Assistenza ai rifugiati

“Costruiamo Insieme” e i suoi progetti

Finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri mediante l’“otto per mille” Irpef, il documento è finalizzato a dare risposta a quanti, usciti dal sistema di accoglienza, restano privi di mezzi di sussistenza e ospitalità.

Oggi facciamo il punto su un altro dei progetti sui quali “Costruiamo Insieme” si sta impegnando: l’Assistenza ai rifugiati. Da tempo la nostra cooperativa sociale svolge opera di accoglienza con i CAS, passaggio obbligato per quanti arrivano in Italia da Paesi, il più delle volte africani, per chiedere asilo. E’ bene ricordare che molteplici sono i motivi che spingono questa gente a lasciare la propria terra nella quale da anni esistono conflitti etnici, guerre civili e persecuzioni di ogni genere.

Dunque, il progetto “Assistenza Ai rifugiati”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per il coordinamento amministrativo, mediante l’“otto per mille” dell’Irpef, è finalizzato alla costruzione di risposte concrete ai bisogni espressi da quei rifugiati usciti dal sistema di accoglienza che, ottenuto il permesso di soggiorno, perdono il diritto ai programmi di accoglienza e restano privi di mezzi di sussistenza e ospitalità.

Obiettivo primario dell’intervento è rappresentato dal completamento del percorso di inclusione, eventualmente iniziato nelle strutture di accoglienza, con interventi finalizzati all’integrazione sociale, lavorativa, abitativa nell’arco temporale di dodici mesi.

Al di là del dato valoriale insito, la proposta risponde ad un bisogno reale e rappresenta un’opportunità per gli Enti Locali competenti (Servizi sociali comunali) investiti della presa in carico temporanea dei soggetti in questione. In buona sostanza, il progetto mira contestualmente a supportare e facilitare la realizzazione di una dimensione di autonomia economica, auto-realizzazione e valorizzazione delle capacità, favorendo lo sviluppo e l’affermazione della dignità sociale della persona e prevenendo situazioni di abbandono, depressione, devianza, dispersione, disagio.

L’intervento è incardinato sulla rimodulazione di venti posti residenziali dei Centri di Accoglienza di Modugno e di Taranto, per la durata complessiva di 12 mesi. In questo lasso di tempo, i rifugiati presi in carico saranno accompagnati, assistiti e avviati allo svolgimento di attività di accoglienza, orientamento e tutela, finalizzate ad accrescere il potenziale di conoscenze e competenze utili a facilitare l’accesso al mondo del lavoro e alla costruzione di un percorso di integrazione e di riconquista dell’autonomia.

La proposta progettuale, inoltre, prevede la possibilità di un turn-over, determinato dal verificarsi di processi integrativi individuali, consentendo l’ampliamento della platea dei beneficiari dell’azione.

Sono diversamente felice!

Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down

Se sei convinto che diverso sia il contrario di uguale, va bene.

Se ritieni che la diversità è una ricchezza, sai sempre come sfamare la tua voglia di sapere.

Se, invece, pensi che diverso sia il contrario di normale e ritieni di essere normale preoccupati perché hai un problema serio: non sai chi sei e neanche dove sei e perché!

Vivi all’interno di una categoria artefatta, non in un contesto che si possa definire sociale, una sorta di dimensione aleatoria che ti induce a ritenerti normale.

Se ti fermi un attimo a riflettere (da persona normale), prova a chiederti quale è la natura dei parametri della normalità e se essi esistono, se esiste la normalità o è solo una convenzione: farai la straordinaria scoperta della diversità, perché la normalità non esiste!

E se anche dopo aver riflettuto continui a ritenerti normale, sono felice di sentirmi diverso da te!

E sicuramente tu saprai rispondere su quali sono quegli elementi che non potrebbero mai essere esclusi dal concetto di normalità o, detto in altri termini, quali sono quelle cose che sono sempre state considerate normali e che non potrebbero mai essere messe in discussione: la discriminazione, la fame, la guerra, i femminicidi, gli infanticidi non fanno forse parte della tua normalità?

Cerca: se esistono, trovare queste risposte significa trovare quello che è il fondo di verità presente in quel pentolone lurido che viene definito normalità.

E io sarò ancora più felice di vivermi e di sentirmi diverso!

Se esistesse, la normalità sarebbe una mostruosità incredibile, poiché ognuno, ogni singola persona, ha la sua specificità che lo differenzia.

Ecco, se diverso è il contrario di uguale, normalità è il contrario di umanizzazione del pensiero!

Tutte le volte che mi dicono “Non sei normale!” sono diversamente felice.

E le mie giornate trascorrono felici perché, con la media di cinquanta volte al giorno, me lo dicono.

E ogni volta mi convinco che ho fatto la cosa giusta!

Oggi si festeggia la Giornata Nazionale delle persone con sindrome di Down e il tema di questa edizione è la piena inclusione scolastica degli alunni con sindrome di Down come base per un futuro senza barriere.

Vi invito alla visione di un video animato prodotto dagli amici del CoorDown in occasione della giornata mondiale sul tema.

 

«Ho ripreso a sorridere»

Abbass, pakistano, rivolge il suo “grazie” a “Costruiamo Insieme”

«Un contratto di lavoro, una prospettiva diversa rispetto al caos che ho lasciato alle mie spalle. Operatori di un Centro di accoglienza mi hanno segnalato, il colloquio, la firma. Ho cominciato a vivere, in un solo colpo avevo cancellato paure e delusioni. Ho imparato l’italiano senza andare a scuola, ma scrivo e leggo anche greco e arabo, due lingue complicate». Un viaggio fra Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria, poi finalmente l’Italia.

