Puglia, quanto sei buona!

Ristoranti e masserie della nostra regione

Bella e impossibile. C’è da diventare matti per la bontà della gastronomia e i luoghi nei quali sorgono straordinari attrattori. Turisti di tutta Italia, unitevi! Al coro, evidentemente, di chi dall’estero ha incoronato la cucina pugliese come la regina della tavola

 

C’è un sito, tourismitalia.it, particolarmente attento alle dinamiche della gastronomia italiana. Ma anche delle sue bellezze. Noti i suoi reportage, utili agli addetti ai lavori, sempre sul pezzo, ma in particolare ai turisti. Quando, infatti, si tratta di scegliere una meta per trascorrere le proprie vacanze, gli italiani che vogliono essere indirizzati da chi ci si può fidare, il più delle volte fanno ricorso a siti qualificati. Uno fra quelli di punta, sicuramente tourismitalia.it . E’ uno strumento di consultazione che non ha bisogno della nostra promozione, tanto è consultato, però quando al centro di una delle sue ultime radiografie c’è di mezzo la nostra Puglia, bene, il punto di vista cambia.

Dunque, qual è l’ultima indagine svolta dal popolare sito italiano per turisti (molto cliccato anche all’estero): mettere in fila quei ristoranti che, in fatto di accoglienza e sapori, se la giocano all’ultima forchettata. Così da questa classifica stellata ne viene fuori una bella fotografia che descrive bellezze e bontà di una regione così lunga e sterminata. “Paesaggi incantevoli, villaggi pittoreschi sulla costa e vasti vigneti – scrive tourism.it – questi sono alcuni dei punti di forza della Puglia: centinaia di ristoranti deliziosi”, fra questi un po’ di brand che più di altri meritano un posto al sole.

 

 

E VAI CON LA BELLEZZA…

Grotta Palazzese, a Polignano, per esempio – segnala tourismitalia.it – viene considerato uno dei dieci ristoranti più esotici al mondo. Situato all’interno di una grotta, da qui si può ammirare una vista spettacolare sul Mare Adriatico. Un paradiso quando il sole sorge e tramonta, una vista mozzafiato indimenticabile. Borgo Egnazia, tempio del lusso, imbiancato a calce con interni esotici a lume di candela. Rilassante, offre anche un’ottima cucina. Il pittoresco hotel ha come sfondo il blu intenso dell’Adriatico, che accresce la bellezza dello stesso albergo.

Se siete tra gli entusiasti che cercano buon cibo, tranquillità e un ambiente accogliente in un unico luogo, Masseria Moroseta è il posto che fa per voi. Cucina mediterranea, un’incarnazione delle spezie e dei profumi del continente, anche per godere della vista ipnotica del mare e di Ostuni, da lasciare senza fiato. Menta Cucina Fresca è un bistrot salutare dove si può mangiare una cucina verde e sana. Nel cuore di Polignano Mare, questo ristorante è un luogo popolare tra gli abitanti del luogo, quanto tra gli ospiti. Un piccolo regalo per se stessi – consiglia tourimitalia.it – sedersi sotto la cupola di mattoni per gustare un’insalata di salmone o di trota con un buon drink.

 

 

…E LA BONTA’!

Ristorante Egnathia (Masseria Torre Coccaro) a Savelletri di Fasano. Vista di grande fascino, gustosa cucina autentica, l’atmosfera romantica. Trattoria Il Cortiletto, interni in pietra imbiancata, tavoli senza tanti orpelli e vasi di fango sulle mensole. Un arredamento apparentemente minimale, che però conferisce al locale eleganza e fascino. Cucina: frutti di mare, pesce e molto altro. C’è poi la Trattoria Terra Madre Alberobello, cucina italiana e mediterranea, un piccolo ristorante con un proprio giardino. Il Borgo Antico Bistrot offre la migliore cucina italiana e mediterranea di Ostuni. Si consiglia la pizza appetitosa, la pasta e la burrata. Uno spettro di sapori esplosivi.

Cucina classica pugliese: Masseria Potenti. Ha una propria azienda agricola e i prodotti vengono portati direttamente dal campo alla cucina. Pertanto, il cibo non solo è delizioso, ma è fatto con prodotti biologici di alta qualità. Inoltre, vigneti e uliveti che si estendono a perdita d’occhio. Infine, ma l’elenco potrebbe proseguire, tanti sono i ristoranti eleganti, accoglienti e pieni di proposte gastronomiche senza pari. Ottolire Resort, cucina che nasconde il gusto dell’autentica cucina pugliese. Lo chef stesso porta i suoi ospiti in un viaggio in cui si possono gustare i vasti sapori che ha portato a casa da tutto il mondo.

Salvatore, un nome…

Un vicebrigadiere salva una ragazza che voleva farla finita

E’ mezzanotte, Ponte Meier di Alessandria. Una telefonata avvisa i carabinieri. Una pattuglia a luci spente arriva sul posto. Un giovane siciliano in divisa scavalca il muretto, si siede accanto alla “vittima” e le parla. Storia di un angelo

 

Una storia a lieto fine. Cominciata nel peggiore dei modi, con quel male oscuro che si insinua nella mente di chi è debole. Difficile venirne a capo, perché se esiste qualcosa di imperscrutabile, quello è il cervello umano. E hai voglia di mandare l’uomo sulla luna o a visitare nuove forme di vita. Quelle ce ne sono e avanzano già qui, sulla terra. Così ci tocca assistere, comunque a leggere ad episodi come quello accaduto sul Ponte Meier di Alessandria, protagonista una ragazza, fragile, e il suo salvatore, che di nome fa proprio Salvatore, Salvatore Germanà, un ragazzo siciliano di Leofonte. Uno dei tanti ragazzi del Sud che fanno domanda, si arruolano nell’Arma e partono, vanno a Nord, non sempre benvisti, perché ancora secondo qualcuno – sempre più isolato – nel Terzo millennio ci sarebbe ancora differenza fra meridione e settentrione, fra bianco e nero.

Salvatore per molti è un eroe, per altri un angelo. È poco più di mezzanotte, una ragazza vuole gettarsi nel vuoto. Questione di attimi, quel briciolo di ragionamento la tiene in vita, ancora seduta lì sul parapetto del ponte Meier di Alessandria.

