Taranto, capitale della cozza

Conosciuta in tutto il mondo, un sapore unico

Come viene coltivata e cucinata. Quale attenzione viene posta dai ristoratori tarantini. Turisti da ogni parte per assaggiare uno dei piatti più prelibati. Molluschi descritti da Rocco Papaleo (Che bella giornata) e perfino da Totò (Tototarzan). I locali tarantini dove gustare in mille modi i mitili più desiderati

 

“Voi siete abituati alla cozza orientale, che è sciapìta; questa è cozza tarantina, ma attenzione non con il limone: la cozza deve essere integralista!”. Rocco Papaleo, padrone di casa invita gli amici a tavola ad assaggiare la bontà della cozza tarantina. Quel breve segmento video, nel frattempo, è diventato il promo più promo che esista. Sui social è stato visto milioni di volte. E gradito. Per carità, il successo di “Che bella giornata” di Checco Zalone, diretto da Gennaro Nunziante, è stata la ciliegina sulla torta, ma la nostra cozza da anni sta rivivendo di grande splendore.

Se ne sono accorti in molti, anche aziende del Nord, che studiano quotidianamente i mille modi con cui “conservare” i mitili e portarli in breve tempo sulle loro tavole e a costo ragionevole. E tutto questo, nonostante i mezzi di informazione negli anni passati abbiano scritto e detto di tutto su una città accerchiata da settant’anni dall’industria. Erano contaminate, il siderurgico ne comprometteva la bontà, e invece erano tutte balle. Non solo Papaleo, anche l’immenso Totò parlò della bontà dei nostri molluschi: “Queste ostriche vengono da Taranto, sicuro?”, s’informa nel film “Totò Tarzan”.

Insomma, Taranto è la capitale delle cozze, non solo d’Italia o d’Europa: la Città dei Due mari è la capitale del mondo. Ma questo fenomeno tipicamente tarantino, ha le sue ragioni. Intanto è un prodotto unico, il suo segreto è il Mar Piccolo.  

 

 

CHI LA VUOLE CRUDA…

In questo bacino l’acqua da “ondeggiante” diventa “liscia” in corrispondenza dei citri, che poi sono le sorgenti di acqua dolce che scivolano in basso dall’Alta Murgia per confluire sulla costa ionica. E’ in questo aspetto naturale che risiede la vera magia e che conferisce alla cozza tarantina un sapore unico, perché nasce dai fiumi sotterranei Nel Mar Piccolo (34 sorgenti di acqua dolce). Dall’innesto del seme fino alla messa in commercio del prodotto, trascorrono circa 18 mesi di lavoro. Questo è il lasso di tempo richiesto per far diventare la cozza “adulta”.

Con il passare del tempo, i pescatori locali, hanno attivato la produzione mediante reti in bioplastica compostabile che si degrada nel giro di qualche anno. Una soluzione, questa, che ha permesso ha di non gettare tonnellate di plastica nel mare.

La tradizione a tavola: cozze crude o cotte? Dopo averle sciacquate e pulite con la massima attenzione. Le cozze “alla tarantina” si preparano scaldando olio, prezzemolo e aglio in tegame. Quando il preparato soffriggerà, ecco che si aggiungono le cozze, lasciate immerse per cinque minuti fino a quando non si apriranno. Il tutto dovrà essere insaporito con un goccio di vino bianco. Ci sono diversi modi per gustare e servire la cozza e per questo è bene consultare pubblicazioni, ma anche internet dove troverete decine di ricette per servire al meglio la vostra cozza tarantina. Alternativa. E per chi ama il crudo di mare? “Spacca e mangia”, è così che si dice a Taranto, no?  Aprire e gustare il sapore della cozza tarantina appena pescata, che – attenzione, come suggeriva il film di Zalone – non richiede l’aggiunta di limone. 

 

 

CESARINO, OROLOGIO, PARANZA, MURIANNI…

Ma dove trovarle le cozze tarantine? Con l’aiuto di un sito, puntuale, che vi suggeriamo di consultare (Cibo Today), Cosimo Guarini indica una serie di suggerimenti. A pochi metri dal Mar Piccolo (via Cesare Battisti), c’è una delle tre sedi della pescheria “da Cesarino”, una delle più affermate a Taranto, che realizza in prima persona l’allevamento. Poi, ci sono i professionisti del Centro ittico di Taranto (via Costantinopoli): particolarmente attenti all’eliminazione della plastica durante la pesca.

Chi preferisce gustare le cozze già cucinate e servite, può contare sulle trattorie di mare. Tra queste “L’Orologio” (via Duca D’Aosta), locanda storica aperta nel 1938. Merita una segnalazione anche “La Paranza” (via Cariati): massima attenzione ai piatti e ai sapori tipici della cucina tarantina e pugliese.

Il ristorante “Al Canale” è collocato in uno dei punti più affascinanti della città di Taranto, sul canale navigabile e sotto il ponte girevole: un panorama unico e cucina di mare legata al pesce crudo. E, ancora, la “Trattoria del Pescatore da Murianni” (piazza Fontana): nel cuore del centro storico: i piatti più gustosi e ricercati della cucina di pesce tipica locale. 

Hollywood, Taranto

L’attore James Franco in città per un film

“Hey Joe”, dirige Claudio Giovannesi. Riprese fra Napoli e il capoluogo ionico. Intanto l’attore che ha interpretato “Spiderman”, assiste a una gara della squadra rossoblù. E porta bene, il team allenato da Capuano vince. Applausi anche per lui

 

 Un occhio al terreno di gioco, uno alla tribuna. Così il tifoso appassionato, sì di calcio, ma anche di cinema, si lascia andare a una considerazione, un classico: “Non fossimo a Taranto, allo stadio, bene, metterei la mano sul fuoco che quel signore con una barba appena pronunciata e il cappellino, è James Franco!”.

