Auguri papà!

San Giuseppe, padre putativo di Gesù, viene ricordato in questo giorno come archetipo della perfetta figura paterna. Era ritenuto un uomo giusto, padre di quella che la religione cattolica definisce “la sacra famiglia”.

Quell’uomo costruiva costruzioni, era un falegname e col suo lavoro, e con un figlio così, col sudore avrebbe potuto riempire vasche intere.

Ne avrà bagnati di vestiti Giuseppe!

E ne ha fatta di strada, a piedi tirando un asinello, per portare in salvo la moglie e il figlio: migrazioni, obbligate come tante altre, con la differenza che Giuseppe portava sulle spalle un fardello pesante. Gesù e Maria non erano due statue da portare in processione!

E Gesù, certo, non è stato il bambino modello, quello che ti aspetti che sta a casa e, magari, se capita aiuta la mamma. Aveva la sua missione da compiere! E lo ha fatto.

Giuseppe e Maria lo rincorrevano, era piccolo quando è andato a parlare con i saggi del tempio. Poi, un pò più grande, ha cacciato i mercanti e ne ha combinate di cose.

Certo, essere il padre di Gesù, non sarà stato facile per Giuseppe!

Io, sicuramente, non sono Gesù, ma vi assicuro che neanche per mio padre è stato facile avermi come figlio. Non solo quando mi ha generato, anche ora!

Ma nella vita ci sono dei punti fermi dai quali non si può prescindere: il papà è uno di questi. Se il senso della genitorialità ha un senso!

Io festeggio mio padre non perché mi ha messo al mondo, ma per quello che mi dà ogni giorno, per i valori che mi ha trasmesso, per le cose che mi ha insegnato.

Se penso a cosa ho dato in cambio io di buono, non mi viene in mente niente!

Anche se non saprei immaginare la mia vita senza papà.

Auguri papà!

Auguri a tutti i papà che hanno figli come me che non sono capaci di esprimere il sentimento profondo che portano dentro, non lo sanno esprimere, ma che c’è.

Auguri a tutti i papà che sono nonni, perché senza di loro ci vorrebbe uno stato sociale diverso.

Auguri ai papà, che in ogni circostanza non dimenticano di avere dei figli.

Auguri a me, tanto so che i miei figli non me li faranno.

Morire di selfie?

Tre tredicenni, i binari, un treno in corsa e forse la incontenibile voglia di provare una sensazione forte attraverso un selfie. Così, posizionati sui binari, avrebbero aspettato che il treno fosse più vicino possibile alle loro spalle perché l’immagine potesse essere forte e l’adrenalina raggiungesse il massimo livello possibile. In quello che i giudici hanno ipotizzato come un gioco incosciente, uno dei ragazzi non ha fatto in tempo ad allontanarsi dai binari. Il treno in corsa lo ha travolto uccidendolo sul colpo.

Gli altri due, al cospetto dell’amico morto, sono scappati impauriti e timorosi delle conseguenze di quel gesto assurdo. Quando sono stati rintracciati dalla polizia, hanno balbettato, non hanno ancora interiorizzato l’accaduto, sono apparsi confusi.

L’unica certezza è il corpo del loro amico rimasto senza vita su quei binari. Morto probabilmente nel tentativo di immortalarsi con una delle mode del nostro tempo: un selfie.

Una foto che diventa un gioco mortale, come tanti altri giochi partoriti dal grembo del non senso della vita, dallo sconfinamento di ogni immaginabile limite.

L’ultima sensazione forte nel perverso ambito della frequentazione di pericolose abitudini che non fanno scalpore più di tanto. Poche righe sui giornali e qualche veloce passaggio televisivo. Niente di più. Nessuna seria riflessione sul dramma psicosociale che caratterizza i nostri tempi, sulla perdita di valori e su una prospettiva capace di radicare, fin dall’adolescenza, la convinzione che la vita merita di essere vissuta.

Diventa inevitabile il parallelo fra chi rischia la vita per salvarla e chi la rischia per uno stupido gioco, per provare un brivido.

Tentare di fuggire da Mosul è un rischio grande, si va incontro ai colpi dei cecchini o alle esecuzioni dimostrative fatte per strada ma rappresenta l’unica alternativa al rischio di morire sotto le bombe.

Così come percorrere migliaia di chilometri, subire il giogo dei trafficanti di uomini, essere ammassati su gommoni è l’alternativa ad una morte quasi certa per fame o per guerra spinti dalla da un debole ma fondamentale filo di speranza di portarla in salvo la vita.

Oscar Wilde ha scritto che “Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto”. Ma in tanti si sono avventurati nella ricerca di una spiegazione, di una traduzione capace di arrivare alle radici del senso della vita.