Non sappiamo come e dove, chiunque voglia farla finita – sarà incoscienza – prende coraggio e compie l’ultimo gesto. La ragazza che ha intesta il farla finita, fa una videochiamata alla madre per dirle di volerla fare finita. Pensate alla reazione della mamma, le domande che la donna pone a sua figlia. Una delle principali – proviamo a ipotizzare – «Dove ho sbagliato?». E, ancora una preghiera, «Ti prego, non farlo, hai fra le mani il dono più bello: la vita; non puoi gettarlo via così». Perché qualsiasi scusa possa avanzare la ragazza non vale il prezzo della vita. Ma è la fragilità, il male oscuro, il mostro contro cui in molti combattono ogni giorno: farla finita, cancellarsi dal mondo.

 

«MAMMA, BASTA!»

Mentre la ragazza parla con la mamma, provano a conversare, arrivano i carabinieri del Nucleo Radiomobile. Lo fanno con la massima discrezione, a fari spenti e senza sirene. Su quell’auto c’è Salvatore. Dice al collega di fermarsi, va bene così. Il ragazzo siciliano ci ha già pensato: deve intervenire di in prima persona.

Salvatore interpreta a modo suo il codice dell’Arma. Quello invita alla prudenza, a prendere tempo. Ma a mezzanotte non c’è tempo, così – ecco il coraggio, a mente serena – scavalca la balaustra e raggiunge la ragazza. Salvatore rivolge con un filo di voce una frase, di quelle rassicuranti. Ma la ragazza non vuole saperne, minaccia di buttarsi, lanciarsi nel vuoto e «farla finita».

Il vicebrigadiere, però, riesce a guadagnare la fiducia della ragazza. Si siede accanto a lei, a rischio della vita. Ci vuole poco in frangenti concitati che un ripensamento, uno strappo conduca di sotto entrambi, uno aggrappato all’altra.

Salvatore imperturbabile. Non pensa ai titoli dei giornali, a quell’ora ci sono solo lui, la ragazza e il suo collega. La cosa resterà fra loro. Così le chiede come si chiama e perché – in nome di dio – vorrebbe suicidarsi.

 

 

«VIA TUTTI, TRANNE…»

La ragazza non si fida di quanti stanno arrivando sul posto. Chiede di far allontanare tutti ad eccezione del carabiniere. I due continuano a parlare e ad un certo la giovane e il vicebrigadiere si alzano, si avvicinano in prossimità della balaustra. E’ in quel momento che la ragazza viene afferrata dagli altri carabinieri intervenuti. Basta un attimo, un ripensamento e la ragazza poteva tornare a passo di carica indietro, al proposito di farla finita. Ma è salva. Grazie a Salvatore, che il Cielo benedica quei genitori che segnano con un nome un proprio figlio, quella ragazza rivedrà la luce del mattino, sentirà l’abbraccio caloroso della mamma che non se la farà sfuggire una seconda volta.

Un gesto, quello del vicebrigadiere, che ha salvato una vita umana e che ha subito fatto il giro del web. Nonostante lui, il carabiniere, non volesse. Essere al servizio del prossimo fa parte del suo lavoro. E senza discriminazioni, nord-sud, nero-bianco. Il vicebrigadiere ha poi raccontato cosa ha detto alla ragazza per convincerla a non compiere quel gesto estremo. Ha convinto la ragazza parlando delle sue stesse a soltanto parlato delle sue stesse fragilità: «Siamo uomini anche noi carabinieri, abbiamo paura come tutti».

Ma, attenzione. Il vicebrigadiere Salvatore Germanà del comando provinciale dei carabinieri di Alessandria non è un eroe per caso. La sua professione unita alla sua attitudine ad agire con lucidità e prontezza lo hanno fatto diventare un angelo, non solo della ragazza che ha tentato il suicidio dal ponte Meier di Alessandria. Nel 2019, Salvatore trasse in salvo una bambina di sette anni salvata dall’annegamento. Un angelo.

Marche, ancora tu…

Firenze e Siena, città longeve, qui si vive di più

Ma c’è anche Macerata. Si vive bene, si mangia meglio. Poco stress e alimentazione sana. Poi c’è Ravenna, senza contare Treviso che fra le più belle è una vera star

Diciamo, con una certa sicurezza, unita a una buona dose di approssimazione quali sono le città, oppure le zone, le regioni d’Italia in cui molti vorrebbero vivere.  Al Nord, per esempio, dove l’economia e le occasioni di lavoro sono più elevate che al Sud. Per contro, però, sappiamo anche che al Sud il costo della vita è decisamente più basso.

Chiediamoci, allora, quali sono le città in cui non solo si vive meglio, ma si vive più a lungo. Se consideriamo la qualità della vita ecco che in Italia alcuni dei “luoghi migliori” ci spiazzano.

Premesso che quando ci chiediamo quali siano le città con la qualità della vita più alta pensiamo a Milano, oppure Bologna. O, magari, ancora alle città come Trento e Bolzano, perché ricche, sicure, pulite e in cui i servizi funzionano ottimamente.

Ma, attenzione, non sempre la qualità è sinonimo di lunga vita. A contribuire alla longevità sarebbero fattori importanti: alimentazione, clima, ritmo di vita tranquillo, elementi che messi insieme aiutano, e non poco, ad una esistenza serena. Secondo la classifica stilata dall’ Osservatorio Nazionale della Salute sulla città dove la gente vive di più, da qualche tempo ai primissimi posti c’è Firenze.

Nel capoluogo toscano una recente indagine certifica che proprio qui sia presente il maggior numero di persone che ha raggiunto un’età importante: gente che di novant’anni o che i novanta li ha superati senza problemi.

 

 

NON SOLO CAPOLUOGHI, MA ANCHE PROVINCE

Macerata, per esempio, è un’altra delle città con la popolazione più longeva d’Italia. Tanto da appartenere a una regione che già vanta il miglior indice di longevità di tutto il centro Italia: le donne hanno una vita media più elevata (ottantadue anni), mentre gli uomini presentano un dato medio più basso (settantasei, sei punti in meno rispetto al sesso “debole”).

Il motivo di questa longevità sarebbe da ricercare nell’alimentazione sana e genuina, motivo grazie al quale la vita media della popolazione è aumentata.

Detto in parole povere: mangiare sano aiuta l’organismo a mantenersi in salute. Non finisce qui, perché secondo i dati Istat la media di vita è destinata ad aumentare: Macerata, ma sostanzialmente le Marche, restano città e regione rimangono virtuose nel campo del salutismo alimentare.