Qualcuno domanda chi sia. “E’ un attore famoso, viene dritto da Hollywood e, sicuramente, non per Taranto-Messina”. Taranto-Messina, infatti, è la gara che intanto si sta giocando appena venti metri più sotto, con un Bifulco ad essere per quel paio d’ore la star, grazie a una doppietta da incorniciare, e un Eziolino Capuano, tecnico così vivace che nemmeno una costola malandata lo ha frenato.

 

Foto Facebook James Franco

 

SOCIAL…IN CAMPO

Partono subito i social. Uno dei titoli: «Da Spideman al Taranto Fc è un attimo. Forza Taranto, James Edward Franco». Sono poche parole, potremmo contarle sulla punta delle dita di una mano. Pubblicate su Facebook e riprese dal social “Anche questa è Taranto”. Un titolo e due foto che fissano il quarantacinquenne attore e regista americano sulle tribune dello stadio Iacovone. E’ la partita del recupero giocata in casa lo scorso mercoledì contro il Messina e vinta dai pugliesi per 2-0.

Scava e scava, cerca e cerca su internet, provi a raccogliere qualche indizio qua e là e, alla fine, ecco che l’avvistamento illustre, non è casuale.

A quanto pare l’attore sarebbe impegnato a Taranto per le riprese di “Hey Joe”, il nuovo film di Claudio Giovannesi (“La Paranza dei bambini”), un film del quale la star hollywoodiana sarà protagonista. Pochi giorni per James per affezionarsi, grazie alla grande accoglienza, alla città così da non perdersi nemmeno la partita di calcio. E allora Forza Taranto!

Finita la partita, incassati i suoi applausi nel dopo-gara, l’attore americano si è poi concesso una pausa in un noto ristorante del capoluogo, assaggiando qualcosa da un menù da leccarsi la punta delle dita.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

JAMES COME “JOE”

“Hey Joe” è il nuovo film del regista Giovannesi, già noto per il capolavoro “La paranza dei bambini”, anche questo prodotto da Palomar e ispirato al romanzo di Roberto Saviano. Si tratta della storia di un soldato americano sbarcato a Napoli negli Anni Quaranta, durante la Seconda Guerra mondiale, che si innamora di una ragazza originaria dei Quartieri spagnoli del capoluogo partenopeo. Il protagonista (James Franco), poi, lascerà la città per tornare in America, ignaro del fatto che la giovane sia rimasta incinta. Tornerà a Napoli dopo molti anni per scoprire solo allora di essere padre e per incontrare suo figlio.

Le riprese sono state effettuate nei vari rioni e nei quartieri di Napoli, mentre adesso sono in corso a Taranto, scelta dal regista perché molti angoli della Città vecchia somigliano a quella Napoli di ottant’anni fa. L’attore americano pare essersi totalmente calato nel personaggio e starebbe approfittando per conoscere la città, ma anche, si diceva, prelibatezze pugliesi e, perché no, per conoscere il livello calcistico italiano cominciando dalla serie C.

Mai fidarsi dell’uomo…

Bambotto, il cerbiatto-mascotte ammazzato da un cacciatore di ventitré anni

Da sette anni era l’amico di tutti a Pacol, nel Bellunese. Mangiava dalle mani degli abitanti di quel paesino. Si affacciava alla finestra e chiedeva cibo e carezze. Nei giorni scorsi deve essersi fidato della persona sbagliata. «Legittimo sparare e ammazzare», giustifica il papà del giovane. Gli italiani, che riconoscono le leggi che “consentono” e un po’ meno, quelle che “dovrebbero rispettare”.

 

Sono in corso conflitti, ogni giorno donne e bambini vengono barbaramente ammazzati; ogni giorno decine di ragazzi fuggono dalla miseria, dalle persecuzioni politiche e religiose, trovano la morte in mare. Ogni giorno dibattiti in tv, proposte, le solite: deponiamo le armi, a cosa serve dichiararsi guerra, arrogarsi il diritto di decidere sulla vita del prossimo.

Grandi temi sui quali nessuno fa un passo avanti, tanto da sembrare fuori luogo parlare di un cerbiatto mansueto, una mascotte per gli abitanti di Pecol, vicino Belluno, ammazzato da un cacciatore ventitreenne. Non per fare poesia, correre il rischio di essere canzonati, ma proviamo ad immaginare Bambotto – questo il nome che avevano dato a questa bestiola in paese – che ogni giorno si affacciava alla finestra di alcune case per chiedere una carezza e qualcosa da mangiare. Bambotto era uno di casa. Era, perché un cacciatore di ventitré anni, ha deciso di mettere fine all’esistenza del cerbiatto. Non avrà nemmeno dovuto appostarsi, lo avrà avvicinato – come facevano tutti lì, a Pacol – ma stavolta, invece di allungargli un boccone di chissà cosa, avrà imbracciato il fucile per ammazzarlo.

Non sappiamo quale soddisfazione provi un cacciatore ad ammazzare, a meno che non sia per fame, ma tradire la buona fede di una bestiola, che si fida ciecamente di te, non vi fa un po’ schifo? Beh, non so a voi, ma a noi davvero tanto.

 

 

LA TV A SENSAZIONE…

Non bastasse, una tv che scova notizie col pretesto di dar voce a tutti, rintraccia il papà del giovane cacciatore, perché si rivolga agli spettatori e dica loro di lasciare stare il suo ragazzo, perché non esisteva e perciò, cosa li compriamo a fare i fucili se non ammazzare?

Ecco, questa in poche battute la vicenda che ha indignato molti. Perché si uccidono le persone, non si aiutano i propri simili ad evitare morte sicura, così gli animali se la vedessero per conto loro. Non uno, ma dieci passi indietro nel vivere civile.

