Afrah, una bomba le ha spento un occhio, non il sorriso

Ieri è arrivata all’hotspot tarantino. Stretta al petto dei genitori. Le hanno detto che il peggio era passato, era viva…

Non ha un nome, non ci vuole molto a trovargliene uno: Afrah, felicità. Questo significa, in arabo, un sorriso appena accennato su un volto stanco, messo a dura prova dal lungo viaggio della speranza. I genitori con i quali è sbarcata ieri, venerdì 20 ottobre, a Taranto, le hanno detto che il peggio era passato, la lunga fuga dalla Libia era finalmente finita. Ecco il sorriso di Afrah. I “suoi” l’avevano rassicurata, tenendola stretta al petto. Provati dalla lunga odissea, papà e mamma non hanno più fiato. Non troverebbero le parole e, allora, stringerla forte a sé equivale a più di qualsiasi espressione, frase rassicurante.

Afrah, libica, ha appena sette anni, un dramma dentro, come la paura infinita, e uno, purtroppo, sul viso. E’ viva per miracolo, una mina le è saltata a un palmo. Lei è volata via come carta velina, così piccola. E’ saltata, ripiombata al suolo, raccolta subito dai genitori che le stavano accanto. Viva, grazie al cielo, il volto sfigurato, un occhio sanguinante. Ai primi soccorsi era apparso evidente che per quell’occhio non c’era più niente da fare. Afrah, però, era viva. E dopo la grande paura, per i genitori che fuggivano con in braccio la loro piccola, unica grande ricchezza, ciò che contava era che il suo cuore battesse ancora, forte come l’abbraccio di papà e mamma. Urlava di dolore, Afrah, ma era viva.

Ieri all’hotspot di Taranto, al suo arrivo, Afrah al posto sull’occhio invalido mostrava una vistosa cicatrice, segno di quel primo soccorso che le ha salvato la vita. Chi l’ha vista ha parlato, subito, di grande dignità. I soccorritori, il personale che svolge attività di accoglienza, gli agenti della Polizia locale, l’hanno subito adottata. «Ogni giorno, qui all’hotspot – dicevano – c’è sempre qualcosa da imparare; intanto umiltà: per i migranti parlano i gesti, discreti, nonostante addosso abbiano la grande paura, gli stessi vestiti da giorni, bagnati; tremano, ma non pretendono, aspettano con un silenzio dignitoso il loro turno, anche questo un grande esempio di civiltà: sanno che tocca prima a bambini e donne, i ragazzi e gli uomini appena sbarcati devono avere solo un po’ di pazienza».

Afrah, però, non viene lasciata un solo momento dalla mamma. Il papà, nemmeno a dirlo, non la perde un solo istante di vista. «Mi ha colpito il suo sorriso – diceva un agente della Polizia locale –la sua dignità, mi ha commosso il suo sorriso mentre avvicinava all’occhio risparmiatole da quella inaudita violenza, un foglio: sembrava leggesse, sorrideva, una scena che non dimenticherò mai; come non si dimenticano altre scene, quelle di bambini infilati in enormi giacconi dai quali le dita delle mani sbucano a malapena».

Una delle tante lezioni di vita, dicevano ieri all’hotspot, impartite da bambini che arrivano con il cuore gonfio di speranza. Quello che sta a cuore ad Afrah è vedere il volto dei genitori, adesso più rilassato. Triste, nel vedere la propria figliola in quelle condizioni, ma meno teso per averle salvato la vita e per aver scritto la parola “fine” a una fuga disperata. Non sempre da quelle parti, purtroppo, storie vissute nel dramma hanno un lieto fine. Afrah è un tesoro che quella terra ci ha fatto. Avrà ancora tante cose da insegnarci la piccola bambina libica sempre stretta al petto dei suoi genitori. Un abbraccio al quale, da ieri, ci siamo uniti anche noi.

«Quelle cicatrici, un dolore incancellabile» Michael, nigeriano, la fuga, le torture, la libertà.

IMG-20171019-WA0025«Che Dio ti benedica, fratello!». Ci vuole poco per guadagnarsi una sincera stretta di mano di Michael, nigeriano, ventinove anni. Da cinque mesi in Italia, parla inglese, ma già comprende qualcosa di italiano. Anche lui è fuggito da un Paese, la Nigeria, nel quale, comunque vada, fra militari, miliziani e bande armate, corri sempre il rischio di prenderle. Di brutto e senza una apparente giustificazione. Sfuggi alle intenzioni degli uni e ti ritrovi accerchiato da quelle degli altri. E quando non hai scampo, ti raggomitoli e invochi pietà, sperando che ti sentano. Calci e pugni, mentre gli altri aggressori tengono le armi puntate contro. E se non bastasse, anche colpi con il calcio di una pistola, di un fucile per provocarti ferite. Una mattanza. «Purtroppo non è diverso in altri Paesi africani – spiega davanti a un normale caffè, a dispetto di quanti dicono che la nostra “tazzina” sia forte per i loro gusti – spesso hai la sensazione che, come ti muovi, le buschi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, tre mesi prigioniero».

