«Adesso ti sistemo io!»

Un datore di lavoro gioca un brutto scherzo a un suo dipendente

Versa circa mille euro, il TFR, con l’equivalente di novantamila monetine e un biglietto: «Vai a fare…» . Al giovane dipendente non va giù. Denuncia, inchiesta ed intimazione di pagamento: quarantamila! Tanto è costato all’uomo il mandare al diavolo un proprio dipendente

 

«…Frégati!». Più o meno questo, per dirla all’inglese, il messaggio di un datore di lavoro che ha liquidato un suo dipendente con novantamila monetine. L’idea avrà fatto sorridere il titolare dell’attività che a quell’idea ci avrà pensato giorno e notte, fra un ghigno e una risatina. Evidentemente quel dipendente, fiscale nelle sue ore di lavoro come nei suoi diritti, era uno che non si faceva passare tanto facilmente la mosca da sotto al naso.

Finito per finito il rapporto di lavoro, il giovane disoccupato ha informato l’Ispettorato del lavoro che ha fatto le sue ricerche. Avete presente la pallina di neve che scivola da una montagna e arriva a valle che è valanga. Ci verrebbe da dire “Così impara, quello sciocco guascone!”, invece dispiace perfino sapere che una guasconata, appunto, è finita peggio di quanto il “poverino” pensasse.

La storia, individuata da Edoardo Ciotola per “Tuttonotizie”, comincia proprio dal proprietario dell’officina che, per canzonare un proprio dipendente rompiscatole, gli ha elargito l’ultimo stipendio con oltre novantamila monetine, con allegato un biglietto con insulti. Per il meccanico sembra che la storia finisca con il suo dipendente che si porta via, in carriola, il suo ultimo stipendio, quello di fine rapporto. Invece, pochi mesi dopo, la polizia bussa alla sua porta. Purtroppo per lui non ci sono buone notizie.

 

 

«COSE CHE SUCCEDONO…»

«Chi lavora nel settore privato – scrive Ciotola – potrebbe aver avuto una cattiva esperienza con il suo ex datore di lavoro; alcuni contratti terminano anzitempo o non vengono rinnovati a scadenza; motivi più disparati, fra questi l’incompatibilità che si viene a creare tra le due parti, datore e dipendente; più di qualcuno ha avuto un’esperienza simile o conosce qualcuno rimasto in pessimi rapporti con chi gli corrispondeva lo stipendio a fine mese: fa parte della natura umana e difficilmente potranno esserci cambiamenti nel futuro prossimo».

Insomma, a dimostrazione che, ancora oggi, molti rapporti lavorativi finiscono nel rancore, c’è la storia di Andreas, ex dipendente di un’officina in Georgia, negli Stati Uniti. Mesi fa la sua ultima busta paga di un’officina per la quale aveva lavorato alcuni mesi: 915 dollari. Un corrispettivo che il giovane dipendente ha giudicato troppo basso tanto da denunciare l’accaduto all’equivalente americano del Ministero del Lavoro. «Il mio datore di lavoro non mi ha versato il TFR, il trattamento di fine rapporto».

Da qui le notti insonni del suo datore di lavoro, fatte di esclamazioni del tipo «Vai a fidarti di chi ha bisogno di lavoro!», «Proprio vero, il personale è il nemico pagato!» e, ancora, «Ripaghi la mia generosità con questa moneta?». Moneta, ecco, deve essere scattato qualcosa nella testa dell’uomo non appena ha pensato a quella parola: moneta.

 

 

«GLIELA FACCIO PAGARE!»

Il giorno dopo comincia la sua personale battaglia contro Andreas. Un giorno dopo l’altro, il datore non si sa come, riesce a mettere insieme più di novantamila pezzi da un centesimo. Con tutte quelle monetine, con allegato biglietto, gli pagherà il Trattamento di fine rapporto. L’uomo, ostinato, si procura una carriola, carica i novantamila pezzi – resi viscidi anche per essere stati trattati con olio per motori, insomma un datore sui generis – e glieli versa nel vialetto che porta a casa sua. Non finisce qui: fra le monete, il giovane meccanico trovato un biglietto con dedica, molto pesante: «Vai a fare in c**o!». Andreas a questo punto si dimostra quel ragazzo pignolo che il suo datore aveva conosciuto sul posto di lavoro: denuncia l’episodio alla polizia che collabora con il Ministero del Lavoro.

Dopo qualche mese, la doccia gelata. L’ex datore di lavoro non aveva “pagato in maniera corretta” Andreas e altri otto dipendenti. Nello specifico, non avrebbe pagato regolarmente tutte le ore di straordinario, che per la legge americana hanno un costo più alto, considerandole “normali”. Fatti ulteriori accertamenti, si è scoperto inoltre che il proprietario dell’officina avrebbe dovuto corrispondere al ragazzo altri ottomila dollari, più altri seimila agli altri otto dipendenti che non erano stati pagati regolarmente. Se a queste cifre aggiungiamo i danni per il ritardo nel pagamento, si arriva presto a qualcosa come 40.000 dollari. Quel “Vaffa!” avrà alleggerito di molto il peso del datore di lavoro, ma in quanto a dollari, anche in questo caso l’uomo avrà alleggerito le proprie tasche. Morale della vicenda: Ma paga! Un assegno arrotondato a mille dollari e stop, chi si è visto si è visto. Invece? Invece, “Frégati!”. Chi dei due è rimasto…scottato?

«Dov’è la libertà?»

Naufragio in Grecia, si parla di seicento morti

Fra le vittime ci sarebbero anche un centinaio di ragazzini rimasti chiusi in una stiva insieme a molte donne. Aperta un’inchiesta dalle autorità greche. I superstiti dicono di essere stati minacciati da chi li trasportava con un machete. Espulso un deputato greco: «Basta con i migranti, ci derubano!»

 

Una sciagura di proporzioni ciclopiche. Si dice che nel giro di poche ore almeno seicento vite siano state spazzate in un violento nubifragio nel mar Egeo, al largo della Grecia. Inesorabili trascorrono le ore e il mare a fatica restituisce altri corpi dopo il primo centinaio ripescato mercoledì scorso, subito dopo questa tragedia di proporzioni immane. Senza contare che fra le vittime c’erano anche un centinaio di bambini. Creature che non conosceranno mai cosa significhi “speranza”. A loro, i più grandi, non avevano parlato di speranza. I bambini nemmeno ci pensavano. Chi li ha aiutati a imbarcarsi, come i loro genitori, i loro parenti, aveva spiegato loro che andavano incontro alla libertà e, se il Cielo avesse voluto, finalmente a stare meglio.

Non è andata così, purtroppo. Il naufragio di Pylos, nel sud del Peloponneso, entra tristemente nella storia come una delle peggiori tragedie di migranti nel Mediterraneo. Un bilancio, in vite umane, che rischia di contare – si diceva – fino a seicento morti, parecchi dei quali non verranno mai ritrovati.