C’è poi Ravenna. Qui la vita media delle donne è più alta rispetto alle altre città italiane: una cifra attesta certifica ottantatré anni. L’aspettativa di vita degli uomini invece è intorno ai settantasette anni.

 

 

OTTANTASEI ANNI…

Ancora Marche, con Ancona, altro manifesto di longevità. Ad Ancona, il dato conferma sostanzialmente quello relativo a Ravenna, le donne hanno una speranza di vita media che si aggira intorno agli ottantatré anni, mentre per quanto riguarda i maschi siamo intorno ai 77 anni.

I dati mostrano come la speranza di vita sia in costante crescita e che le Marche possano essere ritenute l’isola felice.

Torniamo in Toscana. Negli ultimi anni ha visto impennare l’indice di longevità, tanto che Sienaè la città che fa registrare il dato migliore per quanto riguarda le donne: ottantasei anni, mentre per gli uomini è di ottantadue anni. Dati inoppugnabili, tanto che la Toscana secondo i dati Istat, a ragione, viene considerata la regione dove si vive meglio rispetto al resto d’Italia.

Anche in Veneto, a Treviso, il primato spetta alle donne: la speranza di vita media che si attesta sugli ottantatré anni. Due anni fa due sorelle sono scomparse a centotredici anni, mentre l’altra pare si stia avvicinando a spegnere la centesima candelina. Ancora giovane, insomma.

Ma se c’è una maglia rosa, esiste anche una maglia nera. Fanalino di coda della classifica stilata dall’Osservatorio Nazionale della Salute è Napoli: città bellissima e fra le più visitate di tutto il mondo. Pare che i napoletani si curino poco e non prendano in seria considerazione la salute. 

«Vogliamo chiarezza»

Attori contro Netflix, non fornirebbe informazioni sui compensi maturati

«Compensi totalmente inadeguati rispetto ai film e alle fiction che trasmette», dicono gli artisti. «C’è difficoltà nel misurare l’effettiva rappresentatività delle diverse società che fanno gli interessi degli assistiti e individuare il repertorio che tutelano»

 

Pensavamo che fra Netflix e il cinema realizzato per la tv fosse amore, invece era un calesse. O comunque una zona grigia che in molti, adesso, vogliono schiarire. Tanto che molti attori che vogliono finalmente vederci chiaro minacciano di far saltare il banco.

«Netfilx è la nuova frontiera, le sale cinematografiche sembrano superate: ci sono gli incassi, ma le produzuoni hanno costi sempre più alti: dunque, Netflix e piattaforme simili rappresentano per mlti che fanno questo lavoro il futuro». Carlo Verdone, in una intervista di qualche mese fa. Poi parte la sua produzione, “Vita da Carlo”, una fiction tra realtà e fantasia. Fa numeri importanti e resta in attesa. Riprende, intanto, la nuova stagione. Ma Verdone è uno degli artisti e registi che garantiscono ascolti. E allora? Può lavorare solo l’artista romano?

«Ormai la maggior parte di noi, sta conun piede qua e uno là, cioè fa il cinema, arriva nelle sale, sempre meno a favore anche delle multisala se vuoi, ma poi quando fai produzione con Netflix e firmi contratti legati agli ascolti, dunque a gratifiche in seguito al gradimento del pubblico? Ti fanno ok con il pollice, cioè che tutto va bene, ma tacciono sugli ascolti». Pietro Sermonti, scherzando in un salotto fra youtube e podcast, “Tintoria”, oltre mezzo milione di contatti.

 

 

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Due facce della stessa medaglia, perché anche Verdone vorrà vederci chiaro nel contratto che lo lega alla nuova piattaforma che fa abbonamenti e ascolti, ma che non si pronuncia sul gradimento del pubblico. La storia è semplice: tempi complicati, non circolano molti soldi come un tempo e, allora, proviamo con Netflix. Contratto basico, legato però agli ascolti. Più gente vede un programma, un telefilm, una produzione – vendibile anche all’estero, perché no – e più guadagnano tutti. E qui nasce il malinteso. Perché attori, registi, maestranze accettano, scommettono sui progetti, ma quando c’è da tracciare una linea e fare due conti, nessuno di Netflix si pronuncia. C’è la consegna del silenzio. Ma passa il tempo, qualcuno chiede spiegazioni, gli rispondono che lui e i colleghi le spiegazioni (e i conteggi) le avranno e, nel frattempo, passano tre, quattro, cinque mesi, anche sei. E, adesso, basta.

Dopo mesi di richieste e trattative per compensi «equi e proporzionati», registra Fanpage.it, gli attori italiani hanno deciso di passare alle maniere forti e di fare causa nei confronti di Netflix depositando la denuncia al Tribunale di Roma. Solo alcuni dei nomi della squadra di attori decisi a farsi rispettare, perché il tempo dell’attesa è finito: Neri Marcoré, Alberto Molinari, Carmen Giardina Elio Germano, Michele Riondino e Claudio Santamaria, attaccano il colosso della televisione in streaming. Protestano. «Compensi totalmente inadeguati rispetto ai film e alle fiction che trasmette». Artisti 7607, l’agenzia che cura gli interessi degli attori e registi appena menzionati e tanti altri ancora, pensa che Netflix perda tempo, «butti la palla in tribuna» come si dice nel calcio. Al centro della discussione la scarsa trasparenza da parte della società sulle informazioni riguardo a quante persone seguano un film, una serie o una fiction, tanto in Italia quanto all’estero. E, dunque, quali sarebbero le cifre che guadagna su ciascuno dei progetti condivisi con attori e registi.

 

 

«PERCEPIAMO CIFRE RIDICOLE»

«Una mancanza di informazioni che permetterebbe a di versare ad attrici e attori cifre del tutto risibili», spiega Artisti 7607 e Fanpage.it riprende. Cinzia Mascoli, presidente dell’agenzia entra nel dettaglio. «La causa – dice – è l’inevitabile conseguenza di lunghe trattative nel corso delle quali la piattaforma non ha ottemperato agli obblighi di legge; non ha fornito dati completi sulle visualizzazioni; e i ricavi conseguiti in diverse annualità. Parliamo di opere di grande successo, casi in cui gli artisti si vedono corrispondere cifre insignificanti e totalmente slegate dai reali ricavi.

Già il fatto di disattendere richieste e chiudersi in una sterile difesa è motivo di tensione. «Per questo motivo – riprende la Mascoli – attendiamo sostegno e vigilanza da parte delle istituzioni per tutelare i nostri diritti: e norme oggi ci sono e bisogna farle rispettare».

