A cosa serve la guerra

Se non fosse tutto vero, fin troppo reale, potremmo pensare di assistere alla lite fra due bambini prepotenti e capricciosi che, travolti da un impeto di bullismo, si scatenano in una gara di insulti e provocazioni reciproche.

Il problema è che non è la lite fra due ragazzini quella alla quale stiamo assistendo, ma uno sconcertante scenario che vede come attori principali due Capi di Stato e come spettatore quasi inerme il resto del Mondo fino ad oggi incapace di imporre una mediazione ragionevole.

Se qualche anno fa avessimo domandato il nome del Presidente della Corea del Nord sono certo che la gran parte della popolazione mondiale non avrebbe saputo rispondere.

Oggi Kim Jong-un è un volto familiare, è entrato con prepotenza in tutte le case e suscita un interesse generato da una profonda preoccupazione: quando appare seduto in poltrona a godersi, circondato da fedelissimi plaudenti, il lancio di un missile non sta giocando alla Play Station. Sono missili veri con un potenziale distruttivo intriso del concetto di devastazione.

Dall’altra parte, il Presidente degli Stati Uniti d’America Trump, più impegnato a proferire minacce che a cercare una via d’uscita diplomatica, mostra anch’egli la propensione a mostrare i muscoli, a tratti quasi la spasmodica voglia di spingere quel bottone rosso chiuso nella valigetta che lo segue ovunque.

E’ sconcertante assistere ad una diplomazia internazionale ridotta a dichiarazioni quali “Trump è un vecchio rimbambito!” (Kim) o “Kim è chiaramente pazzo. Siamo pronti alla distruzione totale della Corea del Nord” (Trump).

In tutto questo le persone, le donne, i bambini non hanno alcun ruolo, nemmeno marginale, nei pensieri dei due passionari della guerra.

Quando con disarmante leggerezza si parla di bombe all’idrogeno, la famigerata bomba H, mi vengono in mente una affermazione piena di verità (Quando i grandi giocano alla guerra, i bambini non giocano più!) ed una canzone di Edoardo Bennato di cui vi propongo la lettura del testo e l’ascolto.

 

A cosa serve la guerra.

 

A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità
A cosa serve la guerra – la guerra non serve mai
serve soltanto a trovare rimedi che sono peggiori dei mali 

Ogni soldato che parte – ogni soldato del re
vorrei raggiungerlo con questo valzer – fargli cantare con me
A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità
La guerra è sempre la stessa – ognuno la perderà
e a ogni soldato che muore si perde un po’ di umanità
La guerra è sempre la stessa devi partire e non sai
se è una minaccia o se è una promessa
che è l’ultima guerra che fai
Come uno stupido valzer – la storia non cambierà
ma è sempre meglio cantarla ogni tanto – questa canzone che fa
La guerra è un caso irrisolto – perché la sua soluzione
è che il più debole ha sempre torto e il più forte ha sempre ragione
A cosa serve la guerra diciamo la verità
serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità.

Ussumane e il primo giorno di scuola

«Sì, sarò bravo a scuola, non come te». Sorride Ussumane. Ha scoperto che non sono mai stato un genio nel rendimento e nel comportamento nei miei anni di scuola e così mi saluta prendendomi in giro. «Studierò così avrò la serenità di dedicarmi anche al calcio».

Il suo primo giorno di scuola alla Colombo inizia con entusiasmo. Non è un ragazzo esuberante Ussumane, ma il suo sorriso trasmette la positività del suo animo: « Sono un po’ spaventato ed emozionato allo stesso tempo: la scuola è importante, ma non solo per imparare la lingua che per noi è noi fondamentale, ma anche perché mi aspetto che offra l’occasione di fare anche esperienze nuove. Visitare posti nuovi, scoprire realtà che non conosco sono avventure che se vissute insieme ai compagni di classe possono essere ancora più entusiasmanti».

Ussumane ha compiuto 18 anni il 2 settembre scorso, qualche giorno prima del suo campione: Luka Modrić, il centrocampista del Real Madrid che di anni, però, il 9 settembre ne ha compiuti 27. «Anche io gioco a centrocampo e mi ispiro a lui perché il suo modo di giocare è semplice, pulito, come dovrebbe essere quello di un centrocampista. Iniesta? Sì, è un fenomeno, ma Modrić  è meglio». È arrivato in Italia il 30 settembre dello scorso anno: il suo viaggio è iniziato a Gabú qualche mese prima. «Perché sono partito? Problemi familiari. Litigavo con il mio fratellastro. Le cose sono andate avanti pertanto tempo fino a quando il 2 giugno 2016 dopo l’ennesimo scontro ho capito che era meglio andar via». Il suo viaggio lo ha portato in Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger dove ha lavorato per un mese nell’edilizia e infine in Libia: «Ci sono stato per 4 mesi e sì, prima che tu me lo chieda, sono stato in prigione, ma non pensare che ti possa descrivere quei momenti: c’ho provato altre volte, ma è troppo difficile da raccontare». In Italia è arrivato dopo il salvataggio di una nave della Marina militare: con altre 110 persone attraversava il Mediterraneo su un barca piccolissima: «il viaggio è stato terribile, ma non solo quello in barca. Tutto il viaggio è terribile. Se oggi potessi parlare con i ragazzi della mia terra direi loro di non partire. Sì, lo so che le condizioni di vita nel nostro Paese non sono facili, ma i rischi del viaggio sono troppo alti per tentare. Mi sento molto fortunato a essere qui».

