«Quel tiro al bersaglio…»

Simba, trentadue anni e una fuga infinita

«I nostri carcerieri ci dicevano che eravamo liberi: ci facevano scappare e poi ci piantavano un colpo di arma da fuoco alla schiena. Con tre amici una corsa notturna fino in spiaggia, poi finalmente un gommone. Quattro fratelli e due sorelle rimasti in Guinea, un giorno spero di riabbracciarli»

«Vedere gente morire dal vero una dietro l’altra, come fosse un film di guerra o una delle guerriglie rappresentate in quei film sul narcotraffico, è l’esperienza peggiore che potessi vivere e, purtroppo, l’ho vissuta davvero». Simba, trentadue anni, guineano, ha una gran voglia di raccontarsi e raccontare una tragedia vissuta sulla sua pelle. Lui, testimone della cattiveria di militari che quasi scherzavano con esseri umani come fossero davanti a un tiro a segno, ha negli occhi, e mai lo dimenticherà, le scene di quei cecchini. «“Correte!”, urlavano a quei poveracci che non potevano riscattare la loro libertà e dopo poche decine di metri gli piantavano una, due, tre pallottole alla schiena: ti rendi conto? Immagina di correre verso la libertà, hai le ali ai piedi, pensi di essere fuori tiro o magari di averla scampata, che ecco, arriva il primo colpo forte, secco: vedi un uomo indifeso, inerme, in ginocchio perché sta perdendo le sue forze e a quel punto l’esplosione di un secondo colpo e un istante dopo, la testa di quel poveraccio che si apre in due, come una noce di cocco!».

«Ne avevo visti morire davvero tanti, anche a causa della guerra civile, perfino militari, ma in quel modo disumano mai». Prosegue nel suo racconto, Simba. «E la mamma, il papà, la moglie, i fratelli di quelle povere vittime, chi li avviserà? Venivano lasciati lì in campagna, senza un minimo di rispetto per la loro anima; c’erano anche quelli che facevano di peggio: urlavano “La volpe! La volpe!”, conoscendo uno degli sport praticati un tempo in Inghilterra: la caccia alla volpe; consisteva nel mettersi in uno dei mezzi di cui disponevano e andare alla caccia di quei due, al massimo tre che erano riusciti a sfuggire al tiro al bersaglio; il più delle volte li stanavano e ammazzavano, ce ne accorgevamo dai colpi di arma da fuoco e dalle facce sorridenti e soddisfatte dei nostri carcerieri, segno che quei poveracci non avevano avuto scampo».

Foto Corriere CE

Foto Corriere CE

ERA SOLO L’INIZIO

Non è finita, le sofferenze proseguono. «Ho perso – spiega il trentaduenne guineano – quando perdi i genitori, la guida sicura del tuo futuro; mamma e papà li persi uno dietro l’altro, a causa di malattie che difficilmente potevano essere debellate: non potevano curarsi, le cure costavano tanto, ciascuno di loro voleva che fosse l’altro a salvarsi, fino a quando venne a mancare papà, mentre la mamma entrò in un lungo mutismo, fino a farsi travolgere dalla sua malattia e “andarsene”, raggiungere papà».

Vorrebbe tornare in Guinea, Simba. Nel suo Paese ha lasciato quattro fratelli e due sorelle, tre di loro sposati. «Ho un desiderio grande: tornare da loro, riabbracciarli tutti insieme, ma anche loro non se la passano bene; qualche settimana fa in due momenti diversi ho sentito un fratello e una sorella, non avevano notizie dagli altri da giorni, ma spero sia solo un problema di comunicazione

Foto Redattore Sociale

Foto Redattore Sociale

QUEI RASTRELLAMENTI…

Torna sulle scene cui ha assistito suo malgrado. Scatta la ribellione, che viene soffocata non solo dai militari, ma anche da un esercito civile: non venivano pagati dal governo, ma si capiva che erano autorizzati a razziare qualsiasi cosa. «Ho visto rastrellamenti: armi in pugno entravano in casa sfondando la porta; ti prendevano per i capelli, uomini e donne non facevano distinzione, per trascinarti in una prigione per sottoporti a torture di varia natura: psicologica e fisica con un finale che il più delle volte era sempre lo stesso, con una sola rara eccezione: la fuga; se eri svelto e riuscivi ad eludere i tuoi carcerieri dandotela a gambe levate, era la tua salvezza, altrimenti colpo alla schiena…».