Invitata a dare spiegazioni sulla vicenda, Netflix conferma «Gli accordi ufficiali firmati con diverse società che rappresentano gli attori: accordi che hanno preso forma sia in Italia che all’estero. Un’intesa è stata raggiunta con il Nuovo Imaie, che pure rappresenta tanti artisti, addirittura il 75-80% degli attori. L’Italia attualmente ha tre società che rappresentano attori e creativi. Circostanza secondo la piattaforma che non avrebbe favorito il dialogo, anche per la difficoltà di misurare l’effettiva rappresentatività delle diverse società e di individuare il repertorio che tutelano». Ecco, come dicevano alcuni attori, «palla in tribuna». E la prossima settimana si ricomincia. Anzi, non si è mai smesso.

«Viaggiare in aereo? Magari…»

L’Europa non autorizza i voli a chi non è in possesso del visto

Barconi, scelta obbligata. «C’è chi muore perché non sa nuotare, scappa dalla fame e dalle persecuzioni».  «I nostri passaporti servono solo per viaggiare in Africa e nemmeno in tutti i Paesi…». «Ho visto morire una bambina di due anni, risucchiata dal mare, davanti ai miei occhi e quelli della madre…»

 

«Venire in aereo in Italia ci costerebbe molto meno, ma c’è un motivo perché non lo facciamo: non possiamo farlo, ecco perché: avere il visto con il quale salire su un aereo è impossibile, così ci tocca viaggiare sui barconi, rischiare la vita, e pagare duemila euro».

Nei giorni scorsi il Corriere della sera ha posto l’accento su storie a lieto fine di extracomunitari che sono arrivati nel nostro Paese. Ragazzi che si sono industriati, messi sul mercato per fare lavori umili, assunzioni a spizzichi e bocconi, comunque attività che permettono di poter dividere le spese di un appartamento e poter mandare soldi a casa. In particolare hanno polarizzato la nostra attenzione due storie, quella di un senegalese e di un ghanese. Ragazzi, come molti dei quali sono passati dalla nostra cooperativa e che ci hanno raccontato storie terrificanti.

Anche due extracomunitari intervistati da Jacopo Storni, autore di un servizio molto interessante pubblicato dal Corriere della sera, hanno attraversato il Mediterraneo su un barcone. Esperienze con tanto di sciagure annesse, come vedere connazionali inghiottiti dal mare o, comunque, emigranti come loro che non hanno avuto la stessa sorte. Picchiati, ricattati, ammazzati.

 

 

CORSERA, IL RACCONTO

Uno di loro racconta di aver lasciato il Senegal perché nel suo Paese stava male, come la maggior parte dei suoi connazionali. Miseria, futuro incerto, genitori con salute cagionevole, male assistiti e, soprattutto assenza di lavoro, dunque nessuna risorsa economica. Il primo dei due aveva pensato anche di prendere l’aereo. Facile a dirsi, impossibile da mettere in pratica. Salire su un aereo e venire in Europa. «Sarebbe costato meno, poche centinaia di euro, di sicuro non i duemila euro come per il grande viaggio, quello al quale si sono sottoposti a milioni in questi anni: prima via terra e poi sul barcone. «Non ho nemmeno provato a bussare a una delle ambasciate europee – ha spiegato – per ottenere un visto, magari soltanto turistico, perché già sapevo, come tutti del resto, che le ambasciate europee, quei visti li negano a prescindere».

Viaggiare è impossibile – ricorda il Corsera – se non sei nato nel Paese giusto. Il Senegal, in questo senso, non è certo un Paese giusto. L’Italia invece sì. Esistono passaporti di serie A e passaporti di serie B, come riporta capillarmente la classifica di Passport Index. Con il passaporto italiano si possono visitare 174 Paesi. Con il passaporto senegalese soltanto 66, con il passaporto somalo 44 Paesi. Se sei nato in Africa, non si scappa, puoi viaggiare solo in Africa. Con il passaporto siriano e afghano si possono visitare 38 Paesi. Sono in molti, in Siria e Afghanistan a voler scappare dalla guerra e dai talebani ma non possono farlo. Possono arrivare in Europa solo per vie illegali e poi, una volta qui, chiedere un visto umanitario. Ma, attenzione, prima devono rischiare la vita superando frontiere, muri, mari e spendere migliaia di euro. E’ così si moltiplicano i trafficanti di uomini. Per dare un filo di speranza alla disperazione di questi ragazzi, si fanno dare soldi, tanti soldi, promettendo viaggi sicuri e nei quali, invece, come abbiamo visto di recente, si rischia la vita. E’ quanto accaduto ai migranti naufragati a Cutro, al largo di Crotone.

 

«ERAVAMO 120, SALVI IN 60!»

«Il barcone sul quale sono arrivato si è rotto: eravamo in centoventi, se ne sono salvati solo la metà. Una bambina di due anni è morta affogata di fronte alla mamma, ho visto la scena con i miei occhi. Un mio connazionale inghiottito dal mare: prima di morire mi aveva lasciato il numero di telefono di sua mamma e quello di suo babbo, per avvertirli nel caso fosse morto».

Storie che conosciamo, che abbiamo raccontato tante di quelle volte e che non sempre hanno intercettato la sensibilità dei politici. La tragedia sulle Coste calabresi, costata la vita a decine e decine di poveri ragazzi, donne e bambini, forse – e sottolineiamo forse con il dolore nel cuore – potrà avere insegnato qualcosa a quella gente che liquida vicende come questa e tante altre come una sciagura prevedibile. Provate a pensare anche per pochi istanti di stare dall’altra parte del Mediterraneo, in Africa: sotto le bombe, vittime di persecuzioni religiose o politiche, sottoposti a torture, alla mancanza di cibo e lavoro. Poi ne riparliamo.

E non per pochi istanti, ma per giorni e giorni, come quei giorni che in molti trascorrono fra onde del mare alte dieci piani, senza saper nuotare e, dunque, a stringersi all’imbarcazione per paura che sia arrivato il loro momento. E’ triste, vero? Diciamo, invece, che è una sciagura, una grave sciagura in una società nella quale si parla di libertà e di rispetto, mentre più di qualcuno ignora appelli e si gira dall’altra parte.

«Prendo i francesi per la gola, io…»

Martino Ruggieri, grande chef, da Martina a Parigi

Premiato dalla Guida Michelin francese. Il suo ristorante in pochi mesi è diventato uno dei più “prenotati”. Pochi tavoli, venticinque coperti, non di più. «La gente deve sentirsi come a casa, seguita e rispettata», dice il cuoco stellato

La Guida Michelin francese si tinge di tricolore. A portare in alto il buon nome del nostro Paese, uno chef pugliese: Martino Ruggieri. Ci inorgoglisce ancora di più sapere che Martino è di Martina Franca, ha una solida esperienza fra i fornelli di mezza Europa e qualche anno fa decide di aprire un ristorante in Francia. Non in una delle tante belle città d’Oltralpe, ma “la città”, la Ville Lumiere: Parigi.

Così un interessante reportage di Repubblica dà notizia del successo di un altro cuoco italiano che è riuscito a prendere i francesi per la gola. Fra i cuochi italiani più conosciuti in Francia, è notizia di questi giorni, Martino ha conquistato la stella Michelin solo dopo appena cinque mesi dall’apertura di “Maison Ruggeri”, il suo nuovo ristorante.

Si tratta di un traguardo importante per Martino, cresciuto nelle cucine di Yoel Robuchon e Yannick Alléno e diventato negli anni, l’executive chef del trestelle “PavYllon”. Dopo aver vinto al “Bocuse d’Or” (2017) ed essere entrato successivamente nella finale mondiale (2018), Ruggieri aveva condotto l’Italia per la terza volta nella storia del prestigioso premio d’alta cucina.

Fonte profilo facebook Martino Ruggieri

IL PRIMO SUCCESSO…

Un’edizione, quella, governata dai paesi nordici, anche se la carriera del cuoco martinese da quel momento stava prendendo la strada del successo, tanto da raggiungere in questi giorni  al primo “macaron”, stavolta conquistato con un suo locale.

Il ristorante di Martino, chiuso in ogni fine-settimana, è al n. 11 di Rue Treilhard. Pochi tavoli, coperti che si possono contare al massimo sulle dita di una mano. Non proprio, si parla di venticinque, non di più con una saletta riservata. Secondo Ruggieri, la cucina deve avvicinarsi il più possibile a quella di casa. Prenotare è semplice, spiega una sua pubblicità, molto sobria: tramite il sito. Una volta preso nota della prenotazione, ecco una telefonata per stabilire i dettagli. Anche quale tavolo. La cucina di Martino prende spunto dalle origini pugliesi, ma nel tempo ha allargato la sua conoscenza e i suoi segreti alla cucina italiana e non solo. Insomma, è il caso di dire che Martino sa come prendere i suoi clienti per la gola.

 

…NON SI SCORDA MAI

Ruggieri, classe 1986, si è diplomato all’Istituto Alberghiero di Castellana Grotte. Ha cominciato a cucinare seguendo l’esempio di suo fratello, una passione grazie alla quale Martino ha cominciato a girare il mondo. Ha collaborato con Heinze Beck a Roma, per poi trasferirsi a Pescara, perfino in Australia e dal 2014 a Parigi.

Nel 2018 e 2019, si diceva, ha rappresentato l’Italia alla importante competizione del “Bocuse d’or”, arrivando quindicesimo. «Una sfida – confessò lo chef pugliese – perché me lo aveva chiesto il mio chef, Yannick Allèno. Il “Bocuse d’Or” è una lezione di vita; ti consente di prendere le misure della tua personalità e del tuo carattere. Prepararsi per al “Bocuse” significa mettere da parte la propria vita, personale e professionale, per due anni. Bisogna concentrarsi, lavorare sodo per rendere meccanici dei movimenti che devono tendere alla perfezione per minimizzare gli errori; si impara a lavorare in squadra perché ogni gesto, ogni movimento deve essere calibrato in un equilibrio perfetto». Pillola di saggezza a parte, Martino da allora è cresciuto tanto da diventare un gigante nel suo campo. 

Mattarella premia Andrea Occhinegro

Il professionista tarantino sarà insignito dal Presidente con un’alta onorificenza

Per essersi distinto fra quanti si sono spesi per un’imprenditoria etica. Per l’impegno a favore dei detenuti, per la solidarietà, per il volontariato, per attività in favore dell’inclusione sociale, della legalità, del diritto alla salute e per atti di eroismo. Cerimonia al Quirinale venerdì 24 marzo

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito, motu proprio, trenta onorificenze al Merito della Repubblica Italiana a cittadine e cittadini che si sono distinti per un’imprenditoria etica, per l’impegno a favore dei detenuti, per la solidarietà, per il volontariato, per attività in favore dell’inclusione sociale, della legalità, del diritto alla salute e per atti di eroismo. Tra questi, anche un tarantino, Andrea Occhinegro.

Se questo non è motivo d’orgoglio per una città, ma anche per il resto della Puglia. Talvolta, quando gli italiani si arrabbiano per mille motivi -magari la metà bastano e avanzano – nel tritatore ci mettono tutti, nessuno escluso. Basta che questo, questi, facciano parte delle istituzioni, ecco che vanno ad arricchire il numero dei nomi cordialmente mandati al diavolo.

La verità è che sulle cose occorre ragionarci, per questo – per esempio, ma è solo un esempio – non ce la siamo mai presi (ma mai, mai, mai) con il Capo dello stato. In questo caso, Sergio Mattarella. Che, intanto, nei giorni scorsi, un po’ richiamando il Governo, un po’ come è giusto che sia – l’ultima parola spetta sempre al Presidente della Repubblica – ha fatto di testa sua: ha convocato i suoi più stretti collaboratori, ha messo in moto l’intero apparato della sicurezza e si è recato a Crotone per rendere omaggio alle vittime del naufragio avvenuto ad un centinaio di metri dalla Costa calabrese (e non “a largo”).

332094683_591935972840079_6896846207351129931_n copiaMATTARELLA, MOTU PROPRIO

Dunque, oltre a questa decisione condivisa da chiunque, tranne i pochi ostinati che sostengono chi, invece, ha assunto e condiviso decisioni scellerate, di decisioni ne ha prese altre. Fra le ultime, una in particolare: ha individuato, tanto per dirne una che ci interessa più da vicino – fra i tanti esempi presenti nella società civile e nelle istituzioni – alcuni casi significativi di impegno civile, di dedizione al bene comune e di testimonianza dei valori repubblicani.  Una cerimonia che si svolgerà presso il Palazzo del Quirinale il 24 marzo 2023 alle ore 11.30.