Voglio chiudere questo domenicale con un aneddoto: Quando sono andato a scuola, mi hanno chiesto cosa volessi diventare da grande. Ho risposto “felice”. Mi dissero che non avevo capito l’esercizio e io risposi che loro non avevano capito la vita.
(John Lennon)
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Il Mediterraneo tra illusione e realtà, integrazione e conflitto nella storia e in letteratura

In procinto di trovare uno spunto per la rubrica domenicale e scavando fra le carte che ho la cattiva buona abitudine di non cestinare mai, mi è capitato fra le mani il contributo che l’amico Vincenzo Consolo portò ad un Convegno organizzato da Psichiatria Democratica nel marzo del 2009. Sono passati otto anni ma credo sia assolutamente attuale. Ve lo propongo mantenendo lo stesso titolo perché ritengo possa offrire elementi di riflessione importanti.

“In una notte di giugno dell’ 827, una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Maghrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furàt, partita dalla fortezza di Susa, nella odierna Tunisia, emirato degli Aghlabiti, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara (nella storia ci sono a volte sorprendenti incroci, ritorni: Mazar è un toponimo di origine punica lasciato nell’isola dai Cartaginesi). Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta la Sicilia, dall’occidente fino all’oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. Si formò in Sicilia un emirato dipendente dal califfato di Bagdad. In Sicilia, dopo le depredazioni e le spoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera , desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. L’isola viene divisa amministrativamente in tre Valli, rette dal Valì: Val di Mazara, Val Dèmone e Val di Noto; rifiorisce l’agricoltura grazie a nuove tecniche agricole, a nuovi sistemi di irrigazione, di ricerca e di convogliamento delle acque, all’introduzione di nuove colture (l’ulivo e la vite, il limone e l’arancio, il sommacco e il cotone…); rifiorisce la pesca, specialmente quella del tonno, grazie alle ingegnose tecniche della tonnara; rifiorisce l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, di razza, di religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Di questa società arabo-normanna ci daranno testimonianza viaggiatori come Ibn Giubayr, Ibn Hawqal, il geografo Idrisi. E sul periodo musulmano non si può che rimandare alla Storia dei Musulmani di Sicilia, (1) scritta da un grande siciliano dell’ 800, Michele Amari. Storia scritta, dice Elio Vittorini, “con la seduzione del cuore” (2). E come non poteva non scrivere con quella “seduzione”, nato e cresciuto nella Palermo che ancora conservava nel suo tempo non poche vestigia, non poche tradizioni, non poca cultura araba ? Tante altre opere ha scritto poi Michele Amari sulla cultura musulmana. Per lui, nel suo esempio e per suo merito, si sono poi tradotti in Italia scrittori, memorialisti, poeti arabi classici. Per lui e dopo di lui è venuta a formarsi in Italia la gloriosa scuola di arabisti o orientalisti che ha avuto eminenti figure come Levi Della Vida, Caetani, Nallino, Schiapparelli, Rizzitano, fino al grande Francesco Gabrieli, traduttore de Le mille e una notte (3).
Vogliamo ripartire da quel porticciolo siciliano che si chiama Mazara, in cui sbarcò la flotta musulmana di Asad Ibn al-Furàt, per dire di altri sbarchi, di siciliani nel Maghreb e di maghrebini, e non solo, in Sicilia.
Finisce la terribile e annosa guerra corsara fra le due sponde del Mediterraneo, guerra di corsari musulmani e di corsari cristiani, finisce con la conquista di Algeri nel 1830 da parte dei Francesi. Ma si apre anche da quella data, nel Maghreb, la piaga del colonialismo. E comincia, in quella prima metà dell’ 800, l’emigrazione italiana nel Maghreb. É prima un’emigrazione intellettuale e borghese, di fuorusciti politici, di professionisti, di imprenditori. Liberali, giacobini e carbonari, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli : “Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti”(4). Dopo i falliti moti di Genova del 1834, in Tunisia approda una prima volta, nel 1836, Giuseppe Garibaldi, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. Nel 1849 ancora si fa esule a Tunisi.
A Tunisi si era stabilita da tempo una nutrita colonia italiana di imprenditori, commercianti, banchieri ebrei provenienti dalla Toscana, da Livorno soprattutto, primo loro rifugio dopo la cacciata del 1492 dalla Spagna. Conviveva, la nostra comunità, insieme alla ricca borghesia europea, un misto di venti nazioni, ch s’era stanziata a Tunisi. Accanto alla borghesia, v’era poi tutto un proletariato italiano di lavoratori stagionali, pescatori di Palermo, di Trapani, di Lampedusa che soggiornavano per buona parte dell’anno sulle coste maghrebine.
Ma la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali. Si stabilirono questi emigranti sfuggiti alla miseria nei porti della Goletta, di Biserta, di Sousse, di Monastir, di Mahdia, nelle campagne di Kelibia e di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Anche sotto il protettorato francese, ratificato con il Trattato del Bardo del 1881, l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più massiccia. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna. Gli emigrati già
inseriti, al di là o al di sopra di ogni nazionalismo, erano organizzati in sindacati, società operaie, società di mutuo soccorso, patronati degli emigranti. Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vicepresidente della Camera. Visita le regioni dove vivevano le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del Sud e fra gli sterratori delle strade nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi pecorinamente alla vostra sorte”.
La fine degli anni Sessanta del 1900 segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia, dell’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra. A partire dal 1968 sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle nostre coste. Approdano soprattutto in Sicilia, a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia. A Mazara, una comunità di 5.000 tunisini riempie i vuoti, nella pesca, nell’edilizia, nell’agricoltura, che l’emigrazione italiana, soprattutto meridionale, aveva lasciato. Questa prima emigrazione maghrebina nel nostro Paese coincide con lo scoppio di quella che fu chiamata la quarta guerra punica, la “guerra” del pesce, il contrasto vale a dire fra gli armatori siciliani, che con i loro pescherecci sconfinavano nelle acque territoriali nord-africane, contrasto con le autorità tunisine e libiche. In questi conflitti, quelli che ne pagavano le conseguenze erano gli immigrati arabi imbarcati sui pescherecci siciliani. Sull’emigrazione maghrebina in Sicilia dal 1968 in poi, il sociologo di Mazara Antonino Cusumano ha pubblicato un libro dal titolo Il ritorno infelice.(5)
È passato quasi mezzo secolo dall’inizio di questo fenomeno migratorio in Italia. Da allora e fino ad oggi le cronache ci dicono delle tragedie quotidiane che si consumano nel Canale di Sicilia. Ci dicono di una immane risacca che lascia su scogli e spiagge corpi senza vita. Ci dicono di tanti naufragi. E ci vengono allora in mente i versi di Morte per acqua di T.S. Eliot:
Phlebas il Fenicio, da quindici giorni morto,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il profondo gonfiarsi del mare
e il profitto e la perdita.
Una corrente sottomarina
spolpò le sue ossa in sussurri. (6)
Le cronache ci dicono di disperati che cercano di raggiungere l’isola di Lampedusa. Disperati che partono soprattutto dalla Libia, ma anche dalla Tunisia e dal Marocco. Accordi ricattatori sono stati stipulati dal governo italiano con il dittatore Gheddafi, ma i mercanti di vite umane continuano sempre a spedire per Lampedusa barche cariche di uomini, donne, bambini, provenienti dal maghreb e dall’Africa subsahariana. I famosi CPT, Centri di Permanenza Temporanea, a Lampedusa e in altri luoghi non sono che veri e propri lager. Il governo italiano intanto non fa altro che promulgare leggi xenofobe, razzistiche, di vero spirito fascistico. Di fronte a episodi di contenzione di questi disperati in gabbie infuocate, di ribellioni, fughe, scontri con le forze dell’ordine, scioperi della fame, gesti di autolesionismo e di tentati suicidi, di gravi episodi di razzismo e di norme italiane altrettanto razzistiche si rimane esterefatti. Ci ritornano allora le parole di Braudel riferite a un’epoca passata: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato, e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi contrazionari”.(7)
Volendo infine entrare nel tema di questo convegno La salute mentale nelle terre di mezzo, vogliamo qui annotare che sono soprattutto le donne a soffrire le violenze, i disagi della vita, del costume, della storia e citiamo qui degli autori classici che in letteratura hanno rappresentato questo dramma. L’Ofelia dell’Amleto di William Shakespeare innanzi tutto; la suor Maria di Storia di una capinera di Giovanni Verga; la Demente di Come tu mi vuoi di Luigi Pirandello; Le libere donne di Magliano di Mario Tobino; la donna reclusa in una stanza in Voci di Marrakech di Elias Canetti.”

