Che sia Benedetta!

Pilato, un sogno, un pianto di commozione ai Mondiali di nuoto

«Taranto non la lascio, si può fare sport a certi livelli anche al Sud». Umile, lo studio prima di tutto. «Pura fibra bianca muscolare che sprizza velocità», aveva detto il suo tecnico. E’ l’atleta azzurra più giovane di tutti i tempi ad aver vinto una medaglia. Il sindaco Rinaldo Melucci le ha promesso una piscina olimpica.

Che sia benedetta. La vita della piccola Benedetta, che vuoi che siano quattordici anni per una gigante del nuoto, appena laureata vicecampionessa del mondo a Gwangju, in Corea del Sud. Lo stile preferito, i cinquanta metri rana. Quelli in cui ha pure minacciato per il massimo titolo la campionessa in carica, la statunitense Lilly King. Da non crederci. «Pensavo fossi arrivata terza, così ho scoppiato a piangere!». Terza, Benedetta? Seconda! «Seconda?», pianto a dirotto e testa sott’acqua. E’ la King, adesso rilassata, dopo la paura che quell’adolescente tarantina sul filo di lana le avesse annientato quella manciata di centesimi di secondo, la raggiunge e l’abbraccia. Commuove tutti. Alessandro Del Piero, campione del mondo, uno che non si è tirato indietro ai calci di rigore contro la Francia, davanti a un miliardo di telespettatori, non trattiene la sua emozione. Piange con lei, davanti alla tv. Fa di più, il campione, scrive su Facebook una lunga lettera alla ragazza.

Non è una favola, è «Tutto vero». La Gazzetta dello Sport, il giorno dopo le dedica una prima pagina che ricorda quel Mondiale di calcio in Germania. Tutto vero, appunto. Quella possiamo considerarla una copertina. «E’ nata una stella!», scrivono. E’ medaglia d’argento, ma per l’Italia è già “la campionessa”. Nessuno prima di lei aveva partecipato e vinto una medaglia ad un qualsiasi Mondiale. Quattordici anni e mezzo. Il suo pianto liberatorio, ha commosso il Paese. Benedetta, una di noi. Una che si è fatta strada cominciando ad allenarsi a Pulsano, perché di piscine e disponibilità, agli inizi, non ce n’erano. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, dopo l’exploit coreano ha subito promesso: «Costruiremo una piscina olimpionica!». Così Benedetta potrà dormire mezz’ora di più.PILATO 01 - 1«Lo studio, prima di tutto!», aveva detto prima di partire per i Mondiali. Testa sul collo per un’atleta che sta facendo vivere un sogno alla sua borgata, Talsano, dove abita insieme con papà e mamma. E ai suoi compagni di scuola, il liceo “Maria Pia”, dove colleziona primati che sfiorano il nove in pagella. La rivelazione dei Mondiali di nuoto nei cinquanta rana è una ragazza educata, serena. Semplice.

Benedetta sarebbe una ragazza come tante se non fosse arrivata dove in Italia nessuno era mai arrivato: una medaglia mondiale a quattordici anni e sei mesi. Federica Pellegrini, monumento del nuoto italiano, aveva cinque mesi in più di lei quando esordì in una staffetta a Barcellona, nel 2003. La Gazzetta dello Sport traccia un suo profilo.

Il papà, Salvatore, anche lui un passato nel nuoto, è dipendente della Marina Militare a Grottaglie. Mamma Antonella, commessa, giocava a pallavolo. Il fratello Alessandro, come Del Piero, dieci anni, preferisce il calcio al nuoto. I consigli tecnici, però, arrivano dalla nonna. Che poi, altro che nonna, è giovane anche lei. «Ti è mancata l’ultima bracciata – le ha detto quando l’ha sentita – hai mollato prima, altrimenti avresti vinto!».

Benedetta Pilato comincia a due anni. A quattro, viene seguita dal suo primo e unico allenatore, Vito D’Onghia. «Questa ragazza – dice il tecnico – si vede a occhio nudo, è pura fibra bianca muscolare che sprizza velocità». Aveva ragione.

Benedetta frequenta il primo anno di Scienze applicate Maria Pia di Taranto, media dell’8,8. Dopo la scuola, un sonnellino, compiti e due ore di allenamento al “Solaris” di Pulsano. Piscina da venticinque metri. In Puglia da cinquanta ce ne sono poche. E lei, Benny: «Taranto non la lascio, si può fare sport a certi livelli anche al Sud». Che sia benedetta.

«Più spazio ai coloured!»

Tamara Wilson, il soprano delle polemiche alla vigilia dell’Aida

Non truccarsi il viso di nero per l’opera di Verdi all’Arena di Verona, è stata solo una provocazione. La cantante americana voleva segnalare l’impiego con il contagocce di artisti di colore nel mondo della lirica.

«Non voglio essere un ingranaggio in un meccanismo di razzismo istituzionalizzato». Parole forti, giunte quando meno te l’aspetti alla vigilia del debutto all’Arena di Verona. Città scaligera che si divide in due, anche se la maggior parte di questa riflette e si schiera con Tamara Wilson, soprano americano, che ha “tweettato” il suo punto di vista mediante uno dei social più veloci. Così il rimbalzo nelle redazioni di radio e tv, in quelle dei giornali. In Italia, dove apriamo dibattiti su qualunque cosa, dal cagnolino della Ricciarelli che “parla” e sui presunti furti di magliette del cantante Marco Carta, figurarsi se non c’è spazio per fare il punto su una provocazione così forte. In Italia, all’Arena di Verona, poi. Nella città dove talvolta si registra certa insofferenza per i “coloured” e la Lega il più delle volte vince a braccia alzate consultazioni elettorali.

Ma non spostiamo troppo il ragionamento, considerando che la provocazione, per così dire, provocata, merita una riflessione. Se non altro per il coraggio manifestato dalla Wilson. Altrimenti che li consultiamo a fare i social.  Dunque, «Non mi trucco, questo è razzismo istituzionalizzato». Detto che non osiamo pensare a un Gigi Proietti che riporta in scena “Otello” e alla vigilia della prima sbotta, il soprano imposta la voce e urla per farsi sentire, ma non per cambiare il colore della pelle alla protagonista dell’opera di Verdi, ma per portare a galla altro. Scandisce il messaggio forte con la sua voce perché la sentano ovunque.

In realtà, diciamo, anzi, scriviamo, qualcosa che altri – solo per questione di tempo e spazio, cosa andiamo a pensare… – la Wilson motiva il suo gesto con una protesta contro lo scarso impiego di persone di colore nel mondo della lirica. E qui la provocazione assume un altro aspetto. «Capisco che in molti non saranno d’accordo, ma devo convivere con me stessa». Intanto, Italia, terra di compromessi, qualcosa la Wilson la ottiene: ha ottenuto una gradazione più chiara per lo spettacolo di debutto.

