racconto di un’ora per raccontare un vissuto è difficile. Sono tante le cose dette e non scritte di questa storia. Quando manderò a Kedira una copia (che mi ha chiesto) del mio racconto sono sicuro che mi chiederà che fine ha fatto tutto il resto.
In quei fazzoletti che abbiamo gettato insieme in un cestino?
No! E’ rimasto dentro, come aveva detto lei. Non ho dimenticano neanche una parola.
La terza parte, o tutto, la scriverò con lei se me lo chiede. Manca tanto di questo racconto.
Grazie Kedira per avermi regalato la tua storia.
«Qualche giorno fa ho letto la notizia di un attentato terroristico a Gao, la città del Mali in cui sono nato a cresciuto: la mia mente è tornata a quel giorno in cui hanno bombardato la mia scuola e ho deciso di partire». Alhassane parla piano. Le sue mani si stringono mentre passa in rassegna i ricordi per raccontare l’esperienza che lo ha portato in Italia. Ha 21 anni ed è arrivato in Italia nel 2014 con la voglia di studiare «perché per poter vivere in un Paese nuovo hai bisogno prima di tutto di imparare bene la lingua: è l’unico modo – racconta mentre tira fuori il cellulare dalla tasca – per farti capire anche e soprattutto da chi vede con diffidenza l’accoglienza di noi migranti. Conoscendo l’italiano posso raccontare come stanno la cosa e aiutare a capire perché tanti scelgono di partire: posso confrontarmi con loro, spiegare e capire le loro ragioni».
La sua mente torna velocemente al 22 aprile 2012 quando una delle tante fazioni impegnate nella guerra che sta devastando il suo Paese sganciò una bomba sulla sua scuola: «Ero andato a scuola quella mattina, ma non sapevo che non sarei mai più tornato a casa. Quando ci lasciarono uscire dalla scuola, capii che non potevo tornare indietro, che non potevo rimanere lì. I gruppi in guerra arrivano all’improvviso e reclutando anche i giovanissimi: li lasciano fare in servizi più umili e li privano delle loro famiglie per mandarli a combattere. Io volevo studiare e con la scuola in quelle condizioni, sapevo che non c’era più alcuna speranza». A mezzogiorno di quel giorno di aprile è partito da Gao e a bordo di un veicolo pick up ha raggiunto la frontiera con l’Algeria. «Non ho nemmeno salutato la mia famiglia: sono partito immediatamente e sono arrivato in una città algerina, ma sono stato per tre giorni: perché alcuni dei gruppi in guerra nel mio Paese arrivavano proprio da lì e quindi non potevo rimanere a lungo». A bordo di un autobus è arrivato a Ghadames in Libia: «Guarda è qui che ho vissuto per un anno – dice mostrando sul cellulare la mappa del nord Africa – e ho lavorato come giardiniere. Anche qui, però la situazione non era sicura e quindi mi sono spostato a Dirj, una città distante 100 chilometri: «ho trovato lavoro anche qui: manovravo gli escavatori. Sapevo parlare bene l’arabo e in quelle zone sono le aziende che ti vengono a cercare per lavorare, ma i problemi arrivano quando devono pagare: non importa quanti giorni hai lavorato e quello che avevano promesso: decidono loro quanti giorni pagarti e a volte non ti pagano nemmeno. Così decisi per l’ennesima volta di andare via. Sapevo di non poter tornare nel mio Paese perché in Libia se ti fermano al confine con i soldi te li portano via dicendo che stai facendo uscire dalla nazione i loro soldi. Decisi di venire in Italia e così andai a Zuara». In quei viaggi Alhassane ha conosciuto tante persone, ma non ha amici: «abbiamo condiviso una parte del viaggio, ma poi ognuno ha preso la sua strada». Resta in contatto telefonico con la madre e i suoi fratelli fino a poco prima di salire sul barcone: «eravamo più di 600 persone a bordo: per due volte sono stato a un passo dalla morte perché non riuscivamo a respirare. I bambini, i più piccoli, piangevano, ma non potevamo fare nulla».
È stata una nave della Marina italiana a intercettare il barcone e a condurli in salvo a Catania. Da lì, Alhassane è giunto a Taranto: «la prima cosa che ho pensato è quella di riprendere a studiare. Avevo interrotto gli studi al terzo anno delle scuole superiori e così mi sono iscritto al quarto anno. Non sono ancora riuscito a diplomarmi, ma lo farò presto – dice con ottimismo – Io fortunatamente ho un lavoro e non è facile lavorare e studiare». Oggi è un operatore di Costruiamo Insieme, ma per lui la cooperativa non è un luogo di lavoro: «oggi Costruiamo Insieme è la mia vita: Nicole, la presidente, mi ha trattato come un figlio ed è una cosa che non si dimentica. Mai nella mia vita questo dono sarà cancellato. Questo posto è la mia nuova famiglia: provo emozioni che mi fanno sentire a casa».
La sua famiglia d’origine, intanto, ha lasciato Gao e si è trasferita: «Mi piacerebbe averli qui e magari, quando un giorno sarò ingegnere riuscirò a farli arrivare in Italia. Avrei le mie due famiglie con me. Sarebbe davvero il mio sogno».