Note:
1) Storia dei Musulmani di Sicilia di Michele Amari – CT Romeo Prampolini 1933
2) I Musulmani in Sicilia di Michele Amari a cura di Elio Vittorini -pag. 6 Bompiani 1942
3) Le mille e una notte – Einaudi 1948
4) Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825– pag. 890 Rizzoli 1967
5) Il ritorno infelice di Antonino Cusumano – Sellerio 1976
6) Poesie di T.S. Eliot -pag. 79 – Ugo Guanda 195
7) Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II di Fernand Braudel -– vol.I pag. 921-922 – Einaudi 1976

Foto dall’alto delle guerre di cui nessuno parla

Sei milioni di somali in stato di malnutrizione a causa della siccità che ha colpito il Paese: l’ONU ritiene che 363 mila siano bambini sotto i cinque anni. Trecentomila somali vivono nel più grande campo profughi del mondo a Dadaab, in Kenya. Un attentato nel mercato di Mogadiscio, domenica scorsa, ha provocato 39 morti e 50 feriti. Tutti i servizi sono privatizzati, comprese la scuola e la sanità: Kenya ed Etiopia, Paesi confinanti, hanno fatto man bassa utilizzando a proprio vantaggio la necessità di stabilizzare il Paese.
Questa è la Somalia che il neo eletto Presidente Farmajo, al secolo Mohamed Adullahi Mohamed, si trova a dover governare dovendo fronteggiare anche la pesante intromissione degli affaristi turchi. Non a caso il Presidente turco Erdogan è stato uno dei pochissimi leader esteri a recarsi in visita ufficiale a Mogadiscio, non tanto per avviare un rapporto diplomatico con il nuovo Presidente, quanto per garantire gli interessi e gli investimenti degli uomini d’affari del raggruppamento Damul Jadid, sodali della Fratellanza mussulmana.
La Somalia, nelle stime fatte dall’ONG Trasparency International, è il Paese con il più alto indice di corruzione.