CRONACA E CONCETTI

Per onore di cronaca, Aida. Lei è etiope, schiava degli egizi e da che Aida è Aida si sono sempre differenziati i due popoli in guerra dandoci parecchio consumando per le rappresentazioni liriche, tanto, ma tanto lucido da scarpe.

Dunque, Tamara Wilson non vuole ribaltare il “copione” verdiano, ma imprimere una decisa spallata al sistema lirico: giù qualsiasi ostacolo, più donne di colore nelle rappresentazioni sceniche. «Ho vinto una battaglia, ma non la guerra», ha scritto la cantante su Instragram alla vigilia della sua  Aida in Arena (stasera la sua ultima apparizione) annunciando in un primo momento di non voler essere truccata di nero, come prevede il personaggio (Aida, si diceva, schiava egizia).

Ma come ha reagito il popolo del web. Premesso che, in via generale, negli Stati Uniti truccarsi di nero per rappresentare persone di colore viene considerato poco rispettoso, il soprano ha insistito. «Spero che la mia voce serva ad aprire un dibattito», ha ribadito. Dibattito già cominciato, fra gli addetti ai lavori che sui social. «Grazie per il tuo coraggio e per aver aperto una discussione su questo tema»; «Sono queste le decisioni che cambiano il mondo»; «Il “blackface” è razzismo e non è colpa tua se il loro casting è razzista. Spero che il tuo gesto abbia fatto capire qualcosa a tutti loro».

Non sappiamo quanto durerà questo dibattito, di sicuro è ora di non schierarsi troppo spesso dalla parte del “politicamente corretto”. Essere social, fare sociale, significa dare voce a chiunque, anche a chi non ci trova d’accordo. Non esisteva Instagram o Tweet ai tempi di Voltaire, quando gli attribuirono una delle frasi più belle mai pronunciate dall’uomo: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». Sarebbe stata Evelyn Beatrice Hall (pseudonimo S.G. Tallentyre) nel 1906 a scriverlo nel suo “The friends of Voltaire” (ecco la confusione).

Detto questo, se questa frase fosse stata ribattuta oggi, di sicuro l’avremmo “ritweettata” facendo il paio con «Apriamo il mondo della lirica a più gente “coloured”!», firmata da Tamara Wilson. Che non finiremo mai di ringraziare per aver spostato il dibattito dal salotto di casa Ricciarelli al palcoscenico dell’Arena di Verona.

Vino sostenibile

“12eMezzo” e una griffe già nota: Varvaglione1921.

Lanciato sul mercato un progetto più moderno ed eco-compatibile.

Fra un po’ anche i media nazionali, si accorgeranno che Taranto non è “tutto fumo”. Dunque, acciaio, un’industria che proprio non riesce a liberarsi da una marcatura  asfissiante di chi vuole sì il lavoro, ma non riesce in modo convinto, e unanime, a salvaguardare il bene primario: la salute.

Se poi alla salute vai incontro, come stanno facendo imprenditori illuminati che investono sulla ricchezza del territorio, coltivazioni senza contaminazioni, prodotti chimici, capisci che da queste parti ormai si suona un’altra musica.

Detto di masserie nei dintorni, degli “stretti” della Città vecchia, delle antiche vestigia di una bellezza senza tempo, ecco che dalla mente di investitori dalla vista lunga, scaturisce un altro prodotto delle nostre terre. L’ultimo brand dello nostro territorio è, infatti, una linea di vini completamente sostenibile. Dalla vigna alla bottiglia 12eMezzo: è questo, il progetto più moderno ed eco-compatibile lanciato sul mercato e che porta una griffe già nota: Varvaglione1921.

Grazie alla presenza a stazioni meteo che valutano tutta una gamma di parametri, in campagna non esistono più – come dire – “trattamenti” se non quelli realmente necessari e richiesti dalla pianta. Sostenibilità, la parola d’ordine. E’ l’unico passpartù che consente la scelta dei supporti riciclabili della RAF cycle, fino alle carte certificate FSC, marchio che identifica i prodotti provenienti da foreste gestite in maniera corretta e responsabile secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

Volendola fare breve: carte che provengono da foreste gestite in maniera sostenibile. Ciliegina sulla torta, meglio, tappo sul collo della bottiglia? Detto fatto, anche il tappo è frutto di una ricerca e di un investimento teso alla tutela dell’ambiente poiché si è optato per un prodotto, targato Normacorc, al 100% e prodotto in fibra di canna da zucchero.

Il brand è un impegno, onestà imprenditoriale e rispetto della clientela, che dall’attenzione all’ambiente passa all’unicità di un’etichetta che cambia per essere al passo con i tempi. Impercettibile, dirà qualcuno. Sostanziale, sostengono invece molti altri. Ecco la nuova immagine scelta da Varvaglione1921per la linea 12eMezzo.

«Siamo intervenuti graficamente – spiega Marzia Varvaglione – per  valorizzare i dettagli e spingere sull’identità, per unificare il layout ma, attraverso alcuni particolari, evidenziare ancora più l’unicità di ogni bottiglia». Uniformati i colori delle capsule per differenziare la selezione dei rossi da quella dal resto della collezione per rafforzare l’appartenenza di ogni vino a quella che per Varvaglione1921 è una delle linee più amate in Italia e all’estero dove è presente in 60 Paesi.

«Ci sembrava importante dare un’idea di continuità – prosegue Marzia Varvaglione –  anche grafica sugli scaffali delle enoteche o in qualunque luogo in cui le bottiglie vengono o verranno esposte: abbiamo differenziato il colore per ilPrimitivo e per il Negroamaro per dare a ciascuna bottiglia anche una vita propria nel segno della riconoscibilità e siamo intervenuti, graficamente, sulla laminatura che da color argento è diventata dorata».

In buona sostanza, un lavoro di rifinitura guardando ad una comunicazione efficace, immediata e moderna alla quale si è unito un lavoro che ha puntato sulle sensazioni che, su ciascuna etichetta, prendono la forma degli elementi che si sentono al naso dalla degustazione olfattiva.

La collezione 12eMezzo è il risultato di questo ultimo progetto. Un grande appeal che ha visto la collaborazione tra Varvaglione1921 con l’Università di Udine che, insieme, hanno lavorato affinché, partendo dai vitigni autoctoni di origine pugliese, si mettessero in bottiglia vini con il medesimo grado alcolico. Da questo, che si attesta sui 12,5% alc, è derivato anche il nome di quella che è una linea che sta riscuotendo un grandissimo favore da parte dei mercati italiani e internazionali.

