«Ma che bel Castello!»

Visita guidata dei ragazzi ospiti di “Costruiamo Insieme”

Foto-ricordo con l’ammiraglio Pasquale Vitiello. «Alla Marina dobbiamo la vita», dicono i ragazzi. «Molte navi militari italiane ci hanno tratto in salvo». Guide competenti, centomila visitatori all’anno. Adesso ci sono anche i ragazzi del Centro di accoglienza.CASTELLO 03

Un giorno al Castello aragonese con i ragazzi ospiti nel Centro di accoglienza della cooperativa “Costruiamo Insieme”. Non è detto che l’esperienza resti unica nel suo genere. Potrebbe, infatti, esserci una seconda volta. Un aspetto, questo, incoraggiato dalle numerose adesioni raccolte nel CAS da Silvia e Federica, operatrici di “Costruiamo”, e dall’ospitalità riservata dalle autorità militari e dalla guida ai ragazzi “ospiti per un giorno”.

La guida, competente e puntuale nel documentare le bellezze del manufatto voluto dagli Aragona nel cuore della Città antica, all’epoca una piccola penisola. Una roccaforte, mai espugnata, come viene spiegato ai ragazzi, attenti e puntuali nelle domande non appena c’è modo di entrare nel dettaglio. Interagiscono, i ragazzi, quando la visita assume una veste romanzata. La guida, brava e professionale, si diceva, come il resto del personale del Castello coordinato dall’ammiraglio Francesco Ricci. «Volete che parli inglese, francese, spagnolo? Ditemelo, non ci sono problemi: traduco, state per vivere un’esperienza unica nel suo genere!», introduce. «Italiano!», rispondono in coro i ragazzi di “Costruiamo”, nemmeno fossero una curva di uno stadio di calcio. Benissimo.Castello articolo 01

Siamo nella Piazza d’armi del Castello. Formalità da espletare. Ci pensano le operatrici, gli ospiti firmano all’ingresso. Ripeteranno l’operazione con un “mi piace” su un registro, “I luoghi del cuore”, nel quale viene consigliata a chiunque la visita al Castello aragonese uno degli attrattori più importanti d’Italia. Sow, Diallo, Ogbomo, Ahmed, Edobor e gli altri, si mettono in fila, attendono il loro turno. Subito un dato importante: sono oltre centomila sono le visite annue (e in costante crescita) documentate da un apposito “front office” all’interno del Castello.

C’è un convegno in un’ala dell’antico maniero. Alti ufficiali, come da protocollo della Marina militare, fanno gli onori di casa a relatori e partecipanti. Dal gruppo di ufficiali si stacca l’ammiraglio Pasquale Vitiello, per un estemporaneo “benvenuto” ai ragazzi. Una stretta di mano e una, due, tre foto-ricordo con il più alto grado della Marina presente a Taranto.

«Sono felice abbiate voluto fare visita al Castello – dice l’ammiraglio Vitiello – immagino più volte siate passati davanti e vi siate incuriositi di come fosse al suo interno; bene, oggi visiterete ogni angolo di questa bellezza, resterete sbalorditi da quanta storia possano custodire queste mura, monumenti così belli e imponenti: “Buon vento!”». Classico augurio degli uomini di mare. L’ammiraglio Vitiello chiede ai ragazzi il Paese d’origine: Guinea, Mali, Nigeria, Gambia, Costa d’Avorio. L’alto ufficiale colloca, puntuale, ciascuno dei Paesi come se avesse davanti una carta geografica. Gli ospiti quasi si stupiscono per la preparazione, ma un attimo dopo trovano la risposta. «Uomo di mare – dicono un paio dei ragazzi, Kanteh e Diakite – vuoi che non sappia dove sia il mio Paese o quello di Traore e Mamadou? Noi a questa gente, in particolare alla Marina militare, dobbiamo la vita!». Castello articolo 02

Non dimenticano i ragazzi. Molti di loro sono stati tratti in salvo da navi della Marina militare italiana in perlustrazione nel Mediterraneo per prestare soccorso a quanti in fuga da guerre etniche e persecuzioni politiche.

«Ragazzi, seguitemi, attenti agli scalini, dobbiamo passare più di un’ora insieme: fate tutte le foto che volete, così avrete modo di ricordarvi di questa esperienza!». La guida spiega in italiano, si aiuta con i gesti. Ma i ragazzi non fanno ancora “clic” sul cellulare. Ogni volta che si cambia angolo del Castello, Dembele, Djiallo, Jallow e il resto del gruppo, attendono la fine della spiegazione. Poi sotto con le domande. Infine, mano ai cellulari, con richiesta ai compagni di visita di scattare una foto. Molti anche i selfie.

Prosegue la visita. Restano affascinati i ragazzi, davanti a un enorme plastico del Castello aragonese. In un enorme stanzone, questo lavoro di un grande artigiano tarantino mostra la bellezza dell’antico manufatto. Ci sono i posti dai quali i ragazzi sono passati, altri che a breve visiteranno. «Qui – spiega la guida – venivano imprigionati i nemici, alcuni incatenati al muro: grandi sofferenze, come quelle alle quali molte delle popolazioni africane sono state sottoposte dalla scoperta dell’America in poi, avvenuta nel…?». «1492!», rispondono subito un paio, quasi fosse un quiz. Orgogliosi di conoscere anche la data, «12 ottobre!». Molti di questi hanno studiato nel loro Paese, altri dopo aver frequentato corsi di alfabetizzazione tenuti dalla stessa cooperativa “Costruiamo Insieme”, frequentano scuola a Taranto per conseguire o perfezionare un titolo di studio.Castello articolo 04 Fra gli altri momenti interessanti, secondo i ragazzi che hanno seguito attentamente la guida, il sistema idraulico con il quale veniva aperto il Ponte girevole di Taranto quando ancora non esisteva l’energia elettrico. «E’ uno dei princìpi adottati da alcuni villeggi africani – diceva un ragazzo – dove ancora non esiste l’energia elettrica, dunque attraverso sistemi simili a questo riescono a portare l’acqua utile alle famiglie e ai campi dove vengono coltivati ortaggi e frutta». Il maggior numero di selfie, nemmeno a dirlo, sotto allo stesso Ponte girevole. «Non lo avevamo mai visto da questa angolazione!», fanno capire i ragazzi che chiedono se è possibile scattare una foto. E’ zona militare, fanno bene a chiedere comunque. Poi il piano più alto del castello, da dove si domina la vista del Mar Grande e piazza Castello, appunto, dove ha sede anche il Comune di Taranto.