Abbass, pakistano, ventisette anni, musulmano, professione operatore della cooperativa “Costruiamo insieme”, racconta il suo viaggio non semplice. Dal suo paese all’Italia, prima di avere, come ama definirla lui, «L’occasione della vita: un contratto da operatore con “Costruiamo”!». Accenna al viaggio. «Tutto sommato tranquillo, rispetto a quanto stava accadendo nel periodo in cui presi la decisione di andare via da Gujrat», racconta lo stesso Abbass. Quella regione è un incrocio di molti dei mali che affliggono l’intero Paese. «Conflitti etnici, rapporti tesi fra famiglie, focolai di qualsiasi genere, come se bastasse un pretesto per impugnare o imbracciare un’arma».

Ma un bel giorno, Abbass, giovane dal sorriso scolpito sul viso e la generosità nel cuore, imprime una svolta alla sua vita. «E’ il giugno del 2016, arrivato in Italia un anno prima, senza frequentare scuole ho già imparato l’italiano: parlo urdu, la mia lingua, poi indy, greco e arabo, due lingue complicate, ma che capisco perfettamente e trascrivo perfettamente, la capacità di apprendimento è un dono del Cielo, che mi ha messo in relazione con “Costruiamo Insieme”».

Il viaggio comincia da solo. «Nel 2009, non potevo più reggere quelle tensioni giornaliere, avevo appena diciotto anni, tutti trascorsi in momenti di pericolo indescrivibili: uscivi di casa e non sapevo come potesse andarti la giornata, se saresti riuscito a portare la pelle a casa; fra noi ragazzi e anche con i più grandi si parlava di andare via…». Non usa il verbo “fuggire” Abbass, gli sembrerebbe dare l’idea di uno che scappa, quando invece l’idea di lasciare la sua famiglia, a malincuore, gli balena nella testa ormai da tempo. «Il viaggio è lungo, lo compio da solo, strada facendo incontro altri miei connazionali e altri “fratelli”, di altri Paesi, che hanno in mente lo stesso scopo: andare a trovare altrove una vita più umana, senza sentire più proiettili che fischiano e tritolo che ti esplode a vista d’occhio. È questo il quadro che mi si presentava davanti ogni giorno, qualcosa di indescrivibile, una macedonia di tutti i malesseri insieme».Abbass 03 - 1

VIA DAL PAKISTAN A DICIOTTO ANNI…

Diciotto anni, il 2009, Abbass, poco più di un ragazzino, saluta casa. «Non è una fuga, ma una sconfitta dal punto di vista umano: lascio i luoghi che mi hanno visto nascere, crescere e maturare come uomo, proprio a causa di quelle brutte vicende dalle mie parti si cresce in fretta; ho lasciato il liceo, che mi è servito per studiare principalmente matematica e inglese, tanto che non escluso un giorno di tornare fra i banchi di scuola; ho lasciato mio padre e mia madre che sento ogni giorno, i miei tre fratelli e le mie due sorelle, anche loro hanno scelto l’estero; due miei fratelli risiedono a Dubai, uno impegnato come autista di camion, l’altro come tecnico e specialista di computer, anche le mie due sorelle si sono rifatte una nuova vita, ora tocca a me, ho avuto questa grande opportunità di lavoro, provo a tenermela stretta con tutte le mie forze».

Da un Paese all’altro. «Sono stato in Grecia, poi Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, ma il mio chiodo fisso era l’Italia, un Paese ospitale come pochi e dai princìpi democratici; guardavamo tutti alla Siria, costantemente tenuta sotto controllo, a causa dei continui conflitti: durante i trasferimenti non è successo niente, da non crederci: qualcuno mi chiede se non avvertissi paura in quei momenti, per esempio ai confini; certo, qualsiasi cosa, come a Gujrat, poteva accadere in qualsiasi momento, ma grazie al Cielo è andata bene: ai confini i controlli erano severi, ma chi come me e i miei compagni di viaggio che non vedevamo di arrivare a destinazione, non avevamo niente da temere; controllo documenti e bagagli e via, fino a quando dall’Austria non arrivai in Italia».Abbass 04 - 1

FINALMENTE L’ITALIA E “COSTRUIAMO INSIEME”!

L’arrivo in Italia. «Mi diressi a Milano, città bella, laboriosa, magari avrei voluto provare a cercarne di lavoro, ma mi indirizzarono in Sicilia, a Caltanissetta, quella città è considerata un avamposto di confine fra l’Italia e l’Africa per intenderci: quindi Messina, diciotto giorni per la richiesta d’asilo e finalmente fra le mani un documento che riconoscesse il mio stato di profugo; fui trasferito al Centro di accoglienza di Modugno, lì cominciai ad imparare velocemente l’italiano, una lingua non semplice, ma anche in questo caso ho imparato l’alfabeto e a scrivere; non solo l’italiano, ho imparato velocemente che per essere accettato senza riserve devi anche renderti utile, cercare un lavoro: una volta padrone della lingua, anche se qualche scivolone in italiano suscitava qualche risata, ho cominciato a girare; ho trovato una pizzeria e un locale disposto a farmi fare pratica; come se avessi avuto le chiavi di quell’esercizio, ero lì da mattina a sera inoltrata, pulivo, lavavo, strigliavo il pavimento, poi la sera dietro al banco della pizzeria, a fare il pizzaiolo».

Primo giugno 2016. «Una data che non dimenticherò mai; a Modugno avevo fatto amicizia con operatori, da loro avevo imparato rispetto e rigore nel fare questa attività che richiede un codice: l’intransigenza; esistono regole che vanno rispettate alla regola». Nella nostra chiacchierata, la successiva passeggiata, Abbass vede un ragazzo ospite del Centro di accoglienza seduto su uno scooter. «Amico – dice all’indirizzo del giovane – non è roba nostra, non va bene che stia seduto lì, evitiamo che qualcuno ci riprenda, forza: un po’ di buona volontà, dobbiamo stare in pace con tutti, se vogliamo rispetto dobbiamo cominciare a rispettare noi gli altri…». Ha una parola, un concetto per ogni cosa Abbass. “Devo questo lavoro a quanti mi hanno segnalato alla cooperativa sociale: bontà loro, sono stato ritenuto una persona affidabile, degna di un contratto: da quel momento è cominciata la mia vita, ho ripreso a sorriderle, a tirare un sospiro di sollievo che mi portavo dentro da quasi dieci anni, da quando avevo preso le mie poche cose e mi ero avventurato nel viaggio della vita».