Nel suo Paese ha studiato per 5 anni e poi ha iniziato a fare l’agricoltore, ma il sogno della campagna probabilmente è rimasto in Africa: Ussumane vuole studiare e giocare a calcio. Da qualche tempo si allena con la Africa United Talsano e tra poco inizierà il campionato: «non vedo l’ora – dice sorridendo – come per la scuola anche lì darò il massimo. Diventerò un grande calciatore». Si ferma sorride e poi aggiunge: «non come te». Scoppiamo a ridere entrambi. Anche Mady, l’operatore che ci aiuta a comunicare ride. Intorno a noi il sole riscalda la mattina di un settembre insolito e improvvisamente pieno di avventure da iniziare. Ussumane saluta, si allontana e continua a sorridere.

Specchia tra le parole e l’esempio

Ha ragione Oscar Iarussi che nel suo commento sulla Gazzetta dopo tragici fatti di Specchia, ha scritto che «nonostante il pudore che spingerebbe a tacere, viene il sospetto che le parole servano: pacate, riflessive, ferme». La tragica storia di Noemi lo chiede. Ma chi ha il diritto di parlare? «Quelle dei giudici, quando toccherà a loro. Quelle degli adulti, ogni giorno» aggiunge Iarussi.

Già, gli adulti: genitori, educatori e insegnanti prima degli altri hanno un «dovere di prelazione» di usare le parole, ma ancora di più l’esempio. Le parole senza una testimonianza credibile non servono.
Perché il rispetto dell’altro sesso è materia che i giovani (ma non solo) hanno bisogno di vivere, non di ascoltare. L’atrocità di quanto accaduto non può non interrogare sul livello di testimonianza che oggi i «grandi» sanno offrire: i modelli propinati dalle aberranti trasmissioni come Temptation Island, Grande Fratello, Geordie Show e altro dominano in modo incontrastato l’immaginario adolescenziale.

Quando l’autore dell’omicidio di Noemi ha rischiato il linciaggio sfoderando un atteggiamento di sfida con un saluto inquietante e una smorfia derisoria verso la folla, probabilmente ha solo cercato di (a modo suo) di apparire ciò che non è. Forse ha solo rielaborato quei modelli di cui si è imbibito. Probabilmente ha sentito la necessità di sfoggiare, sfidare, osare, non mostrare debolezza. Eppure «tenerezza e gentilezza – scrive Khalil Gibran – non sono sintomo di disperazione e debolezza, ma espressione di forza e di determinazione». Quel ragazzo ha sbagliato e deve essere punito secondo ciò che prevede la legge. Indubbiamente. Ma non servirà a nulla se tanti altri non saranno toccati dalle parole e dalla testimonianza di chi – coi fatti – è in grado di raccontare il rispetto per l’altro. Chiunque sia.

Ben, le biciclette e il futuro da riparare – 2parte

Effettivamente, il mezzo per spostarsi utilizzato dai migranti è prevalentemente la bicicletta: per raggiungere il posto di lavoro, regolare o irregolare che sia, per raggiungere il centro della città, semplicemente, per spostarsi. Mi torna in mente il fatto che sia stato proprio Fabio, all’inizio dell’esperienza modugnese, circa due anni fa, a proporre un corso sulla sicurezza stradale che, in realtà, ha poi tenuto in struttura all’indomani di un brutto episodio capitato ad un ospite del centro che tornava in struttura dopo una giornata di lavoro nei campi. E quando si esce al buio delle tre e mezzo del mattino e si torna, sempre al buio, alle sette della sera, soprattutto in inverno, se usi la bicicletta per spostarti è opportuno prendere qualche precauzione. Ma è solo un pensiero, quasi uno sfogo, rivolto a quanti, senza avere cognizione di causa, si chiedono e chiedono cosa facciano in realtà le tante persone che lavorano nelle strutture di accoglienza.

