Buon 2017!

Buon anno nuovo a chi ha ancora voglia di regalare un sorriso ad un volto al quale è stato rubato e a chi continua a credere che nella naturalezza dell’incontro ci sia lo spirito vero della convivenza. Auguri a quanti un sorriso ce lo hanno regalato e ci hanno fatti sentire felici.

A chi è dovuto scappare dal proprio Paese perché perseguitato o, semplicemente, perché non aveva più ragioni per restarci.

Buon anno a chi ha attraversato il mare o ha fatto chilometri di strada spinto da una speranza. Auguri anche a quanti pensano alla famiglia che non c’è più e nella tragedia si sentono fortunati.
E a quanti la famiglia l’hanno dovuta lasciare.

Buon anno a tutte le persone rimaste prigioniere sotto le bombe che ancora cadono sulle loro teste. A tutti i bambini che stanno vivendo fra puzza e macerie e per i quali gli spari non sono per festeggiare.

Buon anno a chi non ha nulla da festeggiare. A chi rimane solo la speranza di un futuro migliore.

Buon anno a quanti una bottiglia non la useranno per stapparla, ma per raccogliere le lacrime che gli serviranno per bere.

Buon anno a tutte le persone che, nella magia dei fuochi di artificio, vorranno cogliere l’armonia che crea la diversità dei colori e che credono che incontro e diversità sono una ricchezza.

Buon anno, anzi un abbraccio grande, a tutte le madri che non possono più abbracciare i propri figli. A tutte le donne che non possono esprimere il loro lutto mettendo un fiore su una tomba, ma che lanciano un fiore in mare per piangere i propri cari. Perché la loro tomba è quella, il mare!

Buon anno alle tante persone che, quando non è ancora giorno, in sella alle loro biciclette raggiungono i campi per lavorare con il pensiero rivolto a chi è rimasto nel Paese di origine.

Buon anno alle tante donne e uomini che scappati da una schiavitù ne hanno trovata un’altra: alle schiave del sesso e a quelli dei campi. A chi ha lasciato una miseria per trovarne un’altra, forse anche peggiore.

Buon anno a noi che di fronte a queste cose ci indigniamo e continuiamo, con ostinazione, a credere che un mondo migliore ricostruito insieme è possibile!

Per gli operatori Natale è tutti i giorni

Finisce un altro anno. E’ grande la voglia di festeggiamenti ma è anche tempo di bilanci. Tutto intorno le luci delle luminarie cercano di alimentare uno spirito di spensierata voglia di abbandonare la quotidianità per lasciarsi trascinare in un vortice temporaneo di condivisione, di vicinanza, di fratellanza.

Ma è anche tempo di bilanci, di riflessione. E’ uno spazio mentale dentro il quale segui un unico filo che ti riporta indietro con il pensiero a ciò che è stato e che, quasi fosse la molla tesa di una fionda, ti lancia a guardare al di là, a guardare oltre. Anche a dire che seppure le soddisfazioni sono state tante, non è mai abbastanza e non è mai troppo.

Il mio pensiero, in questi giorni, spesso si concentra su tutto il non detto, sul lavoro fondamentale ma nascosto svolto quotidianamente da quella che paradossalmente è nei fatti l’ultima ruota del sistema dell’accoglienza. Gli operatori, le migliaia di uomini e donne che nelle strutture o nei campi non timbrano un cartellino e non contano i pezzi prodotti a fine turno. Quelle persone che accettando un lavoro hanno accettato di svolgere una missione: quella di infondere speranza! Perché alla disperazione che rappresenta il baglio più grande che porta con se ogni migrante la prima fondamentale risposta non può essere che quella di infondere speranza: in una vita migliore, in un futuro migliore, in un mondo migliore da costruire insieme.