Cento morti in dieci giorni sono, invece, i numeri del Pakistan. Ad essere colpita più pesantemente è stata la città di Charsadda, luogo simbolo dell’antichissimo legame tra oriente e occidente a maggioranza buddista. Caratteristiche che ispirano le azioni dell’islamismo radicale considerato anche il fatto che la città ha intitolato una scuola ad un simbolo del pacifismo, Bacha Khan, che utilizzava il corano come strumento di pace. I pakistani hanno molti motivi per ritenere che l’Afghanistan faccia da retrovia alle incursioni del Califfato: il Pakistan ha espulso già seicentomila afgani ed è pronta a rimpatriarne un altro milione. Nel contempo, la prima risposta è stata la chiusura delle frontiere con l’ordine di sparare a vista.

La conquista di Mosul ha ormai perso i connotati della guerra all’ISIS assumendo i caratteri del luogo fisico per la definizione dei nuovi equilibri di potere nella regione. E’ la che si sta consumando lo scontro tra la Turchia e l’Iran sulla pelle di 750mila civili intrappolati nella parte ovest della città di cui la metà sono bambini.
Save the Children ha scritto in un comunicato “Questa è la triste scelta dei bambini di Mosul ovest: bombe, fuoco incrociato e fame se restano; esecuzioni e cecchini se provano a fuggire”.

In Sudafrica, intanto, si scatena un sentimento xenofobo. A Pretoria decine di negozi gestiti da stranieri sono stati dati alla fiamme in una sola notte. Qualche giorno prima ad essere prese a bersaglio erano state le abitazioni occupate da nigeriani e per la prossima settimana è stata organizzata una manifestazione anti-immigrati: il dito è puntato contro i zimbabweani colpevoli di essere mano d’opera a basso prezzo e i nigeriani indicati come gestori del traffico di droga e prostituzione.

Ho scritto solo i fatti raccolti dalle varie agenzie di informazione internazionali.
Qualsiasi commento sarebbe una ripetizione di quello che ho già scritto. Ma vi lascio con una sintesi:
“È sempre stato facile fare delle Ingiustizie !
Prendere, Manipolare, Fare credere!……..ma adesso
State più attenti!
Perché ogni cosa è scritta!
E se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi
Se la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi
NON SORRIDETE……..GLI SPARI SOPRA…….SONO PER VOI!
VOI abili a tenere sempre un piede qua e uno là
AVRETE un avvenire certo in questo mondo qua
però la DIGNITÀ!!!!!
Dove l’avete PERSA!
E SE per sopravvivere…..qualunque porcheria
Lasciate che succeda…e dite “non è colpa mia”…..
SORRIDETE………GLI SPARI SOPRA……..SONO PER NOI!”
Vasco Rossi – Gli spari sopra.

L’ORIGINE DEL MALE E LA SOLUZIONE AI PROBLEMI

Pare un paradosso definire emergenza il flusso migratorio che sarà la normalità per i prossimi quindici o venti anni. Così come appaiono inconsistenti le iniziative diplomatiche che partoriscono soluzioni para militari: nei giorni scorsi si è tenuto un vertice a Tripoli per tentare di strutturare un sistema, gestito da Italia e Libia, finalizzato a contrastare le partenze di migranti. L’obiettivo è quello di allestire una sala operativa congiunta che possa coordinare gli interventi in mare da parte delle motovedette libiche nelle loro acque territoriali. Tradotto, è il tentativo di costruire un muro, una barriera sulle acque del Mediterraneo. Perché del tentativo di alzare un muro si tratta.
Le politiche protezionistiche lanciate negli Stati Uniti da Trump in maniera palese, senza giri di parole o tentativi di nascondere il fine ultimo delle iniziative, sembra trovare una eco vista la nuova tendenza ad alzare muri: di cemento, umani o ideali che siano.
La lettura socio-economica della fase in atto prodotta dagli analisti statunitensi vicini al Presidente individua nella globalizzazione l’origine di tutti i problemi producendo risposte immediate: non solo un decreto, che sarà riscritto fino a quando la Corte Suprema dovrà piegare la testa alla volontà di negare gli accessi a cittadini di sette Paesi a maggioranza mussulmana, ma anche e subito una campagna di persecuzione ed espulsione immediata di ispanici presenti sul territorio.
Città come Atlanta, Chicago, New York, Los Angeles sono interessate in questi giorni da una vera caccia all’uomo: una ondata di raid guidati dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) ha portato all’arresto di migliaia di immigrati irregolari o senza permesso di lavoro e al loro immediato rimpatrio.
La gran parte è rappresentata da cittadini messicani, riportati di forza nel loro Paese già in crisi nell’ambito di un vero processo di deportazione.
L’obiettivo minimo, infatti, è quello di espellere e rimpatriare con la forza almeno tre milioni di persone nell’arco temporale di dodici mesi.
E per mettere un ulteriore punto di saldatura al percorso intrapreso, gli USA, per fare in modo che il messaggio sia chiaro a tutto il mondo, hanno posto il veto sulla nomina di rappresentante speciale per il nord Africa di Salam Fayyad, ex premier palestinese accusando l’ONU di avere un atteggiamento lesivo degli interessi di Israele: “Per troppo tempo l’ONU è stata ingiustamente sbilanciata in favore dei palestinesi a scapito del nostro alleato Israele –ribadendo che- Washington non riconosce attualmente uno Stato palestinese e non sostiene il segnale che questa nomina invierebbe”.
La delegittimazione dell’ONU, della quale gli USA sono i maggiori finanziatori, che il Presidente americano ha definito “un club di chiacchiere dove si ci diverte” ha il tragico aspetto di una nuova campagna crociata: chi si ritiene giusto e potente ha iniziato la sua battaglia contro i brutti, poveri e cattivi.