Dicevamo di Andrea Occhinegro, tarantino. Bene, Occhinegro, per chi non lo conoscesse o avesse letto le sue note, ha cinquantadue anni e, in questi giorni, in attesa della formalizzazione con la consegna delle onorificenze da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato insignito “Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”. La motivazione: “Per il suo contributo nell’organizzazione di iniziative di solidarietà per ridurre il disagio sociale grazie a una rete capillare e al coinvolgimento di figure professionali”. Medico oftalmologo, è il Presidente di ABFO (Associazione benefica “Fulvio Occhinegro”), organizzazione di volontariato costituita nel 2005 a Taranto.

Nata in seguito ad un lutto familiare, l’associazione persegue un nuovo modello organizzativo dove partecipazione e solidarietà rappresentano una prima risposta al disagio sociale e individuale dei più deboli. “Una vera e propria “casa” capace di esprimere il senso di accoglienza e supporto, ma anche dialogo, coinvolgimento ed educazione ai valori”. Il Centro ABFO è composto da due aree, una aperta tutto il giorno, dedicata a persone senza fissa dimora, e un’altra dove la mattina e il pomeriggio sono coordinati e organizzati gli aiuti per le famiglie bisognose della città in collaborazione con i Servizi sociali del comune.

La nostra cooperativa, in tempi non troppo lontani, aveva già ospitato e intervistato nei suoi studi, numerosi cittadini impegnati nel sociale. Fra questi, appunto, il dott. Andrea Occhinegro.

 

Di seguito, i link:

http://www.costruiamoinsieme.eu/stiamo-con-i-deboli/

https://youtu.be/6D7xLLiJe

 

PAROLA DI SINDACO…

Ai sensi di gratitudine di una intera città, si sono uniti quelli del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci:

«Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – ha scritto il primo cittadino – ha conferito trenta Onorificenze al Merito della Repubblica Italiana a cittadine e cittadini che si sono distinti per un’imprenditoria etica, per l’impegno a favore dei detenuti, per la solidarietà, per il volontariato, per attività in favore dell’inclusione sociale, della legalità, del diritto alla salute e per atti di eroismo.

Tra loro c’è il dottor Andrea Occhinegro, uno degli angeli custodi della nostra comunità. Tutti noi conosciamo il valore del grande lavoro del dottor Occhinegro e della sua famiglia che con l’ABFO, in collaborazione con i Servizi Sociali del Comune, garantisce ai cittadini più fragili.

Il dottoro Occhinegro ha ricevuto il riconoscimento presidenziale con la seguente motivazione: «Per il suo contributo nell’organizzazione di iniziative di solidarietà per ridurre il disagio sociale grazie a una rete capillare e al coinvolgimento di figure professionali».

Il dottor Occhinegro è il presidente di Abfo (Associazione benefica “Fulvio Occhinegro”), organizzazione di volontariato costituita nel 2005 a Taranto. Nata in seguito a un lutto familiare, l’associazione persegue un nuovo modello organizzativo dove partecipazione e solidarietà rappresentano una prima risposta al disagio sociale e individuale dei più deboli. Una vera e propria “casa” capace di esprimere il senso di accoglienza e supporto, ma anche dialogo, coinvolgimento ed educazione ai valori.

Orgogliosi di te, caro Andrea.

Rinaldo Melucci

Sindaco e presidente della Provincia di Taranto».

Puglia, c’è il cotone biologico

Pietro e Michele, imprenditori garganici, introducono la rivoluzione nella camiceria

L’idea inizialmente sembrava fuori dagli schemi. Grazie alla loro esperienza sfidano il mercato e colgono nel segno. Un incontro, duecentocinquanta operatori e “bingo!”: la Puglia e il Tavoliere diventano un esempio per l’alta moda italiana

cotone_organico-1170x650Che la Puglia fosse terra dalle mille risorse era un fatto risaputo. A molti sicuramente, tranne a chi vorrebbe staccare il Nord dal Sud, pensando di fare un affare, dimenticando che la ricchezza – prima che l’Italia diventasse una sola – abitava da queste parti prima che l’Italia diventasse una sola. Premessa tirata un po’ per la giacchetta, non diciamo di no, ma è bene non passare solo per essere geniali o, alla fine, solo una riserva di idee e neuroni al servizio dei più scaltri.

Ultimo primato tirato fuori dal cilindro e che spetta alla Puglia è la filiera del cotone biologico, un altro “Made in Italy” nato proprio nella nostra regione. Questa prima filiera di cotone biologico italiano, come riportava nei giorni scorsi “Repubblica”, parte da San Marco in Lamis (Foggia) e precisamente dal Gruppo Albini.

Partire da una cittadina del Sud Italia, presenta sempre qualche problema in più rispetto ad altre realtà. Ma quando il gioco si fa duro, si dice, i duri entrano in gioco. Non si lasciano impressionare dal gap Sud-Nord. A vantaggio del genio e del coraggio dei due protagonisti della storia, Pietro Gentile e Michele Steduto, giocano le idee e il desiderio di ribaltare certi aspetti ormai logori nei confronti del Meridione.

cotone_biologicoMICHELE E PIETRO, CORAGGIO!

Dunque, Pietro e Michele, nonostante la loro voglia di provarci si presenta come un’utopia, cominciano con il ribaltare ogni schema e, finalmente, conquistare il panorama nazionale e internazionale con una produzione biologica e tutta “Made in Italy”. Quel sogno nel cassetto che può diventare realtà.

Pietro e Michele cono due imprenditori illuminati. Provenienti da mondi diversi da quello agricolo e tessile, nel giro di qualche fortunata stagione a San Marco in Lamis hanno messo su un’intera filiera partendo insieme alla conquista della moda italiana.

Tutto nasce quattro anni fa. I due amici e imprenditori, provenienti da realtà lavorative diverse decidono di entrare nel mondo dell’abbigliamento e di produrre camicie di alta sartoria. Detta così può suonare come una bestemmia. Del resto, si tratta di un’attività assolutamente pionieristica che prenderebbe le mosse dal promontorio garganico. I due imprenditori, però, non sono sprovveduti. Sanno il fatto loro: grazie all’esperienza e alla tecnologia, cominciano a creare camicie di alta sartoria, con numerosi passaggi a mano e con tessuti pregiati. Un prodotto riuscito. Bigo, direbbe qualcuno.