«Sparavano a ripetizione – riprende Simba che a stento articola le ultime frasi – il tiro al bersaglio di cui ti dicevo: non più le voci dei miei compagni, erano stesi a terra, in pozze di sangue, ormai privi di vita; la mattina alle cinque, spesso al cambio turno, ti svegliavano, non ti davano il tempo di realizzare cosa stesse accadendo: aprivano le baracche nelle quali ci avevano chiusi e ci dicevano di correre: “Oggi è il vostro giorno fortunato!”, ci urlava il più cattivo di tutti, perché “Vi diamo l’occasione di farla franca, andare via da qua: ma, badate bene, che o approfittate adesso o non approfittate più, perché non ci sarà una seconda occasione..”».

E l’occasione era sempre la stessa. «Un gioco sporco, tremendo, vigliacco – racconta con le lacrime agli occhi quel ragazzone di trentadue anni – ti dicevano che eri libero e tu li guardavi, poi facevi un passo, ti guardavi alle spalle e provavi a camminare, sempre più velocemente, non appena cominciavi a correre – una cosa che non dimenticherò mai – prima lunghe risate, poi colpi di arma da fuoco esplosi da quei fucili che imbracciavano con grande disprezzo nei nostri confronti».

Foto Corriere.it

Foto Corriere.it

SCENE DI DOLORE

Le scene a cui Simba ha assistito una volta fuggito in Libia. «Le armi in assoluto, cosa peggiore l’uomo non poteva inventarsi – spiega Simba – senza parlare dei più giovani, degni di quegli assassini più grandi privi di scrupoli: per loro imbracciare un fucile era un gioco, a volte avevano appena dieci, forse undici anni, con quelle armi in pugno si facevano rispettare; avevano già dimostrato che le nostre vite non contavano niente, sparando e ammazzando, così nessuno gli si avvicinava, nemmeno pensando di poterli disarmare: erano una intera tribù».

Finalmente un raggio di sole. «La vita, direi – conclude Simba – dopo essere fuggito di notte con altri tre miei compagni, verso una spiaggia da dove, sapevamo, sarebbero partiti dei gommoni: i nostri carcerieri ci avevano affidato per tre giorni a un signore, proprietario di una piantagione: riuscimmo ad aprire la baracca e a scappare, non sapendo in realtà da che parte andare: il rischio era che potessimo trovarci in campagna piuttosto che in spiaggia; uno di noi sapeva orientarsi con le stelle: fosse vero o meno, ci portò davvero in spiaggia; lì cominciammo ad avere paura che le nostre informazioni fossero sbagliate, quando in lontananza scorgemmo gruppi di decine e decine di persone: gli corremmo incontro, mettemmo insieme quello che avevamo e lo consegnammo a un tipo che ci fece accomodare su un gommone: poteva ospitare trenta, massimo quaranta passeggeri, salimmo in centoventi; una decina li perdemmo durante un viaggio lungo tre giorni, fino a quando non incrociammo una nave mercantile: l’equipaggio ci ospitò a bordo. L’Italia, la nostra salvezza…».

