Per gli operatori Natale è tutti i giorni

Finisce un altro anno. E’ grande la voglia di festeggiamenti ma è anche tempo di bilanci. Tutto intorno le luci delle luminarie cercano di alimentare uno spirito di spensierata voglia di abbandonare la quotidianità per lasciarsi trascinare in un vortice temporaneo di condivisione, di vicinanza, di fratellanza.

Ma è anche tempo di bilanci, di riflessione. E’ uno spazio mentale dentro il quale segui un unico filo che ti riporta indietro con il pensiero a ciò che è stato e che, quasi fosse la molla tesa di una fionda, ti lancia a guardare al di là, a guardare oltre. Anche a dire che seppure le soddisfazioni sono state tante, non è mai abbastanza e non è mai troppo.

Il mio pensiero, in questi giorni, spesso si concentra su tutto il non detto, sul lavoro fondamentale ma nascosto svolto quotidianamente da quella che paradossalmente è nei fatti l’ultima ruota del sistema dell’accoglienza. Gli operatori, le migliaia di uomini e donne che nelle strutture o nei campi non timbrano un cartellino e non contano i pezzi prodotti a fine turno. Quelle persone che accettando un lavoro hanno accettato di svolgere una missione: quella di infondere speranza! Perché alla disperazione che rappresenta il baglio più grande che porta con se ogni migrante la prima fondamentale risposta non può essere che quella di infondere speranza: in una vita migliore, in un futuro migliore, in un mondo migliore da costruire insieme.

Si, insieme, sulla base di un unico principio che ci può unire che è quello del rispetto dell’umanità e della vita attraverso la mescolanza di storie ed esperienze, compenetrando la disperazione che, nel mondo globale, non è il pesante fardello dei fortunati che arrivano, ma è un macigno sospeso sulla testa di tutti noi perché questo è il mondo che stiamo vivendo e che stiamo consegnando ai nostri figli.

Allora, arriva il momento di guardare ai momenti belli racchiusi dentro il buco nero di una tragedia epocale. Momenti fatti di vicinanza, di condivisione delle sofferenze, di allegria, di costruzione di una tranquillità perduta, di festeggiamenti per traguardi raggiunti. Piccoli gesti, a volte. Poche parole. Un abbraccio. La capacità di ascolto. La voglia di contribuire a costruire un percorso di riscatto e di liberazione, l’ostinazione nel voler essere parte attiva nella restituzione della vita a chi è stata sottratta. Piccoli gesti, si potrebbe credere, ma fatti da uomini e donne che ogni giorno conducono la loro silenziosa battaglia contro quella manipolazione della religione che produce morti e contro le bombe dei potenti che distruggono interi Paesi incuranti del sangue versato. Piccoli gesti fatti da giganti che vogliono guardare oltre e che non accettano che l’accoglienza venga ridotta al mero garantire una risposta alle necessità primarie. Persone capaci di distruggere, con un sorriso, il concetto di “altro”, di “diverso”, di “ospite”. Persone capaci di guardare negli occhi di altre persone. Senza barriere, senza muri, senza pregiudizi. Questo è il senso di un Natale festeggiato tutti i giorni dell’anno dagli operatori dei Centri. Tutto il resto serve solo a creare una bella atmosfera temporanea.

 

#Bitonto, un calcio al razzismo

E’ partita a dicembre la nuova avventura sportiva che vede protagonisti alcuni nostri ospiti. Già perchè da qualche settimana alcuni ragazzi ospiti del Cas di Bitonto stanno partecipando a un campionato di calcio a 6. Non un torneo qualunque, ma una competizione di livello regionale!

MA non è solo sport, anzi. L’iniziativa, in collaborazione con l’associazione Anatroccolo Onlus e Anpis Puglia, mira infatti a creare attraverso l’attività sportiva importanti opportunità di integrazione sociale, divertimento e amicizia.

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Un evento centrato quindi sulla sensibilizzazione e la lotta alla discriminazione, attraverso il coinvolgimento della società civile, per avvicinare alla vita e ai bisogni quotidiani le persone affette da disagi.  Così i nostri ragazzi divertendosi, aiuteranno a combattere tutti insieme lo stigma dell’ isolamento sociale e daranno un calcio a tutte le discriminazioni, delle malattie mentali e degli immigrati e per segnare un goal contro il razzismo.

Illusione e ritorno all’inferno.

Quando le macchine bianche con incisa la mezza luna rossa, dopo aver scortato camion e pullman attraversando il corridoio umanitario, hanno fatto il loro ingresso nella città di Aleppo, gli oltre quattromila civili rimasti intrappolati nel mezzo di una battaglia all’ultimo sangue avranno pensato che fosse finita. Che finalmente in fondo a quel tunnel buio che ha segnato in maniera indelebile la loro vita quotidiana si intravvedesse un barlume, una luce a segnare la strada verso la salvezza.

Questa illusione ha attraversato l’arco temporale di pochi minuti, solo il tempo di intravvedere la speranza di scappare dalle macerie di quello che un tempo era una città. La loro città.

Subito, i colpi dei cecchini ancora asserragliati e pronti al sacrificio estremo hanno rotto quella illusione: in questo momento, i civili valgono più di qualsiasi altra cosa per tutte le fazioni in campo. Scudo umano e merce di scambio per definire i futuri equilibri in un’area geopolitica ricca di antichi conflitti. Tanto è vero che i media ci hanno restituito le immagini dei pullman e dei camion carichi di donne e bambini che erano riusciti a lasciare la città tornare indietro ad Aleppo e sotto i bombardamenti fermati dalle truppe governative supportate dal contingente russo.

Di fronte a questo scenario aberrante assistiamo inermi e increduli ai balletti della diplomazia mondiale. Nella sede dell’ONU, americani e russi giocano a bisticciare: l’Ambasciatrice USA Power accusa russi e siriani “Non siete capaci di provare vergogna?”; di contro la pronta risposta del russo Churkin: “Ha parlato Madre Teresa!”.

Il fatto che la tecnologia e i nuovi mezzi di comunicazione ci consentono di sapere tutto ed in tempo reale ci consegna una responsabilità enorme e l’immagine di un Occidente ed una Europa  incapaci di intervenire per fermare uno sterminio al quale si sta assistendo in diretta in violazione di qualsiasi diritto umano o legge internazionale. Assad e Putin sono rei confessi della strage che si sta consumando ad Aleppo. Il mondo intero sarà ospite del carnefice durante i Mondiali di Calcio che nel 2018 si terranno proprio in Russia. Invece di continuare a comminare sanzioni ad una Russia che ha dimostrato di non aver subito alcun contraccolpo economico nel corso di questi anni durante i quali ha potuto costruire, utilizzando proprio questo elemento, uno schieramento alternativo alle politiche occidentali, i Governi europei potrebbero, per esempio, pensare di ritirare la partecipazione delle proprie rappresentative ai Mondiali di Calcio di Mosca immaginando una iniziativa comune per la difesa dei diritti dell’uomo e, soprattutto, del rispetto del diritto alla vita? Oppure basta continuare a nascondersi dietro il cosiddetto velo della Madonna di politiche sull’accoglienza sulle quali ancora non si trova un accordo?

“Welcome”: formazione in carcere per minori

Si è chiuso con ottimi risultati il progetto denominato «Welcome», un percorso sperimentale di inclusione sociale per minori e giovani adulti dell’Istituto penale minorile di Bari che nei mesi di agosto, settembre e ottobre ha visto impegnati la società Costruiamo Insieme in partenariato con l’ente accreditato a livello regionale «Abap Puglia».
Sono complessivamente 13 i minori destinatari del progetto nel quale Costruiamo Insieme ha contribuito a sviluppare le abilità, le capacità e le competenze promuovendo la rieducazione attraverso una rivisitazione del proprio percorso di vita contribuendo a formare figure professionali spendibili per il mercato del lavoro. Non solo. Il progetto ha puntato anche alla crescita personale dei minori attraverso l’acquisizione e l’utilizzo di conoscenze, competenze e qualifiche. Nonostante le diverse nazionalità di provenienza dei minori, alcuni con scarsa conoscenza della lingua italiana, il lavoro costante e attento alle peculiarità di ciascuno dello staff educativo di Costruiamo Insieme ha permesso di superare la diffidenza iniziale e le diverse culture e tradizioni consentendo il raggiungimento di un buon livello di integrazione e di socializzazione dei ragazzi. L’intervento di Costruiamo Insieme, infatti, è stato finalizzato a restituire alle emozioni positive come speranza, fiducia, gioia e sorriso il giusto spazio nel processo di integrazione e di inserimento sociale. Inoltre gli educatori hanno lavorato per incentivare l’autonomia di ciascuno favorendo l’espressione positiva e pacifica di conflitti superando disagi, contenuti aggressivi, insicurezze, timidezze. Insomma un progetto che anche migliorando la comunicazione, le relazioni interculturali e la socialità ha permesso di stimolare e valorizzare nei giovani ristretti le abilità creative per rinforzarne l’autostima.
«Costruiamo Insieme attraverso il suo staff educativo – ha commentato Nicole Sansonetti, presidente di Costruiamo Insieme – ha valorizzato la positività e sostenuto le difficoltà esistenziali del minore ristretto e attraverso un percorso valoriale ha cercato di stimolare la nascita di una relazione affettiva con l’educatore. Riteniamo che sia imprescindibile il miglioramento della qualità e dell’innovazione nei sistemi formativi all’interno degli istituti penitenziari minorili: attraverso modalità e prassi attente alla persona, al suo vissuto e bisogni, infatti, è possibile realmente favorire quel processo di rieducazione, obiettivo primario nei periodi trascorsi negli istituti».
I risultati del progetto, inoltre, secondo il presidente Sansonetti rilanciano la necessità di «fare rete» e incentivare la «collaborazione tra istituti di pena ed organizzazioni del Terzo Settore, che offrono opportunità di cambiamento e di apprendimento. Anche per questo Costruiamo Insieme agevola lo sviluppo di prassi innovative nella formazione professionale, nell’orientamento e accompagnamento al lavoro e intende stimolare realmente l’apprendimento di competenze e insegnamenti a partire da progetti educativi individuali che rivisitano il proprio vissuto, e ne proiettano cambiamenti e nuove prospettive di vita».

Le mie bambole sono tutte morte

Ad Aleppo continua l’avanzata delle truppe governative supportate dai soldati russi attivi sul territorio. Il quartiere est, da quattro anni sotto il controllo dei ribelli, è stato quasi interamente riconquistato. Le immagini pubblicate restituiscono una narrazione terrificante di ciò che rimane della città. Macerie, uno scenario quasi lunare attraversato dai sopravissuti che vagano alla continua ricerca di un nuovo rifugio. Perché le bombe che piovono a centinaia dal cielo ad ogni ore del giorno non si fermano, continuano la loro opera di distruzione e morte nell’ultima battaglia per riconquistare un territorio che ormai è solo un ricordo lontano di quello che era la città.

E il mondo intero, soprattutto quello che governa i media, è concentrato sul racconto “in diretta” della quotidianità ad Aleppo regalato a tutti da una inviata speciale (quelli ufficiali si tengono a distanza di sicurezza dalla zona calda): una bambina di 7 anni che, con l’aiuto della mamma che le sta insegnando l’inglese nelle lunghe ore trascorse nei rifugi, con i suoi tweet continua a raccontare ogni giorno ciò che accade.

Alcuni tweet di Bana (questo è il suo nome) lasciano interdetti, senza parole al solo pensiero di essere di fronte ad una infanzia non solo negata ma in costante continuo pericolo di vita: “Stavamo leggendo Harry Potter. Ora non riesco a smettere di piangere: una mia amica è morta“; “Stanotte non ho più casa: distrutta dalle bombe. Io viva per un pelo. Le mie bambole morte”; “Ho una piccola ferita. E’ da ieri che non dormo. Ho fame. Voglio vivere, non voglio morire“.

Dopo qualche giorno di silenzio di Bana, la Cnn e il Washington Post sono riusciti a contattare telefonicamente la mamma che rassicura “Siamo sulla strada alla ricerca di un altro rifugio“.

Bana è il simbolo di una infanzia che non si arrende, che continua a sperare che un giorno il rumore delle bombe sarà sostituito dalle note di qualche bella canzone. Certo, il ricordo di questa tragedia resterà per sempre impresso nella sua mente, tatuato in maniera indelebile.