CHI SI FERMA…

Invece, Pietro e Michele non hanno alcuna intenzione di sedersi sugli allori, seppure arrivano i primi successi e il gradimento delle loro produzioni. Durante la pandemia decidono di produrre per conto proprio le materie prime. Intanto, quel cotone che in Italia nessuno coltiva, ma che all’estero rappresenta una buona fonte di reddito. I due cominciano con il procurarsi i semi e avviano così una coltivazione sperimentale su tre ettari di terreno tra San Marco in Lamis e San Severo. Quanto scaturisce da questa loro idea si concretizza nel giro di una stagione: il prodotto finale è di buona qualità, le camicie GEST, questo il nome dell’azienda di Gentile e Steduto, iniziano ad attirare l’attenzione del mercato. Insomma, una linea che piace a chi vuol piacere. Adesso si può dire “Bingo!”.

Nel settembre 2020 i due imprenditori registrano la svolta. I due soci decidono di organizzare un convegno a San Giovanni Rotondo dove invitano un certo numero di aziende tessili italiane. In duecentocinquanta, molti provenienti proprio dal Nord, accolgono il loro invito. I due imprenditori pugliesi hanno subito l’impressione di aver colto nel segno. Da quel momento ha inizio un producente dialogo con produttori, tessitori e impianti di tintoria. L’anno successivo la seconda produzione è entusiasmante grazie ad un prodotto totalmente biologico.

cotone-organico2022, LA SCALATA

Nel 2022 gli ettari di coltivazione aumentano e diventano cinquanta, sempre tra Gargano e alto Tavoliere. Il clima della Capitanata si rivela ideale e la fibra raccolta è ottima. È la svolta della svolta. Alla blue seed vengono affiancate varietà greche e turche, che in provincia di Foggia trovano un ambiente ideale.

Pietro e Michele sono in questi giorni prendono parte a Milano Unica, la fiera di riferimento dei tessuti e degli accessori di alta gamma per l’abbigliamento donna e uomo, per presentare la fantastica avventura dell’unico prodotto realizzato interamente con cotone italiano.

«È un’idea innovativa ma soprattutto educativa per i nostri giovani – dicono i due imprenditori pugliesi – poiché la possibilità di rimanere in provincia di Foggia senza fuggire per cercare lavoro è concreta. Certo, da una terra in cui si investe sempre meno, in cui l’industria non esiste quasi, è più facile fuggire. Noi invece ci crediamo e siamo certi che con la volontà e qualche piccolo investimento, tutto si possa fare. Il resto viene da sé».

QUANDO NAPOLI DIVENTO’…TARANTO

“Io speriamo che me la cavo”, girato trentuno anni fa in città

Protagonista Paolo Villaggio diretto da Lina Wertmuller. I vicoli della Città vecchia come quelli del capoluogo partenopeo. I bambini diventati adulti, qualcuno diventato attore professionista, qualche altro imprenditore. I ricordi di Adriano Pantaleo nel docufilm “Noi ce la siamo cavata” diretto da Giuseppe Marco Albano

spriamo-che-me-la-cavoUn pomeriggio con Paolo Villaggio, nella hall dell’Hotel Plaza di Taranto. Dalle cinque, ora del thè, alle otto di sera. Una lunga intervista, come fossimo vecchi amici, in realtà non era così. Parlammo di tutto, di Totò e Sordi, del cinema di Kurosawa e di Fantozzi. Non la finivamo più. Ma questa è davvero un’altra storia. Poi, alle otto, un responsabile della produzione chiamò un taxi e imbarcò Villaggio invitato a cena in un ristorante della Città vecchia.

Nell’Isola stavano facendo le riprese di “Io speriamo che me la cavo”. Il film era “Io speriamo che me la cavo”, ispirato al best-seller del maestro Marcello D’Orta, diretto da Lina Wertmuller. I vicoli tarantini sostituivano quelli napoletani. Nella hall c’era tutta la classe nella quale “insegnava” Villaggio. Bambini vispi, che mostravano di saperla lunga. Disinvolti, alcuni si stringevano a mamma e papà. La produzione, tassativa, assicurava ai piccoli la presenza di almeno un genitore. Parlavano ch’era una bellezza. Qualcuno di questi si è fatto strada, è diventato un volto popolare; altri hanno desistito dalla carriera cinematografica o televisiva e, dopo quella esperienza, hanno scelto di inseguire altri sogni, di fare altro.

Fra i più vivaci, un ragazzetto, dentini in disordine, orecchie a sventola, ma già sveglio: Adriano Pantaleo, che farà strada al cinema e in tv. Proprio in questi giorni, Fanpage, servizio a cura di Gennaro Marco Duello ha incontrato il popolare “Vincenzino” cinematografico per chiedergli se fosse al corrente su cosa facessero oggi quei suoi “compagni di classe” di allora. In realtà Pantaleo ha fatto di più. Nel tempo, quando è stato possibile, ha mantenuto rapporti con qualcuno di loro, tanto da aver curato un documentario dal titolo “Noi ce la siamo cavata” diretto da Giuseppe Marco Albano.

Io_speriamo_che_me_la_cavo_Pura_poesia_cinematografica_Ritorno_a_scuola«COSA FACCIAMO OGGI…»

«Che fine avessimo fatto? È una domanda che mi ha accompagnato praticamente in tutti questi anni – spiega – tutte le volte che mi riconoscevano: mi chiedevano che fine avessero fatto quei miei compagni di classe. Un giorno la stessa domanda me l’ha posta Albano, il regista del docufilm. Abbiamo annodato insieme, dove è stato possibile, i fili di alcune di quelle storie personali, ma anche di una città, di un paese, di una società cambiata nel tempo. Ci sono voluti quattro anni per realizzare un lavoro soddisfacente».

Fra le storie che Adriano racconta a Fanpage, quella di Mario Bianco, «l’ex bambino cicciottello della classe, Nicola: tutti si ricordano di lui per essere il bambino della “prima brioche”, della “seconda brioche”, tanto che da grande ha aperto cornetterie, esportando a Torino un cornetto notturno e la cucina napoletana aprendo un ristorante».

Altro ex giovanotto vispo, tanto da aver proseguito come Adriano l’attività di attore, Ciro Esposito. «Un grande amico che ho incontrato più volte artisticamente: altra storia, quella di Dario Esposito con cui sono diventato parente. Mia madre e sua madre erano diventate molto amiche negli anni di “Io speriamo che me la cavo”, tanto che lui ha finito per innamorarsi di mia cugina Alessia, che poi ha sposato: vivono a Piacenza, lui è militare, lei un’ostetrica, hanno due figli fantastici».