12eMezzo riflette pienamente la filosofia della famiglia Varvaglione nell’utilizzo dei tradizionali vitigni autoctoni pugliesi, implementando al contempo un moderno processo di vinificazione. Questo dà origine a vini freschi e innovativi che sono unici nel loro packaging. Un progetto che a distanza di qualche anno ha ricevuto la giusta attenzione per renderlo più moderno e ancora più accattivante nella sua immagine.

Taranto è anche questa. Vuole essere soprattutto questa. Una ripartenza, dalla propria tradizione in poi. Quando il nostro territorio in fatto di “tavola” ha dato punti (e spunti) a chiunque.

«Puglia, terra magica»

Carlo Verdone, concluse le riprese del film “Si vive una volta sola”

«Accogliente, da visitare, da gustare. Parliamo di amicizia e insoddisfazione, nonostante i quattro amici protagonisti siano medici affermati. Scherzi, come accade nella migliore tradizione dei film corali e un pizzico di cinismo, anche se qualcosa cambierà la vita dei quattro protagonisti»

«La Puglia, gran bella regione, ci sarà un motivo se viene segnalata in Italia e all’estero come la più bella in assoluto». A pochi giorni dal «tutti a casa» giunto dal set del film “’Si vive una volta sola”, dopo otto settimane di riprese in Puglia, il regista-attore Carlo Verdone insieme con Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora, in un’affollata conferenza-stampa ha raccontato l’esperienza pugliese. Il film è prodotto dalla De Laurentiis, patron del Napoli e della squadra del Bari (non è detto che Aurelio non abbia voluto fare un “regalo” alla piazza pugliese) con il sostegno di Apulia film commission. Il film, altro non è che un viaggio verso i mari del Sud di quattro amici medici.

«E’ pure qualcosa di più della storia di un’amicizia –   ha dichiarato Verdone in conferenza – per scegliere i luoghi dove girare, ho percorso in lungo e in largo l’Italia meridionale e quasi istintivamente ho scelto di andare a destra e non a sinistra: ho fatto bene perché la gente e i luoghi si sono dimostrati ideali. Ma è stato in fase di montaggio che ho anche scoperto una luce, una luminosità e dei colori affascinanti». In conferenza, interviene anche un altro dei protagonisti di “Si vive una volta sola”. Anche se lucano, Papaleo conosce bene questi posti. «La Puglia è una regione che potrebbe trascinare la rinascita per il Sud che, se vuole riscattarsi, può farlo partendo dalla cultura».

Scena prima scena del film. Il chirurgo di fama Carlo Verdone sottopone alla risonanza magnetica addirittura il Papa. Non è un esordio in veste di specialista, nella sua lunga carriera cinematografica l’attore-regista aveva già indossato il camice bianco: in “Manuale d’amore” era un pediatra, in “Viaggi di Nozze” il cinico Raniero Cotti Borroni, in “Italians” un dentista. E, nella vita, Verdone. «Ho salvato la pelle a più di un amico grazie al mio intuito di medico mancato: diagnosi e farmaci sono sempre stati la mia passione e spesso gli amici mi chiamano per un consulto: dico la mia opinione, ma, sia chiaro, indirizzo l’interlocutore allo specialista«».VERDONE Domenicale 2 - 1A un primo incontro con la stampa, raffica di aneddoti. Per esempio, di quella volta che, indossato un guanto da cucina, eseguì una visita prostatica sull’amico sofferente arrivando a scoprire il brutto male incredibilmente sfuggito al luminare che l’aveva in cura. Siamo nel cuore del Salento, in un’atmosfera effervescente Verdone gira davanti e dietro alla cinepresa la sua nuova scoppiettante commedia.

“Si vive una volta sola” è una storia corale, a tratti crudele, costellata di colpi di scena (la sceneggiatura è firmata da Verdone, Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino) e interpretata da un quartetto di attori importanti. Con Verdone, infatti, recitano Anna Foglietta, Rocco Papaleo e Max Tortora. «Formiamo un’équipe chirurgica di altissimo valore ma, mentre nel lavoro siamo affiatati e imbattibili, nella realtà abbiamo tutti vite private disastrose scandite da fallimenti e solitudine. Così ci buttiamo sulla goliardia, organizzando epiche beffe e scherzi feroci», anticipa Verdone.

Nel corso di una vacanza in Puglia, motivata da uno scopo necessario che lo spettatore scoprirà solo alla fine del film, i quattro impareranno a fare i conti con se stessi, con le loro certezze e le loro paure, con fragilità e ambizioni. «La loro amicizia restituirà a ciascuno la verve e la voglia di riscatto: sarà un film molto dinamico, vedrete», spiega il produttore Aurelio De Laurentiis, sul set con il figlio Luigi. «In buona sostanza, un road movie destinato a concludersi con fuochi d’artificio». Da vedere, come le bellezze della Puglia. Che non è solo cultura, ma una regione ospitale, affascinante, bella. E buona, considerando il verde, le ricchezze della sua terra, e la gastronomia che da queste parti non si batte.

Nonno, fa caldo!

Estate, semina malanni e attenta alla Terza età

Suggerimenti su come assistere gli anziani. Ministero della Salute e “fai da te”. Strutture, Case di cura e Centri diurni, una soluzione per ciascun problema. Fidarsi di chi fa accoglienza e ha esperienza nell’assistenza.

Estate, arriva il caldo canicolare. Con l’aumento delle temperature per molti anziani si ripresenta il solito problema. Riconducibile, di solito, su due direttrici: la salute, da tenere ancora più sotto stretta osservazione, e parenti e familiari che si allontanano in quello che potrebbe essere il maggior periodo a rischio, perché incombono le vacanze per i ragazzi, le ferire per i più grandi. E i nonni, quelli restano a casa, a portata di cellulare. Gli anziani che non vanno a rimorchio di figli e nuore, restano in città. Qui la colonnina di mercurio sale alle stelle. A partire dai primi Anni 2000, le conseguenze gravi durante i giorni di massimo calore sono diventate più frequenti. Da quando in Italia come nel resto d’Europa, si sono registrate ondate di caldo anomalo che hanno provocato, specie nelle grandi città, un aumento dei ricoveri e dei decessi nella popolazione anziana.

Il Ministero della Salute in più occasioni ha realizzato e distribuito un opuscolo, che fornisce raccomandazioni e consigli per prevenire danni conseguenti a calore e garantire un adeguato livello di benessere.