La storia di Bambotto la racconta nei giorni scorsi il Corriere della sera. La madre, sette anni fa, aveva lasciato il suo cucciolo sullo zerbino di un abitante di Pacol. Da quel momento, assistito dall’intera comunità, dava confidenza a tutti. Così alla notizia della sua morte per mano di un cacciatore, gli organi di informazione hanno registrato grande commozione e rabbia a Pecol, per la sua morte. Bambotto è stato ammazzato da un cacciatore. La denucia parte dal web, ci pensa Donatella: «Questo era Bambotto – scrive nel post – era nato 7 anni fa a Pecol e da subito la sua mamma Minerva lo aveva portato sullo zerbino di Giorgio, affidandolo a noi abitanti, fidandosi come aveva fatto lei per tutta la sua vita. Da allora era diventato il nostro amatissimo cervo; ho scritto “era” perché Bambotto è morto. Ammazzato da chi crede di aver compiuto un’impresa e invece si è solo marchiato a vita come un poveraccio che ha sparato a un animale che ti mangiava dalle mani e si faceva coccolare fino ad addormentarsi tranquillo».

 

 

E UNA DIFESA…INDIFENDIBILE

«Cosa può esserci – si interroga ancora Donatella – nel cuore di un uomo che uccide per puro divertimento? La caccia non è uno sport. E’ una barbarie senza alcun senso: vergognati!». Un indizio è arrivato da un post del consigliere di un consigliere: «Questo cervo è stato ucciso da un cacciatore di ventitré anni a norma di legge: la legge attuale sulla caccia e il calendario venatorio della Regione del Veneto hanno consentito a questo ragazzino di uccidere un animale amico degli abitanti, dei turisti e di tutti i bambini». Ecco, gli italiani, che riconoscono più le leggi che “consentono” e un po’ meno, quelle che “dovrebbero rispettare”. Perché la storia e l’indignazione, non finiscono qui. Interviene il papà del giovane cacciatore, più bravo a schiacciare quel grilletto che non a difendersi. Ci vuole l’intervento del genitore.

A “Pomeriggio Cinque” il padre del cacciatore, infatti, precisa: «Il cervo è un animale che va cacciato con i permessi. Mio figlio ha fatto quello che fanno tutti i cacciatori, vanno a caccia e ammazzano gli animali che gli capitano a tiro. Cosa mi ha detto quando è tornato a casa? Niente, io ero a letto e stavo dormendo ho sentito il giorno dopo tutte queste chiacchiere. Mio figlio caccia da un paio d’anni, sarà il secondo o il terzo cervo che uccide». E’ il caso di aggiungere altro?

«Buongiorno, signora maestra!»

Quando a scuola c’era più educazione

Una provocazione scaturisce dai social. Un genitore confessa: un tempo c’era più rispetto per l’insegnante. Non sono tutti d’accordo: gli alunni di un tempo sono i papà e le mamme degli scolaretti di oggi. Certo, se solo i cellulari fossero parcheggiati negli zainetti…

 

«Buongiorno signora maestra!». E apriti cielo. Basta che un genitore si lasci sfuggire, anche con il beneficio d’inventario, una frase che pesca alla buona educazione di un tempo, che sui social si scatena il putiferio. Una modalità che ben conosciamo, considerando l’uso smodato che si fa a tutte le ore di qualsiasi strumento di comunicazione, sia questo Facebook o X (Twitter di un tempo), Instagram o Youtube. Sostanzialmente sono due le scuole di pensiero scatenate, pare da un messaggio lanciato da un genitore su FB: chi crede che sia esagerato invocare un sistema educativo superato da quarant’anni e più, e chi, invece, non dà tutti i torti a quel papà che si è lasciato andare a un sistema al quale lo avevano educato i suoi genitori.

Dunque, «Buongiorno» o non «Buongiorno, signora maestra!». Nel senso di recuperiamo vecchi insegnamenti da cui ripartire, oppure voltiamo pagina, senza troppo nasconderci la testa sotto la sabbia sapendo che niente potrà essere la stessa cosa?

Come spesso accade, ma non per essere comodamente salomonici, diciamo anche stavolta, che la verità può stare nel mezzo. Insomma, le due “scuole” hanno ragione e torto. Non lo diciamo noi, ma cerchiamo di fare un’analisi prendendo in seria considerazione qualcosa dell’una e qualcosa dell’altra.

 

 

“BENEDETTI” SOCIAL…

Dunque, la polemica su Facebook ripresa dal sito “Orizzonte scuola”. Per farla breve, il sito dalla parte della scuola stavolta si fionda su un post all’apparenza normale, ma che mette a confronto le generazioni passate e presenti. L’autore della provocazione indicato da “Orizzonte” plaude agli Anni Sessanta e Settanta, glorificando educazione e rispetto verso i docenti, un comportamento che, secondo il genitore che si pone e ed estende la domanda, mancherebbe oggi.

Il post parte da lontano. Per esempio, da come una volta i bambini andassero a scuola a piedi e avessero solo due libri (sussidiario e libro di lettura) e una sola maestra che insegnava tutte le materie. Molta enfasi lo scrivente pone, insomma, ad educazione e rispetto. Una glorificazione, si diceva, ai metodi educativi tradizionali degli anni Sessanta e Settanta, indicando nel suo quadro d’insieme una sorta di decadenza dei valori nei giovani di oggi. Figlia, con ogni probabilità, dei social di cui si diceva, senza contare il cellulare di ultima generazione, che «se non è di ‘ultima’ non lo voglio».

Non sono stati pochi a rispondere al post in questione sottolineando come questa visione possa essere idealizzata. Bene hanno fatto a puntualizzare che i bambini di ieri sono i genitori di oggi, che forse non hanno saputo trasmettere gli stessi valori ai loro figli. Alcune delle reazioni, critiche sicuramente, ma molto spesso di spessore, mettono in luce la frustrazione verso le precedenti generazioni, accusate di «non essere riuscite a educare adeguatamente se stesse – riprende Orizzonte scuola – figuriamoci le nuove generazioni». I commenti non finiscono qui, infatti diversi sottolineano come «alcuni di quella generazione siano ora percepite come omofobiche, razziste o intolleranti».