E i bambini, quelle anime innocenti, più innocenti di quanti volevano assicurare loro un futuro meno duro, pare fossero un centinaio, rinchiusi nella stiva, come hanno raccontato fra lacrime e terrore i superstiti a quanti li hanno soccorsi, come medici e volontari. Stando alle prime testimonianze raccolte, nel momento in cui è accaduto l’irreparabile molte donne e bambini stavano dormendo.

 

 

PRIME TESTIMONIANZE

Secondo testimonianze, il peschereccio “Adriana” era partito vuoto dall’Egitto, per fare scalo nel porto libico di Tobruk e caricare una moltitudine di migranti per poi proseguire, con il carico a bordo, il viaggio verso il nostro Paese.

Fra le immagini riprese da una nave maltese si vede l’imbarcazione strapiena di gente ferma. Insomma, pare non fosse in navigazione a quell’ora. Secondo una prima ricostruzione, la nave si sarebbe trovata nella cosiddetta situazione di distress, vale a dire di difficoltà, che avrebbe dovuto portare all’intervento dei soccorsi. Un portavoce della Guardia costiera, inoltre, aveva negato l’esistenza di immagini precedenti alla tragedia (cosa successivamente smentita).

Dopo oltre tre giorni dalla sciagura, proseguono le ricerche in acque internazionali. Lo scopo è quello di rintracciare eventuali superstiti che viaggiavano a bordo del peschereccio pieno di migranti e proveniente dalla Libia. In totale, a bordo, c’erano settecentocinquanta persone.

In questi giorni abbiamo seguito il susseguirsi di notizie, grazie all’impegno costante dell’inviato di RaiNews24. Parla di tragedie nelle tragedie il giornalista Riccardo Cavaliere. «Da tre giorni – spiega al cronista un ragazzo siriano – erano senza cibo e acqua, in sette erano già morti di fame prima che la barca si rovesciasse». Non è finita, secondo diverse testimonianze «gli scafisti minacciavano le persone con dei machete»: autentici criminali.

 

 

GOVERNO DI ATENE

Stando a una portavoce del governo di Atene, tutta da verificare, pare che per espresso volere delle persone a bordo venivano rifiutati i soccorsi: «No help, go Italy», pare ripetessero. Atene, inoltre, insiste: «l’approccio della Guardia Costiera non può essere collegato all’affondamento del peschereccio in termini di tempo».

Intanto, scrive l’agenzia Ansa, la magistratura di Atene ha aperto un’inchiesta. Stando alla ricostruzione dei greci, l’aereo di Frontex sarebbe stato il primo ad avvistare il peschereccio, martedì, poco dopo le nove e mezzo del mattino, avvertendo i vicini centri di coordinamento, tra i quali anche quello italiano: la nave, in quel momento, è nella zona Sar di competenza greca, ed è proprio da lì che vengono mandati due mercantili come primo soccorso.

Come spesso accade in tragedie come questa, le responsabilità, gravissime, passano da un possibile colpevole all’altro. La Guardia Costiera conferma che circa tre ore prima che la nave dei migranti andasse a fondo «una nostra motovedetta si è avvicinata e ha calato una piccola corda per accertarsi delle condizioni». «Un’operazione – viene spiegato – durata alcuni minuti interrotta dopo che la piccola imbarcazione è stata slegata dagli stessi migranti». Le autorità greche avrebbero continuato a monitorare la situazione a distanza, anche se i migranti avevano «rifiutato – sempre stando a fonti greche – qualsiasi assistenza dichiarando di voler proseguire il viaggio verso le coste italiane».  

 

 

IL SOCCORSO: UN DIRITTO

Un mancato intervento inaccettabile. Il dovere di soccorrere le persone in pericolo in mare è un diritto fondamentale per chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, dallo status o dalle circostanze in cui si trovano, anche su navi non idonee alla navigazione, così come dalle intenzioni di coloro che si trovano a bordo, hanno fatto sapere in una nota congiunta.

Intanto, considerando che non c’è mai limite al buon gusto, l’agenzia Ansa fa sapere che un deputato greco di destra è stato espulso per commenti razzisti. Il parlamentare greco, come informa la stessa agenzia, è stato espulso dal partito dell’ex primo ministro Kyriakos Mitsotakis, per commenti razzisti dopo il naufragio. Spilios Kriketos, un parlamentare del partito Nuova Democrazia (Nd) di Mitsotakis, aveva affermato giovedì scorso che la Grecia «non può tollerare più migranti», arrivando ad accusare i migranti di furto. Ogni commento risulta superfluo.

«Rai, niente più gay!»

Claudio Lippi, uscita infelice e contratto congelato con la tv di Stato

«Vuoi vedere che gli emarginati siamo noi?», dichiara il popolare presentatore. Affida il suo sfogo alla destra, vincitrice alle ultime Politiche. Spera di poter rientrare nel giro per un’ultima chance e, nel frattempo, se la prende con Fabio Fazio, la Littizzetto e la Annunziata. Fui contattato da Meloni e Salvini…»

 

«Basta con i gay in Rai!». Claudio Lippi, settantotto anni compiuti lo scorso 3 giugno, un tempo cantante, poi rilanciato da Maurizio Costanzo, fra il suo show serale e spettacoli leggeri per famiglie come “Buona domenica”, confessa con toni forti tutto il suo disappunto.

Costanzo aveva fiuto per il trash. Quando il pubblico reclamava, senza porre tempo in mezzo, il presentatore coi baffi si inventava le mezze stagioni, quei passaggi transitori (transumanza, la chiamava lui…) che la tv, ma in buona sostanza la comunicazione, registrava intercettando i desideri del pubblico sempre più popolare e, diciamola tutta, senza più freni.

Così, in quei programmi, c’era di tutto, dall’attore comico che indossava il costume da canguro, incurante di compromettere vent’anni di onorata carriera, alla valletta tuttetette che agitava i fianchi e i piani alti perché interessasse una sorta di moderna mossa, il pubblico maschile.

Lippi si era ritagliato un posticino in quel teatrino degli eccessi che Costanzo addomesticava a comando. Lippi era diventato popolare, piaceva al pubblico. Al cantante-attore-presentatore, arrivano alla rinfusa, “Il pranzo è servito”, “Giochi senza frontiere”, “Domenica in”, “Mai dire gol”, probabilmente il suo programma migliore con la sapiente regia della Gialappa’s Band.

 

 

DOPO COSTANZO…

Da allora, poca roba, se non appelli, perché autori e programmatori si accorgessero di lui. Fa, infatti, parlare di sé quando sulla stampa, ma anche in quelle trasmissioni in cui saltuariamente è ospite oppure opinionista: ricorda un po’ quell’appello cantato alla Toto Cutugno, qualcosa di simile a “Lasciatemi cantare!”.