Vita da migranti

Una stufa difettosa, una scintilla e le fiamme iniziano a divorare le baracche di Rignano dove sorge una delle più grandi baraccopoli della Puglia a pochi chilometri da San Severo. Quattrocento braccianti, in pochi minuti e per la terza volta in un anno, hanno visto andare in fumo anche le poche, piccole cose raccattate, utili a sopravvivere ogni oltre limite immaginabile.

Braccianti, si, che prima dell’alba si incamminano per raggiungere i campi dove lavorano anche per 10 o 12 ore al giorno in cambio di pochi euro sui quali ad imporre una tassa non c’è lo Stato, ma la mano dei caporali a quali spetta la decisione di concederti una giornata di lavoro o rispedirti nel ghetto dove vige un sistema collaudato di riduzione in schiavitù.

Da anni sono note le condizioni della baraccopoli di Rignano: il primo rogo distrusse il ghetto l’11 agosto del 2012. Da allora, quello di martedì scorso è il sesto, per fortuna senza vittime. Ma adesso è tutto da rifare: baracche, ovviamente, almeno per garantirsi un riparo.

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Ma questa è storia dei nostri giorni di fronte alla quale l’indifferenza prevale sulla voglia di conoscere, di sapere. E’ scomparsa l’indignazione, risucchiata dal senso di normalità. E tutto questo lo vedi vicino a te, di fianco, dentro casa. Dentro casa mia.

All’ora di pranzo, unico momento in cui siamo tutti insieme, il telegiornale è una voce abituale per i miei figli, quasi fosse il rumore della lavatrice o della lavastoviglie. Nessun interesse, nessuna voglia di sapere come se questo rappresentasse una invasione del loro mondo “protetto”.

Poi, ti accorgi che non sanno scrivere perché non hanno idee e qualsiasi tipo di creatività è morta, risucchiata dalla play station o dal telefonino o da qualche stupida serie televisiva.

Leggono senza interesse, senza cercare di capire perché è una lettura finalizzata all’interrogazione del giorno dopo: non cercano il significato delle cose, il senso di ciò che stanno leggendo. No: imparano a memoria ciò che in breve tempo sarà cancellato, perché il cervello cancella ciò che non capisce con lo stesso modo con il quale gettiamo la spazzatura.

“Ma la professoressa questo vuole sentire!” è la risposta pronta. Lei mette 9, io li boccerei! “E perché? Così è scritto sul libro!”. Ma, insegnare a ragionare, NO? A riflettere sulle cose, NO? Appassionare alla ricerca finalizzata al sapere, NO?

Quando mi chiedono di essere ascoltati dopo aver “studiato” mi prende un senso di angoscia. Non conoscono la differenza fra storia e storiografia: il libro di testo, qualsiasi cosa ci sia scritta, è lo strumento indiscusso, inappellabile.

Come potranno provare interesse verso l’altro, come potranno apprezzare e trasformare in ricchezza chi è portatore di una cultura diversa? Quando capiranno che i migranti sono un problema solo quando non servono braccia in campagna da pagare a poco prezzo?

Sarà questa la radice del sentire comune che trasforma i flussi migratori in un problema e la presenza di migranti sul nostro territorio un pericolo?

Ieri, affrontando per l’ennesima volta l’argomento, mi sono divertito a far ascoltare ai miei figli due canzoni che vi propongo.

 

https://www.youtube.com/watch?v=jp4wLi5Ptog

http://www.rockol.it/testi/79377970/nidi-d-arac-figli-di-annibale

 

https://www.youtube.com/watch?v=Et8eiLURIFk

https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=224&lang=it

Il muro

Il muro non è solo una costruzione fatta di pietre e cemento, una barriera realizzata per porre un confine, per tenere stretto e al sicuro ciò che pensi sia tuo. E’ la trasposizione di una idea, la versione materializzata di una verbalizzazione che ha la necessità di rafforzarsi attraverso una simbologia visibile, magari il più possibile, anche al tatto. Se il solo udito non risulta sufficiente, ti devo far vedere, toccare, ti devo far sentire anche l’odore, se posso, della mia repulsione nei tuoi confronti: “Non ti voglio!”. Anche a costo di dimenticare il passato e di rinnegare, manipolandola, la storia. La propria storia.