Si, insieme, sulla base di un unico principio che ci può unire che è quello del rispetto dell’umanità e della vita attraverso la mescolanza di storie ed esperienze, compenetrando la disperazione che, nel mondo globale, non è il pesante fardello dei fortunati che arrivano, ma è un macigno sospeso sulla testa di tutti noi perché questo è il mondo che stiamo vivendo e che stiamo consegnando ai nostri figli.

Allora, arriva il momento di guardare ai momenti belli racchiusi dentro il buco nero di una tragedia epocale. Momenti fatti di vicinanza, di condivisione delle sofferenze, di allegria, di costruzione di una tranquillità perduta, di festeggiamenti per traguardi raggiunti. Piccoli gesti, a volte. Poche parole. Un abbraccio. La capacità di ascolto. La voglia di contribuire a costruire un percorso di riscatto e di liberazione, l’ostinazione nel voler essere parte attiva nella restituzione della vita a chi è stata sottratta. Piccoli gesti, si potrebbe credere, ma fatti da uomini e donne che ogni giorno conducono la loro silenziosa battaglia contro quella manipolazione della religione che produce morti e contro le bombe dei potenti che distruggono interi Paesi incuranti del sangue versato. Piccoli gesti fatti da giganti che vogliono guardare oltre e che non accettano che l’accoglienza venga ridotta al mero garantire una risposta alle necessità primarie. Persone capaci di distruggere, con un sorriso, il concetto di “altro”, di “diverso”, di “ospite”. Persone capaci di guardare negli occhi di altre persone. Senza barriere, senza muri, senza pregiudizi. Questo è il senso di un Natale festeggiato tutti i giorni dell’anno dagli operatori dei Centri. Tutto il resto serve solo a creare una bella atmosfera temporanea.

 

Illusione e ritorno all’inferno.

Quando le macchine bianche con incisa la mezza luna rossa, dopo aver scortato camion e pullman attraversando il corridoio umanitario, hanno fatto il loro ingresso nella città di Aleppo, gli oltre quattromila civili rimasti intrappolati nel mezzo di una battaglia all’ultimo sangue avranno pensato che fosse finita. Che finalmente in fondo a quel tunnel buio che ha segnato in maniera indelebile la loro vita quotidiana si intravvedesse un barlume, una luce a segnare la strada verso la salvezza.

Questa illusione ha attraversato l’arco temporale di pochi minuti, solo il tempo di intravvedere la speranza di scappare dalle macerie di quello che un tempo era una città. La loro città.

Subito, i colpi dei cecchini ancora asserragliati e pronti al sacrificio estremo hanno rotto quella illusione: in questo momento, i civili valgono più di qualsiasi altra cosa per tutte le fazioni in campo. Scudo umano e merce di scambio per definire i futuri equilibri in un’area geopolitica ricca di antichi conflitti. Tanto è vero che i media ci hanno restituito le immagini dei pullman e dei camion carichi di donne e bambini che erano riusciti a lasciare la città tornare indietro ad Aleppo e sotto i bombardamenti fermati dalle truppe governative supportate dal contingente russo.

Di fronte a questo scenario aberrante assistiamo inermi e increduli ai balletti della diplomazia mondiale. Nella sede dell’ONU, americani e russi giocano a bisticciare: l’Ambasciatrice USA Power accusa russi e siriani “Non siete capaci di provare vergogna?”; di contro la pronta risposta del russo Churkin: “Ha parlato Madre Teresa!”.

Il fatto che la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione ci consentono di sapere tutto ed in tempo reale ci consegna una responsabilità enorme e l’immagine di un Occidente ed una Europa  incapaci di intervenire per fermare uno sterminio al quale si sta assistendo in diretta in violazione di qualsiasi diritto umano o legge internazionale. Assad e Putin sono rei confessi della strage che si sta consumando ad Aleppo. Il mondo intero sarà ospite del carnefice durante i Mondiali di Calcio che nel 2018 si terranno proprio in Russia. Invece di continuare a comminare sanzioni ad una Russia che ha dimostrato di non aver subito alcun contraccolpo economico nel corso di questi anni durante i quali ha potuto costruire, utilizzando proprio questo elemento, uno schieramento alternativo alle politiche occidentali, i Governi europei potrebbero, per esempio, pensare di ritirare la partecipazione delle proprie rappresentative ai Mondiali di Calcio di Mosca immaginando una iniziativa comune per la difesa dei diritti dell’uomo e, soprattutto, del rispetto del diritto alla vita? Oppure basta continuare a nascondersi dietro il cosiddetto velo della Madonna di politiche sull’accoglienza sulle quali ancora non si trova un accordo?