 

 

TRA PASSATO E FUTURO

D’altra parte, ci sono anche commenti che lodano i metodi di insegnamento del passato, rievocando con nostalgia i tempi in cui l’educazione e il rispetto erano insegnati con severità e il bullismo era una parola inesistente. Alcuni ricordano con affetto figure di maestri e maestre che, con metodi oggi considerati discutibili, rappresentavano un solido punto di riferimento. E dove per discutibili vengono considerate le bacchettate, le umiliazioni del «dietro la lavagna». Certo, atteggiamenti sbagliati: altra epoca. Ma, riprende qualcuno, vogliamo parlare dei tablet e dei cellulari che gli studenti usano indisturbati durante le ore di lezione e, peggio, durante le prove in classe?

Non sarebbe malvagio, insomma, fare un mix di quegli insegnamenti. Non fare passi indietro nell’uso della tecnologia, ma nemmeno in quelli dell’educazione: un maestro è una sapiente guida, è la figura che trascorre più tempo – rispetto a un genitore – con i nostri, i vostri ragazzi. Se un insegnante fa il suo mestiere confortato dalla collaborazione dei genitori dei piccoli studenti, che non si schiereranno a prescindere dalla parte dei propri figlioli facendone delle vittime, forse avremo compiuto passi in avanti.

Ma ci vuole una riforma, un investimento corposo (non solo in termini di denaro) e, soprattutto, tempo. E, perché no, pazienza, per assistere ai primi soddisfacenti risultati almeno nella prossima generazione. 

Lucano, cadono le accuse

In appello per l’ex sindaco di Riace cancellata la richiesta di tredici anni

Aveva impiegato le risorse economiche previste dallo Sprar per l’accoglienza di extracomunitari. Fra le accuse: aver brigato per far ottenere la cittadinanza italiana ad una donna nigeriana senza permesso di soggiorno. E di aver affidato la raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative. I giudici inoltre, hanno, ridotto le condanne a carico di diciassette collaboratori del primo cittadino poi destituito

 

«Posso aver sbagliato, ma ho agito per aiutare i più deboli». Domenico “Mimmo” Lucano, ex sindaco di Riace, condannato a un anno e sei mesi con pena sospesa, lo ha deciso la Corte d’Appello di Reggio Calabria. Una sacrosanta rivincita, tanto che è bene ricordare che l’amministratore del comune calabrese in primo grado era stato condannato a tredici anni e due mesi, con una Procura generale che nella stessa occasione aveva chiesto per Lucano una condanna pesante (dieci anni e cinque mesi). I giudici, evidentemente, hanno deciso diversamente.

Lucano, che era stato condannato solo per “abuso d’ufficio”, ha preferito attendere la sentenza del processo a casa. Una sentenza che ha avuto un epilogo dopo sei ore di Camera di consiglio. Ovviamente, quei sostenitori che avevano voluto seguire la sentenza in aula, hanno festeggiato la sentenza, dentro e fuori dall’aula.

La sentenza, dunque, può considerarsi qualcosa di simile all’assoluzione. La Camera di consiglio ha sostanzialmente la decisione del Tribunale di Locri che due anni fa aveva condannato l’ex sindaco a tredici anni e quattro mesi, dopo l’inchiesta sul «modello Riace».

 

 

IMPUTAZIONI SMONTATE

Cadute, di fatto, tutte le imputazioni: dall’associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, al peculato, alla truffa aggravata ai danni dello Stato. In un primo momento era stato chiesto per Mimmo Lucano qualcosa come dieci anni e cinque mesi di reclusione. Fra le altre accuse: aver brigato per far ottenere la cittadinanza italiana ad una donna nigeriana senza permesso di soggiorno. E di aver affidato senza gara d’appalto la raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative.

Con l’ex primo cittadino rispondevano anche suoi collaboratori (diciassette), indagati per la gestione del sistema di accoglienza fondato, secondo l’accusa, utilizzando i fondi destinati all’accoglienza dei migranti, per trarre personali vantaggi economici. Non solo, gli imputati, in testa Lucano, avrebbero dovuto rispondere, a vario titolo, di “associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Nel dibattimento d’Appello, i difensori di Mimmo Lucano, avevano affermato che la posizione dell’ex primo cittadino fosse una “innocenza documentalmente provata” poiché “era in linea con quanto riportato nei manuali Sprar circa accoglienza e integrazione”. Secondo i legali di Lucano, non c’è una sola emergenza dibattimentale, comprese le intercettazioni, dalla quale si evinca che il fine che ha mosso l’agire dell’ex sindaco di Riace fosse diverso.

 

 

«C’ERA GENTE DA AIUTARE!»

A Lucano era stato contestato un ammanco di oltre settecentomila euro di finanziamenti dello Sprar, per i richiedenti asilo e rifugiati che, secondo i giudici di primo grado, sarebbero stati spesi illegittimamente. Il verdetto d’appello ha sostanzialmente smontato l’accusa.

Giuliano Pisapia e Andrea Dacqua, difensori di Mimmo Lucano, avevano indicato nelle tesi accusatorie una sorta di «accanimento non terapeutico». Pisapia, ex sindaco di Milano, nella sua arringa aveva puntato sulla personalità di Lucano. «In tutta la sua vita – aveva sottolineato il legale – ha sempre fatto quello che serviva agli altri e non quello che serviva a se stesso».

Sempre nel suo intervento, Pisapia ha insistito sulla sparizione dei soldi: «Falcone, tra le tante cose, diceva di seguire i soldi, seguite i soldi di Lucano e non li troverete: come si fa, inoltre, a dire che ha fatto quello che ha fatto per motivi politici? Non c’è dolo e manca la consapevolezza e la volontà di un vantaggio economico». Infine, una volta ascoltata la sentenza, ancora Pisapia ha tenuto a sottolineare che «questa sentenza è importante, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti: un conto è la giustizia, un conto è la politica».Infine, i giudici d’Appello hanno ridotto le condanne a carico di diciassette collaboratori di Lucano.