Tra i fattori importanti da valutare: l’età, la presenza di patologie e l’assunzione di farmaci. Quando si è stabilito se la persona assistita può essere un soggetto a rischio, occorre essere in grado di individuare i sintomi che indicano un grave stato di sofferenza dovuto al caldo: crampi, piccoli arrossamenti e rigonfiamenti della pelle e la riduzione di alcune attività quotidiane sono i primi sintomi, non ancora gravi, di malessere della persona assistita. La salute, invece, è in pericolo quando l’anziano manifesta confusione mentale, o si verifica l’aggravamento di una confusione mentale già presente (mal di testa, convulsioni). Se si agisce quando si manifestano i primi sintomi, si possono trovare soluzioni per il recupero dello stato alterato, ma se i sintomi sono gravi occorre rivolgersi con urgenza al medico.

IL MINISTERO DELLA SALUTE CONSIGLIA…

Qualche indicazione sulle quali prendere nota. Quando fa molto caldo e in casa ci sono persone anziane, la temperatura deve essere mantenuta non oltre i 26° C e il tasso di umidità presente non deve superare l’80%; molto importante arieggiare la casa durante le ore notturne e proteggere porte e finestre dall’azione diretta dei raggi di sole durante il giorno; importante anche individuare nell’abitazione il luogo che meglio può essere mantenuto fresco e strutturarlo per poterlo abitare nei momenti più caldi. I ventilatori è bene siano disposti in modo da mantenere nell’ambiente un buona circolazione dell’aria senza coinvolgere direttamente la persona.

Se possibile, evitare di uscire nelle ore più calde della giornata: tra le 11 e le 18, ma è importante giornalmente fare un po’ di movimento riuscendo a frequentare parchi e luoghi verdi, indossando abiti leggeri in fibre di cotone, lino in grado di garantire la traspirazione, di colore chiaro e con il capo coperto da cappelli di paglia o cotone.

Passiamo all’alimentazione:  evitare bevande alcoliche, ghiacciate e gassate, i cibi grassi e di difficile digeribilità. Occorre bere molto, almeno due litri di acqua al giorno, ma non acqua ghiacciata, privilegiare brevi spuntini di frutta e verdura, anche sotto forma di spremute, frullati e centrifugati. Ecco perché compito principale di un parente o dello stesso anziano, è verificare che in casa si possa disporre sempre di ghiaccio, acqua e frutta.

L’anziano deve inoltre sostare per periodi di 3-4 ore in luoghi più freschi, se è allettato può essere utile sottoporlo a periodiche spugnature fresche e controllare con attenzione la temperatura corporea, evitando di somministrare antipiretici (aspirina e tachipirina) se viene la febbre: meglio in tal caso chiamare subito il 118.

STRUTTURE PER CHI HA SUPERATO GLI “ANTA”

Detto di come dovremmo prenderci cura di un anziano, passiamo ora a un altro aspetto che riguarda la terza età. Se gli anziani genitori, per mille motivi non possono essere assistiti direttamente dai propri figli o familiari, esistono strutture che possono prendersi cura di un congiunto che da tempo ha superato gli “anta”.

Diverse sono le tipologie di “Case di cura” che oggi ospitano gli anziani. Ognuna di queste, con caratteristiche diverse. Quando si parla di case di riposo, case albergo per anziani, case soggiorno o case vacanze per anziani, il più delle volte facciamo riferimento sempre allo stesso tipo di struttura: qualcosa di socio-assistenziale e residenziale per anziani che non presentano patologie particolarmente gravi e, quindi, solo in parte non in sono grado a badare a se stessi.

Le case di riposo forniscono agli anziani ospitalità ed assistenza, organizzano attività ricreative in modo da stimolare i propri ospiti a socializzare e a tenersi impegnati. Anche una comunità-alloggio rientra in questa categoria, ma in molti casi ha un dimensione inferiore rispetto alla casa di riposo: mentre la casa di riposo può arrivare ad ospitare fino a centoventi persone, la comunità-alloggio ha una capacità massima di dodici posti letto.

RSA, CASE PROTETTE E CENTRI DIURNI

Si tratta di strutture socio-sanitarie residenziali che si prestano ad ospitare persone che hanno un grado di non autosufficienza molto elevato: nella RSA vengono, infatti, forniti servizi riabilitativi che hanno l’obiettivo di migliorare lo stato di salute della persona anziana. In questo caso la capacità ricettiva massima è di centoventi posti letto, divisi solitamente in nuclei di venti o trenta anziani.

I centri diurni assistenziali invece rientrano nella categoria delle strutture socio-sanitarie che lavorano solo di giorno: in pratica sono dei circoli frequentati da anziani con diversi gradi di non autosufficienza. L’obiettivo di queste strutture è aiutare le famiglie di persone anziane e in difficoltà, cercando di stimolare ogni persona con attività ricreative in modo da preservarne l’autonomia. I centri diurni sono in grado di ospitare fino a venticinque persone.

In una casa di riposo sono garantite l’assistenza tutelare, i pasti, lo svolgimento di attività ricreative ed aggregative in modo che le persone socializzino tra loro, l’assistenza per lo svolgimento delle attività di ogni giorno e l’eventuale assistenza medica, che consiste nella somministrazione di medicinali e in attività riabilitative. Prevista, ovviamente, la presenza di medici, animatori, personale impegnato nelle terapie, infermieri professionali.

Decidere di trasferire una persona anziana in una casa di riposo oppure in una casa protetta non è una scelta facile, in quanto le variabili da valutare sono diverse. Prima di assumere una decisione, importante visitare una o più strutture. E’ bene che il trasferimento possa tenere costante benessere e abitudini dell’anziano. La scelta deve essere dell’anziano e in base alle sue necessità. E se la scelta dovesse essere più complicata del previsto, chiedete una mano a chi ha esperienza nell’accoglienza e nell’assistenza di gente bisognosa.

Ex Ilva, diamo i numeri

“Sole 24 Ore”, diecimila posti di lavoro a rischio

Secondo l’ex ministro Calenda, oggi all’opposizione, la chiusura del siderurgico manderebbe a casa il doppio dei dipendenti (cifre allargate all’indotto). Fra le due tesi, una città divisa fra quanti difendono l’occupazione e quanti la salute.

Quanto perderebbe l’Italia in fatto di ricchezza se l’ex Ilva chiudesse i battenti.  La riflessione scaturisce da un articolo apparso nei giorni scorsi sul quotidiano “Il Sole 24 Ore” che ha pubblicato un’analisi econometrica commissionata allo Svimez, associazione privata per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Secondo lo studio svolto dall’organo di informazione di Confindustria, dal sequestro (luglio 2012) a oggi si sarebbero persi ventitré miliardi di euro di Prodotto interno lordo (1,35% della ricchezza nazionale). Fra il 2013 e il 2018, la perdita sarebbe stata ogni anno fra i tre e i quattro miliardi di euro l’anno.

Secondo Il Sole 24 Ore, la riduzione delle ricchezza nazionale proseguirebbe anche quest’anno, in virtù della decisione di ArcelorMittal nel mantenere a poco più di cinque milioni di tonnellate la produzione di acciaio, anziché i sei milioni tondi promessi al momento dell’insediamento a nella capitale dell’acciaio italiano. Secondo lo stesso studio, pertanto, la ricchezza nazionale bruciata nell’arco dell’intero anno corrente sarà superiore ai tre miliardi e mezzo.

IPOTESI CHIUSURA…

Nell’ipotesi che l’intero stabilimento chiudesse, l’azzeramento della produzione di acciaio (i sei milioni di tonnellate anzidetti) sarebbe di una perdita vicina ai ventiquattro miliardi di euro. In buona sostanza, secondo l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, se l’ex Ilva di Taranto dovesse chiudere, si perderebbero 20 mila posti di lavoro e un punto di Pil.

L’attuale europarlamentare del Pd fa riferimento a una stima, dunque non a un dato ufficiale: 8.200 (oltre 10 mila se si considera l’intera società ArcelorMittal Italia), sono invece i dipendenti dello stabilimento, dunque meno della metà del numero indicato da Calenda (ma ci sarebbe l’indotto…).

Tre giorni fa, ospite a Zapping su Radiouno, infatti, l’ex ministro dello Sviluppo economico  ha dichiarato che “chiudere l’Ilva – parole sue – vuol dire perdere un punto di Pil e mandare a casa ventimila persone”.

Un giorno prima, dunque il 26 giugno, l’amministratore delegato del ramo europeo di ArcelorMittal (multinazionale guidata dall’indiano Lakshmi Mittal), ha dichiarato che a settembre l’ex Ilva rischierà di chiudere a causa di una norma contenuta nel cosiddetto “Decreto Crescita” (convertito in legge dal Senato il 27 giugno).

IMPUNITA’, DI MAIO AVEVA AVVERTITO

Un dossier del Servizio studi del Senato che fa riferimento a un articolo contenuto nel Decreto, infatti, stabilisce che dal prossimo per i responsabili dello stabilimento non varrà più l’impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, elemento per l’amministratore delegato europeo indispensabile per risolvere i problemi ambientali dell’ex Ilva fino al completamento del Piano ambientale.

Detto in soldoni, secondo i critici di questa misura, sostenuta dal ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio, il rischio è che i manager dell’ArcelorMittal vengano esposti a rischi di carattere legale per una situazione che hanno ereditato (dunque non causato) e quindi non vengano messi in condizione di poter mettere in regola una volta per tutte lo stabilimento.

Secondo quanti sono invece favorevoli, lo scopo dell’abolizione dell’impunità è quello di garantire la tutela della salute per i cittadini di Taranto. Il ministero presieduto da Di Maio in una nota aveva affermato che “ArcelorMittal era già stata messa al corrente del provvedimento a febbraio 2019 e che il governo è al lavoro affinché l’azienda continui ad operare nel rispetto dei parametri ambientali”.

DIECIMILA (ARCELORMITTAL), VENTIMILA (EX ILVA, PIU’ INDOTTO) POSTI A RISCHIO

Ma vediamo quanti sarebbero i posti di lavoro a rischio. L’intesa sottoscritta lo scorso settembre prevedeva che l’azienda si impegnasse ad assumere in totale 10.700 lavoratori (secondo l’esistente inquadramento contrattuale). Per i circa tremila dipendenti restanti, ArcelorMittal si era impegnata a finanziare un piano di incentivi per l’esodo volontario e ad assumere tra il 2023 e il 2025 qualsiasi lavoratore fosse rimasto nell’Amministrazione straordinaria di Ilva.

Allo stato, cifre alla mano, lo stabilimento dell’ex Ilva di Taranto conta circa 8.200 dipendenti (e non  ventimila come detto da Calenda). Se si considerano tutti i dipendenti del gruppo ArcelorMittal in Italia, questo numero si aggira intorno agli 11 mila, anch’esso inferiore alla cifra riportata dall’ex ministro Calenda. Ma, diecimila o ventimila che siano i posti di lavoro in ballo, di certo fra le schermaglie Governo-Industria-Calenda, in mezzo esiste una città che trema. Messa al centro fra salute e occupazione, Taranto vive in una situazione contrastante: migliaia di famiglie che vivono di Ilva, e migliaia di famiglie che, fra passato, presente e futuro, vivono quotidianamente l’angoscia di un male già manifestato o che potrebbe manifestarsi a causa di un inquinamento industriale combattuto, ma ancora non debellato. Dal suo canto, ArcelorMittal ha avviato attività di contrasto al fenomeno inquinante con la copertura dei parchi minerali.

Ancora due mesi, infine sapremo quale sarà il futuro di una città di cui tutti parlano, ma che si sente sempre più sola.

Una mano sul cuore

Giuseppe Bungaro, diciannove anni, già Eccellenza italiana

A quindici ha inventato un nuovo stent pericardiaco. Insignito dal presidente della Repubblica, ha lavorato in una pizzeria per pagarsi scuola guida e benzina per andare spesso a Lecce, ad assistere ad interventi in sala operatoria.

Scienziato in erba. Ha appena diciannove anni, all’età di quindici aveva ideato un nuovo stent pericardiaco capace di ridurre ai minimi termini i rischi post-operatori dei pazienti. Lo scorso anno aveva vinto la Medaglia d’oro alle Olimpiadi internazionali dei Progetti Scientifici, tanto da esser autorevolmente inserito nelle Cento Eccellenze Italiane in veste di giovane talento della medicina (European Union contest for young scientists).

