“Vergogna” sulla pelle

La scritta sul braccio di una cinesina di tre anni

L’episodio accaduto a Roma, in una scuola d’infanzia. I genitori hanno condotto la piccola in ospedale e sporto denuncia. Aperta un’inchiesta per lesioni con l’aggravante dell’odio razziale

Detto che a qualsiasi forma di violenza, verbale o fisica che sia, non si risponde con la stessa moneta, per qualche istante abbiamo pensato ai genitori della piccola cinese nei giorni scorsi tornata da scuola sanguinante con scritto su un braccio – presumibilmente incisa con uno spillo – la parola “Vergogna!”.

La prima cosa da fare è contare fino al classico “dieci”, numero che serve a far sbollire e ragionare. D’impeto? Non vogliamo nemmeno pensarci. Ma la cosa singolare è che a commettere un atto così grave su una piccola di appena tre anni e indifesa, possa essere stato un suo coetaneo. Anche un po’ più grande, uno che sa già leggere e, quel che è peggio a questo punto, scrivere. Non sarà tutta opera del ragazzino, della ragazzina, insomma dell’autore del gesto così crudele da infliggere un dolore corporale e mentale al tempo stesso.

Foto Il Riformista

Foto Il Riformista

E L’EDUCAZIONE DI UN TEMPO?

Ma dov’è l’educazione di un tempo? Pensiamo ai genitori, agli argomenti che affrontano in presenza dei loro figlioli più piccoli, al tipo di educazione che questi trasmettono senza rendersene conto. Ma anche agli strumenti di comunicazione, alle radio, alle tv e, perché no, agli insegnanti. I bambini assorbono come spugne: seguono un ragionamento e, magari, pensano che condividere un pensiero li autorizzi ad eseguire qualsiasi cosa.

Leggiamo dal Fatto Quotidiano: Roma, bimba cinese di tre anni torna da scuola sanguinante: la parola “vergogna” incisa sulla pelle; la procura di Roma ipotizza il reato di lesioni volontarie aggravate dall’odio razziale. A quanto emerso, l’incisione sarebbe stata eseguita con uno spillo sul braccio.

Questo lo stato dell’arte riportato dal giornale diretto da Marco Travaglio. Sgomenti i genitori della piccola, prosegue il giornale, nel vedere inciso sulla pelle, sembra sul braccio, una scritta in caratteri cinesi (xiu) che significa “vergogna”. Ancora non è noto chi sia stato l’autore dell’aggressione alla bimba, residente alla Garbatella.

Foto Tripadvisor

Foto Tripadvisor

TOCCA ALLA PROCURA

La procura di Roma, nel procedimento aperto gli scorsi mesi, ipotizza il reato di lesioni volontarie aggravate dall’odio razziale. Al momento è iscritto nella lista degli indagati un maestro di scuola ma per gli inquirenti l’uomo avrebbe già dimostrato la sua estraneità ai fatti.

I genitori quel giorno, portandola a casa dalla scuola di infanzia (che ora non frequenta più) hanno subito notato la ferita e portato la bambina in ospedale, dove hanno sporto denuncia per lesioni. A quanto emerso, l’incisione sarebbe stata eseguita con uno spillo. L’indagine è stata affidata alla pm Gabriella Fazi: inizialmente, i magistrati hanno disposto un incidente probatorio, perché la piccola avrebbe indicato il maestro come autore della scritta sulla pelle, ma ne avrebbe parlato bene successivamente smentendo la prima versione dei fatti.

Attualmente quindi, scrive il Fatto Quotidiano, le indagini secondo gli inquirenti, “si stanno muovendo a 360 gradi” e si concentrano sulle persone che a vario titolo sono state in contatto con la vittima il giorno in cui la piccola è stata prelevata da scuola dai suoi genitori.

DAMS anche in Puglia

Svolta epocale per l’Università degli studi “Aldo Moro”

L’ateneo di Bari e Taranto avrà i suoi corsi di Accademia nelle Discipline dell’audiovisivo. Non più necessariamente Bologna perché i nostri studenti si formino in un settore in continua crescita. I nostri ragazzi potranno perfezionarsi sul territorio nel campo dell’audiovisivo, della musica e dello spettacolo

Niente più Bologna per quanti vorranno iscriversi al DAMS, l’Accademia che forma nelle Discipline dell’audiovisivo, della musica e dello spettacolo. O meglio, l’università del capoluogo emiliano resta un faro in materia di studio, ma a breve anche la Puglia potrà dire la sua. Dal prossimo anno, infatti, l’università “Aldo Moro” di Bari e Taranto, attiverà il nuovo corso di studio per rispondere alla costante richiesta occupazionale prodotta da un’industria cinematografica che in Puglia sta attraversando una stagione di successi. Dovessimo dare un nome, scriverlo in testa ai titoli di un film, una qualsiasi fiction, bene, questo sarebbe sicuramente quello di “Apulia Film Commission” e, naturalmente all’investimento nel settore artistico e culturale degli ultimi anni che ha permesso alla Puglia, si diceva, di crescere e diventare set cinematografico privilegiato di sceneggiati televisivi e lungometraggi. Nonché di fornire professionisti alle troupe che girano in Puglia spot pubblicitari, documentari e produzioni televisive. Il che significa, per chi viene ad investire nel Mezzogiorno, abbattere notevolmente i costi di produzione.

Nei giorni scorsi ne ha scritto la Gazzetta del Mezzogiorno, annunciando una svolta epocale per la nostra regione che proprio nella produzione di qualsiasi cosa sia legata alle immagini, dagli spot ai film, negli ultimi anni aveva fatto registrare un’impennata che nemmeno piazze come Roma e Milano avevano certificato nel recente passato.

Foto Giornale di Puglia

Foto Giornale di Puglia

SIGNORI, IL DAMS…

E veniamo al DAMS targato Università degli studi “Aldo Moro” di Bari e Taranto. Il corso ad accesso libero annunciato appena venerdì scorso nell’Aula A del Palazzo Ateneo, prevede due percorsi formativi: “Cinema e media” e “Teatro e musica”. Il primo, il percorso cinematografico e audiovisivo, proporrà una formazione approfondita nel campo dell’industria cinematografica, televisiva e dei nuovi media, attraverso discipline come storia e tecnica del linguaggio cinematografico, sceneggiatura e storytelling, forme e modelli della serialità televisiva, teoria e tecnica dei media digitali.

Il secondo, il percorso teatrale e musicale, invece, offrirà invece una preparazione indirizzata sulle arti performative in relazione al mondo dell’impresa, prestando una forte attenzione per la storia delle drammaturgie europee e le forme dello spettacolo contemporaneo con insegnamenti di carattere produttivo, manageriale e organizzativo.

Un argomento che ci sta particolarmente a cuore: gli sbocchi occupazionali. Gli studi al DAMS, spiega la “Gazzetta”, aprono scenari interessanti, ruoli di rilievo nella filiera industriale cinematografica e televisiva e in quella teatrale e musicale, oltre che in realtà ed enti, pubblici o privati, che si occupano della promozione della cultura.

Il DAMS fornirà un primo livello di formazione nel campo del cinema, dell’audiovisivo, della musica e dello spettacolo, offrendo una preparazione di stampo umanistico grazie, per esempio, a discipline storiche, sociologiche, letterarie, artistiche. Ma anche economico-organizzativa, corsi e laboratori di produzione, marketing, diritto, organizzazione di impresa. Un corso, in particolare (L-03), darà accesso alla Magistrale in Scienze dello Spettacolo (LM-65), già attiva nell’università del capoluogo.

Foto BariToday

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STORIA, ESTETICA, ECONOMIA

Tra le materie caratterizzanti storia, estetica, economia ma anche strumenti e metodologie di base per un’indagine critica nell’ambito dell’audiovisivo e dello spettacolo. Le competenze generali, sia umanistiche che economiche, saranno integrate da un apprendimento pratico e laboratoriale. Si prevede, inoltre, riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, una stretta collaborazione attraverso stage e tirocini formativi, con le principali realtà industriali regionali, nazionali e internazionali per garantire a studenti e studentesse l’opportunità di entrare subito in contatto con il mondo del lavoro. In questo senso sarà sostenuta la mobilità internazionale in alcuni dei Dipartimenti e dei Centri di ricerca internazionali più importanti nel campo dei film, dei media e dei performance studies.

«Gli stretti rapporti intrattenuti negli anni recenti dall’Ateneo di Bari – fanno sapere dalla stessa Univresità – con le imprese culturali e creative operanti sul territorio hanno fatto emergere l’urgenza di formare figure professionali in grado di coniugare le competenze umanistiche con quelle tecnico-organizzative, al fine di operare nell’ambito della progettazione, ideazione, produzione e divulgazione audiovisiva, musicale e teatrale».

