L’elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti e le sue simpatie per due Capi di Stato come Putin ed Erdogan non può non concentrare il pensiero su quello che potrà essere il destino delle donne combattenti curde dell’Ypj impegnate sul fronte per liberare non solo un territorio ed una città simbolo come Raqqa, eletta a capitale del Califfato, ma e soprattutto le migliaia di donne rimaste prigioniere del fondamentalismo jihadista dell’ISIS.
Fino a ieri lo schieramento curdo-siriano contava sull’appoggio militare statunitense deciso da Obama contro il grande disappunto di Erdogan e Putin. Con l’elezione di Trump il rischio vero è che questa coalizione formata da ribelli siriani e miliziane curde venga abbandonata a se stessa in quella che tutti considerano la battaglia definitiva contro l’ISIS. Questo isolamento, con la conseguente delegittimazione, farebbe piacere a tutti per motivi diversi. Ai miliziani del Califfato che considerano la maggiore delle onte essere uccisi da una donna. Al Governo dittatoriale turco impegnato a scongiurare il rischio di un possibile ruolo di primo piano curdo su quell’area geo politica.
Intanto, l’operazione “Ira dell’Eufrate” per la liberazione di Raqqa è partita e non a caso a darne la comunicazione ufficiale è stata una donna, Cihan Seikh Ahmed, comandante delle truppe dell’Ypj che, con grande fermezza ha dichiarato “Libereremo tutte le donne di Raqqa e le vendicheremo”.
Nell’esercito curdo le donne hanno pari diritti e pari doveri degli uomini. Dall’altra parte del fronte, quella dell’ISIS, le donne, nel migliore dei casi, sono ridotte a spie o impegnate a controllare e seviziare altre donne ridotte in schiavitù e costrette alla completa sottomissione.
Nel frattempo, dall’Europa la voce autorevole di un’altra donna vibra per denunciare una situazione che è palesemente nota a tutti. E’ la voce di Emma Bonino, ex Ministra degli Esteri italiana, che denuncia: “I segnali della svolta autoritaria in Turchia si accumulano da anni, ma certamente l’ultima escalation, con l’arresto dei leader del principale partito curdo, suggerisce che Erdogan taglia i ponti con l’Europa e l’Occidente. Preso da due guerre, una interna e l’altra esterna ma entrambe collegate alla questione curda, egli sceglie una strada in fondo alla quale c’è un regime dittatoriale. La situazione è preoccupante anche perché la Turchia è membro della NATO e ospita testate nucleari, mentre l’Europa ha perso ogni leva di pressione dal momento in cui si è deciso, sbagliando, che la nostra priorità nei confronti di Ankara era che si tenessero rifugiati e migranti e tutto il resto è diventato secondario”.
Intanto, le strade di New York sono invase da donne che nutrono serie preoccupazioni sul loro futuro. Zina, una ragazza di soli 23 anni, sembra sintetizzare lo stato d’animo diffuso: “sono nera, mussulmana, immigrata. Rappresento tutto quello che Trump odia”.
La prima candelina è un importante punto di arrivo, ma anche e soprattutto un nuovo punto di partenza. L’esperienza di «Cas Cavallotti» ci ha insegnato in 12 mesi che è possibile diffondere un nuovo modo di vivere l’integrazione e diventare così testimoni di un cambiamento possibile attraverso il rispetto delle persone e delle regole.
Festeggiare, quindi, non è solo un momento per condividere un’emozione, ma per ritrovarsi intorno a un’idea comune, rafforzare i valori e saper cogliere anche i frutti di un lavoro quotidiano e silenzioso che donne e uomini svolgono con il sorriso e il sacrificio.
Per questo, per tutto questo buon compleanno a noi che Costruiamo Insieme!