La visita finisce con un selfie, meritatissimo, con i giovani visitatori e la guida. Una giornata diversa dalle altre, istruttiva e importante nell’accorciare quelle distanze fra residenti ed extracomunitari. Un passo avanti nell’integrazione, all’interno della quale vale tutto, anche gli autoscatti con sorriso.

Progetto “Il carcere del XXI secolo”

Costruiamo Insieme e la Casa circondariale di Taranto

Una collaborazione all’interno del Programma operativo nazionale legalità 2014/2020. Percorso riabilitativo-educativo per restituire alla società una persona integra. Dotare strumenti utili a cogliere le opportunità di reinserimento nella società.

Fra le attività nelle quali la cooperativa sociale “Costruiamo Insieme” è impegnata, spicca un “progetto a valere” presente sull’avviso del Programma operativo nazionale legalità 2014/2020: “Il carcere del XXI secolo”.

Scopo del progetto, l’individuazione di interventi di recupero e la rifunzionalizzazione di beni confiscati alla criminalità organizzata in Regione Puglia. Questa iniziativa, secondo quanto anzidetto, è realizzata da “Costruiamo Insieme” con la collaborazione dell’Amministrazione penitenziaria della Casa Circondariale di Taranto, è finalizzata alla realizzazione di interventi di programmazione individualizzata e di attivazione di processi di inclusione socio-lavorativa rivolti ai detenuti della italiani e stranieri.

Per i detenuti in questione, è possibile promuovere progetti di reinserimento socio-lavorativo in regime di carcerazione o di semi-libertà.  Il percorso riabilitativo-educativo ha lo scopo di restituire alla società una persona integra nelle funzioni e nello stesso tempo dotata di strumenti utili a cogliere le opportunità di reinserimento nella società. In buona sostanza, l’obiettivo del progetto consiste nella realizzazione di un processo di presa in carico reale attraverso una serie di attività come: raccolta di informazioni sulle persone da inserire nei processi di accompagnamento al lavoro; l’analisi degli elementi di contesto favorevoli e/o sfavorevoli all’inserimento; individuazione delle risorse e delle criticità delle persone relativamente al lavoro in termini occupazionali; individuazione di programmi di apprendimento personalizzati e di modalità formative calibrate sui singoli; gestione delle criticità durante i percorsi di inserimento; monitoraggio dei percorsi di inserimento.

Natura della proposta progettuale è, inoltre, il fare in modo che, una volta attivato, il servizio trovi quale fruitore finale qualsiasi persona reclusa. Sia che questa versi in condizione di disagio, a causa dell’assenza di mezzi di sostentamento e/o di soluzioni abitative, o che necessiti di sostegno nella costruzione di un percorso che favorisca l’uscita dalla situazione di bisogno. Le azioni sulle quali si farà leva saranno, dunque, rappresentate da attività di orientamento, formazione e inserimento lavorativo da svolgersi all’interno della struttura detentiva e sul territorio, a seconda dello status della persona reclusa.

Il duro scontro con la miseria

La marcia dei poveri in America.

“È sempre stato facile fare delle Ingiustizie !
Prendere, Manipolare, Fare credere!……..ma adesso

State più attenti!
Perché ogni cosa è scritta!
E se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi
Se la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi
NON SORRIDETE……..GLI SPARI SOPRA…….SONO PER VOI !”

Vasco Rossi

Immaginate una città con un tasso di omicidi di dieci volte superiore a quello di Baghdad e con una media di quasi una dozzina di assassinii al giorno. Una città che più volte nelle classifiche internazionali sulle zone più pericolose al mondo ha ottenuto il dubbio onore di piazzarsi al primo posto. 

Bene, quella città esiste davvero, ed è San Pedro Sula, un Comune di oltre mezzo milione d’abitanti situato nell’Honduras settentrionale.

Concentratevi ora, un attimo, sull’immagine di un fiume che si ingrossa nel corso del suo cammino verso la foce e paragonatela alle migliaia di persone che stanno marciando, partite dall’Honduras, che hanno già attraversato Guatemala e Messico con l’obiettivo di entrare negli Stati Uniti d’America.

Sono partiti in 3.000, oggi se ne contano 10.000.

E’ la marcia dei poveri, dei perseguitati dalla criminalità, di chi è talmente afflitto da miseria e violenza, da non essere più trattenuto neanche dagli affetti, per i propri cari e per la propria terra. Cercano pane e rispetto, per sé, per i loro figli. Aumentano lungo il cammino, che si è trasformato in marcia politica, per rivendicare il diritto a una vita dignitosa, di lavoro e giustizia.

Un vero e proprio esodo di persone disperate: oltre tremila cittadini dell’Honduras hanno deciso, tutti assieme, di lasciare il proprio Paese e di tentare di raggiungere gli Stati Uniti con una camminata di migliaia di chilometri, attraverso il Guatemala e il Messico. Fuggono, affermano, dalla povertà, dalla violenza quotidiana, dalla corruzione e mala politica. Sono soprattutto poveri campesinos, spesso con mogli, figli, persone in sedia a rotelle. 