Solo nelle scorse settimane, il presentatore, ospite del programma “Da noi a ruota libera”, aveva offeso un ragazzo del pubblico, dando a questo del “primate”. «È italiano?», aveva chiesto rivolgendosi al ragazzo con una capigliatura esagerata, pensando di fare una battuta brillante. «Ah, è per metà brasiliano – aveva proseguito, non soddisfatto del risultato del primo affondo, scivolando nell’insulto razzista – ecco perché; diciamo che sta sempre dal lato umano, cioè è un essere umano: non è un primate».

Tutto questo fino a quando in questi giorni, non esplode, con una deflagrazione assordante la polemica lippiana: «Basta con i gay in tv!». In realtà, Lippi non vorrebbe annientarli, beninteso, ma compie quella battuta con la leggerezza di un elefante in una cristalleria: lasciassero spazio anche agli “etero”, è l’obiettivo di quella sua uscita. Finisce, in buona sostanza, la lamentela di Lippi: «Vuoi vedere che gli emarginati siamo noi?». Affida il suo sfogo alla destra, vincitrice alle ultime Politiche, spera di poter rientrare nel giro per un’ultima chance. Se la prende anche con Fabio Fazio, ma lo sfogo che fa notizia è contro i gay. Ne scrivono tutte le agenzie, i giornali riprendono sue frasi, i suoi appelli che evidentemente non trovano il favore del grande pubblico che potrebbe rispettare certe idee, sicuramente non i toni.

 

Foto profilo facebook

«BASTA CON FAZIO E ANNUNZIATA!»

«Basta con la propaganda dei Fazio e delle Annunziata, con la ‘kultura’ con la k!». «È ora che la Rai entri nelle case degli italiani dicendo “buonasera”, col sorriso», prosegue Lippi in una intervista rilasciata all’agenzia Dire. Secondo Lippi, «Stefano Coletta, il direttore, cambiato ai vertici, ha fatto lavorare gay e gaie; tanti e tante che non avevano alcuna competenza: la Rai usata per fare coming out. Anche noi etero dovremmo fare coming out, o no?».

Lippi, in una intervista, ripresa anche dal quotidiano “Il Fatto”, si era scagliato anche contro Fazio, la Littizzetto e Lucia Annunziata.  Ma questa è un’altra storia. Tornando alle esplosioni di Lippi, ora pare che la Rai abbia congelato il contratto che il settantottenne presentatore stava per firmare. Non sarebbe piaciuto il polverone provocato dalle sue dichiarazioni. A chi gli chiedeva di due programmi ai quali avrebbe dovuto partecipare, Lippi risponde scaltro. «Finché non firmo il contratto non ci credo: si parlava di due programmi; uno, in prima serata su Raiuno, “Condominio Italia”. Cause condominiali, quanto tempo, denaro e bile costano. Forse è meglio risolverle con un aperitivo fra condomini, no? Poi “Ieri, oggi”, vecchio programma che parla di tv e propone spezzoni d’archivio».

Il presentatore, per ora, non andrebbe più in Rai. Congelato. Eppure, cinque anni fa: «Salvini e la Meloni mi chiesero informazioni sulla Rai, da chi la tv la conosce. Ho spiegato loro cosa manca: il sorriso. La Rai deve entrare nelle case degli italiani con leggerezza e intelligenza, e non con la propaganda, ma – attenzione – neppure con le ‘isole’, i vip, uomini e donne».

Forum in masseria

ll governo trasloca a Manduria, da Bruno Vespa (“Masseria Li Reni”)

Quattro giornate, con il confronto tra politica, economia e imprese. Fra gli ospiti, il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni e il vicepremier Matteo Salvini. Fra i ministri: Guido Crosetto, Francesco Lollobrigida, Adolfo Urso, Gilberto Pichetto Fratin, Orazio Schillaci, Raffaele Fitto e Gennaro Sangiuliano. Tra gli altri ospiti, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Bari Antonio Decaro. Completerà la serie di incontri, Giuseppe Conte, presidente dei Cinquestelle

 

La notizia era riportata da Dagospia, il sito di Roberto D’Agostino che in quanto a scoop non è secondo a nessuno. Si parla del governo e si viene a conoscenza che dall’8 al 12 giugno, l’esecutivo si trasferirà per la gioia dei pugliesi, e in particolare per la provincia ionica, a Manduria nella “Masseria Li Reni”, dimora ufficiale di Bruno Vespa.

Per l’inaugurazione dell’edizione 2023 del “Forum in Masseria”, arriverà il premier in persona, Giorgia Meloni (non nuova a blitz nella masseria del conduttore di “Porta a porta”). Tra le altre personalità attese, il vicepremier Matteo Salvini, dunque i ministri Francesco Lollobrigida, Raffaele Fitto, Guido Crosetto, Gennaro Sangiuliano, Adolfo Urso e Pichetto Fratin.

Come a dire che nell’accogliente Manduria, traslocherà l’intero esecutivo del governo. Sempre secondo quanto scritto da Dagospia, dietro a questa serie d’incontri in terra manduriana, ci sarebbe la regia di Vespa, che avrebbe suggerito alla Meloni di partecipare in massa all’evento. Un suggerimento che, nel caso fosse davvero avvenuto, è stato accolto in tutto e per tutto.

 

Fonte Instagram

 

IL GOVERNO IN PUGLIA

Il governo in Puglia, a Manduria, dunque. Ospite di Vespa dall’8 all’11 giugno della “Masseria Li Reni”, proprietà del conduttore di “Porta a porta”. Nella sua tenuta, già visitata dai vertici della politica italiana, e non solo, dedicherà quattro giornate al confronto tra politica, economia e imprese. Quarantatré in tutto, gli ospiti che si alterneranno negli otto incontri in fasce orarie diverse, con temi diversi. Ben otto i ministri fra gli invitati: il presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, i ministri Guido Crosetto, Francesco Lollobrigida, Adolfo Urso, Gilberto Pichetto Fratin, Orazio Schillaci, Raffaele Fitto e Gennaro Sangiuliano. Tra gli altri ospiti, anche il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Bari Antonio Decaro. A completare la serie di “faccia a faccia”, quello con Giuseppe Conte.

Quali i temi, i titoli che lancerà Vespa nella sua masseria manduriana. “Quale futuro per l’Italia? Quali le prospettive e le azioni da implementare per rendere l’Italia sempre più competitiva alla luce degli investimenti messi in campo con il Pnrr?”. Queste sono solo alcune delle domande a cui i ministri e gli esperti del settore dovranno rispondere nei dialoghi condotti dal popolare giornalista e volto televisivo.