I combattenti del Califfato non smentiscono la ferocia che li ha caratterizzati fino ad oggi entrando nell’immaginario collettivo come spietati stroncatori di vite rispondendo all’entrata delle milizie irachene e curde a Mosul con esecuzioni sommarie fra i civili usate come monito alle tante donne e bambini utilizzati come scudi umani. La battaglia per la riconquista di Mosul durerà settimane e vedrà scorrere un fiume di sangue per la caratteristica che ha assunto: non è rimasto più nulla da distruggere, si combatte corpo a corpo fra le macerie. I raid aerei a firma USA hanno già cancellato la città facendo anch’essi strage di civili. E non è un fatto straordinario: per fuggire da Mosul si paga una cifra pari a cinquecento euro. Le alternative sono restare nel cuore di una battaglia o cadere prigionieri dell’ISIS per diventare un utile scudo umano per le milizie del Califfato. Il Pentagono ha reso noto di aver sganciato su Mosul già tremila bombe con i cacciabombardieri della Coalizione. Tremila, con un potenziale di morte e distruzione inaudito e incomprensibile: 1200 civili morti solo nell’ultimo mese ai quali si aggiungono i 672 morti fra i soldati delle forze alleate.
Nessuno può prevedere quanto durerà: l’esercito è costretto ad avanzare a piccoli passi per evitare zone minate, imboscate e attacchi kamikaze nella strenua difesa della città da parte del Califfato.
Dall’altro fronte, con la più grande arma a disposizione delle forze islamiste che hanno trovato nel web una straordinaria cassa di risonanza, vengono lanciati filmati e proclami che raccontano una storia assolutamente diversa capace di continuare l’opera di reclutamento di uomini pronti a sacrificarsi in nome della più grande deformazione vista nella storia dell’Islam: dei cinquemila soldati islamici presenti a Mosul, mille sono stranieri provenienti da Paesi Occidentali.
Intanto, nessuno resta a guardare di fronte ai nuovi scenari geopolitici che la fine di questo conflitto aprirà. La Turchia ha mobilitato il proprio esercito posizionandolo nella città di confine a nord con l’Iraq pronta ad intervenire nella battaglia finale per la presa di Mosul schierando 1500 sunniti usando a pretesto il pericolo rappresentato da possibili aggressioni sciite sui civili sunniti. Il Presidente turco Erdogan, con l’appoggio russo, ambisce a sedersi al tavolo che deciderà il futuro dell’Iraq anche per porre un argine all’impegno dei Kurdi in questo conflitto.
Nel contempo sale l’intensità della battaglia ad Aleppo, in Siria, dove le forze jihadiste rispondono, colpo su colpo, all’accerchiamento della zona est della città da parte delle forze governative.
Lontano da bombe e proiettili, il Fondo Monetario Internazionale ha affrontato in un summit convocato d’urgenza a Londra la grave situazione dell’economia libica, ormai al collasso: priva, ormai, anche dei servizi essenziali come l’energia elettrica che non viene più erogata da settimane, la popolazione di Tripoli è insorta. L’inflazione al 31% preoccupa gli occidentali che hanno grandi interessi economici in un Paese che hanno colonizzato e vandalizzato.
Liberare Mosul, riprendere Aleppo sono affermazioni che devono far riflettere: liberare per occupare? L’autodeterminazione dei popoli è un concetto chiuso a doppia mandata in un cassetto.