L’ultimo riconoscimento lo ha ritirato a Taranto, nella Cattedrale di San Cataldo in Città vecchia. Cornice, il “Mysterium Festival”, la rassegna di Fede, Arte, Cultura, Musica, Storia e Tradizione promossa dal Comitato scientifico presieduto da Donato Fusillo, coordinato da Adriana Chirico, e patrocinato dall’Arcidiocesi di Taranto in collaborazione con Comune di Taranto, Orchestra della Magna Grecia, Mibac, Regione Puglia e le Corti di Taras. Alla fine del concerto di Pasqua, eseguito dall’Orchestra della Magna Grecia e diretto dal maestro Piero Romano, il celebrato diciannovenne in questione, Giuseppe Bungaro, si è lasciato andare ad una convincente dichiarazione. A porgli il microfono, Nicla Pastore, conduttrice della serata. «Sono fiero del premio – ha dichiarato Bungaro, studente tarantino arrivato da Fragagnano, dove vive insieme con i suoi genitori – è segno che la città di Taranto non perde di vista i suoi figli che si impegnano in qualsiasi campo della vita, nella Medicina nel mio caso; anche per questo motivo, fiero della mia gente, difficilmente andrò via dall’Italia, non mi farò lusingare da borse di studio provenienti dall’estero…».COPERTINA Domenicale - 1 copiaMEGLIO IL SILENZIO DI UNA SALA OPERATORIA, CHE APPLAUSI

Applausi a scena aperta. Disinvolto nel parlare, Giuseppe, tradito dall’emozione, il suo viso arrossisce a causa di tanta attenzione. Preferisce di sicuro il silenzio della sala operatoria. Agli applausi le pulsazioni di un cuore, che può finalmente osservare stando ad un passo dal professore Luigi Specchia, il chirurgo che lo considera a ragione uno dei suoi più attenti “collaboratori”. Anche se quel giovanotto con quel paio di occhialoni si direbbe disposto a fare qualcosa di più, oggi deve solo assistere. «E’ già tanto – dice a proposito Giuseppe Bungaro – ho sempre sognato di far parte di una equipe medica, in qualche modo ho coronato il mio sogno: voglio fare il chirurgo, ma oggi mi accontento di fare lo spettatore, imparare le tecniche grazie a un grande chirurgo».

Bella la storia di Giuseppe. Non avendo ancora diciotto anni, dunque non avendo la patente, si svegliava all’alba per prendere il treno del mattino e trasferirsi Lecce, destinazione la città ospedaliera. partendo da Taranto. Aveva tenuto uno stage al Maria Cecilia Hospital di Cotignola, vicino Ravenna. Con l’aiuto di papà e mamma aveva preso casa in fitto, non voleva saltare una sola lezione. «Cose dell’altro mondo – ha dichiarato più di una volta Specchia, il suo “insegnante” – mai viste cose così, un giovanissimo così appassionato di Medicina, un predestinato alla carriera di chirurgo». Oggi Giuseppe ha diciannove anni. Lavora il sabato sera in pizzeria, mettere i soldi da parte per pagarsi la benzina e viaggiare da Taranto a Lecce.

PATENTE E BENZINA, COL LAVORO IN PIZZERIA

Figlio di un operaio Ilva, Bungaro comincia la sua esperienza in sala operatoria con Fausto Castriota, coordinatore dell’Unità Operativa di Emodinamica e Cardiologia Interventistica di Maria Cecilia Hospital e ora all’Humanitas di Bergamo. Passava le estati in Romangna, a Lugo. Lo ricorda bene il professor Specchia, cardiochirurgo di Lecce con cui oggi collabora il giovane tarantino. Castriota gli telefonò chiedendogli se avesse voluto seguirlo personalmente, considerando che Giuseppe aveva un solo desiderio: fare il chirurgo. Così è tornato a casa.

Giuseppe si presenta in ospedale quando può. Approfittando di qualche giorno di sciopero o durante assemblee scolastiche. Nel marzo scorso, il presidente Sergio Mattarella lo ha nominato ‘Alfiere della Repubblica’. Completata la maturità, Giuseppe tenterà il concorso a Roma per entrare alla facoltà di Medicina. «La tentazione di trasferirmi all’estero – ha detto Giuseppe – e diventare cardiochirurgo l’ho anche avuta, ma voglio restare nel mio paese, aiutare la mia gente, quanti avranno bisogno di assistenza».

Puglia, la più bella

National Geographic conferma, è la regione più affascinante del mondo

Dal Barocco, ai muretti a secco, i trulli di Alberobello e Martina Franca, le masserie, i trabucchi, il mare cristallino del litorale. La tranquillità di borghi straordinari, l’incredibile tradizione enogastronomica dello Ionio con i suoi i prodotti di terra e di mare. Le sue spiagge celestiali, il Gargano e il Salento.

Inutile che gli altri si affannino per recuperare terreno. Anche quest’anno le diverse località turistiche non solo italiane, dovranno farsene una ragione: la Puglia è la più bella regione del mondo. Senza “se” e senza “ma”, come si dice in casi simili. L’Italia è il Paese più bello al mondo, un Museo a cielo aperto dicono gli studiosi e quanti da non sappiamo nemmeno quanto tempo. Dunque, la Puglia è il meglio del meglio. Non lo dicono gli italiani, bensì gli esperti. Non una entità pressoché sconosciuta creata ad hoc per incoraggiare gli imprenditori pugliesi alla vigilia di un’estate che proprio non si era presentata nel migliore dei modi.

Qui bisogna parlare inglese, scriverlo e leggerlo: da anni, infatti, da soli, in coppia, poi tutti e tre insieme, National Geographic, Lonely Planet e il New York Times, hanno eletto la “più bella delle belle”. Quasi fosse un concorso riservato alle miss. Prendetevi un attimo di tempo, qualche istante. Massì, esageriamo, anche due, tre secondi e fatevi una domanda. Vivete in un Paese mozzafiato; non basta, i pugliesi hanno la fortuna di abitare nella regione in assoluto più bella che esista sul globo terracqueo e non lo sapevate?

Anche quest’anno, infatti, la Puglia si è aggiudicata il “Best value travel destination in the world”, riconoscimento che l’aveva messa in relazione con centinaia di altre destinazioni in tutto il mondo. A definire la Puglia, la regione più bella al mondo, sono stati tre colossi della comunicazione e dello studio: National Geographic, Lonely Planet e il New York Times. Diverse le discipline messe sotto la lente d’ingrandimento: arte, cultura, natura e, ovviamente, le tante bellezze che il nostro territorio vanta e rappresentano un patrimonio di cui andare fieri.

MARTINA E LE MASSERIE, IL BAROCCO E LA TAVOLA

Dal Barocco del Salento, ai muretti a secco, i trulli di Alberobello e Martina Franca, le masserie, i trabucchi, il mare cristallino del litorale, il profumo delle zagare, le leggende, la cucina marinara tradizionale, le antiche chiese, le Grotte di Castellana, il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, il Castello aragonese e le Colonne doriche, le Città vecchie di Taranto e Lecce, le insenature di Polignano a Mare. Tutta la Puglia è meravigliosa e forse non ce ne accorgiamo. La nostra regione è bellissima: da nord a sud, in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue località. Orgogliosi, dunque, di essere la più bella regione del mondo. E, pensate, non dovete nemmeno fare un biglietto. Siete già sul posto, approfittatene e quest’estate fatevi un altro giro. E se la Puglia la conoscete come le vostre tasche, concedetevi il bis.