Non ha memoria del sorriso. Lo ha perso nel tempo. «Mio padre è stato ucciso durante la guerra civile – racconta Michael – a casa ho lasciato mamma e un fratello; il mio viaggio rispetto a quello di altri ragazzi africani è durato cinque mesi, tre dei quali li ho trascorsi in una prigione in Libia».Non esistevano giorno e notte, durante la prigionia i carcerieri ti svegliavano, spiega, e giù calci, ovunque capitasse. In faccia, sui fianchi, nelle parti basse, sulla schiena. «Ti svegliavano e, a modo loro, ti rinfrescavano la memoria: ti ricordavano che la tua vita apparteneva al grilletto della loro pistola; sveglia brusca e solita storia: “devi chiamare i tuoi familiari, farti mandare soldi, altrimenti ti ci rispediamo noi a casa, ma un pezzo per volta!” ».

Foto Michael

Un sorriso…

Non solo non sorride, Michael. Gli si riempiono gli occhi di lacrime quando gli chiediamo di ricordarci un episodio violento. «Non saprei da dove cominciare – dice, ci fa sentire a disagio, la domanda però è già partita – ci picchiavano a sangue, a qualcuno facevano saltare i denti, solo perché non capiva quello che dicevano: come se non gli riconoscessi il potere di vita o di morte su te; pensi ai chilometri che hai fatto scappando, agli affetti lasciati alle spalle senza voltarti indietro, perché tra gli stati d’animo che ti passano per la mente quello più forte è la paura».

Il ventinovenne nigeriano ha le braccia raccolte sul tavolino del bar. Nonostante i cinque mesi in Italia, comprende il senso delle domande, anche se a darci una mano c’è Alassane, operatore del Centro di assistenza straordinario “Cavallotti”. Si fa coraggio, Michael, alza la maglia su polsi e braccia. «Queste sono cicatrici – sembrano provocate da sigarette accese, coltelli – ognuna di queste ha un volto, l’espressione bestiale di un carceriere: non sai cosa gli stia passando per la testa e desideri una sola cosa, che quella lenta agonia finisca, in un modo o nell’altro; i soldi da casa non arrivano e non c’è alternativa alla morte sicura che non sia la fuga».

Per gli aguzzini la vita ha un costo, miserabile come i loro sentimenti. «Cinquecento dinari libici – dice – più o meno trecento euro, tanto vale la tua vita in quel momento, perché per loro sei già una spesa: un tozzo di pane e un po’ di acqua, talvolta sporca, ogni giorno; lo stomaco brontola, ti si chiude e se non hai la forza di risolvere in un modo o nell’altro, pagamento del riscatto o fuga, non hai altra scelta che una lenta agonia…».

Un pianto…

Piange, fissa dentro la tazzina, Michael. Giureremmo che è un accenno di sorriso quando parla di sogni. «Mi piacerebbe fare l’idraulico – confessa – un mestiere che facevo nel mio Paese, me la cavavo bene, non ho gli attrezzi, ma se un domani avessi risparmi sufficienti comprerei i primi attrezzi».

Non sa che in Italia la categoria degli idraulici è fra quelle più invidiate. «I soldi non contano – spiega – sono insignificanti rispetto al valore della vita, non sempre sono il tuo lasciapassare per la libertà: trovi un ragazzino con un fucile che un giorno ha deciso di esercitarsi al tiro al bersaglio, ti svuota le tasche e poi ti dice di correre…No, i soldi rispetto alla vita, alla libertà, sono meno che niente!».

L’Italia per Michael. «Questo Paese mi fa sentire un uomo libero, protetto, per questo dico che la libertà per noi è quella che in Italia chiamano lotteria». E Taranto. «Amo l’aria fresca, passeggiare sul Lungomare, guardare l’orizzonte e sognare interminabili bracciate a nuoto, io che il mare l’ho vissuto per giorni interminabili prima di sbarcare sulle vostre coste: il mare, per me, è il profumo della libertà!».

«Sudiamo nei campi, ma non rubiamo lavoro». Mosi e Sadiki, tratti della loro esperienza tarantina.