CARTA DI IMPEGNO ETICO DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE
Il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale e gli enti che partecipano ai progetti di Servizio Civile Nazionale:
– sono consapevoli di partecipare all’attuazione di una legge che ha come finalità il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della Patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale. Servizi tesi a costituire e rafforzare i legami che sostanziano e mantengono coesa la società civile, rendono vitali le relazioni all’interno delle comunità, allargano alle categorie più deboli e svantaggiate la partecipazione alla vita sociale, attraverso azioni di solidarietà, di inclusione, di coinvolgimento e partecipazione, che promuovono a vantaggio di tutti il patrimonio culturale e ambientale delle comunità, e realizzano reti di cittadinanza mediante la partecipazione attiva delle persone alla vita della collettività e delle istituzioni a livello locale, nazionale, europeo ed internazionale;
– considerano che il Servizio Civile Nazionale propone ai giovani l’investimento di un anno della loro vita, in un momento critico di passaggio all’età e alle responsabilità dell’adulto, e si impegnano perciò a far sì che tale proposta avvenga in modo non equivoco, dichiarando cosa al giovane si propone di fare e cosa il giovane potrà apprendere durante l’anno di servizio civile presso l’ente, in modo da metterlo nelle migliori condizioni per valutare l’opportunità della scelta;
– affermano che il Servizio Civile Nazionale presuppone come metodo di lavoro “l’imparare facendo”, a fianco di persone più esperte in grado di trasmettere il loro saper fare ai giovani, lavorandoci insieme, facendoli crescere in esperienza e capacità, valorizzando al massimo le risorse personali di ognuno;
– riconoscono il diritto dei volontari di essere impegnati per le finalità del progetto e non per esclusivo beneficio dell’ente, di essere pienamente coinvolti nelle diverse fasi di attività e di lavoro del progetto, di verifica critica degli interventi e delle azioni, di non essere impiegati in attività non condivise dalle altre persone dell’ente che partecipano al progetto, di lavorare in affiancamento a persone più esperte in grado di guidarli e di insegnare loro facendo insieme; di potersi confrontare con l’ente secondo procedure certe e chiare fin dall’inizio a partire delle loro modalità di presenza nell’ente, di disporre di momenti di formazione, verifica e discussione del progetto proposti in modo chiaro ed attuati con coerenza;
– chiedono ai giovani di accettare il dovere di apprendere, farsi carico delle finalità del progetto, partecipare responsabilmente alle attività dell’ente indicate nel progetto di servizio civile nazionale, aprendosi con fiducia al confronto con le persone impegnate nell’ente, esprimendo nel rapporto con gli altri e nel progetto il meglio delle proprie energie, delle proprie capacità, della propria intelligenza, disponibilità e sensibilità, valorizzando le proprie doti personali ed il patrimonio di competenze e conoscenze acquisito, impegnandosi a farlo crescere e migliorarlo;
– si impegnano a far parte di una rete di soggetti che a livello nazionale accettano e condividono le stesse regole per attuare obiettivi comuni, sono disponibili al confronto e alla verifica delle esperienze e dei risultati, nello spirito di chi rende un servizio al Paese ed intende condividere il proprio impegno con i più giovani.
“Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò moltissimo, e mandò a uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio dall’età di due anni in giù” (Mt 2:16). Il gesto criminale di Erode è dettato dalla sua egoistica difesa del trono. Questa crudeltà corrisponde al suo carattere: per eliminare ogni ostacolo che mettesse in pericolo il trono, egli fece uccidere anche tre mogli e alcuni figli.
Sotto i colpi e le bombe americane e russe, governative e dei ribelli sono ormai migliaia i bambini che hanno perso la vita in Siria ed in particolare ad Aleppo sotto gli occhi abituati del resto del mondo. Bambini che non hanno avuto la fortuna di scappare, di sfuggire al massacro: “Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Àlzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire’” (Mt 2:13). Gesù, così, sfuggì a quella che è passata alla storia come “la strage degli innocenti”. Questa volta nessun angelo, come tante altre, nessun angelo ha steso le sue ali per proteggere quelle anime innocenti. Neanche il corridoio umanitario ha funzionato in quella che avevamo già definito come una tregua falsa, un tentativo fallito di dividere il territorio fra potenze estranee a quelle terre ma fortemente spinte dalla possibilità di fare soldi, tanti soldi e di consolidare posizioni strategiche nell’area mediorientale come stessero facendo una partita di Risiko. Quante vite vale un barile di petrolio? Non può non toccare nel profondo l’affermazione di una madre siriana che dice: “Preferisco mettere mio figlio su un barcone che forse va incontro alla morte piuttosto che lasciarlo ad una morte certa”.