La Puglia è una terra nella quale è possibile vivere esperienze uniche non solo per il suo mare, i borghi, la realtà rurale e moderna, castelli e cattedrali, ma soprattutto per la sua autenticità e la sua enogastronomia. La conferma di un riconoscimento straordinario, soprattutto perché riguarda una classifica mondiale e non solo continentale, e che dimostra ancora una volta la ricchezza turistica dell’Italia intera. Il premio alla Puglia è stato assegnato anche perché è la regione che vanta il meglio dell’Italia del Sud: i ritmi di vita, le tradizioni, la bellezza dei luoghi.

LONELY PLANET, IL NEW YORK TIMES…

La conferma anche dalla prestigiosa guida Lonely Planet, dal New York Times che in passato aveva titolato Italy’s Magical Puglia Region. Un trionfo riportato da una Regione che spesso, come la maggior parte delle realtà italiane, è al centro delle cronache per i problemi che la affliggono e che non ne restituiscono un’immagine positiva. Lonely Planet scrive che in Puglia “si possono assaggiare alcuni vini di qualità per niente costosi, in una regione che è la terza produttrice di vini e conta ben trenta diverse qualità di uve autoctone”.

La tranquillità di borghi straordinari come Ostuni o Locorotondo, Fasano e Martina; l’incredibile tradizione enogastronomica del Gargano e del Salento, dello Ionio con i suoi i prodotti di terra e di mare; le sue spiagge celestiali, come Punta Prosciutto o Baia dei Turchi, le Marine di Lizzano e Pulsano. E, ancora, la tradizione religiosa o dell’artigianato, con la cartapesta, i lavori in vimini, le sculture in legno o in pietra leccese dei famosi maestri scalpellini.

Che la Puglia fosse la regione più bella del mondo, forse noi italiani lo sapevamo già, e i milioni di turisti che ogni anno la scelgono lo dimostrano, ma riportato anche stavolta da una fonte autorevole come il National Geographic, non può che farci piacere e farci sentire orgogliosi una volta di più.

Gay, fuori l’orgoglio

Ieri, a Roma e altre cinque città manifestazione Lgbt

Settecentomila a sfilare nella capitale, secondo gli organizzatori. Solidarietà di Cinquestelle e PD, ma anche dal Campidoglio. “Ma attenzione, non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline”, avvisa il movimento.

E’ andata. Il Gay Pride che ha avuto luogo ieri, sabato 8 giugno, a Roma, è andata in archivio. Con tutta una serie di interventi, a favore, contro. A volte con un chiaro disegno politico. Ma gli organizzatori, i partecipanti all’Orgoglio Gay non sono ingenui. Per gli organizzatori in piazza i partecipanti hanno superato quota settecentomila.

Roma ha fatto da attrattore principale, ma il gay pride si è svolto in altre quattro città. Ma non è finita. Annunciate altre manifestazioni per la prossima settimana. Cortei in contemporanea con Roma, l’orgoglio gay ieri è sceso in piazza anche a Trieste, Pavia, Ancona e Messina.

A Trieste, madrina la cantante Elisa. A Pavia, ritrovo in corso Cavour, davanti alla scuola Carducci, uniti nello slogan “Tutt*insieme favolosamente”: con l’asterisco voluto per evitare discriminazioni di genere. Ancona il centro di “Marche pride”. Cinquanta associazioni hanno solidarizzato con l’iniziativa (Regione Marche ha dato il patrocinio). Prima volta a Messina: “Pride dello Stretto”, finale di un mese di attività sui temi dei diritti civili.

In occasione del venticinquesimo anno il Gay Pride è tornato a sfilare per le vie del centro di Roma. Raduno in piazza della Repubblica per migliaia di persone che hanno seguito i carri con le dance hall delle varie associazioni che hanno organizzato la manifestazione.  Molte mani colorate di rosso alzate al cielo “contro omofobia e transfobia”. E poi, in coro, “Bella Ciao”.

«TEMPI “SCURI”, DOBBIAMO LOTTARE»

«E’ un Pride speciale – ha spiegato Sebastiano Secci, presidente del Circolo “Mario Meli” –  a 50 anni da Stonewall, la scintilla della rivoluzione del movimento, a 25 anni dal primo grande Pride moderno e unitario a Roma. Non possiamo prenderci il lusso di spegnere solo le candeline, ma dobbiamo continuare a lottare in prima linea perché i tempi che abbiamo davanti sono sempre più scuri: il movimento Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trasgender, ndc) è sempre più bersaglio di odio e violenza. I nostri figli e le nostre figlie vengono dichiarati inesistenti e dunque c’è ancora tanto da fare».

Quindi guardando alla compagine di governo Secci aggiunge «che prendere di mira una minoranza è un’arma di distrazione di massa per distrarre dai reali problemi del Paese. L’anno scorso un ministro della Lega ha detto che le famiglie arcobaleno non esistono, il vicepremier dei 5 Stelle ha detto che la famiglia è fatta solo da un padre e una madre. Se già un governo nega la nostra esistenza e quella dei nostri figli, che sono la parte più debole, vuol dire che c’è tanto da fare».

Tra i politici, in rappresentazione del Campidoglio il vice sindaco di Roma Luca Bergamo. «C’è bisogno di progredire nel riconoscimento dei diritti delle persone – ha dichiarato – senza discriminazioni: sono testimonianze e prese di posizione che vanno assunte anche quando i diritti si realizzano».

«Al Roma Pride – ha detto invece Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa – siamo in tanti a ribadire che la lotta per l’affermazione dei diritti civili e contro ogni discriminazione, la lotta per la libertà sessuale e la vita familiare, è necessaria nel nostro Paese. I diritti sono conquiste e non vanno mai date per scontate».

MOVIMENTO CINQUE STELLE, FELICI DI ESSERCI

Ieri, in tarda mattinata anche il messaggio della vicecapogruppo del Movimento 5 Stelle al senato, Alessandra Maiorino. «Felice di esserci – ha dichiarato – a titolo personale, ma anche come rappresentante delle istituzioni, impegnata nella battaglia in difesa dei diritti civili. Il mio disegno di legge sul contrasto alla omotransfobia è stato depositato con ben 38 firme di senatrici e senatori del M5S».

«Una città intera che si colora d’arcobaleno per il 25esimo Pride – ha detto Marco Furfaro, coordinatore nazionale di Futura e membro della Direzione Pd – è un momento unico e straordinario di libertà, di felicità e di contrasto ad ogni discriminazione e pregiudizio. Una marea umana si ribella agli stereotipi con il sorriso: esserci ora, con un governo che prova a minare i diritti degli altri ogni giorno di più è necessario ed indispensabile».

Molti i social che hanno rilanciato l’iniziativa di google maps. In occasione del corteo, il colore che ha evidenziato il percorso seguito dalla manifestazione è stato sostituito da una linea arcobaleno, in linea con la giornata.