Nonostante i Governi dei Paesi di transito abbiano provato ad opporsi al loro passaggio, sono stati accolti e rifocillati dai cittadini e da una vasta rete di organismi e associazioni. La Chiesa, attraverso la varie realtà che si occupano di migrazioni, si è sforzata non soltanto di accogliere i migranti honduregni, ma anche di garantire loro un corridoio umanitario.

Si sono messi in cammino a piedi, attraverso foreste e fiumi, trascinando le valigie, con i loro figli tra le braccia, sotto la pioggia. Oppure stipati a bordo di autobus e camion. Con il miraggio del Nord, gli Stati Uniti, magari il Canada, dove cercare condizioni di vita migliori.

Una speranza che trova di fronte a sé il muro innalzato da Donald Trump.

Il presidente Usa non ha alcuna intenzione di dare accoglienza ai migranti honduregni, ribadisce la sua politica contro l’immigrazione e ha minacciato Honduras, Guatemala e El Salvador di tagliare loro gli aiuti finanziari se non bloccheranno l’avanzata verso gli Stati Uniti.

In un tweet del Presidente Trump la sintesi di quella che si preannuncia l’ennesima tragegia umanitaria: “I leader di questi tre Paesi non stanno facendo molto per impedire che questo grande flusso di persone, compresi molti criminali, entrino negli Usa (…) Se non saranno capaci di fermare questo attacco violento, farò una telefonata all’esercito”.

La risposta è eloquente:“E’ Dio che decide, non loro. Noi continueremo ad andare avanti perché non abbiamo altra scelta” ha dichiarato in un’intervista al Washington Post uno degli immigrati, Luis Navarreto.

Sarà l’ennesimo scontro delle povertà e delle sofferenze contro un muro, fisico e ideologico: la parola d’ordine è respingere!

Sempre dopo aver depredato!

PS: parte di questo articolo è frutto di notizie e informazioni raccolte su siti nazionali e internazionali.

«Il mio futuro è qui!»

Demba, senegalese, collabora con “Costruiamo Insieme”

«Grazie alla cooperativa, dopo fuga e viaggio da paura, oggi guardo ai giorni con serenità. La mia avventura era cominciata in mezzo al mare: quattro giorni, motore fuori uso, in balia di onde gigantesche. Fino a quando non è arrivata una nave mercantile e una proposta di lavoro…»

«Da quattro mesi ho iniziato a collaborare con “Costruiamo Insieme”, comincio a dare senso concreto alla fuga dal mio Paese, dove esistevano ed esistono tuttora tanti problemi: cercavo il mio futuro, ora comincio a costruirlo». Una fuga non condivisa dal papà con il quale i rapporti sono più o meno freddi, mentre mamma cerca di ricucire uno strappo. Demba, ventidue anni, senegalese, fede musulmana, due sorelle e due fratelli, uno solo più grande di lui. «Con il mio nuovo lavoro cerco di aiutare le mie sorelline – dice Demba – devono studiare ed è un bene che io possa in qualche modo venire incontro alle loro prime necessità».

Il suo proposito di andare via dal Senegal, Demba lo matura non appena comincia a diventare grande. Nonostante stia cominciando a trarre benessere dal prodotto interno lordo, il rischio di povertà è sempre elevato, dunque una vita di stenti e sacrifici non sempre ripagati mette paura. Così Demba decide di andare via, nonostante a casa non la pensino allo stesso modo.DEMBA foto articolo 01

«Ho attraversato molti Paesi prima di arrivare in Italia: Mali, Burkina Faso, Niger, Algeria, Libia». La Libia c’entra sempre, è il varco sicuro per arrivare in Europa passando per l’Italia. «Anche io ho fatto la mia breve esperienza libica, sei mesi: tre mesi da recluso, spesso minacciato perché non avevo soldi, né intenzione di telefonare a casa per far pagare il mio riscatto; non potevo farlo, immagino già la risposta: “E’ una sua scelta, il problema se lo risolva da solo!”. Non ho ceduto al ricatto, del resto non potevo fare diversamente, così ho fatto i miei tre mesi di galera per mancanza di documenti: latte al mattino, qualche volta riso, altre pasta, un sorso d’acqua; rispetto a quanto passato da altri neri come me, non posso lamentarmi, “dentro” non fa piacere a nessuno starci, ma non ho subito violenze, non sono stato picchiato».

Libia, una permanenza di sei mesi. «Avevo lavorato in un supermercato, uomo di fatica, poi mi hanno fermato: per due mesi sono stato al servizio di un poliziotto che mi ha preso a benvolere, probabilmente aveva visto che i suoi colleghi da me non sarebbero riusciti a cavare soldi, così per quel periodo ho fatto il giardiniere, mi sono preso cura della sua villa; per ripagarmi del lavoro mi ha aiutato ad imbarcarmi su un gommone sul quale eravamo circa settanta, tutti stretti, come fossimo in una cassetta spinti di forza: non era il caso di fare i difficili, quel viaggio in mare sarebbe stato l’ultimo ostacolo verso una vita più serena».

Nel suo italiano con accento francese, Demba spiega un grave problema occorso al mezzo sul quale si era imbarcato, lui che soffriva il mal di mare e in mare aperto veniva sbattuto insieme con i compagni di viaggio da onde gigantesche. Più che momenti da brivido, ore. Macché, giorni. «Il motore del gommone non ha dato più segni di vita, ci siamo fermati in mare aperto, peggio non poteva andarci: quattro giorni di digiuno, appena mangiavo una delle piccole brioche che avevo portato con me, dopo qualche minuto la rimettevo; bevevo acqua e nemmeno quella riuscivo a trattenere».DEMBA foto articolo 02

Quando nessuno pensava che quella storia non avesse un lieto fine, ecco una nave mercantile. «Non ricordo di quale nazionalità fosse, so per certo che li aveva mandati il Cielo, la nostra speranza era ormai agli sgoccioli: sapevamo che molti, prima di noi, in quel viaggio verso un altro mondo, ce l’avevano fatta; ma eravamo coscienti, anche, che tanti altri erano stati vittime del mare; fummo issati a bordo, lì stavamo già molto meglio, come se stessimo su terraferma: avevo lo stomaco chiuso, non riuscivo ancora a digerire, ma psicologicamente mi ero ripreso».