La storia di Bana rievoca il ricordo della storia di un’altra bambina, Nujeen Mustafa, scappata nel 2015 da Aleppo in sedia a rotelle. Ha percorso 5800 chilometri per sfuggire alla guerra e trovare salvezza in Germania attraversando, spinta dalla sorella, le strade di Macedonia, Serbia, Ungheria, Croazia, Slovenia, Austria. Con l’inglese imparato dalla televisione, faceva da portavoce del gruppo di profughi in viaggio con lei per comunicare con le guardie di frontiera.

La sua storia è diventata un’ autobiografia scritta in collaborazione con la giornalista Cristina Lamb dal titolo “Lo straordinario viaggio di Nujeen“.

Intervistata recentemente dal Corriere della Sera ha detto “Tutti quelli che conosco hanno lasciato Aleppo. Ripenso a quel che era la mia città, ne sono orgogliosa. Ma ora Aleppo vuol dire solo distruzione e miseria”. I genitori di Nujeen sono ancora bloccati in Turchia perché lei non ha ancora ottenuto la residenza. Deve aspettare di compiere 18 anni. Poi potrà avviare le procedure per il ricongiungimento in quella Germania che non fa sconti a nessuno.

Aggrappati ad una speranza

Ci sono vari modi di interpretare le cose e diverse strade per rincorrere un sogno. Fra ottobre e novembre la polizia tedesca ha intercettato 180 migranti che hanno varcato il confine mettendo ancora una volta a rischio la vita. Dopo l’intensificarsi dei controlli e la chiusura delle frontiere, i migranti varcano il confine in treno non comodamente seduti o nascosti nei vagoni merci, ma aggrappati al tetto dei vagoni con la grande probabilità di cadere rovinosamente o di toccare la linea elettrica rimanendo folgorati. Pochi giorni fa, un ragazzo eritreo di 17 anni è morto nella stazione di Bolzano travolto nel tentativo di aggrapparsi ad un treno merci diretto al Brennero dopo che un’altra migrante era stata risucchiata da un treno sempre sulla stessa linea ferroviaria poche ore prima. Il Direttore della Caritas altoatesina ha commentato così queste morti: “La morte di Abiel sui binari della stazione di Bolzano è un segno da cogliere. L’Europa e il mondo ricco rispondono a questa sfida con l’incapacità di assumersi e di distribuire le responsabilità, intensificando i controlli ed erigendo barriere che dividono il mondo in uomini di serie A e uomini di serie B”.
Intanto, in questi giorni, viene riportata alla memoria la tragedia dell’aprile 2015 quando un barcone con settecento persone a bordo si inabisso nel Mediterraneo portando con se sul fondo del mare quasi tutti: solo 28 furono i superstiti e le loro testimonianze indussero il Governo italiano a finanziare le operazioni di recupero del relitto adagiato a più di trecento metri sul fondo del mare. Il recupero del barcone ha posto il mondo intero di fronte ad una immagine agghiacciante: centinaia di bambini ancora chiusi nella stiva stretti nell’ultimo abbraccio alla mamma.
Quella tragedia è stata raccontata in un cortometraggio dal titolo Come è profondo il mare: un film documentario crudo, privo di commenti per lasciare spazio al sonoro originale e con immagini raccapriccianti di corpi mummificati o ridotti a scheletro. Il film contiene anche immagini di altri naufragi con un identico filo conduttore: bambini morti e corpi restituiti dal mare riversi sulla spiaggia.
Il barcone recuperato è quello che il Governo italiano aveva proposto di esporre nei pressi del Parlamento Europeo per mantenere viva l’attenzione su quello che ogni giorno succede nei nostri mari.
La Ministra della Difesa Pinotti, che ha visto il film in anteprima (è stati il suo Ministero a guidare le difficili operazioni di recupero del relitto) ha commentato: “Solo dopo quel disastro l’Europa cominciò a muoversi. Ma adesso troppi egoismi nazionali, che contestano la suddivisione delle quote, fanno perdere di vista uno dei valori fondanti della dimensione europea. Cioè il rispetto per la vita umana”.