Inaugurazione della rassegna, giovedì 8 giugno alle 19.00. Si comincia con un dialogo tra Giorgia Meloni e Bruno Vespa. Venerdì 9 giugno le nuove sfide del settore agricolo: il recupero di materia ed energia, lo sviluppo sostenibile, la promozione delle fonti rinnovabili, la digitalizzazione, la tracciabilità e lo sviluppo della logistica. Fra gli ospiti: Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, Chiara Corbo, direttrice dell’Osservatorio smart agrifood politecnico di Milano, Dominga Cotarella, Ceo famiglia Cotarella e Massimiliano Giansanti, presidente Confagricoltura. Nella seconda parte della giornata, si dibatterà sul tema: “Innovazione. Uguaglianza. Le parole chiave della missione salute del Pnrr”.

 

Fonte Masseria Li Reni website

 

ALL STARS

Fra quanti interverranno, Orazio Schillaci, ministro della Salute; Ornella Barra, direttrice operativa di Walgreens boots alliance; Valentino Confalone, Country president novartis Italia; Claudio Contini, Founder e Ceo digitalplatforms; Maria Bianca Farina, presidente Ania, Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici.

A seguire, alle 18.00: “La strategia italiana in un contesto geopolitico in cambiamento”. Interventi di Guido Crosetto, ministro della Difesa; Nunzia Ciardi, vice direttrice dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale; Francesco Cupertino, rettore del Politecnico di Bari; Michele Valensise, ambasciatore e presidente di Villa Vigoni.

Sabato 10 giugno: “L’impegno per la modernizzazione delle infrastrutture del Paese e per una mobilità sostenibile”. Tra gli invitati: Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti; Federica Brancaccio, presidente Ance; Antonio Decaro, presidente Anci; Fabrizio Di Amato, presidente Maire Tecnimont. Nel pomeriggio, dalle 13.00, riflettori su: “Rivoluzione verde e transizione ecologica: strategie da mettere in campo per invertire la rotta”. Hanno assicurato la loro presenza: Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica; Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia; Rosalba Giugni, presidente Marevivo onlus; Massimiliano Di Silvestre, presidente Bmw Italia; Emanuela Trentin, amministratrice delegata Siram Veolia.

 

Fonte Giorgia Meloni website

 

FINALE COL “BOTTO”

Domenica 11 giugno, ultima giornata dei lavori alla “Masseria Li Reni”. Un approfondimento sul tema del momento, il Pnrr, “Occasione per il rilancio del Sud e per la ripresa del processo di convergenza con le aree più sviluppate del Paese”.

Tra gli interventi: Raffaele Fitto, ministro per gli Affari Europei; Emanuele Di Palma, presidente del consiglio di amministrazione Bcc di San Marzano di San Marzano di San Giuseppe; Stefano Distilli, presidente Cassa dottori commercialisti. A seguire, riflettori sulla cultura: “Investire nel comparto per il rilancio del Paese”, con Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura; Mario De Simoni, presidente Ales Spa; Alfonsina Russo, direttrice del Parco archeologico del Colosseo.

Sempre domenica, alle 12.00, un’ultima riflessione sul Sistema Italia: “Coniugare investimenti, competenze e una nuova cultura aziendale per rendere attrattivo il nostro Paese nel mondo”, con Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del made in Italy, e Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. La serie di appuntamenti si chiuderà alle 13.00 con il “faccia a faccia” fra presidente del Movimento cinque stelle Giuseppe Conte e il padrone di casa, il giornalista Bruno Vespa.

Semplicemente la migliore…

Addio a Tina Turner, ottantatré anni, “Simply the best”

E’ stata (e resta) la regina del rock’n’roll. Una vita fatta di vessazioni, un marito violento, fino alla separazione. Poi il successo personale, riparte da zero. Vende duecento milioni di dischi, si ammala. Un trapianto di rene, uno spicchio di serenità, il commiato da quanti l’amarono

 

E’ morta la regina, viva la regina. E’ scomparsa Tina Turner, una leggenda del rock’n’roll. Aveva 83 anni, ci ha lasciati dopo una lunga malattia nella sua casa vicina a Zurigo, in Svizzera. Tina , fra le tante cantanti, interpreti, performer come si dice di questi tempi, era stata la più grande. Una voce unica, graffiante, fra black e pop da alta classifica.

Ann Mae Bullock, questo il suo vero nome, nata a Nutbush (ricordate l’hit “Natbush city limits”?), nel Tennessee, lascia il mondo dopo che un film biografico, due musical, autobiografie e canzoni indimenticabili, tanto da consegnarla alla leggenda.

Qualche anno fa, suo figlio Craig, avuto quasi adolescente da una relazione precedente a quella drammatica con Ike Turner, si è suicidato a 59 anni. Ultima mazzata di una vita piena di drammi: Ike Turner, il marito con cui aveva messo in piedi una band che è stata determinante per la nascita del rock’n’roll e che l’ha resa famosa, si rivelò un uomo violento, una sorta di schiavista domestico, che, nonostante il clamoroso successo di brani come “Proud Mary”, “Nutbush city limits” e “River deep mountain high”, trasformò la vita di Tina in un incubo, scrisse l’agenzia giornalistica Ansa.

 

Foto Facebook

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Una carriera, quella della grande Tina, che comincia con un rapporto a dir poco tempestoso con Ike Turner, musicista del quale si era perdutamente innamorata fino ad annientarsi. L’uomo, fondatore del gruppo Ike & Tina Turner, fu abbandonato nel ’76. Una separazione finita in tribunale, perché Ike picchiava Tina, la tradiva, fino ad annientarla. Fino ad assumere un avvocato e presentarsi davanti a un giudice piena di lividi, il naso gonfio, un occhio nero, un labbro rotto. Picchiata, bastonata come fosse qualcosa di sua proprietà. Lei avrebbe dovuto solo obbedire. Invece, si ribellò e confessò: «Mi diceva “Sei mie e di te ne faccio quello che voglio!”».

Riuscì a liberarsi, a fuggire da quell’incubo, senza un dollaro, ma con in tasca quel cognome che lei aveva reso celebre. Riprese il suo cammino con “Let’s Stay Together” di Al Green, cui fecero seguito “Private Dancer”, “What’s Love Got To Do With It” e “The Best”, un successo dietro l’altro fino a raggiungere duecento milioni di copie vendute. Dunque, concerti, Grammy Award, il Kennedy Center Honors, i tributi di splendide colleghe e  ruoli al cinema, come l’Acid Queen di “Tommy” e la Aunty Entity di “Mad Max” (splendida la colonna sonora, con il brano “We Don’t Need Another Hero”).

Diventata cittadina svizzera, si era sposata con Erwin Bach, un uomo più giovane di lei. Quando sembrava che potesse vivere serenamente il resto della sua vita, ecco un altro dramma (non il solo…): un ictus, un tumore all’intestino, una grave insufficienza renale. Una sciagura dietro l’altra, tanto che la grande star aveva ammesso di aver pensato anche al suicidio assistito.