Un viaggio che finisce con l’arrivo di una nave italiana. «Il comandante della nave sulla quale eravamo saliti a bordo si mise in contatto con una nave militare italiana: nel giro di poche ore eravamo sani e salvi, finalmente, con una prospettiva diversa da quella che stavamo maturando in qui giorni: siamo sbarcati in Sicilia, a Palermo, da lì siamo stati messi su un aereo, arrivati a Bari su un bus siamo arrivati a Taranto, ospite di uno de Centri di accoglienza straordinari».

Quando meno te l’aspetti, da assistito, il passaggio fra quanti invece assistono. «Non volevo crederci – confessa Demba – quando mi è stato chiesto se avessi voluto impegnarmi come operatore: ho accettato senza pensarci su un attimo, mi sono state date indicazioni utili per cominciare a lavorare e, ora, eccomi qui, la vita da qualche mese ha assunto un sapore diverso, l’unico modo con cui posso ripagare “Costruiamo Insieme” è il lavoro: lo svolgo con impegno e coscienza, facendo attenzione nel porre lo stesso rispetto che mi hanno riservato dal primo giorno in cui sono stato ospite nel mio Centro di accoglienza».

«“Costruiamo”, partner ideale»

Stagione artistica 2018/2019, il nostro fra gli sponsor principali

«Felici di fare squadra, è una cooperativa che fa azione sociale per la nostra città. Per il ventisettesimo anno consecutivo un cartellone di livello. Quest’anno: Pannofino, Izzo, Buccirosso, il quartetto Blanc-Ponzoni-Pambieri-Quattrini, la Finocchiaro, un omaggio al grande Bino Gargano»

Per la prima volta “Costruiamo insieme” scende in campo, in veste di sponsor, affiancando un’associazione culturale, anche questa una onlus, la “Angela Casavola”, che negli anni – ventisette consecutivi, volendo essere precisi – è stata impegnata nel sociale. Per circa tre decenni, Taranto si è giovata delle intuizioni e dell’impegno di Renato Forte, attore e regista tarantino, che ha allestito stagioni teatrali di livello.

Stagione teatrale importante, dunque, quella 2018-2019. Fra i protagonisti, Gabriele Cirilli, Francesco Pannofino, Biagio Izzo, Carlo Buccirosso, Angela Finocchiaro, Vittoria Belvedere e Maria Grazia Cucinotta, proseguendo uno straordinario quartetto: Blanc-Ponzoni-Pambieri-Quattrini. 

«Abbiamo trovato più che interessante fare squadra con “Costruiamo insieme”, cooperativa che fa azione sociale per la nostra città e non solo; la nostra stessa associazione, la “Casavola”, in questi primi quarant’anni ha sempre operato nel sociale, nella locale casa circondariale, nelle case di riposo, ha svolto attività; non appena abbiamo conosciuto una realtà come la vostra, siamo stati felici di averli accanto, potendo contare sul un importante sostegno morale; dal nostro canto, cercheremo di favorire le persone seguite da “Costruiamo Insieme”, dagli extracomunitari alle fasce sociali più deboli. È nostro desiderio invitare, volta per volta, assistiti della cooperativa alle rappresentazioni in cartellone. Sono convinto riusciremo a realizzare una stagione che non mancherà di dare reciproche soddisfazioni alla nostra associazione come alla vostra cooperativa».
CASAVOLA INTERVISTA - 2

Entrando nello specifico della Stagione artistica.

«Come ogni anno il cartellone della rassegna di spettacoli della “Casavola”, quest’anno giunto al ventisettesimo anno, propone titoli interessanti, di un certo spessore, anche se trattasi comunque di commedie divertenti, lasciano allo spettatore motivo di riflessione: si va dal cabaret al musical, dalla commedia più impegnativa ma sicuramente brillante, da quella comica a quella musicale: è il caso di dire che ce n’è per tutti i gusti».

Uno degli spettacoli che la incuriosiscono.

«Angela Finocchiaro con “Ho perso il filo”, spettacolo interattivo con ballerini e acrobati che coinvolgerà il pubblico in prima battuta: non solo noi tarantini, ma in tutta Italia aspettano la “prima” per assistere a una rappresentazione sicuramente originale; poi sicuramente “Quartet”, con Erika Blanc, Cochi Ponzoni, Giuseppe Pambieri e Paola Quattrini”: al debutto alla Sala Umberto di Roma, mi dicono, è stato un grande successo; va comunque sottolineato che anche quest’anno – non senza qualche sacrificio economico – abbiamo dato ai nostri abbonati una rassegna di spessore».

Una cosa che le sta a cuore.

«Una ricorrenza, il trentesimo anniversario della scomparsa del caro Bino Gargano, grande commediografo tarantino: all’interno della rassegna, sarà riproposto “Natale cu ‘a tredecéseme”, in qualche modo uno spettacolo “cult” – come si usa dire – con gli interpreti che l’hanno reso famoso tanti anni fa».

Un Centro d’ascolto

Bando di gara dell’Amministrazione comunale di Modugno

“Costruiamo Insieme” si attiva per dare sostegno alle famiglie italiane e straniere in stato di necessità. Fra gli obiettivi, favorire un clima di accoglienza ed attenzione alle relazioni, consolidare la cultura del rispetto nei confronti della diversità.

Un altro dei progetti nei quali “Costruiamo Insieme”  si impegna è il “Centro di ascolto per le famiglie italiane e straniere 2019”. Il Bando di gara in questione indetto dall’Amministrazione comunale di Modugno prevede, infatti, l’affidamento del Servizio di welfare d’accesso per l’ascolto e il sostegno di famiglie di cittadini italiani e stranieri in stato di bisogno al quale  “Costruiamo Insieme” ha  partecipato, in qualità di partner, insieme alla Cooperativa “SoleLuna”.

Destinatari dell’intervento, cittadini italiani e stranieri insieme con i loro nuclei familiari presenti nel territorio dell’Ambito BA 10: Modugno (capofila), Bitetto e Bitritto. Fra gli obiettivi: favorire un clima di accoglienza ed attenzione alle relazioni, consolidare la cultura del rispetto nei confronti della diversità, le modalità di cooperazione tra terzo settore, servizi offerti e territorio; favorire la formazione di un’identità genitoriale, incoraggiando partecipazione e collaborazione dei genitori; fornire alla famiglia un rapporto di aiuto concreto, continuo nel tempo, facilitando l’integrazione della società, supportando la coppia nella riorganizzazione delle relazioni intra-familiari e di crisi nei rapporti di coppia; migliorare le capacità della famiglia di utilizzare il sostegno sociale disponibile, intervenire nella complessità che caratterizza il cambiamento sociale delle famiglie; promuovere e stimolare i rapporti tra generazioni; promuovere diritti e informazioni rivolte ai giovani; migliorare la conoscenza dei bisogni, opportunità e risposte che offre il territorio, favorire il raccordo tra operatori, servizi, utenti; migliorare l’integrazione delle persone immigrate e la qualità della loro vita; promuovere e favorire l’integrazione attraverso lo scambio culturale; aiutare gli immigrati a conoscere i propri diritti e doveri; promuovere la segnalazione ai servizi sociali di nuovi casi da seguire nell’ambito dell’assistenza domiciliare educativa.

“Costruiamo Insieme” supporta l’attività progettuale e le azioni operative attraverso una piena adesione ed una partecipazione attiva. Offre il proprio contributo di conoscenza e operativo nell’organizzazione di eventi, manifestazioni culturali ed attività laboratoriali in linea con le finalità progettuali. Fornisce orientamento agli stranieri residenti sul territorio di Ambito, dal punto di vista burocratico-amministrativo e da quello linguistico attraverso figure professionali esperte: assistenti sociali e mediatori linguistici ed interculturali.

Do you remember?

Ben e il paradigma delle storie incompiute!

Oggi capisco meglio lo stato d’animo di una persona che vede la sua casa distrutta da un terremoto e, guardando all’orizzonte, non vede il futuro.

L’orizzonte che ho guardato era negli occhi di ragazzi “deportati” per l’ennesima volta, che quando iniziano a costruire sono costretti a ritornare nella dimensione di un presente che non prevede un futuro, triturati nei gangli di logiche disumanizzanti fino al punto da spingerli a rifiutare soluzioni di accoglienza.

Quando ad una persona distruggi la prospettiva di vita che aveva iniziato a costruire lo “imballi” in uno stato di mortificazione che ha poche vie di uscita, soprattutto quando porta addosso il marchio di migrante, straniero, altro e diverso.

A soli 22 anni, poco più dell’età dei miei figli, un ragazzo si è suicidato a Castellaneta, in Puglia, piuttosto che tornare a casa ed essere incapace.

L’associazione mentale con i miei figli viene dal fatto che ogni genitore investe sul futuro dei propri figli: io pago l’Università (“anche gli operai vogliono il figlio dottore!), dall’altra parte del mondo ci sono famiglie che investono tutti i loro beni sui figli per pagare un viaggio verso il nulla, forse anche verso la morte.

In assenza di un futuro ipotizzabile in casa propria, il futuro si idealizza in altri luoghi dentro una sorta di tentativo di sopravvivenza del pensiero che non è altro che una traslazione dei desideri.

Spesso, questa traslazione coincide con un intreccio di desideri: “Tanto vorrei che mio figlio stia bene e abbia un futuro, quanto vorrei che il suo benessere ricada su di me e su di noi!”. 

Un investimento che vincola fino ad uccidere!

Ma non è di questo che voglio parlare anzi, non ho voglia di parlare, di scrivere di pensare.

Ho ancora i piedi bagnati dalle lacrime dei “deportati” e degli operatori dei CAS.

E mi viene spontaneo riproporvi la lettura di una delle storie rimaste incompiute, una delle tante spezzate dal “sistema”: la storia di Ben.

Ben, le biciclette e un futuro da riparare (1^ parte)

Ben, le biciclette e il futuro da riparare – 2parte

«“Costruiamo” insieme a “Casavola”»

Venerdì 19 ottobre conferenza stampa al teatro Orfeo

Presentata la rassegna di spettacoli, undici in tutto, promossi da Renato Forte. Il direttore artistico del cartellone e il partenariato con la cooperativa con sede in via Cavallotti. «Inviteremo ragazzi ospiti della centro di accoglienza e assistiti delle fasce più deboli».CASAVOLA FOTO ARTICOLO 03

«La cooperativa “Costruiamo Insieme” partner della Stagione artistica 2018/2019, una condivisione fortemente voluta da entrambi, essendo anche l’associazione “Angela Casavola” una onlus: un brand associato spesso all’accoglienza di extracomunitari, ma che negli anni oltre a fare integrazione, si è rivolto al terzo settore rivolgendo attenzione alle fasce deboli».