«Jail, mio marito vive!»

Latifah, nigeriana, il suo racconto, le ore drammatiche in mare

«Imbarcati su un gommone, ci rovesciammo in acqua. Lo persi subito di vista: eravamo una sessantina, ci salvammo appena in dieci. Volevo farla finita anche io, fui salvata in tempo. Adesso aspetto un bambino a cui darò il suo nome, non l’ho mai dimenticato: insieme sognavamo la libertà»

Si chiama Latifah. La incontro per strada, un pomeriggio, richiamato dalle urla che lancia all’indirizzo di un suo connazionale, presumo. L’uomo, un giovanottone di almeno un metro e ottanta, non appena sente alzare il tono delle grida della donna alza il passo e fa perdere le sue tracce. Svolta al primo angolo, si dilegua.

Latifah, nome che non ho bisogno di appuntare. E’ identico a quello di una nota cantante tunisina. La ragazza, che dice di avere trent’anni, incinta, è scossa, si ferma un attimo davanti a un bar. Entra nell’esercizio, si siede. Francesco, il titolare, le porta intanto una bottiglietta d’acqua. «Calma…», le dice, «Calma, ha il pancione, è incinta, non deve agitarsi…».

Il tono cordiale dopo qualche istante mette serena la donna. Parla inglese, ma anche l’italiano. «Non ce la faccio più – spiega – aspetto un bambino, ho perso mio marito Jaili quattro anni fa mentre fuggivamo dalla Nigeria per l’Italia: una volta nel vostro Paese avremmo deciso cosa fare, restare, chiedere assistenza, oppure proseguire per la Francia o la Germania in cerca di lavoro…».

La scomparsa dell’uomo ha fatto cambiare i piani di Latifah. «Eravamo giovani di belle speranze – dice la donna – sognavamo una vita diversa, libera, rispettati fra gente rispettosa, invece tutto è finito durante una notte: non erano ancora arrivate le prime luci dell’alba, quando il mare cominciò ad agitarsi, da tre giorni viaggiavamo a vista con un gommone che poteva portare sì e no venti persone: eravamo una sessantina, occhio e croce».

Foto Repubblica

Foto Repubblica

UN GOMMONE, FACEVA ACQUA

Il gommone non solo imbarcava acqua, veniva sbattuto da onde alte un palazzo di dieci piani, era anche sprovvisto di giubbotti, salvagenti o altri strumenti di salvataggio. «Una sciagura, quando siamo saliti a bordo di quello che un tizio faceva passare per scafo, abbiamo capito che dovevamo rivolgerci al Cielo perché tutto andasse bene: fra il restare in Libia, correre il rischio di finire nelle mani di qualche banda senza scrupoli, tentare la carta della fuga e il sogno della libertà, io e mio marito non ci abbiamo pensato su due volte: siamo saliti a bordo; un uomo raccoglieva da tutti, i soldi di carta senza contarli, più che fidarsi aveva un piano intesta».

La donna e il marito lo capirono quasi subito. «Si era rivolto a un ragazzo che faceva passare per il conducente dello scafo – ricorda Latifah – ma ripeteva troppe volte, “Tranquilli, fidatevi!”; comprendemmo che non era un navigatore esperto una volta in mare aperto: non aveva i soldi con cui pagarsi il viaggio e in cambio della traversata senza scucire danaro sarebbe stato disposto a portarci dall’altra parte del Mediterraneo…».

I problemi cominciarono il giorno dopo. «Avevamo appena lasciato Tripoli – riprende la donna – quando il ragazzo, un imbecille, tanto da prestarsi al gioco di quell’assassino che ci aveva messo nelle sue mani e a bordo di una imbarcazione così insicura che dopo due ore dalla partenza, cominciava ad imbarcare acqua: non avevamo secchi con i quali raccogliere l’acqua che penetrava; non era tanta, ma usavamo due bidoni e dei camicioni, con questi ultimi raccoglievamo l’acqua e poi li stringevamo in mare: pensavamo che questo sacrificio durasse un giorno, al massimo due giorni…».