Gli Stati Uniti d’America (non come erroneamente si sente dire o si legge l’America) hanno costruito la loro potenza economica sull’immigrazione fino a quanto è stata funzionale ed era un valore aggiunto. Si, un valore aggiunto, un valore umano aggiunto.

Quando le macchine a controllo numerico facevano solo parte di un futuro lontano e non bastava spingere un bottone per avere la produzione c’era bisogno di forza lavoro, di braccia che, sottopagate e costrette a vivere in ghetti che con il tempo sono diventati quartieri, arrivavano da “oltre il muro”. Oltre quel muro, al tempo, c’erano l’Europa e il sud del continente americano.

Centinaia di migliaia di persone hanno affrontato viaggi di una durata temporale che è estranea a noi e, ancora di più, ai nostri figli: portando nelle loro valigie di cartone non solo le poche cose necessarie, ma le loro competenze, i loro saperi, l’unico vero patrimonio a loro disposizione. Muratori, falegnami, fabbri, partiti con bambini destinati a fare i garzoni o i semplici manovali. Anche chi semplicemente sapeva fare una pizza o cucinare un piatto di pasta ha contribuito alla costruzione del grande sogno americano. Tanti erano italiani che hanno attraversato un Oceano con le stesse aspettative di vita di chi oggi rischia la vita in mare aggrappato ad un gommone. Da una costa all’altra, spesso per sfuggire ad una morte certa o inseguendo un sogno: su una rotta diversa, dall’Africa verso l’Europa.

La storia dell’umanità è fatta di migrazioni, non esiste epoca che non ha conosciuto migrazioni!

Oggi gli USA sono pronti a spendere milioni di dollari per erigere un muro ai confini con il Messico e ai cittadini di sette Paesi è precluso l’ingresso. In Europa non spira un vento diverso.

Se esiste una risposta possibile o una domanda possibile per darsi una risposta a tutto questo, in maniera semplice ma altrettanto diretta, la trovi solo in una frase storica di Antonio De Curtis (in arte Totò): “Siamo uomini o caporali?”.

 

KEDIRA SECONDA PARTE.

Quando ha lasciato il suo Paese Kedira aveva da poco compiuto sette anni. I genitori le hanno fatto credere che partivano per una vacanza ma a lei era parso strano il fatto che, nelle settimane precedenti quella partenza, il papà era stato impegnato a disfarsi di tutto ciò che era in casa. “Al ritorno troveremo tutto nuovo!” fu la risposta della mamma impegnata a mettere insieme il minimo necessario per affrontare quel viaggio. Anche Kedira preparava le sue cose avendo capito che si sarebbe trattato di un viaggio che l’avrebbe tenuta lontana da casa per tanto tempo. Una lunga vacanza in Europa. Salendo nella macchina che segnò l’inizio del suo viaggio si accorse che mancava un pacco, quello dove aveva riposto i suoi giocattoli, quelli ai quali teneva di più. Quando chiese ai genitori di fermarsi un attimo per recuperare quel pacco il papà le disse che non serviva perché stavano andando in un Paese pieno, ricolmo di giocattoli. Kedira e i suoi genitori sono arrivati in Italia con una nave da trasporto, non su un gommone. L’unico ricordo che ha è quello di aver dormito in una cuccetta mentre i genitori erano accovacciati, spalle alla porta di quello stanzino quasi a protezione della piccola: “Quando ho aperto la porta, papà ha urtato la testa sul pavimento perché dormiva poggiato alla porta”. Lo sbarco all’alba, su una piccola imbarcazione che li ha lasciati su una spiaggia di Lampedusa.

Kedira, sempre estremamente educata, si alza. Questa volta davvero per andare in bagno. Io approfitto per scambiare qualche parola con il papà, per capire quanto fosse vero di quanto mi stava raccontando Kedira, per capire come a soli 12 anni si potesse avere tanta consapevolezza e lucidità nel racconto. “E’ tutto vero! –mi ha detto il padre- Il viaggio è costato 5000 euro e ho dovuto lasciare la macchina, una mercedes al mediatore che ci ha fatti imbarcare. Non potevo portare mia moglie e mia figlia su un gommone. Abbiamo venduto tutto, tranne la casa che ormai non c’è più, ma ora siamo qua. E ci sentiamo fortunati. A Kedira abbiamo dovuto raccontare tutto anche perché le prime settimane trascorse nel campo di accoglienza non avevano nulla che le potesse far credere di essere in vacanza. La televisione, poi, ha fatto il resto. Ha detto ciò che noi non avevamo neanche il coraggio di dire anche solo con le immagini”. Intento ad appuntare qualcosa sui tovaglioli, alzando lo sguardo mi sono accorto che Kedira era tornata a sedersi e sbirciava, con discrezione, fra i miei appunti (come sempre incomprensibili). Quando le ho chiesto se avesse ancora voglia di continuare il suo racconto mi ha sorriso e mi ha fatto notare che il mio bicchiere di vino era ancora pieno. Mi ha fatto una battuta in siriano che ha fatto ridere le persone che erano vicine. Ovviamente non ho capito e il mio sguardo è subito andato al padre che mi ha tradotto le parole di Kedira: “Vuoi vedere che si è già convertito?”. Ho riso anche io, di fronte a quella bambina-donna. Ma mi giravano nella testa le parole che poco prima mi aveva detto il padre: la televisione, poi, ha fatto il resto!