Sorpresa! La Valle d’Itria

Come da consuetudine, i social scoprono e riscoprono il nostro territorio

Uno spettacolare lembo nel cuore della Puglia, tra le città di Bari, Brindisi e Taranto. Si estende tra le cittadine di Locorotondo, Cisternino e Martina Franca. Trulli, abitazioni in pietra a forma di cono, masserie e un suggestivo paesaggio rurale. E in estate, la Puglia, ha fatto registrare il pienone di turisti

 

Ancora oggi ci stupiamo che la gente si stupisca. E la cosa, che ha un che di sistematico, alla fine non ci dispiace nemmeno tanto. Per decenni completamente ignorati, in una vita fatta di social e comunicazioni, riviste e siti di ogni tipo, alla fine ci riempie ogni giorno d’orgoglio. Perché ogni giorno, a turno, quasi fosse un passaparola, questi strumenti di comunicazione ricampionano, “ricicciano” – come dicono i furbacchioni che prendono informazioni qua e là, senza indicare le fonti, che ci sembra il minimo sindacale – le informazioni sul nostro territorio, in questo caso il nostro entroterra. Dunque, non sorprendiamoci che anche l’ultimo cronista si imbatta in posti che non immaginava, dalla Valle d’Itria in poi. Insomma, il cuore verde della Puglia.

La Valle d’Itria, scriveva per esempio, in professionale reportage il Corsera, “adesso assomiglia a una immensa installazione di arte contemporanea”. Come non condividere una simile affermazione: tutto vero. Teli traforati sui quali si adagiano, descrive, le olive che cadono dai rami. All’interno del “territorio protetto dal parco delle Dune costiere di Ostuni sin sotto La Selva di Fasano, gli esemplari monumentali raggiungono i mille anni di età, come si evince dalla dimensione della circonferenza degli ulivi alla Masseria Brancati”, aggiunge.

 

 

SAN GIOVANNI, TORRE CANNE…

Anche attorno alla Masseria San Giovanni, non lontano da Torre Canne, e lungo il tragitto originale della Via Traiana, gli ulivi mostrano fusti longevi e si preparano alle settimane della raccolta. La Valle d’Itria non è altro che un lembo nel cuore della Puglia, tra le città di Bari, Brindisi e Taranto. Un territorio che coincide con la parte meridionale dell’altopiano delle Murge, e si estende tra le cittadine di Locorotondo, Cisternino e Martina Franca. La principale peculiarità della Valle, ne abbiamo scritto in più occasioni, sono i trulli, abitazioni in pietra a forma di cono, le masserie e il paesaggio rurale in genere caratterizzato dall’elevato uso della pietra locale utilizzata per costruire muri a secco e dal terreno di colore rosso acceso, tipico di questa porzione di Puglia.

Non è un caso che questa vasta area venga definita “Valle dei Trulli” che comprende le cittadine di Alberobello, Ceglie Messapica, Cisternino, Locorotondo, Martina Franca e altre contrade esistenti nel territorio di Ostuni al confine con Martina.

 

 

SUA ALTEZZA, MARTINA!

Quest’ultimo comune, fra gli altri, registra la massima altitudine (430 metri sul livello del mare) risultando anche il più popolato della Valle d’Itria, con Taranto, capoluogo di provincia più vicino e meglio collegato, distante una quarantina di chilometri da ogni comune.

Martina Franca, una scoperta che fa anche il Corsera, attraverso il suo puntuale reportage: la cittadina in provincia di Taranto, ha una flora che si compone di tratti di bosco e di macchia mediterranea, alternata a vigneti da cui si ricavano vini bianchi tra i quali il “Locorotondo” e “Martina Franca” DOC, proseguendo con oliveti secolari dai quali si produce olio di oliva extravergine. Da qui, inoltre, è possibile ammirare aree naturali come il Bosco delle Pianelle di Martina Franca e la Selva di Fasano.

La fauna è caratterizzata da volpi, ricci, pettirossi, falchi e diversi rapaci notturni, cinghiali, istrici, gatti selvatici, scoiattoli e daini; uccelli migratori di passaggio come cicogne bianche, gru, storni e tordi. Nonostante sia divisa tra Bari, Taranto e Brindisi, la Valle d’Itria presenta una notevole omogeneità culturale e antropica che si riflette anche nel dialetto.

Lecce, più che una Firenze del Sud

Città pugliese, culla dell’arte Barocca

Meno di centomila abitanti, ogni anno è meta di centinaia di migliaia di turisti. Capitale della cultura nel 2015, è sede di una delle università italiane più ambite. Non solo bellezza e fascino, ma anche accoglienza e…cucina

 

Molti sanno, specie in Puglia, che esiste una città a denominazione di origine controllata, chiamata “la Firenze del Sud”. E’ Lecce, ma non da quando la Puglia ha cominciato a fare indigestione di turisti, parliamo degli ultimi vent’anni. Ma da ancora prima, Lecce è stata sempre bella, accogliente, piena di grandi suggestioni, tanto da essere indicata la città ideale a rappresentare la nostra regione, notoriamente considerata una delle più belle al mondo. Per fascino, ma anche per accoglienza, tradizione, gastronomia, per il clima e per il mare.

Insomma, sembra impossibile non restare affascinati, si diceva, dall’arte custodita dalla Firenze città dell’arte. Ma Lecce, allora, dove la mettiamo? Se la città toscana è un rincorrersi di opere d’arte, storia e cultura, ma anche di tradizioni popolari, calda anche nel senso di accoglienza, tanto che Firenze è una delle mete preferite da milioni di turisti. Ma, si diceva, c’è una città che con il dovuto rispetto, se la può giocare con la città culla della cultura. E questa è Lecce.

 

 

PUGLIA, LECCE, BAROCCO

Infatti, la regione che ospita Peschici, Vieste, Taranto, Bari, Alberobello, Martina Franca, Ostuni, vanta anche la città nota con l’appellativo di “Firenze del Sud”.  Merito del suo stile barocco, in principio criticato dagli esperti d’arte – mai pugliesi, evidentemente – considerato “troppo esuberante”, in realtà così autorevole da risultare con il passare del tempo, iconico e identitario.

Lecce, ecco “la Firenze del Sud”. Meta ogni anno di migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, il capoluogo salentino gode di questo paragone con Firenze, la culla del Rinascimento e della lingua italiana. Se vi venisse in mente di visitarla, non potete prescindere dalla bellissima piazza Sant’Oronzo, con, al centro, una colonna che risale alla fine del Seicento. Meraviglioso, poi, l’Anfiteatro romano, scoperto agli inizi del Novecento e ad oggi molto simile al suo stato originario, quindi fedele al progetto e decisamente suggestivo.

Possiamo anche dilungarci sulla cucina del luogo. Con le inconfondibili fave e cicorie, piatto tipico; lo stesso dicasi i pomodori secchi, dal sapore unico. Non è solo un motivo che spinge chiunque voglia girare l’Italia e conoscerla meglio, ma decine e decine. Così, non appena avete un fine settimana e non sapete come impegnarlo ragionevolmente, prenotate un viaggio in Puglia, destinazione Lecce, “la Firenze del Sud”.

 

 

CAPITALE DELLA CULTURA

Lecce, capoluogo dell’omonima provincia della Puglia e principale centro urbano del Salento, conta poco meno di centomila abitanti. In posizione praticamente centrale della Penisola salentina, tra la costa adriatica e quella ionica, Lecce è il capoluogo di provincia più orientale d’Italia.

Di antiche origini messapiche e i resti archeologici della dominazione romana che, si diceva, la inseriscono autorevolmente tra le città d’arte d’Italia, si distingue per la ricchezza e l’“esuberanza” del barocco. tipicamente Seicentesco di chiese e palazzi del centro. Manufatti costruiti con la locale pietra leccese, adatto alla lavorazione con lo scalpello. Sviluppo architettonico e arricchimento decorativo delle facciate, si deve al periodo in cui la Terra d’Otranto faceva parte del Regno di Napoli, tanto da caratterizzarne la città in modo talmente originale da dar luogo alla definizione di “barocco leccese”. Sede dell’Università del Salento, nel 2015 è stata Capitale italiana della cultura.

Locorotondo, quanto sei bella!

Cittadina pugliese, incastonata nella Valle d’Itria

Non si contano foto e selfie fra strade e panorami mozzafiato, stradine fiorite, chiese e antichi palazzi. Fra i trulli, pareti imbiancate, in provincia di Bari, confina con Ostuni (Brindisi) e Martina Franca (Taranto). Qui hanno girato film Rubini, Salemme, Aldo, Giovanni e Giacomo. E poi, Dodi Battaglia, fra amici e fan dei Pooh

 

Puglia, Italia. Non c’è stagione che possa convincere un turista, chiunque si attrezzi per compiere lunghe camminate, in gruppo, o in coppia, per visitare “la regione più bella del mondo” dal suo interno. Bene, una delle nostre ultime mete, della quale abbiamo spesso scritto insieme ad altre bellissime, affascinanti cittadine, è Locorotondo.

Ci abbiamo girato intorno, scritto di bellezze mozzafiato, perfino approfondito sulla costruzione dei trulli, una volta considerati dai contadini come vano per custodire attrezzi, oppure abitazione povera, costruita su pietra bianca per evitare di pagare tasse salate fossero stati considerati abitazioni. Parliamo di duecento anni fa. Buttare giù e ricostruire un trullo, alla faccia degli esattori che prevedevano la demolizione del manufatto in caso di mancato pagamento delle gabelle richieste, non richiedeva molto tempo. Una volta buttato giù, andato via l’esattore che aveva fatto eseguire l’abbattimento, il contadino insieme a un mastro trullaro, in quattro e quattr’otto rimetteva in piedi casa.

 

 

CITTA’ BIANCA…

Dunque, Locorotondo, una delle città bianche più affascinanti della Puglia. Fra balconcini e vialetti imbiancati, questa cittadina è immersa nella Valle d’Itria, nota ai turisti, non solo italiani, come Terra dei Trulli.

Tranquillo borgo dalle tipiche case basse imbiancate a calce, Locorotondo sorge in cima a una collina che domina la Valle d’Itria. Bella, Locorotondo, a forma circolare e le stradine disposte in modo concentrico, come se lanciassimo un sasso nello stagno. Ecco spiegato l’origine del nome. Fra i borghi più belli d’Italia, questa cittadina fa parte di  quel gruppo di città bianche pugliesi delle quali fanno parte, fra le altre, Ostuni, Cisternino e Martina Franca.

Borgo in provincia di Bari è stato eletto il Regno dei balconcini fioriti. Suggestivo il modo in cui, questi, sbucano  da architetture barocche e dalla pietra locale, ma anche la città delle cummerse, abitazioni rettangolari con tetti spioventi realizzati in chiancarelle (“cum vertice” per la conformazione del tetto).

 

Dodi Battaglia a Locorotondo (foto Mario Maggi)

 

SET CINEMATOGRAFICO

Non solo borgo da visitare e nel quale fermarsi, Locorotondo è stato anche scelto come set cinematografico di film che hanno fatto la fortuna di produttori e attori: “Mio cognato” con Sergio Rubini, “Così è la vita” con Aldo, Giovanni e Giacomo e “Baciami piccina” con Vincenzo Salemme. E poi, big della musica legati al territorio. Un habitué è Dodi Battaglia, chitarrista dei Pooh. Legato da sempre alla Puglia, non perde occasione di fare un salto, quando può, proprio a Locorotondo. Qui, fra amici e fan, trascorre giornate serene staccando la spina da un enorme tour de force con la formazione più amata d’Italia. Con Roby Facchinetti e Red Canzian, estate da “tutto esaurito”.