Anche il sole si spegne

La terra intorno a Mosul è cosparsa di mine, ordigni micidiali che rappresentano un rischio serio per chi cerca di entrare per liberare la città e chi cerca di fuggire. Scappare adesso costa di più. I cecchini dell’ISIS sono appostati nei punti strategici della città continuando a combattere una battaglia che sanno essere persa. Ma la resa non è nelle loro corde e questa battaglia per conquistare un territorio ormai devastato durerà ancora a lungo. Ma niente va lasciato al nemico! A Mosul il sole non sorge più. Le truppe del Califfato hanno bruciato i pozzi di petrolio e sembra essere sempre sera. Il sole si è spento. Una nube nera e tossica fa da cappa sulla città e su tutta la valle di Ninive. I bambini, i pochi rimasti, giocano per strada. In quei pochi spazi liberi dalle macerie. Le ONG presenti in quei territori riferiscono che “I bambini di notte hanno incubi, fanno fatica a dormire. I loro traumi sono gravissimi. Questa è una landa desolata, ricoperta di polvere, ma soprattutto di fumo. Entra nei polmoni, si appiccica agli occhi e rende difficoltosa la respirazione”. Fumo tossico! L’ISIS cerca di togliere al nemico ciò che più interessa: il petrolio. Una azione che aggiungerà morti ai civili già morti e che lascerà le sue tracce nel tempo. Perché così ragiona il Califfo: più vite consegni al tuo Dio, più sarai premiato: alla fine siederà alla destra del padre e farà il bagno in vasche piene di latte? I campi profughi allestiti dall’ONU contano già sessantamila persone. Se ne aspettano altre duecentomila. Chi è riuscito ad aggirare i check point jihadisti si è rifugiato nei villaggi. Siamo solo di fronte all’inizio di una emergenza umanitaria in una zona geo-politica che trova l’interesse delle grandi potenze occidentali solo nell’assetto economico e nella capacità di controllo politico di quelle aree. Aree, si! Perché non è più possibile parlare di Paesi, di Nazioni. Troppi gli interessi in campo e troppe le ambizioni sopite. Cambieranno i confini e bisognerà aggiornare le carte geografiche. Alla fine di un conflitto che all’apparenza e non si sa quando, sembrerà finito, sotto le ceneri resterà sempre acceso un mucchio di carboni ardenti pronti a ridare fiamma.

Ne è un esempio la Libia: su tutte le testate mondiali c’è un episodio ormai rubricato come lo “scontro della scimmia”. Il graffio di una scimmietta, di proprietà di un commerciante, ad una ragazza appartenente ad una tribù contrapposta a quella dell’ex Premier Gheddafi ha scatenato una guerra civile. Certo non è il graffio o lo strappo del velo il problema: ma l’occasione giusta per tentare di appropriarsi del controllo delle strade che conducono al confine con il Ciad e il provento che deriva da contrabbando, droga e armi. E soprattutto dal traffico di migranti provenienti dall’Africa sub sahariana nei punti di imbarco verso l’Italia.

Il graffio della scimmia, in un Paese dove le scimmie sono animali domestici, ha già registrato ventuno morti e sessanta feriti.

Al tradizionale traffico di armi e droga si è aggiunto un altro proficuo mercato fatto di donne, bambini, anziani. Persone, traffico di vite umane. Per gestire questo business si fanno anche le guerre.

Formazione e lavoro: al via il corso per 13 minori

Sono 13 gli ospiti della cooperativa «Costruiamo Insieme» pronti a partecipare al corso di formazione, organizzato in collaborazione con l’ente di formazione «Homines Novi» e l’istituto tecnico «Archimede», che punta a offrire ai partecipanti competenze nel settore delle produzioni metalmeccaniche e in particolare mira a trasmettere le capacità di eseguire operazioni di attrezzaggio e saldatura ad arco elettrico.

Ai partecipanti, tutti minorenni accolti nel centro di via Principe Amedeo, sarà offerta formazione in aula e anche direttamente all’interno di aziende grazie al periodo di stage. In dettaglio sono 300 le ore di lezione frontale che si svolgeranno nell’Archimede e ben 100 ore saranno invece dedicate alle attività laboratoriali grazie alle strutture dell’istituto. Quest’ultima è un’esperienza formativa indispensabile per il raggiungimento degli obiettivi con l’acquisizione di competenze professionali relative ad una specifica attività lavorativa. Infine saranno ben 100 le ore di stage che vedranno i ragazzi impegnati nelle aziende che operano nel comparto della saldatura del territorio della provincia di Taranto.