Ma torniamo a Ben ed alla nostra chiacchierata che, superata la diffidenza iniziale, sembra proseguire in discesa. “Ok – dico – pensiamo allora alla possibilità di mettere in piedi una ciclofficina! Ma se l’idea ti piace ti devi rendere parte attiva del progetto. Noi potremmo lanciarlo, proporlo, supportarlo, ma siamo lontani dal modello assistenzialistico. Avrai visto come lavoriamo. Garantiamo i servizi e siamo sempre disponibili a pensare e progettare insieme un futuro possibile per tutti, ma ognuno deve assumere una responsabilità, si deve rendere parte attiva e, soprattutto, ci deve credere!”.

Chi mi conosce sa che se mi innamoro di una idea divento un fiume in piena e, guardando Fabio che deve tradurre, mi rendo conto che è il caso di allontanarmi con la scusa di andare in bagno. Ritorno dopo qualche minuto incrociando lo sguardo di Ben che mi guarda stranito, quasi sorpreso o non sicuro della traduzione di Fabio.

Chiede: “Avete deciso di darmi una opportunità? E perché proprio a me?”. Rispondo che chi si adopera, in qualsiasi attività, e dimostra la voglia voler fare deve essere considerato una risorsa da valorizzare, che merita una opportunità per mettersi in gioco. Che parte del nostro lavoro, forse quella più importante, consiste nel sostenere le persone, non solo i migranti, a pensare, immaginare, costruire un futuro.

Ben continua a guardare Fabio chiedendo con lo sguardo se scherzo o parlo sul serio.

E Fabio, a questo punto mi ruba il mestiere: “Sai che tante persone che lavorano per la Cooperativa con un regolare contratto sono ex ospiti delle strutture di accoglienza?” dice rivolgendosi a Ben. Ben comincia a fidarsi un po’ di più e gli spiego che in Italia ci sono delle regole da rispettare, che sono il fondamento sul quale far reggere una idea e costruire opportunità. Gli chiedo quale è la sua idea sull’ipotesi di fondare una Associazione di Promozione Sociale che magari possa avere come nome “Costruiamo Insieme… Opportunità” e lui ride, è una idea che gli piace ma, in maniera decisa, spiega che il suo primo obiettivo è studiare, imparare l’italiano. “Certo –dice- gestire una ciclofficina aperta a tutti non solo mi piacerebbe ma mi metterebbe anche nelle condizioni di relazionare con gli italiani e faciliterebbe l’apprendimento della lingua”.

Ridiamo insieme sul fatto che io non conosco l’inglese, nonostante lauree e master e ho bisogno di Fabio per comunicare: è un problema reciproco. Anche negli ospedali e nei pubblici uffici è difficile incontrare qualcuno che conosca più lingue! Ben ride ancora e dice che parlo male di me e del mio Paese. Chissà in che luogo ultracivilizzato pensava di essere arrivato e, a me, viene di sorridere amaramente al contrario: nelle strutture di accoglienza non esistono ostacoli di comunicazione, neanche quando incontri i dialetti di regioni africane delle quali non conosci neanche l’esistenza.

Dopo aver trascorso un bel pomeriggio, il congedo è triste: Ben ha ricevuto l’esito negativo dalla Commissione Prefettizia alla richiesta di soggiorno. Il 27 settembre, fra qualche giorno, avrà il risultato dell’Appello. Se anche questo dovesse essere negativo, noi avremmo lavorato a vuoto e, soprattutto, verrebbe negata una opportunità, una possibilità ad un ragazzo che davvero merita un futuro migliore. Se strutture di accoglienza e operatori non fossero solo un cuscinetto sul quale scaricare quella che “chiamano” accoglienza, ma diventassero filtri utili a decidere il futuro delle persone forse qualcosa cambierebbe e Ben potrebbe diventare una risorsa per il territorio, trasformandosi da un fascicolo aperto negli Uffici Prefettizi in una persona che, a soli 21 anni, ha tanta voglia di realizzare i suoi sogni e insegue i suoi obiettivi.

Se in fase di Appello qualcuno avesse la decenza di riconsiderare il diniego, avremmo una bottiglia pronta da stappare ed una bottega da aprire.

Speriamo la prima di tante altre! E speriamo con Ben!

Ben, le biciclette e un futuro da riparare (1^ parte)

Sono arrivato al CAS di Modugno alle 18,30 di sabato. In realtà avevo detto a Fabio, un operatore storico della struttura che mi ha fatto da gancio e mediatore linguistico, che sarei arrivato nel primo pomeriggio per incontrare Ben, un ragazzo nigeriano di 21 anni che mi aveva incuriosito per il fatto di averlo sempre visto adoperarsi ad aggiustare biciclette durante le mie visite al Centro.