Gucci, sfilata in Puglia

Parata di stelle del jet-set a Castel del Monte

Serata indimenticabile dedicata alla stagione Resort 2023. La fortezza costruita intorno al 1240 da Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro romano impero, a Castel del Monte a fare da suggestiva location. Fra i presenti, la modella thailandese Davikah Hoorne, le attrici Dakota Johnson ed Elle Fanning, la cantante Lana Del Rey, gli attori Blake Lee e Jodie Smith. Circolano anche i nomi di altri noti testimonial Gucci: Jared Leto, Harry Styles e gli italiani Alessandro Borghi e Achille Lauro

Dopo gli spettacoli di Chanel a Montecarlo, e Louis Vuitton, a San Diego, lunedì sera è stata la volta dell’attesa sfilata di Gucci, dedicata alla stagione Resort 2023. Il programma per poche centinaia di candidati, è stato rappresentato nel cuore della Puglia, in una cornice a dir poco straordinaria: Castel del Monte. Come ha riportato il settimanale “Io Donna”, l’ambientazione è medievale, sicuramente unica nel suo genere. Questo splendido scenario, ha raccontato sul suo portale il popolare settimanale, ha fatto da sfondo ad una collezione stratificata e complessa, ricca di riferimenti e citazioni.

Ma cosa è accaduto a Castel del Monte, qui in Puglia, una regione ormai al centro dei pensieri chic e della voglia di “vacanzare”? Bene, lunedì sera, come ha puntualmente riportato il sito “Il Post”, è stata presentata “Cosmogonie”, la nuova collezione dell’azienda di moda italiana Gucci disegnata dal direttore creativo Alessandro Michele. La fortezza costruita intorno al 1240 da Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro romano impero, a Castel del Monte a fare da suggestiva location. La roccaforte che ispirò la forma della biblioteca ottagonale del film “Il nome della rosa”, il grande romanzo di Umberto Eco, si trova proprio qui, vicino Andria. Così bella e affascinante, a tratti misteriosa, la fortezza è a ragione considerata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco.

Foto Sky

Foto Sky

SITI, RIVISTE, QUOTIDIANI

All’evento, come documenta “Il Post”, erano presenti più o meno trecento invitati tra cui i Maneskin. Nel videodocumento trasmesso sui canali social di Gucci, la collezione dedicata ai filosofi Hannah Arendt e Walter Benjamin, trovando una particolare affinità con quest’ultimo per la capacità di scovare e assemblare citazioni lontane da loro: un’operazione simile a quella di Alessandro Michele, direttore creativo, che ha accostato forme degli anni Quaranta e Cinquanta, gorgiere elisabettiane, perle, mantelli, pelli tribali, gioielli ispirati a quelli dei matrimoni berberi, jeans decorati con pietre e velluti scuri e luccicanti.

Come sempre, indica “Il Post”, gli abiti erano gender fluid (pensati cioè per corpi femminili e maschili senza connotazioni di genere). Indossati da modelli e modelle, gli abiti saranno in vendita tra sei mesi. Castel del Monte inaccessibile a chi è senza invito: ogni invitato è associato a un numero corrispondente a una stella, adottata da Gucci in suo nome “per attraversare il cosmo”. Un risvolto diverso, quello che imprime a questa Grande Festa, il quotidiano Repubblica nell’edizione pugliese con un articolo a firma di Anna Puricella, giornalista attenta alla movida di casa nostra.

Foto Corriere della Sera

Foto Corriere della Sera

PUGLIA, IRRESISTIBILE

Puglia irresistibile, scrive, per chi ci mette piede per la prima volta, e con lo smartphone in mano immortala cene in luoghi mozzafiato, campagne, città e monumenti, dal centro di Ostuni alla Cattedrale di Trani. L’hanno fatto modelli, modelle e giornalisti arrivati nella regione per Gucci, e c’è chi è più discreto e chi no.

C’erano i Maneskin, reduci dall’Eurofestival di Torino, che hanno pubblicato il video sulle loro pagine mentre sono a cena a Trani. Cosa dire di Grotta Palazzese, storico ristorante di Polignano a Mare ricavato in una grotta e con affaccio sull’Adriatico: la modella thailandese Davikah Hoorne, le attrici Dakota Johnson ed Elle Fanning, ma anche la cantante Lana Del Rey, gli attori Blake Lee e Jodie Smith. Fra gli invitati intorno ai quali era tutto era un top secret (relativo, considerando i social rivelatori…), altri noti testimonial Gucci: Jared Leto, Harry Styles, gli italiani Alessandro Borghi e Achille Lauro.