Io_speriamo_che_me_la_cavo_2019_film«COME, NON E’ “FANTOZZI”?»

Nel docu ci sono tratti coraggiosi, la storia di tre “compagni” che hanno scelto altre strade, tanto da aver conosciuto il carcere. Ma le storie, racconta Adriano, sono state documentate con molto tatto. Poi torna il sorriso, quando gli chiedono di Paolo Villaggio.

«Eravamo quasi scioccati. Noi bambini tra i sette e i dieci anni, vedevamo “Fantozzi” in tv, il nostro personaggio preferito: insomma, pensavamo di incontrare una persona che ci avrebbe parlato come il suo grande personaggio, invece ci siamo trovati al cospetto di un grande attore, un grande uomo che ci ha spiegato la differenza che passa una cinepresa accesa e una spenta. Quando è spenta, si spegne un po’ di quella magia. Venni a sapere che era stato proprio Villaggio a chiedere al produttore Ciro Ippolito, di interpretare il ruolo del maestro elementare che per errore invece di andare a Corsano, in Liguria, viene spedito a Corzano, praticamente Napoli. Grande concentrazione sul set, poi a cinepresa spenta, se avevamo fatto i bravi ci premiava interpretando “Fantozzi” solo per noi».

Infine la regista di “Io speriamo che me la cavo”. «Lina Wertmuller è tra le persone che porto nel cuore. L’ho incontrata spesso negli anni; per me è sempre stata un punto di riferimento, tanto che è stata fra le prime a sapere che sarei diventato papà: “Vedrai, ti cambierà la vita ma soprattutto ti cambierà il modo di vedere e intendere il tuo lavoro” mi disse: aveva ragione».

«SONO AFROTARANTINO»

La storia di Ibrahima, da fuggitivo a chef

«Sono gambiano, avevo una laurea che ho dovuto riporre in un cassetto. Ho studiato nell’Istituto alberghiero, mi sono diplomato. La gente della “mia” città mi ha subito voluto bene. Ho cominciato a lavare i piatti e pelare le patate, poi Massimo Bottura…»

immigrati-1200-690x362Trentaré anni, gambiano, si sente molto italiano, anzi “afrotarantino”, come giustifica lui questo legame con la Città dei Due mari. Oggi – come ha avuto modo di raccontare in questi giorni a Repubblica, nei mesi scorsi alla Gazzetta del mezzogiorno – è un affermatissimo chef, conteso da ristoranti importanti e dalle tv: il suo colore è un attrattore. Pensate, la cucina italiana condita e servita da un africano, un nero. Succede. Meritatamente poi, considerando sacrifici e ostacoli che ha dovuto superare fra mille difficoltà.

Lui è Ibrahima Sawaneh, la città cui allude è, evidentemente, Taranto. Una laurea in tasca, che gli è servita poco, avendo dovuto compiere nuovi studi per conseguire, discutendo il suo titolo di studio, in un italiano da lasciarti di stucco, un diploma all’Istituto alberghiero. Insomma, Ibrahima, bravo, bene, bis.

Arrivato in Italia con una laurea, ha dovuto rimboccarsi le maniche, chinarsi daccapo sui libri e seguire le lezioni pratiche che impartivano i suoi professori. Ha dovuto gettarsi nello studio, leggere e studiare in italiano, la stessa lingua con la quale avrebbe poi svolto gli esami. Diplomato. Ma gli esami, e questo Ibrahima lo sa, non finiscono mai. Per inserirsi nel mercato del lavoro inizia come lavapiatti, per passare dal retrocucina alla cucina a pelare patate. Poi arriva l’occasione, uno stage all’Osteria francescana. E da lì, il percorso diventa discesa.

taranto_notteMI SENTO A CASA!

«Sono “afrotarantino”: mi sento africano, ovviamente, ma anche italiano, poi anche tarantino, se permettete, visto che a questa terra sono legatissimo. Ho fortemente voluto fare il lavoro che, oggi, svolgo con grande gioia: ho trasformato la mia grande passione per la cucina in lavoro: faccio il cuoco nelle cucine degli chef stellati e con lavoro e applicazione – mi dicono – sto scalando le vette della popolarità: fra i recenti riconoscimenti, l’“Eraclio d’oro”: titolo della mia composizione: “la mia tradizione africana in Puglia”».

Nonostante il successo, Ibrahima non perde occasione per raccontare e raccontarsi quanto accadutogli prima di approdare sulle coste italiane e nella sua città adottiva, Taranto. Partito dal suo Gambia, il viaggio in mare, dolore, pericolo, coraggio, speranza e amore, l’arrivo a Taranto, l’accoglienza.

Il primo compito di uno stagista, spiega il giovane chef, sono le preparazioni lunghe, fra brodi e piatti base. La sua attività parte dalle retrovie. Bravo com’era è stato promosso al servizio in cucina. Gli tocca preparare antipasti e primi piatti di una certa importanza. «Ero sulla buona strada, ma spesso non posso fare a meno a pensare che ho iniziato a cucinare molto tardi.

requisiti-cucina-ristoranteLA MIA CUCINA…

Gli inizi non sono nella Scuola alberghiera. Da piccolo, nel mio Paese, cucinado e imparando da solo le prime tecniche che col passare del tempo mi sono tornate utili».

«Mia madre non l’ho conosciuta, è morta che ero ancora piccolo: cucinavo e immaginavo di essere parte di quel gruppo familiare che non ho mai potuto vivere come avrei voluto». Poi la conoscenza con uno dei più grandi chef di statura internazionale: Massimo Bottura. I ragazzi del corso non hanno il coraggio di sottoporre all’attenzione dello chef stellato le proprie composizioni, Ibrahima sì. Bottura è esigente, chiede l’originalità, qualcosa che non ha mai assaggiato.

«Se mi dice che fa schifo – mi sono detto – vuol dire che devo ancora lavorare: allora, mi conviene provare!». Così, “Ibra” ha preparato un piatto tipico del suo paese, il Domodà. Mentre tutti erano lì ad assaggiare prima, a mangiare di gusto poi, ecco Bottura: «Chi ha cucinato? E’ veramente buono, questo sì che è un piatto originale, complimenti al cuoco!». «Per la prima volta ho iniziato a piangere di gioia, di felicità. Ho pianto pensando a mia mamma».