Al termine del percorso formativo verrà rilasciata ai partecipanti la certificazione di competenze di addetto alle operazioni di attrezzaggio delle macchine, di saldatura e di controllo della qualità dei processi di saldatura, una figura professionale nel «Repertorio delle Figure Professionali della Regione Puglia».

La scelta del settore è stata legata all’importanza che l’industria metalmeccanica riveste in tutti i Paesi industriali un ruolo particolarmente rilevante sia dal punto di vista quantitativo, in termini di occupazione, valore aggiunto e scambi internazionali, sia per il ruolo strategico che assolve, dato che contribuisce in modo determinante alla crescita del territorio ed al mantenimento dei livelli di competitività dell’intero comparto industriale. Il carattere prevalentemente industriale del territorio ionico evidenzia inoltre come la figura del saldatore qualificato possa rispondere più facilmente alle esigenze occupazionali delle aziende presenti nella provincia di Taranto.

«Abbiamo fortemente voluto l’avvio di questo tipo di esperienza formativa – ha commentato Nicole Sansonetti, presidente di Costruiamo Insieme – perché offre concretamente la possibilità agli ospiti minori, ma in generale a tutti i migranti che accogliamo nelle nostre strutture, di trovare occasioni per costruire davvero il proprio futuro: attraverso questi percorsi e alla competenza dei partner con i quali stiamo lavorando, i partecipanti avranno l’occasione di migliorare la conoscenza della lingua italiana, imprescindibile per avviare un processo di integrazione, e poi potranno mettere a frutto le competenze che magari hanno già acquisito nel loro Paese d’origine o una semplice attitudine. In ogni caso – ha concluso Sansonetti – siamo certi che questo sarà un grade risultato anche per il nostro territorio perché le competenze e magari le eccellenze ancora nascoste potranno emergere a dventare valore aggiunto di tutta la comunità ionica».

“Approfondire e scoprire”, l’esperienza di Virginia e Marcella a Costruiamo Insieme

«Alfan vuole diventare un cuoco. Mentre me lo racconta, non posso fare a meno di immaginarlo lì, indaffarato e immerso tra i profumi riscoperti nella sua memoria, a combattere per ritrovare almeno un lembo della sua Terra». Virginia è una studentessa dell’Archita. Con Marcella, sua compagna di classe, ha scelto di raccontare le storie incontrate a Costruiamo Insieme. In un pomeriggio hanno incontrato ospiti e operatori del Cas di via Cavallotti e il presidente della cooperativa Nicole Sansonetti. Hanno deciso di regalarci alcune loro emozioni. «Alfan – scrive Virginia – vuole far conoscere agli italiani la bontà del cibo del suo paese, il Senegal. Compito arduo convincere un italiano che ci sia una cucina buona che non sia la propria, penso. E mi rendo subito conto del valore delle parole di Alfan, del valore di questi ragazzi migranti che portano con sé: una valigia carica di tradizioni, di abitudini, di modi di vedere la vita così spesso distanti dalla nostra quotidianità.  Nel centro “Costruiamo Insieme” la vita di tutti i giorni, invece, è proprio questa… religioni, lingue, sogni che si intrecciano per abbattere il muro del pregiudizio… per permettere ad Alfan, un giorno, di aprire il suo ristorante!». Per Marcella è stato un po’ come «disconnettersi per qualche ora dalle vibrazioni violente di un mondo che corre». Per lei «basta fermarsi un secondo, staccare il cellulare, dimenticare l’orologio che continua a camminare senza sosta, sedersi e parlare. È questo che ci siamo concesse di fare presso la cooperativa sociale “Costruiamo insieme”, allontanarci per un po’ dalla nostra vita per entrare in punta di piedi con le orecchie ben tese in atre storie, senza voler invadere ma con il solo desiderio di conoscere, di interiorizzare qualcosa che spesso si ignora. Non è semplice, infatti, guardare dritto negli occhi un persona, sembra quasi di violare la sua intimità, il suo mondo interiore, ma basta un sorriso un po’incerto per sciogliere quella tensione quasi elettrica che si viene a formare. Approfondire e scoprire – conclude Marcella – queste le parole chiave per una conoscenza attiva ed efficace». Due brevi riflessioni che aprono uno squarcio. L’esperienza di queste due giovani donne spinge alla condivisione di una scelta di vita: conoscenza e comprensione portano alla costruzione di un mondo e di una comunità diversa che pone le sue fondamenta sull’esperienza diretta, scevra da condizionamenti e propaganda. A Virginia e Marcella l’augurio di Costruiamo Insieme per continuare a porsi con semplicità e apertura alla conoscenza del nuovo e diventare testimoni credibili di un percorso nuovo. Il mondo, tutto il mondo, ne ha bisogno.