Foto Blog di Viaggi

Foto Blog di Viaggi

MARE IN TEMPESTA

Invece, non andò così. «Una violenta tempesta rovesciò il gommone, tutti in mare, la maggior parte travolti dalle onde, finiti sott’acqua: restammo a galla non più di una decina, aggrappati a ciò che restava dell’imbarcazione, lontani gli uni dagli altri; io urlavo il nome di mio marito: “Jaili! Jaili!”, nessuna risposta, fui assalita dalla disperazione, volevo farla finita, farmi inghiottire io stessa dal mare, quando alle prime luci dell’alba noi superstiti, stanchi e impauriti, sentimmo il motore di una imbarcazione italiana che faceva sentire la sirena: mi sembrava di assistere quasi a uno di quei film nei quali arrivano i soldati accompagnati da uno squillo di tromba».

Le urla, il pianto, la creatura che nascerà a giorni. «Quell’uomo che si è allontanato è il mio compagno, non è un cattivo elemento, trova solo lavori saltuari e mi aveva chiesto soldi: abbiamo anche discusso sul bambino che nascerà e che rappresenterà un peso anche dal punto di vista economico: è stato uno sfogo, il mio, lui ha capito che aveva esagerato e si è allontanato chiedendomi scusa; non vedo l’ora di mettere il mio cucciolo al mondo: lo chiamerò Jail, come mio marito, perché quell’uomo con il quale sognavo una vita migliore non l’ho mai dimenticato».

«Non trovo personale», invece…

Pare che un cartello fosse solo un pretesto

Prima il Corriere di Torino, poi Il Fatto, piombano su un malcostume adottato da esercenti e commercianti. Mentre un titolare lanciava l’appello, il suo personale licenziato si è rivolto alla stampa

Non tutto è oro quello che luccica. Mai fermarsi alla prima impressione, al primo titolo ad effetto della serie “Chiudo per mancanza di personale”. Facile fare un cartello, apporlo sulla porta d’ingresso e scatenare una eco mediatica non indifferente. “In Italia non vuole più lavorare nessuno!”, il primo commento di chi si ferma al solo titolo-civetta. Ma, si diceva, non sempre le cose stanno come sono dipinte. I colori non sono quelli che appaiono al primo sguardo. E, allora, se il titolare di un ristorante denuncia di chiudere il suo locale per mancanza di personale, attenzione, dietro può esserci un’altra storia.

Come quella riportata dal Corriere di Torino (allegato del Corriere della Sera) e ripresa da Charlotte Matteini per Il Fatto Quotidiano, giornale attento più di altri a quei dettagli che, in realtà, fanno la differenza. E che differenza.

«Il Corriere Torino – scrive la giornalista – ha dedicato un articolo al ristoratore che raccontava di essere costretto a interrompere l’attività perché non riusciva ad assumere: tra i commenti al post diffuso sui social dalla testata sono però apparse una serie di testimonianze di suoi ex dipendenti; uno stato lasciato a casa il giorno prima: “Mi hanno detto che avrebbero chiuso una o due settimane per fare dei lavori”. Un’altra sarebbe stata licenziata a dicembre 2021 causa calo del fatturato dell’altro dei due locali dello stesso imprenditore».

Foto Il Giornale Del Cibo

Foto Il Giornale Del Cibo

«CHIUDO BOTTEGA»

«Non riesco ad assumere, quindi chiudo bottega», scriveva su un cartello in bella vista il ristoratore-proprietario di un locale. Raccontava di essere stato costretto a chiudere temporaneamente la propria attività dopo poco meno di sei mesi per mancanza di personale. «Eppure, garantiva il titolare, il menù in busta paga è più che dignitoso: 1.700 euro (netti) al mese, per 12 mensilità, per cuoco e aiuto cuoco, e 1.400 euro per cameriere di sala», riportava l’articolo, rimarcando che a un mese dalla pubblicazione degli annunci nessuno si era presentato per un colloquio.

«Tra i commenti al post diffuso sui social dal Corriere di Torino – specifica Il Fatto Quotidiano – sono però subito apparse una serie di testimonianze che raccontavano l’altra faccia della medaglia: quella dei lavoratori, in questo caso degli ex dipendenti del ristoratore, proprietario di due ristoranti a Torino». «Ho mandato un curriculum in risposta a un annuncio di lavoro pubblicato per l’altro ristorante di Rostagno, Le Fanfaron Bistrot, che cercava un capo partita ai primi di cucina piemontese, ben diverso dal lavorare il pesce come poi sono finito a fare durante la prova – racconta Paolo a ilfattoquotidiano.it – Io avrei dovuto prendere in gestione il locale dopo una settimana di prova in affiancamento, regolarmente contrattualizzata. Prendere in gestione significa che praticamente avrei dovuto fare tutto da solo, dal lavare i piatti alla cucina vera e propria. Il contratto? Un sesto livello del Ccnl dei pubblici servizi, con qualifica di aiuto cuoco».