«118, sistema salva-vita»

Mario Balzanelli, direttore del numero unico dell’emergenza sanitaria

«E’ un vanto che il nostro Paese rivendica a livello internazionale.Assicuriamo massima assistenza attraverso un corpo scelto. Sette cittadini su dieci affollano inutilmente il Pronto soccorso. Mancano quaranta medici. Due le tragedie estive: i due bambini soffocati da un chicco d’uva, la gente che assisteva e non chiamava i soccorsi. Corsi di primo soccorso e defibrillatori nelle scuole, una vittoria dedicata a mio padre».

Mario Balzanelli, altro gradito ospite del sito e della web radio “Costruiamo Insieme”. Da anni punto di riferimento del “118”, si racconta e interviene per spiegarci il Sistema sanitario nazionale e locale.

«Sono direttore del “118” dal 2009, ho ricevuto dall’Asl di Taranto incarico di costruire questo sistema nel 2001, anno in cui ho cominciato a lavorare come coordinatore del progetto e, successivamente, vinto il concorso della struttura complessa del sistema sanitario del “118” di questa provincia».

Cosa significa “118”?

«Significa sistema salva-vita del cittadino italiano, un vanto che il nostro Paese rivendica a livello internazionale; questo numero unico per l’emergenza sanitaria assicura massima assistenza attraverso un corpo scelto, un servizio sanitario costituito da medici, infermieri e autisti-soccorritori a bordo di mezzi di soccorso; il sistema, collaudato, consente di raggiungere chiunque si senta male, chi rischia in quel momento di morire, prestando soccorso in un contesto particolare che è “tempodipendente”: in pochi minuti raggiunge chi ha bisogno di cure immediate, risultando la vera garanzia istituzionale a tutela della vita di sessanta milioni di persone».BALZANELLI FOTO articolo 03 - 1

Mezzi e uomini, al di sopra o al di sotto delle necessità?

«Una lettura che faccio in qualità di presidente nazionale del “118” vede un sistema profondamente penalizzato, smontato, demolito, in qualche maniera depotenziato; questo l’ho dichiarato in più occasioni alla stampa nazionale: il “118” sta andando incontro a una progressiva desertificazione delle piante organiche medico-infermieristiche che, invece, andrebbero implementate a livello dei governi regionali e, quindi, rese disponibili per garantire che in pochi minuti il soccorso giunga a destinazione con adeguate professionalità medico-infermieristiche, capaci di fare insieme diagnosi e terapia, pratiche potenzialmente salva-vita e in grado di fare la differenza».

Spesso chi presta soccorso è mediamente oggetto di critiche.

«Il “118” risponde con parametri temporali in tempi validi; esistono casi più articolati, ma vi assicuro che siamo costruiti per arrivare presto; il problema delle attese nei Pronto soccorso in tutta Italia è davvero complesso: intanto il cittadino il più delle volte si reca in un presidio sanitario quando non avrebbe bisogno di cure; il Pronto soccorso, invece, dovremmo considerarlo una via d’uscita in tantissimi casi; esistono, infatti, situazioni cliniche di carattere minore che potrebbero essere tranquillamente gestite dallo specialista di riferimento rappresentato dal medico che si occupa di Medicina generale o il collega della Guardia medica; dati alla mano, il 70% dei casi registrati nei Pronto soccorso italiani, letteralmente presi d’assalto, sono gestibili in maniera diversa: 7 casi su 10, per farla breve, sono pazienti che si recano lì con i loro mezzi, le loro gambe; in sostanza: non sono quelli i posti in cui recarsi.

Con la desertificazione medico-infermieristico cui accennavo, il “118” che non ha a bordo il medico, non può lasciare a casa il paziente che ha chiesto il pronto intervento; il team quando non è infermierizzato e medicalizzato è costretto a condurre il paziente in ospedale. Il presidio sanitario, dunque, diventa il crocevia di un ingolfamento generale che vorremmo evitare. Faccio un esempio: il “118” di Taranto che ha una carenza cronica di personale – mancano all’appello 40 medici su 95, e governiamo la provincia intera, per complessivi 29 comuni – riesce in qualche modo a garantire la medicalizzazione, tanto che nel 40% dei casi riusciamo a far restare a casa il paziente; in altri “118” d’Italia, il personale è ancora più carente, cosicché l’utenza non trova altra soluzione che recarsi al Pronto soccorso».BALZANELLI FOTO articolo 02 - 1

Un’estate calda, due casi l’hanno colpita.

«Due tragedie accadute a pochi giorni di distanza una dall’altra e che ci hanno segnati in modo grave: due bambini, Maria Chiara, a Marina di Lizzano, e l’altro bambino, Niccolò a Leporano. Entrambi fra i due e i tre anni: si trovavano con i rispettivi genitori che in quel momento stavano mangiando: mettono in bocca un chicco d’uva e lo deglutiscono; l’acino sbaglia “strada” e provoca ostruzione alle vie respiratorie in modo totale, drammatico; i due casi sono simili, ma uno in particolare vede una decina di persone spettatrice immobile: a nessuno viene in mente di chiamare tempestivamente il”118”; capisco i genitori nel panico più totale, ma quanti stanno attorno? I nostri tempi sono stati velocissimi, nel primo come nel secondo caso, ma la totale ostruzione delle vie aeree lascia tre, quattro minuti al massimo prima di provocare la totale asfissia. Un’estate funestata da una perdita evitabile, tant’è che come Azienda sanitaria locale abbiamo deciso di intensificare lo sforzo di formazione della popolazione della provincia, creando eventi specifici che dedicheremo alla memoria dei due bambini, Grazia e Niccolò, affinché queste manovre vengano gratuitamente insegnate in spazi aperti e nei comuni che vorranno ospitarci, pratiche che volentieri spiegheremo anche negli ipermercati Auchan e Ipercoop, che ringrazio per l’ospitalità. Il tutto affinché papà e mamme possano imparare a praticare manovre salva-vita».