Le mie bambole sono tutte morte

Ad Aleppo continua l’avanzata delle truppe governative supportate dai soldati russi attivi sul territorio. Il quartiere est, da quattro anni sotto il controllo dei ribelli, è stato quasi interamente riconquistato. Le immagini pubblicate restituiscono una narrazione terrificante di ciò che rimane della città. Macerie, uno scenario quasi lunare attraversato dai sopravissuti che vagano alla continua ricerca di un nuovo rifugio. Perché le bombe che piovono a centinaia dal cielo ad ogni ore del giorno non si fermano, continuano la loro opera di distruzione e morte nell’ultima battaglia per riconquistare un territorio che ormai è solo un ricordo lontano di quello che era la città.

E il mondo intero, soprattutto quello che governa i media, è concentrato sul racconto “in diretta” della quotidianità ad Aleppo regalato a tutti da una inviata speciale (quelli ufficiali si tengono a distanza di sicurezza dalla zona calda): una bambina di 7 anni che, con l’aiuto della mamma che le sta insegnando l’inglese nelle lunghe ore trascorse nei rifugi, con i suoi tweet continua a raccontare ogni giorno ciò che accade.

Alcuni tweet di Bana (questo è il suo nome) lasciano interdetti, senza parole al solo pensiero di essere di fronte ad una infanzia non solo negata ma in costante continuo pericolo di vita: “Stavamo leggendo Harry Potter. Ora non riesco a smettere di piangere: una mia amica è morta“; “Stanotte non ho più casa: distrutta dalle bombe. Io viva per un pelo. Le mie bambole morte”; “Ho una piccola ferita. E’ da ieri che non dormo. Ho fame. Voglio vivere, non voglio morire“.

Dopo qualche giorno di silenzio di Bana, la Cnn e il Washington Post sono riusciti a contattare telefonicamente la mamma che rassicura “Siamo sulla strada alla ricerca di un altro rifugio“.

Bana è il simbolo di una infanzia che non si arrende, che continua a sperare che un giorno il rumore delle bombe sarà sostituito dalle note di qualche bella canzone. Certo, il ricordo di questa tragedia resterà per sempre impresso nella sua mente, tatuato in maniera indelebile.

La storia di Bana rievoca il ricordo della storia di un’altra bambina, Nujeen Mustafa, scappata nel 2015 da Aleppo in sedia a rotelle. Ha percorso 5800 chilometri per sfuggire alla guerra e trovare salvezza in Germania attraversando, spinta dalla sorella, le strade di Macedonia, Serbia, Ungheria, Croazia, Slovenia, Austria. Con l’inglese imparato dalla televisione, faceva da portavoce del gruppo di profughi in viaggio con lei per comunicare con le guardie di frontiera.

La sua storia è diventata un’ autobiografia scritta in collaborazione con la giornalista Cristina Lamb dal titolo “Lo straordinario viaggio di Nujeen“.

Intervistata recentemente dal Corriere della Sera ha detto “Tutti quelli che conosco hanno lasciato Aleppo. Ripenso a quel che era la mia città, ne sono orgogliosa. Ma ora Aleppo vuol dire solo distruzione e miseria”. I genitori di Nujeen sono ancora bloccati in Turchia perché lei non ha ancora ottenuto la residenza. Deve aspettare di compiere 18 anni. Poi potrà avviare le procedure per il ricongiungimento in quella Germania che non fa sconti a nessuno.

Aggrappati ad una speranza

Ci sono vari modi di interpretare le cose e diverse strade per rincorrere un sogno. Fra ottobre e novembre la polizia tedesca ha intercettato 180 migranti che hanno varcato il confine mettendo ancora una volta a rischio la vita. Dopo l’intensificarsi dei controlli e la chiusura delle frontiere, i migranti varcano il confine in treno non comodamente seduti o nascosti nei vagoni merci, ma aggrappati al tetto dei vagoni con la grande probabilità di cadere rovinosamente o di toccare la linea elettrica rimanendo folgorati. Pochi giorni fa, un ragazzo eritreo di 17 anni è morto nella stazione di Bolzano travolto nel tentativo di aggrapparsi ad un treno merci diretto al Brennero dopo che un’altra migrante era stata risucchiata da un treno sempre sulla stessa linea ferroviaria poche ore prima. Il Direttore della Caritas altoatesina ha commentato così queste morti: “La morte di Abiel sui binari della stazione di Bolzano è un segno da cogliere. L’Europa e il mondo ricco rispondono a questa sfida con l’incapacità di assumersi e di distribuire le responsabilità, intensificando i controlli ed erigendo barriere che dividono il mondo in uomini di serie A e uomini di serie B”.
Intanto, in questi giorni, viene riportata alla memoria la tragedia dell’aprile 2015 quando un barcone con settecento persone a bordo si inabisso nel Mediterraneo portando con se sul fondo del mare quasi tutti: solo 28 furono i superstiti e le loro testimonianze indussero il Governo italiano a finanziare le operazioni di recupero del relitto adagiato a più di trecento metri sul fondo del mare. Il recupero del barcone ha posto il mondo intero di fronte ad una immagine agghiacciante: centinaia di bambini ancora chiusi nella stiva stretti nell’ultimo abbraccio alla mamma.
Quella tragedia è stata raccontata in un cortometraggio dal titolo Come è profondo il mare: un film documentario crudo, privo di commenti per lasciare spazio al sonoro originale e con immagini raccapriccianti di corpi mummificati o ridotti a scheletro. Il film contiene anche immagini di altri naufragi con un identico filo conduttore: bambini morti e corpi restituiti dal mare riversi sulla spiaggia.
Il barcone recuperato è quello che il Governo italiano aveva proposto di esporre nei pressi del Parlamento Europeo per mantenere viva l’attenzione su quello che ogni giorno succede nei nostri mari.
La Ministra della Difesa Pinotti, che ha visto il film in anteprima (è stati il suo Ministero a guidare le difficili operazioni di recupero del relitto) ha commentato: “Solo dopo quel disastro l’Europa cominciò a muoversi. Ma adesso troppi egoismi nazionali, che contestano la suddivisione delle quote, fanno perdere di vista uno dei valori fondanti della dimensione europea. Cioè il rispetto per la vita umana”.