Foto Roma Today

Foto Roma Today

DIPENDENTI IMBUFALITI

Ma sono vari i dipendenti che hanno pubblicamente contestato il racconto del ristoratore diffuso dal quotidiano, scrive ancora Charlotte Matteini, una donna ha lavorato per oltre due anni in quel locale. Prima del lockdown, scrive, il titolare applicava effettivamente i contratti come da normativa e retribuiva le ore di straordinario che i suoi dipendenti facevano e segnavano timbrando il cosiddetto cartellino: tutto cambia con l’arrivo della pandemia, i dipendenti finiscono in cassa integrazione e il ristorante riapre poco per volta con l’asporto e via via con tutto il resto del servizio al termine del blocco imposto dai decreti dell’allora governo Conte.

Poi, un giorno, ecco il cartello: “Chiudo per mancanza di personale”. Forse lo fa per prendere tempo, magari l’uomo che, alla fine non imprimeva orari insostenibili, non trattava male il personale, sbaglia nella comunicazione. Cosa insegna questa storia: in Italia, c’è chi vuole lavorare, a cominciare dagli stessi dipendenti del ristoratore e, allora, l’idea di prendere ossigeno per rimodulare le due attività, non sia stata proprio il massimo. Auguriamoci che arrivino tempi migliori e, soprattutto, la chiusura temporanea porti consiglio.

Profumo di Nobel

A Luisa Torsi, barese, la “Wilhelm Exner Medal”

«Super felice, grazie», le prime parole della scienziata pugliese. A lei, uno dei massimi riconoscimenti scientifici, in passato già assegnato al grande Guglielmo Marconi. L’ideazione del “Single Molecule digital assay”, sistema bioelettronico, consente di individuare un singolo marcatore proteico o un virus in un campione di sangue o di saliva. «Questo premio potrebbe riservare ulteriori sorprese», ha dichiarato Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia

Profumo di Nobel per una scienziata pugliese. Luisa Torsi, professoressa ordinaria di Chimica dell’Università di Bari e vice presidente del Consiglio scientifico del Cnr, nella sede del Palais Eschenbach di Vienna ha ricevuto la Wilhelm Exner Medal. Lo deve all’ideazione del suo “Single Molecule digital assay”, sistema bioelettronico, brevettato nel 2018. Questa scoperta in brevissimo tempo è rileva un singolo marcatore proteico o un virus prendendo in esame un campione di sangue o di saliva.

Come riportato dall’edizione barese di Repubblica, in un esauriente articolo di Maricla Pastore, si tratta di una scoperta scientifica che vale un riconoscimento prestigioso consegnato in passato anche a Guglielmo Marconi. Il premio scientifico di statura mondiale Laura Torsi lo ha ritirato dalle mani di Leonore Gewessler, Ministra federale per la protezione del clima, l’ambiente, l’energia, la mobilità, l’innovazione e la tecnologia della Repubblica d’Austria.

«Sono profondamente onorata – le parole della scienziata pugliese, riportate da Repubblica – è un momento che mi emoziona e mi ha emozionato profondamente; questo è un premio importante, l’ha ricevuto Guglielmo Marconi, l’hanno ricevuto i premi Nobel ed io mai avrei pensato di riuscire ad arrivare fin qui: sono anche davvero onorata e felicissima che la delegazione della Regione Puglia e il Presidente Emiliano in primis, siano qui ad assistere a questo evento.

Foto Affari Italiani

Foto Affari Italiani

CHIAMIAMOLO “NOBEL”

Non è azzardato il paragone con il Nobel. Il premio, infatti, viene conferito dalla “Austrian Trade Association” a scienziati e ricercatori, che si sono distinti grazie alle loro sperimentazioni, per la portata economica e industriale dei loro studi di ricerca. Una medaglia assegnata in questi anni anche a ventitré premi Nobel. “Oltre alla “Wilhelm Exner Medal” – scrive Maricla Pastore su Repubblica – la scienziata barese è stata la prima donna al mondo insignita col premio “Heinrich Emanuel Merck”.