“Vènghino, signori, vènghino!”

Puglia, star dell’estate

Dal Salento alle spiagge e al mare di Taranto. Quanto costa un soggiorno. Mete ambite e prezzi, contenuti rispetto a località che non offrono lo stesso appeal. Qui i più bei posti, la migliore tavola. Una prima top ten dei luoghi più affascinanti e qualche suggerimento. Ma fate presto, l’estate è dietro l’angolo

“Vènghino, signori, vènghino!”. Si sa che per il sensale di una volta, la declinazione dei verbi non è il suo forte. Un po’ fantozziano, il richiamo più in uso nelle fiere di una volta, ci serve solo per introdurre un argomento che, come sapete, ci sta particolarmente a cuore: le vacanze. Specie se queste in qualche modo coincidono con la nostra regione.

Dunque, la Puglia, da anni, si conferma come uno dei posti più belli d’Italia. Ma spingiamoci anche oltre: del mondo. Non vogliamo tornarci su, ma negli Stati Uniti una delle riviste e dei quotidiani americani più autorevoli negli ultimi tre anni hanno incoronato proprio la Puglia come la regione più bella del mondo.

La Puglia anche quest’anno si candida come meta ideale per le vacanze. Il top, le spiagge e il mare di Taranto e il Salento che, come sempre registra cifre pazzesche quando il turista intenzionato a “scendere” al Sud cerca in affitto case-vacanze.

E anche stavolta è boom di richieste. Stavolta a confermare come il Salento sia la meta più ambita degli italiani, e non solo come vedremo, è “Holidu”, motore di ricerca per case e appartamenti vacanza d’Europa, che con Summer Price Index 2022 ha realizzato una classifica dei luoghi più belli e ricercati in Puglia, con disponibilità e prezzi medi delle case vacanze.

Foto blog-it.hotelsclick.com

Foto blog-it.hotelsclick.com

HOLIDU, UN MOTORE DI RICERCA…

Dunque, in questa speciale classifica lo studio indica le trenta destinazioni della Puglia più “cliccate” in tutti i mercati in cui il portale è presente (pertanto non solo per l’utenza italiana) con l’elenco di soggiorni fra l’1 giugno e il 30 settembre di quest’anno.

Secondo lo studio del motore di ricerca “Holidu”, al primo posto troviamo Gallipoli, regina incontrastata fra le case-vacanza, con un prezzo medio di 244 euro a notte. A seguire Otranto (230 euro a notte), Ostuni (212 euro), Torre dell’Orso (211 euro) e Porto Cesareo (234 euro). Infine, ma non ultima, Trani (124 euro).

Gallipoli viene indicata come simbolo della movida estiva salentina. In questa speciale classifica precede Otranto e Ostuni a completare il primo terzetto, cui seguono Torre dell’Orso e Porto Cesareo. A seguire, Pescoluse, Vieste, Monopoli e Bari, nono posto, con Lecce ad una incollatura, che chiude la Top 10 proprio al decimo posto.

Foto travel.thewom.it

Foto travel.thewom.it

…SAN PIETRO E MARUGGIO

Ma, attenzione: non è solo Gallipoli tra le località più care. La località più costosa in fatto di case ed appartamenti vacanze, stando sempre al motore di ricerca interpellato, è San Pietro in Bevagna, vicino Maruggio (Taranto): 261 euro a notte, a precedere la stessa Maruggio con 250 euro a notte. Leuca, Porto Cesareo e Otranto registrano 230 euro a notte, mentre la sempre affascinante Polignano a Mare si attesta su una media di 220 euro a notte.