Anche il centro storico di Locorotondo è un percorso fatto di stradine bianche che nascondono chiese antiche, palazzi barocchi e botteghe artigiane. Un borgo, per intenderci, dove il tempo sembra si sia fermato, tanto che i turisti colgono subito l’aspetto di una cittadina che con i suoi abitanti, vive ancora di antiche tradizioni.

Ogni angolo è una forte suggestione. Piazza Vittorio Emanuele, elegante salotto della Città vecchia. Oppure la terrazza panoramica da cui si apre una veduta straordinaria sulla Valle d’Itria, sullo sfondo Martina Franca e Cisternino. Non è caso che chiunque visiti Locorotondo, si faccia immortalare in foto del panorama, oppure risolvendo il desiderio di immortalarsi in un giorno così speciale con un bel selfie.

 

 

MONUMENTI E CHIESE…

La chiesa dedicata a San Giorgio, patrono della città, è la chiesa madre di Locorotondo. Costruita nel 1825, sorge dove in passato erano state erette altre due chiese dedicate allo stesso santo (la prima nel 1200, l’altra nel 1600). Al suo interno, scene bibliche su quarantadue riquadri, recuperati dalla precedente cappella cinquecentesca, e l’Ultima cena del pittore napoletano Gennaro Maldarelli. Altro dipinto imperdibile: la Madonna del Rosario, incorniciato da 15 ovali raffiguranti i misteri, firmato da Francesco De Mauro. Fra le altre chiese, San Nicola e quelle della Madonna della Greca e della Madonna della Catena.

Da ammirare, infine, Palazzo Morelli, un esempio dell’architettura barocca di Locorotondo. Un portale d’ingresso, contornato da un’arcata in pietra, arricchita da volute e foglie di acanto mentre al centro spicca una maschera benaugurale con lo stemma nobiliare della famiglia Morelli.

Infine, ma non ultima suggestione: la Torre dell’Orologio. Risale al XVIII. Anticamente adibita a sede universitaria, oggi la Torre ospita l’Archivio Storico della città e il Centro di Documentazione Archeologica sull’Insediamento Neolitico Grofoleo (l’orologio un tempo adornava il campanile della Chiesa Madre di San Giorgio).

«A tavola, si mangia!»

Lampedusa, gli isolani improvvisano spaghettate per i migranti sbarcati

Appena arrivati dopo quattro giorni di viaggio. Affamati, disorientati, disperati, hanno chiesto cibo. Così i lampedusani hanno compiuto una gara di solidarietà: invitati i ragazzi a sedersi e rifocillarsi. Orgoglio per il Sud.

 

Di Antonello, quel vigile del fuoco che ha rinunciato a una cena con amici e ha chiesto a sua madre di improvvisare una generosa spaghettata con emigranti arrivati a Lampedusa dal Burkina Faso, ne abbiamo già scritto. Non a caso abbiamo titolato «Bravo, Antonello!». In quanto uomo e gesto, il suo, da prendere come esempio e mostrarlo non solo nelle scuole, quello no, i ragazzi, sanno più dei grandi che chi è in difficoltà, va sempre e comunque aiutato. Bisognerebbe, forse, mostrare video, far leggere storie, come quella che stiamo per raccontarvi e raccolta dall’Ansa, storica e autorevole agenzia giornalistica italiana, a quei politici che si sono spesi negli anni scorsi, spinti perfino, sulle spiagge della Sicilia, per respingere migranti disperati in cerca di un aiuto, come se il male per il nostro paese scaturisse proprio dall’“invasione” di extracomunitari.

E allora, l’agenzia giornalistica Ansa, ci ha raccontato in queste ore di decine di migranti, con sacchetti di plastica o con la busta data loro negli hotspot, si aggiravano a Lampedusa lungo il corso principale del paese.

Ragazzi con la disperazione negli occhi, fra loro diversi minorenni, che avevano pensato di allontanarsi dal primo centro di accoglienza per fare due passi per Lampedusa. Non come turisti, ma come esseri umani che intanto avevano scampato la morte dopo una lunga traversata durata dai tre ai quattro giorni, senza toccare cibo.

 

 

TENSIONE SUPERATA

Primi momenti di tensione si sono registrati durante la distribuzione dei pasti. Vediamo quanti di voi, a stomaco vuoto da quattro giorni, senza cibo e acqua avrebbero mantenuto un certo contegno. La disperazione è una e una sola, e non ha colore. Magari questi ragazzi hanno la soglia di resistenza superiore alla nostra, ma non è un buon motivo non aspettarsi una reazione a momenti in controllabile esplosa solo a causa di una sola parola: fame!

Migranti in giro per Lampedusa. Fra questi, molti tenevano stretta fra le braccia una bottiglia d’acqua minerale. Nessun fastidio provocato ai lampedusani, nessun problema di ordine pubblico. Questi ragazzi cercavano solo qualcosa da mangiare in mezzo ai tanti turisti in vacanza sull’isola. Con una certa difficoltà (non parlavano italiano), hanno prima cercato di informarsi sul costo di una pizza o un panino, spesso desistendo perché quei prezzi non erano alla portata di quel denaro stretto in una mano (guai a perderlo, per loro sarebbe la fine…). Stupore sul fatto che una bottiglietta di mezzo litro di acqua minerale costasse 2 euro. Croce Rossa italiana e la polizia, intanto, per tutta la notte, avevano passato al setaccio tutta Lampedusa per convincere molti di questi ragazzi a rientrare all’hotspot (contrada Imbriacola).

Molti degli isolani, non è la prima volta che accade, hanno improvvisato grandi spaghettate, invitando molti di questi ragazzi a sedersi a tavola mangiare, possibilmente, con calma per evitare di farsi del male piuttosto che trarre del bene dal cibo fortunatamente generoso disposto sulla tavola.