Dopo aver frequentato l’asilo a Knoxville, nel Tennessee, Luisa Torsi aveva raccontato lo scorso febbraio allo stesso quotidiano l’impatto con la prima elementare a Bari. «Durissimo – aveva ricordato – quasi non conoscevo una parola in italiano, in compenso trascorrevamo estati bellissime in campagna dai nonni in Pianura padana; si viveva all’aperto con i nostri cugini, tutti maschietti, all’insegna di un ozio costruttivo che ci spingeva a inventarci qualcosa dal niente: le capanne nell’orto, le piscinette scavate nel terreno, i carretti realizzati con le assi di legno e i cuscinetti a sfera».

Questo il curriculum della scienziata pugliese. Una laurea in fisica, un dottorato in chimica, sfilate di moda nel fine settimana, un marito conosciuto in laboratorio e due riconoscimenti prestigiosi. E due figli maschi, entrambi ingegneri meccanici. «Anche loro – spiega con orgoglio – laureati a Bari: qui esistono corsi di laurea competitivi con quelli degli altri atenei italiani: Alessandro ha 28 anni ed è stato assunto in Ferrari, e di questo non possiamo che esserne fieri; Vincenzo, ne ha 24, lavora con la Scuola politecnica federale di Losanna su un importante progetto a cavallo fra la biologia e l’ingegneria meccanica». La domanda sorge spontanea: scienziati si nasce o si diventa?

Ad accompagnare a Vienna Luisa Torsi, riporta invece, il portale Fame di Sud, una delegazione pugliese formata dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, dalla direttrice del Dipartimento Sviluppo Economico regionale, Gianna Elisa Berlingerio, dal dirigente della Sezione Ricerca e Relazioni Internazionali e della Sezione Trasformazione Digitale, Vito Bavaro, e da ricercatori delle Università degli Studi di Bari e Brescia. Già nel 2010, la scienziata barese aveva ricevuto il premio Heinrich Emanuel Merck, prima donna al mondo, per la sua attività di ricerca svolta nel campo dei sensori chimici e biologici per dispositivi come i transistor a film sottili. Nel 2019, invece, aveva ricevuto il premio “Distinguished Women Award” dall’Unione internazionale di chimica pura e applicata, come una delle scienziate maggiormente distintesi al mondo nel campo della Chimica.

Foto Il Fatto Quotidiano

Foto Il Fatto Quotidiano

EMILIANO E L’AMBASCIATORE

La redazione di Fame di Sud riporta, fra le altre, una dichiarazione del governatore pugliese. «Il premio Wilhelm Exner per Luisa Torsi è un grande orgoglio per la Puglia – ha dichiarato Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia – basti pensare a un riconoscimento attribuito in passato ad un altro italiano come Guglielmo Marconi: è, insomma, uno di quei riconoscimenti che potrebbe portare anche a qualche altra meravigliosa sorpresa per la ricerca italiana. Ho voluto accompagnare Luisa qui a Vienna per incoraggiarla, per fare in modo che questa notizia non passasse inosservata e soprattutto perché questa scoperta ha potenziali ricadute sulla salute delle persone di enorme importanza. Si tratta di una vera rivoluzione, di medicina predittiva, di medicina personalizzata: la Regione Puglia stava già investendo nel biopolo di Lecce; questi ulteriori passi ci hanno spinto ad investire ulteriormente nella ricerca e a sostenere il progetto di Luisa Torsi. Dunque non posso che dire: viva la Puglia viva l’Italia, viva Luisa Torsi e il suo grande lavoro per il bene dell’umanità».

«È un vero orgoglio essere qui», ha detto l’Ambasciatore italiano a Vienna Stefano Beltrame. «L’Italia – ha proseguito – è un Paese molto spesso è critico con se stesso, ma ha eccellenze straordinarie che si fanno valere su mercati molto competitivi. Vorrei quindi ringraziare la professoressa Torsi per l’aiuto che offre alla nostra autostima. Fa poi molto piacere osservare che questi scienziati e ricercatori italiani che si fanno valere nel mondo non sono soli, ma sono accompagnati dai loro Enti territoriali: la Puglia è una regione che ha avuto un miglioramento della propria narrativa nazionale strepitosa negli ultimi dieci anni e adesso è uno degli orgogli italiani».