E veniamo alle più economiche che superano, però, i cento euro a notte: Bari e Taranto, per esempio, con 134 euro e Trani con 124 euro. Con Brindisi che “chiude” a 120 euro in media a notte. Sempre secondo il motore di ricerca internazionale “Holidu”, al momento risultano avere disponibilità di alloggio: San Foca, Otranto e Torre Vado con oltre il 60%. Sotto il 50%, Martina Franca e Torre dell’Orso. Appena sotto il 40%, troviamo Vieste e Rodi Garganico, con un 30%, mentre le star della provincia di Taranto con vista-mare restano le Marine di Pulsano e Maruggio con il solo 25% di alloggi ancora prenotabili. Ma occorre fare presto, altrimenti fra motori di ricerca, siti, social e passaparola si rischia di trovare un cartello con su scritto “sold out”. E l’estate è alle porte.

«Quattro calci di gioia!»

Francois, ivoriano, da più di un anno in Italia

«Un viaggio lungo e tormentato. Recluso e picchiato, poi dato in affidamento per mesi: ero diventato un essere che solo col lavoro poteva pagarsi la libertà. Quando un bel giorno mi dissero che potevo andar via, non prima di aver ricevuto l’ultima “lezione”»

«Quattro caffè, da portar via, grazie…». Il barista riempie i bicchierini di carta e li copre con piccoli coperchi. Lui, dopo aver tirato fuori gli spiccioli, pagato e chiesto lo scontrino, che qualcuno quasi sicuramente gli chiederà, sistema i caffè come fossero una pila alta una ventina di centimetri ed esce dal bar. Si chiama Francois, ivoriano, una trentina d’anni, spiega il titolare dell’esercizio. «Operai che stanno facendo lavori nelle vicinanze – aggiunge il barista – gli assegnano gli incarichi più singolari, non solo l’acquisto di caffè, ma generi di conforto, dai panini ad articoli di gastronomia d’asporto, perfino le sigarette anche se queste non rientrano nel

la categoria di quanto commestibile, anzi…». Il signore che ci parla di Antoine è un virtuoso, ricorda quel ragazzo, cliente da un po’ di giorni, per una prima frase pronunciata in italiano, ma con un chiaro accento francese: «“Che il Cielo ti benedica, amico mio…”, mi disse il primo giorno: perché tanto entusiasmo? Lo avevo trattato con rispetto: questi ragazzi non chiedono altro, vengono da zone di guerra, Paesi dove sono in corso guerre civili e la vita è sempre più legata al grilletto di una pistola o di un fucile».

Lo aspettiamo il giorno seguente, puntuale, arriva Francois, magro, capelli ricci, non lunghi, un’acconciatura più o meno “rasta” se ci abbiamo azzeccato. «Vediamoci più tardi, ora sto lavorando, amico…». Parla bene, bella la sua cadenza francese in un italiano più che approssimativo, quando risponde alla domanda sulla possibilità di conoscere la sua storia e raccontarla ai nostri amici.

Foto Pot Europa

Foto Pot Europa

CAFFE’ AI “COLLEGHI”

Eccolo intorno all’ora di pranzo. Sceglie dei tramezzini, li porta ai colleghi, torna e sceglie anche il suo, accompagna il panino con una spremuta d’arancio. Da più di un anno in Italia, sui trent’anni, sfodera un sorriso accattivante. Fuggito da un Paese, la Costa d’Avorio, nel quale, restando lì fra militari, miliziani e bande armate, corri sempre il rischio di prenderle di santa ragione. E sempre senza un vero motivo. Sei sfuggito a un gruppo di malintenzionati, pochi minuti ti ritrovi accerchiato da altri.

E quando non hai scampo, ecco una gragnuola di calci e pugni, mentre un pugno di complici dell’aguzzino tengono le armi spianate sulla tua faccia. «E’ una storia che si ripete in molti Paesi africani – dice Francois – hai, netta, la sensazione che, come ti muovi, le buschi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, dove sono stato prigioniero per più di qualche mese».

«Ho perso mio padre, morto in un conflitto, in piena guerra civile – riprende – a casa ho lasciato la mamma e due sorelle; per compiere il viaggio per arrivare in Italia, ci ho messo sei, forse sette mesi, ho perso il conto: una parte di quel periodo l’ho trascorsa in Libia, un tugurio, più che una prigione».

