Edilizia e sicurezza, corso di formazione

Ceramica, marmo, pietra naturale, cotto e non solo. Sono in grado di lavorare con tutti questi materiali gli ospiti della società cooperativa Costruiamo Insieme che hanno partecipato al corso di formazione per «Operatore per la realizzazione di lavori di rivestimento e piastrellatura di superfici con materiali o assimilabili». Un percorso di ben 900 ore di cui 415 di pratica e 270 ore di stage in aziende del settore e destinato ai ragazzi minorenni.

Il progetto, realizzato dalla Cassa Edile di Taranto in collaborazione, oltre che con Costruiamo Insieme, anche con l’istituto «Pacinotti» e di enti pubblici e privati oltre che di aziende del settore edile, è stata un’occasione storica per formare degli operatori qualificati per le imprese tarantine impegnate da tempo a rilanciare il capoluogo ionico e la sua provincia facendo leva sulle vocazioni naturali del territorio. Gli interventi, in particolare, hanno puntato a sviluppare competenze ad hoc per l’inserimento dei corsisti in attività che utilizzano nuove tecniche costruttive e ristrutturative che nei prossimi anni, su indicazione della comunità Europea, diverranno «obbligatorie»: un’area, quindi, in cui è stata avvertita una carenza importante di manodopera specializzata e che percorsi formativi di qualità possono soddisfare raggiungendo così un duplice scopo: offrire ai minori un’occupazione e alle aziende personale in grado di lavorare con competenza e professionalità.

Sono 4 i minori ospiti della cooperativa Costruiamo Insieme che hanno preso parte al progetto: «è stata un’ulteriore occasione – ha commentato il presidente Nicole Sansonetti – per offrire ai nostri ospiti la possibilità di costruirsi con impegno un nuovo futuro, ma anche per poter dimostrare che questi ragazzi hanno voglia di dare il contributo alla crescita del tessuto sociale ed economico del nostro territorio».

Un percorso che, però, non è stato solo di formazione tecnica: il progetto includeva infatti anche diversi laboratori «extra scolastici» come quello per il recupero e lo sviluppo degli apprendimenti

laboratori di integrazione sociale e culturale che prevedeva arti marziali o educazione stradale, uno sportello di orientamento e uno anche per l’autoimprenditorialità. Al termine del percorso inoltre a ogni partecipante sono stati riconosciuti i crediti per poter ottenere il diploma valorizzando l’esperienza formativa pregressa con il proprio inserimento in un punto del percorso scolastico corrispondente effettivamente al livello di preparazione complessiva, ma anche gli attestati di Addetto al Primo Soccorso, Addetto Antincendio livello medio Formazione di base sulla sicurezza dei Lavoratori e Addetti al montaggio, smontaggio e trasformazione di ponteggi

KEDIRA – (I parte)  

image1Per non deludere per l’ennesima volta un caro amico che fa il parroco in una Chiesa di un paese della periferia di Bari, ho partecipato, ad una festa organizzata dai migranti che hanno trovato accoglienza in una comunità che, per quanto piccola e periferica, ha saputo rispondere alle direttive dello SPRAR creando una rete di accoglienza che resiste da qualche anno. Solitamente evito questo tipo di situazioni perché, quando mi è capitato di parteciparvi, mi sembrava flebile la potenzialità di integrazione: era tutto bello. Tante cose nuove, dal cibo ai vestiti, la musica e la voglia di pensare di essere in quella casa che hai dovuto abbandonare o in una città che non c’è più. Ciò che mancava era il pezzo umano che doveva includere, la comunità, le persone.

La situazione nella quale mi sono trovato non è stata molto differente: migranti, operatori e poche persone che frequentano la parrocchia. Ma è stata importante! Il mio solo rimpianto è di non averci portato i miei figli.