Ma i morti, nel nostro quotidiano, non sono tutti uguali. Meno di tre mesi fa, a Nizza abbiamo visto le immagini di sandali e giocattoli abbandonati sul lungomare, magliette stracciate e intrise di sangue ai bordi della strada, qualche passeggino distrutto nelle fioriere spartitraffico: i segni evidenti della strage degli innocenti che si è consumata un giovedì sera sulla Promenade des anglais, la celebre passeggiata che ha reso Nizza una delle perle del Mediterraneo. Dieci bambini hanno perso la vita in un attentato terroristico. Tante le immagini di bimbi morti, feriti, in lacrime, in braccio ai genitori, che hanno fatto il giro del mondo. La più toccante ritrae una bambina priva di vita, riversa sull’asfalto della Promenade des Anglais coperta da un telo termico, con la bambola a pochi centimetri dalla mano. L’occidente si è indignato di fronte a tanto orrore, soprattutto alcuni Paesi europei che, cogliendo l’occasione o sbagliando il bersaglio, hanno subito puntato il dito sui flussi migratori, quasi sparando sulla Croce Rossa pur sapendo che tanto odio e tanta capacità di ammazzare è stata costruita in casa nostra, negli anni, con politiche discriminatorie e marginalizzanti. Ci sarà una giustificazione al fenomeno di quella che chiamano “radicalizzazione” di giovani nati e cresciuti in Europa o, in generale, in Occidente che non hanno mai visto una zolla di terreno del Paese di origine dei loro genitori o, addirittura, dei loro nonni?
Intanto “I bambini di Aleppo sono intrappolati in un incubo. E’ un calvario disumano che dura da sei anni, dove sono morti bambini innocenti nell’indifferenza mondiale” ha dichiarato Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia. “Niente può giustificare una tale violenza sui bambini e una tale noncuranza del valore della vita umana. La sofferenza e il suo impatto sui bambini è sicuramente la cosa peggiore che abbiamo visto” ha affermato.
e.c.
A poche decine di metri dalla meta tanto ambita una giovane migrante africana, che stava camminando con altre persone sull’autostrada A10, è stata investita e uccisa da un tir spagnolo in una galleria, subito dopo la barriera autostradale di Ventimiglia, poco prima dell’ingresso in territorio francese.
Il gruppo potrebbe essere stato ospite della parrocchia di Sant’Antonio alle Gianchette di Ventimiglia, dove alloggiano una cinquantina di migranti, inlarga parte famiglie eritree: “Stiamo attendendo notizie – dice il parroco don Rito Alvarez-. C’è molta tristezza nel vedere che queste persone che compiono un viaggio così lungo per lasciare la guerra trovano la morte in Europa”.
Una famiglia di sette eritrei stava tentando di espatriare in Francia passando dall’autostrada per evitare il blocco della polizia francese, ma è accaduto quello che spesso in questi mesi di emergenza si era temuto, all’interno della galleria “Cima Girata” dentro la quale si oltrepassa il confine tra Italia e Francia. Era quasi riuscita ad arrivare in Francia anche se la possibilità di non essere subito fermata dalla polizia sarebbe stata assai bassa per la giovane migrante eritrea che non ha avuto neanche questa occasione.
Il sindaco di Ventimiglia Enrico Loculano ha espresso il cordoglio della città con questo messaggio: “L’Amministrazione Comunale prova un profondo senso di angoscia nell’apprendere la notizia della morte di questa giovane ragazza. Il sistema Europa così organizzato si manifesta non adeguato per affrontare l’onda migratoria contingente e questa morte ne è un’agghiacciante conseguenza. Non possiamo non sentirci tutti responsabili, in questo momento il silenzio è d’obbligo. Da domani iniziamo tutti a ripensare il sistema, per fare si che tragedie di questo tipo non accadano più”.