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Avevo deciso di non chiedere niente a Kedira, di raccogliere solo il suo racconto se avesse avuto ancora voglia di continuare a raccontare. Avevo di fronte una bambina cresciuta troppo in fretta, che quando ti parla ti guarda dritto negli occhi e ti mette in una situazione di imbarazzo, quasi di sfida! Aspettava che le chiedessi qualcosa, che le facessi qualche domanda e, per non restare con le parole del papà che ancora mi giravano nella testa le ho chiesto cosa le piaceva guardare in televisione. La risposta è stata agghiacciante: “Io la televisione non la guardo. L’ultima volta che l’ho vista c’erano le immagini della mia casa che non c’è più, della strada che percorrevo ogni giorno per andare a scuola ricoperta di pietre e macerie e non c’è più neanche la mia scuola”. E’ diventata triste. Ho pensato che non fosse il caso di andare oltre, di chiudere quella conversazione. Di smetterla di appagare la mia voglia di sapere rievocando fantasmi nella mente di una bambina. Volevo scappare e ho tentato di farlo. Quando le ho accarezzato la mano dicendo che dovevo andare via e che il suo racconto mi era rimasto impresso nella mente e avrebbe trovato un posto nel mio cuore ha voluto dirmi altre due cose: “Scrivi che papà è il mio eroe e che tu sei un bugiardo!”. Quando le ho chiesto perché mi stesse dando del bugiardo mi ha fatto notare che nella mano avevo tanti fazzoletti sui quali c’erano i miei appunti. E’ stato come se avessi tradito la sua fiducia. Con lei ho buttato quei fogli in un cestino. E’ stato un gesto istintivo, sentivo di avere tradito un patto fatto fin dall’inizio. Aveva ragione lei, non serviva registrare o scrivere: il vissuto raccontato ti resta dentro se lo ascolti. Se lo senti, un attimo dopo non c’è più!

Io ho provato a raccontarlo e l’ho fatto solo in parte, ho scritto solo una piccola parte della sua storia. Costringere in una pagina o due il racconto di un’ora per raccontare un vissuto è difficile. Sono tante le cose dette e non scritte di questa storia. Quando manderò a Kedira una copia (che mi ha chiesto) del mio racconto sono sicuro che mi chiederà che fine ha fatto tutto il resto.

In quei fazzoletti che abbiamo gettato insieme in un cestino?

No! E’ rimasto dentro, come aveva detto lei. Non ho dimenticano neanche una parola.

La terza parte, o tutto, la scriverò con lei se me lo chiede. Manca tanto di questo racconto.

Grazie Kedira per avermi regalato la tua storia.

KEDIRA – (I parte)  

image1Per non deludere per l’ennesima volta un caro amico che fa il parroco in una Chiesa di un paese della periferia di Bari, ho partecipato, ad una festa organizzata dai migranti che hanno trovato accoglienza in una comunità che, per quanto piccola e periferica, ha saputo rispondere alle direttive dello SPRAR creando una rete di accoglienza che resiste da qualche anno. Solitamente evito questo tipo di situazioni perché, quando mi è capitato di parteciparvi, mi sembrava flebile la potenzialità di integrazione: era tutto bello. Tante cose nuove, dal cibo ai vestiti, la musica e la voglia di pensare di essere in quella casa che hai dovuto abbandonare o in una città che non c’è più. Ciò che mancava era il pezzo umano che doveva includere, la comunità, le persone.

La situazione nella quale mi sono trovato non è stata molto differente: migranti, operatori e poche persone che frequentano la parrocchia. Ma è stata importante! Il mio solo rimpianto è di non averci portato i miei figli.

Una bambina siriana di 12 anni, che in realtà non so se definire bambina, ragazza o donna, stringendo la mano al papà, mi ha chiesto perché fossi là. Di fronte alla domanda e alla padronanza della lingua italiana ho cercato un diversivo per non rispondere immediatamente: non potevo dire che ero la perché amico del prete. Avrebbe tolto qualsiasi senso alla mia presenza in quel posto. Un attimo dopo le ho risposto, quasi d’impulso, che ero la per conoscere, per sapere, per raccogliere storie che mi avrebbero fatto crescere per uscire dalla mia abituale e monotona dimensione fatta di persone che incontri tutti i giorni con le quali non hai quasi più nulla da condividere, per regalarmi un incontro capace di rigenerare la passione cronica di sapere, di conoscere senza mediazioni. Lasciando la mano del papà, un medico al quale si rivolgono tanti migranti che sopperiscono al grande problema della non conoscenza della lingua italiana, è tornata porgendomi un bicchiere con una bevanda della quale non conosco il nome. Con uno sguardo ha chiesto al padre se potesse parlare con me. Lui ha acconsentito e, prendendomi per mano, mi ha invitato a sedermi con lei a uno dei tanti tavolini rimasti vuoti.