«Quei mesi li ricordo bene, purtroppo, durante la prigionia mi svegliavano, a qualsiasi ora: calci, pugni, mi colpivano anche con il calcio di una pistola o di un fucile, ovunque capitasse: sul volto, alle spalle, sulle gambe, nelle parti più delicate. «E mentre te le suonavano, ti ricordavano che la tua vita gli apparteneva e l’unica cosa che poteva liberarti era il riscatto che avrebbero dovuto pagare i miei familiari, che in realtà non avevo: già mamma e le mie due sorelle avevano i loro problemi, figurarsi mandarmi soldi perché i miei carcerieri mi restituissero la mia libertà…».

Foto IlGiornaledelCibo

Foto IlGiornaledelCibo

«L’ITALIA PER ME…»

Cosa rappresenta l’Italia per Francois. «Qui mi sento un uomo libero, protetto, per questo dico che la libertà è il bene più prezioso che un uomo può avere in dono dalla vita: amo il mare, il sole, l’aria fresca, passeggiare, sognare interminabili nuotate».

Il ragazzo ivoriano si fa coraggio. «Vedi, queste sono cicatrici, provocate con lame di coltelli o da sigarette spente per divertimento: a me dicevano di non fiatare, mentre mi torturavano, altrimenti mi avrebbero ammazzato, perché non sapevano che farsene di uno che piangeva, perché piangere non è da uomini: da non crederci, ecco perché una volta arrivato in Italia, ho cominciato a piangere di gioia per smettere solo il giorno dopo».

Per i carcerieri di Francois, la vita ha un prezzo. «Mille dinari libici, duecento euro per intenderci: tanto valeva la mia vita in quelle settimane, perché per loro io ero già un peso: pane e acqua avevano un costo, mi ripetevano».

Come se la cavò, Francois. «Visto che non potevo farmi mandare soldi da casa, mi affidarono a un signore che aveva bisogno di manodopera nel suo giardino, in casa: l’uomo aveva rispetto, non urlava, non mi picchiava, al contrario di quei carnefici che, come fossi una bestia, mi accompagnavano sul posto di lavoro e la sera venivano a prendermi: mesi così, poi finalmente a qualcuno venne in mente che potevo andare via. Mi rifilarono quattro calci, uno dietro l’altro, li prendevo e piange, ma di gioia: ero un uomo libero e scappavo, scappavo, scappavo…».

Pastori abruzzesi e lupi convivenza sostenibile

Terra delle Gravine, percorsi a impatto zero sulla natura

 Riportare equilibrio fra uomo, fauna e flora. Massima tutela anche per gli allevatori. Cambio di mentalità sulla biodiversità. In quattro aziende affidamento gratuito di cuccioli. Questa pratica ha abbassato le predazioni del 100%. Gli interventi di Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra, e Lorenzo Gaudiano, biologo

Mettere al sicuro il bestiame dagli assalti di lupi nella Terra delle Gravine. Il progetto, sicuramente virtuoso, è frutto della collaborazione tra le Istituzioni locali e l’Università di Bari con l’obiettivo di porre fine contro lupi e allevatori, e soprattutto dimostrare che una convivenza sostenibile è davvero possibile.

«Sono stati inseriti cani pastori abruzzesi all’interno delle aziende colpite – dice Fabrizio Quarto, sindaco di Massafra – fin dall’inizio abbiamo sostenuto la bontà di un progetto che ha visto le Istituzioni al fianco dei produttori e dell’Università: oggi, finalmente, possiamo manifestare gli esiti positivi di uno studio che da un lato garantisce la tutela degli animali e dall’altro quella degli allevatori».

Massafra è il comune capofila del progetto che indica lo stato di avanzamento di un importante progetto che sta mettendo fine a un problema antico che sino ad oggi aveva visto l’uomo contro i lupi.