Una bambina siriana di 12 anni, che in realtà non so se definire bambina, ragazza o donna, stringendo la mano al papà, mi ha chiesto perché fossi là. Di fronte alla domanda e alla padronanza della lingua italiana ho cercato un diversivo per non rispondere immediatamente: non potevo dire che ero la perché amico del prete. Avrebbe tolto qualsiasi senso alla mia presenza in quel posto. Un attimo dopo le ho risposto, quasi d’impulso, che ero la per conoscere, per sapere, per raccogliere storie che mi avrebbero fatto crescere per uscire dalla mia abituale e monotona dimensione fatta di persone che incontri tutti i giorni con le quali non hai quasi più nulla da condividere, per regalarmi un incontro capace di rigenerare la passione cronica di sapere, di conoscere senza mediazioni. Lasciando la mano del papà, un medico al quale si rivolgono tanti migranti che sopperiscono al grande problema della non conoscenza della lingua italiana, è tornata porgendomi un bicchiere con una bevanda della quale non conosco il nome. Con uno sguardo ha chiesto al padre se potesse parlare con me. Lui ha acconsentito e, prendendomi per mano, mi ha invitato a sedermi con lei a uno dei tanti tavolini rimasti vuoti.

Anche io ho ricevuto il regalo che a Natale nessuno mi ha fatto: Kedira. La prima cosa che mi ha detto è stato il suo nome e poi mi ha regalato la sua storia. Una storia, forse, come tante altre e meno tragica di quante ne ho ascoltate. Kedira e i suoi genitori sono arrivati in Italia quattro anni fa, scappati dal Califfato prima che fosse presa Mosul. Quando ho capito che ciò che stava per raccontarmi avrebbe in qualche modo segnato la mia vita, le ho chiesto se potevo registrare con il telefono la nostra conversazione. Mi ha detto, a soli 12 anni, che preferiva di no perché se il suo racconto era davvero importante come io dicevo mi sarebbe rimasto impresso nella mente e avrebbe trovato un posto nel mio cuore. D’improvviso si è alzata, chiedendo quasi il permesso di farlo con un gesto. Credevo dovesse andare in bagno. Invece no. Aveva notato che avevo solo sentito l’odore della bevanda che mi aveva offerto poco prima. E’ tornata a sedersi porgendomi un bicchiere di vino e mentre poggiava il bicchiere sul tavolo ha detto: non devi per forza rispettare le mie regole. Io sono mussulmana. Tu no! Sei fai così mi fai sentire diversa. Hai detto che eri interessato alla mia storia, non che volevi cambiare la tua!”Una bambina di 12 anni, in un attimo e con poche semplici parole mi ha ghiacciato. Non sapevo cosa rispondere, cosa dire di fronte a chi tranquillamente, con naturalezza, ti aveva poggiato su un tavolo tante cose insieme. Non un bicchiere di vino! Libertà di essere, libertà di pensiero, libertà di vivere. Tutte le cose che, negate, l’hanno costretta a lasciare il suo Paese.

Poi è diventata un fiume in piena con una voglia incontenibile di raccontare, mentre io appuntavo qualcosa su un tovagliolo di carta.

Dalla guerra alla felicità. Il viaggio di Idrees

Mi chiamo Idrees Muhammad sono nato il 9 ottobre 1991 in Pakistan in un piccolo villaggio dilaniato dalla guerra. Un aspro conflitto tra due gruppi etnici che ha segnato la mia vita fin dall’infanzia: la situazione era così pericolosa che non ho avuto la possibilità di andare a scuola. La mia famiglia non aveva i mezzi economici necessari per farmi trasferire in città dove avrei potuto frequentare le lezioni e così non ho mai provato la sensazione di sedermi tra i banchi con altri bambini. Sono il più grande di due fratelli e di una sorella, mio padre era già anziano e mi ha consigliato, non potendo andare a scuola, di trovare un lavoro: avevamo terre da coltivare e tutta la mia famiglia voleva restare nel villaggio.