“Un messaggio per non morire”, un defibrillatore e corsi obbligatori di primo soccorso nelle scuole italiane e negli impianti che ospitano attività sportive e pubblico, sono alcune delle attività in cui è stato impegnato il direttore del “118”, Mario Balzanelli. Un giorno è suo padre Graziano, già alto dirigente della Sanità locale, ad essere vittima di un attacco cardiaco e al tempo stesso del sistema sanitario. 

«Mio padre, Graziano Balzanelli, in famiglia ha rappresentato il faro della nostra esistenza, un uomo straordinario, orientato solo a fare il bene del prossimo, un campione del volontariato; attraverso la fede cristiana che ha trasmesso a noi tutti, ho imparato che bisogna impegnarsi per cambiare le cose. Nell’occasione infausta, ci eravamo sentiti pochi minuti prima; all’epoca lavoravo come medico a San Giovanni Rotondo, sarei arrivato a Taranto pochi minuti dopo, ma mai mi sarei immaginato di rivedere mio padre in obitorio; lui era davanti a casa nostra, avevamo appuntamento al Royal Bar, quando ebbe quell’arresto cardiaco improvviso; davanti a quella dimensione così sciatta, assurda, folle di un soccorso negato, promisi che mi sarei speso perché cose simili in futuro non fossero più accadute.

Era successo a 400 metri in linea d’aria dal SS. Annunziata di Taranto, un’ambulanza era arrivata quarantacinque minuti dopo, senza l’operatività di una bombola di ossigeno e con a bordo di quel mezzo di soccorso nessuno che sapesse a quali pratiche fare ricorso per salvare la vita a mio padre. E’ a lui che ho dedicato la costruzione di un solido “118” a Taranto, sicuramente fra i primi al mondo nell’aver rianimato un numero indicibile di pazienti che aveva subito arresto cardiaco senza esiti neurologici invalidanti. La dedica a mio padre la resi nota solo alla fine della raccolta di firme a cui collaborò con grande impegno Ciro Fiore. Grazie a quella legge sono otto milioni gli italiani, studenti formati nelle scuole, docenti e personale scolastico, a sapere usare un defibrillatore utile a salvare vite umane».

“Le Storie” in un libro

“Costruiamo Insieme”, l’impegno nella “migrazione umana”

Il progetto in un bando di “National Geographic”. Le vicende drammatiche raccontate dai protagonisti. Momenti vissuti da extracomunitari ospitati nei CAS, Centri di accoglienza straordinari, a volte conclusi con un lieto fine. Ai ragazzi arrivati dall’Africa: titolo di studio, corsi di formazione utili per l’inserimento nella società, fino a un contratto da operatore nella stessa cooperativa sociale.

Il bando Promosso dalla “National Geographic” sembra fatto su misura in base all’esperienza maturata in questi anni da tecnici e operatori impegnati con “Costruiamo Insieme”, considerando i successi, brillanti – lo dicono le cronache, bontà loro – registrati appunto in questi anni di impegno. Ma la cooperativa, come più volte indicato in queste “pagine” e, comunque, in diverse occasioni attraverso altri media, si occupa di sociale a 360°, dunque i diversi bandi che ci vedono protagonisti sono solo il risultato di un impegno di collaboratori e operatori con un vissuto fra le fasce deboli e che, dunque, vanta un importante bagaglio di esperienza.

Dunque, “Documentare la Migrazione Umana”.  Il bando promosso da “National Geographic”, mira, attraverso un’azione di storytelling (raccontare storie) fatta di vissuti da violenze e torture, di assenza dei diritti fondamentali dell’uomo, di sopraffazioni e soprusi, a favorire conoscenza e analisi dei fenomeni migratori e dei suoi protagonisti, attraverso un approccio diretto, non mediato, con i migranti presenti sul nostro territorio e ospiti delle nostre strutture. A sostanziare conoscenza e impegno profuso in questi anni da “Costruiamo Insieme”, l’invito è quello di dare un’occhiata alla rubrica “Storie”, una rassegna di vicende di grave drammaticità raccontate dagli stessi protagonisti. Per non parlare di storie, per alcuni degli ospiti di uno dei Centri di accoglienza, coronate dal lieto fine con un posto di lavoro e contratto da operatore.

COMUNICARE, DIVULGARE UN IMPEGNO GIORNALIERO

Punto di forza dell’iniziativa in questione, dunque è lo strumento della comunicazione, inteso come processo circolare che, attraverso l’interattività e bidirezionalità, favorisce lo scambio reciproco e stimola momenti di riflessione. Da qui l’idea di realizzare un progetto editoriale cartaceo, un libro che sarà diffuso gratuitamente a tutte le scuole di primo e secondo grado ricadenti nel territorio nel quale sono operativi i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) gestiti da “Costruiamo Insieme s.c.s.”, unitamente alla proposta di modulo didattico sulla “Storia delle Migrazioni”, a pianificazione e organizzazione di eventi/incontri con i protagonisti delle narrazioni, in diversi centri di aggregazione (chiese, oratori, scuole, associazioni di volontariato, etc…). Parallelamente a questo impegno, continuerà il lavoro di diffusione dei materiali prodotti attraverso il sito web e i social network della cooperativa. L’attuazione culturale del progetto, nei luoghi e nei contesti indicati, avverrà attraverso l’apporto diretto di persone qualificate e settorialmente specializzate nello specifico ambito di azione (esperti in didattica della storia, giornalisti, psicologi).

Oltre le sbarre!

Guardare ai bisogni e costruire opportunità

Marc Augè ha spiegato che “Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico definirà un non luogo”.