LAVORO

«Non vogliamo elemosine»

«Sudiamo nei campi, ma non rubiamo lavoro». Mosi e Sadiki, tratti della loro esperienza tarantina.

IMG-20171018-WA0016Manifattura, costruzioni, servizi, mercati, lavori domestici e nei campi. Sono alcuni fra i settori nei quali sono spesso impegnati extracomunitari in fuga da violenza e miseria. Come in ogni cosa, esistono approcci diversi con un Paese straniero e le regole di un vivere civile, decoroso per quanto talvolta possa essere complicato. Tanto per gli italiani, in questo caso, quanto per chi arriva dopo un lungo viaggio disperato e di speranza dall’Africa.

Su una cosa, Mosi, però, non transige e non la manda a dire. «Non mi piace stare davanti a supermercati e bar con il cappellino in mano a chiedere spiccioli alla gente che entra ed esce da quelle attività: i soldi, pochi o molti che siano, preferisco sudarmeli». Sudare, un verbo che spendono spesso nei loro ragionamenti i ragazzi ospitati nei Centri di accoglienza straordinaria.

Sadiki, due anni in Italia, come il suo amico non usa giri di parole. Fosse un calciatore si direbbe “entra a gamba tesa”, evidentemente sul tema del quale si parla ogni giorno a Taranto: neri e lavoro. «Siamo “quelli che arrivano e non vanno più via”“…rubano il lavoro, alla faccia di una città che vive momenti drammatici”. E i commenti, nei bar, per quelli che hanno più tempo da spendere davanti a una tazzina di caffè, sono anche più forti. Sadiki, conferma. «Sentito con le mie orecchie:«Rubano lavoro e perfino le donne: ne vedo di ragazzi, mano nella mano, con ragazze tarantine!».

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Detto dell’offesa nei confronti di un ragazzo che non sarebbe sciaguratamente considerato “degno” solo per il colore di pelle, e di una ragazza che ha tutto il diritto di tenere stretto per mano chiunque voglia, circoscriviamo le considerazioni al solo lavoro.

In un’altra rubrica del sito (“brevi”) riprendiamo percentuali che sfatano il mito del posto di lavoro “rubato”. Raccontato uno studio dell’Inps, non una società incaricata da quotidiani o periodici, radio o tv. Torniamo un attimo a Mosi. «Trovo umiliante elemosinare, ma rispetto scelta e coscienza e il pensiero di chi, invece, pensa diversamente: è necessario essere comunque tolleranti». Parla a ruota libera. Un italiano approssimativo, comunque comprensibile. Rappresenta l’idea con l’ausilio delle mani. Sorride. «L’ho imparato qui, i tarantini, maIMG-20171018-WA0019 gli italiani in genere, usano molto le mani per spiegarsi, come se disegnassero». Facciamo autocritica, vero: se ai tarantini, come agli “italiani in genere”, per dirla con lo stesso Mosi, fosse impedito l’uso delle mani per dare massa critica a un qualsiasi discorso, sarebbe una sofferenza indescrivibile. «Faccio raccolta nei campi, con me tanti altri fratelli neri, di varie nazionalità: la gente che racconta un’altra realtà sugli immigrati, vorrei che sentisse quello che dice chi ci dà lavoro: “i ragazzi nostri –raccontano – non vogliono lavorare, preferiscono starsene a casa, raccontare ai genitori che lontano da qui è meglio: quelli convinti partono e tornano; altri, che non la raccontano tutta, dicono lo stesso ma danno colpa agli altri e nel frattempo continuano a farsi mantenere dai genitori”; così dice chi mi ha dato lavoro, senza obbligarmi ad accettare orari certe volte discutibili: non mi preoccupo, però, più di tanto; potrei anche dire no, invece accetto e a fine giornata metto in tasca quel pugno di euro stabilito».

Anche Sadiki insiste sul cappellino fuori del supermercato. Aggiunge un risvolto. «Meglio nei campi che starmene fuori a un’attività commerciale; fateci caso, però, non sono solo neri a chiedere spiccioli: amici mi dicono che all’uscita di bar e supermercati stazionano stranieri dell’Est, italiani, anche tarantini, e questo mi dispiace, significa che sono in molti a non passarsela bene». Hanno ancora una manciata di secondi, Mosi e IMG-20171018-WA0014Sadiki. «Un po’ più di tolleranza da parte dei tarantini: c’è chi ha un profondo rispetto per noi, non ci sentiamo affatto discriminati, ma c’è sempre qualcuno che esagera…», s’interrompe Mosi. Sadiki prosegue. «Sono in pochi, sia chiaro: pensano che non parliamo bene l’italiano e, dunque, possono dirci dietro di tutto perché non lo capiamo; invece sorvoliamo, anche su considerazioni pesanti che facciamo finta di non aver compreso: e questo ci pesa più dell’umiliazione di chiedere l’elemosina».