Nella città ligure, Ventimiglia, sono fermi altri 800 profughi pronti a passare il confine sfidando per l’ennesima volta la morte. Ma quel tunnel, quel canale oscuro pare essere rimasto l’ultimo varco da superare, la fine di un lunghissimo viaggio alla ricerca di una nuova vita. Alla fine del tunnel quasi tutti troveranno il muro umano della gendarmeria francese pronta a respingerli. C’è chi ci ha già provato tante volte in attesa che arrivi il giorno fortunato o il suo ultimo giorno schiacciato da un tir dopo essere sfuggito alla potenza devastante delle bombe. Questo è il risultato della chiusura delle frontiere e della costruzione dei muri. Tutto avviene in una Europa che parla di accoglienza e in una Italia che oggi marcia per la Pace da Perugia ad Assisi con la richiesta rivolta al Governo di rispettare un punto fondamentale della Costituzione: non si vendono armi ai Paesi oggetto di un conflitto. Ma bloccare gli interessi economici è più difficile che fermare le guerre che li generano.
e.c.
Il clamoroso fallimento dei protocolli messi a punto dal Commissario Europeo Juncker sulla gestione dei flussi migratori non solo sta creando tensioni diplomatiche fra i Paesi dell’Unione, ma ha avuto l’effetto di portare l’Italia in una vera e propria situazione di collasso. I numeri dei migranti presenti sul territorio italiano hanno superato di gran lunga qualsiasi previsione e il blocco dei fondi richiesti dal Ministero degli Interni, seicento milioni già reperiti dal Ministero dell’Economia, ha portato al collasso l’intero sistema di accoglienza che ormai non riesce a fare più fronte, in assenza di risorse economiche, neanche ai bisogni primari degli ospiti dei Centri.
Il Presidente nazionale di Confcooperative Giuseppe Guerini da tempo ha allertato il Viminale sulle gravi conseguenze che produrrebbe la inevitabile chiusura dei Centri di Accoglienza e il Ministero degli Interni, riprendendo tale nota, ha scritto al Ministero dell’Economia che vi sono gravi rischi per l’ordine pubblico.
Un ping pong giocato con centinaia di migliaia di palline: ormai non più e non solo le teste dei migranti, ma anche quelle di chi in questi anni ha garantito il funzionamento del sistema di accoglienza con abnegazione e sacrificio. Le due facce dell’Italia: quella che raccoglie e quella che accoglie!
L’Italia che accoglie è al collasso, non regge più il peso dell’enorme responsabilità di cui, fino ad oggi, si è fatta carico: 165.177 migranti ospitati nelle strutture di accoglienza oltre i 20.000 minori non accompagnati. E tutti in attesa di sapere se gli verrà riconosciuto lo status di rifugiato.
Il dato che fa riflettere è che solo 22.971 migranti sono accolti nella rete stabile dello SPRAR. Tutti gli altri sono sparsi in strutture temporanee e straordinarie di accoglienza sparse in 1.200 Comuni italiani.
E mentre qualche giorno fa si consumava l’ennesima tragedia nel Canale di Sicilia, quattro capitali europee hanno dichiarato la necessità di prolungare i controlli ai propri confini. Solo quest’anno le persone risucchiate dal mare nel tentativo di attraversare il Mediterraneo sono più di 3.500.
L’Italia sta cercando di porre qualche rimedio al sistema di gestione dell’accoglienza passando da un modello emergenziale gestito dai Prefetti attraverso l’utilizzo di strutture temporanee, ad una strutturazione territoriale gestita dai Comuni.
Lo SPRAR, istituito nel 2002, ha visto aderire in tutti questi anni solo 1.200 Comuni su 8.000: sarà questo “ravvedimento” a cambiare le sorti ed il futuro dei migranti?
La politica è anche fatta di simbolismo: “In UE prevalgono gli egoismi nazionali, ma l’Europa è nata per abbattere i muri, non alzarli. Per questo proporrò che quel barcone recuperato nel 2016 sia messo davanti alla sede delle Istituzioni Europee” (Matteo Renzi, 14 ottobre 2016).
e.c.