Anche io ho ricevuto il regalo che a Natale nessuno mi ha fatto: Kedira. La prima cosa che mi ha detto è stato il suo nome e poi mi ha regalato la sua storia. Una storia, forse, come tante altre e meno tragica di quante ne ho ascoltate. Kedira e i suoi genitori sono arrivati in Italia quattro anni fa, scappati dal Califfato prima che fosse presa Mosul. Quando ho capito che ciò che stava per raccontarmi avrebbe in qualche modo segnato la mia vita, le ho chiesto se potevo registrare con il telefono la nostra conversazione. Mi ha detto, a soli 12 anni, che preferiva di no perché se il suo racconto era davvero importante come io dicevo mi sarebbe rimasto impresso nella mente e avrebbe trovato un posto nel mio cuore. D’improvviso si è alzata, chiedendo quasi il permesso di farlo con un gesto. Credevo dovesse andare in bagno. Invece no. Aveva notato che avevo solo sentito l’odore della bevanda che mi aveva offerto poco prima. E’ tornata a sedersi porgendomi un bicchiere di vino e mentre poggiava il bicchiere sul tavolo ha detto: non devi per forza rispettare le mie regole. Io sono mussulmana. Tu no! Sei fai così mi fai sentire diversa. Hai detto che eri interessato alla mia storia, non che volevi cambiare la tua!”Una bambina di 12 anni, in un attimo e con poche semplici parole mi ha ghiacciato. Non sapevo cosa rispondere, cosa dire di fronte a chi tranquillamente, con naturalezza, ti aveva poggiato su un tavolo tante cose insieme. Non un bicchiere di vino! Libertà di essere, libertà di pensiero, libertà di vivere. Tutte le cose che, negate, l’hanno costretta a lasciare il suo Paese.

Poi è diventata un fiume in piena con una voglia incontenibile di raccontare, mentre io appuntavo qualcosa su un tovagliolo di carta.

L’ORRORE CHE FA DIVENTARE ADULTI

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Nelle stesse ore in cui il Papa ed il Presidente della Repubblica Italiana lanciano un appello a difesa dei profughi minorenni in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, dalle televisioni arabe rimbalza la notizia dell’ennesima atrocità commessa dai miliziani dell’ISIS ai danni di una donna e dei suoi quattro figli colpevoli di voler fuggire dal Califfato.
La condanna a morte è stata eseguita all’istante, per strada e senza sprecare un colpo. Arsi vivi sotto gli occhi della popolazione inerme che ha raccolto il messaggio chiaro degli jihadisti: nessuno lascia il Califfato senza pagare il prezzo più alto, senza pagare con la vita. Senza differenza di età o di genere. Anzi, più atroce è il massacro più chiaro è il messaggio di terrore che consente ai miliziani dell’ISIS di godere di uno scudo umano durante la inesorabile ritirata alla quale sono costretti dai raid aerei americani e dall’avanzata dell’esercito iracheno.
E questo, secondo quanto riferito dalla televisione libanese al-Manar, è solo una delle decine di atrocità e di ritorsioni su donne e bambini che qualcuno è riuscito a raccontare.
E proprio i bambini, minori non accompagnati, hanno fatto registrare un record di arrivi nel 2016.
Circostanza che ha spinto il Papa nell’Angelus a ritornare sul tema: “Questi nostri piccoli fratelli,specialmente se non accompagnati, sono esposti a tanti pericoli. E vi dico, ne sono tanti. E’ necessario adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti la protezione e la difesa, come anche la loro integrazione”.
Alle parole di Papa Bergoglio ha fatto eco il Presidente della Repubblica Mattarella che, ospite della Fondazione Migrantes, ha detto: “Si tratta di una realtà che interroga le coscienze di ciascuno e l’intera società. In discussione sono, infatti, valori fondanti della civiltà perché nei diritti e nelle opportunità dei più giovani si specchia il grado di umanità, di libertà, di coesione dell’intera comunità”.
Una riflessione, tra le tante udite e lette in questi giorni, che merita di essere riportata è quella della Presidente della Camera laura Boldrini che ha parlato di “bambini cresciuti troppo in fretta, diventati adulti nell’istante in cui hanno visto morire il padre e la madre o si sono ritrovati da soli a compiere il pericoloso viaggio verso l’Europa. Sono loro a pagare il prezzo più alto di questa migrazione forzata”.
Sono 22.846 i minori non accompagnati sbarcati in Italia e censiti. Non si conosce il numero dei minori scomparsi o occultati fra i circa 181.283 migranti sbarcati nel 2016 in Italia.
Certo, dalla qualità dell’accoglienza che riusciremo a mettere in campo, dipende il loro futuro. E forse anche il nostro, quello della società in cui viviamo e nella quale crescono anche i nostri figli.