Anche il sole si spegne

La terra intorno a Mosul è cosparsa di mine, ordigni micidiali che rappresentano un rischio serio per chi cerca di entrare per liberare la città e chi cerca di fuggire. Scappare adesso costa di più. I cecchini dell’ISIS sono appostati nei punti strategici della città continuando a combattere una battaglia che sanno essere persa. Ma la resa non è nelle loro corde e questa battaglia per conquistare un territorio ormai devastato durerà ancora a lungo. Ma niente va lasciato al nemico! A Mosul il sole non sorge più. Le truppe del Califfato hanno bruciato i pozzi di petrolio e sembra essere sempre sera. Il sole si è spento. Una nube nera e tossica fa da cappa sulla città e su tutta la valle di Ninive. I bambini, i pochi rimasti, giocano per strada. In quei pochi spazi liberi dalle macerie. Le ONG presenti in quei territori riferiscono che “I bambini di notte hanno incubi, fanno fatica a dormire. I loro traumi sono gravissimi. Questa è una landa desolata, ricoperta di polvere, ma soprattutto di fumo. Entra nei polmoni, si appiccica agli occhi e rende difficoltosa la respirazione”. Fumo tossico! L’ISIS cerca di togliere al nemico ciò che più interessa: il petrolio. Una azione che aggiungerà morti ai civili già morti e che lascerà le sue tracce nel tempo. Perché così ragiona il Califfo: più vite consegni al tuo Dio, più sarai premiato: alla fine siederà alla destra del padre e farà il bagno in vasche piene di latte? I campi profughi allestiti dall’ONU contano già sessantamila persone. Se ne aspettano altre duecentomila. Chi è riuscito ad aggirare i check point jihadisti si è rifugiato nei villaggi. Siamo solo di fronte all’inizio di una emergenza umanitaria in una zona geo-politica che trova l’interesse delle grandi potenze occidentali solo nell’assetto economico e nella capacità di controllo politico di quelle aree. Aree, si! Perché non è più possibile parlare di Paesi, di Nazioni. Troppi gli interessi in campo e troppe le ambizioni sopite. Cambieranno i confini e bisognerà aggiornare le carte geografiche. Alla fine di un conflitto che all’apparenza e non si sa quando, sembrerà finito, sotto le ceneri resterà sempre acceso un mucchio di carboni ardenti pronti a ridare fiamma.

Ne è un esempio la Libia: su tutte le testate mondiali c’è un episodio ormai rubricato come lo “scontro della scimmia”. Il graffio di una scimmietta, di proprietà di un commerciante, ad una ragazza appartenente ad una tribù contrapposta a quella dell’ex Premier Gheddafi ha scatenato una guerra civile. Certo non è il graffio o lo strappo del velo il problema: ma l’occasione giusta per tentare di appropriarsi del controllo delle strade che conducono al confine con il Ciad e il provento che deriva da contrabbando, droga e armi. E soprattutto dal traffico di migranti provenienti dall’Africa sub sahariana nei punti di imbarco verso l’Italia.

Il graffio della scimmia, in un Paese dove le scimmie sono animali domestici, ha già registrato ventuno morti e sessanta feriti.

Al tradizionale traffico di armi e droga si è aggiunto un altro proficuo mercato fatto di donne, bambini, anziani. Persone, traffico di vite umane. Per gestire questo business si fanno anche le guerre.