«Bella la Città vecchia, che storia!» Colazione nell’Isola.

 

Colazione domenicale in Città vecchia. Un incontro un po’ voluto, un po’ fortuito quello nell’Isola. Alassane, senegalese, uno degli operatori di “Costruiamo insieme”, il Centro di accoglienza straordinaria di via Cavallotti a Taranto, anticipa che domenica con un paio di amici, Anssoumane e Sinaly, connazionale il primo, ivoriano il secondo, faranno due passi in Città vecchia. Alla scoperta di una Taranto che ancora non conoscono del tutto.

«Ne abbiamo sentito parlare», dicono, «visto foto sui giornali al bar o visitando i siti tarantini che postano tante foto di una città bella e accogliente». Alassane, quando può, interviene, i suoi amici l’italiano lo afferrano. Quando non ce la fanno, provano ad interpretare con quell’intuito in alcune circostanze, anche non facili, è stato risolutivo. A proposito di bar, ne cerchiamo subito uno. L’incontro nei IMG-20171015-WA0019pressi del Castello aragonese. Un centinaio di visitatori in fila indiana. Nonostante siano poco più delle nove, i turisti hanno già completato la visita ad uno dei principali attrattori della città. Lasciano alle spalle Castello e due bus extraurbani, imboccano il Ponte girevole per fare ingresso al Borgo.

Città vecchia, un passo dalla sede univeristaria “Aldo Moro”. Bar “La piazzetta-Fishbar”, elegante, servizio impeccabile. Primo giro, cornetto, alla crema va bene. A seguire, caffè o cappuccino. «Caffè, no, in Italia è troppo forte, sembra, come dire…», Alassane fa un gesto eloquente, indica qualcosa di circolare che diventa sempre più piccolo, ristretto, «…qualcosa di troppo concentrato; tante volte ci chiediamo come voi facciate a berne non uno solo, ma anche due, tre al giorno: no, se possibile, dopo il cornetto preferiamo un cappuccino…».

Città vecchia, raro capitiate da queste parti. «Nei bar che frequentiamo per fare colazione», dicono un po’ in francese, un po’ a gesti, «spesso ci fermiamo a parlare: quello degli esercizio commerciali è il primo passo che facciamo verso i residenti, non è difficile diventare amici dei tarantini: mai avvertita quella diffidenza della quale ogni tanto ci hanno parlato: crediamo, come in ogni parte del mondo, sia sufficiente essere educati, avere rispetto del prossimo per guadagnarne tu stesso dagli altri».

Gli Stretti della Città vecchia, suggestivi. Talmente stretti che non è semplice passeggiarci mettendosi in fila, per tre, quattro. Complicato quando uno scooter con due ragazzi a bordo sfreccia su via Duomo. Non hanno il casco, i residenti sono i primi a fare gesti di prudenza ai due giovanotti più o meno spericolati. «Fate attenzione!», gli urlano, «Poi papà e mamma, quando vi fate male, piangono!». Un classico. Ammonimento esagerato, ma fa parte del ruolo pittoresco che qui interpreta, non richiesto, la gente dai cinquant’anni in su.

IMG-20171015-WA0010Giornata di sole, leggenda metropolitana da sfatare, Alassane. «Sempre nel solito bar qualcuno ci ha invitati ad essere prudenti nel venire in Città vecchia, “potreste fare incontri spiacevoli” ci dicono». «E di cosa dovremmo avere paura?», rispondono gli altri due, Anssoumane e Sinaly. «Che ci facciano una rapina, forse? abbiamo pochi soldi in tasca; che ci facciano paura, magari? Veniamo da Paesi nei quali si fa la fame e se non la digerisci, quella, la fame, corri il rischio di essere anche picchiato; abbiamo fatto un lungo viaggio a bordo di una imbarcazione che ha affrontato mare aperto e tanti pericoli, prima di arrivare sulle coste italiane, cosa dovremmo temere ancora?».