Il carcere, come qualunque altra Istituzione Totale, priva il detenuto della propria identità, con l’imposizione di regole rigide ed autoritarie. Goffman ha scritto che “ le istituzioni totali spezzano o violentano proprio quei fatti che, nella società civile, hanno il compito di testimoniare a colui che agisce e a coloro di fronte ai quali si svolge l’azione, che egli ha un potere sul suo mondo, che si tratta cioè di persona che gode di autodeterminazione, autonomia e libertà “adulte”. Ci sono alcuni agi che vengono perduti al momento dell’ingresso in una istituzione totale . Una tale perdita può anche tramutarsi in una riduzione di autodeterminazione perché l’individuo tende ad assicurarsi questo tipo di agi quando ne ha i mezzi”.

Il grado di afflizione connaturato con la sanzione penale resta inevitabile ed appare ineliminabile anche ai giorni nostri. Superando il pensiero del Beccaria, che nel suo celebre “Dei delitti e delle pene” sancì l’«intangibilità» del corpo del recluso, permane, purtroppo, una forma di distruzione progressiva ed «invisibile», la cui apparenza non vendicativa e non cruenta non deve far dimenticare quanto l’internamento e la detenzione possano essere strumenti di produzione di sofferenza, malattia, tortura fisica e psichica, afflizione, handicap sociale, costringendo una volta di più a domandarsi con forza quali alternative esistano alla pena detentiva che, nella sostanza, eliminino il fattore della crudeltà e riportino il concetto di pena fuori dall’alveo della punizione.

Quante persone restano segregate perché non si sono sviluppati sui territori di provenienza protocolli utili a procedere alla loro presa in carico e, quindi, alla costruzione di percorsi di reintegrazione sociale alternativi alla detenzione in carcere?

Costruiamo Insieme vuole indagare alcuni aspetti legati alla prevenzione di fenomeni patogeni ed alla promozione della salute mentale in carcere per tentare la formulazione di una proposta di intervento che possa risultare un punto di partenza per far sì che si sviluppino le condizioni necessarie per contribuire al superamento dell’inclinazione punitiva della pena e sostenere processi riabilitativi attraverso la costruzione di percorsi fondati sul concetto di opportunità.

Riteniamo necessario riscrivere il paradigma della detenzione ponendo al centro della riflessione e, quindi, dell’azione, la realtà carceraria sovvertendo il sistema di pensiero e di intervento fondato sul concetto di segregazione finalizzata all’espiazione di una colpa.

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (2001), la salute è intesa come un dinamico equilibrio tra abilità della persona nel proprio ambiente di vita (performance) e il grado di partecipazione alla vita della collettività in cui vive.

I problemi della società e quelli della salute sono strettamente correlati perché se non si affronta la questione della società è difficile che si riesca a cogliere a fondo il problema della salute.

Su questo fronte, non vi è dubbio che i processi di esclusione sociale prodotti da uno stato di reclusione producono malattia.

La governance di istituti totalizzanti quali le carceri comincia a porsi in termini di problema al legislatore che, seppure di fronte alla palese negazione del senso e del diritto, incontra difficoltà nel programmare una azione riformatrice capace di ribaltare radicalmente l’approccio culturale che ha determinato la costruzione di tali luoghi non luoghi.

«Un contratto, che emozione!»

Daniel, trentuno anni, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Tremavo mentre firmavo. Lo cooperativa mi ha cambiato la vita, le sarò sempre riconoscente. Scappato dal Ghana, poi dalla Libia, qui ho trovato una grande famiglia e un posto di lavoro. Ora aiuto mamma e sorelle, loro mi avevano consigliato di fuggire da lotte fratricide generate senza un motivo. La fede mi ha aiutato a trovare la strada giusta».  

«Sono scappato dal Ghana per tensioni familiari, ho trovato lavoro in Libia, poi le continue rappresaglie mi hanno obbligato a fuggire ancora, fino a quando non sono arrivato in Italia: lo sbarco, l’accoglienza, il lavoro, un contratto; non sapevo cosa fosse, mentre firmavo mi tremava la mano: ero assunto, avrei avuto uno stipendio, ero emozionato; pensavo al mio Paese, a dissapori familiari, alle continue fughe in cerca di libertà e un cielo sereno…».

Daniel, ghanese, trentuno anni, cristiano convinto, è un altro operatore della famiglia “Costruiamo Insieme”. «Sarò sempre riconoscente alla cooperativa che prima mi ha accolto, poi assistito e, infine, dato un lavoro che mi permette di aiutare i miei familiari, mamma e tre sorelle rimaste in Ghana, papà purtroppo non c’è più, e di guardare con più serenità al futuro».

Era poco più di un ragazzo, smarrito a causa di dissapori familiari. «Dalle nostre parti – spiega Daniel – ci vuole poco che una minima scintilla alimenti un fuoco che una volta divampato diventa sciagura; sono state le mie sorelle, mamma, alla fine a spingermi ad andare via da casa, provare a trovare una strada, un lavoro che fosse dignitoso: lontano dalla mia terra della quale ho nostalgia, non lo nascondo; non c’era molto da scegliere, ci vuole poco dal passare da una discussione alle mani e alle armi, così con il dolore nel cuore ho preso quelle cose che avevo, le ho messe in uno zainetto e sono andato via».

Avvertiva la sconfitta. Nel cuore e sulla pelle, Daniel. «Non voglio dare lezioni, ma certe esperienze – che non auguro a nessuno – bisogna viverle per capire come sia amaro il sapore di una fuga; sono dolori forti, emozioni che non si possono raccontare, ma che non auguro a nessuno. Brutta storia mettere gambe in spalla e fuggire, tante volte un familiare torna malintenzionato per farti del male per farla finita per sempre». DANIEL foto 01 - 1

TENSIONI FAMILIARI, PAURA PER MAMMA E SORELLE

Le tensioni familiari si generano per motivi impensabili. «Non c’è mai una ragione precisa – dice Daniel – esiste una ignoranza di fondo, la mancanza di rispetto per una religione, dunque ogni piccola cosa viene ingigantita dall’essere ottusi: un saluto mancato, anche per distrazione, viene visto scioccamente per una mancanza di rispetto; venendo a mancare un genitore devi dar conto a uno zio, anche in fatto di raccolto: esistono leggi non scritte alle quali devi sottostare. Ma posso continuare a dirne tante altre ancora, storie che non hanno visto me e la mia famiglia protagonisti, ma hanno interessato amici, conoscenti; storie finite male, tanto che all’interno di certe famiglie girano armati e se solo si sfiorano ovunque sia, per strada, in un mercato, si sfidano all’ultimo sangue».

A casa di Daniel non volevano certamente questo. «Così, dopo aver pensato e ripensato, ho preso la decisione di andare via: fossi rimasto, avrebbero potuto fare del male a mia madre o alle mie sorelle, una più grande di me, le altre più piccole: non volevo che ciò accadesse, non me lo sarei mai perdonato, allora via da casa…».

La Libia, un primo miraggio. «Un amico a conoscenza della mia situazione familiare mi aveva detto di raggiungerlo, mi avrebbe trovato un lavoro da saldatore, mestiere che già svolgevo in Ghana; non avevo un contratto, ma ogni settimana ricevevo un compenso: tanto o poco non importava, quel denaro mi dava modo di sopravvivere».

Poi qualcosa cambia. Daniel non è vittima di uno di quegli arresti fasulli da parte di civili o militari che in cambio della libertà ti svuotano le tasche. «Ma era come se fossimo agli arresti domiciliari – ricorda – io e gli amici con cui dividevo uno stanzone nel quale dormivamo, potevamo solo uscire per andare al lavoro, se civili e militari ci avessero incontrati in giro fuori orario per noi si sarebbe messa male: non solo galera, ma anche botte, segregazione, lunghi digiuni punitivi…».DANIEL foto 04 - 1

L’IMBARCO, UN MILITARE GENEROSO, UNA CHIESA…

Restare in Libia non era più consigliabile, era diventata una vitaccia. «Vivevo solo per lavorare, mi svegliavo prestissimo, uscivo, andavo in locali attrezzati come officine e lavoravo sodo, senza un attimo di sosta… a tarda sera, fine del lavoro, a casa, che poi era uno stanzone e a dormire, per poi ricominciare alle prime luci dell’alba del giorno dopo».

Non tutti i militari sono uguali. «Un poliziotto mi ha aiutato, non ha voluto soldi, mi ha accompagnato ad un barcone sul quale ben presto siamo diventati centotrenta: sbarco a Brindisi, bus, destinazione uno dei Centri di accoglienza pugliesi». Ricorda un episodio, Daniel. Minimizza, ma il coraggio non gli è mancato. «Eravamo appena arrivati, un ragazzo fuori controllo impugnò un coltello minacciando chiunque gli capitasse a tiro: chiesi di parlargli, chiacchierammo a lungo, alla fine lo pregai di consegnarmi il coltello, finì con un abbraccio». Una riflessione. «Non tutta la gente che scappa per mille ragioni da casa ha la mia stessa fortuna, alle spalle ognuno ha storie e reazioni diverse, non siamo tutti uguali». La fede aiuta. «Come la preghiera, io frequento la parrocchia di “Sant’Egidio” a Lama, è una bella comunità, tutti amici, ascoltiamo messa, preghiamo, poi scherziamo». Ha trovato una famiglia, Daniel. «Una grande famiglia, “Costruiamo Insieme”: mi ha cambiato la vita, mi ha offerto un posto da mediatore e sottoposto un contratto, ora posso guardare al futuro con fiducia, una sensazione che per tanti motivi non avevo mai provato prima, ecco perché sarò riconoscente alla cooperativa sociale che mi ha dato una grande opportunità».

«Teatro, tutta la vita»

Antonio Conte, attore tarantino, si racconta

«Ho fatto tv e cinema, ma le tavole del palcoscenico sono un’altra cosa. La mia vita cambia grazie a una collega, Giusy Pepe, e Aldo Trionfo. Mario Carotenuto il mio maestro, mostruoso sul palco, con lui bastone e carota. E quando sei affiatato ci scappa anche il “salvataggio”. Verdone e Abatantuono, matti impareggiabili». Gli spot in Italia e all’estero, campagne di successo e un “Marco Antonio” fra cavalli, biga e piramidi: Mc Dondald’s, Amadori, Tirrenia… 

Antonio Conte, tarantino, quarant’anni di teatro. Una storia cominciata nella sua città, diretto da Italia De Gennaro per la compagnia “Teatro per noi”, per proseguire con una collega, Giusy Pepe, che per accedere all’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, lo vuole come spalla nel suo saggio d’ingresso. Oggi, Antonio, invece dei baffi ha la barba, ma solo per forma di pigrizia, dice. Dopo aver interpretato il dirigente di un avviatissimo studio legale, sempre tirato a lucido, ha reagito così. Ancora qualche giorno, poi rasoio e tutto come prima.

Conte, la prima esperienza professionale.

«La prima tappa, occasionale e fortuita, forse me la sono anche cercata, chi può dirlo. Novembre 1981, vivevo a Taranto, diplomato avevo partecipato e vinto un concorso pubblico, svolto il servizio militare, al ritorno cominciai a lavorare. All’epoca facevo teatro con la professoressa Italia De Gennaro e il gruppo “Teatro per noi”: si lavorava; una collega, Giusy Pepe, decise di partire ed entrare nell’Accademia di Arte drammatica “Silvio D’Amico” di Roma.

Fra le prove, un monologo e un “pezzo” a due. Andai a Roma per farle da spalla ne “Il lutto si addice ad Elettra” di Eugene O’ Neill: a fine prova, Aldo Trionfo, direttore dell’Accademia, mi chiese “Lei, Conte, nella vita che fa? Non le piacerebbe fare l’attore?”. Alla mia risposta affermativa, “Bene, domattina vada a piazza dei Cinquecento, c’è il nostro amministratore, parli con lui e firmi il contratto”. Ignaro su cosa potesse essere un vero contratto, il giorno dopo seguii le indicazioni di Trionfo: dopo la firma, in serata treno per Taranto e telefonata al posto di lavoro per comunicare la mia decisione, valigia e ritorno a Roma. E cominciata così “la Grande avventura”».

Un opuscolo, “Il mercante di Venezia”, Stagione teatrale 85-86 Nuova Italsider, protagonista il grande Mario Carotenuto. Conte, nella prima edizione Salanio, nella seconda il Principe del Marocco.

«Di questo spettacolo abbiamo fatto qualcosa come 240 repliche. Mario, un grande, la gente lo conosceva come protagonista di un cinema leggero, ma in teatro era mostruoso: ha lavorato con Giorgio Strehler con “L’Opera da tre soldi”, l’edizione di “My fair lady” passata alla storia, insieme con Delia Scala e Gianrico Tedeschi, vinto un Nastro d’argento per “Lo scopone scientifico” accanto a Sordi. Mario è quello che si dice un “signor attore”».Conte Copertina - 1

Cosa ha imparato dal maestro?

«A stare sul pezzo, sempre, a rispettare le consegne. Capitava che dietro le quinte ti facesse un segno d’intesa, ma se avevi ecceduto poteva rifilarti una bastonata sulle gambe. Carotenuto non era infastidito dall’errore, ma dal fatto che tu non te ne fossi accorto; severo anche con se stesso, se anche lui aveva commesso un errore, lo confessava ai colleghi: il principio qual era: se comprendi il tuo di errore, non lo commetti più e metti più sereno chi sta sulla scena; capire l’errore e non ammetterlo lascerebbe il collega nel dubbio. La memoria è strana: se una battuta la metti subito a registro, rischi di portartela così nelle repliche successive».

Un ricordo del maestro, un richiamo severo.

«Stavamo rappresentando “Aulularia” di Plauto. Io e Gino Nardella eravamo i due servi. Il collega una sera volle concordare una battuta fuori dal copione per prenderci l’“effettino”. Facemmo come aveva suggerito lui: risatina dalla platea, era in qualche modo andata bene. Fine primo tempo, Giorgio Catani, direttore di scena, già collaboratore di Visconti, mai del “tu”: “Signor Conte e signor Nardella, dal signor Carotenuto”. Mario non ci dette il tempo di parlare: bastone sul tavolo e urla, quello che ha detto non lo ripeto; era pericoloso anche fisicamente, Mario. Ci sciacquò come due bottiglie vuote! Fine del cazziatone, Carotenuto ci fa: “L’idea è buona, domani ci vediamo mezz’ora prima e la proviamo, ve la metto a posto e la fate, ma non vi azzardate più a decidere cose da soli!”. Aveva ragione. Era generoso, mi suggeriva dove prendere l’effetto: mi dava tre giorni, se non funzionava la battuta tornava nelle sue mani».

La “pacca”, invece?

«Ci siamo reciprocamente “salvati” in più occasioni; una sera stavamo facendo “L’Avaro” di Molière, gli sfuggì una battuta, lo soccorsi: “Se permette – dissi in scena – io avrei un’idea…”; la sua risposta: “Lei deve avere un’idea!”. Ci salvammo».

Il lavoro che dà più tensione: tv, cinema, teatro?

«La tv è bella se hai la diretta, senza è come bere un bicchier d’acqua: fermi la registrazione, riprendi; lo stesso il cinema. Non hai tempo, però, di studiarti certe cose come quando fai teatro, dove più repliche fai, più migliori il personaggio che interpreti. Ma l’emozione che ti dà il teatro non te le dà nessun altro impegno, cinematografico o televisivo che sia. Nemmeno alla duecentoquarantesima replica: anche in quell’occasione è cambiato il teatro, il pubblico, il tuo stato d’animo».

Al cinema, con Verdone e Abatantuono. Con registi importanti, la Wertmuller, Brass.

«Il cinema è divertente. Un branco di matti, Verdone, come Abatantuono, un gran bel compagno; tragedia, durante le riprese di “C’era un cinese in coma”: all’incoronazione della Miss, vento e pioggia finti, provocarono davvero danni incalcolabili, scoppiavano riflettori e volava di tutto, anche il disappunto di Carlo».Conte articolo 03

Una ventina di spot televisivi. Fra questi, “Tirrenia”, “Mc Donald’s”, “Pollo Amadori”.

«Avevano pensato di realizzare uno spot per ciascun mercato, fui scelto fra numerosi candidati. La pubblicità è ancora una cosa buona, in quanto decidono quelli che mettono i soldi. Difficilmente influenzabili, dunque, dall’intervento dell’amico dell’amico… Là ci si fa male, una campagna pubblicitaria sbagliata in termini economici diventa un bagno di sangue. Per la “Tirrenia”, tre giorni di lavorazione, tanti, girai uno spot tanto complicato quanto bello. Al produttore italiano una settimana dopo venne la brillante idea di rimontarlo, nella nuova versione non piacque fu ritirato a colpi di carte bollate».

Negli Stati Uniti è diverso?

“Molto. Ho girato in una settimana quanto in Italia realizzi in mezza giornata, questo per dire quanto siano meticolosi. Interpretavo Marco Antonio, cavalli, biga, piramidi alle mie spalle; in Italia in una settimana quasi ci fanno un film…

Pollo e tacchini “Amadori”. Diretto da Marcello Cesena, un genio, i Broncoviz e Crozza, Dighero, la Signoris, per intenderci. Ottimo spot. Avanzammo richieste lecite, non esagerate, ma Amadori decise metterci la faccia, essere il protagonista dei suoi spot, come Rana aveva fatto per i suoi tortellini. Purtroppo non avevano lo stesso appeal e non ci fu il ritorno sperato: le campagne pubblicitarie sono una cosa seria, durano trenta secondi e devi lasciare subito un segno. Ma il committente è il cliente, dunque ha sempre ragione ed è padrone di farsi male».