Un giorno ho lasciato il mio villaggio per raggiungere la città e la mia vita è cambiata per sempre. Alcuni esponenti di uno dei due gruppi etnici volevano arruolarmi, hanno persino minacciato la mia famiglia. Sono stato denunciato, per motivi che non conosco, dalla Questura di Daulat Nagar e mio padre, come impone la legge del mio Paese, è stato arrestato ed è rimasto agli arresti domiciliari per due anni. Per questi motivi ho deciso di lasciare il Pakistan. Sono andato a Karchi: ho pagato 4000 rupia a un trafficante che mi ha permesso di raggiungere e attraversare l’Iran. Per un mese sono stato a Teheran: nella capitale iraniana molte persone musulmane non sono sottoposte a rigidi controlli perché si tratta di una meta religiosa. Da lì ho raggiunto la Turchia dopo aver nuovamente pagato un trafficante. Mi sono fermato circa due mesi: volevo raggiungere la frontiera con la Grecia, ma mi hanno fermato proprio mentre tentavo di partire. Alle guardie, su consiglio di altri ragazzi che viaggiavano con me, ho detto di essere di Myanmar: è stata una salvezza, una bugia che mi ha permesso di partire e raggiungere la Grecia.

Lì ho lavorato a Natplio per un anno: caricavo e scaricavo merce nei mercati lavorando dalle 4 alle 8 del mattino e poi dalle 4 alle 7 del pomeriggio. Anche in Grecia c’erano molli scontri fomentati dal gruppo nazionalista «Chrysi Avgi», il partito che in Italia tutti conoscono come Alba dorata. Insieme ad altri ragazzi abbiamo così deciso di raggiungere l’Italia per fare richiesta di protezione internazionale. Quando sono arrivato ad Otranto, hanno preso le mie impronte per la prima volta emi hanno trasferito a nela «Cara» di Foggia: sono rimasto dieci mesi e dopo essere stato ascoltato dalla Commissione, mi è stata riconosciuto la protezione umanitaria. Mi sono trasferito a Milano, insieme ad un mio caro amico, e ho lavorato nel volantinaggio pubblicitario. Poco dopo è arrivata la telefonata che mi ha cambiato la vita: un amico che nel frattempo era arrivato a Taranto mi ha detto di aver trovato un lavoro per me a Taranto e così partito. Ho iniziato a lavorare in una kebabberia che mi ha permesso di conoscere molti ragazzi pakistani ospiti nei centri di accoglienza. Con uno di loro è nata una vera e propria amicizia: è stato lui, quando è terminato il lavoro nella kebabberia, ad aiutarmi a trovare un altro lavoro. Grazie a lui sono arrivato nella cooperativa «Costruiamo Insieme»: anche se non sono andato a scuola, la vita mi ha insegnato tante cose. Come le lingue. Ne conosco sei: inglese, italiano, greco, indiano, urdu e punjabi. Costruiamo Insieme mi ha offerto l’occasione di lavorare come operatore mettendo a frutto le mie conoscenze e anche l’esperienza umana che avevo vissuto. Da nove mesi lavoro felicemente come operatore: mi piace molto il mio lavoro perché ogni giorno grazie alla cooperativa posso rendermi utile e avere un’indipendenza economica. Credo di dover ringraziare tanto il mio caro amico e il presidente della cooperativa per la fiducia che hanno riposto in me dando il via a questa nuova e bella esperienza. Infine, volevo dire che sono felice anche per un altro motivo: dopo aver attraversato molti paesi, mi sono reso conto che l’Italia mi ha permesso non solo di avere i tutti i documenti di cui avevo bisogno, ma di trovare un lavoro dignitoso. Oggi insomma sono felice perché il ruolo che svolgo mi permette di aiutare tanti ragazzi che come me sono fuggiti via da guerre e povertà e dare loro fiducia: sono orgoglioso di contribuire a non farli sentire soli e a ricostruirsi un futuro come ho fatto io».