 

 

«UNA VITA DI VERGOGNA»

Il marito le ha donato un rene, dandole qualche anno di una vita serena. Così, come ricorda l’Ansa, definendola “la donna che visse tre volte”, riprendendo un titolo di Hitchcock (Ike, la carriera come Tina e il rene…), la grande artista non c’è più, anche se resterà la regina del rock’n’roll.

«Ho vissuto una vita piena di vergogna – aveva raccontato la Turner nel suo film-documento – e ho cercato un modo di convivere con questa vergogna; dovetti fuggire tra auto che mi sfrecciavano accanto».

La decisione però di divorziare arriva solo nel ’76. Prima di arrivare a quel punto, la cantante aveva provato anche a farla finita ingoiando decine di pasticche di sonnifero. Un gesto, fortunatamente non andato a “buon fine”.

Negli Anni Ottanta rifiorisce. Nel 1984 pubblica l’album “Private Dancer” e nel 1993 esce il film autobiografico “What’s Love Got to Do With It” con Angela Bassett nei panni di Tina e Laurence Fishburne nei panni di Ike. 

Re Giorgio, incoronato

Armani, laurea honoris causa a Piacenza

«Giovani, lavorate E tenete duro. Non dimenticate che a casa avete il gatto, la mamma o l’amante; capisco le proteste pacifiche: lo studio è un diritto».  «Uno dei figli più illustri di questa città», ha detto il rettore Franco Anelli. «Per la dimensione internazionale del marchio, per l’approccio olistico alla sostenibilità», fra le motivazioni lette dalla preside Anna Maria Fellegara

 

Prima l’introduzione del rettore, Franco Anelli, a seguire l’intervento della preside della Facoltà di Economia e Giurisprudenza, Anna Maria Fellegara, che ha letto le motivazioni con cui la Facoltà ha riservato il riconoscimento accademico a un “imprenditore diventato protagonista del global business grazie alle sue straordinarie capacità creative, organizzative e strategiche”.

Ci sono giornalisti, inviati, corrispondenti, rappresentanti della stampa italiana e internazionale alla cerimonia svoltasi nella sua città. Giorgio Armani, “lo stilista”, è commosso. Persona di grande spessore, intellettuale, genio della moda, molto legato allo sport così da essere vicino anche fisicamente alla “sua” squadra di basket, si lascia andare ad un breve, ma significativo discorso. Le domande dei giornalisti fanno il resto. Re Giorgio risponde senza problemi, con quella calma e quello stile che lo hanno contraddistinto in decenni in cui l’Italia, e non solo la sua Piacenza, deve conoscergli il merito di aver promosso il suo (e nostro) brand in tutto il mondo. «Ai giovani dico: lavorate, tenete duro ma non scordate che a casa avete il gatto, la mamma o l’amante; capisco chi protesta pacificamente per quello che è un diritto, per tutti, allo studio», dice fra le altre cose Armani.

 

 

OTTANTANOVE A LUGLIO

Ottantanove anni a luglio, Armani è cresciuto a Piacenza. Qui ha frequentato il Liceo scientifico “Lorenzo Respighi”, per trasferirsi successivamente a Milano insieme con la famiglia. E’ nel capoluogo meneghino che lo stilista degli stilisti diventa imprenditore di se stesso e fondatore del marchio diventato uno dei più grandi simboli del “Made in Italy”. Oggi, il suo ruolo, è quello di Presidente e Amministratore Delegato del “Gruppo Armani”. Azienda della moda e del lusso, leader nel mondo, conta più di ottomila dipendenti e nove stabilimenti di produzione.

Commosso, addosso toga e tocco, Armani si è rivolto ai giovani: «Con la mia storia, vorrei essere un esempio, uno stimolo e ricordare a voi tutti che il lavoro vero e l’amore portano lontano». «Ricevere questa laurea – ha proseguito –  è qualcosa che mi ha toccato profondamente: non solo perché mi è stata conferita nella mia città natale, che amo profondamente, ma perché è un riconoscimento all’imprenditore, a quella figura che ho dovuto inventarmi partendo da zero e superando, soprattutto all’inizio, momenti di grande difficoltà».

Interviene ancora Armani, parla con leggerezza per raggiungere il cuore dei più giovani. Non parla del mondo degli affari, ma della vita. I presenti, letteralmente affascinati dalle sue parole, dagli esempi che non fanno una grinza, proprio come i suoi abiti esportati in decenni e decenni in tutto il mondo. «Essere qui – dice – mi obbliga a ricordare il percorso molto impegnativo che ho svolto, dimenticando molte volte me stesso; per questo mi rivolgo ai giovani dicendo loro: lavorate, tenete duro ma non dimenticate che a casa avete il gatto, il cane, la mamma, la nonna o l’amante, perché poi andando avanti avrete bisogno di persone al fianco».

 

 

TORNA QUANDO PUO’

A Piacenza, Armani torna spesso, a pranzo, ma anche per la sola colazione, per farsi un giro, guardarsi intorno, vedere come è cresciuta la sua città. «Ho rivisto la mia infanzia, le gite in bici sul Trebbia e mia mamma che durante la guerra mi portava dalla mia camera al quinto piano in cantina al rifugio».

«Mi piace pensare che la mia personale esperienza possa essere in qualche modo di esempio per chiunque miri a realizzarsi. In particolare, proprio per i giovani che, in un momento storico così complesso, spesso faticano a individuare la strada giusta; oggi sono richieste grandi competenze e la realtà è una sfida, non sempre rassicurante; sento di dire, però, che non è il caso di arrendersi: studiate con impegno, lavorate giorno dopo giorno seguendo istinto e passione».

Le parole di riconoscenza del rettore Franco Anelli: «Uno dei figli più illustri di questa città». La motivazione letta da Anna Maria Fellegara: «Per la dimensione internazionale del marchio, per l’approccio olistico alla sostenibilità, per la ricerca inesausta di miglioramento e per la consapevolezza della centralità dell’impresa nella creazione di valore condiviso». 

Quel gran genio di Adhara…

Undici anni, messicana, laureata in Ingegneria dei sistemi

Quoziente intellettivo superiore ad Einstein e Hawking. Sogna di lavorare alla Nasa e intanto inventa un braccialetto che registra le emozioni dei bambini. I genitori ringraziano, i compagni di classe che la bullizzavano, chiedano scusa

 

Undici anni, messicana e già una laurea nel cassetto. Anche se questo cassetto l’ha già aperto a uno dei suoi sogni: partire per gli Stati Uniti e lavorare alla Nasa. Perché quello è il sogno dei ragazzi, spesso invitati a ragionare con il mondo dei desideri. I maschietti di solito rispondono “l’astronauta”; trattandosi di una adolescente, Adhara, a questo punto il suo, di sogno, è quello di mandare in orbita uno dei suoi coetanei aspiranti a volare nello spazio.