Più che un film, uno spot già visto.

“Quello con “ChanteClair”, sempre diretto da Cesena. Cinque anni di programmazione, una bomba. Richiamati non appena scaduti i cinque anni legati ai diritti, avanzammo appena un ritocco economico sul contratto: rifiutato, hanno girato lo stesso spot con regista e attore diversi, due settimane dopo tolto dal mercato e andati in onda con una pubblicità eseguita in elettronica”.

Qual è l’emozione, la sensazione del pubblico attento o disattento?

«Difficile codificarlo, ma l’esperienza prova a farti capire se le seicento, ottocento persone in sala ti stanno seguendo. Hai una sensazione: se il pubblico ti ha preso e se tu hai preso lui. Ma siamo sempre nell’ordine delle sensazioni. Se non scatta quella molla, lo spettacolo diventa faticoso. Se al pubblico non riesci a far comprendere la storia portata in scena, anche la commedia più brillante diventa un dramma. Con gli anni impari a comprendere il silenzio in sala, se chi è in platea è smarrito o preso dal lavoro che stai rappresentando».

Qual è il segreto per far sentire la propria voce fino all’ottocentesima poltrona?

“Lo studio, non esistono segreti. Ci sono attori che hanno fatto un buon film, una buona fiction, ma hanno una voce che non supera la terza fila e, allora, “archetto” (microfono, ndr) per tutti; detto del genio Carmelo Bene, che utilizzava il microfono per assecondare i suoi lavori teatrali, o Cosimo Cinieri, il teatro non puoi farlo con i microfoni; i grandi attori una volta partivano dal teatro per poi interpretare gli sceneggiati: Salerno, Ferzetti, Vannucchi, Mauri, Lavia, Pagliai, Rigillo, Zanetti e altri; oggi, purtroppo, assistiamo a dinamiche opposte: dallo sceneggiato gli attori passano al teatro, così assistiamo a primedonne che bisbigliano, si parlano addosso perché non hanno coltivato in modo basilare le tecniche del teatro».

Dalla parte dei più deboli

“Never Alone 2018”, un bando a tutela dei ragazzi dai quindici ai ventuno anni

Sosteniamo i minori stranieri. Miglioramento delle strutture ricettive, assistenza personalizzata, sostegno all’inserimento nel mondo del lavoro, formazione e collocazione abitativa.

La cooperativa “Costruiamo Insieme”, dopo aver raggiunto importanti risultati su diverse attività sociali, fra queste l’accoglienza di extracomunitari, in queste settimane rivolge la sua attenzione al bando “Never Alone 2018”, che rivolge la sua attenzione ad interventi che interessano ragazzi e ragazze fra i quindici e i ventuno anni.  E’ una modalità, quella di “Costruiamo”, che intende a diversificare il suo impegno. Dalla sua fondazione si è spesa nel sociale e in questa direzione intende proseguire prestando attenzione e sforzi nella direzione dei più deboli. In questo, prendere in considerazione e, dunque, a cuore, ipotesi e bandi dalla parte di chi è fragile e invoca massima solidarietà.

“Never Alone 2018” è uno di quei bandi che hanno polarizzato la nostra attenzione.  Finanziato da nove fondazioni (Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo, Fondazione CON IL SUD, Enel Cuore, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Monte dei Paschi di Siena e Fondazione Peppino Vismara), questo è finalizzato alla realizzazione di interventi multidimensionali di accompagnamento all’autonomia lavorativa e di vita di ragazzi e ragazze di età compresa tra i quindici e i ventuno anni, arrivati in Italia come “minori stranieri non accompagnati”.

Entrando nello specifico, il progetto presentato da “Costruiamo Insieme”, in partenariato con il Comune di Taranto e l’ASP “Maria Cristina di Savoia”, intende costruire un modello operativo capace di concretizzare l’uscita dai programmi di accoglienza e sostanziare nell’integrazione l’obiettivo terminale delle attività anzidette. L’azione proposta, infatti, mira al completamento del percorso di inclusione avviato nelle strutture di accoglienza a favore dei MSNA (Minori stranieri non accompagnati) prossimi alla maggiore età, con interventi diretti all’integrazione sociale, lavorativa, abitativa nell’arco temporale del compimento del ventunesimo anno di età. Inoltre, tale idea progettuale risponde al bisogno reale di reperire posti in strutture per MSNA, rappresenta un’opportunità per gli Enti Locali competenti (Servizi sociali comunali) investiti della presa in carico temporanea e renderebbe disponibili spazi di accoglienza per minori di età inferiore ai 18 anni. Il percorso, che per gli elementi di innovatività possiamo definire “pilota”, è strutturato in cinque passaggi che prevedono:

1) Lavori edili di ristrutturazione e adeguamento degli spazi per garantire il miglioramento delle strutture ricettive per ospitare 140 minori prossimi alla maggiore età, stranieri, fuori famiglia – non accompagnati;

2) Assistenza personalizzata, attraverso Interventi di accoglienza, Orientamento (accesso ai servizi del territorio, formativo, lavorativo, legale), Azioni di sostegno psicologico di motivazione al percorso di inclusione sociale, Affiancamento educativo e tutoraggio;

3) Sostegno all’inserimento lavorativo, attraverso Progetti individualizzati per promozione di tirocini, stage, work experience ed inserimento lavorativo nelle realtà produttive locali, “profit” e non, consulenza per l’accesso alle forme di sostegno all’autoimprenditorialità e all’autoimpiego;

4)Formazione e acquisizione di competenze professionali e di cittadinanza, attraverso Percorsi di formazione professionale finalizzati al consolidamento dell’istruzione di base e all’aggiornamento delle competenze, attività laboratoriali, incontri culturali, Attività di mediazione linguistica ed interculturale;

5) Collocazione abitativa secondo il modello housing first.