L’ORRORE CHE FA DIVENTARE ADULTI

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Nelle stesse ore in cui il Papa ed il Presidente della Repubblica Italiana lanciano un appello a difesa dei profughi minorenni in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, dalle televisioni arabe rimbalza la notizia dell’ennesima atrocità commessa dai miliziani dell’ISIS ai danni di una donna e dei suoi quattro figli colpevoli di voler fuggire dal Califfato.
La condanna a morte è stata eseguita all’istante, per strada e senza sprecare un colpo. Arsi vivi sotto gli occhi della popolazione inerme che ha raccolto il messaggio chiaro degli jihadisti: nessuno lascia il Califfato senza pagare il prezzo più alto, senza pagare con la vita. Senza differenza di età o di genere. Anzi, più atroce è il massacro più chiaro è il messaggio di terrore che consente ai miliziani dell’ISIS di godere di uno scudo umano durante la inesorabile ritirata alla quale sono costretti dai raid aerei americani e dall’avanzata dell’esercito iracheno.
E questo, secondo quanto riferito dalla televisione libanese al-Manar, è solo una delle decine di atrocità e di ritorsioni su donne e bambini che qualcuno è riuscito a raccontare.
E proprio i bambini, minori non accompagnati, hanno fatto registrare un record di arrivi nel 2016.
Circostanza che ha spinto il Papa nell’Angelus a ritornare sul tema: “Questi nostri piccoli fratelli,specialmente se non accompagnati, sono esposti a tanti pericoli. E vi dico, ne sono tanti. E’ necessario adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti la protezione e la difesa, come anche la loro integrazione”.
Alle parole di Papa Bergoglio ha fatto eco il Presidente della Repubblica Mattarella che, ospite della Fondazione Migrantes, ha detto: “Si tratta di una realtà che interroga le coscienze di ciascuno e l’intera società. In discussione sono, infatti, valori fondanti della civiltà perché nei diritti e nelle opportunità dei più giovani si specchia il grado di umanità, di libertà, di coesione dell’intera comunità”.
Una riflessione, tra le tante udite e lette in questi giorni, che merita di essere riportata è quella della Presidente della Camera laura Boldrini che ha parlato di “bambini cresciuti troppo in fretta, diventati adulti nell’istante in cui hanno visto morire il padre e la madre o si sono ritrovati da soli a compiere il pericoloso viaggio verso l’Europa. Sono loro a pagare il prezzo più alto di questa migrazione forzata”.
Sono 22.846 i minori non accompagnati sbarcati in Italia e censiti. Non si conosce il numero dei minori scomparsi o occultati fra i circa 181.283 migranti sbarcati nel 2016 in Italia.
Certo, dalla qualità dell’accoglienza che riusciremo a mettere in campo, dipende il loro futuro. E forse anche il nostro, quello della società in cui viviamo e nella quale crescono anche i nostri figli.

Studenti per abbattere «Muri e frontiere dentro e fuori di noi»

Conoscenza del fenomeno dell’immigrazione, attività pratiche con i profughi, ma soprattutto nuove e interessanti proposte per la gestione del sistema accoglienza a livello locale e nazionale. Sono alcuni dei risultati ottenuti dagli studenti dell’istituto «Liside» di Taranto al termine del progetto «Muri e frontiere dentro e fuori di noi» realizzato in collaborazione con la cooperativa sociale «Costruiamo Insieme».

Il progetto, partito nell’anno scolastico 205/2016 si è concluso poche settimane fa, e ha permesso agli studenti di confrontarsi attraverso attività teoriche e pratiche una prospettiva pratico-lavorativa su una delle principali tematiche di attualità nel contesto nazionale e sovranazionale. Com’è noto, infatti, il settore dell’immigrazione rappresenta oggi uno dei principali temi di discussione e confronto e il percorso formativo previsto dal progetto ha fornito ai ragazzi nuovi strumenti per poter maturare con consapevolezza una propria idea su tutto ciò che è connesso al sistema di accoglienza dei migranti.

Un’esperienza, quindi, che ha permesso di vivere completamente immersi in un contesto multiculturale dando valore e centralità soprattutto all’aspetto umano della realtà dell’accoglienza suscitando l’interesse dei partecipanti verso i vantaggi e le difficoltà dei processi di integrazione e dell’importanza di comprendere, valorizzare ed affrontare le differenze culturali.