Il Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) di Modugno ha compiuto il suo primo anno di attività. A ricordare questa scadenza sono stati gli ospiti del Centro che hanno voluto, quasi si dovesse celebrare un rito, che si festeggiasse: una strana rielaborazione della festa del Ringraziamento. Una festa per festeggiare l’accoglienza e per distinguere chi la fa da chi fa finta di farla. Una festa pensata e voluta per ringraziare gli operatori della struttura, i Responsabili, tutte le persone che, anche in situazioni difficili, hanno creduto e credono che accogliere non è mai sbagliato. Un anno è tanto tempo e pensare che sia già passato fa ripercorrere una storia che sembra essere stata compressa, vissuta troppo velocemente per pensare che sia trascorso solo un anno. Per chi vive quotidianamente le dinamiche quotidiane di una struttura il tempo si moltiplica o si perde la percezione del tempo per lasciare spazio alle vicende umane, alle necessità dei singoli o dei gruppi: è quasi come avere una famiglia di 120 figli da proteggere, da accudire, ai quali dare risposte a esigenze spesso legittime. All’inizio si approcciano all’operatore con diffidenza, altre volte con una prepotenza che rivela l’espressione di una debolezza che devi comprendere, devi avere la pazienza di tradurre partendo dal vissuto di chi ti è di fronte. Operare in una struttura di accoglienza non è facile: ci vuole stomaco, cuore e una capacità estrema di relazionarsi con persone che arrivano da un’altra parte del mondo con false aspettative alle quali devi dare risposte. Solo con il tempo, la pazienza e la capacità di dialogare si instaura un rapporto nel quale si comprende che l’operatore non è l’altro carnefice che hai incontrato, non è il terminale di una rete criminale che hai pagato per arrivare qua. E’ semplicemente una persona che ti accoglie nel migliore dei modi possibili, che ha scelto di prendersi cura di te perché crede in quello che fa. E lo fa con passione, non solo per mestiere! E assume responsabilità che potrebbe evitare. Piange quando qualcuno va via e, allo stesso tempo, gioisce sapendo che ha trovato una sistemazione migliore. Non tutti reggono alla gestione di emozioni che devi ingoiare tutti i giorni perché, per quanto debba essere professionale e distaccato il rapporto, è difficile non farsi coinvolgere e compenetrarsi in storie e vicende umane difficili anche da ascoltare. La coscienza non è una valigetta che lasci sul posto di lavoro quando hai finito il turno: ti porti dietro e dentro ogni storia, ogni tragedia che ti è stata raccontata che ti rimane addosso come un tatuaggio. E non puoi non pensare a quanto la vita a dato a te e a quanto è stato negato agli altri. Lavorare sul fronte nel sistema dell’accoglienza dei migranti ti mette di fronte ad uno specchio, ti impone di ragionare con te stesso, di dare un valore a tutto quello che la vita ti ha dato e che ad altre persone ha negato. La coscienza non fa i turni, non esistono orari. Agli operatori che hanno retto e reggono va fatto un grande plauso soprattutto per quanto sono riusciti a costruire nel rapporto con gli ospiti del Centro che li hanno voluti festeggiare. A loro il merito dei risultati raggiunti.
Sansonetti: “I migranti pronti a offrire il loro contributo”
«Il terremoto che ha colpito le popolazioni italiane non può e non deve diventare il terreno di scontro per misurare la “solidarietà” o marcare le differenze tra l’accoglienza destinata ai migranti e il sostegno offerto alle popolazioni terremotate». È quanto ha sottolineato Nicole Sansonetti, presidente della cooperativa «Costruiamo Insieme» che accoglie migranti e richiedenti asilo in diverse località della Puglia in risposta alle numerose polemiche lanciate attraverso i social network. «Per quanto siano differenti nella causa, le condizioni degli italiani terremotati e dei migranti accolti in Italia è accomunata dal fatto di aver perso tutto: la casa, gli affetti, il lavoro, i risultati dei sacrifici di una vita. Chi è scappato dai Paesi Africani per sfuggire al terrorismo – si pensi a Boko Haram in Nigeria – lo ha fatto purtroppo dopo aver visto la morte con i propri occhi. Proprio come tanti abitanti di Amatrice e altri comuni del centro Italia hanno visto le macerie e i corpi dei propri familiari uccisi. Chi in queste ore sta continuamente lanciando invettive sta solo strumentalizzando il dolore e la sofferenza delle vittime di questa calamità naturale per aizzarli contro altri uomini, donne e bambini sofferenti e allontanati dai propri affetti».