 

 

«SPAGHETTI PER TUTTI!»

Di Antonello ne abbiamo scritto due giorni fa in “Storie”: lui, il vigile del fuoco, senza pensarci troppo aveva deciso di condividere la sua cena con un gruppo di migranti. Stava per uscire e andare a cena con amici, quando di colpo si è ritrovato davanti casa una decina di giovani del Burkina Faso, che chiedevano da mangiare. «Stremati, privi di forza – aveva detto il vigile del fuoco – ma soprattutto affamati: uno di loro si è messo perfino in ginocchio chiedendo da mangiare! Ma vi rendete conto? Come facevo a ignorare quei ragazzi e andare a mangiare con i miei amici? Ma non scherziamo…». Così, Antonello si è rivolto alla mamma e le ha chiesto di improvvisare una spaghettata. Detto, fatto: una bella tavola apparecchiata, grandi sorrisi, una mangiatona di spaghetti al pomodoro. «Li ho fatti accomodare nella veranda di casa mia e ho cenato con loro: avevano una fame pazzesca. Una corsa alla generosità che stanno facendo tutti i lampedusani. Tutti abbiamo il compito di dare loro una mano».

Tantissimi i commenti sui social. Molti hanno commentato con affetto, vicinanza e “applausi” i due protagonisti di storie come questa, simbolo dell’accoglienza che caratterizza il popolo siciliano. Molte le persone che li hanno ringraziati a nome di quell’umanità spesso dimenticata. Sempre sui social, sui quali nessuno si risparmia, ha dimostrato memoria colpevolmente corta anche davanti a esempi positivi, come questi, scrivendo frasi che non meritano nemmeno un solo commento. Siamo orgogliosi di essere italiani, siciliani, gente del Sud, che quando c’è da dare, offrire anche quel poco che abbiamo, non ci pensano due volte.

Trullo, mon amour…

Quelle costruzioni “a cono” che tanto piacciono agli stranieri

Da investimento per le vacanze a business immobiliare. Come è cambiata la prospettiva di quella costruzione contadina. Da ripostiglio per le attrezzature ad abitazioni per evitare tasse esagerate. Non vi fidate di chi non è “mastro trullaro”. Giovani artigiani crescono…

 

L’estate sta finendo. Pare ci sia ancora un colpo di coda, non di quelli con punte di caldo insopportabili come nello scorso luglio, princìpi d’agosto, per fortuna. Dunque, ancora nessun titolo di coda e turisti ancora lì, infilati in un trullo, comprato in tempi in cui ancora si potevano investire cifre ragionevoli, oppure preso in affitto per un mese, forse due.

Il trullo, per chi ama la serenità, che poi è tutto. Se si vuole staccare dal “logorio della vita moderna”, assicurarsi una vacanza in Valle d’Itria è uno degli investimenti più intelligenti. Così, fanno bene quei siti a suggerire a quanti sono alla ricerca di un’esperienza autentica, che metta in contatto con l’anima più antica della Puglia, suggerisca il trullo. Che poi non è un solo vano. Nel tempo, da immobile piccolo, nel quale i contadini riponevano le attrezzature di campagne, si è passato a una vera e propria costruzione che fosse più accogliente, come una “seconda casa”. Poi è intervenuto l’Unesco, che ne ha salvaguardato la bellezza e l’importanza culturale, così il trullo è diventato storia. E accoglienza.

 

 

ECCO IL SUCCESSO!

Nel tempo, queste costruzioni sono state apprezzate nelle vacanze, anche per il lusso e il comfort, tanto da essere stati indicati come la casa dei vostri sogni, almeno durante le vacanze.

L’origine dei trulli, si diceva, è legata ad un passato agricolo, fino a diventare proprietà ambìte fra i turisti che vedono in quelle costruzioni “pugliesi” non solo case per le vacanze, ma anche da acquistare, come fosse un normale investimento immobiliare.

Secondo alcuni studiosi, i trulli sarebbero stati presenti già nel Millequattrocento, anche se è nel Millecinquecento che questi hanno la loro massima espansione, grazie a un editto del Regno di Napoli che imponeva tributi a ogni nuovo insediamento urbano. L’ingegno popolare, a quel punto, spinse quanti non potevano permettersi case costose a rimediare con costruzioni che si potessero abbattere con estrema facilità. Quando il delegato del re, si racconta, stava per arrivare a riscuotere le tasse, era sufficiente togliere la chiave di volta ed ecco che le case, come d’incanto, si trasformavano in ammassi di pietre.

Ma, attenzione, un trullo può subire interventi solo da un buon mastro trullaro, antico mestiere trasmesso di padre in figlio. Oggi non è molto semplice trovare un buon mastro, anche se molti giovani volenterosi stanno riscoprendo gli antichi mestieri artigiani.

 

 

“TRULLO, DOVE SEI?”

Molto ricercati da turisti provenienti da tutto il mondo in quanto proprietà dallo stile unico, oggi i trulli sono visti tanto come casa per le vacanze e tanto come investimento, il più delle volte ricercati da acquirenti esteri, che desiderano capitalizzare la crescente domanda nel turismo nella regione Puglia.

I trulli rappresentano una scelta ideale per chi desidera trascorrere le proprie vacanze in Puglia. Migliaia sono i turisti che ogni anno scelgono di vivere le proprie vacanze in una di queste case a forma di cono. Vivere un trullo è un po’ come immergersi nella storia e nelle tradizioni dei secoli passati, a stretto contatto con la natura tranquilla della campagna pugliese, ammirando il contrasto della terra rossa con gli uliveti e il cielo di un colore azzurro profondo. Diteci voi, se non è un quadro nel quale valga la pena di finire.

I trulli vengono restaurati come fossero case-vacanza di lusso: interni eleganti e moderni, circondati da lussureggianti giardini mediterranei, rilassanti piscine private e aree di intrattenimento all’aperto. Ecco gli elementi che fanno di una comune vacanza, un’esperienza unica.