Nel corso del progetto i partecipanti sono stati divisi in due gruppi di lavoro ripartiti in due delle strutture ricettive gestite da Costruiamo Insieme: 7 ragazzi sono stati impegnati ad attività socio-educative nel centro di accoglienza per minori non accompagnati «Magna Grecia» e un secondo gruppo molto più numeroso ha «lavorato» nel centro di accoglienza straordinaria «Palazzo Cavallotti». Oltre alla conoscenza della realtà dell’accoglienza di richiedenti asilo sul territorio, tutti i partecipanti al progetto sono stati coinvolti in attività face to face durante le quali sono state spiegate le principali regole e problematiche dell’immigrazione, dell’accoglienza e della protezione internazionale. I ragazzi, grazie al sostegno continuo del personale di Costruiamo Insieme hanno appreso le conoscenze basilari come i dati generali sull’immigrazione, le informazioni riguardanti i paesi di origine dei principali flussi migratori italiani ed europei e l’illustrazione delle attuali strategie politiche adottate a livello europeo e nazionale per far fronte all’”emergenza immigrazione”. A questo si sono aggiunte importanti attività operative come l’affiancamento nella distribuzione quotidiana di beni di prima necessità cibo e kit per l’igiene personale, l’accompagnamento degli ospiti nelle strutture sanitarie con il relativo impegno di disbrigo delle pratiche burocratiche, oppure presso gli organi statali per il rilascio di documentazione di soggiorno o di valutazione della persistenza dei requisiti per la fruizione del diritto alla prima accoglienza. «Siamo veramente entusiasti di questo progetto – ha commentato Nicole Sansonetti, presidente di Costruiamo Insieme – perché gli studenti hanno mostrato un interesse sorprendente tanto agli aspetti teorici quanto a quelli pratici del lavoro e alcuni di loro hanno manifestato una spiccata attitudine a operare in un ambienti multiculturali come i centri di prima accoglienza. È un segno piccolo, ma importante che ci fa ben sperare è per il futuro di una società che deve ancora fare passi da giganti per combattere pregiudizi e limiti culturali».

Buon 2017!

Buon anno nuovo a chi ha ancora voglia di regalare un sorriso ad un volto al quale è stato rubato e a chi continua a credere che nella naturalezza dell’incontro ci sia lo spirito vero della convivenza. Auguri a quanti un sorriso ce lo hanno regalato e ci hanno fatti sentire felici.

A chi è dovuto scappare dal proprio Paese perché perseguitato o, semplicemente, perché non aveva più ragioni per restarci.

Buon anno a chi ha attraversato il mare o ha fatto chilometri di strada spinto da una speranza. Auguri anche a quanti pensano alla famiglia che non c’è più e nella tragedia si sentono fortunati.
E a quanti la famiglia l’hanno dovuta lasciare.

Buon anno a tutte le persone rimaste prigioniere sotto le bombe che ancora cadono sulle loro teste. A tutti i bambini che stanno vivendo fra puzza e macerie e per i quali gli spari non sono per festeggiare.

Buon anno a chi non ha nulla da festeggiare. A chi rimane solo la speranza di un futuro migliore.

Buon anno a quanti una bottiglia non la useranno per stapparla, ma per raccogliere le lacrime che gli serviranno per bere.

Buon anno a tutte le persone che, nella magia dei fuochi di artificio, vorranno cogliere l’armonia che crea la diversità dei colori e che credono che incontro e diversità sono una ricchezza.

Buon anno, anzi un abbraccio grande, a tutte le madri che non possono più abbracciare i propri figli. A tutte le donne che non possono esprimere il loro lutto mettendo un fiore su una tomba, ma che lanciano un fiore in mare per piangere i propri cari. Perché la loro tomba è quella, il mare!

Buon anno alle tante persone che, quando non è ancora giorno, in sella alle loro biciclette raggiungono i campi per lavorare con il pensiero rivolto a chi è rimasto nel Paese di origine.

Buon anno alle tante donne e uomini che scappati da una schiavitù ne hanno trovata un’altra: alle schiave del sesso e a quelli dei campi. A chi ha lasciato una miseria per trovarne un’altra, forse anche peggiore.

Buon anno a noi che di fronte a queste cose ci indigniamo e continuiamo, con ostinazione, a credere che un mondo migliore ricostruito insieme è possibile!

Buon anno: ricominciamo partendo… dalle origini

Cominciamo il nuovo anno provando ad aprire la mente come suggerisce questo grandioso esperimento di Momondo.com: 67 persone di nazionalità differente che scoprono le loro origini attraverso un viaggio a ritroso nel tempo. Come ha suggerito Roberto Saviano “cadono certezze e il loro stesso sangue annienta la paura del diverso, perché il diverso scorre nelle loro vene, è nelle loro cellule”.