Ho avuto una percezione strana appena entrato: Fabio era occupato con le cose che fanno gli operatori e io, nell’attesa che finisse, ho potuto godere di una vitalità che non avevo mai riscontrato, forse anche a causa dei miei orari: un torneo di ping pong auto organizzato, un folto gruppo di ospiti intenti a seguire in televisione le partite di calcio e, in disparte ma nella stessa sala dedicata alle attività, quattro ragazzi seduti ad un tavolo ripetevano le lezioni di lingua italiana.

Fuori, entrando nella struttura, avevo incontrato il solito gruppo di appassionati del gioco della dama.

Sui piani, le stanze era quasi totalmente vuote, fatto che mi ha indotto alla riflessione che finalmente c’è chi vive il territorio e chi ha trovato i suoi spazi in struttura.

Fabio ha terminato le sue cose e mi presenta Ben, che aspetta da un bel po’ senza neanche sapere in realtà cosa dovessimo fare insieme. Tanto è vero che si è tirato a lucido a differenza mia che ho grandi problemi a rinunciare a scarpe da ginnastica e maglietta.

Fatta una valutazione della situazione nel Centro e considerata la presenza di altri operatori, propongo a Ben e Fabio di spostarci in un posto più tranquillo per raccogliere la sua storia, a poche centinaia di metri dalla struttura. Ben non mi conosce ma si fida di Fabio e accetta.

Entrati in macchina per raggiungere il bar più vicino, io e Fabio parliamo delle difficoltà che incombono sulle nostre vite e, nel contempo, guardo dallo specchietto retrovisore il volto di Ben intento a cercare di capire cosa ci stessimo dicendo.

Tranquillo Ben – dice Fabio girandosi verso di lui – non ti portiamo al patibolo!”.

Ridono insieme. Io non capisco e Fabio traduce a me e Ben ride!

Finalmente siamo seduti al tavolo di un bar e chiedo a Fabio di spiegare a Ben il senso di questa intervista e, soprattutto, di spiegarli che dalle storie che raccogliamo vogliamo trarre spunti, idee, per costruire progetti da realizzare insieme.

Ma anche arricchirci dalle loro storie, sapere, conoscere. Allora, iniziamo da lui dicendogli che non mi interessa sapere come è arrivato in Italia perché trafficanti e rotte le conosciamo. Voglio che mi dica qualcosa che non so e perché ha lasciato il suo Paese.

Ufficialmente sono partito dalla Nigeria, in realtà sono scappato da una Regione della Nigeria che si chiama Biafra, che non è lo Stato del Biafra, ma una Regione che combatte da sempre per l’indipendenza dalla Nigeria. Non sono scappato per motivi politici ma per una questione religiosa anche difficile da spiegare. Mio padre era a Capo di un gruppo religioso che praticava una fede che posso definire come una ramificazione del woodoo, una pratica materialista, credevano che gli alberi, le piante, gli oggetti avessero un anima. Io sono cresciuto, al contrario, seguendo il cristianesimo. Ma, dopo la morte di mio padre, i suoi seguaci sono venuti a dirmi che il suo successore dovevo essere io. Non me la sono sentita e l’unica soluzione era andare via.

Ben ha studiato fino alle scuole secondarie con indirizzo scientifico nel suo Paese e lavorava nel settore del’edilizia come piastrellista.

Parlando del suo viaggio verso l’Italia, gli chiedo solo di sapere se in Libia gli è capitato di essere rinchiuso in un campo o in un carcere: “No – mi risponde – una sola volta la polizia ha tentato di prendermi ma sono riuscito a scappare. Ho sentito parlare dei campi e di come trattano le persone che arrestano. A me non è capitato nonostante ho lavorato in Libia per 5 mesi come muratore prima di arrivare in Italia”.

I mezzi e i modi sono quelli già raccontati più volte. Ripeto a Ben che, nonostante le cose interessanti che ha raccontato il nostro intento è diverso, è quello di cercare di costruire opportunità, canali di inclusione, passare dall’accoglienza alla convivenza.

Mentre Fabio traduce, Ben è stupito, perplesso.

Capita la difficoltà, gli pongo una domanda diretta: ”Ho chiesto di parlare con te perché ti ho visto spesso aggiustare biciclette e mi sono chiesto se questo non si possa trasformare in un servizio accessibile a tutti”.

Ho iniziato ad aggiustare le biciclette qui in Italia, nel mio Paese non l’ho mai fatto. Mi sono guardato intorno e ho visto che tutti usano la bicicletta e ho pensato che con le mie competenze avrei potuto aggiustare biciclette per racimolare un po’ di soldi. Così è iniziata questa esperienza e ora vengono tutti da me”.