Gommoni alla deriva e viaggio in prima classe

Ieri si è consumata l’ennesima strage nel Mediterraneo, a cinquantacinque chilometri dalla costa libica da dove erano partiti due gommoni con a bordo circa 250 persone. Il bilancio è drammatico: 9 cadaveri recuperati, pochi superstiti, più di cento dichiarati dispersi. Ma è la dinamica del naufragio a far rabbrividire. I gommoni, trainati da una imbarcazione guidata dai trafficanti di uomini, dopo solo due ore di navigazione sono stati abbandonati alla deriva. Prima di fare questo, i trafficanti sotto la minaccia di armi si sono fatti restituire i giubbini salvagente e sottratto i motori ai due gommoni.
La ricostruzione nelle parole di un superstite, un giovane senegalese di 18 anni, Abdoullare Deniae, preso a bordo della Bourbon Argos, la nave di Medici senza frontiere che sta portando a terra 27 uomini e 9 cadaveri: “Dopo due ore – ha raccontato il giovane – si sono fermati, ci hanno minacciati con una pistola e ci hanno costretto a consegnare i giubbotti di salvataggio anche se avevamo pagato per averli. Poi hanno staccato anche il motore dal gommone e ci hanno lasciati andare alla deriva dicendo che presto sarebbero arrivati i soccorsi. In molti hanno cominciato a gridare e a piangere ma loro sono andati via. Pochi minuti dopo il gommone ha cominciato ad imbarcare acqua e la gente si aggrappava dove poteva. In quel momento ho pensato che stavamo per morire, sapevo che eravamo ancora lontani dall’Italia. Sono annegati a decine, noi ci siamo salvati solo per fortuna e quando è arrivata la nave inglese ci ha tirati su”.
Intanto, con discrezione, si è aperta una nuova rotta. E’ quella che dall’Algeria porta alla Sardegna. Il meccanismo è quasi sempre lo stesso: la nave madre lascia i migranti vicino alla costa. Poi proseguono da soli su gommoni. Il nuovo fronte aperto è quello del Sulcis. Gruppi di algerini a bordo di piccole imbarcazioni continuano infatti a sbarcare sulla costa sud-occidentale dell’isola. Dall’inizio dell’anno sono oltre settecento. Piccoli numeri, lontani dai riflettori, che cominciano però a diventare importanti. Sbarchi anomali, viste le condizioni proibitive del mare, molto mosso nel Canale di Sardegna. Gli sbarchi, oltre 700 nel Sulcis dall’inizio dell’anno, avvengono infatti sempre in condizioni meteo ottimali. A dimostrare l’anomalia di questi sbarchi vi è la curiosa vicenda di cinque migranti, tutti in buone condizioni di salute, zainetto in spalla con il cambio di vestiario, denaro, telefono cellulare e cibo. E’ probabile (meglio dire certo) che siano stati portati fino a poche centinaia di metri dalla riva da una grossa imbarcazione e abbiano proseguito poi con un barchino. La polizia, allertata da un pescatore, li ha trovati già al riparo nel chiosco del custode del nuovo porticciolo di Teulada.
Anche il traffico di uomini, al pari delle strutture alberghiere, sembra aver messo le stelle sul grande business dell’immigrazione: i ricchi in prima classe e senza rischi; i disperati, chi scappa dalla guerra e dalla fame stipati su gommoni abbandonati alla deriva e condannati ad una morte quasi certa.

Donne al fronte

L’elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti e le sue simpatie per due Capi di Stato come Putin ed Erdogan non può non concentrare il pensiero su quello che potrà essere il destino delle donne combattenti curde dell’Ypj impegnate sul fronte per liberare non solo un territorio ed una città simbolo come Raqqa, eletta a capitale del Califfato, ma e soprattutto le migliaia di donne rimaste prigioniere del fondamentalismo jihadista dell’ISIS.
Fino a ieri lo schieramento curdo-siriano contava sull’appoggio militare statunitense deciso da Obama contro il grande disappunto di Erdogan e Putin. Con l’elezione di Trump il rischio vero è che questa coalizione formata da ribelli siriani e miliziane curde venga abbandonata a se stessa in quella che tutti considerano la battaglia definitiva contro l’ISIS. Questo isolamento, con la conseguente delegittimazione, farebbe piacere a tutti per motivi diversi. Ai miliziani del Califfato che considerano la maggiore delle onte essere uccisi da una donna. Al Governo dittatoriale turco impegnato a scongiurare il rischio di un possibile ruolo di primo piano curdo su quell’area geo politica.
Intanto, l’operazione “Ira dell’Eufrate” per la liberazione di Raqqa è partita e non a caso a darne la comunicazione ufficiale è stata una donna, Cihan Seikh Ahmed, comandante delle truppe dell’Ypj che, con grande fermezza ha dichiarato “Libereremo tutte le donne di Raqqa e le vendicheremo”.
Nell’esercito curdo le donne hanno pari diritti e pari doveri degli uomini. Dall’altra parte del fronte, quella dell’ISIS, le donne, nel migliore dei casi, sono ridotte a spie o impegnate a controllare e seviziare altre donne ridotte in schiavitù e costrette alla completa sottomissione.
Nel frattempo, dall’Europa la voce autorevole di un’altra donna vibra per denunciare una situazione che è palesemente nota a tutti. E’ la voce di Emma Bonino, ex Ministra degli Esteri italiana, che denuncia: “I segnali della svolta autoritaria in Turchia si accumulano da anni, ma certamente l’ultima escalation, con l’arresto dei leader del principale partito curdo, suggerisce che Erdogan taglia i ponti con l’Europa e l’Occidente. Preso da due guerre, una interna e l’altra esterna ma entrambe collegate alla questione curda, egli sceglie una strada in fondo alla quale c’è un regime dittatoriale. La situazione è preoccupante anche perché la Turchia è membro della NATO e ospita testate nucleari, mentre l’Europa ha perso ogni leva di pressione dal momento in cui si è deciso, sbagliando, che la nostra priorità nei confronti di Ankara era che si tenessero rifugiati e migranti e tutto il resto è diventato secondario”.
Intanto, le strade di New York sono invase da donne che nutrono serie preoccupazioni sul loro futuro. Zina, una ragazza di soli 23 anni, sembra sintetizzare lo stato d’animo diffuso: “sono nera, mussulmana, immigrata. Rappresento tutto quello che Trump odia”.

Liberare per occupare

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I combattenti del Califfato non smentiscono la ferocia che li ha caratterizzati fino ad oggi entrando nell’immaginario collettivo come spietati stroncatori di vite rispondendo all’entrata delle milizie irachene e curde a Mosul con esecuzioni sommarie fra i civili usate come monito alle tante donne e bambini utilizzati come scudi umani. La battaglia per la riconquista di Mosul durerà settimane e vedrà scorrere un fiume di sangue per la caratteristica che ha assunto: non è rimasto più nulla da distruggere, si combatte corpo a corpo fra le macerie. I raid aerei a firma USA hanno già cancellato la città facendo anch’essi strage di civili. E non è un fatto straordinario: per fuggire da Mosul si paga una cifra pari a cinquecento euro. Le alternative sono restare nel cuore di una battaglia o cadere prigionieri dell’ISIS per diventare un utile scudo umano per le milizie del Califfato. Il Pentagono ha reso noto di aver sganciato su Mosul già tremila bombe con i cacciabombardieri della Coalizione. Tremila, con un potenziale di morte e distruzione inaudito e incomprensibile: 1200 civili morti solo nell’ultimo mese ai quali si aggiungono i 672 morti fra i soldati delle forze alleate.

Nessuno può prevedere quanto durerà: l’esercito è costretto ad avanzare a piccoli passi per evitare zone minate, imboscate e attacchi kamikaze nella strenua difesa della città da parte del Califfato.

Dall’altro fronte, con la più grande arma a disposizione delle forze islamiste che hanno trovato nel web una straordinaria cassa di risonanza, vengono lanciati filmati e proclami che raccontano una storia assolutamente diversa capace di continuare l’opera di reclutamento di uomini pronti a sacrificarsi in nome della più grande deformazione vista nella storia dell’Islam: dei cinquemila soldati islamici presenti a Mosul, mille sono stranieri provenienti da Paesi Occidentali.

Intanto, nessuno resta a guardare di fronte ai nuovi scenari geopolitici che la fine di questo conflitto aprirà. La Turchia ha mobilitato il proprio esercito posizionandolo nella città di confine a nord con l’Iraq pronta ad intervenire nella battaglia finale per la presa di Mosul schierando 1500 sunniti usando a pretesto il pericolo rappresentato da possibili aggressioni sciite sui civili sunniti. Il Presidente turco Erdogan, con l’appoggio russo, ambisce a sedersi al tavolo che deciderà il futuro dell’Iraq anche per porre un argine all’impegno dei Kurdi in questo conflitto.

Nel contempo sale l’intensità della battaglia ad Aleppo, in Siria, dove le forze jihadiste rispondono, colpo su colpo, all’accerchiamento della zona est della città da parte delle forze governative.

Lontano da bombe e proiettili, il Fondo Monetario Internazionale ha affrontato in un summit convocato d’urgenza a Londra la grave situazione dell’economia libica, ormai al collasso: priva, ormai, anche dei servizi essenziali come l’energia elettrica che non viene più erogata da settimane, la popolazione di Tripoli è insorta. L’inflazione al 31% preoccupa gli occidentali che hanno grandi interessi economici in un Paese che hanno colonizzato e vandalizzato.

Liberare Mosul, riprendere Aleppo sono affermazioni che devono far riflettere: liberare per occupare? L’autodeterminazione dei popoli è un concetto chiuso a doppia mandata in un cassetto.

Quando i grandi giocano a fare la guerra

“Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù” (Mt 2:16). Il gesto criminale di Erode è dettato dalla sua egoistica difesa del trono. Questa crudeltà corrisponde al suo carattere: per eliminare ogni ostacolo che mettesse in pericolo il trono, egli fece uccidere anche tre mogli e alcuni figli.
Sotto i colpi e le bombe americane e russe, governative e dei ribelli sono ormai migliaia i bambini che hanno perso la vita in Siria ed in particolare ad Aleppo sotto gli occhi abituati del resto del mondo. Bambini che non hanno avuto la fortuna di scappare, di sfuggire al massacro: “Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Àlzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire’” (Mt 2:13). Gesù, così, sfuggì a quella che è passata alla storia come “la strage degli innocenti”. Questa volta nessun angelo, come tante altre, nessun angelo ha steso le sue ali per proteggere quelle anime innocenti. Neanche il corridoio umanitario ha funzionato in quella che avevamo già definito come una tregua falsa, un tentativo fallito di dividere il territorio fra potenze estranee a quelle terre ma fortemente spinte dalla possibilità di fare soldi, tanti soldi e di consolidare posizioni strategiche nell’area mediorientale come stessero facendo una partita di Risiko. Quante vite vale un barile di petrolio? Non può non toccare nel profondo l’affermazione di una madre siriana che dice: “Preferisco mettere mio figlio su un barcone che forse va incontro alla morte piuttosto che lasciarlo ad una morte certa”.
Ma i morti, nel nostro quotidiano, non sono tutti uguali. Meno di tre mesi fa, a Nizza abbiamo visto le immagini di sandali e giocattoli abbandonati sul lungomare, magliette stracciate e intrise di sangue ai bordi della strada, qualche passeggino distrutto nelle fioriere spartitraffico: i segni evidenti della strage degli innocenti che si è consumata un giovedì sera sulla Promenade des anglais, la celebre passeggiata che ha reso Nizza una delle perle del Mediterraneo. Dieci bambini hanno perso la vita in un attentato terroristico. Tante le immagini di bimbi morti, feriti, in lacrime, in braccio ai genitori, che hanno fatto il giro del mondo. La più toccante ritrae una bambina priva di vita, riversa sull’asfalto della Promenade des Anglais coperta da un telo termico, con la bambola a pochi centimetri dalla mano. L’occidente si è indignato di fronte a tanto orrore, soprattutto alcuni Paesi europei che, cogliendo l’occasione o sbagliando il bersaglio, hanno subito puntato il dito sui flussi migratori, quasi sparando sulla Croce Rossa pur sapendo che tanto odio e tanta capacità di ammazzare è stata costruita in casa nostra, negli anni, con politiche discriminatorie e marginalizzanti. Ci sarà una giustificazione al fenomeno di quella che chiamano “radicalizzazione” di giovani nati e cresciuti in Europa o, in generale, in Occidente che non hanno mai visto una zolla di terreno del Paese di origine dei loro genitori o, addirittura, dei loro nonni?
Intanto “I bambini di Aleppo sono intrappolati in un incubo. E’ un calvario disumano che dura da sei anni, dove sono morti bambini innocenti nell’indifferenza mondiale” ha dichiarato Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. “Niente può giustificare una tale violenza sui bambini e una tale noncuranza del valore della vita umana. La sofferenza e il suo impatto sui bambini è sicuramente la cosa peggiore che abbiamo visto” ha affermato.

e.c.