«Abbiamo trovato – spiega Quarto – percorsi a impatto zero sulla natura, e dunque ecosostenibili, per riportare un equilibrio doveroso tra noi e la fauna e la flora che ci circondano; questo progetto segna un cambio di mentalità sulla tutela della biodiversità».

foto TarantoBuonaSera

foto TarantoBuonaSera

DALLA PARTE DEI LUPI

Perseguitato dal Medioevo e a rischio estinzione dai primi Anni Settanta, di recente si è registrata una inversione di tendenza con la riconquista da parte dei lupi dei propri spazi. Il lupo, negli anni, ha fatto i conti con pregiudizi e paure, tanto che solo tardivamente si è capito quanto sia importante la sua tutela.

Nel territorio delle Gravine dell’arco ionico tarantino conoscono perfettamente il problema. Qui da sei anni è in corso un’azione di ricerca e di studio sui lupi, con lo scopo di salvaguardare una figura fondamentale nell’ecosistema e che determina un equilibrio a cascata sulle altre componenti faunistiche del territorio.

«Abbiamo riscontrato almeno tre nuclei riproduttivi nel parco Terra delle Gravine – spiega Lorenzo Gaudiano, biologo conservazionista – due dei quali sono stanziati nelle parti occidentale e orientale, mentre il terzo, di più recente caratterizzazione, è situato ai confini settentrionali».

È proprio l’estrema adattabilità e capacità di sfruttare le più disparate risorse nutritive di alcuni gruppi che porta i lupi a spingersi nelle vicinanze delle aziende agricole e di allevamento presenti nell’area, causando non pochi grattacapi per gli allevatori. Negli “interventi per la tutela e valorizzazione della biodiversità terrestre e marina”, contenuti nel POR Puglia 2014-2020, i comuni di Massafra, Crispiano e Statte, coadiuvati dall’Oasi WWF Monte Sant’Elia, hanno inserito anche un aiuto da offrire agli allevatori del posto per difendere il bestiame dagli attacchi del lupo.

Foto LaTerradiPuglia

Foto LaTerradiPuglia

E DEGLI ALLEVATORI

«Sono tantissime le aziende che insistono sul territorio – prosegue Gaudiano – alcune con radici antiche e che vantano razze di elevato valore conservazionistico come il cavallo murgese, la vacca podolica: non certo un’economia di sussistenza; le predazioni dei lupi qualche anno fa si erano fatte frequenti, tanto da essere seguite da stampa, radio e tv: durante i primi tavoli con le associazioni di categoria c’era molta conflittualità, poi tutti hanno convenuto che fare rete è fondamentale».

La soluzione al fenomeno è arrivata dalla fauna stessa. In quattro aziende è stato portato a termine l’affidamento gratuito, da parte delle istituzioni locali, di mute di pastori abruzzesi, nati e cresciuti a stretto contatto con gli animali da allevamento, tanto da sentirli come parte del proprio nucleo familiare, il che ha permesso loro di difenderli attivamente. In altre realtà questa pratica ha abbassato le predazioni del 100% e anche nella Terra delle Gravine il trend è stato identico.

«Attraverso il nostro lavoro in circa trenta aziende del territorio – le parole di Gaudiano – siamo riusciti a far abituare l’uomo alla presenza del lupo pur difendendo i propri capi di bestiame dai suoi attacchi. La nostra campagna di sensibilizzazione ha dato i suoi frutti: i cani inseriti a loro volta si sono riprodotti, così da affidare i cuccioli ad altre aziende, con un’ottima trasmissione di know-how e buone pratiche».

Politica locale, associazioni, agricoltori e allevatori tutti dalla stessa parte per risolvere insieme due problemi nel modo più naturale possibile.

È possibile una convivenza sostenibile tra uomo e lupo. Il lupo più è ramingo e più si avvicina alle greggi lasciate allo stato brado o semibrado, ma l’intervento dei cani potrebbe convincerlo a stanziarsi nelle zone ricche di naturalità e in cui la catena alimentare verrebbe rispettata senza danni per agricoltori e allevatori.