Renato Forte, direttore artistico di una rassegna di spicco, come si evince dai nomi in cartellone, apre la sua serie di interventi in un incontro alle 10 del mattino, venerdì 19 ottobre nel foyer dell’Orfeo proprio su “Costruiamo Insieme”, che sosterrà attraverso i suoi strumenti di comunicazione qualsiasi attività e spettacolo che “Casavola” promuoverà. Cirilli, Pannofino, Izzo, il “quartetto” Blanc-Quattrini-Pambieri-Ponzoni, Buccirosso, la Finocchiaro, il trio delle affascinanti Belvedere-Cucinotta-Andreozzi e tanti altri, sono i nomi dei personaggi che si avvicenderanno sulle tavole del teatro Orfeo di Taranto. Il “via” giovedì 29 novembre (“Mi piace”, Gabriele Cirilli), la chiusura in “bellezze”, mercoledì 24 aprile (“Figlie di Eva”, Vittoria Belvedere, Maria Grazia Cucinotta e Michela Andreozzi).CASAVOLA FOTO ARTICOLO 02

Fra i due lavori teatrali, altri titoli di grande prestigio, undici in tutto. Ai quali saranno invitati anche ragazzi della cooperativa con sede in via Cavallotti, parola di Forte. «Rilasceremo tessere ai ragazzi ospiti della struttura tarantina, ma anche a quanti ci saranno indicati dalla stessa cooperativa, qualora volessero estendere l’invito a rappresentanti di fasce deboli comunque da loro assistiti».

La collaborazione fra “Costruiamo” e “Casavola”, dunque, nasce sotto i migliori auspici. La conferma durante la conferenza stampa svoltasi nel foyer del teatro cittadino. Fra gli intervenuti, oltre al direttore artistico, Renato Forte, del quale si può ascoltare l’intervento in video rilasciato al nostro sito, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Taranto, Fabiano Marti, e il giornalista Claudio Frascella responsabile ufficio comunicazione e stampa della cooperativa sociale con sede in via Cavallotti 84.CASAVOLA FOTO ARTICOLO 01

«Quando due strade impegnate in modo diverso nel sociale si incontrano – ha dichiarato Marti – la città può solo goderne, dunque ben vengano proposte culturali e partenariati importanti: il Comune sta provando a mettere in campo progetti dei quali l’intera città possa giovarsi, dalla valorizzazione dei suoi enormi Beni culturali al teatro; così l’Amministrazione non può che vedere di buon occhio qualsiasi tipo di sinergia che ponga Taranto al centro della cultura». Riferimento al nuovo teatro Fusco, fiore all’occhiello della città, in conferenza, l’asse si sposta daccapo sugli sforzi della Stagione artistica stilata per il ventisettesimo anno, da Renato Forte. «Non senza sacrifici, enormi se pensiamo che la nostra associazione si sostiene con gli interventi degli sponsor cui va, come ogni anno, il nostro sentito ringraziamento».

Fiore all’occhiello della rassegna un omaggio al passato. «Nel trentennale della scomparsa di Bino Gargano – dice Forte – abbiamo voluto rispolverare “Natale cu’ a’ tredecéseme”, insieme con diversi degli attori di un tempo per ricordare un autore e un artista che va ricordato per quanto seppe dare a Taranto». Il ricavato della rappresentazione sarà devoluto all’Aido di Taranto, Associazione donatori organi presieduta dalla giovanissima Giorgia Di Paola, nipote dell’indimenticato Gargano, anche lei presente alla conferenza stampa. Per ulteriori informazioni, Box Office, via Nitti 106/A (angolo via Oberdan), tel. 099.4540763 (boxoffice04@libero.it).

«Salvato da “Costruiamo”!»

Billy, ventidue anni, da gennaio è operatore nella cooperativa

«Un contratto, guadagno e mando soldi per gli studi al figlio di un mio connazionale che non c’è più e a mio fratello perché diventi medico. Anche alla mia matrigna, che mi cacciò. Se fai del bene, questo prima o poi ti ritorna…». Ha visto morire in mare centotrenta persone e salvato la vita a Ibrahim, giovane gambiano. Poi un miracolo, anzi due: trova lavoro e il ragazzo tratto in salvo. 

«“Costruiamo insieme” mi ha salvato la vita, in tutti i sensi!». Billy, ventidue anni, guineano, operatore, una storia da raccontare, unica nel suo genere, parla della doppia svolta impressa dalla cooperativa nei giorni successivi alla sua fuga da mille problemi, dalla sua Conakry, capitale del suo Paese. «Mi ha assistito da profugo, poi offerto un posto di lavoro come operatore: meglio di così…E’ quello che sognavo, un’occasione per ricomporre i pezzi di una vita fatta di momenti altamente drammatici; avere l’assistenza giusta dopo giorni tremendi trascorsi in mare, successivamente un posto di lavoro, dunque, un guadagno sul quale poter contare, è qualcosa che non potrò mai dimenticare!».

Billy, il sorriso stampato sulle labbra, una voglia di comunicare superiore alla media rispetto a suoi connazionali o comunque extracomunitari incontrati in questi tre anni di Italia. E non solo, la sua storia comincia almeno un paio di anni prima. Prova a fare dei conti a memoria, riavvolge il nastro della memoria per noi, comincia per gradi.

Fosse stato italiano, Billy, spalle impressionanti, sarebbe stato eletto “Uomo dell’anno”: la generosità del giovane guineano va oltre qualsiasi tipo di immaginazione. Americano, i suoi gesti sarebbero stati un film di sicuro successo. Giapponese, grossomodo uno di quei “cartoon” con il quale il Sol Levante ha emozionato per decenni tre, forse quattro generazioni.BILLY copertina - 1

IBRAHIM, SALVATO DALLE ACQUE

Dunque, la storia di Billy, in due battute, prima che sia lo stesso ad entrare nel dettaglio. In viaggio per l’Italia l’imbarcazione che ospita centocinquanta ragazzi in fuga dalla Libia, prende fuoco in un attimo. Imbarca acqua, urla, gente in mare, molti muoiono, lui si aggrappa a un bidone vuoto che lo tiene a galla. Vede un ragazzino, Ibrahim, che boccheggia, gli cede quel suo “salvagente”: «Aggrappati, io ce la faccio, ho la forza, tu sei debole…». Intanto intorno sono in molti a scomparire fra quelle acque. Muoiono in tanti, anche un suo connazionale che non abbraccerà mai suo figlio Mamadou. Billy aiuterà la mamma del piccolo, perché possa studiare. E gli atti di generosità di quel ragazzone di ventidue anni, proseguono con un fratello e la sua matrigna, seconda moglie di suo padre che non c’è più.