Se avete voglia di viaggiare nel vostro passato e nel vostro sangue per scoprire le vostre vere origini investite 5 minuti del vostro tempo. E buon 2017.

#CostruiamoInsieme la speranza #2017

Tra speranze e buoni propositi, i bilanci del 2016 e i sogni del 2017.
Perchè raccontare e raccontarsi sono il modo migliore di abbattere pregiudizi e ignoranze cercando davvero ciò che davvero conta. Perchè “l’essenziale è invisibili agli occhi”
#CostruiamoInsieme la speranza #2017

#CostruiamoInsieme la speranza

Tra speranze e buoni propositi, i bilanci del 2016 e i sogni del 2017.
Perchè raccontare e raccontarsi sono il modo migliore di abbattere pregiudizi e ignoranze cercando davvero ciò che davvero conta. Perchè “l’essenziale è invisibili agli occhi”

Per gli operatori Natale è tutti i giorni

Finisce un altro anno. E’ grande la voglia di festeggiamenti ma è anche tempo di bilanci. Tutto intorno le luci delle luminarie cercano di alimentare uno spirito di spensierata voglia di abbandonare la quotidianità per lasciarsi trascinare in un vortice temporaneo di condivisione, di vicinanza, di fratellanza.

Ma è anche tempo di bilanci, di riflessione. E’ uno spazio mentale dentro il quale segui un unico filo che ti riporta indietro con il pensiero a ciò che è stato e che, quasi fosse la molla tesa di una fionda, ti lancia a guardare al di là, a guardare oltre. Anche a dire che seppure le soddisfazioni sono state tante, non è mai abbastanza e non è mai troppo.

Il mio pensiero, in questi giorni, spesso si concentra su tutto il non detto, sul lavoro fondamentale ma nascosto svolto quotidianamente da quella che paradossalmente è nei fatti l’ultima ruota del sistema dell’accoglienza. Gli operatori, le migliaia di uomini e donne che nelle strutture o nei campi non timbrano un cartellino e non contano i pezzi prodotti a fine turno. Quelle persone che accettando un lavoro hanno accettato di svolgere una missione: quella di infondere speranza! Perché alla disperazione che rappresenta il baglio più grande che porta con se ogni migrante la prima fondamentale risposta non può essere che quella di infondere speranza: in una vita migliore, in un futuro migliore, in un mondo migliore da costruire insieme.

Si, insieme, sulla base di un unico principio che ci può unire che è quello del rispetto dell’umanità e della vita attraverso la mescolanza di storie ed esperienze, compenetrando la disperazione che, nel mondo globale, non è il pesante fardello dei fortunati che arrivano, ma è un macigno sospeso sulla testa di tutti noi perché questo è il mondo che stiamo vivendo e che stiamo consegnando ai nostri figli.

Allora, arriva il momento di guardare ai momenti belli racchiusi dentro il buco nero di una tragedia epocale. Momenti fatti di vicinanza, di condivisione delle sofferenze, di allegria, di costruzione di una tranquillità perduta, di festeggiamenti per traguardi raggiunti. Piccoli gesti, a volte. Poche parole. Un abbraccio. La capacità di ascolto. La voglia di contribuire a costruire un percorso di riscatto e di liberazione, l’ostinazione nel voler essere parte attiva nella restituzione della vita a chi è stata sottratta. Piccoli gesti, si potrebbe credere, ma fatti da uomini e donne che ogni giorno conducono la loro silenziosa battaglia contro quella manipolazione della religione che produce morti e contro le bombe dei potenti che distruggono interi Paesi incuranti del sangue versato. Piccoli gesti fatti da giganti che vogliono guardare oltre e che non accettano che l’accoglienza venga ridotta al mero garantire una risposta alle necessità primarie. Persone capaci di distruggere, con un sorriso, il concetto di “altro”, di “diverso”, di “ospite”. Persone capaci di guardare negli occhi di altre persone. Senza barriere, senza muri, senza pregiudizi. Questo è il senso di un Natale festeggiato tutti i giorni dell’anno dagli operatori dei Centri. Tutto il resto serve solo a creare una bella atmosfera temporanea.