Contro ogni bullismo!

Un quattordicenne durante una gara offende un direttore di gara donna

Il giovanotto ha tirato giù i pantaloncini e mimato un gestaccio. L’“arbitressa” era già stata oggetto di insulti sessisti da parte dei genitori dei giovani calciatori. L’intervento dell’olimpionico Daniele Scarpa. «Non riduciamo lo sport a uno sfogatoio o un’arena!». Squalifiche e scuse.

L’episodio è stato di quelli che hanno fatto discutere per giorni interi. E non solo fra Venezia, Mestre e il circondario. Se ne è parlato in tutta Italia. Cassa di risonanza tv, radio, social e stampa. Il tempo di un caffè sorseggiato al bar, sia chiaro. Certo, ci sarebbe da scandalizzarsi, considerando il gesto incivile di un ragazzetto di quattordici anni che si cala i pantaloncini davanti al direttore di gara, una donna. Ma da noi, il più delle volte, invece di diffidare i protagonisti di simili messinscene, questi episodi diventano battute, sketch, dirette televisive pomeridiane.

Scusate, abbiamo lasciato il piccoletto con i calzoncini ancora calati all’altezza delle ginocchia. Riprendiamo la cronaca. Anche il papà di questo burlone in erba una decina di anni fa ebbe una pesante squalifica. E anche in quell’occasione, il soggetto era un arbitro. Un maschietto, beninteso, questo per dire che in famiglia non si fanno scrupoli. Quando c’è da tirare fuori gli attributi, non ci pensano su due volte. Vero che il fischietto lo fanno trillare le “giacchette nere”, ma vuoi mettere la competenza di un calciatore dopolavorista che sferra calci, perde una gara nemmeno fosse la finale dei Mondiali?

Ma veniamo alla storiaccia dei giorni scorsi. Durante una gara riservata al categoria “Giovanissimi”, l’arbitro, Giulia Nicastro, ventidue anni, è vittima di insulti sessisti. Il piccoletto non si erge ancora a protagonista, anche se già avverte che ha il pubblico dalla sua parte e se gli passasse la mosca davanti al naso, per l’“arbitressa” sarebbero guai seri. I primi insulti partono da un gruppo di genitori, sempre loro, quelli che di solito vedono per se stessi e per il proprio figliolo un futuro nel dorato mondo pallonaro e, se non andasse proprio così bene, come tronista in tv, prima; da “ospite” in una discoteca trendy, poi.

Per l’intera durata della partita fioccano epiteti di vario genere. Il colpo di scena è, però, nell’aria. Il giovanotto ha fiutato la prima pagina dei giornali locali e incassato un applauso dalla gradinata. E’ il momento di diventare un “eroe”. Il piccolo calciatore, classe 2004, società del Treporti, contesta. Attenzione, non un calcio di rigore, la massima punizione, bensì un misero calcio d’angolo. Invece, come da regolamento, di invitare il suo capitano a rivolgersi con rispetto alla “direttrice di gara” per tornare sui sui suoi passi a proposito dell’assegnazione di quel corner, prende una scorciatoia: si abbassa i pantaloncini davanti alla donna ventiduenne, e fa riferimento a pratiche sessuali che evidentemente già conosce.

Espulsione. Squalificato lui, il giovanissimo praticone che conosce il linguaggio del corpo, multata la società. Come minimo. Applausi dagli spalti al coraggio del piccoletto, in quel pomeriggio di metà settimana per quell’atto eroico.

Ma non tutto viene per nuocere. L’Italia sarà pure un Paese in questi anni sfamato a gossip e tv, ma è ancora abitato da gente di buon senso. Prendiamo il campione olimpionico Daniele Scarpa. Non uno qualunque, bensì uno che ha vinto medaglie al massimo livello. Bene, Scarpa invita il padre del quattordicenne a incontrarlo. Il genitore accoglie l’invito e rivolge le sue scuse a tutti.

Scuse anche dalla società di calcio Treporti. Il sindaco della cittadina vicino Venezia, una donna anche lei, fa sentire al “direttore di gara” la solidarietà della città. Nel frattempo spunta un vecchio referto arbitrale: anche il padre del quattordicenne che si è calato i pantaloncini dieci anni fa subì una pesante squalifica per aver contestato il direttore di gara.

Cavallino Treporti, comune della Costa veneziana di tredicimila abitanti famoso per i campeggi sulla spiaggia, può dirsi riabilitato. L’ex campione olimpico, il canoista Daniele Scarpa (un oro e un argento ad Atlanta 1996) è riuscito a tenere insieme una comunità per giorni si è interrogata su quanto accaduto. “L’episodio deve essere l’occasione per aprire una riflessione sul valore educativo dello sport”, ha dichiarato il campione promotore del Progetto Desirée contro il bullismo nello sport.

«Non è solo un problema del ragazzo – ha detto Scarpa – oppure di cosa succede nei campi da calcio, ma di tutti noi: purtroppo il valore educativo dello sport sta venendo meno anche in altre discipline. Sono un appassionato di basket, ma non nascondo che a volte mi vergogno di sentire quanto urlano i tifosi nei confronti dell’arbitro, spesso nonostante abbiano accanto figli minorenni: loro, quando cresceranno, si comporteranno allo stesso modo. Il rettangolo di gioco non deve essere uno sfogatoio: lo sport in genere deve essere un’arena educativa con arbitro, regole e giocatori, non un Colosseo dove si alza o abbassa il pollice».

Per discutere di questi temi, Scarpa ha già invitato a Venezia il presidente del Coni, Giovanni Malagò, con l’obiettivo di promuovere la carta dei fair play. «E ricordare – conclude l’olimpionico medagliato – che lo sport ha soprattutto un valore sociale. Mi auguro che il presidente Malagò, sensibile a questi temi, accetti l’invito».

Fine della storia. Se non fosse che, come spesso capita a un Paese dalla memoria corta e dalla visione lungimirante, tutto finisce a tarallucci e vino, con la benedizione dei media che fanno da moralizzatori prima e da pacieri poi. L’arbitro ha avuto i suoi cinque minuti di celebrità, ha ricevuto il plauso della Sezione arbitri di appartenenza, lo solidarietà del Coni che proporrà l’arbitressa a una medaglia e una promozione sul campo. Popolarità anche per il sindaco della cittadina, intervistato dalla tv nazionale. Papà e mamma del ragazzetto hanno fatto la figura dei genitori inflessibili. Unico ad aver fatto il suo, Scarpa. L’atleta non ha rilasciato solo interviste, ma si è attivato con un progetto contro il bullismo. E questa è materia di consolazione. Insomma, non tutto il male…