La storia dell’undicenne messicana è complicata. Non si presenta nel migliore dei modi agli occhi dei genitori. La piccola non fa le cose da…piccola; fa ragionamenti complicati, i genitori non riescono a starle dietro, lo stesso i suoi compagni di scuola, che quando c’è da fare squadra e bullizzare il più debole, ci mettono poco a circondare la piccola. Adhara, infatti, non ha la testolina come i bambini con cui va a scuola, non riesce a seguire nemmeno l’insegnante che scandisce le parole aiutandosi a gesti: i bambini vanno aiutati. Alla bimba messicana i banchi della scuola elementare vanno stretti. Ad accorgersene sono gli specialisti a cui papà e mamma l’hanno affidata scongiurando che si tratti di una forma di autismo.

 

 

POVERA SI’, MA RICCA DI NEURONI

La piccola, nata in un quartiere povero di Città del Messico, mostra in un primo momento mostra disturbi comportamentali – si diceva – atteggiamenti successivamente collegati a una forma di autismo (sindrome di Asperger). Il rapporto con i compagni di scuola non è dei migliori, tanto che a seguito di episodi di bullismo, i genitori decidono di sottoporla alle attenzioni di specialisti. Sono proprio questi, che dopo una serie di test si accorgono che Adhara ha un potenziale straordinario. Insomma, non è una bambina come le altre: la piccola ha, infatti, capacità sorprendenti.

In seguito ai numerosi cui si sottopone, emerge che il quoziente intellettivo di Adhara è particolarmente elevato. Per fare un paragone: superiore perfino a quello di Albert Einstein e Stephen Hawking. Tanto che gli analisti consigliano alla madre di far frequentare alla figliola un centro scolastico per bambini dotati.

 

 

DIPLOMA A SEI, LAUREA A UNDICI

Così, ad appena sei anni, finisce il ciclo della scuola primaria presentando una relazione, attenzione, non sul “Cosa vorresti fare da grande?”, bensì sui buchi neri e sull’astrofisica. E’ in un clima a lei evidentemente più congeniale che Adhara lascia esplodere le sue incredibili di apprendimento, dimostrando di conoscere a memoria la tavola periodica degli elementi e presentando l’anno dopo una relazione sui “buchi neri” che lascia di stucco i suoi insegnanti.

Conseguito il diploma a soli otto anni, si laurea a undici anni in Ingegneria dei Sistemi. Non finisce mica qui. Durante gli studi per laurearsi, la ragazzina sempre molto attiva, si dedica alla stesura di un libro autobiografico (“Non mollare”) per iscriversi successivamente a un master di Matematica. E ancora, studia e realizza un braccialetto smart per registrare le emozioni dei bambini. Parole sue: “Sto creando un braccialetto che misura le emozioni dei bambini e quindi i genitori potranno vedere cosa provano i loro figli controllando un telefono, un tablet o un computer”. Benvenuta nel mondo dei grandi Adhara, quei grandi che possono cominciare non solo a scusarsi, ma anche a ringraziarti per quello che stai facendo e quello che farai, per loro e per tutti noi. 

«Come è diverso il mare»

Una famiglia sceglie di vivere su una imbarcazione

Marito, moglie e due figli hanno scelto la navigazione. Toccano la terraferma solo per gli studi, poi viaggiano e lavorano. Staccano dai social, ma poi le aziende li contattano: confezionano video e articoli per riviste e siti. «Prima eravamo solo esausti, ora siamo stanchi ma felici», dice Fabio, il capofamiglia. «Solo per esigenze scolastiche facciamo base invernale all’Elba, mentre in estate facciamo il giro del Mediterraneo»

 

 

C’è chi non saprebbe più vivere senza i social e tenendo i piedi ben piantati a terra, chi invece stacca la spina, anche se non del tutto perché – corsi e ricorsi – anche la scelta di vita può diventare un lavoro (spiegheremo più avanti). E’ il caso di Fabio che una decisione così importante, “forte” direbbe qualcuno, l’ha presa condividendola con la sua famiglia, la sua “tribù”, come lo stesso nomade del mare definisce la sua squadra.

«Sono Fabio, questa è la mia tribù!». E’ bastato solo questo messaggio per avvicinarsi al suo mondo e cominciare a comprendere quale fosse il suo programma. E, nel frattempo, interessare tutti i media d’Italia, social compresi, a fiondarsi sulla notizia del giorno. Perché ormai, volesse davvero il Cielo, le storie di tutti i giorni stanno tornando a richiamare l’attenzione della gente, degli organi di informazione.

Non vorremmo essere smentiti a breve, ma la sensazione, forte anche questa, che avvertiamo è che qualcosa stia cambiando nel mondo dell’informazione. Prima si cercava la notizia impressionante, quella col carico da undici, spunto per uno dei lunghi collegamenti con D’Urso e dintorni sulle reti Mediaset. Adesso, poco per volta, il volto della cronaca sta cambiando: il lettore, l’ascoltatore saturo di cronaca nera, ora vuole farsi una pancia così di “bianca”. E’ un po’ il contrappasso dantesco.

 

BUONE NOTIZIE

E, allora, ben vengano le notizie come quella di Fabio e della sua famiglia che, in qualche modo, ti restituiscono un sorriso. Basta con i battibecchi social, le sbroccate verbali o scritte che nessun garante punisce, e se lo fa bisogna attendere settimane, intanto quello che doveva essere detto a discapito di uno o un milione di utenti è materia a disposizione di tutti.

Insomma, «Hey, sono Fabio e questa è la mia tribù», è il nostro punto di partenza. «Lei è Marina, la mia dolce metà; Leilani e Rune, i miei due cuccioli e Valerio, il grande». Se papà Fabio stacca dalla consuetudine, i ragazzi non prendono nemmeno lontanamente in considerazione lo staccarsi dalla vita social, che però non è così ossessiva come per i loro coetanei. «Puoi già conoscerci dal canale YouTube di Valeila Sail, dove condividiamo le nostre avventure in barca a vela: siamo nomadi del mare da sei anni, viviamo su una barca di 44 piedi che si chiama “Valeila R”, un Jeanneau Sun Odyssey 44».

Originario di Novara, quarantaquattro anni, Fabio presenta la sua “ciurma” in un messaggio postato su Facebook. La sua famiglia, non abbiamo difficoltà ad ammetterlo, non è una famiglia come tante. Ecco la storia. Il 2017 è ai titoli di coda, Fabio e sua moglie Marina, decidono di smarcarsi dal quotidiano. Insieme, con il benestare del resto della famigliola, rinunciano allo scandire della quotidianità per vivere – e non un solo giorno o cento giorni… – ma per sempre in mare, tutti insieme a bordo della loro barca. Per farlo rinunciano a tutto. Al lavoro fisso, alla casa, agli amici.