 

Gommoni alla deriva e viaggio in prima classe

Ieri si è consumata l’ennesima strage nel Mediterraneo, a cinquantacinque chilometri dalla costa libica da dove erano partiti due gommoni con a bordo circa 250 persone. Il bilancio è drammatico: 9 cadaveri recuperati, pochi superstiti, più di cento dichiarati dispersi. Ma è la dinamica del naufragio a far rabbrividire. I gommoni, trainati da una imbarcazione guidata dai trafficanti di uomini, dopo solo due ore di navigazione sono stati abbandonati alla deriva. Prima di fare questo, i trafficanti sotto la minaccia di armi si sono fatti restituire i giubbini salvagente e sottratto i motori ai due gommoni.
La ricostruzione nelle parole di un superstite, un giovane senegalese di 18 anni, Abdoullare Deniae, preso a bordo della Bourbon Argos, la nave di Medici senza frontiere che sta portando a terra 27 uomini e 9 cadaveri: “Dopo due ore – ha raccontato il giovane – si sono fermati, ci hanno minacciati con una pistola e ci hanno costretto a consegnare i giubbotti di salvataggio anche se avevamo pagato per averli. Poi hanno staccato anche il motore dal gommone e ci hanno lasciati andare alla deriva dicendo che presto sarebbero arrivati i soccorsi. In molti hanno cominciato a gridare e a piangere ma loro sono andati via. Pochi minuti dopo il gommone ha cominciato ad imbarcare acqua e la gente si aggrappava dove poteva. In quel momento ho pensato che stavamo per morire, sapevo che eravamo ancora lontani dall’Italia. Sono annegati a decine, noi ci siamo salvati solo per fortuna e quando è arrivata la nave inglese ci ha tirati su”.
Intanto, con discrezione, si è aperta una nuova rotta. E’ quella che dall’Algeria porta alla Sardegna. Il meccanismo è quasi sempre lo stesso: la nave madre lascia i migranti vicino alla costa. Poi proseguono da soli su gommoni. Il nuovo fronte aperto è quello del Sulcis. Gruppi di algerini a bordo di piccole imbarcazioni continuano infatti a sbarcare sulla costa sud-occidentale dell’isola. Dall’inizio dell’anno sono oltre settecento. Piccoli numeri, lontani dai riflettori, che cominciano però a diventare importanti. Sbarchi anomali, viste le condizioni proibitive del mare, molto mosso nel Canale di Sardegna. Gli sbarchi, oltre 700 nel Sulcis dall’inizio dell’anno, avvengono infatti sempre in condizioni meteo ottimali. A dimostrare l’anomalia di questi sbarchi vi è la curiosa vicenda di cinque migranti, tutti in buone condizioni di salute, zainetto in spalla con il cambio di vestiario, denaro, telefono cellulare e cibo. E’ probabile (meglio dire certo) che siano stati portati fino a poche centinaia di metri dalla riva da una grossa imbarcazione e abbiano proseguito poi con un barchino. La polizia, allertata da un pescatore, li ha trovati già al riparo nel chiosco del custode del nuovo porticciolo di Teulada.
Anche il traffico di uomini, al pari delle strutture alberghiere, sembra aver messo le stelle sul grande business dell’immigrazione: i ricchi in prima classe e senza rischi; i disperati, chi scappa dalla guerra e dalla fame stipati su gommoni abbandonati alla deriva e condannati ad una morte quasi certa.