«Anche mia madre non c’è più – dice Billy – ho tre fratelli, uno vive a Roma, due sono rimasti in Guinea, ci sentiamo spesso, oggi che sono in Italia e ho un posto di lavoro, sia loro che i miei amici sono orgogliosi di me, la vedono come una vittoria anche loro».

Via dalla Guinea. «Problemi soliti, conflitti etnici, una famiglia che non esiste più: una matrigna, seconda moglie di papà, mi fa secco: “Qui non c’è posto per un’altra bocca da sfamare!” e cinque anni fa mi sbatte fuori di casa. Mi fermo otto mesi in Algeria, faccio il muratore, metto qualcosa da parte, ma sempre poco per pagarmi il viaggio per andare in un Paese nel quale finalmente smettere di soffrire; la situazione in Algeria degenera, molti stranieri vengono accompagnati alla frontiera, praticamente cacciati; io che non voglio subire questa umiliazione, faccio da solo, prendo quella poca roba che ho e vado in Libia».Billy Ritoccato

MURATORE, BOTTE E FUGA

Anche lì, Billy, compie più di un sacrificio. «Faccio il muratore – spiega – i lavori dove occorre metterci la forza non mi hanno mai spaventato; lo faccio per un anno, con due brutte parentesi, finisco infatti due volte “dentro”, in una di quegli stanzoni che utilizzano come fossero galere: mi tengono sottochiave, una volta per un mese, un’altra volta per tre settimane; mi sfilano dalle tasche quei pochi spiccioli appena guadagnati, vogliono che mi faccia riscattare dai miei parenti che avrei ancora in Guinea; gli spiego che non ho più i genitori, me la cavo con un po’ di botte, prese di santa ragione: sempre meglio quelle che un colpo di fucile alla schiena mentre tenti di scappare».

Non uno, ma due viaggi della speranza. Il primo una tragedia. «E’ il 27 settembre di tre anni fa, trecento euro, salgo su una imbarcazione che salpa dalla Tunisia; in mare aperto il barcone sul quale viaggiamo in centocinquanta, stretti come tante sardine, prende fuoco e comincia a imbarcare acqua: urla che ancora sento nelle orecchie, qualcuno resta intrappolato e cola a picco con il barcone, altri si lanciano in mare, fra questi c’è chi non sa nuotare, chi a malapena riesce a stare a galla comunque provato dalla grande fatica; trovo un bidone vuoto, galleggia, mi ci tengo stretto, fra corpi che scompaiono fra le onde e altri che tornano a galla privi di vita: un dolore tremendo al cuore, non c’è più un mio connazionale, Thierno, non abbraccerà nemmeno una sola volta il suo piccolo Mamadou, il figlio rimasto in Guinea fra le braccia della mamma. Una carneficina: da centocinquanta, alla fine ci salveremo in venti!».BILLY copertina 03 - 1

«CENTOTRENTA PERSONE MORTE IN MARE!»

Urla strazianti, in mare c’è anche il giovane Ibrahim, un gambiano. «Debole – ricorda Billy – l’ho avvicinato e gli ho offerto il mio bidone-salvagente al quale lui si è aggrappato con tutte le sue forze: non ci ho pensato due volte, io mi sentivo forte, lui non ce la faceva più. La riva era lontana, tre marocchini a larghe bracciate ci avevano provato con scarso risultato. Qualche ora dopo, una petroliera dalla quale ci fanno segno di aggrapparci, ci trascinano non lontani dalla spiaggia: salvi!».

Il secondo viaggio, quasi due mesi dopo. «E’ il 15 novembre del 2015. Tornati a riva, io e gli altri scampati alla morte, dormiamo in un capannone abbandonato, poi ecco la seconda occasione: ci imbarchiamo insieme ad altri, stavolta non vogliono soldi, evidentemente abbiamo già dato… Alle 23 siamo in mare, alle 2, dunque due ore dopo, siamo a bordo dell’Aquarius,  il Cielo benedica la nave e il suo equipaggio. Arrivo a Catania, in bus fino a Taranto, fra le braccia di “Costruiamo Insieme”».

Finalmente salvo, poi un altro sogno. «A gennaio – riprende il sorriso, Billy – arriva il contratto di “Costruiamo Insieme”: senza parole dalla gioia, con quello che guadagno come operatore aiuto il piccolo Mamadou, rimasto senza papà, a studiare; mio fratello a laurearsi medico in Guinea; anche la mia matrigna che mi allontanò: mi ripete “Dovresti odiarmi, non merito il tuo affetto!”. E io: “Faccio del bene, prima o poi mi torna: lavoro per “Costruiamo”…». Non è finita. «Qualche settimana fa, passeggiando sul Lungomare di Taranto ho incontrato Ibrahim, mi ha abbracciato e pianto di gioia, io con lui: è vivo, a Martina Franca, sta bene ed è quello che più conta. Visto? Se fai del bene, il bene ti ritorna!».

«Legionella, ma quale Africa!»

Michele Conversano, direttore del Dipartimento di prevenzione

«Il batterio viene dagli Stati Uniti, attenti alle docce e ai climatizzatori. Diossina e pcb: Taranto fra le più monitorate d’Italia, nostri i primi studi e le denunce. Vivere in questa città ha un rischio aggiuntivo di malattie, e non solo, legate all’inquinamento».

«La “legionella pneumophila”, più comunemente “legionella”, non arriva dall’Africa, come ha dichiarato un politico del Nord poco informato: è un batterio che si diffonde attraverso docce e impianti di climatizzazione». Michele Conversano, direttore del Dipartimento di prevenzione dell’Asl di Taranto, sfata subito una “fake news” circolata nei giorni scorsi circa un caso di legionella scoppiato a Taranto. Pura invenzione, come solo certa politica disinformata sa fare, alimentando risentimenti e odio, assopiti per un certo periodo, per chiunque venga dall’Africa o comunque dall’estero. Ma andiamo per ordine.

Qual è il compito del suo Dipartimento, quali servizi svolge?

«Svolgere attività all’interno di strutture complesse, dunque, servizio di igiene e sanità pubblica, dalle autorizzazioni all’ambiente; studiare i riflessi delle contaminazioni ambientali sulla salute umana, vaccinazioni, della Medicina legale; fare servizio di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro; servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione; servizi veterinari, igiene di allevamenti e controllo su alimenti di origine animale e altro ancora che riguarda questo comparto».

Quanto è più impegnativo essere direttore del Dipartimento di prevenzione, a Taranto?

«Svolgere questa attività a Taranto è molto più complicato, ma anche molto più impegnativo. Dal punto di vista professionale equivale all’esperienza di un primario chirurgo chiamato a fare interventi importanti, e Taranto, purtroppo, ha problemi “importanti” per i quali abbiamo dovuto fare molta ricerca; collaborare con grosse università, istituti di ricerca non solo italiani, ma anche mondiali, tanto che la nostra città rappresenta un banco di prova per la Sanità pubblica. Poi Taranto è la mia città, la stessa nella quale vivono i miei figli, spero respirino i miei nipoti, quindi l’impegno è sicuramente molto più alto che in qualsiasi altra parte d’Italia».Conversano Articolo 01

In famiglia le avranno chiesto «Perché Taranto e non Grosseto, Lucca, Ferrara?».

«Mi avevano proposto Milano e Roma, città anche queste impegnative. Ho la fortuna di lavorare con strutture universitarie, sono stato presidente nazionale della Società italiana di Igiene e salute, sono stato a stretto contatto con igienisti di tutta Italia: poter fare il tuo mestiere nel migliore dei modi e nella tua città, credo che sia imparagonabile ad altre occasioni di lavoro nel campo della Sanità».

Quali i malintesi quando si chiedono soluzioni piuttosto che informazioni?

«Malinteso storico: per quindici anni con il Dipartimento di prevenzione abbiamo denunciato a tutti i livelli il problema sanitario, segnalando morti e malattie legate alla situazione ambientale di Taranto, ma il più delle volte siamo stati ignorati; studi scientifici svolti insieme con le più grosse università dimostravano che vivere in questa città ha un rischio aggiuntivo di malattie legate all’inquinamento e un rischio aggiuntivo di morte: tutto è stato ignorato per troppo tempo, fino a quando i nostri studi non sono stati ripresi dall’Autorità giudiziaria. Evidentemente qualche decennio fa, su altri tavoli, bisognava fare qualcosa di più».

Diossina, a che punto siamo.

«Esistono i Servizi di igiene degli alimenti, ciò che riguarda la possibile contaminazione di origine animale o vegetale. Da quando è scoppiato il caso-diossina abbiamo in piedi un Piano straordinario di controllo di diossina, pcb e altri contaminanti come metalli pesanti, idrocarburi; quelli più pericolosi, ce lo dice la scienza, sono gli alimenti di origine animale, ovina e caprina: latte, formaggi e carne; poi i mitili, le nostre cozze nere; questo Piano prevede un numero di campionamenti di diossina, pcb e contaminanti quasi equivalente al resto dei campionamenti che si svolgono in tutto il Sud Italia. Se si abbattono animali o distruggono tonnellate di cozze, è proprio perché i controlli funzionano».Conversano Articolo 02

Dopo lo studio sul latte materno, quello sui bambini.

«Con l’autorizzazione delle mamme, abbiamo sostenuto controlli su seicento bambini: analisi del sangue, urine, capelli, denti da latte; se non ci fosse stata questa forte collaborazione da parte dei tarantini, non avremmo potuto fare nulla di tutto questo».

Legionella, c’è allarmismo. Qualcuno si è inventato la storia delle “legioni africane”, tanto per cambiare.

«Qualche politico del Nord, poco attento, ha dichiarato, una fesseria clamorosa. La “legionella pneumophila” è un batterio che si diffonde attraverso acqua nebulizzata, essenzialmente docce e impianti di climatizzazione: si chiama così, “legionella”, non perché arriva dall’Africa, ma perché per la prima volta è stata isolata in seguito a un’epidemia abbattutasi su ex legionari, persone anziane, intervenute in una convention a Las Vegas, Stati Uniti. L’impianto di climatizzazione in quell’occasione “sparò” questi batteri su quanti erano presenti a quell’incontro : una volta isolata, è stata chiamata “legionella pneumophila”. E’ un batterio molto presente. A Taranto si registrano dai venti ai venticinque casi all’anno, fra tarantini e turisti ospiti di attività ricettive della nostra provincia. La prevenzione si fa bonificando le reti idriche, ricordando che la legionella spesso è nei soffioni delle docce, in quei rubinetti che apriamo poco spesso – nelle case estive, quando occorrerebbe provocare uno shock termico, far passare acqua bollente per qualche minuto all’interno dei condotti: è un batterio termolabile, muore».

Il suo Dipartimento e la città ideale dal punto di vista sanitario.

«Una Taranto in cui si vaccinano tutti: oggi abbiamo la copertura vaccinale più numerosa della Puglia e d’Italia, ottima la collaborazione con pediatri e medici di base, naturalmente con le mamme – sono loro a decidere… – una città in cui tutto funziona, un giorno potremo fare a meno dell’industria pesante cominciando da “ieri” a sviluppare le alternative – basta guardarsi intorno, esistono… – mare, cultura, turismo e alta tecnologia. Dice un proverbio cinese: “Se un albero ci mette mille anni a crescere, non è un buon motivo per non piantarlo”, dunque, tutti insieme, facciamo in modo che un giorno il Dipartimento possa interessarsi solo a boschi e funghi».