 

 

TOCCATA E “FUGA”

Tornano a mettere piede sulla terraferma sul finire del 2021. Tornano a Novara, la città di Fabio, per dare alla luce la piccola Rune. «La mia è una città bellissima, ma dopo quest’anno passato con il piccolo, abbiamo deciso che almeno per noi Novara, sia detto con il massimo rispetto, non aveva più niente da offrire: lo stile di vita era totalmente diverso dal nostro». In una intervista rilasciata al Corriere della sera, Fabio aveva dichiarato senza tanti giri di parole, che la sua si sente ormai «una famiglia girovaghi». Salperanno daccapo in estate, quando i figli finiranno la scuola. La ciurma si allarga, con questa ci sarà anche un gatto. E’ lui l’ultimo inquilino della famiglia di Fabio. Una cosa è certa: «Se c’è differenza con la vita di prima?», dicono i due coniugi: «Prima eravamo solo esausti, ora siamo stanchi ma felici».

«Solo per esigenze scolastiche faremo base invernale all’Elba e poi d’estate faremo il giro del Mediterraneo; abbiamo capito che per noi non c’è niente di meglio del mare: abbiamo scelto l’Elba per una questione logistica visto che stiamo lavorando molto con i video per varie riviste e aziende nautiche».

E qui, dalla spina staccata, ecco che i social riappaiono. Ma solo sottoforma di lavoro. Fabio, infatti, dopo avere abbandonato l’attività informatica, oggi lavora come videomaker, youtuber e creatore di contenuti per conto di un sito web e due riviste dedicate al mondo della nautica. Marina, la moglie, non accudisce solo la famiglia. Ex direttrice di un negozio, oggi aiuta Fabio nella realizzazione dei contenuti di quanto chiedono le varie aziende e organi di informazione.

 

E I RAGAZZI, AIUTANO…

Ma cosa ha imparato l’intera famiglia in questa esperienza lunga quasi sei anni. Molto, dicono i diretti interessati. A cominciare dai dettagli a cui prima non facevano caso: utilizzare l’acqua con “contagocce”, usare la pentola a pressione, stringere i cordoni della borsa ragionando sulle spese senza però che in cambusa non manchi proprio nulla. Del resto, Fabio e Marina, possono compiere qualche rinuncia, ai ragazzi non deve mancare nulla.

A proposito, come riempiono la giornata i loro figli, quelli più grandi. Vivono all’aria aperta, in kayak, a pesca, in gita. Senza però perdere di vista la scuola. Il più grande frequenta il liceo classico, la più piccola le elementari. E se papà e mamma nel frattempo lavorano, si ingegnano nella costruzione di articoli e video, i ragazzi provano a fare il loro: aiutano i genitori nelle operazioni di pulizia e rifornimento. «Una mano lava l’altra e con tanta acqua a disposizione, quello di aiutarsi a vicenda ormai arriva automaticamente».

“Striscia” e i muretti a secco

Il tg satirico di Canale 5 promuove la Valle d’Itria

Davide Rampello durante una delle ultime puntate del programma di Antonio Ricci ha fatto un sopralluogo in Puglia. Ha incontrato un “mastro” desideroso di trasmettere alle nuove generazioni tecnica e conoscenza. Alberobello, Fasano, Ostuni, Locorotondo e Martina Franca con le sue accoglienti e ospitali masserie

 

Ostuni

I muretti a secco della Valle d’Itria in prima serata su Canale 5. Anzi, più della “prima serata”, posto che gli ascolti che “Striscia la notizia”, il tg satirico di Antonio Ricci, programmato per veicolare la trasmissione o lo sceneggiato di richiamo della tv ammiragli di Mediaset fa più ascolti di qualsiasi altro strumento televisivo in questa fascia oraria.

Dunque, il fatto che in questi giorni Canale 5 e lo studioso Davide Rampello, abbiano ospitato una delle caratteristiche più peculiari della nostra “Valle”, non può che farci piacere. Quando pensiamo alla Valle d’Itria, il nostro pensiero va automaticamente a Martina Franca, le masserie belle ed eleganti, ma anche a cittadine come Alberobello, Fasano, Ostuni e Locorotondo e via di questo passo.

Per la rubrica “Paesi, paesaggi…”, Rampello con la sua originale sediolina a libro è arrivato in Puglia. Così, attento studioso, ha spiegato ai milioni di spettatori che la pietra è il cuore della Valle, terra di trulli che salgono in verticale e di muretti a secco distesi in orizzontale.

Un ricco e affascinante paesaggio che ha fatto da sfondo alla storia di Giuseppe, mastro trullaro e paretaro da tre generazioni. I muretti a secco sono opere d’arte protette dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità. Una tecnica antica, ha spiegato Rampello, che è anche un accumulatore di riserve idriche. Negli interstizi, infatti, si raccoglie la condensa notturna che poi scivola verso il terreno e lo nutre, con le radici degli alberi sempre rivolte verso il muretto. Il sogno del mastro trullaro è quello di trasformare il cantiere in una scuola nella quale ospitare i giovani e rivelare loro i segreti della pietra.

 

Trulli

PATRIMONIO MONDIALE UNESCO

Una tecnica, quella dei muretti a secco, riconosciuta – come si diceva – patrimonio mondiale dall`Unesco, dunque patrimonio dell’Umanità. Le nostre popolazioni lo sanno lo sanno perfettamente, se non altro perché per secoli hanno portato tramandato di padre in figlio la pratica della costruzione con la tecnica “a secco” dei muretti. Stessa cosa per i trulli delle torri costiere, delle “pagghiàre”, dei “furnieddhi”, di tutte quelle costruzioni che nascono in qualche modo povere, per esigenze funzionali e utilitaristiche, sicuramente, ma anche belle, resistenti, caratterizzanti e preziose.

Quei muretti a secco che vediamo nell’intera Valle d’Itria, altro non rappresentano che una relazione armoniosa fra uomo e la natura, tanto che proprio questa è stata la motivazione di questo autorevole riconoscimento per l`Italia che aveva presentato la sua candidatura insieme ad altri Paesi del Mediterraneo, tra questi Grecia, Cipro e Spagna.

Il sito Perle di Puglia, per esempio, spiega che la Puglia è tra le principali regioni italiane impegnate a tutelare una tradizione che ha i suoi punti forti nel Salento e nella Valle d`Itria, territori dove questa tecnica disegna e caratterizza il paesaggio.

“Petra su petra azza parite”, leggiamo, “Una pietra sull’altra alzano una parete”. Una frase nella quale c`è tutta l`umanità dei salentini: un incoraggiamento, un`esortazione alla pazienza e alla tenacia. Una metafora per dire che le grandi cose si fanno un passo alla volta. Un modo di dire, quello dialettale, che si coniuga a laboriosità e capacità di ricavare sempre il lato positivo in tutto, anche nei terreni pietrosi delle campagne.

 

Alberobello

“STRISCIA”, RAMPELLO, GIUSEPPE…

Come ha avuto modo di spiegare nel suo servizio a Striscia la notizia, Davide Rampello, i muretti a secco sono nati quasi spontaneamente. Ci hanno pensato i contadini che nel lavorare la terra, trovavano lungo il loro cammino si imbattevano in tante pietre lungo i solchi. Siccome in povertà si aguzza l’ingegno, dunque non si butta via nulla, i contadini tracciavano i confini proprio utilizzando una pietra sull’altra. Quelle pietre, così disposte, diventavano poco per volta un muretto che avrebbe delimitato i campi e le proprietà. E non solo.

Le pietre, come ci hanno insegnato i nostri artigiani, sono capaci di trattenere l’umidità dell’aria alimentata dalla vicinanza del mare, diventando praticamente innaffiatoi naturali. Lungo i muretti a secco, se ci fate caso, la vegetazione cresce più sana e rigogliosa. Questo studio, insieme ad altre osservazioni, non hanno fatto altro che accrescere la sensibilizzazione nei confronti di queste costruzioni a secco tanto da portato alla riscoperta della tecnica di costruzione che ha dimostrato, nei secoli, altissima resistenza.

Non è nemmeno un caso che i muretti a secco, insieme con i trulli di bianco vestiti, vengano ormai associati alla Puglia. In tutto il mondo, questo angolo di terra viene coniugato a queste costruzioni che richiedono una tecnica ben precisa che non si può riprodurre in modo industriale. Pertanto occorrono studiosi come Rampello e artigiani come Giuseppe desiderosi di promuovere o far conoscere la Valle d’Itria e trasmettere ai giovani una tecnica che, se non trasmessa, potrebbe disperdersi nel tempo.

Uno maggio tarantino, l’anno del sorpasso

Decima edizione della rassegna voluta da Michele Riondino

Meglio della manifestazione di piazza San Giovanni a Roma. «Per la politica italiana questa città resta l’unico luogo in cui il cittadino conta ancora, la mia città deve esistere come metafora della necessità di essere presenti», dice l’attore. Con lui la direzione artistica di Roy Paci e Diodato. Nel ricco cast, fra gli altri: Francesca Michielin, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, Ron, Niccolò Fabi, Nino Frassica, Willie Peyote, Renzo Rubino e i Terraross. Interventi sulle vertenze del lavoro e dell’ambiente

 

Foto Aurelio Castellaneta

Taranto al centro dell’1 Maggio, giorno in rosso dedicato ai lavoratori e alle loro lotte, costate sacrifici e vita a migliaia e migliaia di italiani. La Città dei Due mari diventa centrale nel progetto di quello che da più parti viene indicata come la rassegna che sfida a pieno titolo quel poco rimasto della “Festa dei lavoratori” celebrato a Roma, con tanto di cast fatto dei soliti amici noti, in diretta televisiva.

In attesa di vedere come andrà a finire, con un nuovo governo che non presta del tutto il fianco a festival ed eventi che possano evocare il senso politico di una sinistra col fiato corto (“democratico partito”, come ironizza l’attore-cantante-cabarettista Alberto Patrucco).

Detto che non è stata del tutto confermata la lunga non-stop televisiva in piazza San Giovanni a Roma, di Taranto si sanno molte più cose. Anche stavolta l’attore Michele Riondino – primo nemico giurato dell’industria inquinante – ha lavorato bene, tenendo fede al suo impegno assunto più di una decina di anni fa (di mezzo una pandemia), quando quella prima edizione sembrava destinata a restare un “numero zero”. Invece, ecco la decima puntata, sempre più ricca, con artisti amatissimi per impegno artistico.

 

Foto Aurelio Castellaneta

CAST “TUTTESTELLE”

Questo, al momento, il cast: Francesca Michielin, Marlene Kuntz, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, Ron, La Rappresentante di Lista, Gemitaiz, Carlo Amleto, Fido Guido, Luca De Gennaro, Meg, Mezzosangue, Niccolò Fabi, Nino Frassica con la band, Omini, Vasco Brondi, Tonino Carotone, Studio Murena, Willie Peyote, Renzo Rubino, Kento, Terraross e Venerus.

Uno Maggio “libero e pensante”, e non condizionato dalla mischia politica, come sottolineato dal movimento civico che cambiò la storia politica della città. il concertone di Taranto giunto, si diceva, alla decima edizione, mette al centro la parola “libertà”. C’è una novità assoluta quest’anno sul palco allestito nel parco archeologico delle Mura Greche: la Uno Maggio Orchestra. Una band creata ad hoc, composta da musicisti che interagiranno con molti degli artisti invitati Roberto Angelini (chitarre), Fabio Rondanini (batteria), Gabriele Lazzarotti (basso), Adriano Viterbini (chitarre), Andrea ‘Fish’ Pesce (tastiere), Rodrigo D’Erasmo (violino), Beppe Scardino (sax baritono e flauto), Stefano ‘Piri’ Colosimo (tromba). Alla conduzione dell’Uno Maggio tarantino,  alcuni dei volti e delle voci che hanno presentato l’evento a partire dalla prima edizione: Valentina Correani, Martina Martorano, Valentina Petrini, Serena Tarabini e Andrea Rivera.

 

Foto Aurelio Castellaneta

«NOI “SCAPPATI DI CASA”?»

Come in ogni edizione, le esibizioni musicali saranno intervallate dagli interventi di attivisti, lavoratori dell’ex Ilva in “amministrazione straordinaria”, della comunità di Cutro, dei giovani di “Fridays for future”, alternando le esecuzioni musicali alle vertenze del lavoro e dell’ambiente. Direttori artistici dell’Uno Maggio tarantino: Michele Riondino, Antonio Diodato e Roy Paci. «Taranto – sostiene Riondino – resta per la politica italiana l’unico luogo in cui il cittadino, chi vota, ha la possibilità di contarsi. Il fallimento delle politiche di sinistra sta nel fatto che ormai ci contiamo in pochi, ma questo non vuol dire che non esistiamo, vuol dire che Taranto deve esistere, è una metafora della necessità di essere presenti».

«Il Pd – prosegue Riondino – ha sfornato non so quanti decreti salva-Ilva: siamo un’occasione per il Pd, per un nuovo sindacalismo, una nuova sinistra italiana: finché ci vedranno come “quattro scappati di casa che se la cantano e se la suonano”, non avremo voce né rappresentanza».