Secondo Nicole Sansonetti, infatti, in queste ore si deve legittimamente pretendere un sostegno più che dignitoso per le vittime del terremoto e successivamente un efficace lavoro di ripristino dei luoghi per restituire la propria vita a queste persone. Questo, inoltre, ricorda che il vero nemico da combattere è quello di chi su queste tragedie, terremoti e accoglienza profughi, vuole esclusivamente speculare: quello che è successo a L’Aquila deve risvegliare le coscienze e portare tutti ad essere vigili oltre che generosi. E proprio per quest’ultimo punto – ha aggiunto la presidente della cooperativa Costruiamo Insieme – vogliamo sottolineare che alcuni migranti ospiti delle nostre strutture si sono resi disponibili a offrire il proprio contributo nei luoghi colpiti dalle scosse: non è solo un modo per ricambiare l’accoglienza ricevuta, ma anche e soprattutto la volontà di poter dimostrare che possono contribuire ad aiutare e magari migliorare la nostra Italia. Anche alla luce di quanto si è discusso in questi giorni sulla proposta del prefetto Marco Morcone, forse, è giunta la prima occasione per dare seguito alle idee e concretizzare il concetto di integrazione. Come Costruiamo Insieme, quindi, restiamo pienamente a disposizione delle autorità che stanno gestendo l’emergenza per poter partecipare direttamente con i nostri ospiti alle operazioni necessarie da svolgere nelle terre terremotate».
Sono circa 50 le persone, tra ospiti e dipendenti della cooperativa sociale «Costruiamo Insieme», che in queste ore hanno scelto di donare il sangue in favore delle vittime del terremoto. Dopo la proposta di offrire un aiuto diretto alle popolazioni colpite dal sisma nel centro Italia, i migranti ospitati nelle struttura di Taranto, Modugno e Bitonto gestite dalla cooperativa presieduta da Nicole Sansonetti, hanno proseguito nella gara di solidarietà. Nel capoluogo ionico questa mattina sono circa 20 le persone che hanno donato il sangue. Altri 30 invece in queste ore si recheranno nei centri trasfusionali della provincia di Bari. Una possibilità che i medici concesso solo a chi è in grado di capire bene l’italiano, necessario per svolgere il colloquio preliminare con il medico durane il quale, per motivi di privacy, l’Asl ha deciso di evitare l’intervento dell’interprete.
«I nostri ospiti e i nostri dipendenti – ha spiegato Sansonetti – sono seriamente intenzionati a essere in prima linea in questo momento difficile nelle modalità che vengono loro concesse. L’ipotesi di donare il sangue, a differenza dell’idea di recarsi sul posto, era di più facile realizzazione e così l’abbiamo immediatamente attuato. Quanto all’ipotesi di raggiungere le zone terremotate siamo in contatto con la Regione Puglia per definire una serie di dettagli e ufficializzare la nostra candidatura».
Poco dopo la diffusione della notizia, infatti, il dirigente della sezione Politiche per le migrazioni della Regione Puglia ha contattato la cooperazione Costruiamo Insieme fornendo una serie di dettagli importanti per concretizzare, in modo coordinato con il servizio già in corso, il sostegno. «In queste ore – ha spiegato Sansonetti – stiamo studiando le competenze professionali dei nostri ospiti: abbiamo tanti elettricisti, imbianchini, idraulici e altre figure che riteniamo possano dare una mano. Siamo chiaramente consapevoli che il Comitato Operativo della Protezione Civile Nazionale che è impegnato nel coordinamento della prima fase di soccorso in questo momento ha come priorità quella di salvare vite umane, ma presto occorrerà ricostruire quello che è andato distrutto e, da subito, i nostri ospiti saranno pronti»..