Invece, in Città vecchia, scooter a parte, si passeggia volentieri. Saranno le vie strette, radio e stereo ad alto volume, con musica e canzoni popolari accompagnate a squarciagola, via Duomo e i vicoli vicini sprigionano un’atmosfera familiare. Davanti alle due Colonne doriche, Sinaly domanda cosa siano quelle vestigia. «Appena duemilacinquecento anni di storia, qui sorgeva il tempio di Poseidone, parliamo di Magna Grecia…».IMG-20171015-WA0015 Duemilacinquecento, numero che fa paura, nel pronunciarlo come nel rifletterci sopra. Taranto, invece, ha proprio tutta quella storia. E non solo, la Città vecchia che abbiamo appena visitato, dalla cattedrale di San Cataldo («…siamo musulmani, ma l’opera è di una bellezza straordinaria…») alle Colonne, fino al Castello aragonese, ha subito invasioni e contaminazioni, fra gli altri, di arabi e spagnoli.

«Sarebbe bello visitare il Castello aragonese e il Museo archeologico», propone Alassane, «ne parlo con Kaleem, un collega, lui è pratico, sa come muoversi e a chi rivolgersi per conoscere da vicino la storia della città che ci ospita». «Un po’ per volta – conclude l’operatore-interprete – stiamo compiendo passi avanti sul territorio per superare quei primi momenti di diffidenza da parte dei residenti: voglio studiare, lavoro permettendo, laurearmi in Medicina, aiutare il prossimo, esercitare la professione in Italia o nel mio Paese, il Senegal, poi si vedrà».

Contra-dizioni. Popolo, popolazione, regole e cittadini.

Da venerdì avevo il pensiero rivolto a quale poteva essere il tema di questo domenicale senza che mi venisse in mente nulla che mi piacesse, che mi ispirasse, che mi stimolasse a scrivere. Ad un certo punto, ho avuto il terrore che la normalità o, meglio, la sensazione di normalità mi avesse assorbito senza che me ne fossi accorto.

E’ brutto perché piano, lentamente senti crescere dentro un senso di angoscia, di sconfitta con te stesso.

Possibile?” ti chiedi.

Riesci a dare una giustificazione ad un blocco intestinale, un blocco renale, anche alla diarrea, ma darti da solo una giustificazione ad un blocco cerebrale diventa difficile. Diventa necessario un processo di auto analisi, uguale a quello che fai per resettare il computer quanto si blocca.

Spegni la televisione, spegni qualsiasi canale di comunicazione a partire dal telefono e lasci che il cervello trovi il suo tempo per recuperare e riaccendere funzioni spente.

Operazione utile e pericolosa allo stesso tempo, perché se ti costringe a ragionare fuori dall’ordinario e dentro la quotidianità gli devi dedicare l’intera notte.

Non puoi sfuggire, non puoi rimandare e neanche dire “ti richiamo, ora non posso” come fai al telefono.

E’ come una donna al momento del parto o un bambino che sta per venire alla luce: non puoi dettare i tempi, decidere il momento giusto.

Ed è così che capita, nel pieno della notte, di ritrovarti a riflettere su come si possa, nell’era dell’esaltazione della globalizzazione, continuare a giocare sulla differenza fra popolo e popolazione.

Se vi è il rispetto delle regole, i due termini si annullano sciogliendosi dentro un concetto omnicomprensivo che è quello di cittadini, ovvero persone che convivono su uno stesso territorio e hanno uguali diritti e doveri.

Sembra un ragionamento logico che, però, non si traduce nella realtà. Anzi, è parecchio lontano dalla realtà!

Quando leggo o sento di rivendicazioni identitarie e di movimenti secessionisti rabbrividisco al pensiero che nessuno si interroga sul fatto che quella che ci hanno abituati a chiamare globalizzazione riguarda un pezzo di vita del quale siamo protagonisti passivi, spesso vittime inconsapevoli, di un sistema governato dai grandi gruppi finanziari, dalle lobby: se si fosse trattato di una rivoluzione culturale questo mondo sarebbe stato assai diverso abbattendo qualsiasi muro che impedisce la convivenza.

L’incapacità di leggere i profondi mutamenti sociali ed il ricorso all’ideologizzazione in assenza di argomentazioni che reggano trasformano, in Italia, la discussione sulla necessità di rivedere la normativa sul diritto di cittadinanza in una bagarre nella quale si moltiplicano i prestigiatori di parole.

Voglio proporre all’attenzione l’appello sottoscritto da docenti e intellettuali in favore dell’approvazione della proposta di Legge sullo Ius Soli, utile in un Paese che ha da recuperare tanto sul tema della convivenza e, allo stesso tempo, assurda dentro un contesto globalizzato.

Appello di docenti ed educatori per lo ius soli e lo ius culturae 

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo – che sono legge dello stato – sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.

Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti. 

Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare allamemoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.

Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento.